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Camillo Berardi

 

Canti Abruzzesi
 
Canti e spartiti
 
 
 
 
Indice dei Canti
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Camillo Berardi  - Canti e Spartiti
’Ss’occhi
Bice Solfaroli Camillocci Camillo Berardi

Il sentimento che unisce due cuori, si adatta a qualsiasi condizione di natura e il colore azzurro degli occhi della persona amata, viene rivisto - dall’innamorato - nei riflessi dei laghetti montani, nel colore dei fiordalisi e nelle meraviglie “azzurre” della natura che offrono spettacoli straordinari e incantevoli in ogni angolo del pianeta, mostrati nel ricco repertorio delle immagini presentate. 

I versi del canto ‘Ss’occhi sono della poetessa Bice Solfaroli Camillocci e la musica è stata composta dal M° Camillo Berardi.

Il componimento è eseguito dal Coro “Valpescara” di Pescara diretto dal M° Giuseppe Di Pasquale.

 

 
Versi di Lucio Cancellieri Musica di Camillo Berardi
NUSTALGIJA LUNDANE NOSTALGIA LONTANA
  (Traduzione letterale in lingua)
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Versi di Antonio Cimoroni Musica di Camillo Berardi
   

LA DORMENTE

(canto in vernacolo aquilano)

LA DORMIENTE

(traduzione in lingua)

   
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Ma che è ‘stu scontentu
Versi di Maria Luisa Frasca Musica e armonizzazione di Camillo Berardi

Questo canto aquilano esprime la struggente malinconia di chi - sentendosi dotato di una grande apertura d’ali - non ha trovato spazio nel piccolo mondo soffocante in cui la sorte lo ha costretto a vivere. Non gli resta che evadere nel sogno.

 
MA CHE E’   ‘STU  SCONTENTU
 
Versi di Maria Luisa Frasca Musica di Camillo Berardi

      

Ma che è tuttu questu scontentu ?

Pecchè sbatto  contr’a  ‘nu muru ?

Ju tempu s’ha fattu cchiù lentu

ju celu s’ha fattu cchiù scuru.

 

                            ‘Na vote me credea

                             che se potea spazia’.

                             Ju munnu me ss’è fattu troppo strittu,

                             ji’  quasci  non ci pozzo rispira’.

 

Me pare ch’è come ‘na fame

me pare ch’è come ‘na sete.

Ma a mmi’ no’ me sazia lo pane.

Che pena le pene segrete…

 

                            ‘Na vote me credea

                             che se potea spazia’.

                             Ju munnu me ss’è fattu troppo strittu,

                             ji’  quasci  non ci pozzo rispira’.

 

Redengo la vita a ju sognu

mo’ che la speranza è finita.

Ccusci’ no’ me pare ch’ è pocu

lo pocu che me dà  la vita.

 

                              E pure se mme pare

                              che non se po’ spazia’,

                              ju munnu me llo faccio meno strittu,

                              forse ccusci’ ce rrescio a rispira’.

 
CHE COS’E’ QUESTO ETERNO SCONTENTO

(traduzione in lingua)

 

Che cos’è questo eterno disagio?

Perché [ad ogni passo] urto contro un muro?

[Per me] il tempo è diventato più lento

il cielo si è fatto più scuro.

 

             Un tempo ho creduto

             di poter farmi largo [nel mondo]

             ma il mio mondo è diventato troppo stretto

             [tanto] che quasi mi sento soffocare.

 

Mi pare sia come una fame

mi pare sia come una sete

ma non c’è pane che mi possa saziare.

Che pena le pene segrete…

 

             Un tempo ho creduto

             di poter farmi largo [nel mondo]

             ma il mio mondo è diventato troppo stretto

             [tanto] che quasi mi sento soffocare.

 

Faccio rivivere la mia [vecchia] abitudine di sognare

or  che la speranza è finita.

Così non mi par che sia poco

quel poco che mi offre la vita.

 

             E anche se mi sembra

             di non riuscire a librarmi,

             mi costruisco un mondo meno angusto

             nel quale, forse, riuscirò a respirare.

N.B. Le parentesi quadrate contengono parole che non figurano nel testo, ma sono  << effettivamente >> nel senso della frase.

Il commovente  componimento aquilano è risultato vincitore del  1° Premio assoluto per la Canzone Dialettale Abruzzese al Concorso “Vernaprile 2006” organizzato dalla “Società di Mutuo Soccorso “Fratellanza Artigiana” di Teramo fondata nel 1861. Il primo Presidente del sodalizio abruzzese fu Giuseppe Garibaldi.

Ecco la motivazione con cui il brano musicato dal M° Berardi è stato proclamato vincitore:L’opera è valida, originale con il rispetto degli antichi stilemi e si presenta come un lavoro molto raffinato nel quale la tradizione è giocata con classe”.
“Questo canto aquilano esprime la struggente malinconia di chi - sentendosi dotato di una grande apertura d’ali - non ha trovato spazio nel piccolo mondo soffocante in cui la sorte lo ha costretto a vivere. Non gli resta che evadere nel sogno”.

In occasione della Cerimonia di Premiazione, è stato richiesto al musicista Camillo Berardi di presentare al pubblico e alle autorità presenti il canto vincitore. Il M° Berardi, fuori programma e fuori concorso, arricchendo il prestigio della manifestazione, ha corrisposto alla richiesta del Comitato Organizzatore, offrendo l’esecuzione del brano affidata alle voci del soprano Adele Ciavola e del contralto Valentina Bruno accompagnate con la tastiera dallo stesso Berardi.

L’orgoglio e l’attaccamento alle nostre tradizioni ancestrali sono suggestivamente rivissuti nella stupenda manifestazione teramana, nella quale, per la prima volta, è stato attribuito un prestigioso riconoscimento all’Abruzzo aquilano.

Il componimento “Ma che è ‘stu scontentu”  è uno dei dodici brani - tutti musicati dal  M° Camillo Berardi - contenuti nella commedia dialettale aquilana  “A ‘na casa co’   ddu’  porte po’  succede de tuttu”  (In una casa con due porte può succedere di tutto) scritta dalla Prof.ssa Maria Luisa Frasca.

 
 
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Foto di Luciano Dionisi

Foto di Luciano Dionisi
Foto di Luciano Dionisi
Foto di Luciano Dionisi
Scultura di Valter Di Carlo
Scultura di Valter Di Carlo
Illustrazione di Basilio Cascella
Dipinto di Raffaello Celommi
Dettaglio di un dipinto di Teofilo Patini
Dettaglio di un dipinto di Teofilo Patini
Dettaglio di un dipinto incastonato nel soffitto ligneo della Basilica di S.Bernardino a L’Aquila

Il contralto Valentina Bruno, il soprano Adele Ciavola e il M° Camillo Berardi - in occasione della Cerimonia di Premiazione del  Concorso “Vernaprile” 2006 - eseguono il brano vincitore (Foto fornita dalla SMC “Fratellanza Artigiana di Teramo”)

Il contralto Valentina Bruno e il soprano Adele Ciavola, in occasione della Cerimonia di Premiazione del  Concorso “Vernaprile” 2006, eseguono il brano vincitore (Foto fornita dalla SMC “Fratellanza Artigiana di Teramo”)

Il M° Camillo Berardi viene premiato per il componimento da lui musicato e risultato vincitore del Concorso “Vernaprile” 2006 (Foto fornita dalla SMC “Fratellanza Artigiana di Teramo”)

 

Il M° Camillo Berardi tra il soprano Adele Ciavola e il contralto Valentina Bruno, in occasione della Cerimonia di Premiazione del Concorso “Vernaprile” 2006 (Foto fornita dalla SMC “Fratellanza Artigiana di Teramo”)

 

Il “Vernaprile” è una manifestazione regionale abruzzese che si svolge ogni anno nella città di Teramo ed è dedicata alla poesia, alla canzone dialettale e alla ricerca etnologica. Il Concorso è volto alla tutela, alla valorizzazione e alla conservazione della lingua madre.

 
 
 
 
 
 
La bbella città me’
(canto aquilano)
 
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Versi e musica di Liduina Cordisco

elaborazione corale di

Iolanda Masciovecchio e Camillo Berardi

 

Ju ventu a ‘sta città se chiama strina,

turchin’ ju celu e l’aria sempre fina,

 a Parc’ju Sole, alla Villa e ju Casteju

ce jemo a spassu co’ ju tempu bbeju.

 

Te’ Collemaggio, piazze e chiese bbelle

e ‘na fontana  co’ tante cannelle,

mont’alla piazza jemo alle bancarelle

de ju mercatu de sta città bbella.

 

                            La bbella città me’ chiù bbella non ce n’è,

                            la bbella città me’ chiù bbella non ce n’è.

 

‘Na cinta ‘e mura attornu alla città

co’ bbelle porte pe’ potecci entra’,

a ji cortili de ‘sti  bbeji palazzi

ci  stanno j’archi e i fiori aji terrazzi.

 

D’arte e cultura è ricca ‘sta città

dai musei all’università

se canta e sona se studia ‘n quantità

se fa teatru a ‘sta bbella città.

 

                           La bbella città me’ chiù bbella non ce n’è,

                           la bbella città me’ chiù bbella non ce n’è.

 

La Perdonanza de Papa Celestinu

ogn’annu chiama turisti e pellegrini

pe’  le bellezze  j’occhi a ricrea’

e pe’  la pace ju core a renfranca’.

                                                   

                          La bbella città me’ chiù bbella non ce n’è,

                          la bbella città me’ chiù bbella non ce n’è.

 

La bella città mia

(traduzione in lingua)

 
Versi e musica di Liduina Cordisco elaborazione corale

di Iolanda Masciovecchio e Camillo Berardi

 

Il vento in questa città si chiama “strina”,

turchino è il cielo e l'aria sempre pura,

al Parco del Sole, alla Villa e al Castello

ci andiamo a spasso con il tempo bello.

 

Ha Collemaggio1 piazze e chiese belle

e una fontana con tante cannelle2,

su in piazza andiamo alle bancarelle

del mercato di questa città bella.

 

                                    La bella città mia, più bella non ce n'è,

                                la bella città mia, più bella non ce n'è.

