Paola ha 43 anni, e lavora come impiegata in un ufficio
provinciale. È una donna minuta, bionda e dall'aspetto
gradevole. Il suo lavoro la soddisfa solo in parte. Era
brava a scuola, ma dopo le superiori ha smesso di
studiare. Non che l'università non le piacesse,
semplicemente non riusciva ad andarci. Il problema è che
non è in grado di orientarsi nel mondo, e questo fin
dalla nascita. Uscire di casa per lei è sempre stato un
incubo: ricorda, per esempio, il panico che ha provato
più volte durante l'infanzia, quando sua mamma girava
l'angolo di un corridoio nel supermercato.
Improvvisamente sola, non sapeva come raggiungerla. In
pratica, per tutta la sua vita ha avuto bisogno di
essere accompagnata dai genitori, dalle sorelle o dagli
amici. Pur avendo un'intelligenza normale, questo
handicap ha pesantemente condizionato la sua vita di
relazione.
Da adolescente è uscita qualche volta con i compagni di
classe, chiedendo loro di venire a prenderla e
riportarla a casa. Quando però si ritrovava in pizzeria
o in discoteca non riusciva nemmeno ad andare al bagno
senza l'aiuto di un'amica: una situazione davvero
imbarazzante e, soprattutto, difficile da spiegare ad
altri adolescenti. Così, con il passare del tempo, ha
deciso di starsene a casa, limitando le uscite allo
stretto indispensabile. Anche per questo, pur avendo
superato i quarant'anni, abita ancora con il padre.
Paola ha provato più volte a fare piccole «gite» nei
dintorni di casa, e ogni volta si è persa. Non riconosce
i luoghi ma, soprattutto, non riesce a memorizzare i
percorsi. Il suo cervello è incapace di creare mappe
mentali. Paola si sente ancora più sola perché la sua è
una malattia rarissima, per non dire unica: col tempo le
è stato diagnosticato un disturbo dell'orientamento
topografico. Di solito questo tipo di alterazione
compare in seguito un ictus cerebrale, o a causa di un
tumore, in persone anziane o bloccate a letto. Lei,
invece, è nata così: eppure nessun altro, in famiglia,
ha mai sofferto di un disturbo analogo.