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San Giuseppe
A cura di Angela Magnoni
Te, Joseph, celebrent - INNO - clicca per ascoltarlo
Papa Francesco ha consacrato lo Stato della Cittá del Vaticano a S.Giuseppe e S. Michele Arcangelo

Consacriamo lo Stato Città del Vaticano anche a San Giuseppe,

il custode di Gesù, il custode della Santa Famiglia.

La sua presenza ci renda ancora più forti e coraggiosi

nel fare spazio a Dio nella nostra vita

per vincere sempre il male con il bene.

A Lui chiediamo che ci custodisca, si prenda cura di noi,

perché la vita della Grazia cresca ogni giorno di più in ciascuno di noi.

 

Papa Francesco, 5 luglio 2013

Decreto che stabilisce l’inserzione del nome di San Giuseppe all’interno delle Preghiere Eucaristiche II, III e IV (originale in latino e traduzione fornite dal Vaticano)
 
 
 
 
 
 
 

Leone XIII - Quamquam pluries

Giovanni Paolo II - Redemptoris Custos

Benedetto XV - Bonum sane

Pietà popolare e Liturgia

Domenico Volpi - Giuseppe nel cuore del popolo

Domenico Volpi - Il mese di marzo dedicato a San Giuseppe

Padre Tarcisio Stramare - Il mese del giglio

Perché il mercoledì è il giorno di San Giuseppe

Racconti e testimonianze
                   
Presentazioni in Power point
 
 
Preghiere a San Giuseppe

Audio

Don Mario Carrera, Padre Jalal Yako e Giovanni Donna d'Oldenico su San Giuseppe

San Giuseppe Sposo della Beata Vergine Maria

19 marzo

 

Questa celebrazione ha profonde radici bibliche; Giuseppe è l’ultimo patriarca che riceve le comunicazioni del Signore attraverso l’umile via dei sogni. Come l’antico Giuseppe, è l’uomo giusto e fedele (Mt 1, 19) che Dio ha posto a custode della sua casa. Egli collega Gesù, re messianico, alla discendenza di Davide. Sposo di Maria e padre putativo, guida la Sacra Famiglia nella fuga e nel ritorno dall’Egitto, rifacendo il cammino dell’Esodo. Pio IX lo ha dichiarato patrono della Chiesa universale e Giovanni XXIII ha inserito il suo nome nel Canone romano. (Messale Romano)

 

Patronato:

Padri, Carpentieri, Lavoratori, Moribondi, Economi, Procuratori Legali

 

Etimologia:

Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall'ebraico

 

Emblema:

Giglio

 

Martirologio Romano: Solennità di San Giuseppe, sposo della beata Vergine Maria: uomo giusto, nato dalla stirpe di Davide, fece da padre al Figlio di Dio Gesù Cristo, che volle essere chiamato figlio di Giuseppe ed essergli sottomesso come un figlio al padre. La Chiesa con speciale onore lo venera come patrono, posto dal Signore a custodia della sua famiglia.

 

http://www.santiebeati.it/dettaglio/20200

San Giuseppe Lavoratore

1 maggio

 

Nel Vangelo Gesù è chiamato il figlio del carpentiere. In modo eminente in questa memoria di San Giuseppe si riconosce la dignità del lavoro umano, come dovere e perfezionamento dell’uomo, esercizio benefico del suo dominio sul creato, servizio della comunità, prolungamento dell'opera del Creatore, contributo al piano della salvezza (cfr Conc. Vat. II, “Gaudium et spes”, 34). Pio XII (1955) istituì questa memoria liturgica nel contesto della festa dei lavoratori, universalmente celebrata il 1° maggio. (Messale Romano)

 

Patronato:

Padri, Carpentieri, Lavoratori, Moribondi, Economi, Procuratori Legali

 

Etimologia:

Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall’ebraico

 

 

Martirologio Romano: San Giuseppe lavoratore, che, falegname di Nazareth, provvide con il suo lavoro alle necessità di Maria e Gesù e iniziò il Figlio di Dio al lavoro tra gli uomini. Perciò, nel giorno in cui in molte parti della terra si celebra la festa del lavoro, i lavoratori cristiani lo venerano come esempio e patrono.

 

http://www.santiebeati.it/dettaglio/27050

 

San Giuseppe nella pietà popolare

 

Nella pietà popolare la venerazione di San Giuseppe occupa largo spazio: in numerose espressioni di genuino folklore; nella consuetudine, stabilitasi almeno fino dal secolo XVII, di dedicare il mercoledì al culto di San Giuseppe, consuetudine alla quale si richiamano alcuni pii esercizi come i Sette mercoledì in onore di lui; nelle pie invocazioni che fioriscono sulle labbra dei fedeli; in formule di preghiera, quale quella composta da Papa Leone XIII, Ad te, beate Ioseph, che non pochi fedeli recitano quotidianamente; nelle Litanie di San Giuseppe, approvate da San Pio X; nel pio esercizio della Corona delle Sette angosce e sette allegrezze di San Giuseppe.

 

Direttorio su pietà popolare e liturgia, 222

A San Giuseppe è dedicato anche il mese di marzo.

Direttorio su pietà popolare e liturgia, 223

 

http://www.sanpiodapietrelcina.org/sangiuseppe6.htm

L’annuncio a Giuseppe

 

Non c’è soltanto l’annunciazione a Maria, quella che è narrata in Luca, ma anche un’annunciazione a Giuseppe. Al fiat di Maria corrisponde in Matteo 9 il fiat di Giuseppe.

Non è dunque solo a Maria che viene affidato Gesù, ma a una coppia in cui Giuseppe è chiamato a svolgere un ruolo di grande responsabilità. Questa maggiore evidenza di cui gode Giuseppe nel Vangelo di Matteo non è tale comunque da fare di lui un personaggio dai lineamenti chiaramente definiti. Che sia problematico e sfuggente è alluso anche dal fatto che appare in uno scenario non aperto alla luce del giorno, ma raccolto dentro un'atmosfera di profondo silenzio e di quiete notturna.

Giuseppe dimostra di avere una familiarità non solo con gli aspetti più scoperti della realtà, ma anche con il mondo delle ombre e dei sogni. Potremmo dire che ci sono in lui due dimensioni, una più facile da accertare e 1’altra, invece, pressoché insondabile.

Se le ascendenze fanno di lui un membro della stirpe regale di Davide, in quel piccolo villaggio palestinese è soltanto un carpentiere, uno che esercita un mestiere peraltro non privo di dignità se è vero che, a proposito di qualche problema particolarmente difficile, si diceva: “È una cosa che nessun carpentiere o figlio di carpentiere, per quanto istruito e saggio, potrebbe spiegare”.

Giuseppe ha un lavoro rispettabile e coltiva un progetto in vista del suo avvenire: quello di formare una famiglia con Maria che ama con una tenerezza inesprimibile perché inesprimibile è ai suoi occhi la sua bellezza.

Quando questa unione si realizza, sia pure attraverso un percorso quanto mai travagliato e tormentoso, tocca a Giuseppe, accanto a Maria, provvedere alla crescita e all’educazione di Gesù.

È lui che gli insegna le parole, le preghiere, i segreti del suo mestiere, il valore della fatica, la bellezza di un lavoro ben fatto. Ed è lui che offrendo a Gesù l’immagine di un padre buono, affettuoso, teneramente amabile, lo educa a scoprire a poco a poco l’immagine del Padre celeste.