 

Una cinta muraria intorno alla città

con porte belle per poterci entrare,

dentro i  cortili di questi bei palazzi

ci sono gli archi e i fiori sui terrazzi.

 

D’ arte e di cultura è ricca questa città

dai musei all’università,

si canta e si suona si studia molto

si fa teatro in questa bella città.

 

                                La bella città mia, più bella non ce n'è,

                                la bella città mia, più bella non ce n'è.

 

La Perdonanza di Papa Celestino

ogni anno richiama turisti e pellegrini

per ricreare gli occhi con le sue bellezze

e per rinfrancare il cuore con la pace.

 

                                 La bella città mia, più bella non ce n'è,

                                 la bella città mia, più bella non ce n'è.

 
 

Il testo del componimento “La Bbella città me” è stato scritto dall'autrice, insegnante elementare in pensione, nell'ambito di un progetto scolastico sulla città dell'Aquila.

Tirato fuori dal cassetto dopo il sisma del 2009, ne ha composto la linea melodica affinché L'Aquila fosse cantata coralmente dagli Aquilani così come la vedono e la sentono nei loro cuori, nei loro pensieri, nei loro desideri: L'Aquila con i suoi monumenti, le sue piazze, le sue fontane, i suoi parchi, il mercato, le mura, le istituzioni culturali, l'università, il teatro, il conservatorio, i complessi corali.

Il componimento è stato armonizzato ed elaborato per coro a 4 voci miste e accompagnamento strumentale dai maestri Iolanda Masciovecchio e Camillo Berardi.

Il canto si conclude con il riferimento alla Perdonanza - l'Indulgenza plenaria  concessa nel 1294 da papa Celestino V a chiunque, confessato e comunicato, fosse entrato nella Basilica di Collemaggio dai vespri del 28 agosto a quelli del giorno successivo - e ai festeggiamenti connessi allo straordinario evento che si svolgono ogni anno in questa città e che neanche il terremoto è riuscito ad interrompere. 

 
 

1)    La Basilica di Santa Maria di Collemaggio dove fu incoronato papa Celestino V,

2)    La Fontana della Rivera, detta  ”delle  99 Cannelle”, monumento simbolo della

           nascita della città di L’Aquila.

 
 

 

Portale centrale della Basilica di Santa Maria di Collemaggio (foto di Camillo Berardi)

 

 

Porzione della facciata della Basilica di Santa Maria di Collemaggio (foto di Camillo Berardi)

 
 

Facciata della Basilica di Santa Maria di Collemaggio (foto di Camillo Berardi)

 

 

Dettaglio del portale centrale della Basilica di Santa Maria di Collemaggio (foto di Camillo Berardi)

 

 Le spoglie di papa Celestino V accolte nell'urna d'argento all'interno della Basilica di Santa Maria di Collemaggio (foto di Camillo Berardi)    

 

Le spoglie di papa Celestino V accolte nell'urna collocata provvisoriamente sull'enorme basamento di una colonna della Basilica di Santa Maria di Collemaggio distrutta dal sisma (foto di Camillo Berardi)

 

Il nuovo volto in argento di papa Celestino V (foto di Camillo Berardi)

 

Ecco le foto della Fontana delle 99 Cannelle. 

 

La Fontana della Rivera, detta "delle 99 Cannelle", è il monumento simbolo del capoluogo abruzzese. I 99 mascheroni e le 99 cannelle, secondo la tradizione, rappresentano allegoricamente i novantanove castelli del contado che nel XIII sec. parteciparono alla fondazione della città di Aquila (dal 1939 denominata L'Aquila), costruendo - ciascuno di essi - una chiesa, una piazza con una fontana al centro e attorno ad esse le abitazioni. La storica fontana  fu eretta su progetto dell'architetto Tancredi da Pentima nel 1272, pochi anni dopo la nascita della città, incarnando la leggenda della sua fondazione. 

 
 

La Fontana della Rivera, detta "delle 99 Cannelle": dettaglio di un mascherone (Foto di Camillo Berardi)

 

La Fontana della Rivera, detta "delle 99 Cannelle": uno scorcio della fontana monumentale (Foto di Camillo Berardi)

 

La Fontana della Rivera, detta "delle 99 Cannelle". uno scorcio della fontana monumentale (Foto di Camillo Berardi)

 
La Fontana della Rivera, detta "delle 99 Cannelle": dettaglio di un mascherone (Foto di Camillo Berardi)
 
La Fontana della Rivera, detta "delle 99 Cannelle": dettaglio di un mascherone (Foto di Camillo Berardi)
 
 
 
 
 
 
’NU SOGNU SCIRICATU
(canto aquilano)
 
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Illustrazione di Pasquale Celommi  
 
Illustrazione di  Raffaello Celommi.
 
Versi di Giuliana Cicchetti Navarra Musica di Camillo Berardi
 

L'ammore bussa, apriji sempre prestu

pecche’,  se sa’ , che passa e se sperde lestu.

L'ammore bussa 'n core, tu statte pruntu

pecche’ l'ammore passa e te ggira 'nturnu !

D’ammore me battea ‘n pettu ju core,          

                         

            steo ‘n mezzu a ‘n  pratu e raccojiea ‘nu fiore

            de corsa  sci’  vinutu, eri beatu,

            la stretta m'à lassatu senza fiatu

         ji pei non toccheanu cchiu’ pe'  tterra

          ero leggera come 'na farfalla

           non me voleo stacca’ da quela serra

         ji’ ero la riggina la cchiu’  bbella !

 

L'ammore bussa, apriji sempre prestu

pecche’, se sa’,  che passa e se sperde lestu.

L'ammore bussa 'n core, tu statte pruntu

pecche’ l'ammore passa e te ggira 'nturnu !

 

          Quesso m'è capitatu, bbona sorte,

          aji occhi te so’ vistu ju surrisu

         ju core me battea sempre cchiù forte

            me so' sintita propriu 'n paradisu

         ju celu so' toccatu co'  'nu  ‘itu

           non me voleo svejia’, lo so’ capitu,

           non ci pozzo penza’, ma che peccatu...

         ji’ tuttu quesso me  llo so’  sognatu...!

 

L'ammore bussa, apriji sempre prestu        

pecche’  se sa’   che passa e se sperde lestu.   

Non me vurria svejiane da   'stu sonnu        

pecche’, lo saccio,  sparisce quistu sognu!

 
UN SOGNO ROVINATO
(traduzione in lingua)
 
Versi di Giuliana Cicchetti Navarra Musica di Camillo Berardi
 

L’amore bussa, aprigli sempre presto

perché si sa che passa e si dissolve  velocemente.

L’amore bussa al cuore, bisogna essere sempre pronti,

perché l’amore passa e ti gira intorno!

 

        D’amore mi batteva in petto il cuore,

        stavo in mezzo a un prato e raccoglievo un fiore

        di corsa sei venuto, eri beato,

        il tuo abbraccio mi ha lasciato senza fiato

        i miei piedi non toccavano più per terra

        ero leggera come una farfalla

        non mi volevo distaccare da quella stretta,

        io ero la regina più bella!

 

L’amore bussa, aprigli sempre presto

perché si sa che passa e si dissolve  velocemente.

L’amore bussa al cuore, bisogna essere sempre pronti,

perché l’amore passa e ti gira intorno!

 

       Questo mi è capitato, per fortuna,

       nei tuoi occhi ho visto un sorriso

       il cuore mi batteva sempre più forte

       mi sono sentita proprio in paradiso

       ho toccato il cielo con un dito

       non mi volevo svegliare, l’ho capito,

       non ci posso pensare, ma che peccato…

         io tutto questo me lo sono sognato…!

 

L’amore bussa, aprigli sempre presto

perché si sa che passa e si dissolve  velocemente.

Non vorrei svegliarmi da questo sonno

perché, lo so, svanisce questo sogno...!

 
 
 
 
 
 

È CARMELINE

(Canto abruzzese)
 
 
Versi di Vittorio VERDUCCI Musica di Camillo BERARDI
 
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È CARMELINE
(Canto abruzzese)
 
Versi di Vittorio VERDUCCI Musica di Camillo BERARDI
 

De ‘na   ‘uaglione me so’   ‘nnamurate

che te’  li guance lisce e vellutate,

e ce so’   ‘scite matte e scimunite:

pare ddu’ fiure fresche e fa   ‘ncanta’.

 

Rit.   È Carmeline

cuscè  belle,  ‘sta  ‘uaglione,

nghe li guance delicate,

vellutate,

te’  la facce profumate

nda li fiure e fa   ‘ncanta’.

 

De ‘na   ‘uaglione me  so’   ‘nnamurate

nghe   ‘na   voccuccia rose e ridarelle,

nghe ‘llu ruscette pare de curalle,

è  ‘nu  surrise dogge da vascia’.

 

Rit.   E Rusinelle

nghe la vocca ridarelle,

lu ruscette de curalle,

li scintille

fa lu core a cente a mille

pe’  l’ardore de vascia’.

 

De ‘na   ‘uaglione me so’   ‘nnamurate

de   ‘na   brunette, l’ucchie è sbarazzine,

e nghe ‘llu trucche rose e ciclamine,

de mille voje te fa suspira’.

 

Rit.   Elisabette,

ma che bella giuvanette,

‘na brunette sbarazzine,

birichine,

nghellu trucche ciclamine,

te fa prubbrie suspira’.

 

Ma la passiona  me’  è la Mirelle,

coma lu sole d’ore è li capille,

li tacche a spille e a spacche è la hunnelle,

l’ucchie  ’nze stracche maje de  ‘uarda’.

 

Rit.   E la Mirelle

è di tutte la cchjù belle,

la hunnelle nghe li spacche

su ‘lli tacche

l’ucchie auarde e maje se stracche

e d’amore sta a sugna’.

 

Rit.   E la Mirelle

è di tutte la cchjù belle,

li capille nda lu sole,

‘sta figliole,

profumate nda li viole,

che d’amore fa sugna’.
 
 
 
È CARMELINE
(Traduzione in lingua)
 
Versi di Vittorio VERDUCCI Musica di Camillo BERARDI
 
Di una ragazza mi sono innamorato

che ha le guance lisce e vellutate,

e ci sono uscito (rimasto) matto e scimunito:

sembrano due fiori freschi e fanno incantare.

