La scelta di iniziare con questa
poesia di Luciano la pagina dedicata ai padri...non è casuale!
E' una poesia triste, stimola verso una profonda
riflessione sulla vita quotidiana di ciascuno di noi!
Solo pochi riescono a cogliere l'importanza della
presenza del padre ... prima del fatal sospiro. Questa poesia
stimola chi può ancora godere della presenza di un padre a cogliere
di lui, finchè può, gli aspetti migliori pensando, con grande
tolleranza, che nessuno è perfetto.
Solo la perdita di una persona cara ci aiuta a
capire quanto era importante nella nostra vita.
Io credo che chiunque riuscirà a fare di questa
poesia, una guida per la propria vita, prima o poi capirà quanto
deve essere grato a Luciano per averlo fatto riflettere in
tempo.
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso, egualmente t'amerei.
Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
che la prima viola sull'opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.
E di quell'altra volta mi ricordo
che la sorella, mia piccola ancora,
per la casa inseguivi minacciando.
(la caparbia avea fatto non so che)
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura, ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia e, tutta spaventata,
tu vacillante l'attiravi al petto
e con carezze dentro le tue braccia
avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo ch'era il tu di prima.
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.
Padre -
Dedicata al mio caro Papà
Giovanna Nigris - Natale 2004
Quando si avvicina l’ora
del crepuscolo, padre,
mi pare ancora di sentire suonare
alla mia porta.
Sei tu, caro papà,
come allora che
ogni giorno, verso sera,
vieni a trovarmi e
mi chiedi della
mia giornata, di quanto
mi è accaduto, dei miei
problemi di donna,
di madre e del lavoro.
Ascolti in silenzio,
ma i tuoi occhi parlano,
sono allegri e sorridenti
se qualcosa di positivo mi è accaduto
e tristi e seri se percepisci o sai di
qualcosa che non va,
di qualcosa che mi fa soffrire.
Ecco il ricordo, il tuo ricordo
divenuto realtà di tutti i giorni, padre,
come tutti i giorni venivi a trovare
tua figlia, madre già, ma
sempre figlia.
Era un sostegno per me
la tua presenza.
Tornavo a casa dal lavoro
stanca
e poco dopo arrivavi tu
Io in braccio al mio
e con la tua presenza papà e mia sorella Cristina
rendevi meno faticose
le mie serate.
Solo il sapere che
avrei trovato anche te,
padre,
a casa al mio ritorno
mi faceva sentire
in pace con il mondo.
Ti sedevi accanto alle
mie bimbe e leggevi loro
la storia di Heidi, del Nonno
e di Nebbia.
Raccontavi
storie immaginarie,
ascoltavi i loro discorsi,
le facevi ridere, cantare, giocare.
Eri loro nonno, una presenza sicura
e il mio cuore era
pieno di gioia per
l’amore che riempiva
tutta la mia casa.
Hai recuperato in quei tempi
tanti vuoti della mia infanzia
e ho conosciuto veramente
cosa voleva dire
avere “un padre”.
Ma poi, c’è anche
un poi….
Ci siamo persi per un po’, sì,
ma anche ritrovati,
ritrovati ancora come prima
a parlare, cantare assieme,
ridere, giocare e anche
a piangere, papà.
Papi, anche se ora non sei più
su questa terra piena di dolori,
ti sento vicino ed ogni sera
vieni ancora a trovarmi
ed io conto su di te come allora,
sul tuo sostegno e sul tuo amore
di padre
nelle sofferenze della
vita più grandi
di me, sapessi papà.
Al Padre
Salvatore Quasimodo
Dove sull'acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da tre giorni, è dicembre d'uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele disseccate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei giochi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.
La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.
Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
mitria
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po' più in là dell'odio e dell'invidia.
Quel rosso sul tuo capo era una mitria,
una corona con le ali d'aquila.
E ora nell'aquila dei tuoi novant'anni
ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d'Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo - difficile affinità
di pensieri - per dirti, e non ci ascoltano solo
cicale del Biviere, agavi lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
<<Baciamu li mani>>. Questo, non altro.
Oscuramente forte è la vita.
In tutti i miei giorni -
(a mio padre)
Eufemia Griffo
Solo
pochi anni
spensierati quei giorni
ero
bambina.
