Il sorriso
sia il vestito della vostra anima a segnale dell'Amore,
della Serenità , e della Gioia
che colmano le vostre giornate!
La
Notte Santa
Guido Gozzano
- Consolati, Maria,
del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell'osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.
Il campanile scocca
lentamente le sei.
- Avete un po' di
posto, o voi del Caval Grigio?
Un po' di posto per me e per Giuseppe?
- Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe
Il campanile scocca
lentamente le sette.
- Oste del Moro,
avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
- Tutto l'albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell'osteria più sotto.
Il campanile scocca
lentamente le otto.
- O voi del Cervo
Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
- S'attende la cometa. Tutto l'albergo ho pieno
d'astronomi e di dotti, qui giunti d'ogni dove.
Il campanile scocca
lentamente le nove.
- Ostessa dei Tre
Merli, pietà d'una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
- Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci...
Il campanile scocca
lentamente le dieci.
- Oste di Cesarea...
- Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L'albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell'alta e bassa gente.
Il campanile scocca
le undici lentamente.
La neve! - ecco una
stalla! - Avrà posto per due?
- Che freddo! - Siamo a sosta - Ma quanta neve, quanta!
Un po' ci scalderanno quell'asino e quel bue...
Maria già trascolora, divinamente affranta...
Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.
È nato!
Alleluja! Alleluja!
È nato il Sovrano
Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d'un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!
Non sete, non molli
tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill'anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill'anni s'attese
quest'ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!
Risplende d'un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.
È nato!
Alleluja! Alleluja!
Davanti al presepe
Di nostalgia e legna bruciata
profuma questo tempo
che ha mutato i volti infreddoliti
ma non il sentimento
di chi a cadenza regolare
da scatoloni impolverati
lo scenario del Natale tira fuori e
rappresenta.
Malinconie e attese
mi rammentano
di quanto grande sia
la magica atmosfera
che di anno in anno si rinnova
per festeggiar l’Evento.
Preziosi
quei momenti amati
che sulla scia del luccichio dell’occhio
di Luce
l’Amore accendono alla nuda terra.
Tenerezza che sui pastori s’abbandona
conosciuti visi dal tempo scorticati
e sulle bianche pecorelle
che in cammino verso il Bimbo se ne vanno.
Silenziosi
da allora fin adesso accolgono
grida senza voce e languide speranze.
Non una la parola che concedono
ma a forza d’ascoltarmi
son diventati amici veri.
tiziana mignosa
ottobre
duemiladieci
PRIMO GENNAIO
Ancora stordita
da tanto frastuono
la notte sbadiglia
perchè è già domani.
Avrà il volto nuovo
quest'alba che spunta
neonata speranza
d'un anno sereno?
Laggiù all'orizzonte
Io vedo una luce
più intensa e più chiara
sarà forse inganno?
Soltanto chimera?
Oppure aria pura
è questo l'augurio
per tutti quaggiù
Vogliamoci bene
la vita è una sola
teniamola cara
vivendo in amore
Con tutte le razze
da veri fratelli
sarà un'utopia?
Può darsi, chissà!
Luciano
Somma
JANUARY 1st
Still dazed
from so much racket
the night yawns
as it's already tomorrow.
Will it have a new face
this sunrise that awakens
newborn hope
for a peaceful year?
There on the horizon
I see a light
powerful and radiant
Will it be a fraud?
Only illusion?
If not, this greeting
is a pure manifestation
for everyone on earth
to
love each other
life is unique
we hold it dear
living in love
with all races
from true brothers
will it be utopia?
Ecco uno dei simboli di caratteristici del Natale
in Italia ma anche all’estero.
La Stella di Natale (Euphorbia pulcherrima) è una pianta
selvatica Messicana dove si sviluppa fino a 4 metri è importata e
utilizzata come pianta ornamentale tipica del periodo natalizio. La
Stella di Natale è caratterizzata dalla stupenda fioritura che non è
rossa ma è formata da un fiore giallo circondato da cinque brattee
di colore rosso. La Stella di Natale è una pianta perenne
fotoperiodica e la fioritura avviene nelle giornate più corte dell’
inverno. La pianta cresce particolarmente alla luce ma la buona
fioritura della stella di Natale è garantita anche da una
esposizione in ambienti non troppo luminosi.
