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L'Arsenale di Venezia.* |
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La struttura è del genere 'accentrata' come forma di organizzazione del lavoro sono del Medioevo e dell’Età moderna, anche se il suo impiego nel governo delle imprese, paragonato a forme organizzative di artigianato e industria domestica, è limitato. Si sviluppa in diversi settori tra i quali quello minerario. Nelle campagne di tutta Europa dominava la forma organizzativa dell’artigianato semplice: per costruire una piccola casa erano sufficienti un maestro muratore e pochi manovali aiutanti, mentre più complessa era l’organizzazione dei lavori quando si dovevano erigere palazzi, chiese oppure altri edifici monumentali in quanto il controllo dei progetti veniva affidato ad un provveditore incaricato di scegliere il capomastro che si occupava del reperimento della direzione della manodopera svolta dai maestri, apprendisti e manovali. Nel caso delle manifatture tessili la complessità tecnica, la necessità di controllare in continuazione le fasi di lavorazione particolarmente difficili, rendevano necessaria questa struttura. Fondato nei primi anni del XII secolo dal Doge Ordelaffo Falier, l’Arsenale di Venezia trae le sue radici nel bisogno di dare grande sviluppo alla cantieristica. La scelta della sua ubicazione non fu difficile, in quanto, per esigenze di difesa da eventuali attacchi nemici, si ritenne che la zona più idonea fosse quella compresa tra S. Pietro di Castello e la Parrocchia di S. Giovanni in Bragora (la Darsena Vecchia), anche in virtù del fatto che qui si trovava il punto di arrivo del legname del Cadore. All’inizio del 1300, in seguito ad un aumento delle esigenze navali della città, fu incorporato il "Lago di S. Daniele" e costruito l’Arsenale nuovo (la Darsena Nuova), raggiungendo così un’estensione di 138.600 mq e solo dal 1473, con la caduta di Costantinopoli (1453) che spinge la potente flotta turca a presentarsi sul Mediterraneo, che furono apportati gli ultimi ampliamenti, con la realizzazione di case residenziali esterne per i lavoratori, di "forni pubblici" e di magazzini per i cereali (la Darsena Nuovissima). Una delle varie aggiunte fatte all’Arsenale fu una nuova area detta "Tana", termine probabilmente derivante da "Tanai", antico nome del fiume Don. Alla foce di questo fiume, sul Mar d’Azov, i Veneziani avevano degli importanti empori commerciali dai quali facevano provenire la canapa per i cordami e la calafatura degli scafi. Proprio in questo reparto, infatti, erano prodotte industrialmente le corde (preziose nell’antichità) al più basso costo possibile, con il vantaggio di rimanere indipendenti da terzi in caso di guerra e con il vantaggio di mantenere i capitali in movimento acquistando la materia prima all’estero come "cliente di riguardo". L’assenza di sfridi garantiva un buon risparmio alla Repubblica, e contemporaneamente consentiva di vendere alle navi straniere in transito le funi ad un prezzo superiore a quello dei concorrenti, ma sempre conveniente per l’assenza di scarti, grazie al fatto che queste uscivano dalla corderia tramite dei fori, per poi essere tagliate della misura richiesta. Tutto ciò realizzò un nuovo tessuto urbano che avrebbe costituito il nucleo dell’attuale sestiere di Castello. Gli Arsenalotti prestavano lavoro nella "officina delle meraviglie", quel vasto complesso di darsene, squeri e cantieri che era l'Arsenale di Venezia. Loro appartenevano a molte corporazioni perché erano molte le arti necessarie e i tipi di manodopera qualificata richiesta e non erano semplici artigiani: formavano una vera e propria comunità, erano il simbolo tanto quanto l'Arsenale stesso della maestosità del cantiere, il più grande in assoluto dell'era cristiana. Erano tra 1500 e 2000 che lavoravano per la costruzione di Galere e Galeoni portando avanti ogni singola fase del lavoro: dalla costruzione della chiglia, fino alla dotazione finale di cordami e armamenti per l'imbarcazione finita. |
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| Galera | ||
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| Galeone | ||
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Si lavorava sei ore al giorno in inverno e dodici in estate, solo con la luce del sole, per evitare di ricorrere alla luce artificiale delle lucerne, troppo rischiose in un ambiente tanto ricco di legname. Erano tre le maggiori categorie di lavoratori impiegate:
- carpentieri navali (detti anche marangoni), addetti alla costruzione della chiglia e alla costolatura della nave;
- calafati, incaricati di assicurare l'impermeabilità dell'imbarcazione;