Giuseppe appartiene alla famiglia di quei piccoli del Vangelo che sono umili e discreti, non occupano molto spazio, si muovono con leggerezza, sono creature che, mentre vivono nell’ombra, esprimono una luce interiore che rende meravigliosa la loro presenza.

Questo rilievo ci introduce nella seconda dimensione della figura di Giuseppe, quella che più è collegata con le regioni del mistero.

A fare da trait d’union tra le due dimensioni c’è nel Vangelo una parola che merita di essere sottolineata: Giuseppe era un uomo giusto. Giuseppe è un giusto, cioè un uomo che custodisce in sé il pensiero di Dio ed esprime una fedeltà incondizionata a Dio. Non che umanamente capisca tutto quello che gli è richiesto, ma è capace di ascoltare e di adorare.

Se Maria accoglie la buona novella nella sua carne, Giuseppe l’accoglie nella sua vita, la quale porta come il riflesso del mistero abbagliante dell’Incarnazione.

Quando si contempla l’Incarnazione, si entra in una sorta di smarrimento emotivo in cui vengono a intrecciarsi incredulità, stupore, gioia e speranza per il fatto che Dio, l’infinitamente lontano, ponga la sua dimora dentro la carne viva e palpitante di una donna.

Il nome scelto per il bambino che deve nascere (“Tu lo chiamerai Gesù”) vuol dire: “Il Signore salva”.

In Gesù l’infinita distanza di Dio diventa salvezza dentro la trama quotidiana delle nostre fatiche e delle nostre attese. L’eternità viene ad abitare nel tempo. Colui che neppure i Cieli possono contenere pone la sua dimora sulla Terra e sceglie, fra le possibili misure umane, quella della piccolezza.

Questa compresenza in Gesù dell’umano e del divino, della trascendenza celeste e della quotidianità terrestre si rispecchia nella vita di Giuseppe lasciandogli delle stimmate che sono il segno della sua singolare grandezza.

Giuseppe è l’uomo della ferialità delle situazioni e al tempo stesso il grande contemplativo che si fa obbediente allo svelarsi di un progetto che viene da Dio.

È Dio che gli parla. È Dio che gli chiede di camminare come Abramo su sentieri sconosciuti: come potrebbe permettersi di sottrarre a Dio qualcosa di quello che ha ricevuto?

D’altra parte la vicenda che è chiamato a interpretare lo porta non a separarsi dalle consuetudini abituali, ma a incarnarsi con motivazioni nuove dentro la realtà del suo mondo di affetti, di lavoro, di responsabilità familiari e sociali.

Guardare a Giuseppe vuol dire scoprire i lineamenti costitutivi dell’esperienza cristiana con quel discernimento che permette di capire quali siano le scelte più importanti da attuare.

Giuseppe, uomo della notte, del silenzio e dei sogni, è maestro della vita interiore. Come lui bisogna conquistare spazi di silenzio per conoscere più chiaramente quello che Dio vuole da noi.

Ciò che conta ‑ potrebbe dirci Giuseppe ‑ è vivere in comunione con il Signore così da offrirgli ogni giorno la propria vita per vedersela ridonata da lui.

“Bisogna che egli [Gesù] cresca e io diminuisca”, dirà il Battista. Queste parole possono rappresentare anche il motto di Giuseppe. “Gesù cresceva in sapienza, età e grazia” (Lc 2, 52) e lui diminuiva fino a scivolare nell’ombra.

Non una parola sua che sia stata conservata. Ma la sua grandezza è data dal fatto che si è consegnato a Gesù come Gesù si è consegnato ogni giorno al Padre fino al momento della donazione finale: “Nelle tue mani consegno la mia vita”.

Nel mistero dell’Incarnazione Dio discende verso di noi perché noi ci consegniamo a Lui. Giuseppe è entrato con docilità in questo movimento. Qui sta la sua grandezza e la sua esemplarità.

Hanno colmato la sua vita la bottega, il lavoro, la sinagoga, l’affetto di Maria, i pellegrinaggi a Gerusalemme ma soprattutto la Parola di Dio di cui Gesù era per lui un segno piccolo eppure straordinariamente luminoso, come quel piccolo lume che, dall’angolo più umile della casa di Nazaret, offriva il conforto della sua luce agli occhi e al cuore di tutti.

 

Luigi Pozzoli, Dio il grande seduttore, Paoline

La missione di San Giuseppe

 

Più che un personaggio, San Giuseppe è un’ombra che oscura, un’ombra nel grande quadro del mistero dell’Incarnazione. La sua missione è quella di nascondere ed oscurare.

In questo quadro ci sono quattro personaggi tanto splendenti: Dio Padre, Gesù Cristo, lo Spirito Santo, Maria Vergine. San Giuseppe è come l’ombra del quadro. Nei quadri materiali le ombre servono a far risaltare le figure qui, invece, è necessaria un’ombra che temperi lo splendore dei quattro personaggi. Giuseppe solo ha una virtù di oscurare così grande che basta per velarle, per coprirle tutte fino a quando Dio non piacerà manifestarle al mondo. La Vergine è nascosta alla sua ombra; la sua verginità e la sua maternità sono coperte dal velo del suo matrimonio con Giuseppe.

L’uomo-Dio è nascosto in questa oscurità tanto da passare per il “Figlio del falegname” (Mt 13, 55). Gli Apostoli, i Santi, i Martiri hanno la missione di glorificare Gesù Cristo; San Giuseppe invece quella di nascondere Gesù Cristo fino all’ora della sua manifestazione.

Siccome oscurare la gloria divina è maggior miracolo che manifestarla, l’onnipotenza e la sapienza di Dio non si manifestò meno grande in San Giuseppe che in tutti gli altri Santi. San Giuseppe brilla agli occhi di Dio e degli Angeli in ragione della sua oscurità agli occhi degli uomini.

 

San Leonardo Murialdo

Vita... vissuta!

 

La gloria di San Giuseppe nella Chiesa non deve farci dimenticare che la sua vita fu povera, fu dura, fu modestissima, e tuttavia nessuna al tra vita regge al paragone della sua, come vita buona, come vita lieta, diciamo pure come vita perfetta, migliore della quale non se ne può pensare un’altra.

Fu una vita povera. Più povera di quella, non ce n’è un'altra. Falegname, in un piccolo bor­go: soltanto il lavoro, e un magro lavoro. Fu una vita dura. Mancò spesso del necessa­rio, e nella sua vicinanza a misteri così immensi non ebbe poco a soffrire, così come soffriva la Madonna, così come soffriva Gesù. Lo svolgi­ mento dei piani divini non avveniva senza mi­steri, perplessità, angosce, oscurità, difficoltà, persecuzioni, batticuori tremendi, pericoli di morte, fughe, ritorni. A Dio noi non domandiamo che una vita comoda. San Giuseppe aveva Iddio, per così dire, a portata di mano, ed è difficile trovare una vita più dura della sua. Fu una vita modestissima.

Quando a Gesù vollero dare del poveruomo gli dissero che non era poi altro se non “il figlio del falegname”. Non faceva, dunque, molto spicco Giuseppe, né lo faceva la Madonna. I1 mondo non ha visto creature più alte e più grandi; ed ecco invece che figura facevano. Persino la verginità rimaneva velata dal matrimonio. Tutto doveva essere ombra intorno a quella gran luce.

