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La Repubblica di Venezia.*
a cura di Ciro Cozzolino

L'Arsenale di Venezia

Cavalieri di San Marco Esercito veneto Serenissima marina

   Nel corso del '400 Venezia, in pochi decenni, espanse i propri domini al Veneto, Friuli, Bresciano e  Bergamasco, giungendo alle porte di Milano, e controllava già la Dalmazia e la totalità del Mediterraneo orientale, attraverso le sue basi militari e mercantili di Cipro, di Candia ancora nella Morea.


Cipro

Candia

Antica mappa della Morea Veneziana

   Come fu possibile in maniera così apparentemente facile, tra le varie "superpotenze" del tempo, conquistare ampie zone in Italia con iniziative tutt’altro che militari?
   Come una Repubblica aristocratica, gestita apparentemente solo da 1.500-2.000 persone, estendere molto spesso pacificamente i propri confini fino a diventare il più importante Stato italiano e mantenere il potere su territori così diversi in perfetta armonia con i propri amministrati?

 

Etimologia del nome.

   Esso proviene dal latino Venetia, il nome della X Regio delle quattordici in cui era divisa l'Italia al tempo dei Romani, o dal corrispondente termine greco utilizzato dai Bizantini (Venetikà), che in un primo tempo indicava l'intera fascia costiera da Chioggia a Grado (Venetia maritima) e in seguito si restrinse ad un'area sempre più circoscritta, relativa alle isole della laguna di Venezia. 

   Il nome latino deriva dall'etnico "Veneti", attestato per diverse popolazioni antiche (oltre a quelle stanziate in Veneto, l'etnico compare in Asia Minore, in Illiria, in Bretagna e nel Lazio), che deriverebbe dall'indoeuropeo wenet, indicante i conquistatori indoeuropei (secondo il Devoto); per le recenti e discusse tesi di Semerano, il termine "Veneti" deriverebbe dall'accadico enu e dal semitico ain ("fiume" ma anche "sorgente"), con il significato di "abitanti accanto al fiume o alla sorgente". Il termine è attestato come Venetkens (genti venete) in una lunga iscrizione in lingua venetica, su una stele paleoveneta ritrovata a Villa Guiccioli di Isola Vicentina e conservata presso il Museo Archeologico di Vicenza.
 

 

Le origini di Venezia.

    Dopo che le invasioni dei Quadi e dei Marcomanni (166-168 DC) provenienti dalla frontiera danubiana, distrussero Oderzo, i Romani impiantarono sulle Alpi Giulie nel III e soprattutto nel IV secolo un possente sistema difensivo (i claustra Alpium Iuliarium citati da Ammiano Marcellino), appoggiato ai centri fortificati di Aquileia e Concordia Sagittaria.

    Le difese furono tuttavia superate nel V secolo: i Visigoti guidati da Alarico penetrarono in due riprese (401 e 408) lungo la via Annia e nel 452 gli Unni di Attila conquistarono Aquileia, Concordia e Altino.
Durante queste invasioni probabile che le popolazioni dei territori saccheggiati si siano rifugiate temporaneamente nella zona lagunare e si sostentavano con la pesca e lo sfruttamento delle saline.

    Tra il 489 e il 493 il territorio fu attraversato dagli Ostrogoti di Teodorico, che entrato in Italia dalle Alpi Giulie, percorse la via Postumia e sconfisse Odoacre.

 


Bisanzio e l'invasione longobarda.

   Dopo sessant'anni di dominio goto, l'intera Venetia fu conquistata dal generale Narsete all'Impero bizantino nel 555. Poco dopo, come racconta Paolo Diacono nella sua Historia Longobardorum, nel 568 i Longobardi guidati da Alboino, si impadronirono di Forum Iulii e delle zone interne, lasciando ai Bizantini i centri verso la costa, a cui si aggiungevano Oderzo e la via del Po (Padova, Monselice, Mantova e Cremona): l'invasione proveniva, forse, da un accordo, attraverso il quale la Venetia maritima, sottoposta all'esarcato di Ravenna, veniva ormai separata dalla Venetia mediterranea nell'interno.

   Una delle conseguenze della nuova invasione fu il trasferimento delle autorità civili e religiose, molto probabilmente seguite da parte notevole degli abitanti, dai centri dell'interno verso la costa, dove già nel secolo precedente si erano rafforzati e sviluppati gli scali di Chioggia, l'antica Malamocco (distrutta per una catastrofe naturale agli inizi del XII secolo e ricostruita quindi nella sede attuale), Jesolo, Torcello e Caorle: il patriarca d’Aquileia, Paolino, si trasferì a Grado, che ospitava già un castrum e due chiese. Il processo di separazione tra regioni costiere e interno fu forse accentuato da una serie d’alluvioni (Paolo Diacono descrive come "diluvio" quella del 589) che mutarono l'assetto idrografico.

