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Festa del Papà

 
Ricorre il 19 Marzo di ogni anno
Gif
San Giuseppe padre di Gesù
Grazie Papà
Figli e Aquiloni
 

Guarda questo filmato e, che tu sia giovane o anziano, non dimenticarlo mai!!!

 

Papà

Difficilmente un figlio o una figlia possono capire i sentimenti, le preoccupazioni, le difficoltà che ci sono dietro la paternità!

Verrà il tempo in cui potranno capire perché anche loro diventeranno padre o madre e il velo cadrà...!

Capiranno perchè il padre a volte è severo, perché le/i rimprovera, sarà chiaro perché a volte dice, o è costretto a dire, di no e perché, pur facendosi considerare invadente, si occupa di loro anche se invitato a mettersi da parte, sarà chiaro perché si agita e perde la calma, sarà chiaro cosa prova quando figlie o figli lo rimproverano e/o ridicolizzano le sue azioni e riflessioni.

Sarà chiaro cosa prova il padre quando si sente dire... "io non farò mai gli errori che hai fatto tu".....

Quando figlie e figli capiranno che il mestiere di genitore non si impara a scuola, non ha regole precise, che le consuetudini della loro generazione sono diverse da quelle vissute dal genitore e l'evoluzione impedisce di prevedere le conseguenze di vie mai percorse, quando cominceranno loro a confrontarsi con figlie e figli e si sentiranno dire le stesse cose che loro stesse/i, poco tempo prima, avevano detto ai genitori senza immedesimarsi, come d'incanto saranno illuminate/i.

Ma questa è la vita e quando si vivono gli eventi si pensa di assumere le giuste azioni.... e se non lo si è fatto, non è mai troppo tardi per rimediare tranne che ... gli accadimenti non sono tali da impedire di rivedere gli errori fatti.

E se così sarà, rimpiangeranno di non aver costruito un confronto pacato, meno astioso e sarà troppo tardi per riprendere le fila di un dialogo e capire le ragioni che dettavano quei comportamenti...

                                                                                                                                                       Santino Gattuso

 

FORSE FU UN BENE

LUCIANO SOMMA

 

Forse fu un bene padre

Fermare la tua storia

Col mandorlo fiorito

Chiudere gli occhi

Senza aspettare

Il gelo dell’inverno

Lasciando nei tuoi figli

L’eredità di vivere.

Avevi già provato a masticare

Come un boccone il pane reso duro

Dalle battaglie quotidiane

Stanco.

La sofferenza del tuo immenso vuoto

Noi la sentiamo come un fuoco vivo

Perché è diverso il sangue

Quando sta uscendo dalle tue ferite

Ha un altro suono l’urlo

Quando è parte di te della tua carne .

Per te fu cielo terso

Ed al tuo sguardo

Ti sembrò un miracolo

il non dover portare sul calvario

La croce d’un amara solitudine.

Forse fu un bene padre.

La scelta di iniziare con questa poesia di Luciano la pagina dedicata ai padri...non è casuale!

E' una poesia triste, stimola verso una profonda riflessione sulla vita quotidiana di ciascuno di noi!

Solo pochi riescono a cogliere l'importanza della presenza del padre ... prima del fatal sospiro. Questa poesia stimola chi può ancora godere della presenza di un padre a cogliere di lui,  finché può, gli aspetti migliori pensando, con grande tolleranza, che nessuno è perfetto.

Solo la perdita di una persona cara ci aiuta a capire quanto era importante nella nostra vita.

Io credo che chiunque riuscirà a fare di questa poesia, una guida per la propria vita, prima o poi capirà quanto deve essere  grato a Luciano per averlo fatto riflettere in tempo. Santino Gattuso

 

Padre anche se... - Camillo Sbarbaro

 

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso, egualmente t'amerei.
Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
che la prima viola sull'opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

 

 

E di quell'altra volta mi ricordo
che la sorella, mia piccola ancora,
per la casa inseguivi minacciando.
(la caparbia avea fatto non so che)
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura, ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia e, tutta spaventata,
tu vacillante l'attiravi al petto
e con carezze dentro le tue braccia
avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo ch'era il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

 

Padre - Dedicata al mio caro Papà

 

Giovanna Nigris - Natale 2004

 

Quando si avvicina l’ora
del crepuscolo, padre,
mi pare ancora di sentire suonare
alla mia porta.
Sei tu, caro papà,
come allora che
ogni giorno, verso sera,
vieni a trovarmi e
mi chiedi della
mia giornata, di quanto
mi è accaduto, dei miei
problemi di donna,
di madre e del lavoro.
Ascolti in silenzio,
ma i tuoi occhi parlano,
sono allegri e sorridenti
se qualcosa di positivo mi è accaduto
e tristi e seri se percepisci o sai di
qualcosa che non va,
di qualcosa che mi fa soffrire.
Ecco il ricordo, il tuo ricordo
divenuto realtà di tutti i giorni, padre,
come tutti i giorni venivi a trovare
tua figlia, madre già, ma
sempre figlia.
Era un sostegno per me
la tua presenza.
Tornavo a casa dal lavoro
stanca
e poco dopo arrivavi tu
e con la tua presenza Cristina
rendevi meno faticose
le mie serate.
Solo il sapere che
avrei trovato anche te,
padre,
a casa al mio ritorno
mi faceva sentire
in pace con il mondo.
Ti sedevi accanto alle
mie bimbe e leggevi loro
la storia di Heidi, del Nonno
e di Nebbia.
Raccontavi
storie immaginarie,
ascoltavi i loro discorsi,
le facevi ridere, cantare, giocare.
Eri loro nonno, una presenza sicura
e il mio cuore era
pieno di gioia per
l’amore che riempiva
tutta la mia casa.
Hai recuperato in quei tempi
tanti vuoti della mia infanzia
e ho conosciuto veramente
cosa voleva dire
avere “un padre”.
Ma poi, c’è anche
un poi….
Ci siamo persi per un po’, sì,
ma anche ritrovati,
ritrovati ancora come prima
a parlare, cantare assieme,
ridere, giocare e anche
a piangere, papà.
Papi, anche se ora non sei più
su questa terra piena di dolori,
ti sento vicino ed ogni sera
vieni ancora a trovarmi
ed io conto su di te come allora,
sul tuo sostegno e sul tuo amore
di padre
nelle sofferenze della
vita più grandi
di me, sapessi papà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Io in braccio al mio

papà e mia sorella

 

Al Padre

Salvatore Quasimodo

Dove sull'acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da tre giorni, è dicembre d'uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele disseccate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei giochi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.

La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.

Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po' più in là dell'odio e dell'invidia.
Quel rosso sul tuo capo era una mitria,
una corona con le ali d'aquila.
E ora nell'aquila dei tuoi novant'anni
ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d'Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo - difficile affinità
di pensieri - per dirti, e non ci ascoltano solo
cicale del Biviere, agavi lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
<<Baciamu li mani>>. Questo, non altro.
Oscuramente forte è la vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

mitria

 
 

 

 

UN PADRE SCOMODO

Anna Maria Cardillo

Sei stato un padre scomodo di molto:

uno di quelli che ti porti dietro

per tutti gli anni della vita tua,

uno di quelli che nessun'amica

invidiato t’ha mai...

 

Dicevi tu, stringendo la mia mano,

che mai si è stanchi e avanti si cammina,

che nello specchio a testa alta

basta guardarsi ogni mattina,

che pianger mai si deve

e che la vita con forza va strappata

e a pezzi, se è salata, va inghiottita.

 

Tutto ciò che dicevi

me l’hai lasciato dentro, pesante eredità,

come le mille sere buie

insieme a te sui libri di latino.

 

Prima vengono gli altri e poi te stessa,

lavora per il pane e ignora la ricchezza,

ama chi ti sta accanto e chi è lontano,

la terra dove vivi e l’aria che respiri

e fai dell’onestà il solo tuo vestito

da sciacquare ogni sera

con l’acqua del giardino.

 

Dicevi.. e la tua voce dura

ancor risuona dentro queste stanze:

sei stato un padre scomodo davvero

se ai figli miei ripeto le stesse tue parole;

se adesso, a sessant’anni,

ancora non riesco ad ammainar le vele

e a dirmi in quello specchio:

< faccio come mi pare

e solo al mio piacere

voglio lasciarmi andare >.

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

SE TU
Fiorella Cappelli

 

Se tu fossi qui

non farei più caso

a quel tuo sguardo scuro

e non mi preoccuperei più

di quei profondi solchi, sulla tua fronte

 

Se tu fossi qui

nasconderei la mia nella tua mano

a cercare protezione

e non mi lamenterei

della durezza dei tuoi calli

 

Se tu fossi qui…

ti bacerei sulle guance

incurante della tua barba pungente

ma non ho un’altra possibilità…

se non la speranza

che questa mia preghiera

mi porti, in una carezza d’aria…

ancora una volta, la tua carezza, padre.

 

Fiorella Cappelli 

Dal Libro “Padrone il Vento” © Copyright

 

 
 

In tutti i miei giorni - (a mio padre)

Eufemia Griffo

Solo pochi anni

spensierati quei giorni

ero bambina.

 

E tu padre mio amato

vegliavi sul mio cuore.

 

Tempo che fugge

trascinando ricordi

ora  dove sei?

 

Cerco nella memoria

il profumo dei  baci.

 

Ricordi sparsi

negli album di seta blu

frammenti eterni.

 

Scorro mille  pagine

ma tu non sei più con me.

 

Padre, oh padre, fratello, amico,
la tua impronta nel fiume riconosco,
padre, fratello, amico.
Guardami, ora che puoi,
l'usignolo d'aprile canta ancora
alle tenere gemme,
ma il mio cuore non è più cuore padre,
e quell'inverno è ancora dolore.
La morte è morte, e tu,
per non amarci ancora,
al domino hai aggiunto il nome.
Eccola, prendila,
il vento non l'ha ancora asciugata,
per amore, solo per amore, padre.

(Giuseppe Ziccardi - giugno 2010)

 
LETTERA AL PADRE - Reno Bromuro

Sei solo un uomo,

un piccolo uomo

che guardo da lontano.

Padre

se anche non fossi mio padre

ugualmente ti amerei per te

stesso.

 

Se mi tornassi questa sera accanto

troverei per te un pianto da bambino

e gli occhi s’aprirebbero al sorriso.

Ricordo le lontane stagioni

quando detestavo la tua immagine

perché mi prendeva la libertà:

i cinque minuti per sentirmi io.

Non capivo che mi proteggevi

da una vita a volte dura

da giorni ingannevoli e beffardi.

 

Con gli anni ho imparato ad amarti

e ho sofferto molto per capire.

Ho combattuto con l’immaturità

e i limiti del mio carattere

per riuscire a sentire cosa sei

veramente per me: due occhi puri

e un cuore immenso che sa donare;

ma non lo capivo e non facevi

niente perché lo comprendessi.

 

Ora sono in bilico sul primo gradino

della vita e aspetto che qualcuno,

forse tu, Padre mio, se ne accorga.

Non mi hai accompagnato fin qui

ma forse, papà, un pezzo di strada

lo possiamo ancora fare insieme.

Padre

se per una volta mi avessi

stretto le mani nelle tue

l’Universo intero, così grande

ci avrebbe visti insieme.

La storia già scritta ha lacerato

tutti i sogni nostri e li ha impressi

sul tuo volto stanco. Adesso

che non ci appartengono più

posso toccarli.

 

Ascoltiamo insieme la melodia

del silenzio. Facciamola nostra,

ora, questa Pace; ma ora, subito,

che domani potrebbe essere tardi.

 

(da «Il tempo della vita» edizioni NonSoloParole 2003)

 
Dolce impossibile sogno. - Umberta Ortelli

Il nostro giardino incantato

quante volte l’ho sognato.

Rincorrerci noi due

tenendoci per mano,

tu vestito da marinaretto

io azzurro confetto.

 

Gli allegri giochi,

di fantasie e balocchi,

facevano sorridere

i nostri occhi.

 

La tua lucida frangetta

ondeggiava nella corsa,

sul mio naso ricadeva

il fiocco rosa.

 

Dal tuo violino

per me usciva

una dolce melodia.

Seduta dirimpetto

ti osservavo

ripiegato sull’archetto,

senza andar via.

 

Palpitava

il mio cuoricino,

sommessa  sussurravo

arrossendo nel visino,

fra una  nota in " fa "

 ed un accordo in " là  " :

" Come vorrei fossi tu,

 un giorno,

il mio caro Papà! "

 

Se fossimo stati

insieme

nel celeste limbo,

prima di venir quaggiù,

io bimba,

tu bimbo.

 
CE STEVE NA VOTA…

Luciano Somma

Comme vurria tenè nu pate viecchio

Che s’allisciasse spisso ‘a barba janca

Mirannese penzanno dint’’o specchio

Cu’ n’ombra ‘e luce ‘int’ all’uocchie stanche…

 

Murette ch’ero ancora piccerillo

‘e isso m’arricordo poco o niente

Si avesse avuto pacchere o nu strillo

Mo nun me sentarria accussì pezzente.