E tu
padre mio amato
vegliavi sul mio cuore.
Tempo che fugge
trascinando ricordi
ora
dove sei?
Cerco nella memoria
il
profumo dei baci.
Ricordi sparsi
negli album di seta blu
frammenti eterni.
Scorro mille pagine
ma
tu non sei più con me.
Padre, oh padre, fratello, amico,
la tua impronta nel fiume riconosco,
padre, fratello, amico.
Guardami, ora che puoi,
l'usignolo d'aprile canta ancora
alle tenere gemme,
ma il mio cuore non è più cuore padre,
e quell'inverno è ancora dolore.
La morte è morte, e tu,
per non amarci ancora,
al domino hai aggiunto il nome.
Eccola, prendila,
il vento non l'ha ancora asciugata,
per amore, solo per amore, padre.
(Giuseppe Ziccardi - giugno 2010)
LETTERA AL PADRE - Reno Bromuro
Sei solo un uomo,
un piccolo uomo
che guardo di lontano.
Padre
se anche non fossi mio padre
ugualmente ti amerei per te
stesso.
Se mi tornassi questa sera accanto
troverei per te un pianto da bambino
e gli occhi s’aprirebbero al sorriso.
Ricordo le lontane stagioni
quando detestavo la tua immagine
perché mi prendeva la libertà:
i cinque minuti per sentirmi io.
Non capivo che mi proteggevi
da una vita a volte dura
da giorni ingannevoli e beffardi.
Con gli anni ho imparato ad amarti
e ho sofferto molto per capire.
Ho combattuto con l’immaturità
e i limiti del mio carattere
per riuscire a sentire cosa sei
veramente per me: due occhi puri
e un cuore immenso che sa donare;
ma non lo capivo e non facevi
niente perché lo comprendessi.
Ora sono in bilico sul primo gradino
della vita e aspetto che qualcuno,
forse tu, Padre mio, se ne accorga.
Non mi hai accompagnato fin qui
ma forse, papà, un pezzo di strada
lo possiamo ancora fare insieme.
Padre
se per una volta mi avessi
stretto le mani nelle tue
l’Universo intero, così grande
ci avrebbe visti insieme.
La storia già scritta ha lacerato
tutti i sogni nostri e li ha impressi
sul tuo volto stanco. Adesso
che non ci appartengono più
posso toccarli.
Ascoltiamo insieme la melodia
del silenzio. Facciamola nostra,
ora, questa Pace; ma ora, subito,
che domani potrebbe essere tardi.
(da «Il tempo della vita» edizioni NonSoloParole
2003)
Dolce impossibile sogno. - Umberta Ortelli
Il nostro giardino incantato
quante volte l’ho sognato.
Rincorrerci noi due
tenendoci per mano,
tu vestito da marinaretto
io azzurro confetto.
Gli allegri giochi,
di fantasie e balocchi,
facevano sorridere
i nostri occhi.
La tua lucida frangetta
ondeggiava nella corsa,
sul mio naso ricadeva
il fiocco rosa.
Dal tuo violino
per me usciva
una dolce melodia.
Seduta dirimpetto
ti osservavo
ripiegato sull’archetto,
senza andar via.
Palpitava
il mio cuoricino,
sommessa sussurravo
arrossendo nel visino,
fra una nota in " fa "
ed un accordo in " là " :
" Come vorrei fossi tu,
un giorno,
il mio caro Papà! "
Se fossimo stati
insieme
nel celeste limbo,
prima di venir quaggiù,
io bimba,
tu bimbo.
CE STEVE NA VOTA…
Luciano Somma
Comme
vurria tenè nu pate viecchio
Che
s’allisciasse spisso ‘a barba janca
Mirannese penzanno dint’’o specchio
Cu’
n’ombra ‘e luce ‘int’ all’uocchie stanche…
Murette ch’ero ancora piccerillo
‘e
isso m’arricordo poco o niente
Si
avesse avuto pacchere o nu strillo
Mo nun
me sentarria accussì pezzente.