 

Rit.   È Carmelina

così bella, questa ragazza,

con le guance delicate,

vellutate,

ha la faccia profumata

come i fiori e fa incantare.

 

Di una ragazza mi sono innamorato

con una boccuccia rosa e ridente,

con quel rossetto pare di corallo,

è un sorriso dolce da baciare.

 

Rit.   E Rusinella

con la bocca ridarella,

il rossetto di corallo,

le scintille,

fa il cuore a cento a mille

per l’ardore di baciare. (1) (vedi la costruzione in calce)

 

Di una ragazza mi sono innamorato,

di una brunetta, l’occhio è sbarazzino,

e con quel trucco rosa e ciclamino,

di mille voglie ti fa sospirare.

 

Rit.   Elisabetta,

ma che bella giovinetta,

una brunetta sbarazzina,

birichina,

con quel trucco ciclamino,

ti fa proprio sospirare.

 

Ma la mia passione è la Mirella,

i capelli sono d’oro come il sole,

i tacchi a spillo e a spacchi la gonnella,

gli occhi non si stancano mai di guardare.

 

Rit.   E la Mirella

è di tutte la più bella,

la gonnella con gli spacchi

su quei tacchi

gli occhi guardano e mai si stancano

e d’amore stanno a sognare.

 

E la Mirella

è di tutte la più bella,

i capelli come il sole,

questa figliola,

profumata come le viole,

che d’amore fa sognare.

 
 
 
 
 
 
 
‘NA JURA D’AMORE
(canto aquilano)
 
Versi di Mario LOLLI Musica di Camillo BERARDI
 
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Lo Spartito La musica
 
 

Copertina del disco Nuovi Canti di Folklore Aquilano eseguiti dal Gruppo Corale

"La Scerta" fondato e diretto dal M° Camillo Berardi.

 

Nel 45 giri realizzato nell'anno 1969 sono incisi i brani << 'Na jura d'amore >> e  << Gnisciuna e tu >> con versi

di Mario Lolli e Musica di Camillo Berardi.

 
clicca sull'immagine per ascoltare la musica
 

‘Na jura d’amore

(Una scintilla d’amore)

 

Quale emigrante,

distaccandosi dalla propria terra,

non porta racchiusa nel cuore,

insieme ad un’infinita nostalgia,

la fiamma di un amore

già maturo

e la scintilla di una simpatia

 giovanile alimentata dal soffio della speranza?

 

‘NA JURA D’AMORE

(canto aquilano)

Versi di Mario LOLLI                                Musica di Camillo BERARDI

 

Quante  ‘ote da quatranu, Carme’,

corrette appress’a te,

fecenno finta  ‘e pazzia’

ma te volea bbascia’.

E dapo’ che so’ crisciutu, Carme’,

crisciutu  ‘nzieme a te

non so’ rriscitu a fatte di’

‘na  ‘ote sola:  << scì >>!

 

                              Carme’,  teme’,  Carme’,

                              ma  ‘ss’amore te’ com’è?

                              E’  ‘nu focu

                              che s’abbrucia ma dura pocu.

                              Carme’,  teme’,  Carme’,

                              ma  ‘ss’amore te’ com’è?

                              E’  ‘na jura

                              che s’appiccia ma pocu dura.

 

So’ giratu tutt’ju munnu, Carme’,

penzenno sempre a te;

e cchiù passeano j’anni e cchiù

j’amore me’ eri tu.

Mantoma’ che so’ rriinutu, Carme’,

pe’ datte ju core me’

vurria spera’ che armeno mo’

tu non respunni:  << no >>!

 

UNA SCINTILLA D’AMORE

(traduzione letterale in lingua)

Versi di Mario LOLLI                                Musica di Camillo BERARDI

 

Quante volte da ragazzo, Carmela,

ho corso dietro a te,

facendo finta  di giocare

ma ti volevo baciare.

E da quando sono cresciuto, Carmela,

cresciuto insieme a te

non sono riuscito a farti dire

una volta sola:  << sì >>!

 

                              Carmela,  tieni a mente me,  Carmela,

                              ma  questo tuo amore com’è?

                              E’  un fuoco

                              che arde, ma dura poco.

                              Carmela, tieni a mente me,  Carmela,

                              ma  questo tuo amore com’è?

                              E’  una scintilla

                              che si accende, ma dura poco.

 

Ho girato tutto il mondo, Carmela,

pensando sempre a te;

e più passavano gli anni e più

l’amore mio eri tu.

Questa mattina che sono ritornato, Carmela,

per donarti il mio cuore

vorrei sperare che almeno adesso

tu non risponda:  << no >>!
 
 
 
 
 
 
 
 
SE  ME CAPISSI
(canto aquilano)
                 
Versi di Augusto BARSOTTI Musica di Camillo BERARDI
 

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Quantu te vojio bbene ... e t' amo assai...

quantu me fa pati’  lo stamme zittu

e peno tantu ... ma me stengo  fittu

senza toccatte ... pe’ non passa’ guai...

 

Non pozzo mai parlatte a core apertu

pe’ ditte che l'amore nasce 'n core

me  ‘ngenne  ‘n canna... e  a  mmi’ se vede  fore

che  co’ ju piantu  ‘nfracico ju pettu...

 

Ju piantu che me  ‘nfonne... è de  'n’ affettu...

e de  'n’ amore ... che pe’  mmi’  non  more

e peno de  nnascusci... soffro  'n core

ju  piantu  'n canna e co’   'n’ affettu  ‘ mpettu.

 

Ji’   te vurria... ma mo’  me fermo e aspetto...

la notte me darà ...  pure l'aurora...

e la ruggiada  ‘nnaffierà la flora

e co’  ji fiori ji’  te tocco ju pettu

 

ma se capissi ... me darristi  affettu.
 
 

SE  MI CAPISSI

(traduzione in lingua)
 
Versi di Augusto BARSOTTI Musica di Camillo BERARDI
 

Quanto ti voglio bene… e ti amo assai…

quanto mi fa soffrire lo stare zitto

e peno tanto ... ma resto fermo

senza toccarti… per non avere  guai…

 

Non posso mai parlarti a cuore aperto

per dirti che l'amore nasce nel cuore

non riesco ad ingoiarlo… e  a me si vede all’esterno

che  con il pianto  bagno  il petto…

 

Il pianto che mi bagna… è generato dall’affetto…

e dall’amore… che per me non può morire

e soffro di nascosto… e soffro nel cuore

con il pianto in gola e l’amore nel petto.

 

Io ti vorrei… ma adesso mi fermo e aspetto…

la notte mi darà…  pure l'aurora…

 la rugiada innaffierà i fiori

e con i fiori toccherò il tuo petto

 

ma se tu mi capissi mi daresti affetto.
 
 
 
 
 
 
 
FANTASIA… ‘E NATALE
(Fantasia…di Natale)
 
Spartito
 
Versi di Antonio CIMORONI Musica di Camillo BERARDI
 

1^ STROFA

 

Mille bajiori mmezz’a lla valle,

gente che gira pe’ Bettelemme.

Mastru Giuseppe mette Maria,

sopra ‘nu ciucciu lungu la via.

E’ tuttu pînu case e locande,

‘nturnu le mura ce nne so’ tante.

‘na pipinara spanne rumore,

pe’ allocasse sa ta’  ji’  fore.

 

        1° RITORNELLO

 

E’ natu è natu vaj’a vede’.

‘Entru  ‘na stalla s’accomodatu.

Mamma Maria non sa che fa’,

pianu se mette da sola a canta’.

          Quantu sci’ vispu quantu sci’ bbeju

          me pari propriu ‘nu passareju.

          Senteme bbonu non te reota’

          statte copertu te po’ raffredda’.

 

               2^ STROFA

 

Dorme picciusu sempre se lagna,

strittu a ‘na culla fatta de pajia.

Santa Maria pronta pe’ da’,

‘na pupazzetta ‘a faji suga’.

Passa  ‘na stella  ‘rossa  s’ammira,

‘ncim’aju monte lestu cammina.

Fiacca la luci a lla capanna,

j’asinu dorme ju bboe magna.

 

         2° RITORNELLO

 

E’ natu è natu vaj’a  guarda’.

‘Entru  ‘na stalla s’accomodatu.

Piagne de core se st’agita’,

Santu Giuseppe ju ta’ ‘nnazzica’.

          ‘Nnazzicareju  ’nnazzicareju

          fatte ‘nu sonnu non te resvejio.

          Domammatina a jornu verra’,

          ‘na ciaramella pian pianu a sona’.

 

           3^ STROFA

 

J’angeli  ‘ncelu a tutte l’ore,

porteno mmani frunn’a colore.

Giallu doratu da luccica’,

azzurr’e verdi pe’  mmesteca’.

Da ogni locu voce resona,

tra tanta folla che se consola.

Pe’  ‘nu regalu fattu corrènno

danno cunsijiu strai facènno.

 

          3° RITORNELLO

 

E’ natu è natu vaj’a tocca’.

‘Entru  ‘na stalla s’accomodatu.

Zumpa de gioia se vo’  rizza’,

Santu Giuseppe ju ta’ recchiappa’.         

          ‘Nnazzicareju  ’nnazzicareju

          fatte ‘nu sonnu non te resvejio.

          Domammatina a jornu verra’,

          ‘na ciaramella pian pianu a sona’.

 

                 FINALE

 

‘Ntantu ju bboe arrecchia a senti’,

j’asinu rajia lo fienu è pe’ ti’.

Santa Maria s’acconcia a pijia’

‘nzinu ju fijiu pe’ daji a magna’.

 Zittu zittu asinu me’.

Lo vo’ sape’?

Justu pecche’?

E’  ‘ncuminciata  la storia ‘e nu Rre.

 
 
FANTASIA… DI NATALE
(traduzione letterale in lingua)
 
Versi di Antonio CIMORONI Musica di Camillo BERARDI
 

          1^ STROFA

 

Mille bagliori in mezzo alla valle,

gente che gira per Betlemme.

Mastro Giuseppe pone Maria

sopra un asino lungo la via.

E’ tutto pieno, case e locande,

intorno alle mura ce ne son tante.

Molta gente chiassosa diffonde rumori,

per  trovare un alloggio si deve andar fuori.

 

        1° RITORNELLO

 

E’ nato, è nato, vai a vederlo.

