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Camillo Berardi

 

LA LEGGENDA DELLA GIGANTESCA MAIA

Fra miti, realtà, misteri e magie, il volto umano del Gran  Sasso e della Maiella.

Di Camillo Berardi

Il vasto repertorio delle immagini allegate, suggestivo e al di fuori dei “cliché” convenzionali,  documenta  e sintetizza in maniera impressionante la leggenda della gigantesca Maia, superbamente incarnata dalla fisicità delle maggiori montagne abruzzesi

Il Gran Sasso d’ Italia e la Maiella, oasi di natura e miti grandiosi, con le loro bellezze imponenti e maestose, da sempre sono stati il simbolo e il riferimento dell’intero Abruzzo dominato superbamente dalle loro vette, le più alte e le più pittoresche dell’Appennino peninsulare. Questi attraenti sistemi montuosi, nei loro  silenzi sublimi e ancestrali, sono avvolti da una miriade infinita di miti, leggende e misteri, scavati nell’abisso del tempo e legati, assai spesso, a tradizioni, riti e culti pagani.

Tali sopravvivenze preziose, in gran parte ancora sommerse, dimenticate, o assopite nell’angustia territoriale, contribuiscono ad approfondire la conoscenza dei nostri meravigliosi monti, stimolando l’interesse e suscitando emozioni e fascini non convenzionali.

La  “Maiella Madre”, la montagna materna degli abruzzesi, custode di paesaggi maestosi di rara bellezza, è stata culla di civiltà e culture antichissime, di cui restano ancora oggi innumerevoli vestigia e testimonianze; assai incerta, però, è l’origine del nome.

Esso, secondo vari studiosi, deriva dai termini “majo” e “maja” dell’idioma egiziano, i quali, al maschile, indicano “popolo d’armi, guerrieri, combattenti” e, al femminile, “amazzone, donna di guerra”. Le audaci guerriere ricorrono nelle saghe più antiche del popolo ellenico e il mito coglie la loro comparsa in Tracia, in Siria, in Asia minore, in Grecia, in Libia o al limite del mondo conosciuto;

Atene dedicò alle valorose combattenti il tempio Amazzonio.

Negli ambienti montani abruzzesi e nei soavi nidi di focolari domestici si raccontano ancora le “fabule” delle gigantesche “maiellane”, le mitiche donne guerriere adornate di orecchini a grandi cerchi e vistose collane, che, in tempi assai remoti, lottavano, indomite, per difendere la loro indipendenza. Queste fiere combattenti evocano nella nostra mente epiche imprese immaginarie, ma ricordano anche le prime emigrazioni, i primi conflitti della storia, i primi trionfi e le prime disfatte.

I monili tanto appariscenti, con i quali ancora oggi, in determinate circostanze, si adornano le donne, che abitano nell’ambito del territorio della Maiella, si rifanno agli oggetti di abbellimento delle leggendarie intrepide “Maiellane”.

Le magnifiche illustrazioni di Basilio Cascella[1], e di Francesco Paolo Michetti2, ambientate nell’area magellana, documentano in maniera eloquente e suggestiva l’uso di tali vistosi ornamenti muliebri: alcuni costumi indossati denunciano evidenti influssi di provenienza esterna, da paesi dell’Est. I legami inconfondibili con le civiltà orientali sono mostrati chiaramente dal corredo di immagini riportate, ma gli ornamenti appariscenti dei costumi tradizionali abruzzesi sono più semplici e genuini, in coerenza con la cultura rurale regionale e in armonia con la severità del paesaggio montano. Le comunità e le colonie slave e albanesi, insediate in Abruzzo da vari secoli, e gli zingari, ovunque presenti, sfoggiano ancora oggi i loro costumi festivi, di gusto orientale, con ornamentazioni ricche e festose.

Alcuni etimologisti ritengono che l’origine del nome derivi dalla radice “mag-” o “maj-” che negli idiomi slavo e rumeno vuol dire colle, altura; altri fanno derivare il nome da “maja” che nel linguaggio albanese significa cresta, rilievo montuoso, montagna.

Per molti ricercatori la provenienza è legata al “majo” (Cytisus laburnum), chiamato anche “maggiociondolo” (ciondolo di Maggio) o “maiella”,  un  alberello alpestre con fiori gialli a grappolo, simili alle ginestre e fortemente profumati, assai diffuso nel complesso arboreo della Maiella e particolarmente rigoglioso nel mese di Maggio (Majus).

Fra le antiche tradizioni abruzzesi collegate al majo e alla Maiella  c’era quella, festosa e delicata, di “appiccare il maggio”: nella notte del calendimaggio i giovani offrivano all’innamorata un ramo fiorito di maggiociondolo, ponendolo dinanzi l’uscio della sua casa; se il mattino successivo la fanciulla raccoglieva il ramoscello, e lo esponeva alla finestra, significava che l’amore era corrisposto.

Alcuni, ancora, ritengono che Maiella sia corruzione di “Maior mons”, donde “Magella”, “Maiella”, e ciò, forse, perché Plinio  in alcuni passi la chiama “Pater  montium”; ma, fu osservato, contro questa tesi, che, se l’appellativo di Plinio sta bene per l’ampiezza, per il volume della massa rocciosa, per la complessità ambientale e per le ricchezze minerarie e naturalistiche della montagna, non è lo stesso per la qualifica di “maggior monte”, dal momento che il Gran Sasso, lì vicino, è più elevato, anche se non di molto.