Cure e manutenzione
La Stella di Natale viene coltivata a una temperatura tra i 14 e i
22°, vive a temperature più basse, ma non tollera il gelo. La
concimazione a base di potassio e fosforo va eseguita ogni 15 giorni
per tutto il periodo invernale. Annaffiare la piante ogni 3 giorni,
potare e rinvasare la Stella di Natale ogni primavera. La Stella di
Natale che spesso viene buttata a fine delle festività quando
comincia a perdere le foglie può essere mantenuta tutto l’ anno
ponendola alla luce per tutto il periodo primaverile estivo e
riponendola all’ inizio dell’ autunno in un luogo poco luminoso.
Riproduzione
Potete riprodurre facilmente la Stella di Natale per talea in
primavera ponendo la parte recisa prima in acqua tiepida e
successivamente invasata in terriccio con l’ aggiunta di ormoni
radicali.
La piccola fiammiferaia
Era la fine dell'anno faceva molto freddo.
Una povera bambina camminava a piedi nudi per le strade della città.
La mamma le aveva dato un paio di pantofole, ma erano troppo grandi
e la povera piccola le aveva perdute attraversando la strada.
Un monello si era precipitato e aveva rubato una delle pantofole
perdute.
Egli voleva farne una culla per la bambola della sorella.
La piccola portava nel suo vecchio grembiule una gran quantità di
fiammiferi che doveva vendere.
Sfortunatamente c'era in giro poca gente: infatti quasi tutti erano
a casa impegnati nei preparativi della festa e la poverina non aveva
guadagnato neanche un soldo.
Tremante di freddo e spossata, la bambina si sedette nella neve: non
osava tornare a casa, poiché sapeva che il padre l'avrebbe picchiata
vedendola tornare con tutti i fiammiferi e senza la più piccola
moneta.
Le mani della bambina erano quasi gelate.
Un pochino di calore avrebbe fatto loro bene! La piccola prese un
fiammifero e lo sfregò contro il muro.
Una fiammella si accese e nella dolce luce alla bambina parve di
essere seduta davanti a una grande stufa!
Le mani e i piedi cominciavano a riscaldarsi, ma la fiamma durò poco
e la stufa scomparve.
La piccola sfregò il secondo fiammifero e, attraverso il muro di una
casa, vide una tavola riccamente preparata.
In un piatto fumava un'oca arrosto.... All'improvviso, il piatto con
l'oca si mise a volare sopra la tavola e la bambina stupefatta,
pensò che l'attendeva un delizioso pranzetto.
Anche questa volta, il fiammifero si spense e non restò che il muro
bianco e freddo.
La povera piccola accese un terzo fiammifero e all'istante si trovò
seduta sotto un magnifico albero di Natale.
Mille candeline brillavano e immagini variopinte danzavano attorno
all'abete.
Quando la piccola alzò le mani il fiammifero si spense.
Tutte le candele cominciarono a salire in alto verso il cielo e la
piccola fiammiferaia si accorse che non erano che stelle.
Una di loro tracciò una scia luminosa nel cielo: era una stella
cadente.
La bambina pensò alla nonna che le parlava delle stelle.
La nonna era tanto buona! Peccato che non fosse più al mondo.
Quando la bambina sfregò un altro fiammifero sul muro, apparve una
grande luce.
In quel momento la piccola vide la nonna tanto dolce e gentile che
le sorrideva.
-Nonna, - esclamò la bambina - portami con te! Quando il fiammifero
si spegnerà, so che non sarai più là. Anche tu sparirai come la
stufa, l'oca arrosto e l'albero di Natale!
E per far restare l'immagine della nonna, sfregò uno dopo l'altro i
fiammiferi.
Mai come in quel momento la nonna era stata così bella.
La vecchina prese la nipotina in braccio e tutte e due, trasportate
da una grande luce, volarono in alto, così in alto dove non c'era
fame, freddo né paura.
La leggenda del vischio
C'era una volta, in un paese tra i monti, un
vecchio mercante. L'uomo viveva solo, non si era mai sposato e non
aveva più nessun amico. Per tutta la vita era stato avido e avaro,
aveva sempre anteposto il guadagno all'amicizia e ai rapporti umani.
L'andamento dei suoi affari era l'unica cosa che gli importava. Di
notte dormiva pochissimo, spesso si alzava e andava a contare il
denaro che teneva in casa, nascosto in una cassapanca.