 

E se trascina, e songo mo tant’anne,

stu desiderio d’’o sentì vicino

‘nzieme ‘e penziere mieje ca se ne vanno

Cercanno, cuntrariate, a nu destino

 

Nu pate vecchio cu’ na barba janca

Cu’’e piccerille, a vvierno, attuorno, a rrota,

cuntà felice, ma cu’’a voce stanca,

dint’’o silenzio: <Ce steve na vota…>

 

Pubblicato su DIMANE

Ed.Degli Artisti-Napoli

1977

 

Festa del Papà

La Festa del Papà ricorre il 19 Marzo in concomitanza con la Festa di San Giuseppe, che nella tradizione popolare oltre a proteggere i poveri, gli orfani e le ragazze nubili, in virtù della sua professione, è anche il protettore dei falegnami, che da sempre sono i principali promotori della sua festa.
Pare che l'usanza ci pervenga dagli Stati Uniti e fu celebrata la prima volta intorno ai primi anni del 1900, quando una giovane donna decise di dedicare un giorno speciale a suo padre.
Agli inizi la festa del papà ricorreva nel mese di giugno, in corrispondenza del compleanno del Signor Smart alla quale fu dedicata, poi solamente quando giunse anche in Italia si decise che sarebbe stato più adatta festeggiarla il giorno della Festa di San Giuseppe.
In principio nacque come festa nazionale, ma in seguito è stata abrogata anche se continua ad essere un'occasione per le famiglie, e sopratutto per i bambini, di festeggiare i loro amati padri. La festa del 19 marzo è caratterizzata inoltre da due tipiche manifestazioni, che si ritrovano un po' in tutte le regioni d'Italia: i falò e le zeppole. Poiché la celebrazione di San Giuseppe coincide con la fine dell'inverno, si è sovrapposta ai riti di purificazione agraria, effettuati nel passato pagano.
In quest'occasione, infatti, si bruciano i residui del raccolto sui campi, ed enormi cataste di legna vengono accese ai margini delle piazze. Quando il fuoco sta per spegnersi, alcuni lo scavalcano con grandi salti, e le vecchiette, mentre filano, intonano inni per San Giuseppe. Questi riti sono accompagnati dalla preparazione delle zeppole, le famose frittelle, che pur variando nella ricetta da regione a regione, sono il piatto tipico di questa festa.

 
IO COME TE.

Dario De Lucia

Quello che tu sei io vorrei essere,

il mio orgoglio, il mio vanto,

il traguardo da tagliare nella corsa della vita.

 

Fermezza, dolcezza quante cose tu,

sei la mia ombra anche di notte.

 

Come vorrei guardarmi allo specchio e veder riflessa la tua immagine.

Grande come un oceano, io la nave che ti percorrerà,

per scoprire poi le tue profondità.

 

Domatore dei miei problemi,

ti guardo per imparare,

ladro imprendibile di un bottino inestimabile,

la tua saggezza.

 

Hai graffiato la mia anima,

perché io possa ricordarti per sempre,

vento profumato che guiderebbe un cieco in un campo di fiori.

 

Guerriero di ogni tempo,

vincitore di ogni battaglia di vita,

il tempo mi porta il conto dei miei giorni,

e leggendolo capisco di aver capito te.

Se lo stesso tempo mi darà ragione io ti somiglierò.

 

Quello che tu sei io vorrei essere,

quello che tu hai fatto io vorrei fare.

 
A papà…

Mauro Montacchiesi

A papà, ma tt’aricordi via d’ ‘a Lungara?

Sarvoggnuno nun ce sèmo mai entrati, ma sèmo Romani listesso,

eccome!!! Via d’ ‘a Scala, ‘ndo’ ch’aveva ‘a bottega

Otello, er barbiere!? Ammazzelo! Me tajjava sempre!

D’artronne, pe’ ddà da maggnà a ssette fijji,

quarche ccosa doveva puro da fa! Ma pproprio co’ ‘a capoccia mia?

Se cce stava ‘n ppo’ ppiù attento, ch’aveva meno fijji

e ttajjava meno capocce!!!

E a’ l’ angolo de Ponte Sisto, ce stava Tullio, er fioraro!!!

Era sempre ppiù ‘mbriaco lui che Gasperino er Carbonaro!

Ma cc’era da capillo: ‘na mojje meggera e ccinque

fijje femmine ppiù meggere d’ ‘a madre!

A Piazza Trilussa ce stava Romoletto, er carzolaro!

E ppuro lui, quante scarpe ha dovuto da riparà!

Nun ch’aveva ‘na famijja, ma ‘na pipinara!!!

A ‘a Lungaretta ch’ abbitava Duilio, er facocchio!

Lui pe’ mmaggnà, ortre che a riparà li caretti,

quasi come Romoletto, doveva da chiodà puro li zoccoli de li cavalli!!!

A’ ‘a Renella, ‘nvece, ce stava casa tua, quello che restava de casa tua!

Ch’avevi sempre ‘n groppo ar còre quanno ce passamio,

e cc’era da capitte, perché ‘a Renella era, è, er còre de Roma,

co’ tutti li ricordi,  de quann’eri regazzino!

‘ggni vvorta che cce passamio, te veniveno li lucciconi

e tte mettevi a cantà:

-Casetta de Trastevere, casa de mamma mia.

Tu mme te porti via la vita appresso a tte…

E tt’aricordi quanno annavi a Ripa, a ffatte er bbaggno!?

Provece adesso!

Tempo fa, so’ salito a la finestra de Tosca e mme s’è stretto er còre!

Ma ttornamo a li ricordi…

E camminanno camminanno, vicolo der Ppiede,

co’ ‘a bottega de Settimio, er carettiere,

e vicolo der Cinque, co’ a bottega de Ottavio, er callararo!

E finarmente arivamio a Santa Maria ‘n Trestevere, a l’osteria de Quinto!

E’ llì cch’è nnato er granne amore tra mme e ‘r vino de li Castelli!

D’artronne, ero l’unico regazzino! Che dovevo da fa!?

Tra mezzi litri e pallette, sgranocchianno brusculini,

a’ ‘a fine ero ‘mbriaco puro io!

Pòra mamma, quanno tornamio!

Oggi, ar posto de l’ osteria de Quinto, ce sta ‘n ristorante de lusso!

Sarà ppuro bello, ma quer prefumo de quer tempo, nu’ ‘o sento ppiù!!!

Vicino ce stava ‘a casa de ‘a Sora Orga!

Ancora m’aricordo, quanno a’ ‘e cinque der pomeriggio,

da ‘a finestra calava er canestrello, ch’ er fornaretto j’ariempiva

cor pane appena fatto!

Ppiù avanti c’ereno Viale der Rre, come ‘a chiamavi tu,

oggi Viale Trastevere, e piazza Belli, ma quella nun era zzona nostra.

Llì eravàmio ospiti! Nun cerco scuse, nun cerco alibbi,

er vvino de li Castelli me piace: era destino!

A papà, er còre mio nun te scorderà mmai! Eri ‘n “Tresteverino” vero!!!

Ariposa ‘n pace, a papà !!!

 
A MIO PADRE

Salvatore Armando Santoro

                       Ecco,

                       le mie mani

                       si tendono

                       a stringere la tua mano,

                       callosa, rude,

                       del color della terra

                       che per anni hai zappato.

                       Le tue spalle, curve,

                       sorreggono una testa

                       ormai senza pensieri.

