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25 Aprile: Festa della Liberazione
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La madre del partigiano

Sulla neve bianca bianca
c'è una macchia color vermiglio;
è il sangue, il sangue di mio figlio,
morto per la libertà.
Quando il sole la neve scioglie
un fiore rosso vedi spuntare:
o tu che passi, non lo strappare,
è il fiore della libertà.
Quando scesero i partigiani
a liberare le nostre case,
sui monti azzurri mio figlio rimase
a far la guardia alla libertà.

Poesia di Gianni Rodari

 

 

Non possiamo fingere, dividere, emarginare, allontanare, considerare il nostro fratello, i popoli del mondo...altro. Dobbiamo unire, avvicinare, solidarizzare, aiutare, condividere. Solo quando i problemi dell'altro saranno i problemi nostri, quando ognuno porterà sulle proprie spalle il proprio fardello e alleggerirà il fardello di chi passa dalla sua strada otterremo la pace vera. Santino Gattuso

   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
 
   
   
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una volta lo slogan era:
ora e sempre resistenza!

 
Noi ci auguriamo che al più presto possiamo mettere nel calendario la:
festa della  "riconciliazione nazionale"!
 
Cos'era la resistenza?
 
 
RESISTENZA
di Dante Strona
« Nulla di ciò che noi progettiamo ha termine in questa vita, e solo finisce ciò che s'ama ».
Alessandro Parronchi

Resistenza era Vangelo da portare
nelle case, come lume di speranza,
e pagina di fede la testimonianza
dei vivi, rimasti a ricordare —
e sentire la Libertà nelle mani
così, sul desco, la luce a sera.

Resistenza era il libro da aprire
sui banchi di tutte le scuole
dove, ancora, si studiano date
e s'impara, distratti, a memoria
quanto si scorderà nella vita.
I bimbi non avrebbero dimenticato.

Resistenza era la cittadinanza
dell'operaio nella sua fabbrica,
del bracciante sulla sua terra —
fabbriche e terre di tutti
e di nessuno : la fonte, solo,
del pane e del vivere sereno.

Resistenza era diniego all'ignavia,
alla violenza ai soprusi all'odio,
al sangue allo spreco alla fame —
era il guanto di ferro spietato
per fascismi d'ogni colore, lama
scattante per immemori artigli.

Resistenza era un dono troppo grande
per i nostri vent'anni, acerbi
come more verdi celate in siepi

dove il pettirosso ha un trullo d ali
e la sua macchia rossa sul petto
ricorda il morire in un abbraccio
d'amore dei nostri eroi giovinetti.

Resistenza sia il segno che resta
nell'ombra di croci germogliate
nelle valli e nelle mille strade
come viole l'Aprile, tra l'erbe
e le prode dei fossi dove l'onda
di un rivo raccoglie dai sassi
una leggenda, da portare lontano.

E non resti quella Primavera
solo serrata nelle pagine grigie
di libri di storia, su uno scaffale

 
 

14 SETTEMBRE 1943

Reno Bromuro

Interminabile colonna di carne
lungo le rive del Tammaro
in quei giorni di settembre.
Corpi, anime sozze
di pidocchi
di vergogna                                                   

occhi che non capivano
cercavano occhi vergognosi.

Uno, ai piedi di una vite
in mano, un grappolo d'uva:
- Non voglio tornare a casa! -
e piangeva.

Fetore di pelle:
non pidocchi giganti
mangiano giovane carne
non mia;

vergogna morde l'anima:
eravamo duemila

due soltanto ci hanno disarmato:
non voglio vedere mio padre!

Occhi che non capivano
cercavano occhi vergognosi.

Dritto, sulla collina
si staglia verso il cielo                                    
come accusatore:
uomo in grigio-verde
armato fino ai denti.

Stupore, meraviglia,
domande che s’intrecciano                  
risposte non avute...
Michele era armato

non sapeva perché.
Fedele al giuramento
era tornato a casa
ai padulesi non più
da ebete, da eroe.

Occhi, che non capivano cercavano
tra carne putrefatta dai pidocchi
propria carne pieni di speranza.

Un grido che sapeva
di prima liceo,
una parola petrarchesca
scosse lo stupore, l'apatia:
             «Italia mia
              vengo a vendicar
              l'altrui vergogna!»

Ancora imberbe, armato di bastone
corse per lo scosceso pendio: gridò!.

Una scarica di mitra!...

Il volto di fanciullo
gli occhi innocenti
aperti verso il cielo
il corpo inerte
ai piedi dell'ulivo
sembrano dire: BASTA!