Sono ancora molte, e non prive di contrasto, le origini del nome della “Montagna Madre” e per queste si rimanda alle fonti di eruditi studiosi e alla dotta letteratura specializzata; non possiamo, invece, passare  sotto silenzio la relazione etimologica di natura popolare, assai suggestiva, legata al culto della dea Maia.

Secondo questa derivazione, coerente alla primordiale sacralità dei monti, la Maiella, con i suoi meandri magici e misteriosi, è la montagna sacra a Maia.

Vediamo sommariamente e frammentariamente come si è diffuso in Abruzzo l’ossequio religioso nei confronti di quest’ antica divinità pagana.

Dagli storici apprendiamo che i primi popoli, che abitarono la nostra regione, furono i Pelasgi, emigrati dall’Egitto in Asia, e, successivamente, nelle isole del mare Egeo, in Grecia e in Italia.

Fra le divinità maggiormente venerate c’era Cibele, che, senza dubbio, rappresentava la principale dea del Medio Oriente arcaico.

La dea, figlia del Cielo e della Terra, madre di Zeus, oltreché di dèi, di uomini e della natura, generava dal suo seno la vegetazione spontanea dei boschi  e dei monti e personificava la potenza vegetativa e selvaggia di tutta la natura.

Nel mito e nelle leggende del popolo indiano la dea Maja simboleggiava il principio creatore e la virtù produttiva.

La mitologia classica ci fa anche sapere che la gigantesca Maia, fiorente fanciulla dalle stupende trecce bionde, era la maggiore e la più bella delle sette Pleiadi, figlie di Atlante e di Pleione, figlia, quest’ultima, di Oceano.

Maia fu amata da Zeus in una grotta del monte Cillene in Arcadia e da questa relazione nacque Ermete, unico figlio della dea.

Quando in Abruzzo giunsero le genti italiche, si determinarono incroci, fusioni e confusioni di religioni, che trasformarono anche le antiche deità dei Pelasgi, e, così, Cibele, definita da Ovidio “Magna Mater - Mater Deorum”, fu identificata con Maia.

Nella nostra terra il tema mitologico, già vasto e variegato, ha dato origine ad una ricchezza feconda e ardente di leggende popolari con varianti multiple e composite legate alla successione storica degli eventi, ai flussi migratori, agli intrecci di civiltà, culture, religioni, e all’evoluzione dei miti; non sono, poi, mancati arricchimenti ed ornamenti creativi legati a riti, costumi e tradizioni locali e a mille leggende tramandate dai padri ai loro figli da tanti secoli, continuamente trasformate e rinnovate anche attraverso la fantasia popolare.

In queste “novelle” non ha senso, dunque, ricercare i rigorosi canoni della mitologia classica, oltremodo mutevole e complessa.

Il mito di Maia ha dato origine ai più bei racconti abruzzesi, molti dei quali assumono una grande efficacia e diventano quasi “reali”, quando possono essere confrontati, ancora oggi, con l’orografia dei luoghi, con la storia e con le tradizioni. Essi accendono ed infiammano la fantasia popolare e rinverdiscono memorie antiche e credenze ancestrali, aiutando a scoprire le origini della nostra civiltà.

Fra le tante leggende, che legano la Maiella al culto della dea Maia, quella proposta e tradotta in versi dal poeta Mario Lolli è, certamente, una delle più toccanti e suggestive. La fiaba racconta  che la gigantesca Maia fuggì dalla Frigia, per portare in salvo l’unico figlio, un gigante stupendo, ferito gravemente in una battaglia e inseguito dal nemico. Con una zattera sdrucita attraversò il mare e riuscì ad approdare nei pressi del porto dell’antica città  di Ortona - “Orton”-  dopo un tragico naufragio. Qui, temendo di essere raggiunta dagli inseguitori,  prese in braccio il gigante ferito  e continuò la sua fuga attraverso forre selvagge ed impervie giogaie, scalando il Gran Sasso, dove una caverna, nell’aspra roccia, offrì  un rifugio ai due fuggitivi.

Nell’antro rupestre la diva Maia cercò, e sperò, di mantenere in vita l’adorato figliuolo con il suo amore materno, ma dopo qualche tempo il giovane morì lasciando la ninfa in un’angoscia infinita.

Per vari giorni pianse disperatamente accanto al corpo del figlio e, successivamente, lo seppellì su una vetta del monte superbo.

Ancora oggi, a chiunque osservi il Gran Sasso, da levante verso ponente, appare chiaramente la sepoltura del giovane: infatti, la Vetta Orientale del Corno Grande, in uno scenario maestoso e incantevole, incarna le sembianze di un gigantesco volto umano assopito nel riposo eterno; conosciuto sin dall’antichità come “Il gigante che dorme”, il “ciclope di pietra” si staglia nel cielo, nel superbo dominio di un paesaggio grandioso.