   Nel VII secolo il dominio longobardo si espanse fino alla via Annia: nel 639 fu conquistata Oderzo (poi distrutta nel 669) e i bizantini fondarono, poco distante dalla via che fungeva da confine, un nuovo centro amministrativo, la Civitas Nova, o più tardi Civitas Heracliana o Heraclea, dal nome dell'imperatore bizantino Eraclio. La divisione tra i domini bizantini e quelli longobardi fu sancita agli inizi del secolo, anche da una nuova suddivisione ecclesiastica: il patriarca d’Aquileia, ormai con sede a Grado, aveva giurisdizione sulle chiese del dominio bizantino, mentre per le chiese dei domini longobardi fu nominato un nuovo patriarca, che pose la sua sede presso Cividale (a Cormones). Nello stesso periodo furono fondate nuove chiese basilicali attestate a Caorle, Jesolo e Torcello.

   Nell'VIII secolo il re longobardo Liutprando fissava stabilmente i confini con la Terminatio Liutprandina. Nel 740 l'esarca di Ravenna, Eutichio, in conseguenza all’attacco longobardo si rifugiò temporaneamente nei domini bizantini della laguna veneta Nel. 742-743 la sede del dux bizantino che governava Venetia maritima fu trasferita da Civitas Nova, sulla terraferma, a Malamocco, testimoniando un sempre maggiore interesse per le attività e i commerci marittimi.

   Nel 751 il re Astolfo conquistava definitivamente Ravenna, ponendo fine all'esarcato bizantino, ma ribadiva il decreto di Liutprando: la Venetia maritima pur rimanendo formalmente dipendente dall'impero bizantino, acquistava una sempre maggiore autonomia.

 

 

La nascita di Venezia.

   Nelle isole lagunari vicino Malamocco, il trasferimento della sede ducale dovette comportare un intensificarsi degli insediamenti. Nel 775-776 vi venne creata la sede vescovile di Olivolo (ancora ricordata nell'840 come castrum Helibolis). Durante il governo di Agnello Particiaco (811-827) il governo venne quindi trasferito da Malamocco alla meglio difesa "Rivoalto" (Rialto). Furono costruiti il monastero di San Zaccaria, un primo palazzo ducale e la prima basilica di San Marco. Nell'897 il doge Pietro Particiaco eresse una difesa (civitatis murus) tra Olivolo e Rialto. I materiali da costruzione per queste edificazioni, secondo l'uso dell'epoca, furono tratti dalle rovine delle antiche città romane più prossime alla costa, in particolare da Altino.

   Nell'828 il trasferimento del corpo dell'evangelista san Marco da Alessandria d'Egitto a Rialto ne accrebbe il prestigio, non solo come capitale ducale, ma come sede religiosa e comportò in seguito il trasferimento della sede patriarcale.

   Mentre sulla terraferma si susseguivano dei poteri brevi ed inefficaci sul territorio, nella laguna la comunità da Rialto otteneva l'Istria e dall'entroterra slavo, legno e schiavi da vendere all'impero bizantino e nei porti mussulmani, mentre sempre da Bisanzio importava spezie e prodotti di lusso richiesti in Occidente.

   Nell'XI secolo la collaborazione della Marina con Bisanzio per impedire i tentativi di espansione nei Balcani del nuovo regno normanno dell'Italia meridionale, le fece ottenere crescenti privilegi commerciali a Costantinopoli. Alla fine del XII secolo il prestigio, la potenza di Rialto sono così importanti che nel 1177 si incontrano nelle sue sedi diplomatiche il Papa e Federico I per porre fine al conflitto tra Chiesa e Impero. Nel 1204 Costantinopoli viene conquistata da lagunari e crociati, che si dividono l'impero bizantino, dando vita all'Impero latino d'Oriente. Rialto assume il nome di Venezia, simbolo di un progetto di egemonia sul proprio entroterra, prima economica, in seguito il diretto controllo politico dopo il 1420.

   La città nel 1169 viene organizzata in sestieri: tre sulla riva sinistra del Canal Grande (Cannaregio, S. Marco, Castello) e tre su quella destra (S. Croce, S. Polo, Dorsoduro). Nel XIV secolo viene ampliato l'Arsenale, si costruiscono grandi magazzini per le scorte alimentari, vengono edificate nuove chiese, conventi e "scuole".