E se
trascina, e songo mo tant’anne,
stu
desiderio d’’o sentì vicino
‘nzieme ‘e penziere mieje ca se ne vanno
Cercanno, cuntrariate, a nu destino
Nu
pate vecchio cu’ na barba janca
Cu’’e
piccerille, a vvierno, attuorno, a rrota,
cuntà
felice, ma cu’’a voce stanca,
dint’’o
silenzio: <Ce steve na vota…>
Pubblicato su DIMANE
Ed.Degli Artisti-Napoli
1977
Festa del Papà
La
Festa del Papà
ricorre il 19 Marzo in concomitanza con la Festa di San Giuseppe,
che nella tradizione popolare oltre a proteggere i poveri, gli
orfani e le ragazze nubili, in virtù della sua professione, è anche
il protettore dei falegnami, che da sempre sono i principali
promotori della sua festa.
Pare che l'usanza ci pervenga dagli Stati Uniti e fu celebrata la
prima volta intorno ai primi anni del 1900, quando una giovane donna
decise di dedicare un giorno speciale a suo padre.
Agli inizi la festa del papà ricorreva nel mese di giugno, in
corrispondenza del compleanno del Signor Smart alla quale fu
dedicata, poi solamente quando giunse anche in Italia si decise che
sarebbe stato più adatta festeggiarla il giorno della Festa di San
Giuseppe.
In principio nacque come festa nazionale, ma in seguito è stata
abrogata anche se continua ad essere un'occasione per le famiglie, e
sopratutto per i bambini, di festeggiare i loro amati padri. La
festa del 19 marzo è caratterizzata inoltre da due tipiche
manifestazioni, che si ritrovano un po' in tutte le regioni
d'Italia: i falò e le zeppole. Poiché la celebrazione di San
Giuseppe coincide con la fine dell'inverno, si è sovrapposta ai riti
di purificazione agraria, effettuati nel passato pagano.
In quest'occasione, infatti, si bruciano i residui del raccolto sui
campi, ed enormi cataste di legna vengono accese ai margini delle
piazze. Quando il fuoco sta per spegnersi, alcuni lo scavalcano con
grandi salti, e le vecchiette, mentre filano, intonano inni per San
Giuseppe. Questi riti sono accompagnati dalla preparazione delle
zeppole, le famose frittelle, che pur variando nella ricetta da
regione a regione, sono il piatto tipico di questa festa.
IO COME TE.
Dario De Lucia
Quello
che tu sei io vorrei essere,
il mio
orgoglio, il mio vanto,
il
traguardo da tagliare nella corsa della vita.
Fermezza, dolcezza quante cose tu,
sei la
mia ombra anche di notte.
Come
vorrei guardarmi allo specchio e veder riflessa la tua immagine.
Grande
come un oceano, io la nave che ti percorrerà,
per
scoprire poi le tue profondità.
Domatore dei miei problemi,
ti
guardo per imparare,
ladro
imprendibile di un bottino inestimabile,
la tua
saggezza.
Hai
graffiato la mia anima,
perché
io possa ricordarti per sempre,
vento
profumato che guiderebbe un cieco in un campo di fiori.
Guerriero di ogni tempo,
vincitore di ogni battaglia di vita,
il
tempo mi porta il conto dei miei giorni,
e
leggendolo capisco di aver capito te.
Se lo
stesso tempo mi darà ragione io ti somiglierò.
Quello
che tu sei io vorrei essere,
quello
che tu hai fatto io vorrei fare.
A papà…
Mauro
Montacchiesi
A papà, ma tt’aricordi via d’ ‘a Lungara?
Sarvoggnuno nun ce sèmo mai entrati, ma
sèmo Romani listesso,
eccome!!! Via d’ ‘a Scala, ‘ndo’
ch’aveva ‘a bottega
Otello, er barbiere!? Ammazzelo! Me
tajjava sempre!
D’artronne, pe’ ddà da maggnà a ssette
fijji,
quarche ccosa doveva puro da fa! Ma
pproprio co’ ‘a capoccia mia?
Se cce stava ‘n ppo’ ppiù attento,
ch’aveva meno fijji
e ttajjava meno capocce!!!
E a’ l’ angolo de Ponte Sisto, ce stava
Tullio, er fioraro!!!
Era sempre ppiù ‘mbriaco lui che
Gasperino er Carbonaro!