Per avere sempre piu' soldi, a volte si comportava in modo disonesto
e approfittava dell’ ingenuità di alcune persone. Ma tanto a lui non
importava, perché non andava mai oltre le apparenze.
Non voleva conoscere quelli con i quali faceva affari. Non gli
interessavano le loro storie e i loro problemi. E per questo motivo
nessuno gli voleva bene.
Una notte di dicembre, ormai vicino a Natale, il vecchio mercante
non riusciva a dormire e dopo aver fatto i conti dei guadagni,
decise di uscire a fare una passeggiata.
Cominciò a sentire delle voci e delle risate, urla gioiose di
bambini e canti.
Pensò che di notte era strano sentire tanto chiasso in paese. Si
incuriosì perché non aveva ancora incontrato nessuno, nonostante
voci e rumori sembrassero molto vicini.
A un certo punto cominciò a sentire qualcuno che pronunciava il suo
nome, chiedeva aiuto e lo chiamava fratello. L'uomo non aveva
fratelli o sorelle e si stupì.
Per tutta la notte, ascoltò le voci che raccontavano storie tristi e
allegre, vicende familiari e d'amore. Venne a sapere che alcuni
vicini erano molto poveri e che sfamavano a fatica i figli; che
altre persone soffrivano la solitudine oppure che non avevano mai
dimenticato un amore di gioventù.
Pentito per non aver mai capito che cosa si nascondeva dietro alle
persone che vedeva tutti i giorni, l'uomo cominciò a piangere.
Pianse così tanto che le sue lacrime si sparsero sul cespuglio al
quale si era appoggiato.
E le lacrime non sparirono al mattino, ma continuarono a splendere
come perle.
Era nato il vischio.
A NASCITA DU
BAMBINEDDU
di
claudia lo
blundo giarletta
N’amuri di njunato-scinnju di lu cielu
Avia l’ucchiuzzi teneri- la vucca ca riria
Tutta la gente attornu – taliava ammaljata
Ma quannu lu sintietti – sinni fui scantata.
Riceva cu u surrisu:
‘Amativi criaturi
Siti figghi di Diu - aviti lu so amuri
Chissù sti lotti eterni
sti guerre fratricide,
cu arrubba
cu cumanna
cu mancia pani a ufu
cu affama i puvireddi
ammazza
droga
e stupra?
Tutta a povera genti
Pensò: “Vinni o Missia
finìù a tragedia nostra
Sia pace e così sia”
U picciriddu ancora
rirja e binidicia
E l’angeli cantavano
Sia Pace ed Alleluia!”
Certi li diridivanu:
” Chi stupidi ‘nfatuati
Nenti cagna a stu munnu
vui… siti… cundannati!”
Rispunnetteru a migliara,
‘n coro, tutte le genti:
“Fin quannu avemu a forza
e talià sta creatura
Tenimmo la speranza
ca cagniate pure vuie!”.
Natale
Antonio Guarracino
Festa della
nascita,
festa della
vita.
Nascita di
Dio,
nascita
dell'uomo.
Dio che
diventa uomo,
Dio che ci fa
un gran dono.
L' uomo
conosce Dio,
l'uomo
ritorna Adamo.
E Adamo vive
ancora,
e Adamo vive
sempre.
Natale vieni
a noi!
Per te è la
famiglia,
da te nasce
la vita,
ed è questo
il gran dono
che ci
conduce a Dio.
Vieni,
Signore mio!
Vieni con la
tua luce!
Fa che
possiam vedere
in te, la
Verità
Candido torpore
Katia Catalano
È fallace:
tutto il mondo tace,
come sotto coltre
sordida, manto
soporifero:
Natale,
che celi semi e bacche,
neri frutti, tra i rovi
riparo per fringuelli eri,
sei ostile ora!
Rami gravati,
giace silente intorno
l'universo,
tronchi decorano idilliache visioni
del passato, illusioni ormai:
restano chiusi i cuori,
come i nostri sentimenti
s’avvicinano per rianimare
un candido torpore.
E SI RACCONTA
Rita Minniti
E si racconta d’un tempo,
di quando
al crepitio d’una fiamma,
accanto a un camino
si sedeva in cerchio
a parlare di fiabe e storie di luci,
che qualcuno
aveva visto in un posto lontano.
E si raccontava
di alberi di Natale vestiti a festa,
visti su logori libri in bianco e nero,
con luci colorate
- così qualcun’altro diceva -
che spiavano chi non aveva
neppure la fiamma d’una candela
per guardarsi dentro.