   Nel 1340 la città raggiunge i 110.000 abitanti, facendola diventare una delle città più popolose d'Europa. Pochi anni dopo, il 1348, la pesta nera dimezzò la popolazione; il successivo ripopolamento fu possibile grazie a un massiccio afflusso di immigrati provenienti dall'entroterra. Questo determinò mutamenti nella base economica (forte espansione delle attività artigianali e manifatturiere) e intensificò i rapporti economici e sociali a scala regionale.

   Poi vi furono le crisi politiche (congiura di Marino Faliero del 1355) e la distruzione di Chioggia nel 1379 da parte dei genovesi.

   Nel 1420 si sana, dopo più di otto secoli, la frattura tra i domini interni e la laguna, ponendo così fine alla competizione localistica. Venezia conferisce alla regione unità e "legge e ordine". Quindi furono smantellate le strutture militari, anche se nelle città e nei centri maggiori le mura e le torri medievali furono mantenute con funzioni simboliche; sulla fine del secolo tutte le città si rinnovarono con un'edilizia sui modelli veneziani.

   A Venezia si concentravano le attività più importanti e redditizie: cantieri navali, armi, lavorazione della seta, del vetro, ma anche occhiali, specchi, cosmesi come era intesa allora. Le altre città sviluppavano settori di minore importanza economica in funzione del mercato veneziano: lavorazione della lana a Padova, Vicenza, Treviso; teliere e cordami a Verona; tessuti di lino a Rovigo; lavorazioni metallurgiche a Feltre e Belluno. Il patriziato veneziano riconvertì larga parte dei propri capitali dal commercio e dal credito all'agricoltura e volle dare a questo nuovo orientamento una vistosa espressione simbolica: le loro dimore, i centri padronali di grandi proprietà agricole furono portati a metà fra la dimora rurale e il palazzo di città.

   La città lagunare raggiunse i 150.000 abitanti nella prima metà del '500, ma le pesti del 1576 e del 1630 causarono terribili lutti, tanto che nonostante l'immigrazione della terraferma, la popolazione raggiunge un livello lievemente inferiore al massimo cinquecentesco: 130.000 abitanti.

   Nel '600 l'economia veneta partecipa alla crisi generale dell'Italia settentrionale, alle cui attività commerciali, manifatturiere e bancarie si chiudono progressivamente i mercanti transalpini. Venezia e i centri manifatturieri veneti conservano comunque una posizione di rilievo nei mercati del Mediterraneo orientale, anche se il progressivo declino dell'impero ottomano offrirà minori opportunità. La popolazione veneta nel corso del '700 aumenta da 1,1 a 1,4 milioni di abitanti: ristagna o diminuisce la popolazione delle città, mentre quasi raddoppia la popolazione delle campagne.

   La fonte principale della ricerca è l’opera vasta e puntuale dello storico Carlo Maria Cipolla sull’economia preindustriale in Italia.

 

La Serenissima.

Il governo repubblicano.

 

   Le istituzioni veneziane hanno le loro radici nell'Alto Medioevo, quando comparve appunto la figura del Doge.

   Questi era l'erede del dux o governatore bizantino della Venetia Maritima. Secondo la tradizione il primo fu Paolo Lucio Anafesto nel 697, quando il ducato aveva ancora sede a Malamocco. Inizialmente il potere dogale fu spesso trasmesso per via ereditaria, ma in seguito fu eletto democraticamente nell'arengo o assemblea dei cittadini). Inizialmente ancora formalmente nell'orbita della sovranità bizantina (da cui Venezia si liberò nel 1084), il doge era affiancato da un’assemblea popolare che, nel 1172, fu sostituita dal Maggior Consiglio, espressione dell'aristocrazia, che assunse il ruolo di governo effettivo della repubblica (in realtà esercitato da un ristretto organismo all'interno dello stesso Consiglio, la Quarantia) relegando il doge a funzioni onorifiche. Venezia era gelosa della dignità e delle libertà repubblicane.

   Dal 1297 l'ordinamento istituzionale della città si orientò verso una forma strettamente oligarchica, infatti, con la "serrata", si stabilì che al Maggior Consiglio potessero partecipare solo chi ne sia stato già stato membro in precedenza o coloro che, in via eccezionale, fossero proposti dal doge.

   L'oligarchia bloccò ogni dinamismo sociale e si definì come classe ereditaria. Questa chiusura non fu però accettata da tutti senza reazioni, né mancarono tentativi d’affermazione di poteri personali. Nel 1355, il doge Marin Faliero tentò di dare alla repubblica un assetto signorile, assumendo gran parte dei poteri, ma il suo tentativo fu stroncato dal Consiglio. In seguito la città, per prevenire ogni tentativo di colpo di mano, istituì il Consiglio dei Dieci, per reprimere le congiure e per mantenere salda la Repubblica contro ogni colpo di stato antirepubblicano.