- fabbricanti di remi, addetti appunto al taglio e alla costruzione dei remi. Queste tre categorie da sole annoveravano il 75% dei lavoratori. Il restante 25% era formato da cosiddetti "visitatori occasionali" dell'Arsenale: riparatori, trasportatori di merci, fabbri, muratori, tutti lavoranti che non ricoprivano ruoli specifici nella costruzione delle imbarcazioni. La ferrea disciplina e la perfetta organizzazione del cantiere permettevano all'officina di produrre anche una nave completa nel ciclo giornaliero. Il lavoro in un cantiere delle dimensioni dell'Arsenale richiedeva certe regole di comportamento e un'attitudine alla disciplina a cui nessun lavoratore del tempo era abituato. Si era cercato di accaparrarsi le migliori maestranze della città, che si faticava poi ad amalgamare in un unico corpo di lavoratori. Per convincere questi lavoranti a prestare servizio nel grande cantiere gli si permetteva di mantenere un'attività esterna, e di non avere specifici obblighi lavorativi verso l’Arsenale. Erano tutti iscritti nel cosiddetto libro delle maestranze, risultavano dipendenti dell'Arsenale, e potevano recarsi al lavoro a propria discrezione; nonostante la media di oltre 5000 iscrizioni spesso si faticava lo stesso a raggiungere un numero sufficiente di persone attive in cantiere, e che effettivamente lavorasse l'intera giornata. Il forte assenteismo era dovuto alla disparità di salario nei confronti degli squeri privati. Se c'era occasione si preferiva lavorare fuori, senza per questo perdere il diritto di poter lavorare anche per l'Arsenale. All'interno del cantiere erano frequentissimi atti di saccheggio delle materie prime o d’attrezzi da lavoro; alcune persone addirittura nascostamente praticavano attività di venditori ambulanti, scalpellini, fabbri e altro ancora, che nulla avevano a che fare con l'attività che queste avrebbero dovuto svolgere sul cosiddetto “posto di lavoro”. Molti si nascondevano per non lavorare o semplicemente bighellonavano tutto il giorno nella cantina dell'Arsenale, tornando poi a casa “sbronzi”…ma stipendiati! Insomma le favorevoli condizioni di lavoro che lo stato aveva concesso per accaparrarsi i lavoratori avevano portato anche aspetti inaspettati e non voluti. Si garantiva un lavoro sicuro che, anche se sottopagato rispetto agli squeri privati (dove però il rischio di licenziamento per mancanza di lavoro era molto alto), nessuno voleva più farsi sfuggire. Il senato corse ai ripari. Frenò le iscrizioni di nuovi apprendisti al libro delle maestranze. Il blocco delle assunzioni portò in breve alla crisi del cantiere; l'età media dei lavoratori si era alzata incredibilmente, e i vecchi mastri non erano più in grado di portare a termine il loro lavoro. A questo si aggiunsero i problemi portati al settore navale veneziano dalla battaglia di Lepanto (1571). La concorrenza delle Galere olandesi cominciava a spaventare. Si ricominciò ad assumere per dare nuovo vigore al cantiere. Dal 1629 con la costituzione del registro battesimale fu garantito un flusso regolare di nuovi apprendisti, figli dei vecchi mastri. Si ebbe così anche un secondo effetto: lavorare all'Arsenale era diventato un privilegio di alcuni soltanto, rafforzando quello spirito di comunità lavorativa elitaria che d'ora in avanti distinguerà gli Arsenalotti da qualsiasi altra categoria d’artigiani. Dopo la terribile epidemia di peste del 1630, si dovette ricostruire quasi da zero la forza lavoro dell'Arsenale. Questa volta si cercò di assicurarsi le migliori maestranze, che poi grazie al registro battesimale (ripristinato nel 1650) avrebbero continuato la gloriosa tradizione del cantiere, ma si cercò anche di disciplinare maggiormente il lavoro. Fu introdotta la frequenza minima lavorativa di 150 giorni l'anno e furono formati dei corpi di sorveglianza (gli appontadori e i despontadori che controllavano le presenze e l'impegno sul lavoro, e i capitani contro eventuali ladri e intrusi). Si stavano rafforzando le condizioni per la formazione di una manodopera stabile, con maggior consapevolezza del proprio ruolo. I nuovi lavoranti non erano disposti a rischiare il licenziamento, consapevoli di una minor preparazione rispetto alla concorrenza esterna. Il rapporto tra lavoranti effettivi e registrati era salito, a fine '600, oltre l'80% contro il 30% di quasi due secoli prima. Si era raggiunto lo stesso livello di manodopera attiva del periodo di massima espansione (metà '500) con il 40% in meno di iscritti. Ricoprivano inoltre ruoli di sorveglianza presso la piazza di San Marco, e affiancavano il corpo degli sbirri nel compito di polizia nelle zone attorno all'Arsenale. La grandezza dell'Arsenale non avrebbe mai avuto tale fama senza il fondamentale contributo che lo speciale corpo di lavoratori che lo "abitava" vi ha apportato. L'attaccamento al proprio lavoro e la gratitudine che manifestavano i lavoratori più anziani verso quel cantiere a cui avevano dedicato la vita, riempiva