Mi chiedo se oggi
queste luci incandescenti
e scintillanti
che colorano le strade,
sono la felicità.
E se non bastava
il poco per avere tutto.
E di queste luci così costose
che incantano l’esteriorità,
ma non il cuore,
di chi non ha nemmeno gli occhi
per poterle guardare,
a cosa servono?
Basta
averle nel cuore,
e nutrirsi
di quella semplicità dimenticata
per sentirsi luminosi,
piuttosto che abbracciare
il volto squallido,
d’un mondo d’apparenza,
che appena spento
diventa cieco e sordo.
SOFFI DI STELLE
Rita
Minniti
Di luci si rianimano
i vicoli
allo spegnersi del sole.
All’ombra
di solitarie anime gentili
s’affacciano a un cielo plumbeo,
e nella notte sognano
al chiarore d’una sfavillante luna
e di nuvole con occhi grandi,
che piovono allegria,
quando nella realtà triste è il giorno,
e nel cuore s’insidia una dolcezza
che non chiede aiuto.
S’adornano
d’agognate storie,
riuscendo ad incantare l’anima,
se guardandole
s’intravede la dolcezza
d’un mondo dal sapore di fiabe,
resistendo
alle intemperie del tempo,
che lasciano senza fiato.
Segnano d’un percorso,
il limitare cagionevole dei giorni
e nel silenzio il ticchettio leggero
a intermittenza,
suscita un piacere
d’incontrollabile meraviglia.
Mi sintonizzo sulle onde
dello spegnersi e del riaccendersi
che m’inondano la vista
e agli occhi,
restano a raccontarmi
d’un passato a me caro.
E ritorno al cielo di ieri,
in quelle notti,
dove come soffi di stelle
sostavano nel crepitio del rumore
di fuochi d’artificio,
sapore di ricordo
e d’un angolo di pace,
mentre amico il tempo,
negli anni,
ha conservato delle sue luci
i colori
lungo
le strade.
NATALE 2010
Pierluigi Zorzi, Illasi (VR)
Non è festa per tutti
questo sabato coperto di bianco,
non è giorno di letizia
questo sabato diverso;
in qualche parte di mondo
mani straniere si scambiano
palle di neve infuocata
che distruggono i sogni.
In preghiera assistiamo all'evento
che ha scosso l'universo,
e
meditiamo sulla nostra impotenza
a
trasmettere sentimenti di pace
a
chi non vuole ascoltarli.
Riccillu tu ch’e Natali!
Vincenzo
Adamo
Vecchi, ‘ranni e picciriddi
‘n celu puntanu li stiddi
nna ‘sta notti scura scura
cc’è ‘na stidda cu
la cura
Signa ‘u Nicu appena natu
Natali è già passatu
poi la stidda cu la cura
s’alluntana cu primura
‘mezzu ‘i strati , ne’ lucali
si festeggia lu Natali
Ma Natali ‘un è
pi tutti
cci su’ verri cci
su lutti,
e cu sta davveru
mali
nun ci penza ch’è
Natali!
A cu manca ‘na dimura
e di notti fora scura
strati strati, ne’ canali
riccillu tu ch’e Natali!
A cu’
‘a verra maliritta
cci
livau puru ‘a birritta
e ‘a
firita cci fa mali,
riccillu tu ch’e Natali
‘Stu Natali è tantu
stranu
e ti porta manu manu
nn’ô Burundi, nn’ô Zaïri
dunni Natali nun si viri.
Stissa cosa, ‘nno Sudanni
‘nna l’Iracchi tuttu
danni,
dunni ‘a verra sta pi paci
ed ognunu chianci e
taci.
Vecchi, ranni e picciriddi
nun talianu cchiù li stiddi
dda la sira appena scura
ogni stidda
è senza cura
L’occhi tennu
sbarrachiati
comu fussiru
spirtati;
cc’è la morti
appena giri
nun si senti, ma
si viri.
Megghiu campanu l’armali!
Riccillu tu ch’e Natali!
Talia, ‘u munnu emancipatu
chi ‘sti mali ha creatu,
vivi ‘mezzu ‘sta lurdura
gira ô largu e nun si
cura.
Comu ê Maggi, lemmi lemmi
si riversa a Bettilemmi
trova nuru un picciriddu,
lu talia, rici:<< ‘un è Iddu!>>
Poi fa ‘a cosa cchiù banali;
si
festeggia lu Natali!