   La base della struttura era il Maggior Consiglio, parlamento sovrano al quale erano inscritti tutti gli aristocratici, al compimento dei 25 anni. Questo organo, composto in media di 1500 aventi diritto, oltre a ratificare le leggi di maggiore importanza; eleggeva diverse magistrature, e i membri di quelle che oggi chiameremmo commissioni, preposte a risolvere ed approfondire vari problemi.

   Solo i componenti del Consiglio potevano accedere al governo dei territori, alle più importanti cariche di comando della flotta, alla carriera diplomatica.

   Nel 1297 l'appartenenza al Maggior Consiglio divenne diritto ereditario: probabilmente perché la neonata aristocrazia voleva assicurarsi i privilegi del potere. Molti studiosi,invece, lo vedono come un tentativo di evitare alla Repubblica da tentativi di predominio della famiglia nobile o fazione politica.

 

Il Senato e la Zonta.

   Il Maggior Consiglio eleggeva anche il Senato, chiamato anche Assemblea dei Pregadi, che arrivava a due–trecento componenti. Sessanta erano i Senatori eletti ogni anno in dieci adunanze, tenute in agosto e settembre.

   I rimanenti formavano la Zonta: questa veniva eletta dai Senatori e la nomina ratificata dal Maggior Consiglio. Si aggiungevano tutti coloro, le cui cariche davano diritto automatico all'ingresso in Senato. In questo organismo più snello e rapido nelle decisioni, si concentrò il maggiore potere della repubblica, si eleggevano gli ambasciatori e si creava il Collegio.

Il Collegio.

   Era insediato da sedici Savii, in carica per sei mesi e guidati da sei magistrati, detti Savii grandi; preparavano l'ordine del giorno per i Pregadi (Senatori) e presentavano proposte relative al governo della Repubblica. Di tale organismo facevano parte anche i seguenti ordinamenti:

   Savii di Terra Ferma, in cinque, erano capi amministrativi delle forze di terra.

   Savii agli Ordini, come sopra, si occupavano del settore marittimo. Questa era una carica riservata ai giovani "di prima barba", che iniziavano così la carriera politica.

   Il supremo organo giudiziario penale era il Quarantia al criminal: composta da tre persone.

   Era un ibrido politico giudiziario, dato che i suoi membri erano Senatori de officio ed i suoi capi, partecipavano all'attività del Collegio. Il potere giudiziario e legislativo si intersecavano e addirittura il doge stesso con i sei Consiglieri Dogali faceva parte del Collegio; il suo incarico era a vita ed era il coordinatore principale dei vari organi di governo, e vigilava affinché non oltrepassassero i propri limiti e competenze.

   I sei consiglieri doganali, uno per ogni sestiere, duravano in carica otto mesi; controllavano l'operato del doge, solo con la sottoscrizione di almeno quattro di questi il doge poteva deliberare atti pubblici. Allo stesso modo, non si potevano riunire il Consiglio dei Dieci, i Pregadi, il Gran Consiglio, il Collegio.

Consiglio dei Dieci.

   Organo della magistratura straordinaria si occupava della sicurezza dello Stato, risolvendo le questioni vitali nella grande ed assoluta segretezza. Intervenendo anche su settori di competenza del Senato allora si creò una più precisa divisione dei poteri tra questi organi.

   Come si evince dal nome, era composto da dieci membri, di solito eletti dal Maggior Consiglio tra i senatori; l'età minima richiesta era di quaranta anni e non vi dovevano esser parenti in carica nello stesso momento.

   Dal 1427 in poi anche i consiglieri Dogali ebbero l'obbligo di partecipare alle sedute dei Dieci, mentre per il doge era un diritto senza obbligo. Massimo quindi fu lo sforzo di controbilanciare e controllare l'enorme potere del Consiglio dei Dieci, che in ogni caso raramente si abbandonò ad arbitrii ed ingiustizie.

Il decentramento del potere.

   La Repubblica Veneta eccelse per la sua organizzazione statuaria che riusciva a dare stimoli per un’amministrazione sana ed organizzare il suo dominio in terraferma e nei territori d'oltremare.

 

Una gran parte delle città si assoggettarono a Venezia per loro volontà e bande di contadini volontari (oggi si definirebbero guerriglieri) crearono seri problemi all'esercito della Lega di Cambrai, quando ormai tutto sembrava perduto e molti aristocratici nelle varie città dell'entroterra e gli aristocratici si erano arresi all’esercito invasore.

   Evidentemente, perché Venezia garantiva sempre la rappresentanza ed il buon governo. Il suo profondo rispetto che aveva per gli antichi statuti locali, per gli usi e costumi, la lingua e le tradizioni dei popoli che governava sotto la propria bandiera.

Il decentramento.