Ma cc’era da capillo: ‘na mojje meggera
e ccinque
fijje femmine ppiù meggere d’ ‘a madre!
A Piazza Trilussa ce stava Romoletto, er
carzolaro!
E ppuro lui, quante scarpe ha dovuto da
riparà!
Nun ch’aveva ‘na famijja, ma ‘na
pipinara!!!
A ‘a Lungaretta ch’ abbitava Duilio, er
facocchio!
Lui pe’ mmaggnà, ortre che a riparà li
caretti,
quasi come Romoletto, doveva da chiodà
puro li zoccoli de li cavalli!!!
A’ ‘a Renella, ‘nvece, ce stava casa
tua, quello che restava de casa tua!
Ch’avevi sempre ‘n groppo ar còre quanno
ce passamio,
e cc’era da capitte, perché ‘a Renella
era, è, er còre de Roma,
co’ tutti li ricordi, de quann’eri
regazzino!
‘ggni vvorta che cce passamio, te
veniveno li lucciconi
e tte mettevi a cantà:
-Casetta de Trastevere, casa de mamma
mia.
Tu mme te porti via la vita appresso a
tte…
E tt’aricordi quanno annavi a Ripa, a
ffatte er bbaggno!?
Provece adesso!
Tempo fa, so’ salito a la finestra de
Tosca e mme s’è stretto er còre!
Ma ttornamo a li ricordi…
E camminanno camminanno, vicolo der
Ppiede,
co’ ‘a bottega de Settimio, er
carettiere,
e vicolo der Cinque, co’ a bottega de
Ottavio, er callararo!
E finarmente arivamio a Santa Maria ‘n
Trestevere, a l’osteria de Quinto!
E’ llì cch’è nnato er granne amore tra
mme e ‘r vino de li Castelli!
D’artronne, ero l’unico regazzino! Che
dovevo da fa!?
Tra mezzi litri e pallette,
sgranocchianno brusculini,
a’ ‘a fine ero ‘mbriaco puro io!
Pòra mamma, quanno tornamio!
Oggi, ar posto de l’ osteria de Quinto,
ce sta ‘n ristorante de lusso!
Sarà ppuro bello, ma quer prefumo de
quer tempo, nu’ ‘o sento ppiù!!!
Vicino ce stava ‘a casa de ‘a Sora Orga!
Ancora m’aricordo, quanno a’ ‘e cinque
der pomeriggio,
da ‘a finestra calava er canestrello,
ch’ er fornaretto j’ariempiva
cor pane appena fatto!
Ppiù avanti c’ereno Viale
der Rre, come ‘a chiamavi tu,
oggi Viale Trastevere, e piazza Belli,
ma quella nun era zzona nostra.
Llì eravàmio ospiti! Nun cerco scuse,
nun cerco alibbi,
er vvino de li Castelli me piace: era
destino!
A papà, er còre mio nun te scorderà mmai!
Eri ‘n “Tresteverino” vero!!!
Ariposa ‘n pace, a papà !!!
A MIO PADRE
Salvatore Armando Santoro
Ecco,
le mie mani
si tendono
a
stringere la tua mano,
callosa, rude,
del color della terra
che per anni hai zappato.
Le tue spalle, curve,
sorreggono una testa
ormai senza pensieri.
Guardo
le tue rughe
profonde,
solchi
tracciati
dall'aratro
del tempo,
i tuoi occhi,
appena
visibili
tra le
palpebre socchiuse,
il tuo
sorriso,
debole e
stanco
colorato dai
tuoi denti
bianchissimi.
Sento una pesante coltre
di disperata dolcezza
avvolgersi sul mio corpo,
mentre stringo la tua mano
simile a dura scorza
d'albero di ulivo.
Appena, appena
accenni ad una carezza
sul mio volto lontano.
I
miei sentimenti
turbinano nel profondo
d'un animo
non più avvezzo
ad ascoltare le tue sfuriate.
Sento attorno
a me
suonare i
campanelli
d'una
infanzia perduta:
Quel pane di
mais e grano
ha un sapore
ancora fragrante
anche se
offerto in un nido
troppo povero
e spoglio.