Natali
d’aeri Natali d’oggi
Vincenzo Adamo
Chiui di dumila anni fa
lu primu Natali.
Rintra na rutta nuru e cruru
senza riscaldamentu
lu primu divinu lamentu.
La Marunnuzza agghiagnatizza
cu lu ciatu lu quariava,
lu sceccu a moru so l’aiutava
e puru un toru,
grossu tizzuni,
facia ri cufuni.
La genti ri tanti banni
purtava chiddu ch’avia
ricotta, tumazzu, pani friscu
cipuddi, finocchi a ‘nzalata
e prestu prestu
la taula era cunzata
pi fari ‘na ‘ranni manciata.
Poi tutti a fari preu e dari allegria ,
cu qualchi ballu,
e puru cu la quatrigghia,
a la sacra famigghia.
Si scummiraru picurara e saggi
e ficiru li Maggi
un longu caminu
p’arurari lu bamminu
e purtari in omaggiu
oru, ‘ncenzu e mirra.
Passaru trentatri anni
e roppu tanti miraculi e affanni
comu previstu
fici la fini d’un poviru Cristu.
Vulia rivelari
chi puru ‘i morti ponnu campari!
Ora si ripeti ‘stu ritu
pi ricurdari
lu primu Natali,
ma ‘u picciriddru nasci
na na stanza addubbata
cu tanti riscaldamenti
cu tanta genti
pronti a regalari
a stu bamminu,
regali esaggerati
e l’immancabbili telefoninu.
Poi tutti a sbafari,
pi dumani riri:
nun si po cchiù campari!
‘Stu Natali è ‘nvintatu.
Lu Signuruzzu è diminticatu.
Mancanu li saggi
e li novi Re
portano:
coca ,birra,
canni e cafè.
Ma chistu chi Natali è?
Prima notte di Natale
Giovanni Teresi
Quella notte fredda,
tersa in un manto di stelle,
silenziosa dormiva
tra tegole e camini
tra rami insecchiti;
sulla neve adagiava
i rivoli del vento,
della terra i gelidi profumi.
La stella d’oriente
celere trascinava
i sogni e le nuove
sui tetti, sui monti
sulle dune deserte.
Dei pallidi volti
incantati aprirono
gli occhi al mistero:
un dolce vagito
lontano s’udì …
Nell’umida paglia,
nella povertà,
giaceva Gesù;
la sua dimora, il suo regno
era l’umile capanna,
il suo sorriso sciolse
la neve accanto.
L’amore di Mamma
si dipinse nell’eterno
fluire della vita,
nell’universo cullato
dal tenue bagliore dei lumi.
La cometa si fermò
nell’alto del cielo,
cosparse una pioggia d’argento,
aprì il cammino
in quella notte non più fredda
e non più cieca.
‘A
STANZA ‘D ‘O PRESEPE
di Massimo Imperato
‘E
luce stutate dinto ‘a stanza,
‘a fora tutto profumma ‘e ncienzo.
“Accorte ‘e criature
ca scassano ‘e pasture!”
Chesto succede ogni anno
sotto ‘e juorne ‘e Natale,
quanno ‘a casa d’o nonno
se portano ‘e regale.
‘A stanza d ‘o presepio
è comme na casciaforte:
nzerrate songo ‘e porte
pe chi nun tene ossequio.
Ma quanno d’ ‘e piccerille
nun siente cchiù nu strillo,
‘o nonno arape ‘a stanza.
E mo so male ‘e panza…
Nisciuno tene scampo
d’ ‘a visita guidata,
nce ‘a miso tanto tiempo,
nu mese e seie nuttate.
Chiano s’allumma a stanza
cu ‘e luce culurate,
po’ parte na cantata
‘e vecchia cunuscenza.
“Tu scendi dalle stelle”,
e brillano ‘e fiammelle,
dinto ‘e casette nchiuse
fora ‘o laghetto nfuso.
Benito, ‘e pecurelle,
papere, funtanelle,
e che capolavoro
‘o ciummo cu ‘o motore.
Pasture fatte a mano
a San Gregorio Armeno,
fascine ‘e dinto ‘o bosco
e muschio ancora fresco,
suvero originale
e carta di giornale,
chiuove, ciappe e puntine,
tre serie ‘e lampadine.