           Guardo

           le tue rughe profonde,

           solchi tracciati

           dall'aratro del tempo,

           i tuoi occhi,

           appena visibili

           tra le palpebre socchiuse,

           il tuo sorriso,

           debole e stanco

           colorato dai tuoi denti

           bianchissimi.

                       Sento una pesante coltre

                       di disperata dolcezza

                       avvolgersi sul mio corpo,

                       mentre stringo la tua mano

                       simile a dura scorza

                       d'albero di ulivo.

                       Appena, appena

                       accenni ad una carezza

                       sul mio volto lontano.

                       I miei sentimenti

                       turbinano nel profondo

                       d'un animo

                       non più avvezzo

                       ad ascoltare le tue sfuriate.

           Sento attorno a me

           suonare i campanelli

           d'una infanzia perduta:

           Quel pane di mais e grano

           ha un sapore ancora fragrante

           anche se offerto in un nido

           troppo povero e spoglio.

Ma ormai e' tardi !

Inutilmente

cerco nei cassetti vuoti

immagini di una realtà

che il tempo ha già cancellato.

 

PIANO DI LIMINA

EDERA AMARA

Salvatore Armando Santoro

Fuori dal petto,

fuori dal cuore.

Un pensiero ricorrente,

un immagine d’una località

mai visitata,

un ricordo, d’una notte lontana,

mai represso.

 

Tutti conserviamo

qualcosa nel cuore:

di un soggiorno o una gita

ricordiamo il paesaggio,

un campanile,

un castello diroccato.

Ma della fatica altrui

cosa rimane?

Un’immagine sbiadita

d’una nottata infernale,

persa nel buio della memoria,

in una stanza

scarsamente illuminata,

e un uomo distrutto dalla sua fatica,

sfinito dalla disperazione.

Il fiato grosso,

la voce quasi spenta,

il corpo fradicio di fango e di sudore,

le membra affrante,

gli occhi stravolti e spenti,

la mente assente.

 

Questo rimane nel mio cuor

di te: Piano di Limina.

Non gioie per un pranzo

allegramente consumato,

ne canti per una gita mai effettuata,

neppure foto a ricordo

d’una località mai visitata.

Ma il dolore di mio padre

e l’immagine vinta

della sua fatica.

Sentire: “Figlio mio!”

Mai, mai l’ascoltai;

udire, appena in un sussurro lieve,

lieve per non  svegliarmi,

un vezzo dolce su una culla

che dondola pian piano

al rosolante chiarore di un lumino

sperso nel buio di un casolare antico,

anch’esso smarrito

tra le pieghe d’una memoria stanca.

 

“Figlio mio!”, sentir solo una volta,

ricordare un pensiero,

una carezza,

un pianto greve sul mio corpo infermo,

un canto lontan di ninna-nanna

che piano si smorza

mentre m’addormento.

 

Quante volte sognai d’avere un padre,

le cui premure restassero nel cuore

da custodir come reliquia sacra

e poter dire, davanti a un cimitero,

padre t’amai

ed il tuo amore è qui nella mia mente.

 

Invece conservo solo le ombre amare

di giorni sepolti da non ricordare,

che rimuovo insieme al mio rimpianto

di non poterti, padre, amare tanto.

Piano di Limina è una località tra Cinquefrondi e Mammola in provincia di Reggio Calabria, dove mio padre, che ha fatto il cantoniere provinciale a Polistena fino al 1948, si recò in una nottataccia di tempesta a rimuovere una frana caduta sulla strada.
 

IL PADRE

‘O PATE

Vincenzo Cerasuolo

La mamma è l’angelo della casa:

sistema ed aggiusta ogni angolo ed ogni cosa.

Il padre?!… e a che serve?

…solo a lavorare.

 

L’amore di mamma è fatto di tenerezza:

abbraccia ed accarezza sempre il figlio.

Il padre?!… e a che serve?

…il suo amore è sempre nascosto.

 

La mamma soppesa ogni soldo ed ogni lira,

fa bene i conti e li fa sempre quadrare.

Il padre?!… e a che serve?

…solo a portaglieli.

 

La mamma cura il figlio in ogni momento,

pronta a dargli le medicine occorrenti.

Il padre?!… e a che serve?

…che importa se lo si sveglia di notte per comprarle.

 

La mamma accontenta sempre il figlio,

e gli regala tutto il meglio.

Il padre?!… e a che serve?

…è sempre serio e grida per tirarlo su bene.

 

Se muore il padre, ognuno dice:

“meno male, ha ancora LA MAMMA”.

Se muore la mamma, sai che dicono?

“povero figlio, che pena fa!”

 

Il padre?!… forse non serve…

Ma com’è dolce dire: PAPÁ!

’A mamma è ll’angelo d’ ’a casa:

acconcia e smove ogne angulo e ogne cosa;

’o pate?!... embè, a che serve?

…surtanto a faticà’.

 

Ll’ammore ’e mamma è fatto ’e tennerezza:

abbraccia semp’ ’o figlio e ll’accarezza;

’o pate?!... embè, a che serve?

…ll’ammore sujo semp’annascosto sta.

 

’A mamma spacca ’o sordo e spacca ’a lira:

fa buon’ ’e cunte e semp’ ’e ffa quadrà’;

’o pate?!... embè, a che serve?

…surtanto a nc’ ’e purtà’.

 

’A mamma cura ’o figlio ogne mumento,

pronta cu ’e mmedecine pe’ nc’ ’e dda’;

’o pate?!... embè, a che serve?

…che ffa si ’o sceta ’a notte p’ ’e ’ccattà’.

 

’A mamma ’o figlio sempe ll’accuntenta

e lle riala ’o mmeglio ca ce sta;

’o pate?!... embè, a che serve?

sta sempe serio e allucca p’ ’o ’mparà’.

 

Si more ’o pate tutt’ ’a gente dice:

“Menu male, tene ancora a mmammà”;

si more ’o pate, saje che dice?:

“Povero figlio, quanto me fa piatà”.

 

’O pate, forze nun serve,

ma comm’è ddoce a ddicere: “PAPÁ!”

 

Una foglia mossa dal vento

“ Mio Papino”

Paola Durantini

Una foglia mossa dal vento…

posata sull’acqua.

Tremola…

scossa

da una leggera brezza mattutina

preludio

forse di pioggia e temporale.

La foglia galleggia

verde e pulita .

Volteggia su se stessa

leggera

impalpabile

sottile

come la trama della seta.

Eppure così forte

ferma

e sempre galleggiante sulle acque

ora statiche

ora mosse dal vento

che soffia sempre più forte

fino a farla girare più volte su se stessa.

Alzare

per poi farla ricadere

non appena il vento è cessato

sull’acqua sempre verde

tranquilla

pulita

leggera

galleggiante

come una nave

arrivata in porto dopo la tempesta.

Così ti rammento Padre mio.

Sempre pronto

a darti fino in fondo

per i tuoi affetti.