Per povera, modesta, dura che fosse, la vita di San Giuseppe fu una vita buona. È una qualità così rara, che non riusciamo nemmeno ad immaginarcela. Solo Iddio è buono, disse Gesù, e voleva dire che la bontà, anche nell'uomo, è qualità divina.

San Giuseppe condusse una vita tutta buona, ed è già tale una grandezza, che oltrepassa qualsiasi umana grandezza di genio, di potenza, di ricchezza, di bellezza, di gloria.

Fu una vita lieta. Certo, lietissima. La letizia non sta nello stordimento dei piaceri, nelle fanfare della fama, negl'incensi e negli inni delle dignità. La letizia fugge ed esula da tutto codesto. La letizia vera, che nulla al mondo eguaglia e nulla potrà mai vincere, è la compagna indivisibile della bontà.

Fu una vita perfetta. Perfetta come osservanza delle leggi divine, e perfetta molto di più come riuscita, come compimento, come ultimo raggiungimento di tutto sé stesso. Più in là il Santo non poteva andare né desiderare. Quale mai umana creatura ha potuto avere in sorte un destino più grande, e compierlo meglio? Nella povertà, nelle durezze, nel silenzio assoluto, san Giuseppe ha condotto e conchiuso la più perfetta vita che si possa immaginare. A lui non si può trovare né pari né maggiore, esclusione fatta di Gesù e della Madonna.

Quanto la nostra vita guadagnerebbe, se avessimo presente in modo più sensibile San Giuseppe! Nulla ci scoraggerebbe, nessuna condizione umile ci amareggerebbe, nessun lavoro di piccolo conto ci mortificherebbe, nessuna ombra ci farebbe paura, nessuna persecuzione ci interrorirebbe.

La nostra famiglia è povera? Non sarà mai tanto povera quanto quella di Gesù. Il nostro lavoro è oscuro? Più oscuro di quello di Gesù non sarà di certo.

I guai ci stringono? Non ci stringeranno mai tanto quanto strinsero Gesù. La casa di San Giuseppe è un poco la casa dell’anima nostra e la casa di Dio: così casa nostra!

 

Don Giuseppe De Luca

Il padre buono

 

L’uomo Gesù, è diventato grande accanto a un altro calco del Padre buono, il semplice Giuseppe. Certamente lui per primo ha imparato a chiamare papà. Certamente l’ha guardato con ammirazione, con fiducia, da lui ha preso sicurezza e protezione, oltre che gli insegnamenti per guadagnarsi da vivere.

Un papà straordinario che vive la vita di tutti i giorni, fa il falegname, è conosciuto in paese, Nazareth, tanto che suo figlio ha, presso la gente, la sua impronta. È chiamato, infatti; figlio del falegname e, conseguentemente, ne riceve la dignità e i limiti. Da lui ci si aspettano alcune cose e non altre, non ci si aspetta che tenga insegnamenti in sinagoga o che faccia miracoli.

Agli occhi del figlio, certamente, un miracolo è questo stesso padre, con la sua fede altissima.

Il solo fatto che abbia accettato di essergli padre, di avere autorità su di lui, di proteggerlo a partire dal mistero della sua nascita, fa’ della paternità di Giuseppe la più grande lezione vivente del Padre buono.

È proprio questo semplice uomo che introduce il figlio al mistero della paternità.

In che modo quest’uomo, che ha autorità sul figlio di Dio, lo introduce alla sua esperienza straordinaria del Padre buono, al punto che egli, Gesù, nato in Giudea, può svelarne i tratti più intimi a tutti i fratelli sparsi sulla faccia della Terra? In che modo questo papà falegname offre al figlio la stupefacente certezza che è il Padre buono a fondare e guidare ogni paternità? È vero, i Vangeli sono talmente puntati su Gesù Nazareno che la sua famiglia di origine rimane in ombra. Ma ce ne dicono l’essenziale. Perciò, se una donna vedendolo ha potuto gridare: “Beato il seno che ti ha allattato!” (Lc 8 e Mc 3), noi genitori potremmo aggiungere, “Beato il papà cui tu hai obbedito, beata la sua autorità!”.

È questo papà che lo ha messo in contatto con 1’autorità del Padre buono, facendogli respirare l’aria di mistero, accettato, condiviso, buono, datore di senso. Infatti, i pochi tratti che abbiamo di quest’uomo nel Vangelo di Matteo si riferiscono a quattro sogni con altrettante visioni: un Angelo parla e, disegnando il perimetro della sua paternità, ne disegna la direzione

In ciascuno di questi sogni gli è chiesto di prendere con sé la madre (Non temere di prendere con te ... Lc 1, 20) e poi, per tre volte il bambino e sua madre (Mt 2, 13.20.22).

È così che Giuseppe trasmette al bambino che cosa sia la paternità: essa è essenzialmente un prendere con sé. Padre è uno che decide di prendere con sé, cioè di custodire, di assumersi delle responsabilità.      

Anche Gesù prenderà con sé i suoi fino a formarsi un popolo di coloro che chiamano Dio Abbà.

Prendere con sé comporta il mettersi a disposizione. Giuseppe lo sapeva bene. Dopo aver preso con sé Maria, che custodiva un segreto, egli si mette a disposizione per quel bambino che gli chiederà traslochi impensabi­li: e non solo dalla Galilea a Betlemme, luogo dei suoi padri; ma anche da Betlemme all’Egitto e poi dall’Egitto alla Giudea e subi­to dopo, alla Galilea.

Niente male per un falegname che forse aveva pensato di trascorrere la sua vita nei pochi metri quadrati della sua bottega.

E così il bambino a lui affidato, che lo guar­da e impara da lui, è messo di fronte a un'al­tra connotazione della paternità, il trovarsi là dove non ci si aspettava. E il bambino che per­correrà tutte le strade di Israele ad annunciare il Padre buono, da questo padre terreno ha imparato che la paternità ha un aspetto itinerante, non può fermarsi mai. Gli eventi della vita del figlio tirano fuori il padre da tutte le sue barricate, fino a quando non solo è il figlio stesso a guidare il padre, ma anche a prendersene cura, ad accompagnarlo nell'ultimo viag­gio come pensiamo sia accaduto a Giuseppe.

 

M. Zattoni ‑ G. Gillini ‑ La trappola del Padre buono, Ed. Paoline

Grandezza nella modestia

 

Diciannove marzo: Festa di San Giuseppe. Come non ricordarne la figura, ma sotto quale aspetto? Di padre esemplare in questa nostra epoca in cui persino il ruolo di padre è difficile? Di sposo? Di cittadino leale? Di lavoratore e leader dei lavoratori? Di perseguitato politico? Di profugo?

Di uomo giusto e uomo che sa governare? Tanta grandezza, tanta modestia... Apparentemente, nemmeno Gesù, che tanto gli deve, lo nomina al primo posto. Di Giovanni Battista dice: “Fra i nati di donna, lui il più grande”... E Giuseppe sarebbe dopo il Battista? Forse, la grandezza di Giuseppe è tale, che nemmeno Gesù trova parole per catalogarlo, il più grande della serie agli occhi di Dio. Forse Gesù non lo fa, perché lo giudica fuori catalogo, anche nell’ordine soprannaturale, e lo dà scontato per quel che ne dice il Vangelo. Se mentre esaltava il Battista qualcuno avesse chiesto a Gesù: “E Giuseppe di Nazareth dove lo metti?”, avrebbe risposto: “Giuseppe? Quello è un supersanto, un fuoriserie”.