   Il territorio dell'originale Dogato Veneziano fu retto, fin dal suo sorgere come entità separata dall'impero Romano d'Oriente, da un originale complesso di leggi che fu denominato "Diritto Veneto". Nella terraferma invece, le varie città avevano elaborato nel corso dei secoli, loro propri statuti, rifacendosi al più comune Diritto Romano ed altre leggi che addirittura si facevano risalire al Regno Longobardo. Oltre a questo, facevano testo usi e consuetudini diversi da luogo a luogo.

L'Ordinamento dello "Stato de tera"

   Le principali città, quali Padova, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo, erano rette da un Podestà e da un Capitanio (Capitano), il primo addetto alle pratiche civili, il secondo all'ordine pubblico ed alle pratiche militari. Le cariche erano di nomina Senatoria e spettavano ad un nobile veneziano. Nei centri più piccoli, quali Crema, Rovigo, Treviso, Feltre e Belluno il Rettore, sempre di nomina centrale, investiva entrambi i ruoli. Per il Friuli, denominato Patria del Friuli e considerato alla stregua di un vero e proprio stato cuscinetto che doveva garantire le vie di accesso con l'Austria e la Germania si era instaurato un Luogotenente, che aveva il compito di nominare i vari rettori e vigilare sul loro operato.

   Nei vari mandati, in genere annuali, si dava invito di rispettare le leggi ed i costumi locali: in casi gravi si ricorreva al diritto veneto. La nobiltà locale ed i rappresentanti delle varie potenti associazioni di arti e mestieri affiancavano il Rettore Veneziano nell'applicazione delle leggi locali e potevano metterlo in minoranza avendo diritto di voto nei giudizi, salvo alcuni settori ben definiti questo secondo la legge del luogo. Se le due sentenze avessero differito, si aveva diritto ad un ulteriore grado di processo, come attualmente con la Cassazione, altrimenti la sentenza passava in giudicato.

Lo sviluppo di Venezia.

   Venezia, posta alla frontiera dell'Impero Bizantino, sviluppò un forte spirito d'indipendenza che la portò ad essere la più potente tra le quattro più celebri Repubbliche marinare. Rivaleggiava con Genova e il suo predominio sull'Adriatico era tale che i veneziani lo indicavano con il nome di "Golfo di Venezia"; le repubbliche marinare di Ancona e di Ragusa (Dalmazia) solo con una stretta alleanza reciproca riuscirono a rimanere indipendenti e a continuare i loro traffici con l'Oriente, altrimenti dominio esclusivo dei navigatori veneziani. In questa chiave si deve leggere l'alleanza stretta nel 1174 da Venezia con il Sacro Romano Impero nel tentativo di danneggiare Ancona. Il capo del governo era il Doge (corrispondente al latino dux), teoricamente eletto a vita, ma in pratica, spesso costretto a rimettere il proprio mandato a seguito di risultati insoddisfacenti del proprio governo. Nei secoli Venezia divenne la capitale della Repubblica Serenissima Veneta, che fu la più lunga e duratura repubblica della storia (sia pur una repubblica aristocratica, circa 1100 anni), fu per secoli una delle maggiori potenze europee e centro di cultura per tutto il continente europeo. Le sue lingue ufficiali furono il latino, il veneto e l'italiano (allora fiorentino). Non divenne mai signoria principesca né monarchia e impero, restando sempre fedele allo spirito repubblicano.

Guerra con Genova.

   Questo evento merita un particolare approfondimento per le parti in lotta cercando il potere sul Mediterraneo e le rotte d’Oriente. Erano due città italiane e due modi diversi di interpretare il potere interno ed internazionale.

   Venezia, guidata da una forte oligarchia militare e mercantile, tra la fine del XIV secolo e la prima metà del XV, aveva unificato il Veneto e parte della Lombardia e aveva continuato le lotte contro Genova per il predominio commerciale sui mari.

   Tale isoletta era di enorme importanza per il commercio marittimo nel Mar Nero. Il conflitto fu detto guerra di Chioggia, perché i Veneziani, dopo un iniziale successo, furono sconfitti a Pola dai Genovesi che occuparono Chioggia e posero l'assedio a Venezia. I Veneziani con una nuova flotta assediarono a loro volta i Genovesi a Chioggia, che si arresero nel 1380. La Pace di Torino (1381), in apparenza, concluse la guerra in parità, in quanto Tenedo venne negata ad entrambi i contendenti. In realtà Genova si avviava verso un periodo di lotte intestine, che ne compromisero l'indipendenza.