Ma ormai e' tardi !
Inutilmente
cerco nei cassetti vuoti
immagini di una realtà
che il tempo ha già
cancellato.
PIANO DI LIMINA
EDERA AMARA
Salvatore Armando Santoro
Fuori dal petto,
fuori dal cuore.
Un pensiero ricorrente,
un immagine d’una località
mai visitata,
un ricordo, d’una notte lontana,
mai represso.
Tutti conserviamo
qualcosa nel cuore:
di un soggiorno o una gita
ricordiamo il paesaggio,
un campanile,
un castello diroccato.
Ma della fatica altrui
cosa rimane?
Un’immagine sbiadita
d’una nottata infernale,
persa nel buio della memoria,
in una stanza
scarsamente illuminata,
e un uomo distrutto dalla sua fatica,
sfinito dalla disperazione.
Il fiato grosso,
la voce quasi spenta,
il corpo fradicio di fango e di sudore,
le membra affrante,
gli occhi stravolti e spenti,
la mente assente.
Questo rimane nel mio cuor
di te: Piano di Limina.
Non gioie per un pranzo
allegramente consumato,
ne canti per una gita mai effettuata,
neppure foto a ricordo
d’una località mai visitata.
Ma il dolore di mio padre
e l’immagine vinta
della sua fatica.
Sentire: “Figlio mio!”
Mai, mai l’ascoltai;
udire, appena in un sussurro lieve,
lieve per non svegliarmi,
un vezzo dolce su una culla
che dondola pian piano
al rosolante chiarore di un lumino
sperso nel buio di un casolare antico,
anch’esso smarrito
tra le pieghe d’una memoria stanca.
“Figlio mio!”, sentir solo una volta,
ricordare un pensiero,
una carezza,
un pianto greve sul mio corpo infermo,
un canto lontan di ninna-nanna
che piano si smorza
mentre m’addormento.
Quante volte sognai d’avere un padre,
le cui premure restassero nel cuore
da custodir come reliquia sacra
e poter dire, davanti a un cimitero,
padre t’amai
ed il tuo amore è qui nella mia mente.
Invece conservo solo le ombre amare
di giorni sepolti da non ricordare,
che rimuovo insieme al mio rimpianto
di non poterti, padre, amare tanto.
Piano di Limina è una località tra Cinquefrondi e Mammola in
provincia di Reggio Calabria, dove mio padre, che ha fatto il
cantoniere provinciale a Polistena fino al 1948, si recò in una
nottataccia di tempesta a rimuovere una frana caduta sulla strada.
IL PADRE
‘O PATE
Vincenzo
Cerasuolo
La mamma è l’angelo
della casa:
sistema ed aggiusta ogni
angolo ed ogni cosa.
Il padre?!… e a che
serve?
…solo a lavorare.
L’amore di mamma è fatto
di tenerezza:
abbraccia ed accarezza
sempre il figlio.
Il padre?!… e a che
serve?
…il suo amore è sempre
nascosto.
La mamma soppesa ogni
soldo ed ogni lira,
fa bene i conti e li fa
sempre quadrare.
Il padre?!… e a che
serve?
…solo a portaglieli.
La mamma cura il figlio
in ogni momento,
pronta a dargli le
medicine occorrenti.
Il padre?!… e a che
serve?
…che importa se lo si
sveglia di notte per comprarle.
La mamma accontenta
sempre il figlio,
e gli regala tutto il
meglio.
Il padre?!… e a che
serve?
…è sempre serio e grida
per tirarlo su bene.
Se muore il padre,
ognuno dice:
“meno male, ha ancora LA
MAMMA”.
Se muore la mamma, sai
che dicono?
“povero figlio, che pena
fa!”
Il padre?!… forse non
serve…
Ma com’è dolce dire:
PAPÁ!
’A mamma è ll’angelo d’
’a casa:
acconcia e smove ogne
angulo e ogne cosa;
’o pate?!... embè, a che
serve?
…surtanto a faticà’.
Ll’ammore ’e mamma è
fatto ’e tennerezza:
abbraccia semp’ ’o
figlio e ll’accarezza;
’o pate?!... embè, a che
serve?
…ll’ammore sujo semp’annascosto
sta.