d'orgoglio tutta la città che poteva vantare un simile complesso produttivo agli occhi del mondo. Nella seconda metà del Cinquecento cominciava per Venezia il periodo più tragico, periodo nel quale si dimostrò forte il divario tra le prospettive politiche, strategiche e belliche. Falliti i tentativi di mediazione con i turchi, esplose la guerra che costrinse l’Arsenale ad aumentare il numero degli addetti alla produzione delle galere da 2000 al giorno a 3000. La flotta mercantile veneziana uscì decimata dalla guerra e questo permise alle navi inglesi e olandesi di sostituirsi in buona parte alle navi veneziane nei traffici mediterranei. Lepanto restò in ogni caso un’impresa che fu celebrata in molti modi e certamente l’Arsenale rappresenta uno degli strumenti di tale vittoria. Questo periodo fu gravemente scosso da carestie ed inondazioni, in particolare tra il 1575 e il 1577 quando Venezia fu colpita dalla peste che ridusse la popolazione ad un quarto del suo totale. L’Arsenale fu considerata come una “cittadella”, la meno devastata dal contagio: gli arsenalotti erano gli unici lavoratori ad avere una particolare assistenza medica per le famiglie oltre ad avere un lavoro ed un salario garantiti. Nonostante la perdita di Cipro, Venezia riuscì a risolvere i problemi finanziari e demografici portati dalla peste e dalla guerra potenziando l’industria e riportandosi ai vertici dell’economia mondiale. Con il tempo l’Arsenale perse sempre più la propria importanza militare lasciando spazio alla componente mercantile, tanto che il settore della cantieristica da guerra divenne quasi inattivo dopo il 1718, quando la produzione scese a una nave l’anno con tempi di produzione lunghissimi; una breve ripresa si ebbe verso il 1784 dovuta alla guerra contro i tunisini. L’introduzione delle “atte”, navi in grado di affrontare da sole il pericolo dei corsari, armate con cannoni e sovvenzionate in parte dallo Stato, l’Arsenale riprese la propria attività. Nel periodo della prima occupazione francese (1797-1798), Bonaparte si mise al comando dell’Armata d’Italia senza tener conto della potenza dell’Arsenale: egli non considerava il Mediterraneo come prospettiva prioritaria d'azione, ciò che importava era invece l’Inghilterra. Le truppe francesi misero fuori uso tutte le navi presenti nell’Arsenale che non avrebbero preso parte alla guerra al fianco della flotta francese e furono licenziati i 2000 addetti che vi lavoravano; fu inoltre abolita ogni distinzione tra marina mercantile e marina da guerra. L’edificio fu riassestato tra il 1798 ed il 1806 durante il primo governo austriaco (col trattato di Campoformio, all’Austria furono assegnate l’Istria, la Dalmazia e diverse province e Venezia), ma il suo carattere quasi esclusivamente militare non contribuì alla ripresa del porto in cui il traffico risultava sempre più ridotto, tanto più che Francesco I, imperatore d’Austria, considerava la marina da guerra come un’inutile lusso e, pertanto, preferiva utilizzare le proprie risorse per lo sviluppo del porto commerciale di Trieste. Il successivo governo francese portò modifiche sul piano strutturale per rimettere in funzione l’Arsenale e accrescerne la produttività. Tra le operazioni più rilevanti effettuate è importante ricordare: · La sostituzione di 12 cantieri cinquecenteschi con 7 cale in pietra scoperte utilizzate nella costruzione dei vascelli; · La riapertura della Porta Nuova; · La costruzione di una “macchina per alberare” le navi (tuttora esistente); L’Arsenale giunse ad occupare fino a 6000 operai in questo periodo. Negli anni, gli interventi sulla struttura dell’Arsenale sono stati numerosi, ma quello che risulta più evidente riguarda la sua perdita d’importanza dovuta all’incapacità di poter soddisfare le enormi esigenze delle moderne forze navali e molte altre attività che erano svolte in passato; oggi le fasi di ricerca, studio e progettazione di navi sono affidate alle industrie private presso le quali si ricorre in quanto in grado di sopportarne le spese. Si è assistito in questo modo alla caduta della prima “fabbrica moderna” del mondo occidentale, un luogo dedicato allo sviluppo economico e politico, caratterizzato da un continuo incrociarsi di rapporti e culture: il degrado delle strutture e lo stato d’abbandono hanno messo in crisi il cuore stesso della potenza di Venezia. Negli ultimi anni si è comunque cercato di ridare importanza all’Arsenale, di porre il problema del suo recupero come centrale, in quanto, ridare splendore a tale luogo, significherebbe ridare luce all’intera città.
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| *Nota Bene: Le immagini non sono collocate esattamente nel contesto storico, ci siamo limitati a scegliere, fra quelle che abbiamo potuto reperire, le più vicine da un punto di vista temporale. | ||