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La morte, un momento con cui tutti dovremo prima o poi fare i conti, crea in tutti noi ansie, preoccupazioni, paure! Vediamo cosa ne pensano poeti, filosofi e scrittori e facciamoci aiutare da loro per avere, con essa, un rapporto più sereno, consapevole ed equilibrato.

 

Dieci pensieri sulla Festa di Tutti i Santi

1. Il 1° novembre è la Solennità di Tutti i Santi. Si tratta di una festa popolare e cristiana, molto sentita dalle nostre popolazioni, che vuole ricordare in un'unica Solennità coloro che ci hanno preceduto nel cammino della fede e della vita, godono la beatitudine eterna e sono cittadini a pieno diritto del ielo, la patria comune di tutta l’umanità di tutti i tempi.

Il giorno di Tutti i Santi si festeggia ormai da circa mille anni. Furono i monaci benedettini di Cluny a diffondere questa Festività.

2. In questa memoria liturgica celebriamo tutti quei cristiani che - dichiarati o no Santi o Beati dalla Chiesa - già godono la visione beatifica di Dio e sono già in Cielo. Di qui il nome: Solennità di Tutti i Santi.

3. Santo è quel cristiano che, conclusa la sua esistenza terrena è già alla presenza di Dio e - per dirla con le parole dell’apostolo Paolo - ha ricevuto “la corona della gloria”. 

4. Il santo è il riflesso della gloria e della santità di Dio. Sono modelli di vita per i cristiani e nostri intercessori poiché possiamo chiedere loro aiuto e la loro intercessione presso Dio. Sono così degni di meritare il nostro culto e la nostra venerazione. 

5. Il giorno di Tutti i Santi include nella propria celebrazione i santi popolari e conosciuti, straordinari cristiani a cui la Chiesa dedica uno speciale giorno  dell’anno. 

6. Ma il giorno di Tutti i Santi è specialmente il giorno dei “Santi anonimi”.  Il giorno di Tutti i Santi è giornata per ricordare opportunamente la chiamata alla santità cui devono tendere tutti i battezzarti cristiani. È l’occasione per prendere coscienza una volta di più della chiamata del Signore a essere perfetti e santi come Dio è perfetto e santo. 

7. Se tratta di un impegno fondamentale del cristiano poiché l’universale chiamata alla santità nella Chiesa è compito di tutti e di ogni singolo battezzato, la santità non è patrimonio di alcuni pochi privilegiati. È il destino di tutti, proprio come lo fu per la grande moltitudine di Santi anonimi che oggi ricordiamo e festeggiamo. 

8. La santità cristiana consiste nel vivere e osservare i comandamenti e le beatitudini. Il Santo non è un angelo, è un uomo in  carne e ossa. Il santo è colui che vive la propria fede con gioia e fatica, che lotta ogni giorno e vive nell’amore, per amore, per amare. “Il santo è colui che è così affascinato dalla bellezza di Dio e dalla sua perfetta verità da lasciarsene trasformare. Per questa bellezza e verità è disposto a rinunciare a tutto, anche a se stesso. Gli è sufficiente l’amore di Dio, che sperimenta e vive nel servizio umile e disinteressato del prossimo” (Benedetto XVI).  

9. La santità si guadagna, si raggiunge e si consegue qui in Terra con l’aiuto della grazia e con l’impegno quotidiano, amando Dio sopra ogni cosa e il prossimo come sé stessi. L’affanno di ogni giorno fa intravvedere e in qualche modo anticipa il volto dell’eternità. Il Cielo non può attendere, è vero. Ma il Cielo/la santità si guadagna qui sulla terra. 

10. Il giorno di Tutti i Santi ci parla della vita umana che non termina con la morte; la vita non è tolta ma trasformata e vissuta nella beata eternità di Dio. Il giorno di Tutti i Santi è una giornata di celebrazione e di autentica catechesi dei misteri della nostra fede, i novissimi: morte, giudizio, inferno e Paradiso.

Tommytom

FESTIVITA’ DI OGNISSANTI - E - COMMEMORAZIONE DEI MORTI.

E’ la festa cattolica di tutti i santi con la quale si sogliono onorare non solo i santi, iscritti nel Martirologio romano e nel calendario delle singole Chiese, ma tutti i trapassati che godono la gloria del Paradiso.

Di origine antica, la festività di Ognissanti, dapprima dedicata ai soli martiri, era celebrata, nelle varie Chiese, subito dopo la Pasqua; fu spostata, poi dopo la Pentecoste.

Il 13 maggio 609, con decorrenza 610, il Papa Bonifacio IV dedicò il Pantheon in onore della Madre di Dio e di tutti i martiri e ogni anno se ne celebrava l’anniversario con grande solennità e largo concorso di pellegrini.

Da queste feste sembra derivare quella di Tutti i Santi, fissata al primo di novembre dell’anno 835 dal Papa Gregorio IV.

