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Silvana Pagella

 

Adriano Milani Comparetti

 

  

Il bambino al centro dell’universo educativo, l’educatore come intermediario fra la natura e il fanciullo, il gioco come mezzo di espressione naturale del bambino e "germe di tutta la vita a venire", un asilo attrezzato con un terreno aperto, aiuole, sabbia, volto a sviluppare essenzialmente il sentimento di socialità: questi i principi cardine della filosofia froebeliana che già nella seconda metà dell’800 affascinava Elena Raffalovitch, pedagogista e bisnonna di Adriano Milani Comparetti, nato nel 1920, e del suo fratello minore, il più noto don Lorenzo Milani.

Se di don Lorenzo, sulla scorta della famosa Lettera a una professoressa abbiamo appreso quanto sia stato rivoluzionario il suo messaggio in ambito scolastico, oggi apprendiamo anche che questa passione fu coltivata nella sua famiglia fin dalle più lontane origini e condivisa sia nell’ideologia che nel vissuto, da Adriano e da una numerosa schiera di cugini e coetanei.

"Per i vari compleanni si riunivano tutti i bambini e si facevano andare le mongolfiere, piccoli palloncini fatti di carta con dentro il fuoco. D’estate nel paese si tenevano piccole rappresentazioni teatrali che organizzavano gli adulti per i bambini, noi gli Olschki, i Pavolini"; "... mi ricordo di una gara di disegno che il padre di Adriano fece fare a noi ragazzi, un paesaggio dal vero..."; "... si faceva vita di mare tutto il giorno, si arrivava direttamente al mare dal giardino, allora le case avevano accesso diretto al mare, non c’erano altre vie. Era una vita completamente diversa da ora, più selvaggia, non ci si portava né asciugamani né ombrelloni, oppure in spiaggia si portava la nostra cabina che era di legno smontabile. Avevamo sempre una zattera, ci piaceva stare molto          nell’acqua..."; "... nella cascina di Montespertoli, ancora piccoli, i maschietti avevano costruito un’automobile giocattolo... c’era una falegnameria infatti, e quel carrettino di legno con i cuscinetti a sfera , che chiamavamo automobile, a me sembrava una cosa stupenda"; "... Nella famiglia Milani i ragazzi erano abituati fin da piccoli a usare il proprio cervello e a esprimere senza reticenze il loro pensiero... Non so cosa dicessero i genitori ai loro figli, ma ti rendevi conto che lì c'era un livello intellettuale assolutamente fuori dal comune.

Queste alcune testimonianze sull’infanzia e l’adolescenza dei Milani Comparetti. (1)

In un contesto di questo tipo non stupisce che, diventato medico e specializzatosi a Milano e Londra in neuropsichiatria infantile, il giovane Adriano Milani Comparetti abbia orientato la sua appassionata ricerca scientifica in una direzione parallela a quella della più avanzata pedagogia europea.

Fin dall’inizio della professione medica (peraltro mai esercitata privatamente, perché Milani non amava avere "rapporti monetari" con le famiglie, come ricorda Lina Mannucci), la sua attenzione era focalizzata sul bambino come protagonista nel proprio contesto ambientale. Le intuizioni sulla necessità di una medicina riabilitativa e interdisciplinare, sul versante dei bambini portatori di handicap, e più tardi, sul protagonismo del bambino anche nella vita intrauterina, hanno una matrice comune in questo approccio fortemente innovativo.

Con Lina Mannucci, pedagogista e insegnante dell’Associazione CEMEA (Centri di Addestramento ai Metodi dell’Educazione attiva), abbiamo rievocato alcuni momenti della vastissima azione del medico fiorentino: i primi esperimenti di terapia riabilitativa interdisciplinare dei bambini spastici, compiuti all’inizio degli anni '50 da Milani Comparetti con una fisioterapista e uno psicologo, in uno scantinato della Clinica Pediatrica Meyer di Firenze (l’unico spazio che la medicina ufficiale del tempo gli aveva concesso, visto che all’epoca ancora i problemi degli spastici venivano affrontati per lo più dall’ ortopedia), e più tardi, varata la legge del '57 per la rieducazione degli spastici, l’incarico affidato dalla CRI a Milani Comparetti, per la creazione di un centro di riabilitazione alla Villa Torrigiani di Firenze. I bambini spastici avrebbero dovuto vivere presso il Centro che avrebbe provveduto sia alla riabilitazione che all’educazione. Lina Mannucci, che era allora giovanissima insegnante elementare al suo primo incarico in una scuola del nord Italia, ma già militante nell’ambito dell’"educazione attiva", si sentì chiamare dal CEMEA di Firenze, a cui Milani Comparetti aveva chiesto degli insegnanti per organizzare la scuola materna ed elementare presso il centro di riabilitazione che stava creando. Voleva una scuola attiva "come quella che aveva respirato al CEMEA - dice Lina Mannucci - con il gruppo fiorentino di Margherita Fasolo, Enriques Agnoletti, Tassi (che saranno poi anche suoi compagni durante la Resistenza), la scuola democratica di base, non fatta solo di libro e matita, ma una scuola dove il gioco è parte integrante, dove le attività educative possono e devono avere una funzione terapeutica. Gli sembrava particolarmente adatta per i bambini con queste grosse limitazioni: “se non scrivono potranno fare altro.”  