L’immagine formidabile e solenne, scolpita sul vertice sublime del monte, non può non ricordarci l’efficacia di alcuni versi di Victor Hugo:

“..... Le mont dont la tête à l’horizon s’élève

semble un géant couché qui regarde et qui rêve”.

 

In virtù di un magico incanto, in un seducente miracolo della natura, il “gigante di pietra”, osservato da un’angolazione leggermente diversa, si trasforma in una leggiadra e prosperosa fanciulla supina dalle chiome fluenti, chiamata, oggi, “la bella addormentata” e dagli antichi “ la bella dormiente”.

Nei silenzi magici e divini delle aeree cime  del Gran Sasso, l’ ”Olimpo d’Abruzzo”, in uno scenario grandioso e fantastico, la ninfa Maia e l’adorato figlio si “fondono” in uno straordinario connubio affascinante e suggestivo, di colossale magnificenza; senza più distinguersi, realtà e fantasia si amalgamano in una simbiosi incantevole che non ha eguali altrove.

Dopo la morte del gigante, Maia non ebbe più pace. Sconvolta, in preda alla disperazione, cominciò a vagare sui monti e neanche i suoi congiunti più cari riuscirono a frenarne il  pianto disperato.

Le stille di rugiada e i cristalli di brina, che, copiosi,  rivestono d’argento e di luce i morbidi prati dei nostri monti, nell’immaginazione popolare non rappresentano altro che le lacrime versate dalla ninfa.

Il cordoglio e l’angoscia furono talmente grandi, da stringere il cuore della povera madre, fino a farla morire.

I fedeli e i parenti della dea, con cortei imponenti, raggiunsero Maia sull’erta giogaia, portando vesti ricche di ori e di gemme, ghirlande di fiori e di erbe aromatiche, vasi d’oro e d’argento, e, dopo averla adornata con i loro preziosissimi doni, la seppellirono sulla maestosa montagna di fronte al Gran Sasso, che, da quel giorno, in sua memoria, fu chiamata Maiella.

Il nome “Monte Amaro”, dato alla cima più alta, sembra voler dare risalto al dolore di Maia, a testimonianza di un affetto e di un amore  senza confini.

La ricchissima flora della Maiella, con il tripudio dei fiori dai mille colori, rappresenta il prezioso tesoro funebre della diva stupenda.

La fiaba in una dimensione magica ed irreale, nel contempo umana e commovente, esercita un fascino particolare e porta l’attenzione sulle radici profonde della nostra cultura, gelosamente custodite dai silenzi alti e infiniti.

Nell’immensa giogaia maiellana, la struttura orografica di “Cima delle Murelle”, osservata dal Monte Acquaviva, si tramuta nel volto disfatto di una donna distrutta, supina. L’aspetto selvaggio e severo del paesaggio, “improntato d’una calma tristezza”, risulta grandioso, suggestivo e pittoresco.

Il lago di “Femmina morta” e l’omonima valle, poco distanti dalla vetta della superba montagna (monte Amaro, non possono non ricordare la dolorosa vicenda materna della gigantesca ninfa.

Ancora oggi  il fragore delle valanghe nei burroni, lo scroscio delle cascate negli orridi, il frastuono delle frane negli abissi, la furia della tempesta turbinosa, l’ululato del vento ed il fremito dei boschi e delle foreste evocano nell’immaginazione popolare i lamenti della diva Maia, che geme disperata per la morte immatura dell’unico figlio.

La Maiella orientale è solcata profondamente dal vallone di Selvaromana e su un ciglio dell’irta gola, abbarbicato alla roccia, spicca il grazioso abitato di Pennapiedimonte (CH). L’ameno paese è dominato da un imponente pinnacolo rupestre - l’antica “pinna” eponima di Pennapiedimonte - che raffigura una “maestosa donna seduta”; anticamente adorata come deità indigena, fu successivamente venerata come personificazione della dea Maia. Ancora oggi “l’immane scultura rupestre” evoca il suggestivo incanto di una presenza soprannaturale: “I nativi vi hanno fatto l’occhio, ma il forestiero ne resta impressionato e non sa se attribuire l’opera alla natura o all’uomo” (D. di Marco).

Nei pressi del fantastico simulacro rupestre sono visibili ancora oggi i ruderi dell’Abbazia di Santa Maria dell’Avella, edificata prima del X° secolo, molto probabilmente, nello stesso luogo riservato, un tempo, al culto della ninfa gigante. Con la diffusione del Cristianesimo la devozione per Maria successe, dunque, al culto di Maia, ma ancora oggi la visione della “maestosa donna seduta” incute un senso di rispetto e riverenza.

La statua di Santa Maria dell’Avella, realizzata in pietra nel 1400 e raffigurata seduta con il Bambino in braccio, fu recuperata tra gli avanzi dell’antica Abbazia e nel 1700 venne situata all’esterno della struttura absidale della chiesa parrocchiale di Pennapiedimonte, in una nicchia con volta a conchiglia.

