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Poesia ed Handicap

 
Queste Poesie vogliono essere di stimolo al nostro prossimo nel condividere un cammino di difficoltà, proprio verso le barriere, che molte volte nella condivisione ed aiuto può essere superato. Basta volerlo!
 

Carlo Catalano

 

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Educazione Fisica

 

La grande paura

Gigina alla mattina e, ancora di più, verso giugno, era presa dallo sconforto, anzi, proprio dalla paura.

Il motivo non va ricercato negli incubi notturni, anzi erano una conseguenza.

Il motivo era la paura di essere interrogata e a giugno di essere esaminata.

Veramente non tutti i professori le stavano antipatici, alcuni gli stavano simpatici addirittura uno le piaceva ma, quando era interrogata cadevano tutte le difese.

Quando venne maggio, per Gigina aumentò la paura, andò a scuola sempre vestita in modo classico (senza minigonne che, appena uscita da scuola metteva), lei non lo sapeva ma stava creando “l’effetto alone”.

E venne  il fatidico giorno!

Si era riempita le maniche di foglietti, più per scaramanzia che, con l’effettiva speranza di usarli (però gli erano serviti per fare un ripasso generaleJ) la misero pure tra i primi banchi (questo le tolse ogni speranza di leggere i foglietti)..

Con sua sorpresa, però. I professori si rivelarono dei veri amici e questo fece “sciogliere il ghiaccio” in un clima sereno e tranquillo si trovò a suo agio e (forse per il clima che si era creato) Gigina si tranquillizzò, tutta la paura (grande) si diradò fino a lasciare il posto alla tranquillità.

In quello stato d’animo era più facile affrontare i compiti.

La fine fu che Gigina superò brillantemente l’esame e fu proiettata nel mondo del lavoro e quello che le era sembrato un mondo da ambire e la scuola un mondo da lasciare al più presto, ora vedeva al contrario, sarebbe voluta tornare sui banchi e lasciare quelle attività da … trauma!

 

Bullismo

L'atteggiamento dei genitori influenza in modo indicativo i comportamenti dei figli che agiscono prepotenza.


Molte volte, troppo spesso, i genitori di bambini e ragazzi che agiscono di prepotenza tendono a giustificarli, a "proteggerli" da chiunque cerchi di renderli consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni, costruendo un muro difensivo che impedisce ai figli di assumersi la responsabilità dei propri comportamenti. Nelle situazioni più compromesse tendono anche a criticare coloro che cercano di intervenire con efficacia per ridurre i comportamenti di prevaricazione e di violenza - siano essi insegnanti, genitori di altri alunni, psicologi, ecc.

UNA BREVE DEFINIZIONE

BULLISMO ( mobbing in età evolutiva ) : questo è il termine di nuova generazione per indicare atti di - violenza a scuola generalmente nel periodo adolescenziale e pre adolescenziale. Sono molti i fatti di cronaca dove i ragazzi violenti che compiono atti di questo tipo trovano risposta da parte delle autorità competenti che, prontamente, prendono posizione contro i malfattori; ma, purtroppo, sono tantissime anche le situazioni di bullismo ( mobbing a scuola ) dove la vittima di violenza e la sua famiglia non trovano il coraggio di denunciare. Bisogna sempre tenere presente che più sono le sentenze di bullismo ( mobbing in età evolutiva ), più sarà possibile avvicinarci ad un riconoscimento giuridico della violenza tra ragazzi in particolari ambienti e modalità. Bisogna denunciare per arrivare ad un riconoscimento di questo tipo. Bisogna evitare che il bullismo manifestato a scuola ( come in altri ambienti ) sia fonte di seri danni per altre persone, vittime innocenti di quello che è oramai una vera e propria calamità sociale! Troppe sono le vittime e troppo è il silenzio… scuole e violenza sono termini che non devono andare affiancati: inevitabile, per le vittime e non solo, sarebbe aggiungere a questo terribile binomio la parola “paura” ! Derisioni, umiliazioni, lesioni, minacce, rabbia, notti insonni... è ora di dire stop al bullismo! è ora di dire stop al mobbing tra i banchi di scuola... è ora di dire un forte si alla legalità e al rispetto!

 

 Difficile davvero credere che nessuno di voi abbia mai avuto a che fare, più o meno direttamente, con il fenomeno del bullismo. Risulta invece facile pensare che forse, non dando la giusta importanza ai fatti, non ve ne siete mai resi realmente conto. Ancora oggi non sono state approfondite dinamiche o problematiche del fenomeno, se non in qualche caso sporadico in cui pochi si sono impegnati in questo tipo di studio…infatti, ancora oggi, il bullismo passa inosservato.

In Italia , per queste ragioni, quasi manca una vera e propria definizione di “bullismo”, contrariamente alla quasi totalità del mondo “sviluppato” che considera ufficiale la definizione data da DAN OLWEUS: massimo esponente mondiale di bullyng.

La definizione risulta essere la seguente: uno studente risulta vittimizzato nel momento in cui viene sottoposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni di scuola e non.

Bene o male, tutti gli psicologi sono d'accordo con questa definizione che sembra inglobarle tutte, anche se ancora riusciamo a vedere solo la punta dell'iceberg: nella valutazione del bullismo come fenomeno psicologico a livello sociale, di gruppo ed individuale le idee sono piuttosto confuse. In Italia, siamo ai primi anni di studi ufficiali e riconosciuti dal mondo scientifico.

“ Bullismo ” e “ scuola ” non sono due termini necessariamente affiancati: abbiamo anche le strade, il pullman, gli oratori, il cortile sotto casa, il parco giochi… ma oggi, nell'era in cui il divertimento passa soprattutto attraverso le nuove tecnologie, attraverso videogames, pc e quant'altro, abbiamo la scuola come fondamentale centro di aggregazione giovanile. Il bullismo nasce appunto in quei luoghi in cui più ragazzi, più o meno coetanei, si ritrovano frequentemente.



LE PREPOTENZE


Offese , esclusione dal gioco , cattiverie ingiustificate , prevaricazioni fisiche con calci e pugni o anche solo fastidiose sberlette, limitazione della libertà personale con la segregazione in una stanza contro la volontà della vittima: questi sono i principali tipi di azioni prepotenti tipiche del bullismo. Risulta difficile poterle elencare tutte con maggiore precisione poiché, come penso sappiate, la fantasia perversa di alcuni membri del branco non ha limiti stabiliti. Proprio per questi soggetti, la linea che separa il bullismo da una vera e propria microcriminalità diffusa è molto sottile. Uno dei dati più sconcertanti è che circa il 70 per cento degli alunni presi in considerazione da Roberto Nardello, in “ Il bullismo nella scuola elementare”, in uno studio nelle scuole elementari, dichiarano di aver subito qualcuno di questi atti nei 3 mesi precedenti le interviste. 


A QUALE CLASSE 


Il bullismo si rileva già dopo la terza elementare. Non è detto che chi è bullo oggi sia poi bullo anche domani. Potrebbe esserci un rovescio della situazione con l'assunzione del ruolo di vittima da parte di colui che era persecutore. In ogni caso, qualcuno che, all'interno di una classe di elementari, medie o superiori, compie atti persecutori a danno di un compagno lo abbiamo sempre.

Secondo gli studi raccolti da ROBERTO NARDELLO nel suo libro “ Il bullismo nella scuola elementare ”, la quantità di fenomeni tende a diminuire dalle prime alle ultime classi delle elementari.

In aggiunta potrei dire che alle superiori sono meno le intersezioni tra gruppi violenti e singoli vittime ( quindi ci sono meno vittime ), ma ogni singolo atto è dotato di maggiore potere distruttivo; anche perché ricordiamo che alle superiori si colpisce un giovane adolescente.


bullismo maschile e bullismo femminile


Il bullismo maschile è decisamente più frequente, decisamente più diretto e ben dichiarato. Non mi è mai capitato di sentire di ragazze che venissero picchiate da altre ragazze, mentre sono famose ( le ragazze ) per le mille dicerie che sono in grado di mettere in giro, per le mille umiliazioni indirette e dirette che riescono ad applicare sulle compagne. Si tratta ( il bullismo femminile ) di un fenomeno più psicologico che fisico…si parla infatti di bullismo indiretto: commentando, mettendo in cattiva luce, sparlando alle spalle, la vittima viene degradata a ragazza di secondo livello.

Il bullismo maschile e quello femminile hanno in comune la enorme capacità distruttiva e l'incisività sull'autostima e sulla capacità di reazione.


I LUOGHI DELLE PREPOTENZE


L'ingegno del branco non ha davvero limiti! Laddove volessero, potrebbero agire con atti di bullismo praticamente in ogni ambiente scolastico. Questo, oltre che per l'impegno e la determinazione impiegati dai bulli, è causato anche da altri due fattori: il primo è la errata struttura organizzativa della scuola che impedisce la piena sorveglianza di molti momenti e di molte zone in cui un giovane viene a trovarsi e, con la consapevolezza di tutta la classe, sottoposto ad atti violenti; INOLTRE per la presenza di insegnanti troppo spesso disattenti. La disattenzione dei professori o dei maestri non riguarda solamente lo sguardo volto dalla parte sbagliata o la mancanza di adulti in aree particolari dell'edificio; bensì anche per lo scarso valore che queste persone attribuiscono a tali eventi violenti ( ritenuti giocosi ).

Circa i luoghi delle prepotenze, i pareri degli psicologi sono molto vari, a seconda della classe presa come campione. Infatti, i pareri dei vari psicologi che hanno preso in considerazione le scuole elementari ritengono che gli spazi prediletti siano proprio i cortili, i luoghi aperti o poco controllati. Circa l'80 % dei bimbi sotto i 10 anni che hanno subito violenze dai coetanei, dicono che proprio questi spazi siano i prediletti dei loro persecutori. In questi ambiti, la cattiveria viene scatenata nei momenti di pre o post – orario scolastico, nonché durante l'intervallo. Nelle classi superiori, invece, sembra che la maggior parte delle prepotenze ( dato sconcertante ) avvenga sia durante l'intervallo sia durante le ore di lezione. Quindi, il luogo prediletto rimane per lo più la classe…in alternativa a questa rimane il corridoio nei pressi della stessa. Per ultima gli spogliatoi della palestra.

Ad ogni livello scolastico, un'area molto pericolosa è il mezzo di trasporto ( pullman, autobus, treno…etc ). Anche qui la perversione di quei giovani criminali da il meglio di sé! Anche qui la cattiveria viene usata come fosse un gioco, anche qui il silenzio dei presenti è cosa terrificante.

Consiglio personale...se potete, evitate i trasporti pubblici oppure pretendete dal comune una maggiore partecipazione di responsabili, magari costituendo un fronte genitori proprio che paghi qualcuno affinché garantisca l'ordine quanto meno sul pullman della scuola. Sui treni e sugli autobus il problema si percepisce chiaramente e lo hanno percepito anche gli enti erogatori del servizio. Per intervenire però serve denaro e organizzazione, come per es adibire ad alcuni orari specifici vagoni per gli studenti e su questi porre un controllore privato ( pagato dai genitori con l'aiuto di qualche associazione disponibile).

Per l'autobus e per il percorso fatto a piedi, davvero non ho idee, in ogni caso già risolvere il problema del treno e del pullman sarebbe tanto.


IL PESO DELL'OMERTA'


L'omertà è la vera nemica della sicurezza di un giovane, l'ombra del silenzio sulla realtà è il grande muro da superare per risolvere il problema. Inutile dire che per bypassare il muro sono necessari impegno, attenzione e sensibilità da parte degli insegnanti. Riconosco che non in tutte le ore accadono violenze nella classe, ma “ sensibilità” significa anche che il desiderio di risolvere il problema porti alla comunicazione ad altri insegnanti e ad un'azione comune con il consiglio docenti.

Un insegnate dovrebbe anche spingere il proprio alunno a parlare, a condividere a comunicare regolarmente il proprio dolore, la propria paura e ciò che è costretto a vedere e a vivere! Questo è il classico “passo gigante”, il passo più difficile ma anche quello che più ci avvicina alla soluzione del problema. Fatto questo, si evitano troppi ulteriori e spesso fatali danni all'anima della vittima.

Sapere di non essere soli, credetemi, aiuta molto. Il più sconcertante rimane il silenzio degli alunni, compagni di banco della vittima. Questi sono coscienti di assistere a violenza, a prevaricazione ( soprattutto alle medie e alle superiori ), ma il coraggio di denunciare, proprio non esiste…” non s'ha da fare”.

Anche su questo fronte bisogna battere il chiodo e spronare al dialogo e alla presa di posizione che non sia però solo apparente.

Sarebbe per questo molto utile l'utilizzo di psicologi validi, i quali dovrebbero, ma non sono, essere presenti nelle scuole; ma questo è uno dei tanti casi italiani in cui le leggi non vengono applicate. Lo psicologo non c'è e non viene richiesto: un costo che non ci si può permettere di supportare, un costo economico troppo elevato per un istituto.


BULLISMO: PERCHE'?


I motivi del bullismo sono talmente svariati da permettere agli psicologi di affermare che chiunque può assumere nel tempo sia il ruolo di vittima che persecutore. Spesso le persone attribuiscono al fenomeno del bullismo cause come le classi troppo numerose, i fallimenti e le frustrazioni, alcune caratteri particolari della vittima ( come il grasso, i capelli rossi, gli occhilai, buoni risultati scolastici…etc ). Questo però non è da ritenersi del tutto vero, infatti, hanno una rilevanza superiore la personalità e la capacità di reazione ( il cosiddetto Q.E. = quoziente emozionale, che può aumentare tranquillamente anche con la psicoterapia). Oltre questi elementi, sono da considerare come importantissimi i fattori ambientali quali il metodo usato dall'insegnante per tenere l'ordine e la sicurezza dell'insegnante nell'agire e nell'interagire in mezzo ai suoi alunni con gli alunni stessi. In poche parole è necessario che l'insegnante sia capace di distinguere i momenti in cui essere amico ( cosa importante ) e in cui essere il professore solido e deciso.
Altre variabili scatenanti, il bullismo, possono consistere in violenze subite durante l'infanzia, problemi famigliari passati, disturbi psichiatrici ( meno rari di quanto si pensa…fossi in voi farei un'indagine ), atteggiamento troppo permissivo o limitativo da parte dei genitori della vittima o del bullo.
Alcuni pareri attribuiscono anche alla tv un ruolo di “cattivo educatore”. Questa infatti, ridicolizzando le malefatte, le discriminazioni e sorridendo su aggressioni, su cattiverie e su prevaricazioni lasciano al bambino e al ragazzo una realtà deformata da un modello di vita.