’A mamma spacca ’o sordo
e spacca ’a lira:
fa buon’ ’e cunte e semp’
’e ffa quadrà’;
’o pate?!... embè, a che
serve?
…surtanto a nc’ ’e purtà’.
’A mamma cura ’o figlio
ogne mumento,
pronta cu ’e mmedecine
pe’ nc’ ’e dda’;
’o pate?!... embè, a che
serve?
…che ffa si ’o sceta ’a
notte p’ ’e ’ccattà’.
’A mamma ’o figlio sempe
ll’accuntenta
e lle riala ’o mmeglio
ca ce sta;
’o pate?!... embè, a che
serve?
sta sempe serio e
allucca p’ ’o ’mparà’.
Si more ’o pate tutt’ ’a
gente dice:
“Menu male, tene ancora
a mmammà”;
si more ’o pate, saje
che dice?:
“Povero figlio, quanto
me fa piatà”.
’O pate, forze nun
serve,
ma comm’è ddoce a
ddicere: “PAPÁ!”
Una foglia mossa dal vento
“ Mio Papino”
Paola Durantini
Una foglia mossa dal
vento…
posata sull’acqua.
Tremola…
scossa
da una leggera brezza
mattutina
preludio
forse di pioggia e
temporale.
La foglia galleggia
verde e pulita .
Volteggia su se stessa
leggera
impalpabile
sottile
come la trama della
seta.
Eppure così forte
ferma
e sempre galleggiante
sulle acque
ora statiche
ora mosse dal vento
che soffia sempre più
forte
fino a farla girare più
volte su se stessa.
Alzare
per poi farla ricadere
non appena il vento è
cessato
sull’acqua sempre verde
tranquilla
pulita
leggera
galleggiante
come una nave
arrivata in porto dopo
la tempesta.
Così ti rammento Padre
mio.
Sempre pronto
a darti fino in fondo
per i tuoi affetti.
Quant’anni so’ passati …
” mio papino”…
eppuro nun me pare che
un momento…
tu nun ce crederai... ma
io te sento
come si fossi ancora a
me vicino.
Me pare de vedette che
cammini…
o che sali de casa li
scalini
co’ quer tuo passo
lento… un po’ assopito
de ‘na cràtura che nun
ha dormito.
Te vedo mentre stretta
la manina
carezzi li capelli a me…
bambina…
M’infonnevi fiducia e la
speranza
che la vita fosse come
‘na gran danza
fatta solo de feste e de
bellezze
e che pe’ me ce fossero
carezze….
Sortanto cose belle…
escrusi li dolori…
perché ce stavi te...
che li scacciavi fòri.
Così co’ ‘sto bagajo de
ricchezze
te ne sei annàto...
lassànnome certezze…
E certo… io lo so…
restamo sempre inzième…
perché nun stai più
qui… ma m’hai donato er bene.
Marco Pellacani: Padre
Padre,
grande uomo,
che tutto già
conosci.
Forte e fiera è la
tua mano,
mia sicurezza,
e mio desiderio
per l’uomo che esser
vorrei,
quando tu solo,
riesci a sorridere
dei miei guai,
e mi chiedi:
“Come stai?”
Padre,
io mi ritrovo
sempre bambino
dinnanzi a te,
fra le tue amorevoli
braccia
e mi sento sereno!
Padre,
il tuo sguardo
rassicura il
mio cammino,
stammi vicino!
Lettera su mio Padre
Racconto di Eufemia
Griffo
Cara M...., ripenso a quel giorno in cui mi
scrivesti di tuo papà: ero a scuola e rimasi freddata. Non riuscivo
a crederci, anche se dalle tue ultime lettere, avevo colto la
sofferenza; perdonami la presunzione, ma solo chi ha vissuto sulla
sua pelle la morte di un padre o di una madre, può comprendere
pienamente. Io avevo venti anni e oggi come
ieri, ho potuto ripensare a quei giorni, e non li cancello. Non
posso e non voglio, poiché essi fanno parte di me e della mia storia
di donna, di quello che sono oggi. Dei miei errori e dei miei
ricordi. Soprattutto i ricordi, che non dobbiamo cancellare, anche
se fanno male, anche se ci perseguitano nelle notti senza sogni. Mio padre era del 1929 e ha fatto
la guerra. Era una persona che ha sofferto molto, segnato da episodi
che andava raccontandoci, insieme a mia nonna, nelle caldi notti
d’estate. Eravamo piccole e io e mia sorella, ascoltavamo i loro
racconti. Mio padre era figlio della guerra e non poteva che essere
come l’ho conosciuto io. Avevo paura di lui, lo temevo, ma lui
stravedeva per me. Ricordo solo una volta che mi mollò un ceffone,
una sola volta in tanti anni. Non molti, solo venti a dire il vero.
