|
|
|
P
A R M A |
|
Alfredo Zerbini (Parma, 9 gennaio 1895 - Parma, 29 novembre 1955) |
|
Nacque da umile famiglia di artigiani. Il padre Napoleone, fornaio, lo avviò giovanetto al suo mestiere. Giovane vigoroso, frequentò col fratello Mario la palestra del Giardino Ducale, dove si esercitava nella lotta. Ferito e mutilato sul Carso nella guerra del 1915-1918, nel dopoguerra fu tra i fondatori dell'Associazione mutilati. Come impiegato di Biblioteca fu dapprima a Torino, poi alla Marciana di Venezia e infine (1939) alla Palatina di Parma. Nei ritagli del lavoro e nelle ore libere dall'ufficio lo Zerbini principiò fin da giovane a dare libero sfogo al suo estro poetico. Le primissime esperienze letterarie le compì, ancora prima di andare nel capoluogo piemontese, come cronista nei giornali locali di Bergamo. Si formò sui testi di Marx ed Engels, ma anche Nietzsche, Gorky e Dostoevskij. Prima socialista, nel 1921, con la scissione di Livorno, si iscrisse al Partito comunista italiano, e nel 1945, per presentarsi di nuovo nel partito, scrisse Biografia di un militante. Il primo volume di poesie dello Zerbini fu La Congiura dei Fevdatéri, edito nel 1947 con i tipi della Bodoniana di Parma, sotto gli auspici del Comitato Parmense Per l'Arte. Il poemetto storico-narrativo consta di ottanta sonetti divisi in quattro parti, I Fevdatéri, La Congiura, Al Process e La Gran Giustissia, di venti sonetti ognuna. Al suo apparire fu unanime il coro dei consensi. Francesco Squarcia osservò: La prima cosa che mi ha favorevolmente colpito é il fatto che il poemetto non soltanto é il primo esempio del genere storico-narrativo; ma segna anche un interessante tentativo di uscire da certe tenerezze dell'idillio piccolo-borghese, che ha si, creato anche delle cose graziose nella nostra poesia dialettale, ma é ormai troppo scontato. Qualcosa di più che l'impeto popolaresco e il gusto narrativo del complesso; cioé un tratto che incide più a fondo e rivela un estro sicuro, una meditazione che sono ben proprie dello Zerbini. Ferdinando Bernini notò la perfetta conoscenza del dialetto, anche nelle sue ricchezze meno comuni, per cui mai esso si presta a divenire la sopravesta dell'italiano, ma é mezzo autonomo di espressione. Per Guido Battelli é un piccolo capolavoro, un monumento letterario che può stare accanto a Villa Glori del Pascarella. Ildebrando Pizzetti musicò nel 1951 tre sonetti della Congiura, quelli riguardanti Barbara Sanseverina condotta al supplizio. Il libro, nato negli anni della guerra, pur nella varietà dei toni, mantiene una nota più profonda, di pietà per la condizione degli oppressi, per la giovinezza e l'amore stroncati dalla violenza. E la sua meditazione triste, ma pur sempre vigorosa, è come se fosse parlata da un popolare rapsodo davanti alla sua gente raccolta e intenta ad ascoltarlo, che con lui ora ride, ora piange e si sdegna, sorretta sempre dal profondo sentimento che l'uomo è buono e che la natura è bella e potente e prevarranno. Entro le classiche, chiuse forme del sonetto si agitano sentimenti e figure, in quella coralità che fu il carattere proprio della poesia dello Zerbini. Seguì nel 1953, edito dalla Casa Editrice Luigi Battei di Parma, con prefazione di Arnaldo Barilli e disegni di Piero Furlotti, il secondo volume, Sott'al Torri di Pavlot, raccolta di ventisette poesie, divisa in quattro parti precedute da un Preluddi ataca al fogh. Nella Nona a l'Ospedalén l'affetto della nonna per l'ultimo nipotino è semplice e vero e si esprime nei piccoli doni: il paio di calze fatte a mano, l'arancia serbata e le candeline del frate. Così come la polenta portata dal bambino segna il vincolo familiare: povere cose cariche di cuore. Chiude il volume l'altra novella non meno popolare, La gossa. Presso l'editore Luigi Battei di Parma uscì nel 1954 una lunga novella