   Venezia, al contrario, riuscì a mantenere uno stato coeso e con la caduta di Bisanzio in mano agli ottomani di Maometto II fu questa, nel 1453, che si rivelò la vera potenza navale dominante nel Mediterraneo orientale e costrinse le due repubbliche marinare italiane a cercare un nuovo destino. Genova lo trovò nella nascente finanza internazionale, Venezia nell'espansione terrestre.

   Fu la successiva vittoria sui genovesi a sancire il dominio del Mediterraneo centrale e orientale; quella su Milano, per il controllo del territorio che si estende da Bergamo alla Dalmazia, fa di Venezia la maggiore potenze italiana e mediterranea.

L'espansione nel Veneto ed in Lombardia.

   Alla fine del Trecento, dopo la pace di Torino, per far fronte all'espansionismo del ducato di Milano, Venezia assunse compagnie di mercenari guidate da prestigiosi condottieri come il Gattamelata (Erasmo da Narni) o il Carmagnola (Francesco da Bussone), riprendendo l'espansione in terraferma, sotto la guida del doge Francesco Foscari (1423-1457). Venezia conquistò parte della Lombardia.

   Nel 1433 (Pace di Ferrara), Filippo Maria Visconti fu costretto a cedere Brescia e Bergamo e con la pace di Cremona (1441) fu costretto a cedere altre terre, anche grazie agli interventi del capitano di ventura Scaramuccia da Forlì. Francesco Sforza in seguito alla Pace di Lodi (1454) riconobbe il confine veneziano all'Adda. Ebbe al suo servizio il condottiero Bartolomeo Colleoni, come Capitano generale, che onorò con il famoso monumento equestre del Verrocchio. I ricchi e fertili possedimenti in terraferma assicurarono a Venezia non solo ingenti introiti, ed un mercato per i suoi prodotti, ma anche sicuri approvvigionamenti quando, in seguito alla caduta di Costantinopoli, aumentò la pressione turca sulla città.

   All'apice della sua potenza, Venezia controllava gran parte delle coste dell'Adriatico, molte delle isole dell'Egeo, inclusa Creta, e tra le principali forze commerciali nel Medio oriente. Il territorio della repubblica nella penisola italica si estendeva fino al Lago di Garda, al fiume Adda ed anche a Ravenna, da cui riusciva ad influenzare la politica delle città della Romagna, ad esempio appoggiando, nel 1466, la presa di potere di Pino III Ordelaffi a Forlì, città su cui, però, Venezia non riuscì mai ad avere un dominio diretto.

   All'inizio del XVI secolo, la Repubblica era una delle principali potenze italiane e la ricchezza dei traffici, l'abilità di diplomatici e comandanti militari ed una buona amministrazione la ponevano ad un livello superiore a quello di altri stati del tempo. Il governo dei territori soggetti era, per l'epoca, "illuminato" e molte delle città controllate da Venezia, come Bergamo, Brescia e Verona rivendicarono la sovranità veneziana durante la minaccia di invasioni straniere.

Giulio II.

   Nel 1508 i contrasti con il papa nel controllo delle Romagne portarono alla Lega di Cambrai, un'alleanza contro Venezia stretta tra il pontefice Giulio II, il re Luigi XII di Francia, l'imperatore Massimiliano I e re Ferdinando II d'Aragona. Ad Agnadello, il 14 maggio 1509, i veneziani furono duramente sconfitti dai francesi. Il predominio francese sul nord Italia conseguente alla battaglia fu però sentito come una minaccia da Giulio II, che sigliò la pace con i Veneziani dopo la loro "umile sottomissione". Nel 1511 Venezia entrò, con Inghilterra, Spagna ed Impero nella Lega Santa promossa dal pontefice guerriero contro la Francia.

   Alla fine delle guerre d'Italia, Venezia aveva consolidato il suo dominio territoriale, ma si trovava circondata da potenze continentali (la Spagna nel Ducato di Milano, l'Impero degli Asburgo a nord, l'Impero Ottomano ad oriente), che le precludevano ogni ulteriore espansione e che, nel caso dell'Impero Ottomano, rappresentavano una concreta minaccia per i possessi d'oltremare.

La crisi.

   Sebbene la popolazione della città fosse a maggioranza cattolica, lo stato rimase laico e caratterizzato da un'estrema tolleranza nei confronti di altri credi religiosi e non vi furono nessuna azione per eresia nel periodo della Controriforma. Questo atteggiamento indipendente e laico pose la città spesso in contrasto con lo Stato della Chiesa, figura emblematica fu Paolo Sarpi che difese la laicità dello stato veneto dalle pretese egemoniche del papato.