A conferma di questo basta guardare con normale attenzione molti dei cartoni animati e dei telefilm che vengono trasmessi in orario pomeridiano. I modelli educativi proposti sono estranei al modello ideale di questa società, la quale si scontra con il modello antisociale proposto dai media fino alla repressioni di quelli che, rappresentanti della parte buona della società, appaiono come i più deboli e indifesi: loro sono quelli che pagano le conseguenze di questo scontro.


LE VITTIME


I segni primi manifestati dalla vittima sono uno stato d'ansia continua e un'insicurezza prepotente nelle attività quotidiane rispetto agli altri compagni di classe. Inoltre presenta difficoltà di concentrazione e irritazione nei confronti dei coetanei della stessa sua classe.

Prima di divenire vittime, peggiorando la loro condizione successivamente, non hanno molta autostima, ma sono dotati di prudenza e di un'elevata sensibilità, spesso sono in solitudine e hanno pochi amici.
Tutto questo porta ad una reazione scarsa o addirittura nulla nel momento in cui subiscono attacchi dall'esterno, ai quali reagiscono per lo più chiudendosi in sé stessi.
I modelli di vittima attualmente conosciuti sono due: quella remissiva e quella provocatrice. È possibile che si assumano entrambi i ruoli ma in tempi diversi.
Il primo modello di vittima è caratterizzato dal “ subire in silenzio”, quindi non trovare in sé la forza di reagire, ma nemmeno il desiderio di essere trattato in quel modo.
Il secondo modello, invece, è quello che, a mio parere, mostra un disagio ancora maggiore. Qui abbiamo una vittima che, oltre ad essersi adattata alle violenze, vede in queste una fonte di soddisfazione in quanto momento in cui si trovano al centro dell'attenzione. Questi arrivano davvero a confondere la violenza con il gioco. La sofferenza però persiste, infatti, quando sono soli nella loro camera abbassano la guardia e i sentimenti prendono il sopravvento: un pianto di paura esplode nel silenzio.
Questo suo comportamento favorisce una maggiore violenza.
Nel primo caso si può parlare di crisi reattiva, mentre nel secondo caso di “Sindrome di Norimberga”.


I BULLI


La sua peculiarità e l'aggressività, sia verso i coetanei sia verso i genitori; inoltre è bisognoso di dominio. Riconosce le sue vittime in quanto verso queste ha scarsa empatia.
Ha livelli di ansia e di insicurezza relativamente bassi. Facile da comprendere come sfogando l'insicurezza verso altre persone, egli possa sentirsi meglio ogni giorno.
Sul piano social- scolastico, il bullo non arriva mai ad un livello di impopolarità come la vittima, però nemmeno giunge ad essere una celebrità.
È importante chiedersi quale sia il ruolo del bullo domani, nella società. Secondo alcune statistiche, i prevaricatori a scuola hanno una buona possibilità di incorrere in processi penali pesanti a causa dei gravi reati commessi. Quindi: il bullo di oggi è il criminale di domani !!
Il potere del bullo, a mio parere, poggia essenzialmente sull'omertà e sulla codardia dei compagni di classe. Questi infatti, secondo alcune ricerche, anche a causa dei mass media, ritengono degradante la condizione di vittima e sono portati a disprezzarla, isolarla e magari anche colpirla.


COSA DOBBIAMO FARE CONTRO IL BULLISMO


Olweus ha creato questo tipo di intervento al fine di ridurre l'aggressività e la possibilità di innescare quelle dinamiche perverse tipiche del bullismo. Tali interventi, da lui stesso sperimentati, hanno ridotto i comportamenti anti- sociali circa del 50 per cento.
Quindi è importante che:

• si crei un ambiente scolastico caratterizzato da affetto e coinvolgimento emotivo da parte degli insegnanti, nonché promozione di interessi positivi.

• Il rapporto professore – amico e alunno deve comunque trovare punti fermi che ricordino la presenza di un'autorità forte

• Pretendere dagli adulti un comportamento autorevole ( termine diverso da autoritario!)

Queste linee di condotta sono da costruire insieme, anche attraverso un programma ad hoc così strutturato:

• Consapevolezza dei genitori e degli adulti in genere e nuovi propositi per intervenire e cambiare le cose

• Inchiesta mediante questionario agli alunni, agli insegnanti e ai genitori

• Organizzazione di una conferenza all'interno della scuola stessa per presentare il problema

• Migliore supervisione durante gli orari in cui non c'è lezione

• Maggiore comunicazione tra docenti e tra docenti e genitori

• Tempestività di intervento

• Incontro tra insegnanti, genitori, bulli e vittime

• Colloqui approfonditi tra insegnanti e genitori delle vittime

In Inghilterra sono stati sperimentati con successo attività come:

• Questionari

• Brainstorming

• Discussioni

• Schede di osservazione

• Indagini

• Interviste

• Rappresentazioni teatrali

• Role-playing (gioco di ruolo)
• Lettura in classe e individualmente di racconti da parte di vittime di bullismo…questo aiuta l'immedesimazione    
   nella condizione di vittima.

 

Bibliografia:

siti

http://www.bullismo.com/

http://www.facchinetti.net/

http://www.bullismo.com/

libri

la strada verso il successo (B. Powell)

 

Tesina Wittgenstein

 

Martin Heidegger

Compendio della filosofia di Heidegger

Il pensiero di Heidegger, pur nella sua complessità, è incentrato sulla ripresa dell'ontologia e sulla sottolineatura della radicale trascendenza dell'essere (inteso più come concetto-limite che come realtà) rispetto all'ente. In questo senso Heidegger ritiene che l'intera metafisica tradizionale debba essere criticata e superata grazie alla riscoperta dell'essere come irriducibile differenza che si cela, negandosi, in ogni singolo oggetto o persona, pur rivelandosi nella temporalità della storia.
L'uomo, acquisendo coscienza della propria finitezza di fronte alla possibilità della morte, può superare l'angoscia che ne deriva solo recuperando il nesso fondamentale che lo lega all'essere. Heidegger definisce la "Cura" questo compito dell'uomo che, in quanto esserci, cioè in quanto progetto calato nell'esistenza, deve custodire e rivelare l'essere. Nella storia contemporanea, tuttavia, l'umanità vive un pericolo fondamentale: il senso dell'essere viene smarrito a causa sia della manipolazione dell'ente operata dalla tecnica, sia della scarsa attenzione che l'uomo di oggi pone al linguaggio. La questione della tecnica ed il grande valore assegnato da Heidegger alla poesia sono perciò due tematiche fondamentali in cui si sviluppa la riflessione ontologica di questo importante pensatore tedesco.

 

Il cacciatore di Sogni

Tanto e tanto e tanto tempo fa c’era un uomo (di nome Martin)
che inseguiva i sogni (lo vedevano spesso correre dietro al, per gli osservatori , nulla).
I suoi sogni avevano per soggetto, o animali fantastici (unicorni, mostri marini) o terre lontane che nessuno aveva mai esplorato!
Il suo sognare ce lo portava, quindi nel sogno diventava un esploratore.
Questo suo sognare lo metteva lontano dagli altri (se fosse stato ai nostri tempi sarebbe stato considerato un “clandestino del sogno”)
Era talmente preso dai suoi sogni che non si accorgeva dello scorrere della vita, così si ritrovò improvvisamente vecchio.
La senilità, dandogli la saggezza, gli fece capire che i sogni non si devono inseguire ma cercare di realizzarli!
Questo pensiero lo spinse a tentare (anche se non sempre riuscendo) molte cose a cui aveva rinunciato (andare in grotta, sciare).
Si sentiva rinato, tanto che si parlerà di un Martin 2°!
Dato che non era un tipo egoista, farà conoscere agli altri questa filosofia, non tutti, però, la accolgono bene.
Allora per non avere problemi mette tutto per iscritto e dice ad un amico di divulgarlo quando sarà morto.
La storia di Martin (che era tedesco) farà pensare e farà scrivere un trattato
Questa storia è evanescente come un sogno, sta a chi la legge tentare di prenderlo!

 

Il coniglio sfortunato - di Carlo Catalano

Tanto e tanto e tanto tempo

fa c’era un coniglio che,

come tutti i conigli, saltava,

correva, giocava … e molto

altro!

La sua attenzione era tutta

rivolta ad una coniglietta

con cui sperava di fare nido

e cucciolata. Accadde però

che un giorno (un brutto

giorno) andando in cerca

dell’erbetta più fresca,

dopo aver corso in prati

profumati ed essere passato

per boschi con alberi maestosi,

ancora ubriaco del

profumo dell’erba, non si

avvide di un’insidiosa trappola

messa lì da qualche

cacciatore crudele! Quando

ci passò sopra avvenne uno

scatto terribile, sentì un

dolore indicibile e svenne.

Seguì un tetro silenzio, ma

la calma che seguì lo scatto

durò poco! Quasi subito,

svegliato dal dolore, riemerse

dal mondo, ovattato,

del dolce dormire.

La prima cosa che sentì fu,

appunto, il dolore che lo

aveva svegliato poi vide il

terribile spettacolo delle

zampe insanguinate e

maciullate dai denti della

trappola.

In un primo momento era

troppo scioccato. Le uniche

cose che riusciva a fare era

gridare e piangere.

Per fortuna alcuni bambini,

facendo i loro giochi, passarono

lì, lo videro, furono

presi dalla compassione e

contemporaneamente dalla

rabbia per quella maledetta

trappola.

Però, oltre a togliere la trappola

e lavare via il sangue

dalle zampe con l’acqua

presa da una fonte vicino,

non poterono fare altro.

Dopo averlo lavato e coccolato

dovettero lasciarlo lì

solo e triste; fortuna volle

che gli altri conigli, e con

loro la coniglietta, lo trovarono.

Quando li vide, il coniglio

fece un sospiro di sollievo.

Faceva piacere, in mezzo

alla sofferenza, vedere

degli animali conosciuti.

I suoi amici e la coniglietta

in un primo momento

ebbero un attimo di smarrimento.

Lo superarono quasi subito

e la loro preoccupazione

principale fu riportarlo alla

sua tana, infatti il dolore si

attenua nei luoghi noti. Passato

il primo momento, più

doloroso, ma breve, dovette

affrontare la dura realtà, di

essere senza zampe, ogni

giorno, dalla mattina alla

sera senza soste! Ebbe un

grosso aiuto dai sui amici

che, non l’abbandonarono!

La cosa più difficile (a volte

impossibile) era cercare di

fare la vita di sempre, ma

poi capì che quella era una

vita diversa che andava vissuta

diversamente, i giochi

che aveva fatto fino al

giorno dell’incidente non

andavano più bene, ma

questo non significa che i

nuovi giochi fossero meno

belli erano solo … diversi!

 

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PERUGIA

FACOLTÀ DI SCIENZE DELLA FORMAZIONE

Polo Scientifico Didattico di Terni

Tesina su colonialismo

 

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PERUGIA

FACOLTÀ DI SCIENZE DELLA FORMAZIONE

Polo Scientifico Didattico di Terni

 

Corso di Laurea in

Esperto in Progettazione per l’Insegnamento a Distanza

 

 

 “Dalla rivoluzione agricola alla rivoluzione industriale in Inghilterra”

 

 

Relazione di approfondimento per l’insegnamento di:

Storia Moderna

 

A cura di Carlo Catalano

Anno Accademico 2007-2008

 

 

 

 

“… Gli interessi pubblici devono costituire l’unico scopo del principe e dei suoi consiglieri. È indicibile il bene che un principe, e coloro di cui egli si serve, possono fare seguendo religiosamente tale principio, ed è inimmaginabile il male che si verifica in uno Stato quando si dà la preferenza agli interessi privati su quelli pubblici e quando questi ultimi  sono regolati dai primi.” 

 

(Tratto dal testamento politico di Richelieu)

 

 

 

 

"Ci sono due cose che per farle esigono buona salute: l’amore e la rivoluzione."

 

(Gesualdo Bufalino)

 

 

 

 

“ La storia ci insegna che gli uomini e le nazioni si comportano più saggiamente una volta che hanno esaurito tutte le alternative ”.

 

 (Abba Eban)

 

 

INDICE

 

 

1.     INTRODUZIONE

 

 

2.     LA RIVOLUZIONE AGRICOLA

 

 

3.     LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

 

 

4.     CONCLUSIONI

 

 INTRODUZIONE

 

In questo lavoro ho deciso di occuparmi della rivoluzione agricola e di quella industriale in Inghilterra.

Per cominciare desidero puntualizzare che il termine “rivoluzione” designa il passaggio, avvenuto nella gran parte dei paesi occidentali a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, da un’economia tradizionale basata principalmente sull’agricoltura a un’economia incentrata sulla produzione automatizzata di beni all’interno di fabbriche di grandi dimensioni.

Il caso della rivoluzione industriale si fa risalire in Gran Bretagna alla metà del XVIII secolo e modificò profondamente l’economia e la società inglesi. I cambiamenti più immediati furono quelli riguardanti la natura della produzione: che cosa, come e dove si produce. Le quantità e le varietà dei beni prodotti aumentarono considerevolmente grazie alle innovazioni tecniche, alla creazione di macchinari (costruiti in metallo e mossi dall’energia prodotta dalla macchina a vapore) sempre più sofisticati e veloci e all’applicazione di nuovi criteri di produzione. L’efficienza delle industrie crebbe anche grazie alla concentrazione degli impianti nelle principali città, in regioni minerarie, presso importanti scali ferroviari e navali. In questo modo la rivoluzione industriale innescò un ampio processo di urbanizzazione, che vide un continuo e massiccio trasferimento di forza lavoro dalle aree rurali ai centri urbani e industriali.

I cambiamenti più importanti avvennero all’interno dell’organizzazione del lavoro.

 

 LA RIVOLUZIONE AGRICOLA

 

La rivoluzione agricola si caratterizza come un insieme di trasformazioni della tecnica e della società rurale che permisero un sostanziale aumento della produttività del sistema agricolo.