Lui morì l’anno in cui io conobbi l'uomo che avrei sposato. Vivemmo
insieme l’agonia della sua morte, della sua malattia che lo finì in
un anno esatto. Ricordo un episodio con rammarico: il suo ultimo
compleanno. Io non c’ero perché uscii con R. e lui mi lasciò andare,
pur sapendo che quella era la sua ultima torta di compleanno. Ho
delle foto di quel giorno, 16 Settembre 1988. L’anno dopo stava
morendo e non mangiò la torta, non spense le candeline e ci guardava
con una malinconia negli occhi, pieno di veleno nel corpo, quasi
irriconoscibile. Io non vedevo l’ora che morisse.
Non potevo vederlo in quelle condizioni e odiavo quel puzzo di
medicine, che a volte ancora sento nel naso e nel cuore. Non l’ho
dimenticato. Il giorno in cui morì, c’ero solo io con lui, accanto
al suo letto. Fu una scena orribile. ricordo solo che appoggiai
l’orecchio sul suo cuore e mi resi conto che non batteva più. Mio
padre se ne era andato per sempre. Il giorno dopo lo sognai, lo vidi
nella stessa stanza dove era morto e mi sorrideva. Quando mi
svegliai ero convinta che non fosse un sogno, era troppo nitida la
sensazione che lui fosse stato con me. Sorrideva, questo lo ricordo
bene. Negli anni a venire, l’ho sognato
solo in occasione della mia separazione da R. Mia nonna in quegli
anni mi veniva sempre in sogno e mi aiutava di continuo. Un giorno
le dissi di non aiutarmi più e che era ora che io mi assumessi in
pieno le mie responsabilità. Era Novembre 2006. Il mese dopo mi
separai. Mio padre lo sognai qualche mese dopo, mi ricordo che mi
sosteneva nel sogno e che mi sorrideva. Mi sembrava felice di
rivedermi nascere. Era un uomo di altri tempi e in
questi anni, pensando a lui, mi sono resa conto della sua forza, di
come era, delle sue sfumature. L’ho amato? Non abbastanza, forse
perché lo temevo o forse non so. Quando morì ero confusa ed allo
stesso tempo sollevata. La mia vita era così cambiata che non
trovavo nemmeno la forza di rialzarmi a volte; in casa si viveva del
mio stipendio, la pensione ce la diedero dopo molto tempo. Andai ad
elemosinare all’università l’assegno per il sostegno allo studio e
benché fossi fuori termine per la richiesta, me lo concessero.
Andava tutto a rotoli e soffrivo come un cane. Non sapevo nemmeno io quanti anni
avessi più. Venti anni e tutto d’un colpo cresciuta! C’era con me R.
in quegli anni. Ci amavamo immensamente: avevamo il mondo in mano,
un mondo d’amore e senza di lui, non so davvero come avrei potuto
proseguire. A volte mi guardo indietro e rivedo
un’altra me stessa, una ragazza di venti anni, con tanti problemi ,
mia madre dilaniata dal dolore, mia sorella poco più che
adolescente. Ma diamine! Avevo l’amore! Che mi
faceva vivere e andare avanti e superare tutto. Il dolore spazzato
via dall’amore. Poi negli anni si è perso anche
quello. Sai quante volte piango per quell’amore che non ho più? Per
la mia giovinezza, spazzata via da incomprensioni, cattive parole,
odio? Ho perso tutto insieme a
quell’amore, benché negli anni, io lo abbia ritrovato, in mio figlio
soprattutto. L'amore per lui è incommensurabile e mi fa andare
avanti anche quando tutto sembra volgere al termine e sono tanti,
tantissimi i giorni senza luce. Due mesi fa circa, era una sera,
ripensai al giorno in cui mio padre fu seppellito. Non ho mai
ripensato molto a quell’episodio squallido. Accetto la morte, fa
parte della vita, ma non vorrei mai più vedere quello che ho visto. Ho scritto un racconto, che ti
riporto a parte. Non so come sia uscito, mistero della scrittura.