Umilmente dico: Bisognerebbe riparare... Che cosa? L’assegnazione che la Liturgia dà a questo Santo straordinario... Una volta il 19 marzo era festa di precetto, in tutta la Chiesa universale. Poi, in Italia (quando ci prese la fregola di lavorare sodo e produrre, evitando scioperi), insieme ad altre feste, San Giuseppe decadde a feriale...

Certamente, modesto qual è, non se 1’è presa; ma non deve avergli fatto piacere... Il Prefetto dei culti avrebbe dovuto dire ai politici italiani: “No, San Giuseppe non si tocca... E troppo importante, non solo per la Chiesa di cui è Patrono universale, ma anche come esemplare di umanità... Al tempo di Pio XII gli fu assegnato il 1 maggio: Festa di San Giuseppe artigiano... Ma a rimorchio di una festa civile, sindacale... Siccome, anche civilmente, era solennità e giorno non lavorativo, molti andavano in chiesa a venerarlo.

E mai possibile, azzardo a dire io, che questo santissimo e grandissimo uomo, anche per coloro che manovrano il Calendario Sacro, debba raggiungere il seggio che gli spetta alla chetichella, strisciando la spalla al muro? Uno che, tra l’altro, iniziò pacificamente la rivoluzione operaia ed ebbe nella sua bottega, come apprendista, Gesù? In un’epoca come la nostra nella quale la questione operaia è epicentro della vita politica e sociale? Quella bottega di Nazareth proprietà di Giuseppe; che quando il giovane apprendista, l’erede figlio del fabbro, ebbe imparato l’arte del legno, ne chiuse l’esercizio con nostalgia per mettersi a ricostruire l’uomo!

Uomo Giusto, lo definisce il Vangelo; cioè di buon senso; la dote più abbondante tra gli uomini ‑ a giudicare dalla domanda - afferma Cartesio nel discorso sul Metodo ‑; e invece la più scarseggiante (giacché, grande richiesta di più salute, più quattrini, più successo; della merce del buon senso, non c’e richiesta, ritenendo tutti di averne a iosa). Uomo giusto con Dio e con gli uomini.

Sì, quei sogni, quei messaggi angelici... Ma il suo fiuto politico, le sue tempestive intuizioni che gli permettevano di avvertire in anticipo le mosse violente di un Erode geloso di potere; e beffarlo, mettendo in salvo nottetempo il Bambino con la fuga in Egitto! Giuseppe il profugo, potremmo dirlo nel dramma di attualità, invocandone l’aiuto in questi giorni di insicurezza, di scompiglio, di mobilità territoriale: giorni di fuggiaschi...

 

Carlo Cremona

Giuseppe, non temere

 

Le parole dell’Angelo sono degne di grande attenzione: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere”. Sappiamo che l’invito a non temere caratterizza quasi tutte le annunciazioni narrate nella Bibbia. In questo modo il Signore vuole assicurare che il suo aiuto non mancherà, non certo per eliminare le prove, ma per superarle con pazienza e coraggio.

“Non temere” esprime in termini negativi ciò che altrove, con reminiscenze messianiche, viene espresso in termini positivi.

Per esempio, nell’annunzio dell’Angelo a Maria di Nazaret: “Rallegrati, o colmata di grazia, il Signore è con te”.

Ogni matrimonio è motivo di grande trepidazione, talvolta accompagnato da grande incertezza e forse anche da paure. È doveroso perciò fare riferimento alle misteriose, ma reali possibilità della fede cristiana, per la quale Dio è sempre fedele alle sue promesse, segnatamente alle promesse relative al matrimonio e alla famiglia.

L’invito dell’Angelo a Giuseppe prende forma concreta con queste parole: “Non temere di prendere con te Maria tua sposa”.

“Prendere con” è un’espressione che ricorre nei Vangeli, sta ad indicare non il gesto generico di chi prende con trascuratezza, ma un gesto delicato e pieno di cura con il quale il fidanzato accoglie la fidanzata, uno sposo accoglie la sua sposa. Viene spontaneo pensare a questo momento celebrativo nel quale chi accoglie e chi viene accolto si ritrovano insieme davanti al Signore, non solo per promettere fedeltà, ma ancor prima per ringraziare del dono che stanno per ricevere, del dono che sono l’uno per l'altra. Un dono da prendere con estrema delicatezza, con grande trepidazione, direi quasi con venerazione.

 “Destatosi dal sogno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa”. È il gesto con il quale Giuseppe obbedisce alla volontà di Dio e tale obbedienza consiste proprio “nel prendere con sé Maria”.

S’intuisce chiaramente che obbedire a Dio per i coniugi cristiani non significa altro che accogliersi reciprocamente come sposi, aperti al dono di sé nella famiglia.

L’esempio di Giuseppe e Maria è sì singolare in se stresso, ma è anche punto di riferimento per ogni coppia cristiana. Ora lo sposo prende con sé la sposa e la porta a casa; ora la sposa prende con sé lo sposo e va’ ad abitare nella stessa casa. Ma occorre ricordare quello che ha scritto un mistico musulmano: “lo sposo è la casa della sposa e la sposa è la casa dello sposo”.

Solo così la casa dove andrete ad abitare, dove coabiterete, diventerà oggetto dei vostri desideri e méta da voi sempre desiderata, diventerà scuola di vita per voi e per i vostri figli.

 

Carlo Ghidelli, Spiritualità familiare

Facciamo festa

 

Destino veramente singolare di questo Santo e grande Santo: gli toccò quel che di peggio può dare la Terra, quel che di meglio può dare il Cielo.

Non onore né gloria, non danaro, né agiatezza, non potenza né considerazione, non amore terreno né piaceri di nessuna sorte, non un nome celebre, non un mestiere onorato, non una ragione qualsiasi per sentirsi ed essere ritenuto qualcuno, nulla di nulla di ciò che il mondo pregia. Quando vollero canzonare Gesù, non dissero soltanto che era un paesano, e un paesano di Nazaret, dissero che era il figlio del fabbro.

Ed ebbe, invece, da Dio, quel che Iddio non avrebbe affidato mai a nessuno del mondo, né al più potente, né al più ricco, né al più famoso, né al più appassionato, né, in una parola, al più grande degli uomini. Non a Catone, non a Virgilio, non a Cesare, ma a lui Dio affidò il suo Figlio unigenito e duella cosa straordinariamente delicata che era la madre del suo Figlio. A nessuno degli uomini è mai toccata né potrà mai toccare tanta altezza divina e tanta umana umiltà. Di lui a gran ragione possiamo ripetere quel che Dante disse di Maria: “umile e alto più che creatura”.

Noti si può dire che a San Giuseppe si voglia un gran bene. Gli si imbastisce una bella festa, si mangiano dei “bignè” deliziosi, si fanno di amene grullerie. Potrebbe ragionevolmente dirsi che si fa festa più col pretesto di San Giuseppe che non a San Giuseppe. Guai, per un esempio, a pensare che è il Patrono della buona morte; sarebbe di cattivo augurio. Eppure, dobbiamo morire tutti, e la morte buona non è la cosa più facile di questo mondo.