Quant’anni so’ passati … ” mio papino”…

eppuro nun me pare che un momento…

tu nun ce crederai... ma io te sento

come si  fossi ancora a me vicino.

 

Me pare de vedette che cammini…

o che sali de casa li scalini

co’ quer tuo passo lento… un po’ assopito

de ‘na cràtura che nun ha dormito.

 

Te vedo mentre stretta la manina

carezzi li capelli a me… bambina…

M’infonnevi fiducia e la speranza

che la vita fosse come ‘na gran danza

fatta solo de feste e de bellezze

e che pe’ me ce fossero carezze….

 

Sortanto cose belle… escrusi li dolori…

perché ce stavi te... che li scacciavi fòri.

Così co’ ‘sto bagajo de ricchezze

te ne sei annàto... lassànnome certezze…

E certo… io  lo so… restamo sempre inzième…

perché nun  stai più qui… ma m’hai donato er bene.

 

 
Marco Pellacani: Padre

Padre,

grande uomo,

che tutto già  conosci.

Forte e fiera è la tua mano,

mia sicurezza,

e mio desiderio

per l’uomo che esser vorrei,

quando tu solo,

riesci a sorridere dei miei guai,

e mi chiedi:

“Come stai?”

Padre,

io mi ritrovo

sempre bambino

dinnanzi a te,

fra le tue amorevoli braccia

e mi sento sereno!

Padre,

il tuo sguardo rassicura il

mio cammino,

stammi vicino!

 

Lettera su mio Padre

Racconto di Eufemia Griffo

 

Cara M....,
ripenso a quel giorno in cui mi scrivesti di tuo papà: ero a scuola e rimasi freddata. Non riuscivo a crederci, anche se dalle tue ultime lettere, avevo colto la sofferenza; perdonami la presunzione, ma solo chi ha vissuto sulla sua pelle la morte di un padre o di una madre, può comprendere pienamente.
Io avevo venti anni e oggi come ieri, ho potuto ripensare a quei giorni, e non li cancello. Non posso e non voglio, poiché essi fanno parte di me e della mia storia di donna, di quello che sono oggi. Dei miei errori e dei miei ricordi. Soprattutto i ricordi, che non dobbiamo cancellare, anche se fanno male, anche se ci perseguitano nelle notti senza sogni.
Mio padre era del 1929 e ha fatto la guerra. Era una persona che ha sofferto molto, segnato da episodi che andava raccontandoci, insieme a mia nonna, nelle caldi notti d’estate. Eravamo piccole e io e mia sorella, ascoltavamo i loro racconti. Mio padre era figlio della guerra e non poteva che essere come l’ho conosciuto io. Avevo paura di lui, lo temevo, ma lui stravedeva per me. Ricordo solo una volta che mi mollò un ceffone, una sola volta in tanti anni. Non molti, solo venti a dire il vero. Lui morì l’anno in cui io conobbi l'uomo che avrei sposato. Vivemmo insieme l’agonia della sua morte, della sua malattia che lo finì in un anno esatto. Ricordo un episodio con rammarico: il suo ultimo compleanno. Io non c’ero perché uscii con R. e lui mi lasciò andare, pur sapendo che quella era la sua ultima torta di compleanno. Ho delle foto di quel giorno, 16 Settembre 1988. L’anno dopo stava morendo e non mangiò la torta, non spense le candeline e ci guardava con una malinconia negli occhi, pieno di veleno nel corpo, quasi irriconoscibile.
Io non vedevo l’ora che morisse. Non potevo vederlo in quelle condizioni e odiavo quel puzzo di medicine, che a volte ancora sento nel naso  e nel cuore. Non l’ho dimenticato. Il giorno in cui morì, c’ero solo io con lui, accanto al suo letto. Fu una scena orribile. ricordo solo che appoggiai l’orecchio sul suo cuore e mi resi conto che non batteva più. Mio padre se ne era andato per sempre.
Il giorno dopo lo sognai, lo vidi nella stessa stanza dove era morto e mi sorrideva. Quando mi svegliai ero convinta che non fosse un sogno, era troppo nitida la sensazione che lui fosse stato con me. Sorrideva, questo lo ricordo bene.
Negli anni a venire, l’ho sognato solo in occasione della mia separazione da R. Mia nonna in quegli anni mi veniva sempre in sogno e mi aiutava di continuo. Un giorno le dissi di non aiutarmi più e che era ora che io mi assumessi in pieno le mie responsabilità. Era Novembre 2006. Il mese dopo mi separai. Mio padre lo sognai qualche mese dopo, mi ricordo che mi sosteneva nel sogno e che mi sorrideva. Mi sembrava felice di rivedermi nascere.
Era un uomo di altri tempi e in questi anni, pensando a lui, mi sono resa conto della sua forza, di come era, delle sue sfumature. L’ho amato? Non abbastanza, forse perché lo temevo o forse non so.
Quando morì ero confusa ed allo stesso tempo sollevata. La mia vita era così cambiata che non trovavo nemmeno la forza di rialzarmi a volte; in casa si viveva del mio stipendio, la pensione ce la diedero dopo molto tempo. Andai ad elemosinare all’università l’assegno per il sostegno allo studio e benché fossi fuori termine per la richiesta, me lo concessero. Andava tutto a rotoli e soffrivo come un cane.
Non sapevo nemmeno io quanti anni avessi più. Venti anni e tutto d’un colpo cresciuta! C’era con me R. in quegli anni. Ci amavamo immensamente: avevamo il mondo in mano, un mondo d’amore e senza di lui, non so davvero come avrei potuto proseguire.
A volte mi guardo indietro e rivedo un’altra me stessa, una ragazza di venti anni, con tanti problemi ,  mia madre dilaniata dal dolore, mia sorella poco più che adolescente.
Ma diamine! Avevo l’amore! Che mi faceva vivere e andare avanti e superare tutto. Il dolore spazzato via dall’amore.
Poi negli anni si è perso anche quello. Sai quante volte piango per quell’amore che non ho più? Per la mia giovinezza, spazzata via da incomprensioni, cattive parole, odio?
Ho perso tutto insieme a quell’amore, benché negli anni, io lo abbia ritrovato, in mio figlio soprattutto. L'amore per lui è incommensurabile e mi fa andare avanti anche quando tutto sembra volgere al termine e sono tanti, tantissimi i giorni senza luce.
Due mesi fa circa, era una sera, ripensai al giorno in cui mio padre fu seppellito. Non ho mai ripensato molto a quell’episodio squallido. Accetto la morte, fa parte della vita, ma non vorrei mai più vedere quello che ho visto.
Ho scritto un racconto, che ti riporto a parte. Non so come sia uscito, mistero della scrittura.
E’ nata l’esigenza di mettere per iscritto quel ricordo preciso. Era là da venti anni, che forse pretendeva di rivedere la luce. Ho fatto bene e metterlo su carta: mi sono sentita meglio.
Oggi voglio bene a mio padre, lo amo molto più di quanto lo abbia amato in vita; penso a lui a come sarebbe ora: morì molto giovane, aveva 59 anni.
Non ha mai nemmeno visto mio figlio. So solo che lui da qualche parte c’è ancora, sono certa che nessuno di noi scompare per sempre. Lo so perché nei sogni l’ho rincontrato e l’ho visto sereno: lui, mia nonna, mio zio. Ho visto tante persone che ho amato e che ora non ci sono più.
Fanno parte di me e saranno sempre con me e nella memoria che di loro conservo.
I ricordi mi accompagneranno per sempre, fin quando vivrò.