Dentro una stalla si è sistemato.

Mamma Maria non sa cosa fare,

piano incomincia a cantare da sola.

          Quanto sei vispo quanto sei bello

          Mi sembri proprio un passerotto.

          Sentimi bene, non rigirarti,

          stai coperto, potresti raffreddarti.

 

               2^ STROFA

 

Dorme smanioso, sempre si lagna,

stretto in una culla fatta di paglia.

Santa Maria è pronta ad offrirgli,

una tettarella da fargli succhiare. 

Passa  una stella  grossa,  s’ammira,

alta sul monte velocemente cammina.

Debole è la luce all’interno della capanna,

l’asino dorme e il bue mangia.

 

         2° RITORNELLO

 

E’ nato, è nato, vai a guardarlo’.

Dentro  una stalla si è sistemato.

Piange di cuore ed è irrequieto,

San Giuseppe lo deve cullare.

         ”Nnazzicareju”, “nnazzicareju”

          Fai un bel sonno non ti risveglio.

          Domani mattina di giorno verrà,

          una ciaramella pian piano a suonare.

 

           3^ STROFA

 

Gli angeli in cielo a tutte le ore,

portano in mano ramoscelli di ogni colore.

Gialli dorati da luccicare,

azzurri e verdi per  mescolare.

Da ogni parte risuonano voci,

tra tanta folla che si consola.

Per un regalo fatto correndo

si danno consigli strada facendo.

 

          3° RITORNELLO

 

E’ nato, è nato, vai a toccarlo.

Dentro una stalla si è sistemato.

Salta di gioia, vuole alzarsi,

San Giuseppe lo deve acchiappare.          

         ”Nnazzicareju”, “nnazzicareju”

          Fai un bel sonno non ti risveglio.

          Domani mattina di giorno verrà,

          una ciaramella pian piano a suonare.

    

         

 

                 FINALE

 

Intanto il bue si mette ad ascoltare,

l’asino raglia: “il fieno è per te”.

Santa Maria si appresta a prendere

in braccio il figliolo per dargli da mangiare.

Zitto, zittu asino mio.

Lo vuoi sapere?

Certamente, perchè?

E’  iniziata  la storia di un Re.

 
 
 
 
 
 
JU SANT’ANTONIU
(canto aquilano)
 
 
 
 
 
 
LA CAMPANELLA DELLA MADONNA DELLA NEVE
(canto in vernacolo aquilano)
 
Ispirata all’omonima chiesetta ubicata sul Gran Sasso d’Italia a 2200 mt   di altitudine.
 
Spartito
 
Versi di Maria Luisa Frasca Musica di Camillo Berardi
 

Strano! Ecco è tutt’è silenziu

ma ‘na campanella

ma ‘na campanella

ma ‘na campanella

ma ‘na campanè.

Strano! Ecco è tutt’è silenziu

ma ‘na campanella

ma ‘na campanella

ma ‘na campanella

ma ‘na campanella

resona pe’ mmi’.

 

Ju  celu è limpidu

e la strai è la sòlita,

‘na campanella sta a chiama’

 e me ‘ice “Ainate”.    

Sento  ‘na pàsima,      

me vo’ fa’ ferma’;

ju Cornu Grande sta a aspetta’:

ci tenga arria’.

‘Sta   ‘ote  è l’urdema.

Mo’ penzo a papà:

issu m’ha  ‘mparatu a arrampica’

cchiu’ ch’a cammina’.

 

Strano! Ecco è tutt’è silenziu

ma ‘na campanella

ma ‘na campanella

ma ‘na campanella

ma ‘na campanella

ma ‘na campanella

ma ‘na campanè.

Strano! Ecco è tutt’è silenziu

ma ‘na campanella

ma ‘na campanella

ma ‘na campanella

ma ‘na campanella

resona pe’ mmi’.

 

Ji amici sòliti

cchiu’ non se nne vedeno

e la cordata me’  se fa

cchiu’ scirica e misera.

Mentre che arrampico

me sento chiama’:

forze me vonno consola’

o forze aiuta’.

‘Sta ‘ote è l’urdema…

o  montagna me’,

“j’unu e j’atru mare” fa’ vede’ (fai vedere)

a chi sa saji’.

 

Strano! Ecco è tutt’è silenziu

ma ‘na campanella

ma ‘na campanella

ma ‘na campanella

ma ‘na campanè!

Strano! Ecco è tutt’è silenziu

ma ‘na campanella

ma ‘na campanella

ma ‘na campanella

ma ‘na campanella

resona pe’ mmi’.

 
LA CAMPANELLA DELLA MADONNA DELLA NEVE
Ispirata all’omonima chiesetta ubicata sul Gran Sasso d’Italia a 2200 mt   di altitudine.
 
(traduzione in lingua)

 

Versi di Maria Luisa Frasca Musica di Camillo Berardi
 

Strano! Qui tutto è silenzio

ma una campanella

ma una campanella

ma una campanella

 ma una campanella.

Strano! Qui è tutto silenzio

ma una campanella

ma una campanella

ma una campanella

ma una campanella

risuona per me.

 

Il cielo è limpido

e la strada è la solita,

una campanella sta chiamando

 e mi dice “Sbrigati”.

Sento  una stretta al cuore,

vuole farmi fermare;

il Corno Grande sta aspettando:

ci devo arrivare.

Questa volta è l’ultima.

Ora penso a papà:

lui mi ha insegnato ad arrampicare

più  che a camminare.

 

Strano! Qui tutto è silenzio

ma una campanella

ma una campanella

ma una campanella

ma una campanella

  ma una campanella

ma una campanella.

Strano! Qui è tutto silenzio

ma una campanella

ma una campanella

ma una campanella

ma una campanella

risuona per me.

 

Gli amici soliti

non si vedono più

e la cordata mia  diventa

più  dispersiva e misera.

Mentre arrampico

mi sento chiamare:

forse vogliono consolarmi

o forze aiutarmi.

Questa volta è l’ultima...

o  montagna mia,

“l’uno e l’altro mare” fai vedere

a chi sa salire.

 

Strano! Qui tutto è silenzio

ma una campanella

ma una campanella

ma una campanella

 ma una campanella.

Strano! Qui è tutto silenzio

ma una campanella

ma una campanella

ma una campanella

ma una campanella

risuona per me.

 
 
 
 
 
 
Aretànghete!  SANT’ANTO’
(canto aquilano)
 
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Versi di Antonio CIMORONI Musica di Camillo BERARDI
 

Santu, Santu, Sant’Anto’,

attecchia bbonu questa canzo’.

 

Le tante storie de Sant’Abbate

vanno ronzènno da che so’ nate.

Fanno furore a pocu a pocu

pe’ chi le sente da ogni locu.

 

Santu, Santu, Sant’Anto’,

sapemo tuttu quello che vo’.

 

Tanti so’ j’anni fatti de vita

sempre isolatu come eremita.

‘Nu Sant’amicu de core bbonu

‘nzieme s’affila pe’ non sta’ solu.

 

Santu, Santu, Sant’Anto’,

tenete abbada quello che po’.

 

Lungu la strai passi e cammini

pocu  ‘ntravidi  ‘nciampi aji spini.

Rizzi la vesta da ‘nterra pocu

co’  ‘nu  strapizzu remani locu.

 

Santu, Santu, Sant’Anto’,

guarda  ‘ssi pei mejio che po’…

 

A  lla bisaccia che penne sola

‘entru ci purti  ‘na cazzarola

pina recòrma de brudusiji

pe’  fa’ cuntenti quattru cuniji.

 

Santu, Santu, Sant’Anto’,

protiggi tutti quiji che vo’.

 

Co’  ll’astinenza aji piaceri

tiri la barba cchiu’ volentieri.

E’ sempre uguale la continenza

a tutti ji senzi ci vo’ pacenza.

 

Santu, Santu, Sant’Anto’,

fatte coraggiu come tu vo’.

 

Quandu  ‘n  campagna aju pajiaru

la gente arria ‘entru gennaru

se fa  ‘na festa  ‘nturnu aju focu,

scìa rengrazziatu  j’Abbate devotu.

 

Santu, Santu, Sant’Anto’,

stacci vicinu lo cchiu’ che po’.

 

Aretànghete!  SANT’ANTONIO

(traduzione letterale in lingua)
 
Versi di Antonio CIMORONI Musica di Camillo BERARDI
 

Santo, Santo, Sant’Antonio,

ascolta bene questa canzone.

 

Le tante storie del Santo Abate

vanno ronzando da quando son nate.

Fanno furore poco alla volta

per chi le sente da ogni luogo.

 

Santo, Santo, Sant’Antonio,

sappiamo tutto quello che vuoi.

 

Sono tanti gli anni trascorsi nella tua vita

sempre isolato come eremita.

Un Santo amico di buon cuore

si accoda a te per non rimanere da solo.

 

Santo, Santo, Sant’Antonio,

tieniti a bada quello che puoi.

 

Lungo la strada passi e cammini

ci vedi poco e inciampi agli spini.

Sollevi  poco la veste da terra

con uno  strapizzo rimani impigliato là.

 

Santo, Santo, Sant’Antonio,

guarda  questi piedi meglio che puoi.

 

Alla bisaccia che pende sola

dentro ci porti  una casseruola

piena ricolma di  brudusiji (piatto tipico aquilano)

per  fare contenti quattro conigli.

 

Santo, Santo, Sant’Antonio,

proteggi tutti quelli che vuoi.

 

Con  l’astinenza ai piaceri

tiri la barba più volentieri.

E’ sempre uguale la continenza

con tutti gli istinti ci vuole pazienza.

 

Santo, Santo, Sant’Antonio,

fatti coraggio come tu vuoi.

 

Quando nel pagliaio in campagna

la gente arriva nel  mese di gennaio

si fa  una festa  intorno al fuoco,

sia ringraziato l’Abate devoto.

 

Santo, Santo, Sant’Antonio,

resta a noi vicino il più che puoi.
 
 
 
 
 
 
"LA LEGGENDA DELLA GIGANTESCA MAIA"
 
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Versi di Mario LOLLI Musica di Camillo BERARDI
 
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Racconta una vecchia ed amara leggenda

che Maia, la figlia d’Atlante, stupenda,

scampata al nemico fuggì dall’oriente

con l’unico figlio ferito e morente.