Nessuno pure penserebbe mai che San Giuseppe è il patrono della Chiesa universale e dunque, almeno nella ricorrenza della sua Festa, bisognerebbe ricordarsi in modo particolare le sorti presenti e future della Chiesa di Dio sopra la faccia della Terra, che non sembra siano sorti molto allegre e da non pensarci sopra. Quanti sono i cristiani, che il giorno di San Giuseppe raccomandano al Santo, non dico la Chiesa universale, ma quel tanto di Chiesa che è nel loro paese, col suo campanile e il suo cimitero, con il suo parroco e con i suoi poveri e i suoi malati, con i suoi vecchi e con i suoi ragazzi, con i suoi vivi e con i suoi morti?

Quando si volesse un po’ bene a san Giuseppe, noti ci farebbero tanta paura la povertà e la ritorte. Lavoreremmo al nostro lavoro senza tante ansie di luoghi e di gloria, di promozioni e di fasti. Un pezzo di pane ci sembrerebbe un dono caduto dal Cielo e un bicchier d’acqua ci sembrerebbe la vena della felicità. E quando venisse la sera in cui il Padre ci richiama dal campo per rimeritarci della nostra giornata, piegheremmo il capo come fa l’uccello nella foresta: tra l’indifferenza del mondo universo e fugace, ma al cospetto vigile di Dio.

Come San Giuseppe. Eccetto Maria SS., nessuno è vissuto meglio, nessuno è morto meglio di lui.

 

Don Giuseppe De Luca

Quando hai conosciuto Maria?

 

Dimmi, Giuseppe, quand’è che hai conosciuto Maria? Forse un mattino di primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio con l’anfora sul capo e con la mano sul fianco, snello come lo stelo di un fiordaliso? O forse un giorno di sabato, mentre con le fanciulle di Nazareth conversava in disparte sotto l’arco della sinago­ga? O forse un meriggio d’estate, in un campo di grano, mentre, abbassando gli occhi splendidi per non rivelare il pudore della povertà, si adattava all’umiliante mestiere di spigolatrice?

Quando ti ha ricambiato il sorriso e ti ha sfiorato il capo con la prima carezza, che forse era la sua prima benedizione e tu non lo sapevi; e poi tu la notte hai intriso il cuscino con lacrime di felicità?

Ti scriveva lettere d’amore? Forse sì; e il sorriso, con cui accompagni il cenno degli occhi verso l’armadio delle tinte e delle vernici, mi fa capire che in uno di quei barattoli vuoti, che orinai non si aprono più, ne conservi ancora qualcuna.

Poi una notte, hai preso il coraggio a due mani, sei andato sotto la sua finestra, profumata di basilico e di menta, e le hai cantato sommessamente le strofe del Cantico dei cantici: “Alzati, amica mia, mia bella e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, e se n'è andata. I fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza. Alzati, amica mia, mia bella e vieni! O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave e il tuo viso è leggiadro”.

E la tua amica, la tua bella, la tua colomba si è alzata davvero. È venuta sulla strada, facendoti trasalire. Ti ha preso la mano nella sua e, mentre il cuore ti scoppiava nel petto, ti ha confidato lì, sotto le stelle, un grande segreto. Solo tu, il sognatore, potevi capirla. Ti ha parlato di Jahvé. Di un Angelo del Signore. Di un mistero nascosto nei secoli e ora nascosto nel suo grembo. Di un progetto più grande dell’Universo e più alto del firmamento che vi sovrastava. Poi ti ha chiesto di uscire dalla sua vita, di dirle addio, e di dimenticarla per sempre.

Fu allora che la stringesti per la prima volta al cuore, e le dicesti tremando: “Per te, rinuncio volentieri ai miei piani. Voglio condividere i tuoi, Maria. Purché mi faccia stare con te”.  Lei ti rispose di sì, e tu le sfiorasti il grembo con una carezza: era la tua prima benedizione sulla Chiesa nascente…

E io penso che hai avuto più coraggio tu a condividere il progetto di Maria, di quanto ne abbia avuto Lei a condivi­dere il progetto del Signore. Lei ha puntato tutto sull’onnipotenza del Creatore. Tu hai scommesso tutto sulla fragilità di una crea­tura. Lei ha avuto più fede, ma tu hai avuto più speranza. La carità ha fatto il resto, in te e in Lei.

 

Don Tonino Bello

Parlando di condivisione

 

Caro San Giuseppe, scusami se approfitto della tua ospitalità e, con una audacia al limite della discrezione, mi fermo per una mezz’oretta nella tua bottega di falegname per scambiare quattro chiacchiere con te.

Non voglio farti perdere tempo. Vedo che ne hai così poco, e la mole di lavoro ti sovrasta. Perciò, tu continua pure a piallare il tuo legno, mentre io, seduto su una panca, in mezzo ai trucioli che profumano di resine, ti affido le mie sofferenze...

Ma ora San Giuseppe... sta arrivando una donna al forno. Ecco, ti ha portato del pane, e la bottega si è subito riempita di fragranza... parlando di condivisione eccone il segno più classico: il pane.

Si direbbe che il pane, più che nutrire, è nato per essere condiviso. Con gli amici, con i poveri, con i pellegrini, con gli ospiti di passaggio. Spezzato sulla tavola, cementa la comunione dei commensali. Deposto nel fondo di una bisaccia, riconcilia il viandante con la vita. Offerto in elemosina al mendico, gli regala un’esperienza, sia pur fugace, di fraternità. Donato a chi bussa di notte nel bisogno, oltre a quello dello stomaco, placa anche la fama dello spirito che è fame di solidarietà. Raccolto nelle sporte, dopo un pasto miracoloso sull’erba verde, sta ad indicare che a chi sa fare la divisione gli riesce bene anche la moltiplicazione.

È proprio vero, Giuseppe.

Il pane è il sacramento più giusto del tuo vincolo con Maria. Lei morde quello di frumento, procuratole da te col sudore della fronte. Tu mordi il pane del tuo destino che l’ha resa madre del figlio di Dio. È per questo che per noi, o falegname di Nazareth, tu sei provocatore di condivisioni generose e assurde, appassionate e temerarie, al centro della sapienza e al limite della follia.

Insegnaci, allora, a condividere. Purtroppo in questo nostro mondo, dove 50 milioni di persone muoiono ogni anno per fame, il pane, da segno di comunione, si è trasformato in simbolo di scomunica ed è divenuto il discrimine sul cui filo passa la logica della guerra. Viene accaparrato dagli ingordi, non condiviso con i poveri. Ammuffisce nelle credenze degli avidi, non allieta la madia degli umili. Si accumula negli artigli di pochi, non si distribuisce sulle bocche di tutti. Sovrabbonda nei bidoni della spazzatura d’Europa, ma è sparito sulle mense desolate dell’Eritrea. Trabocca senza pudore negli opulenti cenoni del Nord, ma è sogno proibito per tutti i Sud della terra. Viene diviso anche (sì, viene diviso) come gesto munifico di regalità, ma non viene restituito a chi ne ha diritto coi canti gregoriani delle penitenze e in nome della giustizia.

Hai sentito mai dire, Giuseppe, che, se i ghiacciai eterni dell’Ermon si sciogliessero d’incanto le acque sprofonderebbero a valle con paurose tracimazioni, il lago di Tiberiade diventerebbe un mare, il Giordano strariperebbe rompendo gli argini, e l’arsura dell’intera Palestina verrebbe per sempre placata?