In tutte le società rurali tradizionali con uno sviluppo demografico positivo, la crescita del prodotto finale necessario alla sussistenza era ottenuta per lo più attraverso un lento allargamento della superficie coltivata. La rivoluzione agricola rese invece possibile accrescere la produzione, in termini di volume fisico e di valore di mercato, non attraverso l’aumento dei suoi fattori (terra e lavoro), ma attraverso l’aumento dei rendimenti della terra e della produttività del lavoro. Coniata in parallelo a quella di rivoluzione industriale, l’idea di rivoluzione agricola ha condotto a concentrare l’attenzione sull’Inghilterra del periodo 1760-1800, nel quale viene generalmente individuato l’avvio dei primi processi di industrializzazione. Il legame così proposto non è di pura coincidenza cronologica. La rivoluzione agricola fu infatti un prerequisito essenziale di quella industriale (mentre irrilevante fu in principio la relazione inversa, dato che la comparsa delle macchine agricole fu posteriore al 1810): senza un notevole aumento della produttività agricola e una crescente disponibilità di beni primari non sarebbe stato possibile lo spostamento della forza lavoro dall’agricoltura all'industria e i processi di urbanizzazione avrebbero presto incontrato dei limiti invalicabili. Nella più avanzata delle società tradizionali, almeno il 75 per cento della popolazione attiva doveva essere impiegata nell’agricoltura, per soddisfare i bisogni propri e del restante 25 per cento; fra il 1740 e il 1820 la popolazione britannica raddoppiò, ma alla fine del periodo l’agricoltura occupava solo circa un terzo della popolazione attiva. Ma il parallelismo cade quanto alla durata delle trasformazioni dell’agricoltura, ben più lunga di quella dell’avvio dell’industrializzazione, poiché frutto non di drastica rottura ma di movimenti assai lenti.

Già nell’età medievale una prima rivoluzione agricola aveva interessato l’Europa nel lungo arco di tempo che va dall’VIII al XIII secolo. Si affermò allora un gruppo di innovazioni fra di loro connesse: la rotazione triennale (che consentiva un migliore utilizzo della superficie coltivata), l’aratro pesante (che rendeva più efficace l'opera dei dissodamenti), l’uso in agricoltura del cavallo ferrato e bardato con il collare di spalla (che accresceva la rapidità dell’aratura), il mulino ad acqua o a vento (che liberava una gran quantità di forza lavoro). In complesso tali innovazioni giocarono soprattutto a favore dell’allargamento della superficie coltivata e solo in misura minore a favore della produttività del lavoro e dei rendimenti del suolo. Inoltre si affermò nell’Europa continentale e in Inghilterra il sistema dei villaggi di campi aperti, che poi si irrigidì fino a diventare un freno a ulteriori sviluppi (vedi agricoltura comunitaria). Questi avrebbero richiesto in primo luogo il superamento del principale limite dell’agricoltura tradizionale: la separazione fra coltivazione e allevamento, che non erano in grado di crescere insieme e che erano in concorrenza nell’uso del suolo. La soluzione tecnica di questo problema (nella quale si sostanzia gran parte della rivoluzione agricola contemporanea) era stata trovata e provata già nel XV secolo nella bassa pianura padana lombarda e nel XVI nei Paesi Bassi, ma le forme della proprietà della terra, più ancora che l’arretratezza tecnologica, si opposero a lungo alla sua generalizzazione. Tale soluzione consisteva nell’inserire l’allevamento nelle rotazioni agricole, sostituendo quello sui prati a quello effettuato nelle distese e nei vasti pascoli bradi di proprietà collettiva dei villaggi. L’aumento dell’allevamento, al di là del suo valore di mercato (carne, latte), consentiva una migliore concimazione del suolo, mentre la coltivazione di piante foraggere di per sé accresceva la sua fertilità; rotazioni poliennali con leguminose e cereali facevano superare il sistema triennale e rendevano inutile l’incolto periodico (vedi maggese). La nascita di proprietà compatte, non disperse nei campi a strisce, non soggette alle regole comunitarie e orientate essenzialmente alla produzione per il mercato, era in ogni caso un presupposto per la “rivoluzione agricola”. L’Inghilterra si trovò da questo punto di vista meglio attrezzata di qualunque altro paese europeo. La vendita dei beni terrieri ecclesiastici nazionalizzati al tempo di Enrico VIII aveva creato una nuova classe di proprietari, mentre il movimento delle recinzioni, sempre più attivo fra il XVI e il XVIII secolo, avrebbe nel tempo dissolto le proprietà di villaggio, affermando la proprietà privata e facendo della terra un’azienda capitalistica, orientata al profitto e affidata al lavoro salariato.

All’inizio del XIX secolo la figura tradizionale del contadino (piccolo proprietario o affittuario) era in Gran Bretagna destinata a scomparire, sostituita dalle due nuove classi dei proprietari-imprenditori agrari e dei salariati. La rivoluzione agricola fu dunque anche una profonda ristrutturazione della società rurale, accompagnandosi a due serie di trasformazioni che riguardavano le tecniche e le piante coltivate: da un lato migliori strumenti aratori, più efficaci sistemi di semina, acquisto sul mercato di sementi selezionate, dall’altro l’inserimento nei sistemi di rotazione di nuove piante ad alta produttività (la patata e, nell'area mediterranea, il mais). Per molti aspetti si trattò di una rivoluzione ininterrotta che si protrasse su scala mondiale per il XIX secolo e anche dopo, venendosi a intrecciare con le possibilità tecnologiche offerte dall’industrializzazione. Così, mentre la Gran Bretagna aveva condotto al suo massimo sviluppo un lungo processo di sperimentazione puramente agronomica che risaliva al XV secolo, nel continente europeo e ancor più fuori di esso la comparsa delle macchine agrarie e dei concimi chimici consentì di abbreviare i tempi della rivoluzione e di sostituire le coltivazioni continue ai complicati sistemi di rotazione escogitati nel Settecento. La natura del suolo, l’inesistenza di una topografia rurale resa assai complicata dalla storia della proprietà terriera e il basso rapporto fra popolazione e terra spinsero gli Stati Uniti a saltare la fase attraversata dall’agricoltura europea e ad applicare subito le macchine all'aratura e alla mieti trebbiatura. Il sistema agricolo americano mirò già nel XIX secolo a risparmiare sui costi del lavoro più che ad accrescere i rendimenti e combinò meccanizzazione ed estensività, realizzando rendimenti assai inferiori a quelli dell’Inghilterra e della Francia. Meccanizzazione e chimica organica (spesso coesistendo nel mondo con tutte le forme più arcaiche di gestione della terra) consentirono alla produzione agricola mondiale di tenere il passo con la crescita demografica fino alla metà del XX secolo. Dopo di allora la rivoluzione verde costituì un ulteriore passo dell'ininterrotta rivoluzione agricola, preparando la strada alle biotecnologie.

 LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

 

Per rivoluzione industriale si indica il processo di industrializzazione vissuto dall’Inghilterra alla fine del XVIII secolo, che in seguito si diffuse ad altri Stati occidentali, fino a coinvolgere ampie parti del mondo.

Il termine rivoluzione rappresenta un totale cambiamento nella società o in alcuni suoi aspetti, come ad esempio in rivoluzione scientifica.

Il termine industria è antichissimo ma è solo alla fine del Settecento che acquista l’accezione di "settore manifatturiero".

La locuzione rivoluzione industriale, usata molto probabilmente per la prima volta già negli anni venti del XIX secolo, modellata in analogia con il termine Rivoluzione francese (tesi sostenuta da Raymond Williams), è stata sicuramente citata, secondo lo storico Fernand Braudel, nel 1837 dall’economista francese Adolphe Blanqui, fratello del celebre rivoluzionario Auguste Blanqui. Fu però definitivamente consacrata solo nel 1884 da Arnold Toynbee con la pubblicazione delle sue Conferenze sulla rivoluzione industriale in Inghilterra.

Da un sistema agricolo-artigianale-commerciale, la rivoluzione industriale porta ad un sistema industriale moderno caratterizzato dall’uso generalizzato di macchine azionate da energia meccanica e dall’utilizzo di nuove fonti energetiche inanimate (come ad esempio i combustibili fossili).

Spesso si distingue fra prima e seconda rivoluzione industriale. La prima riguarda prevalentemente il settore tessile-metallurgico e comporta l’introduzione della spoletta volante e della macchina a vapore; il suo arco cronologico è solitamente compreso tra il 1760-1780 ed il 1830. La seconda rivoluzione industriale viene fatta convenzionalmente a partire dal 1870-1880, con l’introduzione dell’elettricità, dei prodotti chimici e del petrolio. Talvolta ci si riferisce agli effetti dell’introduzione massiccia dell’elettronica e dell’informatica nell’industria come alla terza rivoluzione industriale, che viene fatta partire dal 1970.

La rivoluzione industriale comporta una profonda ed irreversibile trasformazione che parte dal sistema produttivo fino a coinvolgere il sistema economico nel suo insieme e l’intero sistema sociale. L’apparizione della fabbrica e della macchina modifica i rapporti fra gli attori produttivi. Nasce così la classe operaia che riceve, in cambio del proprio lavoro e del tempo messo a disposizione per il lavoro in fabbrica, un salario. Sorge anche il capitalista industriale, imprenditore proprietario della fabbrica e dei mezzi di produzione, che mira ad incrementare il profitto della propria attività.

In Inghilterra questo processo ha avuto luogo nella sua prima fase e secondo la delimitazione di Thomas S. Ashton (1956), fra il 1760 (anno d’inizio del regno di Giorgio III) e il 1830 (anno d'inizio del regno di Guglielmo IV). Questa prima rivoluzione industriale prende avvio nel settore tessile (cotone), metallurgico (ferro) ed estrattivo (carbone fossile). Il periodo vittoriano (1831-1901), nel quale avviene la seconda rivoluzione industriale (1850 circa), sarà per l’Inghilterra quello dello sviluppo e dell’apogeo della propria economia, archetipo del sistema capitalista-industrializzato.

La rivoluzione industriale si è poi estesa ad altri Stati, in particolare: Francia, Germania, Stati Uniti e Giappone fino a coinvolgere l’intero Occidente e, nel XX secolo, parte di altre regioni del mondo, prime fra tutte l’Asia. Ogni paese ha seguito un suo percorso verso la propria rivoluzione industriale e la stessa si è realizzata in modo differenziato. Così se in Inghilterra il processo prese avvio nel settore tessile, in altri paesi la rivoluzione industriale fu letteralmente trainata dall’introduzione della locomotiva (Thompson) a vapore. Anche il ruolo dello Stato varia da paese a paese: se in Inghilterra la rivoluzione industriale è sorta spontaneamente ed è stata alimentata dall’iniziativa privata (pur sostenuta e favorita da atti legislativi emanati dal Parlamento, come quelli relativi alle recinzioni e alle strade), in altri paesi lo Stato ha dato contributi maggiori e spesso determinanti.

Il termine rivoluzione, inizialmente indicante un moto circolare che torna su sé stesso, ha in seguito definito una rottura, un capovolgimento. Con il termine rivoluzione industriale si fa implicitamente riferimento a questo secondo senso. Il sistema produttivo che risulta dalla rivoluzione industriale è radicalmente differente rispetto al sistema precedente di tipo agricolo-manifatturiero.

Alcuni storici minimizzano l’importanza degli avvenimenti identificati alla rivoluzione industriale sostenendo che le trasformazioni strutturali delle economie europee ebbero inizio già nel secolo precedente. Più che di una rottura si tratterebbe solo di un’accelerazione di un processo già in corso.

Altri storici, come Jean Gimpel sostengono persino l’esistenza di rivoluzioni industriali precedenti a quella sorta in Inghilterra alla fine del XVIII secolo. Nell’epoca feudale si sarebbero così realizzate rivoluzioni sostanziali delle tecniche agricole e industriali, basti pensare al ruolo dei mulini. John Nef sostiene l’esistenza di una rivoluzione industriale in Inghilterra già a partire dalla fine del XVI secolo e l’inizio del XVII secolo. La rivoluzione industriale si pone così fra rottura e continuità.

Le piccole imprese si espansero e acquisirono nuove caratteristiche. La produzione si svolgeva all’interno delle fabbriche anziché presso il domicilio dei lavoratori o nei borghi rurali, come avveniva un tempo. Mentre il lavoro diventava sempre più meccanizzato e specializzato, la possibilità di creare imprese, a causa degli altissimi costi degli impianti, passò nelle mani di chi aveva ampie disponibilità di capitale. Tra capitale e lavoro si produsse una separazione netta e videro la luce due nuove figure economiche e sociali: l’operaio, che partecipava all’attività industriale vendendo la sua forza lavoro; il capitalista, proprietario dei mezzi di produzione.

Dall’ultimo quarto del XVIII secolo a tutto il XIX Londra fu al centro di una complessa rete commerciale mondiale. L’esportazione fornì un fondamentale sbocco ai prodotti dell’industria tessile e di altre industrie, reso necessario dalla rapida espansione della produzione indotta dall’introduzione delle nuove tecniche. A partire dal 1780 le esportazioni inglesi verso altri paesi crebbero di anno in anno, rendendo possibile l’acquisto di materie prime a buon mercato per alimentare l’industria (vedi Imperi coloniali).

Ciò che l’economista W.W. Rostow chiamò il “decollo industriale” si diffuse velocemente in tutta l’Europa e nel mondo. Influenzato come abbiamo visto da una serie di fattori tecnologici (ma anche politici e sociali, dai traffici coloniali, dall’aumento della popolazione, dalla mentalità imprenditoriale), l’inizio del processo di industrializzazione si compì tra il 1780 e il 1820 in Gran Bretagna, tra il 1830 e il 1870 in Francia, tra il 1850 e il 1880 in Germania e negli Stati Uniti, verso la fine del secolo in Svezia e in Giappone, nella prima metà del Novecento in Russia e in Canada, dopo il 1950 in molti paesi latinoamericani e asiatici.

Agli inizi l’industria britannica non ebbe concorrenti. Quando gli altri paesi avviarono il processo di industrializzazione dovettero confrontarsi con il vantaggio della Gran Bretagna, ma poterono anche mettere a frutto la sua esperienza. L’intervento dello stato per promuovere l’industrializzazione fu praticamente nullo nel caso britannico, ma fu invece considerevole in Germania, Russia, Giappone e in quasi tutti gli altri paesi industrializzatisi nel XX secolo.

In Italia il processo di industrializzazione fu molto più lento (e soprattutto molto differenziato tra Nord e Sud della penisola) per diversi motivi: il tardo conseguimento dell’unità nazionale, la mancanza di materie prime e di un mercato coloniale, la carenza di manodopera dovuta all’emigrazione di milioni di persone verso le Americhe e i paesi del Nord Europa. Il vero sviluppo industriale italiano, ancora limitatamente a poche aree del Nord del paese, si ebbe solo all’indomani della seconda guerra mondiale.