in versi (impeccabili quartine di endecasillabi a rima alternata), Nota d'Agost, con illustrazioni di Silvano Manfredi riguardanti i luoghi della novella, i borghi dei Minelli, Paglia, i Traj, la chiesa del Quartiere e il Caréri. L'opera è dedicata al concittadino Ildebrando Pizzetti, che se ne mostrò entusiasta (Stupendo, potente poemetto). E veramente è un componimento che ha tutte le caratteristiche dell'opera di grande livello: nulla vi è di troppo, di convenzionale, misurata, compiuta, come è un'opera classica, certamente elaborata, frutto di lungo studio, eppure fresca e viva, tutta percorsa da ininterrotta vena, varia di toni, anche appena accennati, idillici, elegiaci, realistici, caricaturistici e tragici, che insieme si compongono con naturalezza, e figure di primo piano presentate con un rilievo di tratti fisici e morali che le fa vivere e durare nella memoria del lettore. Voci corali di tutto un quartiere sciamante come un alveare che si dispone a passare le ore afose della notte di agosto come meglio può, fuori dalle case calde come forni, lungo i marciapiedi o sotto le pergole delle osterie, e ancora le voci solitarie degli innamorati, quella tenera e ansiosa della Richètta, quella concitata e forsennata del Ross nell'ombra della notte lungo le mura dei Traj. L'impressione che resta più sicura e ferma nell'animo del lettore é quella suggerita dall'atmosfera precisa e insieme vaga e poetica. A creare questa atmosfera lo Zerbini arriva nei modi propri della grande poesia, con la semplicità e la forza espressiva delle cose vissute e sentite. Postumo, nel 1957 uscì I me ragass, con illustrazioni di Latino Barilli e presentazione di Jacopo Bocchialini, dove, accanto ai Cant ad la Bassa che contengono alcuni tra i versi più alti, sono due vivacissime poesie nelle quali il dialetto è assaporato nella sua genuina immediatezza: L'educasion e La bugada, due lunghe chiacchierate di donne, monologhi comici. Chiudono il volume alcuni componimenti giocosi che hanno come protagonista Re Gisto, tipo stravagante in lotta continua con questurini e villani da beffare. Una ristampa della sua opera, con l'aggiunta di alcune poesie inedite, fu curata nel 1965 da Italo Petrolini, con il titolo di Tutte le poesie. Gli inediti in gran parte dovevano costituire una nuova raccolta che lo Zerbini intendeva pubblicare (uscì postuma) col titolo di Cant dal me ideél: sono dettati dall'orrore della guerra, dal suo nativo umanitarismo, dalla passione di cittadino, dal suo ideale di antifascista e di socialista, radicato profondamente sulla esperienza vissuta tra un popolo dagli slanci generosi, insofferente di soprusi, dai sentimenti forti e schietti. E la poesia dello Zerbini, quando polemica e retorica sono costrette entro i limiti dovuti, sa esprimere con vigore e passione gli ideali di dignità e pace del popolo. Pezzaniano definì lo Zerbini in una nota della sua Poesia dialettale del '900 Pier Paolo Pasolini, ma basterebbe la differenza del lessico usato dai due poeti per distinguerli. La parlata dello Zerbini è quella autentica dei borghi dell'Oltretorrente e della Ghiaia, quella che un altro poeta parmigiano del primo Ottocento, Giuseppe Callegari, indicò come la più vera, mentre il dialetto di Pezzani è spesso un travestimento dell'italiano e rispecchia altro ambiente. La sua apertura di sentimenti e idee (non frequente nei poeti dialettali), il forte senso della tradizione, l'amore del suo dialetto (che gli fece raccogliere più di cinquemila soprannomi parmigiani), lo separano nettamente e lo collocano tra le figure più valide e autentiche nella storia della letteratura dialettale del Novecento. Da giovane collaborò con la Compagnia filodrammatica stabile di Parma, fondata da Guido Picelli, scrivendo i testi delle commedie dialettali La pela dal gat e La ricostrussion. |
|
|