Raggiunto d’Italia un porto roccioso,

sfruttando le forre e il terreno insidioso,

condusse il ferito, vicino al trapasso,

in alto lassù sopra il monte Gran Sasso.

 

                    A nulla giovaron, nell’aspra caverna,

                    le cure profuse da mano materna:

                    al giovane figlio volò via la vita

                    lasciando alla madre una pena infinita.

                    E proprio quel monte d’Abruzzo nevoso

                    racchiuse la salma all’estremo riposo.

 

Il grande dolore di Maia la diva

escluse al suo cuore la gioia istintiva;

non ebbe più pace, non valse l’apporto

dei propri congiunti a darle conforto.

Sommersa dal lutto, sconvolta dal dramma,

non ebbe più pianto, non era più mamma.

Di vivere ancora non ebbe coraggio:

si spense nell’ultima notte di maggio.

 

                    Un mesto corteo con fiori per Maia

                    salì a seppellirla in un’altra giogaia,

                    rimpetto alla tomba del figlio adorato

                    strappato alla madre da un barbaro fato.

                    E quella montagna, al cospetto del mare,

                    d’allora MAIELLA si volle chiamare.

 

                   FINALE

 

“AMARO” ebbe nome la vetta maggiore

per dare risalto al materno dolore.

 
 
 
 
 
 
AJU GRAN SASSU
(Canto aquilano)
 
Versi di Franco UNDI Musica di Camillo BERARDI
 
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                    Te  reveto da lontanu

                    non te pozzo scorda’ mai

                    e ju celu esso sopre

                    s’avvicina cchiù pulitu

                    ‘nmezz’a tutte ‘sse montagne

                    ‘nu rispiru ci vo’ propriu

                    meno male che ju mare

                    non t’ha fattu scompari’.

 

                                                 Com’è bbona l’acqua fresca

                                                 quanno ve’ dalla sorgente.

                                                 ‘Ssu silenziu è  ‘na carezza

                                                 che remane  entr’a  ju core.

 

                    ‘Ssi colori cuscì  bbeji

                    a ogni cagnu de staggione

                    all’amore quantu piace

                    ju prufumu de  ‘ssi fiori.

                    Ji penzieri de’ quatrani

                   mentre vòleno j’ucceji.

                    Ju pastore co’ ju gregge

                   tanno sempre retorna’.

 
AL GRAN SASSO
(traduzione in lingua)
Versi di Franco UNDI Musica di Camillo BERARDI
 

Ti rivedo da lontano

non ti posso mai dimenticare

e  il cielo che sta lì sopra

si avvicina più pulito

in mezzo a tutte queste cime

un respiro ci vuole proprio

meno male che il mare

non ti ha fatto scomparire.

 

Com’è buona l’acqua fresca

quando sgorga dalla sorgente.

Questo silenzio è una carezza

che rimane  dentro al cuore.

 

Quei colori così belli

a ogni cambiamento di stagione

all’amore quanto piace

il profumo di questi fiori.

I pensieri dei ragazzi

mentre volano gli uccelli.

Il pastore con il gregge

devono sempre ritornare.

 
 
 
 
 
 
LI  PAPAVERI
(canto abruzzese)
 
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Versi di Bice SOLFAROLI CAMILLOCCI Musica e armonizzazione di Camillo BERARDI
 
"I Papaveri" foto di Giovanni Auriti
 

Li papaveri revedo                             Sangue vivu de ferita!

tra lo verde de lli prati,                      Resbocciati, ‘mbriachi  ‘e sole

belli, ritti come fusi                            rengriccati fra li sassi

a  lli limmiti, a lle strai.                      fra le spighe tutte d’oro.

 

                       Rit.    Era  ‘n  giocu de creature

                                  li boccioli a scasciolà:

                                  quilli chiari “Monichelle”

                                  quilli scuri “Fraticelli”.

                                  Come  ‘n focu resbraciatu

                                  staû  ‘ssi petali spaliati, 

                                  l’aria passa e ce resoffia

                                  po’ lu sole li rappiccia.

Parco Nazionale dei Monti Sibillini Foto di Giovanni Auriti
Un'immensa distesa di papaveri
 
 
I  PAPAVERI
(traduzione in lingua)
 
Versi di Bice SOLFAROLI CAMILLOCCI Musica e armonizzazione di Camillo BERARDI
 

I papaveri rivedo                          Sangue vivo di ferita!

tra il verde dei prati,                    Risbocciati, inebriati dal sole

belli, dritti come fusi                    ristretti fra i sassi

ai bordi delle strade.                     fra le spighe tutte d’oro.

 

                        Rit.   Era  un gioco di bambini

                                  rompere e aprire i boccioli:

                                  quelli chiari “Monachelle”

                                  quelli scuri “Fraticelli”.

                                  Come  un fuoco risbraciato 

                                  stanno quei petali sparpagliati, 

                                  l’aria passa e ci risoffia

                                  poi il sole li ravviva.

Parco Nazionale dei Monti Sibillini Foto di Giovanni Auriti
L'incantevole spettacolo della fioritura di papaveri nell'Altipiano di Castelluccio di Norcia (PG) determina uno straordinario mosaico di colori naturali in continuo e dinamico mutamento
 
 
 
 
Sant'Agnese Jugulata
Sant'Agnese Jugulata

La città di l'Aquila nella festività laica di Sant'Agnese: Un "Santuario delle malelingue" o un tempio della sana maldicenza e della Parresia?

 
 
 
 
 
 
SANTA COLOMBA DELLA MONTAGNA
 
L’ascesa e l’ascesi di Santa Colomba sul Gran Sasso
 
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Versi di Camillo Berardi e Alarico Bernardi Musica di  Camillo Berardi
 

Tra rupi e valli, Santa Colomba,

la tua leggenda vive e rimbomba,

da “li tamurre” con armonia

sei festeggiata in allegria.

Di  fiori adorna, maestosa stella,

sulla montagna sei la più bella,

con il tuo sguardo dolce e sincero

scortaci, o diva, sul tuo sentiero.

 

                    Santa Colomba, Colomba Santa

                    sulle aspre vette che il gelo ammanta

                    sei tu salita senza timori,

                    lasciando ad altri ricchezza e onori!

                    Ti sei isolata, mite creatura,

                    perché volevi restare pura!

                    Nelle dimore alte ti celi

                    tanto vicina al “Regno dei Cieli”.

 

L’eremo in alto, presso la cima,

ogni settembre tutti sublima,

in silenzioso raccoglimento

nello splendore del firmamento.

Della natura  fulgida sposa

quelle ciliegie  mostri radiosa

per ricordare, in pieno inverno,

il tuo prodigio d’amor fraterno.

 

                    Umile ancella, con gran fervore,

                    guarisci e curi ogni dolore.

                    Nobile donna del mondo schiva,

                    di luoghi impervi maestosa diva,

                    di ardite sfide offri gli  incanti

                    fra abissi, gole e guglie svettanti,

                    della montagna superba amante

                    perla del cielo, tu, ninfa  errante

 

Dolce è la fiaba della tua vita

che ci seduce e calamita,

tu cavaliera della montagna

di ogni creatura cara compagna,

senza rivali scali sui monti

per conquistare estremi orizzonti

di amore e pace sei la sorgente

dacci salvezza sii tu clemente.

 

                    Volgi a noi gli occhi somma  regina

                    facci ascoltar la voce divina,

                    figlia diletta,  graziosa ninfa,

                    offri a noi tutti la sacra linfa.

                    Guidaci sempre col tuo sorriso

                    sulle  montagne del Paradiso,

                    sei generosa, dolce e sincera,

                    nel cuore accogli questa preghiera!

 
"L'ascesa e l'ascesi di Santa Colomba sul Gran Sasso"

Colomba e Berardo erano figli del conte di Pagliara, il cui castello è ancora oggi visibile, nei  ruderi pittoreschi, su un colle nei pressi di Isola del Gran Sasso d'Italia (TE), alle pendici del monte Prena.

La stirpe feudataria dei Pagliara per vari secoli, dall'anno mille, dominò la Valle Siciliana che abbraccia un vasto territorio alle pendici del Gran Sasso. 

I due fratelli, nati all'inizio del secolo XII, insoddisfatti della loro vita agiata, decisero di abbandonare la casa paterna per condurre una vita diversa fatta di rinunce, solitudine, penitenza, contemplazione, raccoglimento e sofferenza.  Berardo si diresse verso il mare e si stabilì nel celebre monastero di San Giovanni in Venere (CH).  Per la fama delle sue virtù spirituali fu consacrato Vescovo della città di Teramo; dopo la morte fu canonizzato e divenne il Santo Patrono del capoluogo aprutino. Colomba, invece, sollecitata dall'istinto primordiale che spinge verso l'alto, si arrampicò sugli impervi pendii del Gran Sasso, attratta dalla verticalità delle cime che avvicinano a Dio. Trovò rifugio in antri rupestri, tetri e inospitali, nutrendosi della preghiera e della spiritualità nei silenzi infiniti della montagna, scrivendo anche le prime pagine dell'alpinismo sul Gran Sasso. Morì nel suo "eremo verticale" all'età di 16 anni.

 
 

SANTA COLOMBA DIVA DEI MONTI E PATRIARCA  DELL’ALPINISMO SUL GRAN SASSO

 

L’avventura dell’uomo sulla montagna  è stata preceduta da vicende e leggende mitologiche. I monti erano le dimore degli esseri divini in tutte le mitologie e spesso ne rappresentavano anche la personificazione.

 

Il monte Olimpo, la montagna più alta della Grecia, era la fortezza inespugnabile del pantheon ellenico; si riteneva che i suoi alti vertici toccassero il cielo e che su di essi sorgessero le dimore degli dei edificate dal dio Efesto (Vulcano).

Quasi tutte le maestose vette dei massicci dell’Himalaya e del Karakorum sono sacre a mitiche divinità orientali: il nome tibetano dell’Everest (m. 8.850) è “Chomolungma” e significa “Divina Madre dell’Universo”; nel Tibet, sul confine nepalese-tibetano, si eleva il maestoso “Cho Oyu” (8.201 m) la cui denominazione cinese significa “Dea del Turchese”; il monte Annapurna (m.8.091) è sacro all’omonima divinità e simbolizza la “Dea del nutrimento materiale e spirituale”; il Manaslu (m. 8.163) è il “Monte dello Spirito”.