Dopo la morte del figlio, Maia vagò disperata  e dimorò anche su altre giogaie abruzzesi, nella ricerca vana di pace, conforto e sollievo, e lasciò “impronte” dei suoi effimeri ed “impossibili” riposi, che non sono sfuggite all’occhio della fantasia popolare; una suggestiva testimonianza è rappresentata dal monte Foltrone nei pressi di Campli (TE): la linea frastagliata del monte, osservata da Corropoli, in provincia di Teramo, disegna allo sguardo di chiunque una gigantesca fanciulla distesa dal seno rigonfio, conosciuta da sempre come la “bella dormiente”.

Il mito della dea Maia è ancora vivo in Abruzzo e, probabilmente, il culto per la “Madonna della Mazza”, venerata oggi a Pretoro, nei pressi di Guardiagrele (CH), rappresenta la traduzione cristiana dell’antico culto pagano. La statua di questa Madonna, realizzata nel XV secolo, in terracotta smaltata, è custodita in un Santuario della Maiella, a mille metri di altezza, “in solitudine aperta e luminosa”, nel territorio pretorese.

La Vergine, raffigurata seduta, con una mano sostiene il Bambino e con l’altra lo “scettro”, cioè la “mazza”. Questo termine trae origine dalla radice “mag-”, “maj-” o “maz-”, che ha generato molti vocaboli di lingue indo-europee, che esprimono significati di grandezza,  vigore,  forza e da cui sono derivate le voci “magnus”, “magis”, “majus”, “Maja” e “Maiella”; forse anche per questo la Maiella è considerata una “Grande Madre”.

I termini “maza” e “mazza” sono abbastanza diffusi nel comprensorio maiellano: a Pescocostanzo (AQ) c’è l’impervio vallone della Maza; a Lanciano (CH) il ponte e la valle della Mazza; a Pretoro,    oltre al Santuario Mariano, anche il monte, le coste, la fontana e il vallone assumono la stessa denominazione.

La continuità del culto religioso attraverso i secoli, passando dalla versione pagana a quella cristiana, viene ipotizzata da vari studiosi sulla base di analogie rituali comuni.

Nella mitologia italica la dea Maia, figlia di Fauno e paredra (compagna) di Vulcano, personificava la fecondità della terra e veniva festeggiata durante l’intero mese di Maggio, nel pieno tripudio della natura.

Nel primo giorno dello stesso mese viene festeggiata anche la “Madonna della Mazza” e i pretoresi ascendono in pellegrinaggio, la Maiella,  per prelevare la statua dal tempio e  trasferirla nella parrocchia di Pretoro, dove resta per solenni onoranze sino alla  fine di Giugno.

I maestosi  scenari del Gran Sasso e della Maiella, nel “Cuore Verde d’Europa”, sono stati i luoghi prìncipi e fascinosi, eletti dal mito, dove si è svolta “la leggenda della gigantesca Maia”, incarnata superbamente dalla fisicità dei luoghi e dei paesaggi. Il racconto, ispirato al tema mitologico, in un viaggio straordinario e attraente sui nostri monti, porta il lettore e l’appassionato della montagna in un nuovo mondo magico e commovente, di grande ricchezza poetica ed umana. La “fabula”, coinvolgente  sposa coerentemente l’intera storia dell’Abruzzo, dalle antiche origini preelleniche, ed in essa domina la devozione filiale degli abruzzesi per la “Maiella Madre”,  tempio imponente sacro a Maia,  protagonista di una struggente vicenda .

Ho avuto l’onore e il piacere di musicare i versi della leggenda, elaborati magistralmente e con sensibilità profonda dal poeta Mario Lolli, ed è nata una melodia semplice e spontanea, scandita da un accompagnamento, che evoca delicatamente l’incedere del corteo funebre.

In sede di concorso del 16° Festival Nazionale “I Canti della Montagna” organizzato dal Centro di Promozione Culturale “Abruzzo Est” di  Montesilvano (PE), la composizione si è classificata al terzo posto.

“La leggenda della gigantesca Maia”, ricca di testimonianze in cui a volte il mito si traduce in realtà, ha già passato “l’esame del tempo” e difficilmente sarà cancellata dall’aggressione del progresso e del modernismo.

 
LA LEGGENDA DELLA GIGANTESCA MAIA
Versi di Mario LOLLI                                                    Musica di Camillo BERARDI

Racconta una vecchia ed amara leggenda

che Maia, la figlia d’Atlante, stupenda,

scampata al nemico fuggì dall’oriente

con l’unico figlio ferito e morente.

Raggiunto d’Italia un porto roccioso,

sfruttando le forre e il terreno insidioso,

condusse il ferito, vicino al trapasso,

in alto lassù sopra il monte Gran Sasso.

 

A nulla giovaron, nell’aspra caverna,

le cure profuse da mano materna:

al giovane figlio volò via la vita

lasciando alla madre una pena infinita.

E proprio quel monte d’Abruzzo nevoso

racchiuse la salma all’estremo riposo.        

 

Il grande dolore di Maia la diva

escluse al suo cuore la gioia istintiva;

non ebbe più pace, non valse l’apporto

dei propri congiunti a darle conforto.

Sommersa dal lutto, sconvolta dal dramma,

non ebbe più pianto, non era più mamma.

Di vivere ancora non ebbe coraggio:

si spense nell’ultima notte di maggio.