E’ nata l’esigenza di mettere per
iscritto quel ricordo preciso. Era là da venti anni, che forse
pretendeva di rivedere la luce. Ho fatto bene e metterlo su carta:
mi sono sentita meglio. Oggi voglio bene a mio padre, lo
amo molto più di quanto lo abbia amato in vita; penso a lui a come
sarebbe ora: morì molto giovane, aveva 59 anni. Non ha mai nemmeno visto mio
figlio. So solo che lui da qualche parte c’è ancora, sono certa che
nessuno di noi scompare per sempre. Lo so perché nei sogni l’ho
rincontrato e l’ho visto sereno: lui, mia nonna, mio zio. Ho visto
tante persone che ho amato e che ora non ci sono più. Fanno parte di me e saranno sempre
con me e nella memoria che di loro conservo. I ricordi mi accompagneranno per
sempre, fin quando vivrò.
"Ultimi fiori
d'autunno"
C’era un sole
caldo quel pomeriggio d’Autunno ed un silenzio irreale, rotto solo
dal tonfo della terra che cadeva dalla ruspa.
Era strano, in quel momento, stringere tra le mani un libro di
canzoni, che parlavano d’amore e di vita, là ove la vita se ne era
andata via per sempre.
Una giovane donna, dal volto triste e malinconico,
guardava la folla dei presenti, raccolti intorno alla brulla terra,
che avrebbe accolto l’ultimo viaggio di quell’uomo.
Mestamente la folla dei presenti, si era radunata intorno ad una
donna, che piangeva sommessamente, a volto basso, soffocando le
lacrime che le rigavano il volto.
Poi se ne erano andati via via tutti, e su quel pezzo di terra
arida, erano rimaste solo ghirlande di fiori, a colorare di speranza
un luogo ove la gioia era da sempre stata bandita.
Una giovane donna, attese quel momento con una sorta di liberazione
e guardandosi intorno, vide che non era rimasto nessun altro, al di
fuori dell’uomo che le stava accanto e che le teneva un braccio
sulla spalla. Nessuno dei due parlava.
La donna si flesse e raccolse una margherita bianca che spuntava dal
mucchio dei fiori di campo, che formavano una piccola corona, con
sopra incisi due nomi, il suo e quello dell’uomo che amava.
L’alzò verso l’alto e la guardò attraverso la pallida luce del sole
d’Ottobre, quasi a volere cogliere il gioco d’ombre che la rendeva
così viva e meravigliosa, in quel luogo di dolore.
D’un tratto aprì il libro che stringeva tra le mani e ripose la
margherita tra le pagine, con cura e dolcezza; prese a scorrerlo,
finché non si fermò e con decisione, strappò un foglio. Lo lesse
avidamente, come a voler imprimere per l’ultima volta nella memoria
di quel momento, le parole che vi erano stampate, e subito dopo lo
fece scivolare dalle mani.
Con cura lo adagiò sui fiori, che sistemò come se fossero un
mantello, e ricoprì il foglio strappato. Poi prese una manciata di
terra e la fece scorrere, lentamente, come se fosse sabbia del mare,
dal palmo delle mani. Era certa che le parole che erano impresse su
quella pagina, avrebbero raggiunto suo padre, sussurrandogli l’amore
che per tanti anni, non aveva avuto il coraggio di manifestargli,
raccontandogli di lei, dei pochi anni che erano stati insieme e dei
ricordi che a lui la legavano.
L’uomo che le stava accanto, l’abbracciò e la condusse lontano dalle
ombre che malinconicamente, prendevano il posto dei colori del
giorno.
Nella mente, custode di ricordi, erano rimaste solo parole d’amore,
d’una canzone scritta tanti anni prima e scivolate via insieme agli
ultimi fiori d’autunno.