E allora, visto che presso l’Altissimo ce ne sono pochi Santi così, referenziati come te, perché non provochi un fenomeno simile scongelando le ricchezze dalle mani di pochi e travolgendo la Terra in un cataclisma di pane? E se questo ti sembra un miracolo troppo grosso per i tuoi mezzi, perché almeno non persuadi la Chiesa del duemila a farsi carico con più fiducia della sorte degli ultimi, non solo spartendo le sue ricchezze con i poveri, ma soprattutto condividendo la miseria degli esclusi? Oggi più che mai, vogliamo sperimentarti così, quale “Protettore della Chiesa”.

Protettore della Chiesa dei derelitti, degli emarginati, dei violentati;: dei palestinesi, dei marocchini, dei terzomondíali, degli sfrattati, dei prigionieri e degli inquilini di tutte le più squallide periferie dell’umanità.

 

Don Tonino Bello

Sposo bellissimo

 

“Era Giuseppe bello di forme e avvenente di aspetto”. Così dice la Bibbia. Ma quello era un altro Giuseppe. Era il figlio prediletto del patriarca Giacobbe, venduto per invidia dai fratelli ai mercanti d’Egitto e del quale vanamente si invogliò la moglie di Putifarre, la quale gli diceva: “Giaci con me”. Ma egli scappava e così divenne viceré d’Egitto. Quando il popolo andava a chiedere qualcosa al Faraone, questi diceva: “Ite ad Joseph!”, andate da Giuseppe.

Quell’Ite ad Joseph! è passato poi, nella storia della pietà cristiana, all’altro Giuseppe, quello dei Vangeli, lo sposo di Maria di Nazareth, padre putativo di Gesù. “Ite ad Joseph!” dicevano i predicatori ai più fedeli, indirizzandoli, per richiesta di grazie, al Gloriosissimo patriarca San Giuseppe, capo e custode della più santa delle famiglie, patrono della Chiesa e dei moribondi. E li esortavano a recitare per sette domeniche la preghiera delle Sette allegrezze e dei sette dolori di San Giuseppe, corredata di indulgenza plenaria.

“Ite ad Joseph!”, ha detto anche Giovanni Paolo II, dedicandogli l’Esortazione apostolica Redemptoris custos, Custode del Redentore. E anch’egli consiglia la preghiera composta dal suo predecessore Leone XIII: Allontana da noi, o padre amantissimo, questa peste di errori e di vizi..., assistici propizio dal Cielo in questa lotta col potere delle tenebre..., e come un tempo scampasti dalla morte la minacciata vita del pargoletto Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità.

Questo Giuseppe di Nazareth, dunque, come si usava ai suoi tempi, sui vent’anni, aveva sposato Maria, di età sui quattordici anni. Maria era una ragazza bellissima, come dice anche la Chiesa quando canta il Tota pulchra es Maria, tutta bella sei, o Maria.

E io penso che anche Giuseppe, come il suo antico omonimo egiziano, era bello di forme e avvenente d’aspetto. Insomma, quella era veramente la più bella coppia del mondo, sotto tutti gli aspetti, spirituale e fisico. Ma a quella bella coppia capitò questa storia di Gesù. Una storia che è tutta dentro la fede. Chi è fuori della fede può anche ridere su questo giovanotto di Nazareth, falegname di campagna, costretto a credere che un figlio arrivi dal Cielo, e portato non dalla cigogna, ma dalla colomba dello Spirito Santo.

Chi crede in Gesù vede invece la sua fede così: Gesù entra nella storia come un uomo comune (nasce da una madre), ma per un intervento straordinario dello Spirito di Dio. Egli non è figlio della carne e del sangue, come dice San Giovanni, ma il dono di Dio all’umanità.

È per questo che Gesù proviene da Dio anche generativamente. Ma, per il mondo ebraico, il Messia doveva essere anche figlio di Davide. Questo collegamento avviene attraverso Giuseppe che, pur ridotto in povertà, discende dall’antico re d’Israele. Se Gesù è figlio di Davide lo è perché è figlio di Giuseppe. Questi ne è il padre legale non solo perché lo difende e lo rappresenta davanti alle autorità del suo popolo, ma soprattutto perché attua con la sua paternità la legge del messianismo davidico.

La cosa, di certo, è un po’ intricata teologicamente. Allora, forse è più facile ripiegare sulla devozione. San Giuseppe, patrono dei moribondi, è invocato per la buona morte, o almeno lo era una volta, quando c’era un po’ più di gente che pregava. Ma Dio sa se, anche oggi, abbiamo bisogno di vivere e morire in pace. Perciò è ancora buona la vecchia preghiera di Leone XIII: O beato Giuseppe, stendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, acciocché a tuo esempio e mercé il tuo soccorso, possiamo virtuosamente vivere e piamente morire e conseguire l'eterna beatitudine in cielo. Amen.

 

Domenico Del Rio

L’eredità di San Giuseppe

 

Io ti lascio in eredità, figlio mio,

l’efficacia del mio nome,

una speciale protezione

nell’ora della morte;

la conoscenza di Gesù Cristo,

il mio amore per lui,

la fedeltà nell’imitarlo

e nell’invocarlo,

la protezione di Gesù,

la fedeltà nel visitarlo spesso,

la fortuna di riceverlo,

i meriti infiniti di Gesù;

la devozione a Maria,

le fedeltà di renderle il saluto;

l’aiuto dei Santi Angeli,

l’amore alla purezza,

la pronta obbedienza,

l’amore alla povertà,

l’amore al lavoro;

la santificazione

delle azioni di ogni giorno,

il fare opere meritorie per il Cielo,

l’amore alla vita nascosta,

la discrezione nel parlare,

l’amore al silenzio,

la costanza nella preghiera,

la fedeltà nel rimanere

alla presenza di Dio,

la carità verso il prossimo,

la umiltà,

la conformità alla volontà di Dio,

lo spirito di fede,

la corrispondenza alla grazia,

l’allegria dell’anima,

la speranza.

 

www.sangiuseppespicello.it

Patrono…

 

Santo, ricordi la tua pialla, i trucioli,

quel caldo odore di colla e di legno,

lo stridio della sega, i colpi di martello, i chiodi stretti tra le labbra?

 

Chi proteggi, patrono?

I falegnami, certo. I lavoratori. E anche i padri.

Non sorridere, agnostico. Non tutti sono veri padri i padri effettivi.

Lo sono invece sempre quelli affettivi.

Anche se putativi.

 

Poi ti vorrei patrono di ogni cuore innamorato.

Valentino, accettalo.

Chi mai con così trepido rispetto ha amato la sua donna?

Chi con tanta delicatezza, senza giudicare, ha affrontato il sospetto?

Chi, scoperto il vero, ha tanto gioito di farsi padre del figlio altrui,

tutte per lui spendendo - previdenza, accortezza, decisione -

le proprie qualità?

 

Di quant’altro vorrei che tu fossi il patrono:

della buona vita (così come sei della buona morte),

di ciascun gruppo unito nella benignità (modello la tua “strana” famiglia),

dell’eleganza nel cedere il passo, della fermezza nel dirigere,

dell’obbediente ascolto alla voce, alla forza che dall’alto ci guida...