"Ultimi fiori d'autunno"

C’era un sole caldo quel pomeriggio d’Autunno ed un silenzio irreale, rotto solo dal tonfo della terra che cadeva dalla ruspa.
Era strano, in quel momento, stringere tra le mani un libro di canzoni, che parlavano d’amore e di vita, là ove la vita se ne era andata via per sempre.
Una giovane donna, dal volto triste e malin
conico, guardava la folla dei presenti, raccolti intorno alla brulla terra, che avrebbe accolto l’ultimo viaggio di quell’uomo.
Mestamente la folla dei presenti, si era radunata intorno ad una donna, che piangeva sommessamente, a volto basso, soffocando le lacrime che le rigavano il volto.
Poi se ne erano andati via via tutti, e su quel pezzo di terra arida, erano rimaste solo ghirlande di fiori, a colorare di speranza un luogo ove la gioia era da sempre stata bandita.
Una giovane donna, attese quel momento con una sorta di liberazione e guardandosi intorno, vide che non era rimasto nessun altro, al di fuori dell’uomo che le stava accanto e che le teneva un braccio sulla spalla. Nessuno dei due parlava.
La donna si flesse e raccolse una margherita bianca che spuntava dal mucchio dei fiori di campo, che formavano una piccola corona, con sopra incisi due nomi, il suo e quello dell’uomo che amava.
L’alzò verso l’alto e la guardò attraverso la pallida luce del sole d’Ottobre, quasi a volere cogliere il gioco d’ombre che la rendeva così viva e meravigliosa, in quel luogo di dolore.
D’un tratto aprì il libro che stringeva tra le mani e ripose la margherita tra le pagine, con cura e dolcezza; prese a scorrerlo, finché non si fermò e con decisione, strappò un foglio. Lo lesse avidamente, come a voler imprimere per l’ultima volta nella memoria di quel momento, le parole che vi erano stampate, e subito dopo lo fece scivolare dalle mani.
Con cura lo adagiò sui fiori, che sistemò come se fossero un mantello, e ricoprì il foglio strappato. Poi prese una manciata di terra e la fece scorrere, lentamente, come se fosse sabbia del mare, dal palmo delle mani. Era certa che le parole che erano impresse su quella pagina, avrebbero raggiunto suo padre, sussurrandogli l’amore che per tanti anni, non aveva avuto il coraggio di manifestargli, raccontandogli di lei, dei pochi anni che erano stati insieme e dei ricordi che a lui la legavano.
L’uomo che le stava accanto, l’abbracciò e la condusse lontano dalle ombre che malinconicamente, prendevano il posto dei colori del giorno.
Nella mente, custode di ricordi, erano rimaste solo parole d’amore, d’una canzone scritta tanti anni prima e scivolate via insieme agli ultimi fiori d’autunno.


~ A Mio padre, ovunque egli sia ~

Ogni uomo può essere padre, ma deve essere una persona speciale per essere papà. Giorgio Manfrin

E mi ritrovo qui a parlare di te ignorando il perché,
Una vita passata
cercandoti senza mai sentirmi a casa,
Ti ho sentito, papà,
negli occhi dei saggi, nelle parole dei profeti,
nell'indifferenza della gente, nella ricchezza degli umili,
nell'estro degli artisti, all'alba d'inverno, nelle profondità del mare.
Ti ho trovato papà,
Solo adesso che sono diventato padre a mia volta,
solo adesso comprendo quel vuoto che vi è in me di te,
altro non è che il contenitore dell amore che, colmo, posso ora, versarle.
Perché nessun cielo sarà mai più bello e luminoso, per volare, del cielo di chi ha nere ali tarpate.
Né delicato soffio sarà mai più atteso di chi ha rosso, un aquilone mai usato.
Ti ho trovato papà,
ma non voglio disturbarti ora che, volto alla luce, sereno tra le infinite e perpetue onde della corrente, sei mare.
È un semplice arrivederci.

Giulio Pintus

Auguri a chi è papà e a chi si sente padre. A quelli che hanno figli e a quelli che li vorrebbero. A quelli che hanno capito che esseri padri non è solo una questione di sangue ma un atto d'amore. Auguri a quei papà che hanno una famiglia ma anche un cuore grande per poter accogliere i figli degli uomini che padri non sanno e non vogliono essere. Raffaella Berardi

Auguri a te,
che il sabato eri ad aspettarmi all'uscita da scuola,
che hai pedalato al mio fianco in quelle lontane domeniche di "targhe alterne",
che mi hai accompagnato al lavoro in vespa, sotto la pioggia e sotto la neve, prima di andare in ufficio,
che mi hai sorriso e rimesso al volante, appena mezzora dopo il mio primo incidente,
che mi hai aiutato a rialzarmi, ogni volta che la vita mi aveva chiuso all'angolo.
Auguri a te,
che mi hai cresciuto, "nei vecchi valori di una volta", insegnandomi l'onestà e la correttezza, perché la vita bisogna guardarla negli occhi,
a te, che mi hai aspettato sveglio, dietro le tende della finestra in cucina con la luce accesa, la prima volta che a vent'anni, mi hai permesso di rientrare alle due di notte, ed io avevo tardato,
a te, che ora sei un arcobaleno di ricordi.
Quel tuo ultimo sguardo ha raggiunto il mio cuore come una carezza, mi ha lacerato dentro,
seminando un dolore che rimarrà indelebile sulla mia pelle.
In quel luogo, in quell'istante, ho seminato una parte della mia anima.
Continuerò a camminare lungo il sentiero della vita con te al mio fianco, nel cuore e nell'anima, e, per sempre, mi mancherai.
Auguri papà.  Paola Ferrari

Papà

Non so perchè mi ribellavo ogni volta che aprivi bocca....

Non so perchè ti evitavo ogni volta che venivi con la tua agenda colma di poesie da leggere...

Non so perchè non riuscivo a scambiare con te due parole...

Non so perchè ti vedevo severo e mi sentivo così piccolo...

Ma so che hai dedicato l'intera tua esistenza alla tua famiglia...

Ma so che la tua ambizione mi ha insegnato a guardare sempre in alto e mi ha consentito di vivere bene...

Ma So che mi hai insegnato come dare ai miei figli un presente agiato e un futuro pieno di speranza...