Occhi che non capivano, i miei,
cercavano non vergogna...

Piansero, piangono
e gridano: basta.

Dopo aver parlato con i carabinieri raccontando com’era accaduto, invece di ritornare a Paduli andai verso la stazione, e salii sul primo treno che andava a Napoli, dove ero convinto di rivedere mio padre. La poesia che avete letto la scrissi quello stesso giorno, nel treno delle 12,36 per Napoli.

 
 
 
 
Promemoria
Gianni Rodari

Perchè ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola, a mezzogiorno.
Ci sono cose da far di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, LA GUERRA.

 
 

Ricordi in una semplice borraccia di latta

Giovanni TERESI

Anche a me ogni tanto toccava un turno di guardia di notte.

Pur essendo stato fino a  poco tempo prima  un ragazzo, da quando avevo avuto il fucile e la cartucciera non avevo il minimo dubbio di essere un partigiano.

I turni di notte mi pesavano un po’.

Di notte il freddo era pungente; era solo  l’inizio di autunno. Si sentivano gli stridii delle civette, il rantolo dei gufi, lo squittio delle volpi, che avevano l’ardire di scendere fino nei pressi dei villaggi. Si sentivano i cani del borgo abbaiare ai rumori indefiniti della notte, e si vedevano le montagne scurissime di abeti e di prati illuminarsi con il sorgere della luna. Alcune erano tutte verdi, altre avevano spuntoni e creste rocciose.

Certe notti si sentiva l’ululato del vento, che pareva proprio uguale a quello che passava tra i canneti e i boschi di aceri e di pioppi.

Sentendo tutto ciò avevo la sensazione che la guerra non ci fosse più.

Se non ci fosse stato ogni tanto il rombo dei caccia che andavano in Germania, o sporadici colpi di cannone, avrei pensato che la guerra fosse sprofondata nel passato e già diventata triste ricordo.

Nei miei turni mi perdevo dentro i miei pensieri, e avevo la sensazione di stare a fare la guardia al nulla. Per riscaldarmi un po’, estraevo la borraccia contenente del vino rosso, ne bevevo ogni tanto un sorso gustandolo lentamente.

Sentivo correre nel sangue, come un rivolo sottile e remoto, i ricordi della spensieratezza, l’allegra vendemmia su quelle stesse valli, la fraterna amicizia,  l’odore del Vino Santo servito da chierichetto alla Messa, la gioiosa sagra della mostarda, i volti dei miei cari e della mia stessa gente. Però subito dopo, più mi immergevo nel vortice della realtà e delle riflessioni sulla guerra  più mi accorgevo che essa era una vicenda sinistra e stregata.

Era un evento spietato e senza ritorni, come dimostravano i treni che portavano gli ebrei in campi di concentramento, dei quali nessuno sapeva niente di preciso.

Erano tempi di rapina e di lupi, in cui tutto era sconvolto dalle fondamenta.

Accadevano le cose più inaudite.

Paure antiche cominciavano a salire dal profondo, e li vedevo come fossero un’orda barbarica e medievale. Molti paesi, sia sulle colline che sulle montagne, erano stati bruciati dai tedeschi perché servivano come base ai partigiani. La gente era inerme e spaventata.

Allora una notte, di quelle più fredde e più tetre, maledicendo la sorte,  mi misi a correre all’impazzata, lungo la strada di ghiaccio, con slittamenti paurosi di ruote e lunghi brividi nella schiena. Avevo una fretta ossessiva di uscire da quelle valli, da quelle strade scivolose, come se lì dov’ero mi sentissi nella tana del lupo. Il nemico era vicino.

L’eco di alcuni colpi di fucile si diffuse lì vicino, rintronò in ogni diramazione e in ogni anfratto della valle, poi si perse lontano, e tutto sembrò finito.

Ma in realtà non tutto era finito.

I colpi sparati ferirono un giovane soldato tedesco.

All’improvviso il silenzio della morte avvolse il tutto. Sopra un cielo cupo assorbiva il pianto, il dolore nell’universo sconosciuto.

Gli abitanti del villaggio attesero la spedizione punitiva dei tedeschi. Avevano bene in mente i giorni terribili del borgo incendiato nella parte più alta della valle. Lì era pieno di partigiani, ben nascosti come i funghi nei boschi. In effetti alcuni tedeschi con auto e camion vennero su dai loro presidi a cercare il soldato scomparso. Lo spavento crescente soffiava nei cuori della gente barricata in casa come il vento lamentoso delle vallate. Giravano e rigiravano a vuoto, davano un’occhiata lungo le strade, i sentieri, il greto del fiume, e poi se ne ritornarono per la via più corta.