 

E ancora questo voglio affidare, Santo ruvido e dolce:

il buon nascondimento.

A te che ‑ barba sulle mani appoggiate al bastone -

godevi a star nell’ombra, dietro a madre e bimbo in pienissima luce.

Nascondimento non vile, umiltà, ritrarsi, cancellarsi per amore.

(Quante chiese, basiliche, cappelle dicatae ad altri Santi ‑ spesso tesori d’arte -

e quante poche, e spesso brutte, dedicate a te!)

 

Lo capì Dante, muto se te muto in tutta la Commedia.

Ma in Paradiso, nell’ultimo canto,

a te intessé un acrostico,

ricamando il tuo nome

in testa a sette (numero a Dio piacente) fulgide terzine;

e in coda, tronca, un’Ave che, in minore,

ti assomiglia alla sposa.

 

Gioca a specchio e rimpiattino anch’essa,

sorridendo, nei miei poveri versi?

 

Italo Alighiero Chiusano

Le Promesse del Cuore Castissimo di San Giuseppe

 

Negli anni 90, Gesù, Giuseppe e Maria appaiono ad un giovane, privata a Edson Glauber de Souza Coutinho, richiedendo al mondo intero la devozione al Cuore Castissimo di San Giuseppe, unita a quella dei Cuori Santissimi di Gesù e di Maria.

 

Messaggio di San Giuseppe

 

Mio caro figlio, io ti benedico. Benedico tua madre e tutta la tua famiglia! Mio caro figlio, Dio Nostro Signore desidera concedere a tutta l’umanità migliaia di grazie attraverso la devozione al mio Cuore. Il mio divin Figlio Gesù e Signore, che io ho allevato con amore di padre qui in Terra, desidera che tutti gli uomini possano diffondere questa devozione al mio Cuore a tutti coloro che hanno bisogno delle grazie del Cielo. Egli chiede anche che tutti aiutino i più bisognosi con buone opere e azioni.

Prometto a tutti coloro che onoreranno il mio Cuore Castissimo e faranno qui in Terra opere buone a favore dei più bisognosi, specialmente gli infermi e i moribondi dei quali io sono di conforto e protettore, che riceveranno nell’ultimo momento della loro vita la grazia di una buona morte. Io stesso sarò per queste anime l’avvocato davanti al mio Figlio Gesù e, assieme alla mia sposa Maria Santissima, le consoleremo con la nostra santissima presenza nelle ultime ore delle loro sofferenze qui in Terra per riposare nella pace dei nostri Cuori.

Come tu hai visto il mio Figlio Gesù chinare la sua testa sul mio Cuore, così io e la mia Sposa Maria Santissima, condurremo queste anime alla gloria del Paradiso, al cospetto del loro Salvatore, il mio Figlio Gesù Cristo, perché esse riposino reclinate sul suo Sacro Cuore, fornace ardente del più puro ed elevato amore…

Mio caro figlio, oggi è il primo mercoledì del mese.

In ogni primo mercoledì del mese, il mio Cuore Castissimo sparge innumerevoli grazie su tutti coloro che ricorrono alla mia intercessione. In questi mercoledì gli uomini riceveranno non una pioggia di grazie, ma torrenti fortissimi di grazie straordinarie. Condivido infatti, con tutti quelli che mi onorano e che ricorrono a me, tutte le grazie, tutte le benedizioni, tutte le virtù e tutto l’amore che ho ricevuto dal mio Divino Figlio Gesù e dalla mia Sposa Maria Santissima, quando ancora io vivevo in questo mondo ed ora tutte le grazie che continuo a ricevere nella gloria del Paradiso.

Mio caro figlio, quale grande onore e dignità ho ricevuto dal Padre Celeste. Lui ha fatto esultare di gioia il mio Cuore. Il Padre Celeste mi ha concesso l’onore di poterlo rappresentare in questo mondo, col darmi l’incarico del suo Divino e amato Figlio Gesù Cristo. Il mio Cuore rimase così sorpreso per tanta dignità che io mi sentivo incapace, indegno per un favore e beneficio così grande. Tuttavia ho posto tutto nelle mani del Signore e, come suo servo, ero disposto a fare la sua Santissima Volontà. Pensa, mio caro figlio, quale felicità provava il mio Cuore: il Figlio dell’Altissimo stava uomini sotto le mie cure ed era conosciuto da tutti gli uomini come mio figlio legittimo! Agli occhi degli uomini, questo era impossibile, ma per Iddio, tutto è possibile, quando egli vuole così.

Per questa grande grazia e gioia che Dio ha concesso al mio Cuore e per un così grande mistero, prometto di intercedere davanti a Lui per tutti coloro che onoreranno questo mio Cuore, ricorrendo a me. Darò la grazia di poter risolvere i problemi più difficili, soccorrere alle necessità più urgenti che agli occhi degli uomini sembrano impossibili. Per la mia intercessione e con l’aiuto di Dio tutto sarà possibile.

Benedico questa notte, tutta l’umanità. Spargo le grazie del mio Cuore su tutti i peccatori perché si convertano. Il mio Cuore sparge i suoi raggi d’amore su tutta la Santa Chiesa, specialmente sul Vicario del mio Figlio Gesù, il Papa Giovanni Paolo II. Nessuno, come lui, ha un posto speciale in questo mio Cuore. Che egli confidi in questo mio Cuore e nella mia intercessione, poiché io sono per il Santo Padre come un Padre e un Protettore.

Prometto a tutti coloro che avranno confidenza in questo mio Cuore puro e casto e che lo onoreranno devotamente, la grazia di essere consolati da me nelle loro maggiori afflizioni dell’anima e nel pericolo di essere condannati quando per disgrazia perdessero la vita divina a causa dei loro peccati gravi. Adesso io dico a tutti i peccatori: non abbiano paura del demonio e non perdano la speranza pei loro crimini. Piuttosto si buttino nelle mie braccia e si stringano al mio Cuore perché possano ricevere tutte le grazie per la loro eterna salvezza.

Prometto ancora di non abbandonarli. Nelle difficoltà e nelle prove della vita chiederò al Signore che li aiuti con la sua Provvidenza Divina nei loro problemi, sia materiali che spirituali. I padri e le madri che si consacreranno al mio Cuore con le loro famiglie, avranno il mio aiuto sia nelle afflizioni e problemi, come nell’allevare ed educare i propri figli. Come io ho allevato il Figlio dell’Altissimo nelle sue Sante Leggi Divine, così aiuterò tutti i padri e le madri che consacreranno i loro figli a me; li aiuterò ad allevarli nell’amore e nelle sante leggi di Dio affinché possano incontrare il cammino sicuro della salvezza.

Ora dico a tutti gli uomini: si consacrino al mio Cuore Castissimo. Mi consacrino tutto: le loro vite, le loro famiglie, tutto il loro lavoro perché il mio Cuore è la nuova fonte di grazie che Dio concede al mondo intero. Questo è il mio messaggio per tutta l’umanità. Distendo il mio manto sul mondo intero e su tutta la Santa Chiesa. Confidate in me e riceverete tutte le grazie. Qui, nel mio Cuore, tutti gli uomini avranno protezione e per mezzo di questo Cuore comprenderanno, nella loro vita l’amore di Dio.