Nell’antica mitologia egiziana le montagne  erano sedi della dea “Meretseger” il cui nome significa “Amante del silenzio”.

Il Fujiyama,  “Padre di tutti i Vulcani”,  è la montagna sacra del Giappone; sul maestoso monte sono collocati numerosi santuari  shintoisti dedicati alla dea “Konohana Sakuya Hime”, la “Principessa che fa fiorire gli alberi, specialmente i ciliegi”.

 

Anche in Italia, sono moltissime le montagne  “sacre” a divinità pagane o mitologiche; il culto cristiano  che si è sostituito a quello precedente, in molti casi non è riuscito a cancellare la primordiale denominazione pagana.  Ricordiamo Monte Ercole in Friuli, Monte Mercurio in Calabria e in Romagna, Monte Venere vicino a Viterbo e vicino a Bologna, Monte Minerva in Sardegna, Monte Apollo - antica denominazione del Monte Pollino - in Basilicata, Monte Vulcano nelle Isole Eolie, Monte Sibilla nel massiccio dei Sibillini nelle Marche, Monte Nettuno sopra a Terracina nel Lazio, Monte Saturno in provincia di Messina, Monte Cerere e Monte Giunone vicino a Bologna, Monte Giano vicino ad Antrodoco (RI), e, così, tanti altri colossi montani.

Nella nostra regione non mancano monti “sacri” a divinità pagane: Monte Pallano (che richiama Giove Palenus) in provincia di Chieti, Campo di Giove, località sciistica e montana in provincia di L’Aquila, Monte Maiella, la “Montagna Madre degli abruzzesi” sacra alla dea Maia, ecc…

 

Allontanandoci dalla mitologia, riscontriamo che il rapporto tra l’uomo e la montagna, è iniziato in epoca molto antica, per motivi agro-pastorali e di commercio. Anche in Abruzzo i pastori, i cacciatori di camosci,  i venditori di vino, di olio, di lana, di tappeti  attraversavano il Gran Sasso, e la Maiella, da un versante all’altro, per motivi di affari, ma nessuno di loro andava in montagna per il piacere che si ricava dall’ascesa o per restare in contemplazione negli immensi silenzi dei monti. 

 

Il fenomeno alpinistico ebbe origine soltanto con i coraggiosi asceti, dall’anno mille in avanti.

I monti sono stati sempre una porta tra cielo e terra, tra Dio e l’uomo:  sacri in tutte la culture - sia primordiali, sia evolute - rappresentano il simbolo del divino e della  trascendenza che sono immaginati sempre in alto.

 

I massicci del Gran Sasso e della Maiella, erano luoghi particolarmente adatti all’ascesa e all’ascesi spirituale, e questa realtà è dimostrata dai numerosissimi eremi sparsi su tali montagne: ne sono stati censiti più di cento. Molti anacoreti scelsero gli impervi monti abruzzesi per dedicare la loro vita alla preghiera, alla solitudine, alla povertà, alla contemplazione, all’ascesi mistica. Questi “cittadini del cielo” rappresentano, dunque, i pionieri dell’arrampicata, e - nella storia -  sono i primi “alpinisti” delle nostre montagne.

Aggrappati alle rughe della roccia, immersi in ambienti estremi in cui la vita era appesa ad un filo - oggi diremmo a un chiodo o a una corda - spinti in alto verso l’infinito, nel trascendentale, gli ardimentosi asceti instauravano un rapporto esclusivo con la natura e con Dio, isolati in grotte tenebrose e inospitali.

I Santi e gli eremiti furono, pertanto, i primi “alpinisti” e i primi conquistatori delle montagne, tenendo presente che l’etimologia del termine “Alpinismo” - derivata da “Alp” e “uomo” -  significa “Uomo sulla montagna”.

 

L’ “alpinismo mistico” era un superamento dei limiti della condizione umana e si trasformava in un’eroica ascesi, con la fuga dalle cupidigie, dalle passioni e dai piaceri, ricercando nelle altezze inviolate, nella purezza delle nevi, nell’incontaminata asprezza delle giogaie montane e nel grandioso spettacolo della natura, l’estremo che  avvicina a  Dio.

Soltanto dopo gli eremiti  gli uomini avranno il piacere di salire sulle montagne, di conquistare nuove vette, di godere i panorami dall’alto e nascerà l’ “alpinismo”, con il significato attuale del termine, che si fa coincidere convenzionalmente con la prima ascesa sul Monte Bianco avvenuta nel 1786, ma il fenomeno arrampicatorio, come già ricordato, aveva avuto inizio parecchi secoli prima con il rivoluzionario “alpinismo ascetico”, praticato intensamente anche nella nostra regione.

 

Tra gli “eremi verticali” abruzzesi, pressoché inaccessibili, si ricordano quelli di Celestino V (nato tra 1209 e il 1215) sul Morrone e sulla Maiella, quelli più impervi di San Franco (nato tra il 1154 e il 1159) sul versante aquilano del Gran Sasso, ancora oggi difficilmente raggiungibili, e quello di Santa Colomba, contessa dell’Università di Pagliara (nata nel 1100), posto su una balza del Monte Infornace nel versante teramano del Gran Sasso; prima di assumere questa denominazione, il superbo monte era conosciuto come la “Montagna di Santa Colomba”.

La contessa di Pagliara abbandonò l’avito  maniero e gli agi della casa paterna per ritirarsi in solitudine e penitenza sull’immanente massiccio abruzzese. Con ardimentoso coraggio, iniziò l’epoca pionieristica delle ascese sul Gran Sasso, quando era giovanissima. La sua vita eremitica era molto ardua, peraltro, la fanciulla era sprovvista dell’attrezzatura adeguata per vivere e muoversi sulla montagna, specialmente in condizioni invernali.

Le grotte e gli eremi erano i rifugi che favorivano l’isolamento nella natura selvaggia di labirinti verticali, che la giovane sceglieva sempre più in alto per essere  più lontana dal mondo e più vicina a Dio.

 

Il mito e le leggende di Santa Colomba, diva dei monti e “prima alpinista del Gran Sasso”, rappresentano un rarissimo e delicato esempio di eremitismo femminile nell’incanto e nei silenzi infiniti delle montagne.

 

Tutti conoscono il miracolo che compì la giovane per ristorare il corpo sfinito di suo fratello Berardo - Vescovo e Santo Patrono della città di Teramo - che, scalando ripidissimi scivoli ghiacciati e superando terribili  orridi, era andato a trovarla nella povertà del suo eremo rupestre: la ragazza, non avendo cibo da offrirgli, fece fiorire e fruttificare, in pieno inverno, un albero di ciliegio collocato dinanzi al suo rifugio completamente sommerso dalla neve; questo prodigio divino rappresenta un delicatissimo esempio di ospitalità e di amore fraterno e, nella fantasia popolare, ricorda la dea orientale “Konohana Sakuya Hime”, la “Principessa che fa fiorire gli alberi di ciliegi”.

L’ascesi e il mito di Santa Colomba rappresentano una pagina tra le più delicate e affascinanti della spiritualità abruzzese e costituiscono un rarissimo esempio di eremitismo alpino femminile in un ambiente estremamente aspro e severo. Giova rimarcare, ancora, che l’“alpinismo ascetico” veniva effettuato “in solitaria”, senza preparazione fisica e senza un’adeguata attrezzatura, accrescendo - specialmente in inverno - le difficoltà  e i pericoli delle ascensioni.

 

Santa Colomba, regina dei nostri monti e - nella storia - prima scalatrice del Gran Sasso, assunse una personalità eroica impegnandosi con tenacia su pareti di roccia e di ghiaccio, slegata, adattandosi naturalmente agli ambienti alpini più estremi e disperati, esclusivamente con lo straordinario vigore fisico e spirituale.

Chi sarebbe in grado, oggi, di raggiungere l’eremo di Santa Colomba “in solitaria”, nel periodo invernale, senza allenamento e senza un adeguato equipaggiamento alpinistico? Colomba, quasi mille anni or sono, lo fece mirabilmente, peraltro, senza conoscere la montagna, avventurandosi nell’ignoto.

 

E’ ben noto che le generazioni dell’alpinismo non hanno seguito le regole della biologia umana e la storia dell’arrampicata è una prova della lotta virtuosa che l’uomo ha sostenuto con imprese estreme per raggiungere il sublime e l’assoluto, trascendendo i limiti delle comuni possibilità.

 

Anche il “cammino di fede verticale” di Santa Colomba sul Gran Sasso, è stato compiuto  con la massima espressione alpinistica di quel tempo, eccedendo, nell’impresa, i limiti umani.

 

Le mitiche ascensioni dei Santi sulle montagne appartengono, a pieno titolo, alla storia dell’alpinismo e Santa Colomba è stata la prima donna, ancor prima degli uomini, che ha scritto grandiose “pagine verticali” nei regni dell’impossibile.

La giovanissima contessa effettuò l’esplorazione di territori vergini della montagna, affrontandoli anche nelle condizioni più estreme, con margini di rischio elevatissimo, sotto l’impulso di un profondo godimento interiore, non privo di sofferenze e momenti di sconforto. Il rude piacere della scalata fu sempre accompagnato dalla gioia del superamento delle difficoltà, specie nelle condizioni più dure, e dal conseguimento della sublime elevazione spirituale nella pace celeste dei monti, dialogando con il silenzio e con l’infinito.

Le sue epiche ascensioni avvenivano in luoghi sconosciuti e inaccessibili, dove diventava accessibile, quasi palpabile, la presenza divina.

 

I santi sono stati, dunque, i pionieri dell’ arrampicata, sicuramente quella più estrema, e la giovane Colomba, “audace protagonista del mondo verticale”, rappresenta l’indiscussa “patriarca  dell’alpinismo abruzzese”. Sopravvissuta alle forze della natura in ambienti estremi, mai esplorati da altri, ha firmato le prime imprese della storia alpinistica del Gran Sasso, lasciando un’impronta indelebile della sua straordinaria avventura in solitaria, ponendosi, per prima, nella ristrettissima schiera dei “giganti dell’alpinismo”.