Ma So che hai rinunciato a tutto per dare a noi un futuro migliore del tuo presente...

Ma ricordo i miei rimpianti quando ci hai lasciati senza che tu abbia potuto vivere per intero i risultati dei tuoi insegnamenti.

Ti voglio bene papà e non ti dimenticherò mai fino a quando avrò dato il mio ultimo respiro.

A te voglio dedicare quanto di buono ho saputo fare perchè tu, mi hai insegnato a vivere...

ciao Santino Gattuso

Quando ho avuto bisogno tu ci sei sempre stato, grazie Papà ti voglio bene

Ti sei privato di tutto
Per non privare noi di niente
Insostituibile, unico e importante sostegno
Di sicurezza nella mia vita di adolescente.
Ti voglio bene Papà
e te ne vorrò per sempre.

Rocco Fierro

Sono foglia del tuo albero
con radici
che scendono profonde nella terra

In te ho trovato sicurezza, forza
e la dolcezza, appena sotto
quella corteccia ruvida, a nascondere
la tenerezza immensa

Il tuo sorriso... gemme e fiori
larghi nel sole caldo, appena nato

Ancora oggi sulla mia strada
il tuo nome, di cui sono orgogliosa
e il tuo amore, vittorioso
sul tempo amaro che ti ha portato via.

Concetta Antonelli

 
A MIO PADRE

Luigina Bigon

Tu e mia madre

a guardare in silenzio

lo sconosciuto in ombra,

io a dirvi era un amico

di tanti anni fa, lui a dirsi

in codice numerato

con la grossa moto rossa

a falciare il passato:

la cinquecento ribelle

nascosta dietro le piante,

io ad ingoiare l’assurdo

scenario di una sera buia

dove voi cari morti

riapparite in vita senza

comprimere la mia totalità.

Il silenzio mi appaga

di tutte le verità sepolte

ai confini dello spirito,

la memoria travalica

un presente che abbonda

e tutto si riduce nel mio

profilo in controluce, padre.

 
A MIO PADRE

Giovanni Teresi

Chi sono io, Padre,

se non la mortal carne ed

il palpitante cor animato

da te e dall’adorata Madre!

 

Chi sono io, Padre,

lo spazio immoto, il tempo alacre,

non fa parte di te,

ma … ora inesorabilmente di me.

 

Sangue del mio sangue, eguale!

Anima gentile, immortale!

Tutto m’hai donato,

la vita, gli studi, il fiato.

 

Gli incancellabili tuoi sacrifici,

tutto il tuo amore ho ereditato.

L’amor che sarà il mio fardello;

ché t’ho amato da Padre, da fratello.

 

Chi sono io, Padre,

se non la tua speranza, la tua continuità!

Riposa, o Padre mio, nel nostro cuor,

nella beata celeste felicità.

 
Lasciami

Lucia Griffo

- Foto nel web – dipinto bambina – Renoir  -

Lascia che mi ricordi

tenero sguardo oltre quella porta

voce forte che scompare.

 

Quei giorni sono fermi,

quel tempo è ancora estate.

 

Lasciami urlare,

tornare indietro con il tempo.

 

Sguardo oltre la finestra

pioggia le mie lacrime,

lasciale scorrere, lasciale.

 

Oltre quei giorni, il buio si è fermato:

 ci sei ancora.

 

Carta  da aprire, da stropicciare, da assaporare.

 

Profumo di mostarda.

 

Occhi che sorridono.

 

Sguardi ancora per me.

Lucia Griffo 

Non è un poesia per un Amore qualsiasi, ma l’amore quello vero, quello di una figlia per il proprio padre; quel padre lasciato troppo presto, ma con la scia dei bellissimi giorni, dei ricordi, dei suoni e dei profumi … nei miei pensieri, oggi, come ieri! Non è un caso nemmeno la fotografia scelta…

 

Carezza: a mio padre

Lucia Griffo

La tua mano

sulla mia guancia

prima di dormire

Questo è il ricordo

che voglio avere di te…

 

Lo zoo di como

Miriam Ballerini ©

Decidevi d’improvviso

e si saliva in groppa

al 127. A galoppo libero

sulla via napoleona.

Si andava allo zoo.

A sentire il ruggito forte

della tigre; con quei pinguini

fermi come statuine.

Il pitone ritorto, costretto

in una cassa di vetro

troppo piccola, fino alla fine

dei suoi giorni e di quelli dello zoo.

Prepotente era il mio amore

per le “persone” di muso.

Per questo oggi donna,

son felice che le  gabbie

siano state aperte

e chiuso si è il cancello.

Ora le auto sostano

là dove i miei anni giovani

stavano nella tua mano paterna.

© Miriam Ballerini

Dalla raccolta “L’ultimo petalo” 2011 Serel International
 
 

“Caro padre mio”

Salvatore D’Aprano

Quando la ria Morte ti ha chiamato

senza fare storie tu l’hai seguita,

o caro padre mio, padre adorato

lasciando per sempre la terrena vita.

Poiché tra noi non ci fu un commiato,

oggi ho nel cuore un duplice dolore

che può capirlo solo un emigrato,

mio vecchio, amato e dolce genitore.

Sovente nei miei sogni tu m’appari

al sito del Torraccio o all’Ausente

mentre cammini tra i lunghi filari,

tra le tue piante, curvo e sorridente.

Tu che solevi alzarti sempre presto

solerte e infaticabile lavoratore,

eri diventato un chirurgo dell’ innesto

e da tutti eri chiamato “Il professore”.

Io son sicuro che il buon Signore

ti ha atteso al cancello col sorriso

e ti ha subito concesso l’alto onore

d’aver cura della Sua vigna in paradiso.

 
 

“Verrò”

Salvatore D’Aprano

Verrò, o caro padre mio,

in un meriggio assolato

nel silente eremo ove tu riposi

per accendere un cero

sotto la tua lapide e cambiare

i fiori oramai avvizziti.

Verrò per raccogliermi davanti

alla tua tomba e discorrere con te,

da padre a figlio,

perché ho ancora bisogno

del saggio tuo consiglio.

Per farmi perdonare

qualche dispiacere che,

senza volerlo, ti ho arrecato,

verrò per rimembrare il passato.

Per confidarti

le mie tristezze e pene,

verrò poiché ho il tuo sangue

che scorre nelle vene.

E quando anche per me

suonerà l’ora della dipartita

e la truce Signora colpirà

il mio debole cuore col suo maglio,

dirò addio alla terrena vita

cessando l’oneroso mio travaglio.

E come solevi fare quand’ero bambino

prenderai dolcemente la mia mano

e accompagnerai al cospetto del Divino

il tuo ritrovato figlio che viene da lontano.