Mio caro figlio, tutti coloro che propagheranno la devozione al mio Cuore e la praticheranno con amore sincero, saranno certi di avere i loro nomi impressi nei Cuori di Gesù e di Maria così come la croce del Figlio mio Gesù e la lettera “M” stanno impressi sotto forma di piaghe. Questo è vero anche per tutti i sacerdoti che io amo con predilezione.

I sacerdoti che nutriranno la devozione al mio Cuore e la diffonderanno, avranno la grazia, concessa da Dio, di toccare i cuori più induriti e di convertire i peccatori più ostinati. Possano tutti diffondere la devozione al mio Cuore! È Dio stesso che vuole così. A tutti coloro che ascolteranno questo mio appello, la mia benedizione. Io ti benedico, mio caro figlio. Benedico tutta la tua famiglia e il mondo intero. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

La fedeltà di Giuseppe

 

Matteo mette costantemente in risalto la fedeltà di Giuseppe, che ubbidiva ai comandi di Dio senza tentennamenti, anche se a volte il senso di quei comandi gli doveva sembrare oscuro, oppure non riusciva a coglierne il nesso con il resto dei piani divini. In molte occasioni i Padri della Chiesa e gli autori spirituali hanno fatto notare la fermezza della fede di Giuseppe. La fede di Giuseppe non vacilla, la sua obbedienza è sempre precisa e immediata. Per comprendere meglio la lezione del santo Patriarca, è opportuno considerare che la sua fede è attiva e che la sua docilità non ha nulla dell’obbedienza che si lascia trascinare dagli eventi. La fede cristiana, infatti, è quanto di più opposto ci sia al conformismo, all’inerzia interiore.

 

San Josemaría Escrivá de Balaguer, È Gesù che passa

San Giuseppe, maestro di Gesù

 

Giuseppe è stato, nell’ordine naturale, maestro di Gesù: ha avuto con Lui rapporti quotidiani delicati e affettuosi, e se n’è preso cura con lieta abnegazione. Tutto ciò non è forse un buon motivo per considerare questo uomo giusto, questo Santo Patriarca, in cui culmina la fede dell’Antica Alleanza, come Maestro di vita interiore? La vita interiore non è altro che il rapporto assiduo e intimo con Cristo, allo scopo di identificarsi con Lui. E Giuseppe saprà dirci molte cose di Gesù. Pertanto, non tralasciate mai di frequentarlo: Andate da Giuseppe, raccomanda la tradizione cristiana con una frase dell’Antico Testamento. Maestro di vita interiore, lavoratore impegnato nel dovere quotidiano, servitore fedele di Dio

in continuo rapporto con Gesù: questo è Giuseppe. Andate da Giuseppe. Da Giuseppe il cristiano impara che cosa significa essere di Dio ed essere pienamente inserito tra gli uomini, santificando il mondo. Frequentate Giuseppe e incontrerete Gesù. Frequentate Giuseppe e incontrerete Maria, che riempì sempre di pace la bottega di Nazareth.

 

San Josemaría Escrivá de Balaguer, È Gesù che passa

I motivi per venerare San Giuseppe

 

Guarda quanti motivi per venerare San Giuseppe e per imparare dalla sua vita: fu un uomo forte nella fede…; mandò avanti la sua famiglia - Gesù e Maria - con il suo lavoro gagliardo…; custodì la purezza della Vergine, che era sua Sposa…; rispettò - amò! - la libertà di Dio, che non solo scelse la Vergine per Madre, ma scelse anche lui come Sposo della Madonna.

 

San Josemaría Escrivá de Balaguer, Forgia

Il lavoro guardando Dio

 

San Giuseppe nella bottega di Nazaret, esternamente piallava e segava, ma interiormente era raccolto, guar­dava Dio, seguiva le ispirazioni per­ché Dio era presente nel suo cuore; la sua intenzione era di fare la volontà di Dio, di cercare la gloria di Dio, quindi: parlava a Dio, agiva per Dio, agiva bene come voleva Dio, soffriva perché Dio voleva. Da Dio partiva ogni pensiero, preghie­ra, lavoro; a Dio riferiva tutto.

 

San Leonardo Murialdo

Giuseppe santifica e nobilita il lavoro

 

Giuseppe santifica e nobilita il suo la­voro indirizzandolo continuamente a Dio; il suo occhio è intento all’opera che compie la sua mano, ma il suo cuore è fisso e sollevato incessantem­ente a Dio, di cui adempie la sua vo­lontà, come il re sul trono.

 

San Leonardo Murialdo

Un bravo ragazzo innamorato

 

Giuseppe, tu eri un bravo ragazzo innamorato, ignaro della sorte che ti sarebbe toccata di vivere; e il Signore Gesù cadde nella tua vi­ta, come una folgore inattesa: una folgore che illuminò ma anche sconvolse. I tuoi progetti di un amore calmo, di una vita tranquilla, di un figlio casalingo, che avesse portato avanti la clientela e la botte­ga, furono subito delusi. Ti accorgesti ben presto che il Figliolo di Dio non poteva nascere in pace come gli altri, ma doveva venire a questo mondo con una certa confusione di Angeli, di pastori, di Magi e perfino di re. E presto avresti dovuto andartene in esilio perché Erode temeva un bambino così piccolo che non sapeva ancora parla­re, eppure gli pareva che minacciasse il trono.

E te ne saresti accorto sempre meglio, in seguito, che non era un figliolo come gli altri e tu non eri un padre come gli altri, e la tua stava diventando una famiglia segnata a dito, dalla gente.

E se dopo, per trent’anni, parve che quel ragazzo rientrasse nel­l’ordine, poi risconvolse tutto da capo, andando in giro per il mondo. E predicava bene; ma forse tu avresti preferito che fosse rimasto ac­canto a te, a discorrere, la sera, davanti al fuoco acceso; e non saperlo in giro, senza nemmeno un sasso su cui posare il capo, mentre nella tua casa, anche se povera, tu avevi dei letti e dei guanciali...

Eppure, andando avanti, ti saresti anche accorto che non era un uomo amante dei gesti eccezionali, come Giovanni che si era sepolto nel deserto, a mangiar cavallette. No: Gesù avrebbe mangiato alla tua mensa e anche alla mensa degli amici, e si sarebbe comportato in modo molto ordinario e consueto, finché avesse potuto; ma non avrebbe potuto sempre vivere come vivevi tu, come viveva Maria Perché ‑ avresti compreso anche questo ‑ la semplicità di un profeta è diversa dalla semplicità di un falegname; e se avesse voluto essere semplice ed ordinario a modo tuo, sarebbe stato strano, bizzarro e avrebbe forzato la sua vita. Perché la semplicità di un profeta pur nei fatti ordinari della vita, porta fuori dagli schemi dei più, comporta gesti e situazioni che non sono di tutti, e che‑ non piacciono a tutti.

Ma bisogna aver pazienza anche con il Signore, e soprattutto con Lui. Lo avresti compreso a poco a poco, man mano che si svolgeva la vita del tuo figlio Gesù. Ma cominciavi a comprenderlo anche adesso, da quel via vai di pastori e di curiosi; e dai magi che presto sarebbero giunti dall'Oriente.

Insegna a comprenderlo anche a noi; e a restare in attesa paziente di Lui che viene, di Lui che va, di Lui che resta senza farsi conoscere; e Lo riconosciamo solo dopo.

 

Adriana Zarri