La rivoluzione industriale cambiò nell’arco di pochi decenni il volto del pianeta. Non solo essa influì su tutti gli altri settori economici, ma determinò profondi cambiamenti politici, sociali, culturali, ecologici. Lo sviluppo dell’industrializzazione fu alla base della nascita e della propagazione di nuove ideologie politiche e di un nuovo modo di concepire la presenza e l’attività dell’uomo sul pianeta. La riflessione su quello che è stato anche definito uno dei maggiori fenomeni di “discontinuità” nella storia è destinata a durare, come sono destinati a durare l’importanza e il peso dell’industria nella storia dell'uomo.

Per dichiarare che un paese sta compiendo un processo di industrializzazione deve esserci una crescita del PIL più rapido dell’incremento demografico (deve essere positivo, ma non eccessivo). Nel caso inglese, la crescita del PIL va dal +2% al +4% all’anno, mentre l’aumento demografico annuale è del +1% circa. La crescita della popolazione industriale deve essere maggiore rispetto a quella degli altri settori (agricoltura e servizi). E il rapporto tra il numero di lavoratori e la quantità di prodotto deve essere in crescita (aumento della produttività). Per recuperare i fondi per l’apertura di nuove industrie è indispensabile lo sviluppo del commercio con lo scopo di accumulare capitali. Un altro fattore indispensabile è la Rivoluzione “Agricola”, ovvero la trasformazione della proprietà agraria consentendo l’espulsione della forza-lavoro dalla campagna con trasferimento in città (a lavorare nelle industrie). L’incremento demografico è un altro fattore utile per l’aumento della manodopera industriale (mantenuto sempre sotto la soglia del PIL). Questi ultimi due fattori, aumentando la forza-lavoro permettono un abbassamento dei prezzi, favorendo l'offerta.

L’economista Colin Clark ha elaborato la legge dei tre settori che mette in relazione lo sviluppo di un’economia con la trasformazione della stessa: in un primo momento, corrispondente alla Rivoluzione industriale, si assiste alla diminuzione del peso nell’economia del settore agricolo e all’aumento del ruolo svolto dal settore industriale, che diventa il più importante per quota di prodotto e occupati; in una seconda fase si assiste al sorpasso del settore industriale da parte del terziario (detto così perché non rientra né nel primo settore, quello agricolo, né nel secondo, quello industriale). Il terziario è attualmente considerato il settore più importante dell'economia, e raggruppa nel suo insieme il commercio, il turismo, le consulenze (in tutti i campi a partire da quello bancario, i mass-media....).

Per la rivoluzione industriale non esiste una data di inizio certa, anche se l’invenzione cardine è quella del motore a vapore. Ogni mutamento profondo dell’economia è però influenzato dalle trasformazioni precedenti e così la Rivoluzione industriale viene considerata da alcuni studiosi come l’ultimo momento di una serie di cambiamenti che hanno trasformato l’Europa da terra povera, sottosviluppata e poco popolata all’inizio del Medioevo, nella zona più ricca e sviluppata del mondo nel corso dell’Ottocento. L’accumulo di capitale incamerato in seguito ai commerci e la disponibilità di ingenti quantità di acciaio e carbone nei paesi del Nord, facilmente trasportabili attraverso una fitta rete di canali navigabili, resero possibili gli investimenti necessari alla creazione delle prime fabbriche.

Da un punto di vista economico, l’elemento che caratterizza la Rivoluzione industriale è il salto di qualità nella capacità di produrre beni, cui si assiste in Gran Bretagna, a partire dalla seconda metà del Settecento. Più precisamente la crescita dell’economia inglese nel periodo 1760-1830 è la più alta registrata fino a quel momento. In altri paesi il processo di industrializzazione è analogamente origine, in epoche successive, di elevati tassi di crescita dell'economia.

Sostanzialmente, la Rivoluzione industriale ha costituito l’approdo a cui ha portato l’aumento di conoscenze scientifiche sul mondo naturale, e sulle sue caratteristiche, derivante dalla Rivoluzione scientifica. Fu infatti il nuovo metodo scientifico iniziato dall’italiano Galileo Galilei a portare ad un sensibile (e senza precedenti) aumento delle conoscenze che gli europei avevano sulla natura, ed in particolar modo sui materiali e le loro proprietà. Condizioni particolarmente favorevoli nell’Inghilterra dell’epoca consentirono poi a tali conoscenze scientifiche di tramutarsi in conoscenze tecniche e tecnologiche, finché esse cominciarono ad essere applicate nelle prime fabbriche tessili e nell’industria siderurgica per una produzione di ferro ed acciaio che non ebbe paragoni nella precedente storia dell’umanità.

Dal punto di vista tecnologico la Rivoluzione industriale si caratterizza per l’introduzione della macchina a vapore. Nella storia dell’umanità il maggior vincolo alla crescita della produzione di beni è infatti quello energetico. Per molti secoli l’umanità si trova a disporre soltanto dell’energia meccanica offerta dal lavoro di uomini e animali, e questo oltre a tutti i problemi che ne derivavano non dava la possibilità di incrementare la produzione essendo legati al lavoro manuale. La progressiva introduzione, a partire dal Medioevo, del mulino ad acqua e del mulino a vento rappresenta la prima innovazione di rilievo.

L’energia abbondante offerta dalla macchina a vapore viene applicata alle lavorazioni tessili, rendendo possibile una più efficiente organizzazione della produzione grazie alla divisione del lavoro e allo spostamento delle lavorazioni all’interno di fabbriche appositamente costruite, nonché alle estrazioni minerarie e ai trasporti. Le attività minerarie beneficiano della forza della macchina a vapore nella fase di estrazione dell’acqua dalle miniere, permettendo di scavare a maggiore profondità, come anche nel trasporto del minerale estratto. I primi vagoni su rotaia servono a portar fuori dalle miniere il minerale, poi a portarlo a destinazione. Solo in un secondo tempo il trasporto su rotaia si converte nel trasporto di passeggeri. La rivoluzione industriale ha prodotto effetti non solo in campo economico e tecnologico, ma anche un aumento dei consumi e della quota del reddito, dei rapporti di classe, della cultura, della politica, delle condizioni generali di vita, con effetti espansivi sul livello demografico.

Fattore di fondamentale importanza per lo sviluppo della Rivoluzione industriale in Inghilterra fu l’agricoltura; infatti l’Inghilterra fu la prima ad avere una agricoltura di mercato (non per auto-consumo ma per profitto) che, unita all’innovazione tecnologica, eliminò molta manodopera dalle campagne, facendola rifluire verso la città, dove troverà occupazione nella nascente industria. Ma il fenomeno delle enclosures, per cui molta terra demaniale lasciata al libero pascolo venne privatizzata e recintata, privò i contadini più poveri del libero diritto di pastorizia e li spinse a trovare nuovo impiego nelle fabbriche. La disponibilità ingente di manodopera a basso costo, unita alla grande disponibilità di carbone per alimentare le macchine a vapore, contribuì in maniera fondamentale al decollo industriale del paese. Inoltre l’Inghilterra si trova in una posizione geografica favorevole ai commerci nell’Oceano Atlantico, mentre la sua insularità le consentì una facile difesa dei propri confini, evitandole le periodiche devastazioni che, al contrario, dovette subire il resto dell’Europa per le svariate guerre sette-ottocentesche. Altro importante fattore è la rivoluzione agricola sviluppatasi nel corso del Settecento, che con sistemi di avanguardia come la rotazione triennale programmata delle colture agevolò lo sviluppo industriale e demografico.

Per spiegare come si sia passati da un sistema manifatturiero di tipo artigianale a uno di tipo industriale occorre considerare che la domanda di beni è aumentata in Inghilterra nel periodo che precede la rivoluzione industriale. Questo si deve sia alla crescita demografica sia al livello del reddito pro capite e dei salari, più elevato di molti paesi europei, sia alla domanda di beni inglesi proveniente dagli immensi territori coloniali: da cui proveniva, per esempio, il cotone grezzo della Virginia, che lavorato veniva rivenduto ovunque, compresi i territori coloniali. Il monopolio del commercio del thè consentì alla corona di incamerare cifre ragguardevoli. Si trattava, in pratica, di una domanda di beni di largo consumo, destinati a soddisfare bisogni elementari di crescenti masse di persone in patria e all’estero. La crescita della domanda favorì gli investimenti in impianti industriali e in macchinari, i quali, per essere convenienti, richiedono che la domanda di beni sia sostenuta. Tuttavia, in settori come il tessile il passaggio graduale delle lavorazioni, inizialmente di tipo artigianale, in un sistema di fabbrica ha permesso di compiere investimenti in maniera graduale, via via che erano accumulati i capitali necessari. È il caso dei canali navigabili e delle ferrovie, la cui costruzione si deve in buona parte all’iniziativa dei privati, indotti a investire in settori nuovi per soddisfare la domanda crescente dei corrispondenti servizi sociali.

Le innovazioni tecniche coinvolsero le macchine utensili e le macchine motrici, le industrie tessili e l’industria pesante (metallurgia e meccanica). Quest’ultima divenne determinante nella metà del XIX secolo, in concomitanza con lo sviluppo delle ferrovie. La produzione domestica di tessuti era particolarmente lenta nella fase della filatura, poiché occorrevano cinque filatori per alimentare un solo telaio a mano. Lo squilibrio si accentuò intorno alla metà del XVIII secolo, quando i tempi della tessitura furono ulteriormente ridotti dalla diffusione della spoletta volante (brevettata nel 1733 da John Kay). Nella seconda metà del secolo, due importanti invenzioni modificarono ancor di più il panorama della tecnologia tessile: James Hargreaves inventò, nel 1765, la giannetta (o Spinning Jenny), mentre Richard Arkwright, nel 1767, il filatoio idraulico (o Water frame): la prima accelerava la filatura da 6 a 24 volte, il secondo addirittura di alcune centinaia di volte. Tutto ciò rese evidentemente obsoleti i telai a mano.

Nel 1787 Edmund Cartwright inventò il telaio meccanico, che fu perfezionato e adottato nei decenni successivi: intorno al 1825, un solo operaio, sorvegliando due telai meccanici, poteva sbrigare un lavoro che con i telai a mano avrebbe richiesto l’opera di una quindicina di persone. Mentre in India per tessere a mano 100 libbre di cotone occorrevano oltre 100.000 ore di lavoro, in Gran Bretagna con le nuove macchine erano sufficienti circa 135 ore, il che aumentava anche la competitività. L’aumento della produzione di tessuti stimolò lo sviluppo dell'industria chimica, per rendere competitive le fasi di candeggiatura, tintura e stampa. Ben presto l’industria chimica divenne fondamentale per tutti i rami della produzione, sia industriale, sia agricola.

Lo sviluppo industriale richiese quantità sempre maggiori di energia, ben superiori a quelle fornite dalla mano dall'uomo. La ricerca mirò quindi alla realizzazione di motori adeguati. James Watt (1736-1819) modificò la macchina a vapore, ottenendo nel 1787 un rendimento ben quattro volte superiore a quello delle precedenti vaporiere. Nell’arco del XIX secolo, la macchina a vapore finì per affermarsi definitivamente anche in altri rami della filiera produttiva (ad esempio, nei trasporti terrestri e marittimi). Essa sostituì le tradizionali fonti di energia che presentavano il gravissimo inconveniente di non essere disponibili nelle quantità e nei tempi e luoghi richiesti (mulini ad acqua e a vento), o di non essere instancabili e adeguate alle nuove macchine utensili (energia muscolare dell'uomo e degli animali). Altro fattore decisivo fu l’abbondantissima ricchezza di giacimenti di carbone in Inghilterra: la macchina a vapore consentiva di produrre energia di una intensità e di una concentrazione senza precedenti. Con l’adozione del vapore la richiesta di ferro e di leghe adeguate subì un rapido incremento.

All’inizio del XVIII secolo, un progresso decisivo nel campo della siderurgia, ancora nella sua fase preindustriale, era stato conseguito da Abraham Darby, che per la lavorazione dei minerali ferrosi aveva iniziato ad usare, anziché il carbone di legna, il coke, ossia l’antracite distillata a secco per eliminarne le sostanze che avrebbero inquinato i processi di fusione. Senza tale innovazione, la siderurgia avrebbe presto incontrato «i limiti dello sviluppo», perché l’uso tradizionale del carbone di legna avrebbe in breve tempo comportato la distruzione delle foreste. Poiché la combustione del coke negli altiforni doveva essere ravvivata da correnti d’aria assai più intense di quelle ottenibili dai vecchi mantici azionati dai mulini, fu necessario utilizzare a questo scopo proprio la macchina a vapore, che quindi trovò la sua prima applicazione in una fonderia. Tra il 1783 e il 1784 Henry Cort introdusse nella siderurgia la laminazione e il puddellaggio. Quest’ultimo consisteva nella purificazione dei minerali ferrosi mediante rimescolamento ad altissime temperature in presenza di sostanze ossidanti. La laminazione purificava ulteriormente il ferro e lo sagomava secondo le forme richieste, facendolo passare a forza attraverso i rulli di un laminatoio, che sostituiva il vecchio metodo di percussione sotto maglio e accorciava i tempi di ben quindici volte. Per ottenere barre, rotaie o travi bastava modificare la forma dei rulli.

Processi analoghi a quelli svoltisi in Inghilterra fra il XVIII e il XIX secolo si riprodussero in tutti i paesi nei quali la rivoluzione industriale si affermò. Però, mentre in Inghilterra la rivoluzione industriale era stata il risultato di iniziative private non inquadrate in alcun piano o programma, altrove l’intervento statale ebbe una parte più o meno grande.

La rivoluzione industriale comportò un generale stravolgimento delle strutture sociali dell’epoca, attraverso una impressionante accelerazione di mutamenti che portò nel giro di pochi decenni alla trasformazione radicale delle abitudini di vita, dei rapporti fra le classi sociali, e anche dell’aspetto delle città, soprattutto le più grandi.

Fu infatti prevalentemente nei centri urbani, specie se industriali, che si avvertirono maggiormente i mutamenti sociali, con la repentina crescita di grandi sobborghi a ridosso delle città, nei quali si ammassava il sottoproletariato che dalle campagne cercava lavoro nelle fabbriche cittadine. Si trattava per lo più di quartieri malsani e malfamati, in cui le condizioni di vita erano spesso al limite della vivibilità.