 

Un mesto corteo con fiori per Maia

salì a seppellirla in un’altra giogaia,

rimpetto alla tomba del figlio adorato

strappato alla madre dal barbaro fato.

E quella montagna, al cospetto del mare,

d’allora MAIELLA si volle chiamare.

 

FINALE

 

“AMARO”  ebbe nome la vetta maggiore 

per dare risalto al materno dolore.

 

[1] Basilio Cascella (1860-1950) capostipite illustre e caposcuola di una famiglia di insigni artisti abruzzesi.

2Francesco Paolo Michetti  (1851-1929).

 
ILLUSTRAZIONI E NOTE DIDASCALICHE

Nella località di Bocca di Valle nei pressi di Guardiagrele (CH), alle falde della Maiella sacra a Maia, il mito atavico della “Montagna Madre” rivive superbamente nella gigantesca epigrafe (50 mq) scolpita sulla nuda roccia che, su parole dettate da Raffaele Paolucci, recita testualmente:

FIGLI D’ABRUZZO / MORTI COMBATTENDO / PER L’ITALIA / E SEPOLTI LONTANO / TRA LE ALPI E IL MARE / LA MAIELLA MADRE / VI GUARDA E BENEDICE / IN ETERNO

La colossale epigrafe rupestre  sormonta una “Grotta - Sacrario”  scavata nel ventre della Maiella (impreziosita da tre pannelli ceramici monumentali, maiolicati da Basilio Cascella nel 1924) nel cui interno sono accolte le spoglie dell’eroe aquilano Andrea Bafile, Medaglia d’Oro al Valor Militare, caduto in un’ardita ricognizione nel Basso Piave nella prima guerra mondiale.

Mai,  come  in  questo  luogo,  il  nome  di  “madre”  è  appropriato  e  commovente.

La montagna che nei secoli ha idealmente custodito le vigorose virtù delle genti d’Abruzzo, accoglie nel suo grembo materno un figlio eroico della sua terra e rappresenta, ad imperituro ricordo, l’altare dell’eroismo abruzzese.

 
La gigantesca epigrafe che sormonta  la ”Grotta - Sacrario” di Bocca di Valle (CH)
Foto di Camillo Berardi
Ingresso della “Grotta -Sacrario” di Bocca di Valle  (CH)
Foto di Camillo Berardi
 

Interno “Grotta - Sacrario” di Bocca di Valle (CH):  pannello ceramico maiolicato da

Basilio Cascella - Scena  del  “Sacrificio”

Foto di Massimo Zulli
 

Interno “Grotta - Sacrario” di Bocca di Valle (CH): pannello ceramico maiolicato da

Basilio Cascella - Scena della  “Pietà”

Foto di Massimo Zulli
 

Interno “Grotta - Sacrario” di Bocca di Valle (CH):  pannelli  ceramici maiolicati da

Basilio Cascella - Altra scena del  “Sacrificio” e scena della “Pietà”

Al centro della caverna è ubicata l’arca in pietra con le spoglie della M.O. Andrea Bafile
Foto di Massimo Zulli
 

Interno “Grotta-Sacrario” di Bocca di Valle (CH)

Fotografia  del Tenente di Vascello  Andrea Bafile, M.O.V.M della Prima Guerra Mondiale, 

incastonata nel  salvagente anulare della Regia Nave.

Foto Di Massimo Zulli

 

Interno  “ Grotta - Sacrario” di Bocca di Valle (CH):  parte inferiore di un pannello maiolicato da

Basilio Cascella   -  Scena del  “Sacrificio”

Foto di Camillo Berardi

Nella leggenda abruzzese, la gigantesca Maia era la maggiore e la più bella delle sette Pleiadi, figlie di Atlante e Pleione, ed era anche la più audace e la più affascinante delle “maiellane”. Secondo vari studiosi,  i termini  “majo” e “maja” dell’idioma egiziano indicano, al maschile, “popolo d’armi, guerrieri, combattenti” e, al femminile, “amazzoni, donne di guerra”. Le intrepide guerriere ricorrono nelle saghe più antiche del popolo ellenico e il mito coglie la loro comparsa in Tracia, in Siria, in Asia minore, in Grecia, in Libia o al limite del mondo conosciuto; Atene dedicò alle valorose combattenti il tempio Amazzonio.

 Negli ambienti montani abruzzesi e nei soavi nidi di focolari domestici si raccontano ancora le “fabule” delle gigantesche “maiellane”, le mitiche donne guerriere adornate di orecchini a grandi cerchi e vistose collane, che, in tempi assai remoti, lottavano, indomite, per difendere la loro indipendenza.  

I monili tanto appariscenti, con i quali ancora oggi, in determinate circostanze, si adornano le donne, che abitano nell’ambito del territorio della Maiella, si rifanno agli oggetti di abbellimento delle leggendarie e ardimentose “Maiellane”.

Le magnifiche illustrazioni di Basilio Cascella, e di Francesco Paolo Michetti, ambientate nell’area magellana, documentano in maniera eloquente e suggestiva l’uso di tali vistosi ornamenti muliebri: alcuni costumi indossati denunciano evidenti influssi di provenienza esterna, da paesi dell’Est. I legami inconfondibili con le civiltà orientali sono mostrati chiaramente dal corredo di immagini riportate avanti.