Durante la mia corsa sfrenata persi la borraccia.

Del vino rosso si sparse sulla neve che l’assorbì come il sangue.

Il cuore mi batteva come dei duri colpi su un tamburo…

Non accadde niente di ciò che si temeva.

Nella paura arrivai  al luogo dove i carrozzoni di paglia, coperti di neve e spalancati a tutti i venti, cominciavano lentamente a marcire.

Mi nascosi per un po’ dietro uno di essi.

Verso sud il cielo si illuminò a giorno dai bengala lanciati in ogni direzione.

Mi ricordai della festa del santo patrono in tempi migliori, ma era la guerra.

Il rumore di aerei, sordo e continuo, era interrotto ogni tanto da una catena di scoppi che facevano sussultare. Erano gli aerei americani!

Tra le ruote di un carro ritrovai la borraccia di latta, mi attaccai ad essa bevendo fin l’ultima goccia del vino rosso e all’improvviso assaporai l’agognata libertà.

Anche i sottili rami degli alberi, lì in fila immobili nel loro turno di guardia, si mossero salutando la nuova alba in un cielo sempre più terso.

 
Non cancellare la memoria

 

 

Gli eroi più grandi sono coloro che non volevano esserlo

 

 

 

Senza Nome

 

Quando hai appoggiato le tue quattro

Stanche ossa

Alla porta della baracca

e

alzando gli occhi

hai visto il fumo salire

nel tuo petto si è levato il ruggito

del leone

e dal tuo corpo è uscito il volo potente

di aquila reale

e senza più muoverti hai saputo

del tuo coraggio di eroe.

Ai tuoi piedi

Giacevano, inutili,

quelle quattro briciole

di pane rubato

 

SB

 

 
 

Quando ero bambina mia nonna mi raccontava dei giorni della guerra: ricordo bene ogni parola, le immagini che descriveva e che io vedevo nitidamente attraverso i suoi occhi. Così voglio ricordare i ricordi di chi ha fatto la guerra, anche se io non c’ero…

 

Io non c’ero


Eufemia Griffo

Così voglio ricordarvi

sorridenti al sole d’aprile

una stagione di fiori

addormentati tra la neve

 

Tra le mani una chitarra

dalle corde senza suoni

assopiti tra i rumori

di mille anni tutti uguali

 

Nascosti sotto terra

il cuore senza balzi

tra voci senza voci

e lacrime incolori

 

E così voglio ricordare

le parole che dicevi

nelle notti di un’estate

nei tuoi occhi tanti  volti

di generazioni  senza sogni

 

Scultura su la schiavitù della guerra dell'artista Kiki Franceschi

 
 
Perchè la resistenza?
Per liberarci da tutto questo!
 
 

APRILE 1945, I NON SEPOLTI

 

 Alito di morte lungo il percorso

di campagna, pali della luce

ruote carri cigolanti l’andare

lento dei bovi. Strappavo fiori

lungo i fianchi della strada:

erano margherite, steli viola

e gialli ad improvvisare tombe  

a porre una croce senza nome

sulla terra segnata dalla morte;

un segno di pietà, una preghiera

per i tanti non sepolti.

Le ombre degli alberi sfrondavano

la polvere, il sole giaceva nei fossi.

Bossoli spari e schegge di bombe,

il cuore sotto un ombrello nero.

 

 ©Luigina Bigon

18 giugno 2006

 

Avevo 9 anni, provavo un dolore profondo per le tante persone uccise nel conflitto bellico, nemici compresi: per me erano tutti padri fratelli mariti zii cugini amici… Una grande pietà per tutti. Un giorno, mentre rientravo da scuola, volli dar loro una simbolica sepoltura creando sepolcri stilizzati con gli steli dei fiori che raccoglievo lungo il ciglio erboso della  strada. In lontananza una donna vide la scena e si mise ad inseguirmi come una furia devastando a pedate ogni traccia di sepolcro, gridandomi insulti e puntandomi contro un minaccioso ombrello nero, pronta a colpirmi. Sentii fin dal profondo che quella donna imbestialita raffigurava il male, la morte, senza compassione per nessuno… Ho cercato tante volte di esprimere la sacralità del momento, ma soltanto oggi sono scaturite le parole che hanno dato vita al ‘ricordo’.