 

Il mito intramontabile di Santa Colomba, custodito  gelosamente dalle maestose vette del Gran Sasso, dai silenzi infiniti e dalla fervida devozione popolare, costituisce una testimonianza assai significativa della primordiale conquista delle montagne e rappresenta  il valore di un eroico passato alpinistico da riscoprire, rivalutare, approfondire e tramandare con orgoglio alle generazioni future.

 Camillo Berardi

Le spoglie di Santa Colomba conservate in un'artistica urna di vetro nella Chiesa Parrocchiale di Pretara.

 

Santa Colomba, giovane contessa dell'Università di Pagliara, morì nel 1116 e fu sepolta nel suo eremo montano, aggrappato a una balza del Monte Infornace nel massiccio del Gran Sasso. Le sue spoglie restarono in montagna sino al 1596 quando furono traslate a valle  nella Chiesa di Santa Lucia e successivamente nella Parrocchiale di Pretara, frazione di Isola del Gran Sasso d'Italia (TE).

 
 
 
 
 
JU  MAZZITTU  DE  VIOLETTE
(canto abruzzese)
 
Versi di Vanda  Santogrossi Casilio Musica di Camillo Berardi
 
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                          Quiju mazzittu bbejjiu de violette

                          ju tenco restipatu a ‘nu cassittu

                          deju commo’ che mamma me comprette

                          quannu de matrimoniu se parlette.

                          Resend’angòra tuttu ju prufumu

                          de quiju jornu che me ju donasti,

                          etern’amore tu me ju  ggiurasti,

                          ma pe’  ‘na  bbionda po’ tu me lassasti.

 

                                                                    Chi de te se po’ scorda’?

                                                                    Ji’ te penze che ‘nze sa’.

                                                                    Chi de te se po’ scorda’?

                                                                    Ji’ me stenco a conzuma’.

                                                                    Ji’ te vojio rabbraccia’

                                                                    e me vojio rrecria’

                                                                    ‘nzin’a  te  ji’ vojio sta’

                                                                    pe’ potette accarezza’.

 

                          Ju core m’à soffertu  propriu tandu

                          quannu abbracciatu a ‘n’âtra te so’ vvistu,

                         ‘nu rappu ‘nganna allora so’ sintitu, 

                          le lacrime dajj’ occhi so’ spundate.

                          Ji’ so’  ssaputu che te sci’ pintitu

                          ma ju coraggiu ‘npettu t’è mancatu,

                          ji’ so’ ssaputu che me sci’ cercatu

                          però a  lla porta me’ no’ zi’ bbussatu.

 

                                                                   Chi de te se po’ scorda’?

                                                                   Ji’ te penze che ‘nze sa’.

                                                                   Chi de te se po’ scorda’?

                                                                   Ji’ me stenco a conzuma’.

                                                                   Tu, quatra’, no’ me lassa’

                                                                   ji’ te vojio bbene assa’,

                                                                   tu, quatra’, no’  ta’ scherza’

                                                                   quistu core  ‘nge lla fa’.

 

                                                                   No’ te pozzo cchiù aspetta’

                                                                   ji’ me vojio marita’.

 
 
IL MAZZETTO DI VIOLETTE
(traduzione letterale in lingua)
 
Versi di Vanda  Santogrossi Casilio Musica di Camillo Berardi
 
 

            Quel mazzetto bello di violette

                      l’ho conservato dentro un cassetto

                      del comò che mia madre acquistò

                      quando si parlò di matrimonio.

                      Risento ancora tutto il profumo

                      di quel giorno in cui me lo donasti,

                      tu mi giurasti eterno amore,

                      ma per una bionda poi tu mi lasciasti.

 

                                                           Chi di te si può dimenticare?

                                                           Io ti penso tanto che non si può immaginare.

                                                           Chi di te si può dimenticare?

                                                           Io mi sto a consumare,

                                                           io ti voglio riabbracciare

                                                           e mi voglio ricreare,

                                                           sulle tue ginocchia voglio stare

                                                           per poterti accarezzare.

 

                      Il mio cuore ha sofferto proprio tanto

                      quando ti ho visto abbracciato ad un’altra,

                      ho sentito allora un nodo alla gola

                      e le lacrime agli occhi sono affiorate.

                      Io ho saputo che ti sei pentito,

                      ma non hai avuto il coraggio di ripresentarti,

                      io ho saputo che mi hai cercato,

                      però alla mia porta non hai bussato.

 

                                                            Chi di te si può dimenticare?

                                                            Io ti penso tanto che non si può immaginare.

                                                            Chi di te si può dimenticare?

                                                            Io mi sto a consumare,

                                                            tu, ragazzo, non lasciarmi,

                                                            io ti voglio bene assai,

                                                            tu, ragazzo, non devi scherzare,

                                                            questo cuore non ce la fa più.

 

                                                            Non ti posso più aspettare

                                                            io mi voglio maritare.

 
 
 
 
ME TENGO RECORDA’ CHE SCI’ RENATA
Canto Abruzzese
 
Versi di Giuliana  CICCHETTI  NAVARRA Musica di CAMILLO BERARDI
 
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L’Aquila a pezzi, tu, ‘na notte nera,

pare ‘nu sognu  ma ‘ssa bbotta è vera

tutt’ è ruinatu ma tu sci’ la storia        

‘na paggina da scrie pe’ lla memoria.

Chi s’è sarvatu  mo’  te’  tanti strazzi

tra  lle macerie ‘e chiese e de palazzi

la  ggente che qua e là sta sbriricata

non vone cchiù vedette renfasciata!

 

                                  Ju sole ch’è rrescitu mantoma’

                                  m’ha fattu recorda’ com’eri  bbella

                                  ce vo’ ju tempu non sarrà ddoma’

                                  ma tinghi rebbrilla’ come ‘na stella!

 

Non scroscia l’acqua cchiù da  lle fundane

non sento de sonane le campane,

ju strusciu, ji quatrani e la cagnara

svejamme vojo da  ‘sta notte amara.

Mo’  cchiù de prima ji’ te vojo bbene

fatte spari’ vurria tutte le pene

firita tu sarrài remarginata

me tengo recorda’ che sci’ renata!

 
 
 
 

DEVO RICORDARMI LA TUA RINASCITA

 

(canto ispirato alla città dell’Aquila devastata dal sisma del 2009: traduzione in lingua)

 
Versi di Giuliana CICCHETTI  NAVARRA Musica di Camillo BERARDI
 

L’Aquila a pezzi, tu, una notte disgraziata,

sembra un sogno ma questa mazzata  è vera

tutto è rovinato ma tu sei la storia

una pagina da scrivere per la memoria.

Chi si è salvato, ora ha tanti strazi

tra le macerie di chiese e di palazzi

la gente che sta qua e là sbandata e sparpagliata

non vuole più vederti puntellata e fasciata!

 

                              Il sole che è riuscito questa mattina

                              mi ha  fatto ricordare quanto eri bella

                              ci vuole tempo, non sarà domani,

                              ma devi tornare a brillare come una stella.

 

L’acqua non scroscia più dalle fontane

non sento più suonare le campane,

il passeggiare, i ragazzi e la baldoria

voglio svegliarmi da questa notte amara.

Ora più di prima io ti voglio bene

vorrei farti sparire tutte le pene

tu  ferita sarai rimarginata

devo ricordarmi la tua rinascita!

 
 
 
 

INNO DEGLI AQUILOTTI DEL GRAN SASSO

DI  PIETRACAMELA

Canto Abruzzese
 
Versi di Ernesto SIVITILLI Musica di Camillo BERARDI
 
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Sempre l’Aquila Reale

ci accompagna nel cammino

e quand’essa batte l’ale 

noi gridiam: Per te << Hurrà >>!  

 

Superbo Monte eccelso 

o Vetta del Gran Sasso

su te volgiamo il passo

con foga e con ardor. 

Spingendoci sui picchi

con animo e fierezza

la nostra giovinezza

sorride e freme in cor.

 

Sempre l’Aquila Reale

ci accompagna nel cammino

e quand’essa batte l’ale

noi gridiam: Per te << Hurrà >>!

 

Qual bianca erta barriera

    si aderge il Piccol Corno

    di dritte torri adorno

    fasciato di mister.

    Con l’ugne e con la corda

    pareti fascinose

    o balze paurose

    noi vi conquisterem.

 

Sempre l’Aquila Reale 

ci accompagna nel cammino

e quand’essa batte l’ale

noi gridiam: Per te << Hurrà >>!

 

 

Atavici  richiami

ci spingono sul Monte

di ogni dolcezza fonte

dator di ogni virtù.

Sgorgan dal cuor che esulta

pensieri forti, arditi:

i nostri non son miti

son palpiti d’amor.

 

Sempre l’Aquila Reale

ci accompagna nel cammino

e quand’essa batte l’ale

noi gridiam: Per te << Hurrà >>!

 

 
 
 
 
 
 

Ddu’ scelle

(canto di montagna aquilano)
 
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Versi di Mario LOLLI Musica di Camillo BERARDI
 
 

                                                   

 

Recitativo  

 

A chi nasce e cresce in montagna

la natura dona il profumo della terra,

la purezza dell’aria,

il candore della neve,

la saldezza delle rocce

la vicinanza del cielo.

Fortunato è colui che sa capire

e custodire nel cuore

questi doni inestimabili.

 
 
Ddu’ scelle

(canto di montagna aquilano)

Due ali

(canto di montagna aquilano)

  TRADUZIONE IN LINGUA
   

Montagna me’,

da quann’era quatranu

me sci’  ‘mparatu che  la vita è bella.

Vivendo ‘nsieme a  tti da paesanu

me  ss’è rrempitu de speranza ju core

pecchè me sci’  ‘mparatu a ffa’  all’amore.

 

 

Rit. Montagna me’,

regalame ddu’ scelle,

famme vola’ sopr’ aji sassi te’,

‘n mezz’ aju sole, ‘n mezz’a ‘ssu splendore

sottu ju sguardu dòce delle stelle,

a core a core co’ ju prim’amore.

 

Montagna me’,

da che te so’ lassatu

me so’ scordatu che la vita e bella.

Pe’ corre alla città da disperatu

e senza reposamme ‘nu momentu

me ‘ss’è  ‘nmpastatu ju core de cementu.

