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Anche a me ogni tanto toccava un turno di guardia di notte.
Pur essendo stato fino a poco tempo prima un ragazzo, da quando
avevo avuto il fucile e la cartucciera non avevo il minimo dubbio di
essere un partigiano.
I turni di notte mi pesavano un po’.
Di notte il freddo era pungente; era solo l’inizio di autunno. Si
sentivano gli stridii delle civette, il rantolo dei gufi, lo
squittio delle volpi, che avevano l’ardire di scendere fino nei
pressi dei villaggi. Si sentivano i cani del borgo abbaiare ai
rumori indefiniti della notte, e si vedevano le montagne scurissime
di abeti e di prati illuminarsi con il sorgere della luna. Alcune
erano tutte verdi, altre avevano spuntoni e creste rocciose.
Certe notti si sentiva l’ululato del vento, che pareva proprio
uguale a quello che passava tra i canneti e i boschi di aceri e di
pioppi.
Sentendo tutto ciò avevo la sensazione che la guerra non ci fosse
più.
Se non ci fosse stato ogni tanto il rombo dei caccia che andavano in
Germania, o sporadici colpi di cannone, avrei pensato che la guerra
fosse sprofondata nel passato e già diventata triste ricordo.
Nei miei turni mi perdevo dentro i miei pensieri, e avevo la
sensazione di stare a fare la guardia al nulla. Per riscaldarmi un
po’, estraevo la borraccia contenente del vino rosso, ne bevevo ogni
tanto un sorso gustandolo lentamente.
Sentivo correre nel sangue, come un rivolo sottile e remoto, i
ricordi della spensieratezza, l’allegra vendemmia su quelle stesse
valli, la fraterna amicizia, l’odore del Vino Santo servito da
chierichetto alla Messa, la gioiosa sagra della mostarda, i volti
dei miei cari e della mia stessa gente. Però subito dopo, più mi
immergevo nel vortice della realtà e delle riflessioni sulla guerra
più mi accorgevo che essa era una vicenda sinistra e stregata.
Era un evento spietato e senza ritorni, come dimostravano i treni
che portavano gli ebrei in campi di concentramento, dei quali
nessuno sapeva niente di preciso.
Erano tempi di rapina e di lupi, in cui tutto era sconvolto dalle
fondamenta.
Accadevano le cose più inaudite.
Paure antiche cominciavano a salire dal profondo, e li vedevo come
fossero un’orda barbarica e medievale. Molti paesi, sia sulle
colline che sulle montagne, erano stati bruciati dai tedeschi perché
servivano come base ai partigiani. La gente era inerme e spaventata.
Allora una notte, di quelle più fredde e più tetre, maledicendo la
sorte, mi misi a correre all’impazzata, lungo la strada di
ghiaccio, con slittamenti paurosi di ruote e lunghi brividi nella
schiena. Avevo una fretta ossessiva di uscire da quelle valli, da
quelle strade scivolose, come se lì dov’ero mi sentissi nella tana
del lupo. Il nemico era vicino.
L’eco di alcuni colpi di fucile si diffuse lì vicino, rintronò in
ogni diramazione e in ogni anfratto della valle, poi si perse
lontano, e tutto sembrò finito.
Ma in realtà non tutto era finito.
I colpi sparati ferirono un giovane soldato tedesco.
All’improvviso il silenzio della morte avvolse il tutto. Sopra un
cielo cupo assorbiva il pianto, il dolore nell’universo sconosciuto.
Gli abitanti del villaggio attesero la spedizione punitiva dei
tedeschi. Avevano bene in mente i giorni terribili del borgo
incendiato nella parte più alta della valle. Lì era pieno di
partigiani, ben nascosti come i funghi nei boschi. In effetti alcuni
tedeschi con auto e camion vennero su dai loro presidi a cercare il
soldato scomparso. Lo spavento crescente soffiava nei cuori della
gente barricata in casa come il vento lamentoso delle vallate.
Giravano e rigiravano a vuoto, davano un’occhiata lungo le strade, i
sentieri, il greto del fiume, e poi se ne ritornarono per la via più
corta.
Durante la mia corsa sfrenata persi la borraccia.
Del vino rosso si sparse sulla neve che l’assorbì come il sangue.
Il cuore mi batteva come dei duri colpi su un tamburo…
Non accadde niente di ciò che si temeva.
Nella paura arrivai al luogo dove i carrozzoni di paglia, coperti
di neve e spalancati a tutti i venti, cominciavano lentamente a
marcire.
Mi nascosi per un po’ dietro uno di essi.
Verso sud il cielo si illuminò a giorno dai bengala lanciati in ogni
direzione.
Mi ricordai della festa del santo patrono in tempi migliori, ma era
la guerra.
Il rumore di aerei, sordo e continuo, era interrotto ogni tanto da
una catena di scoppi che facevano sussultare. Erano gli aerei
americani!
Tra le ruote di un carro ritrovai la borraccia di latta, mi attaccai
ad essa bevendo fin l’ultima goccia del vino rosso e all’improvviso
assaporai l’agognata libertà.
Anche i sottili rami degli alberi, lì in fila immobili nel loro
turno di guardia, si mossero salutando la nuova alba in un cielo
sempre più terso. |