In campo politico-filosofico è indubbio che siano state le condizioni umane e sociali delle masse operaie dell’epoca ad aver stimolato le opere di Karl Marx e Friedrich Engels, che avranno, nel secolo successivo, una fondamentale importanza nel panorama politico mondiale.

A lungo andare la rivoluzione industriale ha permesso comunque di elevare le condizioni di benessere di una sempre più vasta percentuale della popolazione, conducendo già dalla fine del XIX secolo ad un generale miglioramento delle condizioni sanitarie (non è casuale che dalla rivoluzione industriale in poi l’Europa non abbia più conosciuto l’incubo della peste e delle carestie di tipo agricolo), un estendersi della alfabetizzazione, la disponibilità per un maggior numero di persone di beni e servizi che in altre epoche erano totalmente preclusi alle classi più povere.

Le numerose e importantissime novità tecnologiche hanno avuto un ruolo decisivo in tal senso. L’avvento, concentrato in pochi decenni, di grandi invenzioni come la macchina industriale a vapore, la ferrovia, l’energia elettrica, l’illuminazione a gas e quella elettrica, il telegrafo, la dinamite, e nella seconda fase della rivoluzione, il telefono e l’automobile, ha rapidamente trasformato la vita della popolazione e coinvolto l’intero quadro sociale dei paesi industrializzati, modificando alla radice secolari abitudini di vita e contribuendo ad un rapidissimo cambio di mentalità e di aspettative degli individui.

Anche i rapporti fra le classi sociali furono profondamente modificati: l’aristocrazia, già messa in crisi dalla Rivoluzione francese, perse definitivamente, con la Rivoluzione industriale, il suo primato, a favore della borghesia produttiva. Parallelamente si formò per la prima volta una vasta classe, che sarà definita da Karl Marx "classe operaia" e che solo a distanza di decenni, lentamente e faticosamente, riuscirà a conquistare un suo peso sociale e politico nella vita dei paesi industrializzati.

In generale il contributo dell’agricoltura alla rivoluzione industriale è stato considerato in riferimento all’accumulazione originaria dei capitali e alla disponibilità di forza lavoro per le fabbriche. Storicamente sarebbe stato il movimento delle recinzioni, cominciato fin dalla seconda metà del Seicento, a far crescere la produttività della terra, accrescendo rendite e profitti da impiegare nell’industria, e liberando forza lavoro attraverso un processo assai lungo di immiserimento della piccola proprietà contadina indipendente. La storiografia ha ridimensionato queste conclusioni osservando che nell’Inghilterra seicentesca degli Stuart le condizioni di vita della gran parte dei contadini erano di estrema miseria e che lo spostamento di questi nelle fabbriche va piuttosto considerato un passaggio dalla condizione di sottoproletario a quella di lavoratore, relativamente più dignitosa e sicura.

 

CONCLUSIONI

 

La storiografia ha messo in evidenza l’importanza del ruolo della domanda quale fattore di sostegno dello sviluppo economico. Mantoux e M.W. Flinn, per esempio, hanno sottolineato l’importanza della domanda proveniente dai lavoratori industriali agli effetti della diffusione del processo di industrializzazione. Ben più importante è considerato il ruolo della domanda estera, legato alla politica coloniale e alla specializzazione internazionale del lavoro che accompagnava l’industrializzazione inglese, come nel caso dei paesi dell’Europa orientale, che venivano specializzandosi nella fornitura di grano.

Il mutamento tecnico è stato indicato a lungo come il fattore decisivo della rivoluzione industriale. Le trasformazioni di maggiore importanza furono due:

l’aumento dell’uso del vapore e dell’acqua come forza motrice nella produzione e la sostituzione del ferro e dell’acciaio al legno nella produzione di macchine. Secondo molti i cambiamenti realizzati nella scienza nel corso del Seicento sono stati molto importanti per l'innovazione tecnologica della rivoluzione industriale. Tuttavia non esiste un rapporto di causalità tra sviluppo scientifico e innovazioni tecniche nella prima rivoluzione industriale. Le innovazioni di questa fase furono piuttosto il frutto di una ricerca per tentativi ed errori che dell’applicazione sistematica del sapere scientifico. In linea generale dunque, il mutamento tecnico va considerato come uno dei fattori del successo della rivoluzione industriale accanto all’espansione della domanda e alla disponibilità di fattori di produzione con le caratteristiche adatte, come mobilità e prezzi flessibili.

La svolta agricola e poi quella industriale hanno segnato il futuro dell’Inghilterra soprattutto nei campi della ricerca scientifica e tecnologica. Penso che ciò sia da ricercare nei trascorsi della vita nel paese. Credo fermamente che senza quei trascorsi non sarebbe mai nata la famosa pecora Dolly.

 

 BIBLIOGRAFIA

 

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Slicher van Bath B.H., Storia agraria dell’Europa occidentale, Einaudi, Torino 1972

 

“L’Arte di Christo e Jeanne Claude”

 

Riflessioni ...

 
mamma tu che mi curi ogni giorno
ti ho regalato una pianta per il tuo compleanno
che, guarda caso, cade vicino a maggio.
Forse (anzi, quasi certamente) non sono il figlio che ogni mamma vorrebbe
ma sono figlio tuo e tu non l'hai mai dimenticato e in questo maggio
che da piccolo mi tenevi in braccio.
Ti penso ma mi rendo conto che ci pensa di più
e forse meglio è chi questo sapore
non può gustarlo.
Io sono un fortunato!
 

Tanto e tanto e tanto tempo fa (intorno al 1490) un uomo che si chiamava Cristoforo, dopo essere andato a bussare a molte porte, andò dalla regina di Spagna.

Gli chiese di metterlo in condizione di viaggiare, che avrebbe raggiunto le Indie andando dalla parte opposta (secondo lui la terra era rotonda) forse facendo meno strada, la regina gli disse che secondo i filosofi e gli scienziati di quel tempo lui poteva arrivare solo alla fine, alla terra dei giganti, da dove non si ritorna più.

Cristoforo le disse di convocare gli scienziati perché lui avrebbe portato qualcosa, che li avrebbe convinti.

Alcuni giorni dopo, la regina aveva convocato tutti gli studiosi e Cristoforo si presentò con un pacchetto misterioso. L’unica cosa che era chiara (anche perché l’aveva detto) che era un oggetto delicato, da maneggiare (se l’avessero avuto tra le mani, cosa improbabile perché non lo lasciava mai) con cura e delicatezza.

Quando tutti, compreso la regina, stavano in silenziosa attesa, aspettando che mostrasse la meraviglia (qualcuno dapprima aveva ipotizzato che fosse una carta, secondo altri era uno strumento nautico) Cristoforo aprì il pacchetto e ne estrasse un … uovo!

Tutti, superato il primo momento di meraviglia, sghignazzarono pensando all’ingenuità.

I loro volti deridenti si trasformarono, però, in espressioni di incapacità, quando furono sfidati a metterlo in piedi e lasciarcelo usando come piedistallo la  base più piccola.

Dopo vari tentativi, andati a vuoto, dissero a Cristoforo di farlo lui.

Cristoforo prese l’uovo e lo mise in piedi con un po’ di violenza, schiacciando la parte più piccola che, così faceva agevolmente da base.

Dissero gli studiosi: “ma così eravamo capaci anche noi”. Cristoforo rispose loro che non lo avevano fatto perché non ci avevano pensato e, come al modo per mettere in piedi l’uovo così non avevano pensato che la terra poteva essere rotonda e sia andando in una direzione, o andando nel senso opposto si arriva sempre nello stesso posto.

La regina, che si era divertita molto a vedere gli studiosi presi per il naso, affidò tre caravelle (l’allora nave per i lunghi percorsi) a Cristoforo.

Messosi in viaggio dapprima non ci furono problemi ma, il fatto che il viaggio si dimostrò lunghissimo e, questo aumentato dalle credenze (alcuni marinai dicevano che non sarebbero arrivati mai).

Vi lascio immaginare la gioia quando un uomo gridò … TERRAJ

 

Mamma

mamma tu che mi curi ogni giorno

ti ho regalato una pianta per il tuo compleanno

che, guarda caso, cade vicino a maggio.

Forse (anzi, quasi certamente) non sono il figlio che ogni mamma vorrebbe

ma sono figlio tuo e tu non l'hai mai dimenticato e in questo maggio

che da piccolo mi tenevi in braccio.

Ti penso ma mi rendo conto che ci pensa di più

e forse meglio è chi questo sapore

non può gustarlo.

Io sono un fortunato!

 

Il Fagiolo

C'era e c'è un fagiolo che si crede solo.

Si dispera molto perché la solitudine è brutta.

Tutti i giorni diceva di essere triste ma, come dice il proverbio:    

"meglio soli che male accompagnati"

Un giorno si guardò intorno e vide tanti altri fagioli che si credevano soli ma non lo erano e non lo sono.

Questa storia dice, che non bisogna disperarsi che non si è mai soli.

 
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PERUGIA
FACOLTÀ DI SCIENZE DELLA FORMAZIONE
Polo Scientifico Didattico di Terni
Corso di Laurea per Esperto in Progettazione per l’Insegnamento a Distanza
“La vita vista con gli occhi di un disabile”
A cura di Carlo Catalano

Relazione di approfondimento per l’insegnamento di:

Sociologia Generale

Prof. Raffaele Federici

Anno Accademico 2007-2008

INDICE

 

 

1.     I disabili e l’accesso all’informatica e ad internet

 

2.     I disabili e le barriere architettoniche

 

3.     I disabili e il lavoro

 

4.     L’educazione e la fiducia

 

5.     La vita quotidiana

 

6.     Conclusioni e possibili soluzioni

 

 I disabili e l’accesso all’informatica e ad internet

Negli ultimi anni l’uso del computer e di internet da parte dei disabili ha fatto notevoli passi in avanti, dovuti sia alla maggiore attenzione dei produttori di software, hardware e web designer, sia all'applicazione di quelle regole che stabiliscono come deve essere costruito un sito per garantire, il libero accesso alle informazioni al maggior numero di persone possibile.

Secondo le fonti ISTAT (1999-2000), il numero dei disabili in Italia è stato stimato intorno a 2 milioni 840 mila.

L’ISTAT, nella sua indagine in merito, ha suddiviso le disabilità in quattro categorie, in base al tipo di limitazione alla quale queste persone sono soggette. Le categorie in questione sono:

1.     confinamento individuale (costrizione a letto, su una sedia non a rotelle o in casa), 1.153.000 persone;

2.     disabilità nelle funzioni (difficoltà nel vestirsi, nel lavarsi, nel fare il bagno, nel mangiare), 1.555.000 persone;

3.     disabilità nel movimento (difficoltà nel camminare, nel salire le scale, nel chinarsi, nel coricarsi, nel sedersi), 1.204.000 persone;

4.     disabilità sensoriali (difficoltà a udire, vedere o parlare) 600.000 persone. Si noti che la somma dei disabili secondo il tipo di disabilità è superiore al numero complessivo di disabili, perché una stessa persona può essere portatrice di più disabilità contemporaneamente.

Gli strumenti informatici, ed in particolare internet, hanno favorito un modo completamente nuovo di comunicare e di lavorare: la generalità delle persone e i disabili in particolare sono stati agevolati in tutte le attività della vita quotidiana.
Questa valutazione ha indirizzato l’OMS (acronimo di Organizzazione Mondiale della Sanità), a rivedere e modificare profondamente la definizione di disabilità, osservando la disabilità come ruolo attivo e partecipe alle normali attività umane e sociali.
Sulla base della definizione di disabilità stesa dall’OMS nell’anno 2000, la persona disabile viene vista non come menomata ma come figura con capacità e funzioni corporee differenti; tale modo di vedere la disabilità rispecchia profondamente le potenzialità e le capacità di una persona a svolgere le attività lavorative e sociali attraverso l’impiego del computer. Per poter interagire con il computer, in particolare con Internet, sono stati messi a disposizione diversi strumenti, che consentono ai disabili di migliorare l’accesso a seconda delle proprie esigenze. Questi strumenti sono comunemente chiamati ausili. Gli ausili possono essere sia hardware che software e per un breve approfondimento si veda il seguente riquadro.

Gli ausili sono strumenti informatici che sfruttano le diverse abilità sensoriali delle persone disabili e li mettono in grado di operare autonomamente con il computer. Questi strumenti variano in relazione agli organi o alle funzioni colpite e si possono distinguere in: disabilità sensoriali (vista e udito), disabilità motorie e disabilità psichiche e cognitive.

All’interno della disabilità della vista è possibile incontrare due classi di utenti: i non vedenti e gli ipovedenti.

Questa suddivisione è necessaria poiché le problematiche di accesso al computer sono molto distinte nei due casi.

Le persone ipovedenti usano un normale monitor come dispositivo di output, grazie all’applicazione di particolari accorgimenti, quali: l’aumento della dimensione dei caratteri, l’utilizzo di software di ingrandimento dell’immagine visibile sullo schermo, l’impostazione di colori che aumentano il contrasto delle varie parti del testo a video.

Per le persone non vedenti, invece, è necessario il ricorso ad altri dispositivi di output, fisicamente differenti dal monitor. Questi sistemi alternativi basano il loro funzionamento sulle maggiori capacità sensoriali sviluppate dai non vedenti: un’uscita audio, ad esempio un sintetizzatore vocale, un’uscita tattile, ad esempio una barra Braille.

In entrambi i casi è necessaria un’operazione di filtraggio e questa operazione permette di selezionare e "rileggere" in forma sequenziale ciò che un normale utente riesce a vedere in modo panoramico sullo schermo, questi programmi sono chiamati Screen Reader.

Per i disabili motori e psichici sono stati realizzati strumenti di ingresso differenti con i quali gli utenti possono interagire con il computer in modo alternativo; questi possono essere: emulatori di mouse, puntatori a scansione, tastiere espanse e i sistemi di riconoscimento vocale.

Se gli ausili consentono di interagire con il computer alle persone con disabilità, anche le pagine Internet devono essere realizzate secondo criteri specifici permettendo agli ausili di tradurre in modo corretto e semplice le informazioni ivi contenute.

I web designer, ovvero coloro che realizzano le pagine web devono avere la sensibilità e la cura di tenere in considerazione determinate regole, rispettando le quali i disabili, per mezzo dei loro ausili, possono avere accesso alle informazioni senza esclusione alcuna.