Lina Mannucci tornò a Firenze e accettò questo nuovo incarico, attratta soprattutto dalla prospettiva del lavoro in équipe e dal fatto che le veniva richiesto di mettere in pratica i principi pedagogici in cui credeva ("su al nord non ti dico le difficoltà incontrate anche solo per levare la cattedra dalla classe...").

Di Milani Comparetti ricorda che gli faceva l’impressione di una persona molto disponibile, che "non sapeva di medico", ma le metteva soggezione per la lungimiranza e la genialità che intuiva in lui. Alla fine della prima settimana di attività alla Villa Torrigiani, "un venerdì mattina alle 8 ha riunito lo staff intorno a un tavolo e c’eravamo tutti: dal fuochista addetto alla caldaia allo psicologo, al presidente della Croce Rossa, alle maestre, alle suore, tutte quante le figure che almeno una volta al giorno avrebbero incontrato un bambino. Ci annunciò che ci avrebbe riuniti allo stesso modo ogni venerdì mattina e ci saremmo raccontati che cosa è successo quando abbiamo incontrato quel bambino. Questa per me è stata la scoperta di una visione semplice e geniale: voleva dire che questo bambino era diventato finalmente importante, che in qualunque situazione noi adulti incontrassimo i bambini dovevamo porci come interlocutori di un dialogo, che il bambino stava finalmente al centro del processo educativo, che noi non dovevamo avere in testa schemi educativi, ma semplicemente osservare e ascoltare".

Una volta partita con queste splendide premesse, la Scuola del Centro di riabilitazione cominciò la sua vita, intensa... ma breve. Sia gli educatori che Milani Comparetti notarono ben presto che malgrado la scuola, così concepita a misura dei bambini, dove potevano scegliere liberamente le attività e che li aiutava veramente ad aprirsi, e a socializzare, avesse realmente un impatto terapeutico su di loro, tuttavia i bambini che per lo più si erano separati dalle famiglie per venire al Centro di Firenze, soffrivano troppo di questa lontananza. Inoltre mancava ricchezza sociale: i bambini erano tutti portatori degli stessi limiti. Tentarono quindi la strada dell’integrazione, organizzando attività rivolte a tutti i bambini della città e cercando di coinvolgere le scuole cittadine per l’inserimento dei bambini spastici in gruppi normali.

Ma allora c’era ancora molta chiusura sul tema dell’inserimento, l’unica offerta della scuola era la classe differenziale. Milani Comparetti intuì allora che il centro Torrigiani doveva cessare di esistere come istituzione totale: "se vogliamo salvare gli spastici dobbiamo chiudere l’istituto, l’istituto non può essere la casa degli spastici". Spostò quindi la sua azione verso i Comuni per chiedere la creazione di piccoli centri di riabilitazione da decentrare sul territorio e per creare le condizioni per l’inserimento dei bambini spastici nelle scuole pubbliche. E il Centro Torrigiani diventò un centro di formazione per fisioterapisti e operatori della riabilitazione. "La Croce Rossa non glielo perdonò mai", conclude Lina Mannucci con un sorriso, ma l’episodio, uno dei tanti che si potrebbero raccontare sull’attività di Milani Comparetti, testimonia della capcità di ascolto, dell’attenzione alla scoperta e dell’umiltà di un grande innovatore, che sebbene scomparso da più di dieci anni, ci ha lasciato in svariati campi del sapere, un messaggio di grande attualità.

1) tratte da Serenella Besio, Maria Grazia Chinato, L’avventura educativa di Milani Comparetti, Ed. e/o 1996

Da "Donna e donna. Il giornale delle ostetriche", anno V, n.18, settembre 1997

Cara Silvana,

Mio padre Adriano e' morto il 12 aprile 1986, per le conseguenze di un infarto (mal curato, come spesso capita ai medici). Era appena andato in pensione, e aveva ancora tanti progetti, libri da scrivere, pazienti che ancora si rivolgevano a lui. So che molti lo ricordano, specie tra i moltissimi bambini e adolescenti che ha curato. Grazie per le sue parole

Andrea Milani Comparetti

Cara Silvana,

il Centro Torrigiani fu chiuso praticamente il giorno dopo il pensionamento di mio padre, quando lui compì 65 anni (Febbraio 1976). I  tempi erano cambiati, forse un grande centro residenziale non aveva più senso, in fondo mio padre era stato il primo a insistere sull'inserimento nelle scuole ordinarie, e comunque la Croce Rossa Italiana riteneva di avere un'altra missione (visto Scelli, ci si domanda quale). Però a me parve un insulto. Naturalmente anche io ho molti  ricordi d’infanzia su quel posto, a partire dall'inaugurazione nel 1955. 

Saluti Andrea Milani Comparetti

 

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