‘O sfondo ca stà arreta
ce porta dinto ‘o deserto,
pe ‘o cielo tutto aperto
se arrampica ‘a cumeta.
Si nun ce stanno eloggi
mentre sta raccuntanno
po durà pure n’anno
‘a
storia d’e tre magi.
Invece cu risate,
abbracci e cumplimente,
‘o nonno è cchiù cuntento
e tu si rilassate.
Inverno
Anna Pagliarini
Indosso il mio
vestito grigio
e vado
a partecipar col cielo di dicembre
la sua stalla
che in reggia
mai cambiò il mondo
Inchino al cuore l'alito mio
e mi avvolgo nel suo cappotto
NATALI
NATALE
Equizzi
Tuttu è biancura, fridda è la nuttata
ma mai lu celu fu tantu vicinu,
cadi la nivi modda e spinsirata
e chiovi celu, chiovi gersuminu:
La terra si lu cogghi e si nn’appara,
certu pi na gran festa si pripara.
L’arvuli nudi nni la fridda terra
avviluti di centu furturati
quantu cchiù ponnu spincinu di ‘nterra
li vrazza ‘mpuviruti e assiccumati
e cc’è nni dd’attu na muta prijera,
l’anima ansiusa di cu soffri e spera.
E speranu li ciumi chianciulini
spersi, cunfusi, ‘ngramagghiati e stanchi,
speranu li muntagni sularini
vecchi pinsusi cu li testi bianchi,
spera la terra ca si puru ciata
sutta d’un mantu friddu è vurricata.
Ma eccu un primu toccu di campana
vola dicennu: E’ natu lu Missia!
navutru toccu curri, s’alluntana,
e in ogni cori ‘mpinci e tuppulia,
po’ nautri centu e l’ariu chinu chinu
murmura è festa! E’ natu lu Bamminu.
Lu sentinu dda ‘nfunnu li pastura
nta sonnu e vigghia, e cridinu sunnari
pirchì cci agghiorna nni la notti scura
e stralunati ‘un sannu a chi pinsari;
po’ currinu a sdrirrutta nni ddu locu
unni una grutta pari tutta un focu.
E trovanu, miraculu divinu,
dintra na fridda e nuda manciatura,
vicinu di la matri lu Bamminu
ntra un ghiocu d’occhi ca tuttu ‘nnamura
e dintra a l’occhi beddi di Maria,
cc’è tuttu l’universu ca firria.
E’ festa è festa! Unn’era tramuntana
già fici occhiu l’arba di l’amuri,
nescinu l’armaluzzi di la tana
e li spiranzi pigghianu culuri.
La nivi squagghia cadi a stizza a stizza,
si strudi ‘nchiantu pi la cuntintizza.
Tutto è candore, gelida è la notte
ma mai il cielo fu tanto vicino,
cade la neve a fiocchi dolcemente
e piove cielo, piove gelsomino:
la terra lo raccoglie e si fa bella
certo per una gran festa si prepara.
Gli alberi spogli nella fredda terra
tormentati da cento fortunali
quanto più possono spingono verso il cielo
i rami senza foglie e rinsecchiti
e c’è in quell’atto una muta preghiera
dell’ansia di chi soffre e spera.
E sperano i fiumi piangenti
smarriti, confusi, mesti e stanchi
sperano le montagne solitarie
come vecchi pensosi con le teste bianche
spera la terra che, seppure respira,
é sepolta sotto un manto di neve
Ma ecco un primo rintocco di campana
che annuncia che è nato il Messia!
Un altro rintocco in lontananza
e in ogni cuore giunge e bussa
poi altri cento e l’aria piene piena
mormora: E’ festa. E’ nato il bambino.
Le sentono in lontananza i pastori
fra sonno e veglia, credono di sognare
perché fa giorno nella notte scura
attoniti non sanno a cosa pensare
e poi corrono velocemente in quel luogo
dove una grotta sembra tutta un fuoco
E trovano miracolo divino
dentro quella fredda povera mangiatoia
vicino alla madre, il bambino
in un gioco d’occhi che tutto innamora
e dentro gli occhi belli di Maria
ruota tutto l’Universo.
E’ festa è festa! Dove tramontava il sole
è sorta l’alba dell’amore
escono gli animaletti dalle tane
e le speranze prendono colore
La neve si scioglie lentamente
e si consuma in pianto per la gioia.
Salvatore Equizzi