 

 
 
Auschwitz          
Silvana Pagella
               
Auschwitz
Marco Pellacani

Auschwitz,

terra del dolore

e dell’orrore,

città del pianto,

zona del trapasso innocente,

mai ti scorderemo.

 

Auschwitz,

piccolo angolo 

del mondo,

macchiato dal sangue umano

che i nazisti spietati

lasciarono sul suolo,

uccidendo centinaia

dei loro simili,

segno intramontabile

nella storia

e di tutti i deportati.

 

Auschwitz!

Terra  di silenzio,

dove gli uomini hanno

perso la via mastra,

verso un domani

dalle speranze accecato

da una morte che si

è resa compagnia

fra le urla che ancor

oggi

nelle nostre coscienze echeggiano

e si chiedono il perchè

di tanta inaudita violenza

verso gli uomini innocenti!

 

 
 
 
 
Perchè il 25 Aprile?
Il 25 aprile per non dimenticare!
 

*

Ombra

Rieccovi accanto a me
Compagni miei morti in guerra
Oliva del tempo
Ricordi che ormai fate un ricordo solo
Come cento pelli fanno una sola pelliccia
Come queste migliaia di ferite fanno un solo articolo di giornale

Impalpabile e buia apparenza avete preso
La forma instabile della mia ombra
Un indiano in agguato per l'eternità
E ombra mi strisciate accanto
Ma non mi sentite più
Non conoscerete più i poemi divini che canto
Mentre io vi sento vi vedo ancora
Destini

Ombra multipla il sole vi conservi
Voi che tanto mi amate da non lasciarmi mai
E che ballate al sole senza far polvere
Ombra inchiostro del sole
Scrittura della mia luce
Cassone di rimpianti
Un dio che si umilia.

Apollinaire
(1880 - 1918)

 

*

Non c'è pace senza amore

 

 Sotto questo cielo,

su questa terra,

sogni che nascono,

illusioni che si spengono.

In questo mare,

in queste acque,

donde venne la vita,

si sciolgono le lacrime

di uomini senza più speranza.

In questo fragore di guerre,

in queste capanne di fango

intrise di miseria,

muore tutta l'umanità.

 

Renzo Montagnoli

*

Le preghiere dei bambini

Non brucino più interi quartieri.
Non si vedano più bombardieri.
La notte sia per dormire.
Si cancelli la parola punire.
Le madri non debbano piangere.
Nessuno più debba ammazzare.
Che ognuno possa qualcosa creare.
Che di tutti ci si possa fidare.
Che i giovani ottengano tutto questo,
e anche i vecchi...ma presto.

Bertolt Brecht

 *

La guerra che verrà

non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell'ultima
c'erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente ugualmente.

Bertolt Brecht
(1898 - 1956)

 

*

Non gridate più

Cessate d'uccidere  i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.

Hanno l'impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell'erba,
Lieta dove non passa l'uomo.

Giuseppe Ungaretti
(1888 - 1970)

*

*

Soldati

Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie

Giuseppe Ungaretti
(1888 - 1970)

*

Promemoria

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.

Ci sono cose da far di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra.

Gianni Rodari
(1920 - 1980)

 

 

  Noi soffriamo se siamo costretti a vedere popoli in guerra in nome della libertà, ed ancora di più se vediamo usare questa parola nobile da esseri ignobili che la utilizzano per i loro interessi piuttosto che per gli interessi dei popoli!

 

Uomo del mio tempo

Sei ancora quello della pietra e della fionda;

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

- t'ho visto - dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T'ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

quando il fratello disse all'altro fratello:

“Andiamo ai campi!”. E quell'eco fredda, tenace

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

salite dalla terra, dimenticate i padri:

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Salvatore Quasimodo

 

Non è un caso se abbiamo utilizzato colori grigi; la guerra è sempre un capitolo grigio della storia e lo diventa ancor di più se i fratelli, figli della stessa terra, sparano per uccidersi fra loro!

 
 
Noi non vogliamo la pace senza se e senza ma!

Noi vogliamo la "Pace" vera!

     Quella di tutte le persone oneste che hanno come unico obiettivo la pace e la libertà nel mondo e la solidarietà verso i popoli affamati ed oppressi dai dittatori e da tutte le forme di imperialismo!

 
25 APRILE

Luigi Golinelli

Forse il guerriero

si spoglierà delle

proprie armi,

solo per amore,

per un battito d’ali

all’unisono.

 
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