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La guardi parlare, sprofondata tra i cuscini del divano, e tuo
malgrado ti trovi a fissare le sue braccia (o sono gambe?), il
gesticolare delle mani affusolate (o sono i piedi?), l’agile
movimento delle dita mentre sfoglia le pagine del suo libro e trova
la pagina che cercava: «Ecco qui. È il punto in cui racconto che il
18 giugno del 1974 vengo al mondo e i miei si tengono per mano
mentre decidono non di "accettarmi" ma di accogliermi con gioia
infinita: sapersi amati fa assolutamente la differenza». Simona
Atzori ha ormai calcato i palcoscenici del mondo, è volata sulle
punte con l’étoile della Scala al "Roberto Bolle and Friends", è
stata Ambasciatrice della danza nel Giubileo del 2000, ha aperto le
Paraolimpiadi invernali del 2006 e oggi porta in giro per l’Italia
"Me", il primo spettacolo realizzato interamente da lei, insieme
alla sua compagnia "Simonarte Dance Company" e ai ballerini della
Scala di Milano. Ma per molti resta prima di tutto "la danzatrice
nata senza braccia". «Sono rimaste in cielo», annuisce serena.
Intorno a lei, ballerina e pittrice, i grandi quadri accatastati al
suolo, pronti a partire per la prossima mostra.
Parla rilassata, a "braccia" conserte, le "mani" sul grembo, poi le
scioglie e le poggia a terra, dove diventano magicamente i suoi
piedi. Di nuovo solleva un piede, lo porta alla testa e con eleganza
sinuosa si ravvia i lunghi capelli ricci...
Simona, sono più le tue braccia o le tue gambe? Come le
senti?
Domanda interessante (ride), non ci avevo mai pensato.
Credo che per la maggior parte del tempo siano braccia. Sono vissuta
qualche anno in Canada, dove mi sono laureata, e lì mi dicevano che
ero proprio un’italiana da quanto gesticolavo. La sintesi perfetta
avviene quando guido, un piede su freno o acceleratore, l’altra
"mano" sul volante.
Come reagirono i tuoi genitori, Tonina e Vitalino, alla tua
nascita?
Allora non c’era l’ecografia, fui una bella sorpresa, non c’è che
dire. I primi due parti per mia mamma erano andati male, per questo
mia sorella, la sua terza gravidanza, è stata chiamata Gioia. Poi
sono arrivata io e mia madre aveva il terrore di perdere anche me.
Quando si è svegliata dal cesareo e ha visto i volti cupi degli
infermieri, che non le lasciavano vedere la sua bambina, è stata
malissimo. Poi ha saputo che invece ero sana e salva, soltanto mi
mancavano le braccia. Mamma e papà si sono abbracciati e hanno
subito deciso il da farsi: mi avrebbero insegnato a prendere il
ciuccio con i piedini. Già prima che io nascessi, mia madre sognava
per me che io diventassi ballerina, mi aveva dentro e già immaginava
di vedermi volare sul palcoscenico: il suo primo pensiero è stato la
chiave della nostra vita, la sua positività ha dato a tutti noi il
segreto della felicità..
L’essere ballerina, e quindi snodata, ti ha aiutato a
vivere?
La danza mi ha anche aiutata dal punto di vista fisico, è vero, ma
non l’ho scelta io, è lei che ha scelto me, così come la pittura, ed
entrambe le arti mi permettono di esprimere tutto il mio mondo
interiore.
Ora però con "Cosa ti manca per essere felice?" sei anche
scrittrice.
Il titolo del libro è la domanda che faccio sempre agli altri. A me
non è mancato nulla, nella mia vita non ho avuto scuse né alibi,
allora alle persone vorrei dire di non arrendersi alle prime
apparenti difficoltà, di non scoraggiarsi mai perché, anche se ti
manca qualcosa, puoi comunque essere felice. Di fronte alla foto di
copertina, spesso la gente non si accorge che non ci sono le braccia
e questo significa una cosa importante: nella vita bisogna guardare
quello che c’è, non lamentarsi per ciò che non abbiamo. Qualcosa,
tanto, manca a tutti, anche a chi ha braccia e gambe in regola:
l’esteriorità si nota prima, ma se il vuoto è interiore il dolore è
più straziante, più limitante di due arti rimasti in cielo.
Qual è il tuo messaggio?
La vita è un dono straordinario e non va sprecata. Io tengo incontri
motivazionali in aziende, banche e scuole e sempre cito Papa
Giovanni Paolo II: «Prendete la vita nelle vostre mani e fatene un
capolavoro». È una verità assolutamente concreta: quando hai un dono
sei felice, prima di tutto, e poi vuoi adornarlo, farlo più bello, e
questo cerco di fare anch’io. Quando narro la mia storia sembra che
racconti una favola, e in effetti è la "mia" favola, è proprio uno
spettacolo di vita. Ognuno di noi può fare questo, basta crederci,
purché non a metà, crederci veramente. Non è facile, ma
nulla è facile nella vita.
Qual è il tuo rapporto con il Creatore?
Ringrazio il Signore non per la vita in generale, ma per avermi
disegnata esattamente così. Il mio grazie quotidiano è cercare di
rendere questa mia vita un capolavoro, come lui ha voluto che fosse.
Hai anche l’amore... Come lo hai riconosciuto in Andrea, il
tuo fidanzato, istruttore di volo?
L’amore è soprattutto l’uomo che gioisce dei tuoi successi e li
condivide. Due strade parallele ma una crescita insieme.
Perché non viene da dire che sei una disabile? Perché ti si
conosce e si pensa "che fortuna ha avuto a nascere così"?
Perché è vero. Che cosa significa disabile? Chi lo è e chi no? E
colui che è sano, fino a quando lo sarà? Non è questo che conta, non
certo due braccia o due occhi, e spesso proprio nella caduta si
scopre il senso della vita, come testimoniava Ambrogio Fogar e come
racconta Mario Melazzini, il medico malato di Sla. Per molti questo
è incomprensibile, perché guardano l’avere e il fare anziché
l’essere.
Potessi chiedere al Signore le tue braccia, lo faresti?
In Kenya ho danzato per carcerati, malati di Aids e bambini di
strada e mi hanno fatto la stessa domanda. Ti rispondo come a loro:
se fossi nata con le braccia, tu ora non staresti parlando con me,
ma con un’altra persona. E io amo Simona. |