 

Rit.  Montagna me’,.....

Montagna mia,

da quando ero ragazzo

mi hai insegnato che la vita è bella.

Vivendo insieme a te da paesano

mi si è riempito il cuore di speranza

perché mi hai insegnato ad amare ogni cosa del creato.

 

Rit.  Montagna mia,

regalami due ali,

fammi volare sopra le tue rocce,

in mezzo al sole, in mezzo a questo splendore

sotto lo sguardo dolce delle stelle,

“a core a core” con il primo amore.

 

Montagna mia,

da quando ti ho lasciato

ho dimenticato che la vita è bella.

Per correre alla città da disperato

e senza riposarmi un solo istante

mi si è riempito il cuore di cemento.

 

Rit. Montagna mia, .....

 
 
 
 
 
 
 
INNO DELLA SEZIONE AQUILANA DEL C.A.I.
Versi di Mariano JACOBUCCI Musica ed elaborazione corale di Camillo BERARDI
(canto abruzzese)
 
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Scarponi a chiodi

penna sul cappello

pronto all’appello

l’alpinista è già.

Corda e piccozza

muscoli d’acciaio

tranquillo e gaio

l’alpinista va.

Siamo aquilani

siam del club alpino

e sul Velino

noi dobbiamo andar.

Aspra è la roccia

la tormenta è in vista

ma l’alpinista

non s’arresterà.

Rit.         

Alla montagna bella                 

volgiamo lento il passo

scaliamo la Maiella

andiamo sul Gran Sasso.

Alla montagna bella

volgiamo lento il passo

scaliamo la Maiella

e sul Gran Sasso andiam.

 
 
 
 
 
PECCATU...!
(canto in vernacolo abruzzese)
PECCATO …!
(traduzione letterale in lingua)
Clicca per lo spartito - Clicca per sentire la musica
Versi di Giuliana Cicchetti Navarra Musica di Camillo Berardi
 

L'ammore bussa, apriji sempre prestu

pecche’,  se sa’ , che passa e se sperde lestu.

L'ammore bussa 'n core, tu statte pruntu

pecche’ l'ammore passa e te ggira 'nturnu !

 

D’ammore me battea ‘n pettu ju core,

steo ‘n mezzu a ‘n  pratu e raccojiea ‘nu fiore

de corsa  sci’  vinutu, eri beatu,

la stretta m'à lassatu senza fiatu

ji pei non toccheanu cchiu’ pe'  tterra

ero leggera come 'na farfalla

non me voleo stacca’ da quela serra

ji’ ero la riggina la cchiu’  bbella !

 

L'ammore bussa, apriji sempre prestu

pecche’, se sa’,  che passa e se sperde lestu.

L'ammore bussa 'n core, tu statte pruntu

pecche’ l'ammore passa e te ggira 'nturnu !

 

Quesso m'è capitatu, bbona sorte,

aji occhi te so’ vistu ju surrisu

ju core me battea sempre cchiù forte

me so' sintita propriu 'n paradisu

ju celu so' toccatu co'  'nu  ‘itu

non me voleo svejia’, lo so’ capitu,

non ci pozzo penza’, ma che peccatu...

ji’ tuttu quesso me  llo so’  sognatu...!

 

L'ammore bussa, apriji sempre prestu        

pecche’  se sa’   che passa e se sperde lestu.   

Non me vurria svejiane da   'stu sonnu        

pecche’, lo saccio,  sparisce quistu sognu!

L’amore bussa, aprigli sempre presto

perché si sa che passa e si dissolve  velocemente.

L’amore bussa al cuore, bisogna essere sempre pronti,

perché l’amore passa e ti gira intorno!

 

D’amore mi batteva in petto il cuore,

stavo in mezzo a un prato e raccoglievo un fiore

di corsa sei venuto, eri beato,

il tuo abbraccio mi ha lasciato senza fiato

i miei piedi non toccavano più per terra

ero leggera come una farfalla

non mi volevo distaccare da quella stretta,

io ero la regina più bella!

 

L’amore bussa, aprigli sempre presto

perché si sa che passa e si dissolve  velocemente.

L’amore bussa al cuore, bisogna essere sempre pronti,

perché l’amore passa e ti gira intorno!

 

Questo mi è capitato, per fortuna,

nei tuoi occhi ho visto un sorriso

il cuore mi batteva sempre più forte

mi sono sentita proprio in paradiso

ho toccato il cielo con un dito

non mi volevo svegliare, l’ho capito,

non ci posso pensare, ma che peccato…

io tutto questo me lo sono sognato…!

 

L’amore bussa, aprigli sempre presto

perché si sa che passa e si dissolve  velocemente.

Non vorrei svegliarmi da questo sonno

perché, lo so, svanisce questo sogno...!

 
 
 
 
 
 
‘NA   STORIE   D’AMORE UNA  STORIA  D’AMORE
(canto abruzzese in vernacolo)  (traduzione letterale in lingua)
Scarica lo spartito: pagina 1 - Pagina 2
Versi di Pio DI STEFANO                                                                  Musica di Camillo BERARDI
 

‘Nu  jurne  me  ne  j’  tante luntane

pe’  guadagna’  ‘nu  pezze  ‘i  pane  bbone.

I’  te lasso’, tu ire  ‘na  vagliole

stiv’abbita’  nnilla’  pe’  ju Regnone.

Doppe se’  anne ie  te  so’  reviste

che  signurine!

Ma  come se’  cresciute!

Dentre  de  mi  ‘nu  colpe so’ sentite,

che  certe mosse tu  m’ha  conquistate.

 

             Quiste è l’amore:

             te le sinte  dentre,

             te  sinte  ‘u  core

             che  t’arrive  ‘nganne,

             baste che tu me guarde  ‘nu  momente

             o  caminenne  tu me strusce  ‘a  mane.

 

Te so’  cercate,  so’  venute a  caste

ma  mammete  m’ha  ditte  che  ‘nce  stive,

me  so’  appustate  la’  sott’alle  “coste”

so’  viste  ‘nsieme  all’atre  che  tu  scive.

‘U  jurne  doppe  te  so’  rencuntrate;

quant’ire  belle!

 

Te so’ guardate, tu  m’ha  reguardate

che  ss’occhie  bej  tu  m’ha  fulminate.

 

             Quiste  è  l’amore:

             te le sinte dentre,

             te  sinte  ‘u  core

             che t’arrive  ‘nganne,

             stenne  che  teche  sole  ‘nu  mumente

             o  passeggenne tu me strigne  ‘a  mane.

 

Po’  quist’amore

ci ha viste  ‘nnamurate,

‘nu  nide  ‘nsieme

ce  seme costruite;

quand’a  matine  mo’  i'  me  resveje

te vede  mmezz’a  quattre  ceterije!

Un giorno me ne andai tanto lontano

per guadagnare un pezzo di pane buono.

Io ti lasciai, tu eri una ragazza

che abitava là,  nel rione del  “Rignone”.

Dopo sei anni ti ho rivista

che signorina!

Ma come sei cresciuta!

Dentro di me ho sentito un colpo al cuore,

con  certe mosse tu mi hai conquistato.

 

             Questo è l’amore:

             te lo senti dentro,

             senti il cuore

             che ti arriva alla gola,

             quando  tu  mi  guardi  un solo  momento

             o quando passeggiando tu mi tocchi la mano.

 

Ti  ho cercata,  sono venuto a casa tua

ma tua madre mi ha detto che non c’eri,

mi  sono affacciato là sotto alle “coste”

e ho visto che stavi uscendo insieme alle amiche.

Il giorno successivo ti ho rincontrata;

quant’eri bella!

Mi  sembravi  un’altra!

Ti  ho  guardata, tu mi hai guardato

con quegli occhi belli tu mi hai fulminato.

 

               Questo è l’amore:

               te lo senti dentro,

               senti il cuore

               che  ti  arriva alla gola,

               quando sto  con te un solo attimo

               o quando tu mi stringi la mano mentre passeggiamo.

 

Poi questo amore

ci ha visti innamorati,

un nido insieme

ci siamo costruiti;

ora quando mi sveglio la mattina

ti  vedo in mezzo a quattro bambine!

 

 
 
 
 
CUNCETTINA  PRIM’AMORE
Spartito
Versi di Matilde FERZETTI               Musica di Camillo BERARDI
 

M’arecorde ca ire belle

li fiure  ‘npette e ‘na ‘unnelle

a la feste quann’ive a messe

lu fazzòle sopr’a la cocce,

cammenive ‘nghe ll’ucchie basse

e facive la facce rosce

Cuncettina, Cuncetti’.

                                         Oh Cuncettina me’, ji’ vuje sole a tte,

                                            oh Cuncettina me’, lu tempe passe e va,

                                            oh Cuncettina me’, ji’ pense ancora a tte,

                                            oh Cuncettina me’,  ne’ me fa dispera’!

Mo’ so’ vicchie, tinghe tant’anne,

li rughe ‘nbacce, la cocce bianche,

lu pensire va a Cuncettine,

tu si’ state lu prim’amore,

strette strette dentr’a lu core

ji’ me porte ‘stu prim’amore

Cuncettina, Cuncetti’.

                                            Oh Cuncettina me’, ji’ vuje sole a tte,

                                            ………………………………………

 

CONCETTINA  PRIM’AMORE

(traduzione letterale in lingua)
 
Versi di Matilde FERZETTI                                              Musica di Camillo BERARDI
 
Spartito
 

Mi ricordo che eri bella

con i fiori sul petto e con una gonnella

alla festa quando andavi a messa

con il fazzoletto sopra alla testa,

camminavi con lo sguardo in basso

e diventavi rossa in viso

Concettina, Concetti’.

                                         Oh Concettina mia, io voglio soltanto te,

                                            oh Concettina mia, il tempo passa e va,

                                            oh Concettina mia, io penso ancora a te,

                                            oh Concettina mia,  non farmi disperare!

Ora sono vecchio, ho tanti anni,

le rughe sul viso, la testa canuta,

il mio pensiero va a Concettina,

tu sei stato il primo amore,

stretto stretto dentro al cuore

io mi porto questo primo amore

Concettina, Concetti’.

                                            Oh Concettina mia, io voglio soltanto te,

                                            …………………………………………...