Seguono alcuni dettagli dei pannelli maiolicati da Basilio Cascella nella “Grotta-Sacrario” di Bocca di Valle (CH) che evidenziano la fierezza delle donne abruzzesi con costumi e monili simili a quelli indossati dalle straordinarie “maiellane”.

 

Interno “Grotta -Sacrario” di Bocca di Valle (CH)

A – Dettaglio del pannello ceramico monumentale maiolicato da Basilio Cascella

Foto di Camillo Berardi
 

Interno “Grotta -Sacrario” di Bocca di Valle (CH)

B – Dettaglio del pannello ceramico monumentale maiolicato da Basilio Cascella

Foto di Camillo Berardi 
 
Interno “Grotta -Sacrario” di Bocca di Valle (CH)
C - Dettaglio del pannello ceramico monumentale maiolicato da Basilio Cascella
Foto di Camillo Berardi 
 

Interno “Grotta -Sacrario” di Bocca di Valle (CH)

D – Dettaglio del pannello ceramico monumentale maiolicato da Basilio Cascella

Foto di Foto di Camillo Berardi
 

Interno “Grotta -Sacrario” di Bocca di Valle (CH)

E – Dettaglio del pannello ceramico monumentale maiolicato da Basilio Cascella

Foto di Camillo Berardi
 
 

Interno “Grotta -Sacrario” di Bocca di Valle (CH)

F – Dettaglio del pannello ceramico monumentale maiolicato da Basilio Cascella

Foto di Camillo Berardi 
 

Interno “Grotta -Sacrario” di Bocca di Valle (CH)

G – Dettaglio del pannello ceramico monumentale maiolicato da Basilio Cascella

Foto di Camillo Berardi
 

Foto di Camillo Berardi                                                                   Interno “Grotta -Sacrario” di Bocca di Valle (CH)

            H – Dettaglio del pannello ceramico monumentale maiolicato da Basilio Cascella
 

Foto di Camillo Berardi                                                                   Interno “Grotta -Sacrario” di Bocca di Valle (CH)

            I – Dettaglio del pannello ceramico monumentale maiolicato da Basilio Cascella

 

Foto di Camillo Berardi                                                                   Interno “Grotta -Sacrario” di Bocca di Valle (CH)

            L – Dettaglio del pannello ceramico monumentale maiolicato da Basilio Cascella

 

Foto di Camillo Berardi                                                                   Interno “Grotta -Sacrario” di Bocca di Valle (CH)

            M – Dettaglio del pannello ceramico monumentale maiolicato da Basilio Cascella
 

GLI ORNAMENTI DELLE MAESTOSE E MITICHE GUERRIERE MAIELLANE HANNO, DUNQUE, INFLUENZATO IN MANIERA SIGNIFICATIVA I MONILI E I COSTUMI INDOSSATI DALLE DONNE ABRUZZESI DEL COMPRENSORIO "MAGELLANO". I GRANDI ORECCHINI A CERCHI E - SPESSO - LE VISTOSE COLLANE DI CORALLO SONO FREQUENTISSIMI NELLE STRAORDINARIE ILLUSTRAZIONI DI INSIGNI PITTORI ABRUZZESI DI CUI VENGONO RIPORTATI ANCORA ALTRI ESEMPI.

 

Donna ornata con grandi orecchini a cerchi e collana di corallo

Disegno di Basilio Cascella tratto dalla rivista "ILLVSTRAZIONE ABRVZZESE"

 

La straordinaria dolcezza di una giovane mamma

Disegno di Basilio Cascella tratto dalla rivista "ILLVSTRAZIONE ABRVZZESE"

 
"Contadina di Rapino" (borgo alle falde della Maiella in provincia di Chieti)
Illustrazione di Basilio Cascella
 
Mietitrice - Abruzzo
Cartolina di Basilio Cascella
 
Testa per studio
Illustrazione di Francesco Paolo Michetti
 
 
Borgo di Pennapiedimonte (CH) alle falde della Maiella

Foto ed elaborazione fotografica di Sergio Millemaci

La Maiella orientale è solcata profondamente dal vallone di Selvaromana e su un ciglio dell’irta gola, aggrappato alla roccia, spicca il grazioso abitato di Pennapiedimonte (CH), definito il “Balcone d’Abruzzo”. L’ameno borgo è dominato da un imponente pinnacolo rupestre - l’antica “pinna ai piedi del monte”, eponima di Pennapiedimonte - che raffigura una “maestosa donna seduta”; anticamente adorata come deità indigena, fu successivamente venerata come personificazione della dea Maia. Ancora oggi “l’immane scultura rupestre” evoca il suggestivo incanto di una presenza soprannaturale: “I nativi vi hanno fatto l’occhio, ma il forestiero ne resta impressionato e non sa se attribuire l’opera alla natura o all’uomo” (D. di Marco).

 
 

Borgo di Pennapiedimonte (CH) alle falde della Maiella

Foto di Fiorenzo Rondi

Anche quest’immagine mostra  le case del paese aggrappate alla roccia, dominate  e “vegliate” dalla singolare “pinna” che  il popolo magellano ha  venerato anticamente come divinità autoctona e successivamente come simulacro della dea Maia.