Nel 1999 il W3C (acronimo di World Wide Web Consortium), ha pubblicato il documento Web Content Accessibility Guidelines 1.0 - W3C Recommendation 1999 contenente le linee guida della Web Accessibility Initiative (WAI) che dettano gli standard per l'accessibilità delle pagine web. Le linee guida del WAI sono oggi, a livello mondiale, il principale punto di riferimento in tema di accessibilità per gli sviluppatori del web.

Il gruppo WAI del consorzio W3C ha stilato un documento sull’accessibilità normalmente indicato con la sigla WCAG. Attualmente, è in fase di elaborazione la versione 2.0 di tale documento, ma quella che andiamo ad esaminare è la versione 1.0 che si compone di 14 linee guida.

Le linee guida si basano sui due principi generali:

1° assicurare una trasformazione elegante;

2° rendere il contenuto comprensibile e navigabile.

Seguendo queste linee guida il contenuto dei siti Internet è traducibile e quindi leggibile da tutte le persone dotate di ausili per la navigazione e l’utilizzo del computer. Per chi fosse interessato alla lettura delle suddette linee guida.

La sensibilità dei creatori di siti web non è sufficiente a garantire che i parametri dettati dalle linee guida WAI vengano rispettati, ma è necessaria anche una legge che indichi a quali regole debbono sottostare i creatori di siti web.

Negli Stati Uniti è stata adottata nel 1998 una legge, la section 508, che costringe i realizzatori di siti web a rispettare criteri ancora più restrittive delle linee guida WAI.

In Italia è stata finalmente approvata dal Parlamento solo quest’anno una legge, che obbliga i siti di "pubblica utilità" a rispettare le linee guida WAI per garantire l’accessibilità alle informazioni contenute nei siti. La legge n. 4 del 9 gennaio 2004 prevede anche sanzioni economiche per quei siti che non garantiscono l’accessibilità nel rispetto delle linee guida sviluppate dal WAI.

 

 

I disabili e le barriere architettoniche

Ed è facile parlare di abbattimento delle barriere e di integrazione se poi le negligenze arrivano da chi invece dovrebbe impegnarsi ad eliminarle. Il sito del ministero dei Beni culturali, ma anche quello dell'Istruzione, degli Esteri e del turismo non sono completamente accessibili. Sarebbe meglio dire che non rispettano tutti i punti della legge Stanca, fissati nel 2004 per favorire l'accesso dei disabili agli strumenti informatici.

Altri tipi di barriere si incontrano per viaggiare. Sui treni Eurostar sono soltanto due i posti riservati ai disabili. Questo spiega perché nel 2006 il 13,7% delle persone diversamente abili ha preso il treno, contro il 31,2% degli altri. Sugli aerei non è permesso portare a bordo le carrozzine (disposizione Iata) e questo scoraggia (per non dire impedisce) i viaggi lunghi. Va meglio in città: prende l'autobus il 20,3% dei disabili contro il 24,4% dei cittadini normodotati. Per quanto concerne la cultura, i cittadini diversamente abili si informano, studiano, esplorano e cercano in internet.

Il 22% dei disabili sotto i 44 anni legge i giornali quasi tutti i giorni (gli altri sono il 34%), e il 39% usa spesso il computer (le persone senza disabilità sono il 54%). Ma è dall’istruzione che arriva un messaggio importante. Dal 2000 al 2005 gli iscritti all’Università sono raddoppiati: erano 4.813, sono diventati 9.134. Il Miur (Ministero Italiano per l’Università e la Ricerca) parla di «incremento relativo» del 90%. Alle scuole dell’obbligo statali, nel 2005 gli alunni disabili sono stati 178.220, pari al 2%, il doppio rispetto al lustro precedente. Pietro Barbieri fa il punto: «In Brasile c'è una giornalista televisiva con la sindrome di Down (si chiama Fernanda Honorato, lavora all’emittente privata Tve, ndr). Qui da noi un ragazzo con la sclerosi multipla viene stigmatizzato. Possiamo ancora tollerarlo? ».

 

 

I disabili e il lavoro

Siamo tanti, ma invisibili. I dati, infatti, affermano che il 70% dei disabili iscritti alle liste di collocamento non ha trovato un impiego, contro la media di 5,6% nazionale. Questo dato per altro non è completo, perché, come anche per tutti, bisogna fare i conti anche con il precariato.

Chi ha un contratto di collaborazione o similari risulta non disoccupato, eppure chi ha vissuto questa situazione si rende conto di quanto sia non desiderabile, insicura, non paragonabile alle garanzie di welfare che sono garantite a un dipendente

 

 

L’educazione e la fiducia

La mia personale esperienza educativa, è stata vissuta tutta nello scoutismo. Un elemento importante nell’educazione scout è dare fiducia. Se ciò fosse applicato nella scuola, probabilmente, ci sarebbero meno casi di bullismo. Credo, infatti, che raramente, se una persona è investita della protezione/controllo di un’altra, farebbe delle sevizie a quest’ultima.

Nel corso della mia vita ho avuto modo di osservare direttamente questo fenomeno. Anni fa’ ho fatto un viaggio in Polonia con una ventina di ragazzi tra i 17 e i 20 anni, il fatto che mi fossi completamente affidato a loro (prendere cura di un disabile comporta delle responsabilità), ha responsabilizzato questi ragazzi, al punto di fargli dare del loro meglio.

In quel caso non c’era, però, nessun soggetto particolarmente difficile.

Ho avuto, invece, un’esperienza simile con un bambino di circa 9 anni. Tutti avevano difficoltà a rapportarsi con lui, col (solito) meccanismo di dare fiducia. Stavamo vivendo un campeggio di una settimana in montagna ed io gli chiesi aiuto per poter giocare con gli altri. Questo bambino visse quella settimana rapportandosi con gli altri insieme a me ed attraverso me. Chiarisco brevemente cosa intendo per “dare fiducia”: responsabilizzare, fare conto sulla capacità di una persona per risolvere i problemi, in buona sostanza scommettere “al buio” sulle risorse di un ragazzo.

Nelle slide presentate dal Prof. Federici (e nel libro) nel suo corso di Sociologia, nella parte che riguarda l’educazione c’è un riferimento al gioco, non aggiungo riflessioni perché ripeterei quanto scritto sul libro da me scritto, una cosa però mi sento di ribadire (nel libro sta scritta con altre parole): le persone, quando si tratta di un gioco, sono disposte a rischiare di più!

 

 

La vita quotidiana

La vita quotidiana nel suo essere uguale e ricca di ripetizioni (in generale) è però assai diversa nei suoi particolari e se la persona riesce a meravigliarsi facilmente come “il bambino che vive l’avventura in una pozzanghera” (Baden Powel), vivrà la vita come una continua novità (pur nella sua quotidianità).

Quando un individuo proietta una definizione della situazione, e perciò implicitamente o esplicitamente afferma di essere persona di un certo tipo, automaticamente compie una richiesta morale nei confronti degli altri, obbligandoli a valutarlo e trattarlo nel modo in cui le persone del suo tipo hanno il diritto ad essere trattate.

Però quell’individuo deve essere in grado di coprire quel ruolo, altrimenti è destinato ad essere presto smascherato. Mi sembra che a questo punto calza a pennello l’esempio fatto dal Professore dell’allievo che ha preso il posto del Professore alla prima lezione.

 

 

Conclusioni e possibili soluzioni

Infine, assodato quanto scritto sopra, scrivo di seguito quelle che io reputo delle possibili soluzioni o possibili palliativi, inteso come soluzioni non di facciata ma pragmatici e strutturali al tema della disabilità.

Penso che si risolverebbero molti problemi se ci fosse un servizio di accoglienza diurno per i disabili. In questo modo i disabili avrebbero l’opportunità di poter studiare in un ambiente che tra l’altro favorisce lo studio, però all’interno della struttura ci deve essere anche del personale specializzato alla riabilitazione in modo che si crei una sorta di campus.

Il disabile (ma questo vale anche per i normodotati) entra la mattina ed esce la sera, mantenendo un rapporto con l’esterno che gli servirà per le esperienze successive all’università (famiglia, lavoro, etc.)

Per quanto concerne il discorso dei ruoli sociali, desidero aggiungere una mia riflessione. Se conta la “posizione”, un qualsiasi attore sociale avrà la capacità e l’autorità che compete a quella posizione, quindi chiunque occupa quel posto o porta quella determinata divisa, sarà investito dell’autorità di quel ruolo. Credo, ad ogni modo, che ci sono dei ruoli che non possono essere ricoperti da chiunque.

Però non capisco perché gli studiosi moderni, non abbiano preso in considerazione, sia la teoria olistica (che considera l’individuo come risultato della società), sia la teoria personalistica di Weber (che considera la società un derivato dell’individuo) per fare una terza ipotesi in cui, l’individuo è formato dalla società ma, questa è composta dagli individui che, ne plasmano la struttura. Ciò è riferito al libro di testo dell’esame, e queste sono delle considerazioni personali.

 

 

LA LEPRE FUGGIASCA

Tanti e tanti e tanti anni fa c'era una lepre che fuggiva: dai cacciatori, dagli altri animali, insomma, fuggiva

sempre.

Questa lepre nella sua corsa conobbe altri animali tra cui una tartaruga (che si chiamava Mariapia) che andava

sempre piano ma arrivava sempre (tardi).

La lepre si fece scherno e non la considerò neppure .

La lepre nella sua corsa cadde in una trappola e nulla valsero i suoi tentativi di liberarsi.

Venne un cacciatore e la portò a casa, la lepre fini in padella.

Molte persone si agitano e corrono, ma questo le porta solo ad incappare in qualche trappola.

 

Il Gatto invadente e il Topo ballerino

Tanti e tanti e tanti anni fa c'erano un gatto invadente (tutti i gatti sono invadenti, non perché invadono, ma

perché impicciano) e un topo ballerino (si dice, che quando il gatto non c'è i topi ballano, ma questo ballava

sempre anche mentre correva).

Un giorno il gatto stava inseguendo il topo ma, mentre questo correva si mise a ballare.

Il gatto rimase talmente colpito, che si fermò, il topo approfittò di ciò e si mise in salvo.

Questa storia ha un significato visto da due punti di vista quello del topo, che tutto può servire nella vita e quello

del gatto, che non bisogna farsi ingannare dall'esteriorità.

 

Il piccolo fiore

C'era e c' è un piccolo fiore che non sboccia mai.

Un giorno un bimbo piange per un giocattolo rotto, le lacrime vanno a finire sul fiore e quello sboccia.

Il fiore è molto bello e tutti lo guardano e lo vogliono, ma non è di nessuno, è della natura e di se stesso.

Questo racconto non ha nessuna morale la deve trovare chi lo legge!

 

Il Salice Piangente

Tanti e tanti e tanti anni fa c'era un ragazzo che si innamorò di una

ragazza, perse la testa su un greto di un fiume e con lei andò a fare

molte camminate, ma la ragazza non l'avrebbe voluto.

Il ragazzo amava anche la natura, bastava che morisse una formica per farlo

piangere.

La ragazza si sposò con un altro e il ragazzo per dimenticare si occupò

solo della natura.

Si immedesimò talmente che divenne un albero, ma piangeva sempre.

La gente lo chiamava e lo chiama il salice piangente.

Questa storia dice che, non vale le pena disperarsi per una persona.

 

Il Pettirosso

Tanti e tanti e tanti anni fa c' era un uccello che si chiamava Furbo.

Un giorno, per sfuggire dagli altri uccelli, si finse morto: si tinse il petto di rosso per far sembrare che gli era uscito del sangue e si stese immobile per terra.

Il trucco funzionò, gli altri uccelli girarono e rigirarono attorno, poi se ne andarono.

L ' uccello, che si era finto morto, strofina, strofina ma invano cercò di togliersi il rosso e non ci riuscirà mai .

Da allora lo chiamano il pettirosso.

Nessuno deve cercare di essere diverso da quello che è, perché sono tutti già importanti.

 

Il Capitano

Tanti e tanti e tanti anni fa che comandava una compagnia (quasi tutti i capitani comandano compagnie).

Per lui era facile dare gli ordini perché li riceveva.

Un giorno ricevette l ' ordine di dare gli ordini: entrò in crisi.

La compagnia non seppe più che fare e, ad una esercitazione ci furono molti feriti, addirittura dei morti.

Il capitano non sapeva più cosa dire, infatti fino ad allora gli avevano detto sempre cosa dire.

E' più facile dare gli ordini quando si ricevono già fatti.

Si potrebbe dire; che è più facile ricevere gli ordini che darli.

 

La pentola magica

Tanti e tanti e tanti anni fa c' era una massaia che diceva di avere una pentola magica perché qualsiasi cosa ci metteva si cucinava.

Un giorno andò a casa un ospite e lei cucinò con la pentola.

L' ospite rimase molto soddisfatto della cucina e se ne andò contento.

La massaia lavò e ripose la pentola che aveva anche un coperchio, per questo coceva bene come le altre pentole se usate bene.

Pentole, caldai, soletti, cuociono sempre e tutto quello che ci metti però devono anche essere usati bene.

 

Il bosco incantato

C' era e c' è un bosco incantato, ha gli uccelli, ha gli alberi e molti.

Un bambino ci si diverte anche se non ha i giochi.

Ma un giorno, un brutto giorno,  ci va un uomo che fuma e butta un fiammifero che lui

credeva spento ma, era ancora acceso.

Piano, piano il fuoco si propaga e distrugge tutto il bosco.

A nulla valgono i tentativi di spegnere il fuoco.

Solo l' acqua e tanta può farlo ma non c' è.

E' normale che i boschi siano incantati per questo non bisogna distruggerli, la natura

pensa a tutto ma si deve aiutare e non disprezzare

 

Il Drago

Un giorno come gli altri un bambino, accompagnato dal padre,  andò in una fiera, in questa fiera comprò un piccolo coccodrillo.

Il coccodrillo cresceva e il padre, dato che il coccodrillo stava diventando ingombrante,  andò in bagno lo gettò nella

tazza e tirò l' acqua.

Il coccodrillo attraversò le fogne e poi attraverso i fiumi arrivò nel lago di Piediluco.

Lo vide un bambino e disse che un drago stava nel lago, dapprima non fu creduto, ma numerose persone andavano a

fare il bagno nel lago senza più tornare!

Le autorità allora vietarono di farci il bagno e, misero in giro la storia dell ' inquinamento, infatti non fanno più fare

il bagno.

 

Il Parco

Tanti e tanti e tanti anni fa c' era un prato molto bello che aveva tutto.