   La perdita di importanza delle rotte mediterranee a favore delle nuove vie commerciali atlantiche aperte dai viaggi di esplorazione e dalla colonizzazione dei continenti extraeuropei segnò l'inizio dell'emarginazione commerciale di Venezia, aggravata pure dal continuo avanzare dei turchi. Nel 1571, dopo la resa di Famagosta, venne perduta Cipro. In quello stesso anno, a Lepanto, una flotta cristiana, comandata da Don Giovanni d'Austria e composta da navi veneziane, spagnole, genovesi, sabaude, della Chiesa, dei Cavalieri di Malta sconfisse la flotta turca. Nella battaglia l'apporto di Venezia fu decisivo, ma si trattò di un successo momentaneo ed importante soprattutto dal punto di vista psicologico. Nel 1669, dopo una sanguinosa guerra, durata vent'anni, che lasciò Venezia stremata, i turchi presero Candia, conquistando così il completo controllo di Creta. Nel 1718 fu la volta di Morea nel Peloponneso.

   Intanto il patriziato, da ceto mercantile si stava trasformando in aristocrazia terriera perché i patrizi trovavano conveniente investire il loro patrimonio nell'acquisizione di ingenti latifondi nella "Terraferma Veneta".

Ultimi splendori della Repubblica.

   Nel XVIII secolo Venezia fu una delle città più raffinate d'Europa, con una forte influenza sull'arte, l'architettura e la letteratura del tempo. Il suo territorio comprendeva Veneto, Friuli, Istria, Dalmazia, Cattaro, parte della Lombardia e le isole Ionie. Ma dopo 1070 anni d'indipendenza, il 12 maggio 1797 la città si arrese a Napoleone Bonaparte. Il Doge Ludovico Manin fu costretto ad abdicare, il Consiglio venne sciolto e fu proclamato il Governo Provvisorio della Municipalità di Venezia.

Risorgimento ed Unità d'Italia.

   Il 16 maggio 1797 le truppe francesi invasero Venezia. Con la restaurazione ed il Trattato di Campoformio tra francesi ed austriaci, il 17 ottobre 1797 termina la Municipalità provvisoria di Venezia e vengono ceduti all'Austria Veneto, Friuli, Istria, Dalmazia, Cattaro e le isole Ionie. Nasce la Provincia Veneta dell'Austria, comprendente all'incirca gli attuali Veneto e Friuli: una comune provincia, non uno stato Veneto, sotto Francesco II d'Asburgo Lorena, con l'ingresso degli austriaci in città il 18 gennaio 1798. La perdita economica e di potere della città fu elevata.

   A seguito della restaurazione dopo il periodo napoleonico, il 9 giugno 1815, con il congresso di Vienna, Venezia passò al Regno Lombardo-Veneto, di cui divenne uno dei due capoluoghi. La città partecipò alle lotte risorgimentali. Il 17 marzo 1848, i patrioti veneziani insorsero e liberarono Daniele Manin e Niccolò Tommaseo. Dopo il ritiro degli austriaci, venne nuovamente proclamata la Repubblica, affidata ad un triumvirato. Nel 1849, Venezia resistette per quattro mesi ad un lungo assedio austriaco, arrendendosi solo il 18 agosto, a causa della fame e di una grave epidemia di colera. Nel 1866, dopo la Terza Guerra d'Indipendenza, fu annessa al Regno d'Italia.

 

Il Doge.

   Il Doge rappresenta la Serenissima. Viene notato nelle successioni la brevità del loro mandato (da cui decadevano in genere solo con la morte), alcuni durarono in carica meno di un anno e la durata media era in genere di tre o quattro.

   Si affidava questo importantissimo incarico a persone di età molto avanzata poco tentati di usare la loro carica per fini personali.

   Inoltre, la loro lunga carriera politica, doveva e poteva fornire ulteriori garanzie sulla loro moralità e disinteresse nell'esercizio della cosa pubblica. E non si pensi che l'onere della carica fosse compensato da una qualche forma di guadagno economico: mantenere il prestigio di tale istituzione costava moltissimo, tanto da incidere profondamente sul patrimonio familiare.

   L'elezione del Doge spettava al Maggior Consiglio (i cui membri avessero almeno 30 anni), assemblea che riuniva l'aristocrazia della Repubblica; partecipavano quindi al voto sia le famiglie più potenti che quelle più povere, le quali magari vivevano a malapena degli uffizi pubblici che di volta in volta ricoprivano.

   Dal Maggior Consiglio venivano tirati a sorte 30 elettori, i quali ne nominavano 9, questi a loro volta ne eleggevano 40, che ne estraevano 12, i quali ne nominavano 25 , che ne rinominavano 9, che ne eleggevano 45, i quali ne nominavano 11, che ne eleggevano 41: questi eleggevano il Serenissimo Principe, con una maggioranza minima di 25 voti (ballotte, che si dividevano in si, no, non sinceri). Prima però il tutto doveva essere ratificato dall'assemblea.