 
 

A MIO PADRE

Luigina Bigon

   

Tu e mia madre

a guardare in silenzio

lo sconosciuto in ombra,

io a dirvi era un amico

di tanti anni fa, lui a dirsi

in codice numerato

con la moto rossa

a falciare il passato;

la cinquecento ribelle

nascosta tra le piante,

io ad ingoiare l’assurdo

scenario di una sera buia

dove voi cari morti

riapparite in vita senza

intaccare la mia totalità.

Il silenzio mi appaga

di tutte le verità sepolte

ai confini dello spirito,

la memoria travalica

un presente che abbonda

e tutto si riduce nel mio

profilo in controluce, padre.

 

 

© Luigina Bigon

21 novembre 2009

 
 

POPÀ

Luigina Bigon

   

te gò visto fermo

come ‘na statua

sol pian dele scale

e te go’ basà

coi oci

 

Impetrio ne la carega

te vardavi la tramontana

spanio de ani

e de pensieri

 

Sensa parole te spiavi

cuela tera sconta

piena de domande

 

Me so’ alsà

drio e to’ spale

e anca mi

go’ vardà distante

drio i canpi smarii

e gò visto la to anema

alsarse sora i albari

a volare nel ceo

come na gran velada

 

©Luigina Bigon

24.11.98

Nel dialetto padovano, la l  chiusa tra due vocali va pronunciata come e. Es. volada= vo-eà-da.  La l  preceduta da una consonante si pronuncia normalmente.

 
Aforismi
Papà

Ogni uomo può essere padre. Ci vuole una persona speciale per essere un papà.

Anonimo

Essere un buon padre è come farsi la barba. Non importa quanto sei stato bravo a raderti oggi, devi farlo di nuovo domani.

Reed Markham

Un re, realizzando la sua incompetenza, può delegare o abdicare alle sue funzioni. Un padre non può fare nulla di tutto questo. Se solo i figli potessero vedere il paradosso, avrebbero capito il dilemma.

Anonimo

Credo che si diventi quel che nostro padre ci ha insegnato nei tempi morti, mentre non si preoccupava di educarci. Ci si forma su scarti di saggezza.

Umberto Eco

Per tenere un bambino in braccio ti basta solo l’amore, per allevarlo ti serve molto di più, per essere suo padre, ti deve dare qualcosa anche Dio.

Elis Râpeanu

A volte penso che mio padre sia una fisarmonica. Quando lui mi guarda e sorride e respira, sento le note.

Markus Zusak

Tutti i papà hanno il loro fischio speciale, il loro richiamo speciale. Il loro modo di bussare Il loro modo di camminare. Il loro marchio sulla nostra vita. Crediamo di dimenticarcene, ma poi, nel buio, sentiamo un trillare di note e il nostro cuore si sente sollevato. E abbiamo di nuovo cinque anni: stiamo aspettando di udire i passi di papà sulla ghiaia del vialetto.

Pam Brown

Chi è in grado di essere un buon figlio sarà un buon padre.

Anonimo

Non riesco a considerare nessuna necessità nell’infanzia tanto forte come la necessità di protezione del padre.

Sigmund Freud

Mio padre mi ha fatto il più bel regalo che qualcuno poteva fare a un’altra persona: ha creduto in me.

Jim Valvano

Padre, se anche tu non fossi il mio

padre, se anche fossi a me estraneo,

per te stesso egualmente t’amerei

Camillo Sbarbaro

Una madre nasce contemporaneamente a suo figlio. Un padre a volte aspetta degli anni prima di nascere

Fabrizio Caramagna

Quando un uomo si rende conto che forse suo padre aveva ragione, solitamente ha già un figlio che pensa che lui si stia sbagliando.

Charles Wadsworth

I genitori sono oggi più preoccupati di farsi amare dai loro figli che di educarli, più ansiosi di proteggerli che di sopportarne i conflitti. Il che vale a maggior ragione per i padri.

Anonimo

Quando avevo circa vent’anni, chiesi a mio padre:” Quando hai cominciato a sentirti come un adulto”. La sua risposta: “Mai”.

Shannon Celebi

Sai quali sono i cattivi padri? Quelli che hanno dimenticato gli errori della loro giovinezza.

Denis Diderot

Mi comparvero allora tutti i padri del mondo quando, prendendo i bambini tra le braccia, li sollevano più in altro della propria testa e sussurrano: andrai più lontano di me.

Antonio Infantino

Il vero padre è colui che apre il cammino con la sua parola, non colui che ti trattiene nella rete del suo rancore.

Christian Bobin

Avevo la mano della forma giusta per contenere quella di Francesco. Adesso Francesco è cresciuto e le sue mani hanno la forma del mondo.

Orporick, Twitter

Non è la carne e il sangue, ma il cuore che ci rende padri e figli.

Friedrich Schiller

Quando avevo 14 anni, mio padre era tanto ignorante che mi dava fastidio averlo attorno. Ma quando ebbi 21 anni, mi sorprese vedere quanto lui aveva imparato.

Mark Twain

Per quanto severo che sia un padre nel giudicare suo figlio, non sarà mai tanto severo come un figlio che giudica il padre.

Enrique Jardiel Poncela

I figli hanno sempre un desiderio ribelle di essere delusi da ciò che ha affascinato i loro padri.

Aldous Huxley

Oggi è la festa del papà. A 10 anni lo vedi come l’uomo più forte del mondo. A 20 pensi che non capisca nulla, con lui non sei d’accordo su niente. A 30 cominci a pensare che forse sei tu a non capire un cavolo. A 40, quando anche tu sei un papà vai a trovarlo perché qualcosa di utile e interessante te la dice sempre. A 50 ogni volta che lo vedi e pensi agli anni passati viene una dolce malinconia dei momenti passati insieme. Ora vorrei fargli gli auguri perché è la sua festa ma non c’è più.

Davide Cassani

Vi ricordate in “Million Dollar Baby” il rapporto tra il vecchio pugile-allenatore e la figlia “adottiva” Maggie Fitzgerald, destinata a diventare campionessa? Era una delle più struggenti parabole della paternità del nostro tempo: sul valore di ciò che si trasmette alle giovani generazioni, sulla ricerca di un equilibrio tra eccessiva paura e troppo coraggio

Stefano Di Paolo

Un padre è sufficiente a governare un centinaio di figli, ma un centinaio di figli non riescono a governare un padre.

George Herbert

Sul prato guardavano i loro figli

Giocare fin quando era troppo buio per vedere,

Come i loro padri li hanno guardati un tempo,

Come mio padre un tempo mi ha guardato.

Edmund Blunden

Ho voluto realizzare questa pagina perchè vivo con sofferenza, a causa di un grande senso di responsabilità che mi sovraccarica di problemi, questo difficile compito di fare il padre, ma lo vivo col cuore e spero che con questa pagina riesco a dare a qualche Papà lo spunto per avvicinarsi ai figli e a qualche figlio lo spunto per avvicinarsi ai genitori ciao a tutte/i Santino Gattuso

Le orme che lasciano sulla spiaggia, presto o tardi saranno ripercorse dal bambino...con il suo cucciolo...