 

Vetta Orientale del Corno Grande del Gran Sasso d'Italia vista da Castelli (TE).

La cima incarna le sembianze di un gigantesco volto umano assopito nel riposo eterno.

Sono facilmente riconoscibili il mento barbuto, il naso, l'occhio sinistro e la fronte.

Nella leggenda magellana, di origini mitologiche, il "Gigante che dorme" rappresenta Ermete, figlio di Maia, protagonista di una struggente vicenda. 


Foto di Camillo Berardi

 

Vetta Orientale del Corno Grande del Gran Sasso d'Italia vista da Castelli (TE).

La cima incarna le sembianze di un gigantesco volto umano assopito nel sonno eterno.

Non è difficile riconoscere il mento barbuto, i baffi sopra le labbra, il naso, la pupilla dell'occhio sinistro e la fronte.

Nella leggenda magellana, di origini mitologiche, il "Gigante di pietra" rappresenta Ermete, figlio di Maia, protagonista di una struggente vicenda.
 

Foto di Camillo Berardi

 

Vetta Orientale del Corno Grande del Gran Sasso d'Italia vista da Castelli (TE).

Quest'immagine invernale, piuttosto macabra, mostra il gigante assopito nel sonno eterno, con la pupilla dell'occhio sinistro sbarrata; sono poi ben riconoscibili il mento barbuto, la bocca, i baffi sopra le labbra, il naso, la fronte ed i capelli.

Nella leggenda magellana, di origini mitologiche, il "Gigante che dorme" rappresenta Ermete, il figlio di Maia.
 

Foto di Camillo Berardi

 
Il "gigante che dorme" visto da levante in un disegno dell'architetto Genesio Viscogliosi.
 

"La bella addormentata". Foto di Federico De Nicola

Il massiccio del Gran Sasso d'Italia osservato da Pescara e dai suoi dintorni si configura nel maestoso profilo di una donna distesa con il seno turgido e la chioma fluente: "La bella addormentata".

I lineamenti dolci e delicati del viso sono disegnati dalla configurazione della Vetta Orientale del Corno Grande che - come è stato già evidenziato - guardata dal borgo di Castelli (TE) incarna le sembianze di un volto virile: "Il gigante che dorme".

L'incantevole e misterioso fascino della "Dormiente", suscita emozioni non convenzionali ed infiamma la fantasia popolare.

Molte persone, in coerenza con la leggenda abruzzese, vedono nel gigantesco profilo, l'impronta lasciata dalla dea Maia durante la sua drammatica fuga e la sua permanenza sul Gran Sasso.

Nella sublime figura donnesca, mito, leggenda, fantasia e realtà si fondono in una straordinaria simbiosi che non ha eguali altrove.

 

"La bella addormentata". Foto di Federico De Nicola

Il massiccio del Gran Sasso d'Italia osservato da Pescara e dai suoi dintorni si configura nel maestoso profilo di una donna distesa con il seno turgido e la chioma fluente: "La bella addormentata".

In questa foto "La dormiente", enfatizzata dai colori del tramonto, domina superbamente i borghi che digradano dal massiccio montano verso il mare, già avvolti dalle tenebre della notte.

 

"La bella addormentata". Foto tratta da "Abruzzo MADE IN ITALY"

Il massiccio del Gran Sasso d'Italia osservato da Pescara e dai suoi dintorni si configura nel maestoso profilo di una donna distesa con il seno turgido e la chioma fluente: "La bella addormentata".

Quest'immagine, in un grandioso spettacolo della natura, mostra la dolcezza e la delicatezza dei lineamenti del volto della diva sublime.

 

"La bella addormentata". Foto fornita da Claudio Carella

Il massiccio del Gran Sasso d'Italia osservato da Pescara e dai suoi dintorni si configura nel maestoso profilo di una donna distesa con il seno turgido e la chioma fluente: "La bella addormentata".

La maestosa diva pietrificata, in una dimensione magica ed irreale, domina i borghi collinari ubicati nei pressi della città di Pescara.

 

"La bella addormentata". Foto fornita da Claudio Carella

Il massiccio del Gran Sasso d'Italia osservato da Pescara e dai suoi dintorni si configura nel maestoso profilo di una donna distesa con il seno turgido e la chioma fluente: "La bella addormentata".

Il volto gigantesco della "Dormiente", sovrastante la città di Pescara, evoca il suggestivo incanto di una presenza soprannaturale.