   Tutto questo incredibile meccanismo, descritto qui in maniera assai sommaria, era naturalmente posto in atto per rendere impossibile ogni broglio.

   La mattina seguente, il neo eletto Doge veniva accompagnato nella chiesa di san Marco dai quarantuno elettori, dove veniva proclamato il suo nome a tutto il popolo, lodandone i suoi meriti. Indi il Principe prometteva di esercitare il potere con imparzialità, mantenere la Repubblica in pace ed abbondanza.

   Era poi celebrata la messa solenne dal Patriarca ed il Doge riceveva l'anello ducale, dopo il giuramento. Quindi egli veniva fatto salire su una specie di pozzetto, trasportato a spalle dagli arsenalotti, mentre un suo giovane parente distribuiva ducati e monete alla folla esultante e festosa traendole da un bacile ricolmo. Parte delle monete erano state stampate appositamente la notte precedente con l'effige del neo eletto.

   Il corteo, dopo il giro della piazza, si portava al Palazzo Ducale, dove i quarantuno grandi elettori lo aspettavano. All'inizio della scalinata, il più giovane degli elettori gli poneva la veta in testa, mentre il più anziano il berretto ducale vero e proprio, che veniva conservato nel tesoro di San Marco. "Accipe coronam ducatus venetiarum" era la frase che accompagnava il gesto.

   Veniva quindi accompagnato nella sala dei Piovegi, dove si assideva circondato da parte del Collegio e dagli elettori, quindi gettava altro denaro dalla finestra al popolo acclamante.

   Egli vestiva panni intessuti d'oro di color scarlatto, quando parlava in qualche Consiglio si alzava in piedi, ma non toglieva il copricapo in alcuna occasione, se non, per cortesia, di fronte al Papa, imperatori e re. Nelle processioni precedeva la nobiltà ed il Patriarca.

Dogi


Doge Leonardo Loredan

Doge Giovanni Mocenigo



Doge Francesco Foscari


Doge Andrea Gritti

 

Le esequie del Doge.

   Il giorno della sua morte venivano chiamati gli arsenalotti a guardia del palazzo e il Doge, rivestito d'oro, con la berretta in testa, sopra una copriletto intessuto d'oro, la spada ai fianchi e gli speroni ai piedi rovesciati, veniva portato dai Canonici di San Marco alla sala dei Piovegi, accompagnato dal Collegio e molti altri. Lì era deposto su di un cataletto assai alto con quattro torce ardenti ai lati.

   Le campane di San Marco suonavano nove volte con suono doppio, per notificare a tutti che era morto il Doge. Il Palazzo era subito svuotato dai suoi, perché esso era subito abitato dai Consiglieri e Capi dei Quaranta, a significare la continuità della Repubblica. Questi nel frattempo governavano lo stato "Vacante Ducatus" ed eleggevano ventidue incaricati alla veglia della salma per tre giorni, che dovevano indossare le vesti scarlatte.

   Il Gran Consiglio, assieme al Collegio, vestiti tutti in nero accompagnavano poi la salma per le esequie. Cominciavano a suonare le campane di San Marco, le botteghe dello stato erano serrate e tutte le attività venivano sospese, mentre nell'ora fissata si cominciavano a formare le varie adunanze, dirette verso il luogo di sepoltura. Da varie chiese partivano le insegne delle Scuole piccole, poi si presentavano le quattro Scuole dei Battuti con le congregazioni dei preti, poi i pubblici ufficiali con le berrette rosse con il fregio di San Marco con i loro scudieri vestiti di nero, quindi arrivava il Capitolo di San Marco e quello di Castello.

   Arrivava poi la Scuola cui apparteneva il Doge ed era esposta la sua insegna; duecento arsenalotti con torce sopra un'asta od in mano circondavano la salma scoperta, esposta sotto un ombrello intessuto d'oro. I Battuti avevano il compito di trasportare la salma, dopo la benedizione da parte del Patriarca. I Patrizi, vestiti di nero, la attorniavano, tranne il Collegio che non poteva lasciare il palazzo.

   Nella chiesa di San Marco, dove arrivava la salma, era approntato un gran catafalco, mentre da un pulpito coperto di velluto nero, un patrizio teneva l'orazione in lode del Principe.

   Al termine dell'uffizio del Patriarca, la salma del Doge veniva avviata alla sepoltura.

 Fonte per gli argomenti riguardanti il Doge: http://www.vene.to.it/cultura/serenissima.asp

 

 


Canaletto

Venezia: vista aerea
*Nota Bene: Le immagini non sono collocate esattamente nel contesto storico, ci siamo limitati a scegliere, fra quelle che abbiamo potuto reperire, le più vicine da un punto di vista temporale.