Gli uomini, credendo di farlo più bello e divertente, lo riempirono di giochi e lo chiamarono "parco".

Ma i bambini non si divertivano e lo preferivano com' era prima.

I giochi erano molti e costosi ma non erano molto divertenti, sia perchè non erano un granché belli, ma soprattutto

perchè, chi meglio della natura, che ci mette secoli per portare a termine un paesaggio, può fare un gioco

migliore?

 

Il Porcospino

Tanti e tanti e tanti anni fa c' era un maiale che andava dappertutto, anche nell' acqua.

Era molto solo, non aveva amici ne, tantomeno, una maialina che l' amasse,

Un giorno ne vide una che lo affascinò, le fece una corte serrata ma, questa ne era indifferente.

Un giorno, però, la maialina cadde in un roveto e il maiale l' andò a tirare fuori, fu l' unico che si interessò a lei.

Il maiale si riempì di spine e da allora lo chiamano il porcospino.

La maialina gli fu grata e da allora lo frequenta spesso.

Quando siamo in difficoltà, accettiamo l' aiuto di tutti, anche da chi avevamo snobbato.

 

La casa sulla montagna

Tanti e tanti e tanti anni fa c'era una casa che stava sulla montagna, aveva tutto meno le porte.

La gente per entrare ed uscire doveva passare dalle finestre.

Piano, piano non ci andavano più ospiti e, il padrone di casa restò solo con i gatti.

I gatti erano molti e passavano anche dalle finestre senza dispiacersi.

La gente non ci andò più perché non voleva passare dalle finestre.

Queste servono solo per affacciarsi..

Quando bisogna fare una cosa, perché obbligati, difficilmente la si vuole fare!

 

Il Bel Giglio

C ' era un giglio che stava vicino ad un altro fiore molto brutto.

L ' altro fiore aveva anche le spine .

Il giglio diceva sempre: "io sonno alto e bello, tu sei piccolo e brutto, come facciamo a stare vicini?"

Un giorno vennero degli uomini, che videro i fiori: colsero il giglio, e, non toccarono nemmeno l ' altro.

Non ho le parole per esprimere la morale di questa storia (d ' altronde non servirebbero), ma ce l ' ha

 

Il fiore rosso

Tanti e tanti e tanti anni fa cadde un fulmine su un mucchio di legna, quello che nacque era un fiore rosso.

Se ti avvicinavi era caldo, ma se ti avvicinavi troppo, faceva male, lo usarono per molte cose: per cucinare, per

riscaldarsi, etc …

Dapprima lo chiamarono fiore rosso poi lo chiamavano fuoco.

Il fuoco era utile ma se usato male era dannoso, come tutte le cose.

Il fuoco scalda, ma brucia anche.

Questa storia ha una morale: "tutto può essere utile se usato bene"

 

Il Bambino che non mangiava carote

C' era un bambino che mangiava di tutto, meno le carote che, com' è noto fanno bene alla vista, infatti avete mai

visto un coniglio con gli occhiali?

Il bambino portava gli occhiali che un giorno si ruppero; nessun ottico riuscì a ripararli e il bambino, continuò, a

vedere il mondo per traverso (forse lo vedeva meglio degli altri), ma Luigi (il bambino) voleva vederlo bene e per

questo si mise a piangere e a disperarsi.

Il significato, di questa storia, lo deve trovare chi la legge.

 

Piero

Tanti e tanti e tanti anni fa c ' era un bambino sempre cattivo che si chiamava Piero.

Piero gettava il gatto dalla finestra per vedere se cadeva in piedi, spellava le rane vive per vedere se erano

elettriche e faceva molte altre cattiverie.

Un giorno gli regalarono un cucciolo di cane.

Gli dava da mangiare, lo metteva a dormire, gli faceva tutto insomma.

Quel cucciolo si chiamava Bobbi e, piano, piano Piero diventò buono.

 

La Strega

Tanti e tanti e tanti anni fa c' era una vecchia che viveva da sola: cucinava da sola, mangiava da sola, dormiva da sola …

Tutti la chiamavano e la credevano "la strega".

Nessuno la conosceva bene ne voleva conoscerla.

La vecchia aveva molti gattini e faceva tutto per loro.

Questo già dimostra che non era una strega anzi era molto buona.

Un giorno un bimbo bussò alla sua porta per chiedere qualcosa da mangiare  la vecchia gli apri gli diede da mangiare, gli diede anche da vestire, lo accudì insomma.

Spesso ci lasciamo suggestionare dalle apparenze, senza scoprire la vera realtà.

 

La Montagna

Tanti e tanti e tanti anni fa c ' era una montagna che nessuno aveva visto,

Un uomo, passo dopo passo, arrivò sulla cima e riuscì a vederla, rimase  ammirato dalla bellezza dei fiori e dal panorama.

Poi discese a valle ed andò in un paese vicino.

Li raccontò della sua avventura e della bellezza della montagna.

Ci sono molti posti (specialmente nella natura) veramente belli, ma se nessuno li vede nulla è bello, però ognuno deve lasciare come ha trovato (se non un pò meglio) se no chi verrà che trova?

 

Il Lupo

Tanti e tanti e tanti anni fa c 'era un lupo cattivo.

Tutti i lupi sono cattivi ma questo era più cattivo di tutti: non aveva paura neppure dell' uomo armato.

Un giorno andò in un ovile per mangiare un agnello.

Eluse i guardiani ed entrò .

Ma, l ' agnello, stava prendendo il latte dalla madre e non ebbe il coraggio di mangiarlo.

Il lupo da quel giorno diventò buono.

Questa storia ha una morale: tutti possono essere buoni se lo vogliono.

 
Il Toro

 

Tanti e tanti e tanti anni fa c ' era un posto dove Giove aveva detto che non poteva andare nessuno.

Un animale decise di andarci lo stesso, ci andò e gli sembrò un posto normale eccetto quella musica che si sentiva ovunque.

L ' animale girò dappertutto e vide tutto poi, tornò a casa.

Ma giove lo punì e gli fece crescere due protuberanze molto brutte sulla testa, una specie di corna da allora lo chiamano il toro.

Non sempre i limiti che ci vengono posti sono giusti, ma si deve in ogni caso essere disposti a subirne le conseguenze

 

 
Il Ranocchio che voleva diventare bello

Nella notte dei tempi c' era un ranocchio che per piacere ad una ranocchietta voleva diventare bello.

Per diventare bello fece tutto quello che poteva: si fece un petto con il fango, si adornò di foglie, etc.

Fece una corte serrata alla ranocchietta ma, questa lo rifiutò  e non servì a nulla quello che aveva fatto per essere bello,

Questa storia dice, che nessuno può essere più bello di quello che è e talvolta alcuni si sforzano, ma solo per l'apparenza.

 
Il Topo Saltatore

Tanti e tanti e tanti anni fa c ' era un topo che tutto amava fuorché i fiori: credeva addirittura di esserne allergico.

Un giorno vide un pezzo di formaggio in mezzo ad un campo di fiori, dopo aver pensato a lungo, la gola vinse, andò a prenderlo passando in mezzo ai fiori,

Questi non gli fecero nulla e il topo raggiunse indenne il pezzo di formaggio.

Il topo quando usci fuori dal campo e vide che i fiori non gli avevano fatto niente, dalla gioia cominciò a saltare da quel giorno lo chiamano topo saltatore.

Troppo spesso ci facciamo un' idea, che a volte, il caso ci dimostra che è sbagliata.

 
La Casa Stregata

Tanti e tanti e tanti anni fa c ' era una casa che sembrava normale come tutte le case, ma era … stregata.

Era una casa in cui tutti potevano entrare, ma nessuno (ma proprio nessuno!) poteva uscire.

Molti tentarono di togliere l ' incantesimo ma, nessuno ci riuscì,

Un giorno una colomba entrò ed uscì, da allora non è più stregata

La casa aveva intorno molti alberi su cui c' erano molti uccelli che non cantavano mai.

Dal giorno in cui la casa non fu più stregata gli uccelli tornarono a cantare e sembravano tutti usignoli.

 

 Il Gatto Selvatico

Tanti e tanti e tanti anni fa un gatto decise di andare a vivere da solo.

Si faceva tutto: cucinava, stirava, lavava …

Un giorno conobbe una gattina che gli piaceva, le fece una corte serrata.

La gatta si chiamava Laura e il gatto si chiamava Giuseppe.

Giuseppe voleva Laura, ma questa lo rifiuto ' .

Allora Giuseppe torno ' a vivere da solo e da allora lo chiamano il gatto selvatico..

Questa storia dice che non bisogna rifiutare il mondo che, anche gli altri la vivono e perciò rifiutano chi non la vive.

 

Fuori Misura

Tanti e tanti e tanti anni fa c ' era un signore grosso, grosso pesava un quintale e mezzo. Di professione, anzi, di vocazione faceva il pubblicitario, la sua era una vera vocazione era proprio convinto che la pubblicità fosse l ' anima del commercio. Per questo faceva sempre l ' esempio dell' oca e la gallina: chiedeva "sapete perché tutti mangiano le uova di gallina e nessuno quelle d' oca? Perché la gallina quando le fa urla (e si fa pubblicità) mentre l' oca sta zitta. Forte di questa sua teoria svolgeva il suo lavoro veramente in maniera egregia, ma come dicevo era enormemente grasso! Quando si ammalò di appendicite venne il problema di come trasportarlo all ' ospedale. Chiamarono persino i pompieri, i quali dapprima provarono a farlo uscire dalla via più ' logica: dalla porta ma visto che non c' entrava un pompiere ebbe un ' idea che sembrò buona, dato che le finestre erano più ' larghe perché non provare a farlo uscire da li? Ma questa idea che era sembrata buona ben presto naufragò, anche li ' non passava erano troppo strette e non c ' era proprio tempo per metterlo a dieta! Dopo vari tentativi andati a vuoto decisero di fare un buco sul muro. Questa sembrò un ' idea veramente buona! Scava che ti scava, fecero un grosso buco dal quale poté passare e con una grossa barella lo portarono all ' ospedale. Non sto a dire qui i problemi per trovargli un letto adeguato! Se vi capita di vedere una casa con un buco enorme sul muro sapete il perché.....

 

Il principe scapolo

Tanti e tanti e tanti anni fa c ' era un principe che era scapolo. Decise di prendere moglie andò nel paese e fece raccontare a tutte le donne la loro storia, ma chi era contadina chi casalinga, insomma erano tutte storie interessanti. Il principe non sapeva chi scegliere, allora andò nel paese vicino e fece la stessa cosa, ma tornò senza avere concluso nulla. Si ritirò nella sua casa a pensare, ma pensa che ti ripensa non concluse nulla e restò scapolo. questa favola ha un morale: "non e ' il numero che fa la qualità "

 

Il fungo

 

Tanto e tanto e tanto tempo fa, c ' era un piccolo villaggio nel bosco. Questo villaggio era guidato da Moloch, una persona molto saggia, da lui andava tutto il villaggio per chiedere consigli. Un giorno Moloch uscì, lo scopo dichiarato era, che andava a fare funghi, ma la vera ragione era di essere andato a vedere se trovava una pietra, che aveva perso tempo addietro. Però non poteva tornare senza funghi, allora si mise a cercarli, cercando i funghi ne vide uno a distanza, era un porcino, così grosso che avrebbe fatto la felicità di qualsiasi cercatore. Andò allora per coglierlo e vide un buco che si apriva vicino al fungo, guardò, senza pensarci, nel buco e trovò un anello. Dapprima osservò l ' anello poi, quasi per curiosità, lo infilò e meraviglia delle meraviglie al contrario di prima che stava in mezzo ad un bosco, si trovò in una radura. Poco convinto si tolse l ' anello più volte, ma quando era senza anello, vedeva il bosco, quando teneva l ' anello vedeva la radura. Allora provò ad esplorare la radura e qui trovò una fanciulla che passava il suo tempo a filare, Moloch le chiese: "cosa fili?" La fanciulla rispose: "la tela del mondo, gli uomini sono così poco attenti che se non avessero un filo da seguire, si perderebbero!

 

La paglia

Tanti e tanti e tanti anni fa c'erano dei contadini che avevano tanta paglia, ma solo paglia.
Per fare il fuoco erano costretti ad usare la paglia, anche se avessero voluto usare altro, non lo avevano, ma il fuoco di paglia durava poco e scaldava di meno.
Un giorno venne un uomo che aveva della legna, diede un po� di legna ai contadini per il fuoco.
I contadini, che non avevano mai visto questo combustibile, ma che durava molto e scaldava anche di più, da allora usano sempre la legna e mai la paglia per il fuoco.
Questa storia tra� l'altro dice:  "l'apparenza é importante, ma è quello che c'è dentro che conta"

 

Il salice piangente

Tanti e tanti e tanti anni fa c'era un ragazzo che si innamorò di una ragazza, perse la testa su un greto di un fiume e con lei andò a fare molte camminate, ma la ragazza non l'avrebbe voluto.
Il ragazzo amava anche la natura, bastava che morisse una formica per farlo piangere.
La ragazza si sposò con un altro e il ragazzo per dimenticare si occupò solo della natura.
Si immedesimò talmente che divenne un albero, ma piangeva sempre.
La gente lo chiamava e lo chiama il salice piangente.
Questa storia dice che, non vale le pena disperarsi per una persona.

 

La mela

C'era e c'è una mela che si vantava e si vanta di essere bella. Ma non ha considerato che la sua bellezza è in funzione del sapore, perciò il giorno che ci entra un bruco diventa bacata. Un bambino senza neppure guardarla (perciò non vede la bellezza) la prese e la mangiò (o la mangia), disse e dice, che non è buona perchè è bacata.
Ci sono molte persone che, come la mela, si vantano, questo e� un grosso difetto che, oscura il resto.
Questa storia è poco fantastica perché guarda alle persone, sia quelle buone che quelle belle.

 

La bella Principessa

Tanti e tanti e tanti anni fa c'era una principessa molto bella e tutti le facevano la corte.
Principi e cavalieri le portavano i più bei regali e facevano di tutto per mostrarsi valorosi, ma lei non si decideva per nessuno.
Il re padre organizzò una festa - torneo in cui si doveva stabilire chi fosse il futuro marito.
Ci furono molti contendenti nel torneo, ma per una serie di motivi (che non sto ad elencare) non ci fu nessun vincitore e quindi la principessa, nonostante la sua bellezza, rimase zitella.
Passarono gli anni, anche per la principessa, invecchiò e divenne brutta, nessuno più la voleva.
Questa storia, anche se breve, dice: "hi vuole fare troppo il prezioso alla fine rimane solo" . 