 

Parco Nazionale della Maiella: Valle di Femmina Morta

 

Foto di Massimo Zulli

La Valle di Femmina Morta, ubicata tra i 2400 e i 2500 metri di altitudine, è uno dei luoghi più spettacolari della Maiella. La denominazione del luogo ricorda l'epilogo della "Leggenda della gigantesca Maia"; la diva stupenda, infatti, dopo la prematura dipartita dell'adorato figlio Ermete, morì di crepacuore sulla questa montagna che accolse le sue spoglie e che in sua memoria fu chiamata Maiella

 

Parco Nazionale della Maiella: Valle di Femmina Morta

Foto di Massimo Zulli

L'immagine invernale della "Valle di Femmina Morta" mostra un deserto di neve assai affascinante nella sua sconfinata desolazione

 

Parco Nazionale della Maiella: Lago effimero di Femmina Morta nell'omonima Valle

 

Foto di Massimo Zulli

 

Questa foto, intitolata dall'autore "I love Monte Amaro", ritrae il "Lago effimero di Femmina Morta" che, singolarmente, prima di essere inghiottito completamente, ha assunto la bellissima forma di un cuore; sullo sfondo è visibile il culmine di Monte Amaro (2793 m), che rappresenta la cima suprema del massiccio della Maiella

 

Parco Nazionale della Maiella: La Valle di Femmina Morta ripresa dalla vetta di Monte Amaro dopo lo scioglimento delle nevi

Foto di Massimo Zulli

 

Parco Nazionale della Maiella: la Vetta di monte Amaro e la Valle di Femmina Morta in una straordinaria veduta invernale

Foto di Massimo Zulli

 

La dinamica foto invernale mostra la Vetta suprema della Maiella e la Valle di Femmina Morta prossime ad essere sommerse da dense e corpose nubi turbolente

 

Parco Nazionale della Maiella: Alba da Monte Amaro Foto di Massimo Zulli

Dalla Vetta della Maiella, la montagna "sacra a Maia", un alpinista osserva il meraviglioso spettacolo del sole che sorge dal mare Adriatico

 

Parco Nazionale della Maiella: Alba dalla Maiella Foto di Massimo Zulli

Lo spettacolo dell'alba ripreso dalla Maiella, la "Montagna Madre" degli Abruzzesi sacra a Maia": sullo sfondo si scorgono le Isole Tremiti

 

Parco Nazionale della Maiella: tramonto lunare Foto di Massimo Zulli

Lo straordinario tramonto della luna dietro la "Montagna Madre" è stato ripreso ai primissimi bagliori dell'alba

 

Gran Sasso al tramonto Foto di Sergio Millemaci

Il massiccio del Gran Sasso d'Italia visto dalla Maiella immerso nei pittoreschi colori del tramonto

 

Parco Nazionale della Maiella: Valle dell'inferno Foto di Massimo Zulli

La "Montagna Materna" degli Abruzzesi, sacra a Maia, con le sue forme sinuose e morbide, è caratterizzata anche da valloni profondissimi e da impressionanti strapiombi. La "Valle dell'Inferno", pressoché inaccessibile per i salti da 30 a 35 metri, per le pareti con altezze superiori ai 200 metri, per le valanghe, per i nevai e per le abbondanti acque durante lo scioglimento dei ghiacci, è sicuramente una delle più spettacolari dell'Appennino

 

Parco Nazionale della Maiella: Valle dell'inferno Foto di Massimo Zulli

La "Montagna Madre" degli Abruzzesi, sacra a Maia, con le sue forme sinuose e morbide, è caratterizzata anche da valloni profondissimi e da impressionanti strapiombi. La "Valle dell'Inferno", pressoché inaccessibile per i suoi salti da 30 a 35 metri, per le pareti con altezze superiori ai 200 metri, per le valanghe, per i nevai e per le abbondanti acque durante lo scioglimento dei ghiacci- è sicuramente una delle più spettacolari dell'Appennino

 

Parco Nazionale della Maiella: "Arco rupestre" della Maiella Foto di Massimo Zulli

 

Parco Nazionale della Maiella: "Sprazzi di cielo" sulla Maiella Foto di Massimo Zulli

 

Parco Nazionale della Maiella Foto di Giovanni Auriti

Porzione del Massiccio della "Montagna Madre" vista dal lago del borgo di Casoli (CH)

 

Parco Nazionale della Maiella Foto di Giovanni Auriti

Veduta panoramica della montagna "sacra a Maia"

 

Parco Nazionale della Maiella Foto di Giovanni Auriti

La "Montagna Madre" degli abruzzesi "sacra a Maia"
 
Riserva Naturale Regionale "Lago di Serranella" alle pendici della Maiella Orientale (CH)

Spettacolare riflesso sul lago di Serranella. Foto di Giovanni Auriti

 

LA MAIELLA E' LA MONTAGNA PIÙ FIORITA D'ITALIA E PER QUESTO E' CHIAMATA "IL REGNO DEI FIORI".

LA RICCHISSIMA FLORA MAGELLANA, CON IL TRIPUDIO DEI FIORI DAI MILLE COLORI, RAPPRESENTA IL PREZIOSO TESORO FUNEBRE DELLA DIVA MAIA, RICHIAMATO ANCHE IN DUE VERSI DELLA MITICA LEGGENDA:

"Un mesto corteo di fiori per Maia,

salì a seppellirla in un'altra giogaia"

SEGUONO ALCUNE ISTANTANEE DI FIORI DELLA "MONTAGNA MADRE"

 
Parco Nazionale della Maiella. Foto di Giovanni Auriti
 
Parco Nazionale della Maiella. Foto di Giovanni Auriti
 
Parco Nazionale della Maiella. Foto di Giovanni Auriti
 
Parco Nazionale della Maiella. Foto di Giovanni Auriti
 
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