 

Il villaggio di coltello spezzato

Tanti e tanti e tanti anni fa ci stava una tribù, il cui capo si chiamava Coltello Spezzato, che era sempre vissuta felice e senza guerre.
La   vita nella tribù scorreva tranquilla, i bambini guardavano ammirati i guerrieri. Speravano, un giorno, di poter imitare le loro gesta, nella caccia.
Un brutto giorno arrivò nel villaggio Coltello Tagliente, un guerriero bellicoso che, certo, non apprezzava la pace che regnava nel villaggio.
I bambini furono i primi che volevano emularlo.
Ma anche le donne rinfacciavano ai loro mariti di non essere al pari come valore a Coltello Tagliente. Presto si venne a creare un clima tale, che Coltello Spezzato si vide costretto a  dissotterrare l'ascia di guerra, non vi dico i problemi per trovarla!
Era talmente tanto tempo, che era sotterrata che solo i vecchi si ricordavano dove stesse.
Per avere facili vittorie che entusiasmassero i guerrieri, si scagliarono contro tribù deboli, ma poi un po' presi dall'entusiasmo, un po' perché costretti. Lanciarono la loro sfida all'avversario più temibile: l'uomo bianco!
Ben presto però si accorsero che la guerra toglieva gli uomini dalla caccia ed era diventato raro trovare da mangiare.
Questa storia dice; che la politica se fatta male, può rovinare i popoli.

 

La tartaruga che pensava troppo

Tanti e tanti e tanti anni fa c'era una tartaruga che, come tutte le tartarughe era molto lenta, ma aveva caratteristica che la rendeva particolarmente interessante e cioè arrivava sempre! Era molto decisa, questo faceva si che quando si dava un traguardo lo raggiungesse.
Non era importante la distanza che la separasse dal traguardo, ne era importante il modo per raggiungerlo, purché lecito per lei andava bene qualsiasi modo.
Ma era quel "purché lecito" che avrebbe creato dei problemi. Infatti un giorno si trovò a decidere il confine del lecito! Doveva andare a casa della nonna e trovò un camion che faceva la stessa strada, certo avrebbe potuto camminare sul cassone del camion, così, forse, avrebbe tacitato la coscienza, ma lei avrebbe saputo la verità.
Presa da questi pensieri non si accorse che il camion partiva e non andò dalla nonna.
Troppo spesso ci fermiamo a pensare, senza vedere che quello che ci stava attorno non c'e', ormai, più.

 

Il pubblicitario

Tanti e tanti anni fa c'era un pubblicitario che lavora molto come si sa la pubblicità e' l'anima del commercio, infatti tutti mangiano  le uova di gallina, che quando le fa grida e nessuno mangia quelle di oca che quando le fa sta zitta.
Non ti dico la fila di oche!!!
Un giorno, però gli diedero da fare pubblicità ad una casa, si sapeva, però, che in quella casa ci stavano gli spiriti.
Per quanto facesse una bella pubblicità, nessuno la comprava.
Provò in tutti i modi, ma la gente aveva troppa paura e non la voleva.
La casa rimase invenduta.
Questa storia dice che per quanto sia bella, una casa, e' quello che ci sta' dentro che vale, sia esso materia o spirito.

 

Il bel giglio

C'era un giglio che stava vicino ad un'altro fiore molto brutto. L'altro fiore aveva anche le spine, il giglio diceva sempre: io sono alto e bello, tu sei piccolo e brutto come facciamo a stare vicino? Un giorno vennero degli uomini che videro i fiori, colsero il giglio e non toccarono nemmeno l'altro.
Non ho le parole per dire la morale di questa storia ma ce l'ha!

 

Il paese degli ombrelli

Ci stava e forse ci sta ancora un paese dove ci sono solo ombrelli, ma sono tanti, proprio tanti e di tutti i tipi ci sta l'ombrello, classico, parapioggia, il parasole, il paravento, etc. e di tutti i colori: quello da funerale nero,
quello da cerimonia seria marrone, quello "frou frou" rosa, quello frivolo giallo e tanti altri.
Ma manca la mano, dell'uomo, che li tiene per il manico.
Lentamente, ma inesorabilmente, il vento li porta via.
Spesso ci sono idee luminose, ma come gli ombrelli volano via per il vento della pigrizia.
Questa storia ha una morale, che come gli ombrelli e' volata via, chi la vedesse la blocchi e la faccia sua.

 

Il cattivo dei Balcani

Lontano, lontano, di la dal mare ci sta un uomo molto cattivo, si chiama: Milo. Milo aveva perseguitato i più piccoli (non di statura ma, piccoli di potenza). Ha molti nemici quello che più lo odia sta di la dell'oceano si chiama: Cliboard. Cliboard per poter avere la sua testa ha scatenato pure gli indiani (Apache).
Quelli che ci rimettono, però, sono sempre i più piccoli!
Forse avrà torto lui, anzi, sicuramente, però anche Cliboard non ha tutte le ragioni, anche, se il motivo che ha scatenato la sua collera poteva essere giusto, i modi per sopprimere quel motivo si sono dimostrati sbagliati.
Cliboard si e' scatenato per difendere i più piccoli ma, adesso li sta schiacciando.
E' difficile capire chi ha ragione, solo che sono sempre i più piccoli a morire!E' storia recente!

 

Il paese che vorrebbero (LE DONNE)

Laggiù dove si perde la vista, oltre l'orizzonte talmente lontano che non si sentirebbero nemmeno le
urla figuriamoci i lamenti sommessi.
C'e' un paese tutto d'oro ma, racchiuso in tanti piccoli cofanetti.
Più chiavi si hanno (dei cofanetti, più ci si può arricchire, però le chiavi le hanno solo quelli senza barba, perciò le donne sono avvantaggiate.
I barboni presi dalla "follia" (cosi identificano la rabbia le scimmie, sui libri di Kipling), dicevo gli uomini cominciano ad agitarsi, vogliono le chiavi!
La soluzione che trovano consiste nel rinchiudere tutti quelli senza barba, infatti se non ci sarà nessuno senza barba in giro le chiavi le possono prendere solo quelli con la barba.
Immaginate chi può essere quel fesso che non si farà crescere la barba?
Nessuno, cioè non proprio nessuno, ci sta' chi la barba non può farla crescere: le donne!
Quella che era la chiave della ricchezza diventa "la chiave della liberta".
Ancora stanno cercando di averla, sarà lo scorrere del tempo a dirci se ci riusciranno!

 

Il signore dei computer

Era ormai un era dove il computer la faceva da padrone.
La massaia non usava più il libro di cucina ma compilava, anzi digitava: quanti erano gli ospiti, lo scopo della cena eventualmente se c'erano delle preferenze.
Et voilà il computer dava il menù e le ricette per preparare tutti i cibi.
Potete immaginare quale potenza potesse significare avere il controllo dei computer,
Per esempio si potevano elargire mal di pancia, all'antipatico di turno.
Una persona però aveva il controllo, anzi il monopolio, questo era un vero potere.
Allora la comunità decise di fare a pezzi Bill Computer (cosi si chiama il detentore del potere informatico).
Secondo Bill tutto e' stato fatto per invidia, secondo la comunità per uno spirito di giustizia.
Forse il motivo vero e'dato da un po' l'uno e un po' l'altro.
L'unica cosa certa e' che Bill e' molto ricco, quindi facilmente oggetto di invidia ma quando si arriva alla fine della corsa della vita tutto si lascia in terra!

 

la sfida con la morte

Un signore tanto e tanto e tanto tempo fa ebbe l'idea di sfidare a dadi "signora morte".
Dovette  cercarla a lungo  ma alla fine trovò la nera signora (era come gliela avevano descritta sempre: vestita con un abito nero, portava in mano una lugubre falce, l'età' era indefinibile, un momento sembrava una giovinetta l'attimo dopo l'avresti definita una signora  avanti con l'età'.
La cosa che era sempre uguale: era lo sguardo triste e severo), per prima cosa il signore le spiegò quale era il suo intento e le chiese cosa volesse come posta.
La  nera signora ci pensò un po' poi disse:  "sta bene accetto, per posta mettiamo che se vinci tu ti farò  l'uomo più ricco della terra, se vinco io mi accontenterò della tua vita, che prima o poi prenderei comunque! Il signore era così sicuro di vincere che accettò,  la sfida "mortale"comincio: dapprima vinse il signore, già cominciava a gustare il sapore della ricchezza ma, fu solo una mera illusione,
alla fine (come sempre)vinse la morte e con la sua vittoria pretese quello che era stato messo in gioco: LA VITA!
A nulla valsero i, tardivi, pentimenti, la signora pretese quello che aveva vinto!
Questa storia ci insegna che non bisogna usare la propria vita come una posta da mettere in gioco, e' un bene troppo prezioso per rischiare di perderlo.

 

Quando venne la paura

Tanto e tanto e tanto tempo fa c'era un bambino la cui più grande paura, era affrontare tutte le mattine la maestra della scuola.
Passò il tempo e venne la fine dell'anno e con essa i tanto temuti esami, vi lascio immaginare chi aveva paura della maestra, il miraggio delle vacanze estive, in particolare il campeggio, un po' offuscavano la paura degli esami.
E venne il giorno della paura, cioè degli esami!
La cosa che lo colpì fin dall'inizio era l'assoluta serenità che regnava, aveva sempre pensato ad una atmosfera da incubo, in cui gli esaminatori erano una specie di diavoli con i tridenti minacciosi, invece erano delle simpatiche persone, che si portavano i panini per fare colazione (come aveva visto fare tutti i giorni ai suoi compagni).
Aiutato da quel clima sereno quasi da famiglia felice, arrivò  alla fine degli esami, manco a dirlo che fu promosso ed andò all'agognato campeggio.
Però in fondo gli dispiaceva lasciare quei professori, proprio ora che li aveva visti sotto un'altra luce, come degli amici che capiscono le tue difficoltà e sono pronti a darti una mano!

 

La grande confusione

Tanto e tanto e tanto tempo fa c'era una gran confusione, in un paese di la dal mare.
La confusione c'era perché non si riusciva a decidere chi fosse il capo.
Dopo un lungo battibecco divento� il capo un certo Buono ma i fatti dimostrarono che era Buono solo di nome.
Ma si era detto che era buono che qualcuno diventasse capo, da qui era nata la confusione che aveva fatto sbagliare molti.
Tra le altre cose che aveva fatto Buono, ci stava, che aveva rubato l'aria agli altri, per farli sbagliare lasciò tanta anidride carbonica.
Per non impicciarsi dei fatti degli altri Buono (che era buono arrosto) lasciò che se la sbrigassero da soli gli altri (in particolare quelli che contavano su di lui per smettere di litigare).
Però c'è da dire che il paese stava più tranquillo ora.
E' difficile dire se sia stata una cosa "buona" oppure no.

 

La paura di giudicare e di essere giudicati.

C'era e forse c'e' ancora, un uomo di nome Milo, che un tempo tutti temevano (e forse ancora molti temono), che, passato il suo tempo (e'meglio che sia passato) si trova a fare i conti con gli uomini e la loro giustizia.
Però qui nasce la paura, infatti Milo ha paura di essere giudicato ma anche chi lo deve giudicare ha un po' di "tremarella".
Invero si capisce questa paura , anche se non la si giustifica.
Tra gli accusatori di Milo ce n'e' uno (anzi una) particolarmente arrabbiata.
Questa persona che si chiama La Giusta, vuole "giustamente" giudicare Milo per il suo passato poco limpido (anzi proprio scuro), c'e'  un signore di la dal mare che potrebbe essere decisivo perché  La Giusta possa portare a termine il suo progetto.
Però  il signore di la dal mare guarda un po'  troppo ai potenti e siccome Milo era un potente ....!

 

Il cavaliere nero alla conquista del paese.

Tanti e tanti e tanti anni fa o forse adesso.
Un cavaliere decide di fare il re ma ha bisogno (ai me) di una corte che condivide quello a cui aspira.
Succede però', che non tutti i cortigiani condividano le sue scelte,  ce ne sta uno in particolare che viene dal nord, che il cavaliere ha dovuto fare cortigiano per forza!
Che gli mette e presumibilmente gli metterà sempre i bastoni fra le ruote.
Questa storia non si può concludere prece la storia si deve ancora fare, non ha una morale o forse si, sarà il tempo a tirarla fuori!

 

Le facce nascoste.

Tanti e tanti e tanti anni fa, C'era un signore che temendo che i suoi uomini mostrando i loro "brutti ceffi" perdessero il consenso del popolo, aveva dato ordine che girassero mascherati.
Vi lascio immaginare la confusione che si creò.
A molti li scambiarono per banditi (forse qualcuno lo era), le persone non sapevano più a chi rivolgersi, i senza volto dovevano essere dei capo ma come fai a farti comandare da uno senza volto, che pensi: "dato che e' senza  volto sarà  pure senza storia".
La storia l'avevano ma era come la storia di Elen Dolcestoria oppure per qualcuno era una storia infinita o finita male.
Il tutto però  durò poco, i senza volto che dapprima erano molti piano, piano  sparirono o almeno così si spera.
E' difficile farsi guidare da uno bendato, probabilmente andrà a sbattere.

 

Commento a Cura di POHA - Poesia & Handicap

Il nostro amico Carlo Catalano scrive fin dagli inizi in POHA, ha la possibilità accentuata di assimilare le proprie idee in queste storielle da sempre dense di significato e che vogliono fare riflettere su  quei valori che restano sepolti
nel cuore di ogni uomo.
Questa storia è particolarmente bella, in quanto recente: vediamo tutti i conflitti di questo mondo. Non possiamo dimenticare la follia del Kosovo.
Proprio in questo caso abbiamo visto di come l'uomo potente e valoroso, per schiacciare il suo rivale non si sia curato dei più piccoli ed innocenti, loro hanno pagato le spese, forse in un dolore denso di silenzio e di morte.
Il principio è elementare, con la guerra nulla è risolvibile, mai!

Ringraziamo Carlo Catalano che con questa storiella ci aiuta a riflettere sull'innocenza dei deboli che spesse volte pagano l'ignoranza dei potenti anche con la stessa vita. E' storia recente! E' proprio vero!
E' dei nostri giorni, quei due personaggi esistono tuttora : Milo e Cliboard, sono riflessi ogni volta che l'uomo perde la sua dignità divenendo una macchina omicida senza cuore.