Più tardi, nel 998, Odilo abate di Cluny aggiungeva la celebrazione, nel giorno seguente, della festa di tutte le anime a soddisfare l 'aspirazione generale per un giorno di commemorazione dei morti.

 

Nell’antico e colorito, ma realistico, mondo contadino esiste un proverbio legato al primo giorno del mese di novembre: "Ognissanti, manicotti e guanti", la comparazione è chiara: comincia la stagione fredda.

1 e 2 Novembre - Ognissanti e il giorno dei morti

Il giorno dei morti fu ufficialmente collocato alla data del 2 Novembre nel X sec. d.c. circa, praticamente fondendosi con il 1 Novembre, già festa di ognissanti dall'anno 853, per sovrapporsi alle più antiche celebrazioni di quei giorni.

Tra il popolo comunque, le vecchie abitudini furono adattate alla nuova festa e al suo mutato significato, mantenendo la credenza che in quei giorni i defunti potevano tornare tra i viventi, vagando per la terra o recandosi dai parenti ancora in vita.

In tutta italia si possono ancora oggi ritrovare gesti e pratiche tradizionali per la celebrazione di queste feste.

Riti popolari per i defunti - Cibo tradizionale

In quasi tutte le regioni possiamo trovare pratiche e abitudini legate a questa ricorrenza. Una delle più diffuse era l'approntare un banchetto, o anche un solo un piatto con delle vivande, dedicato ai morti.

Qualche esempio caratteristico.

In Abruzzo si decoravano le zucche, e i ragazzi di paese andavano a bussare di casa in casa domandando offerte per le anime dei morti, solitamente frutta di stagione, frutta secca e dolci. Questa tradizione è ancora viva in alcune località abruzzesi.

Diffusa è anche l'usanza della questua fatta da schiere di ragazzi o di contadini e artigiani che vanno di casa in casa cantando un'appropriata canzone.

A Pettorano sul Gizio (Abruzzo) essa suona così:


"Ogge è lla feste de tutte li sande:
Facete bbene a st'aneme penande…
Se vvu bbene de core me le facete,
nell'altre monne le retruverete."

In Calabria, nelle comunità italo-albanesi, ci si avviava praticamente in corteo verso i cimiteri: dopo benedizioni e preghiere per entrare in contatto con i defunti, si approntavano banchetti direttamente sulle tombe, invitando anche i visitatori a partecipare.
In Emilia Romagna nei tempi passati, i poveri andavano di casa in casa a chiedere "la carita' di murt", ricevendo cibo dalle persone da cui bussavano.

In Friuli - a quanto informa l'Osterimann - "i contadini lasciano un lume acceso, un secchio d'acqua e un po' di pane sul desco". E' il motivo che ispira la già ricordata poesia del Pascoli "La tovaglia", dove la sensazione della presenza dei morti nella casa, nel silenzio della notte, è resa in maniera oltremodo commovente e suggestiva:


"Entrano, ansimano muti:
ognuno è tanto mai stanco!
e si fermano seduti
la notte, intorno a quel bianco.

Stanno li sino a domani
col capo tra le mani,
senza che nulla si senta
sotto la lampada spenta."

Sempre in Friuli, come del resto nelle vallate delle Alpi lombarde, si crede che i morti vadano in pellegrinaggio a certi santuari, a certe chiese lontane dall'abitato, e chi vi entrasse in quella notte le vedrebbe affollate da una moltitudine di gente che non vive più e che scomparirà al canto del gallo o al levar della "bella stella".

A queste credenze s'ispira uno dei più significativi racconti di Caterina Percoto, la ben nota scrittrice friulana, che tanti motivi trasse dal folklore della sua terra.

Questa presenza dei morti, avvertita con un'intensità che raggiunge la potenza di una visione, è però sempre associata, nella mentalità popolare, all'azione benefica e alla speranza nella beatitudine eterna.

In Lombardia abbiamo invece gli oss de mord, o oss de mort, fatti con pasta e mandorle toste, cotti al forno, di forma bislunga, con vago sapore di cannella in particolare:

A Bormio, la notte del 2 novembre si era soliti mettere sul davanzale una zucca riempita di vino e, in alcune case, si imbandisce la cena.

Ma anche nel Vigevanasco (Vigevano) e in Lomellina si suole mettere in cucina un secchio (l'acqua fresca, una zucca di vino, piena, e sotto il camino il fuoco acceso e le sedie attorno al focolare"

A Comacchio c'e' invece il punghen cmàciàis, il Topino Comacchiese, dolce a forma di topo preparato in casa…

In Piemonte, si soleva per cena lasciare un posto in più a tavola, riservato ai defunti che sarebbero tornati in visita.

In Val d'Ossola sembra esserci una particolarità in tal senso: dopo la cena, tutte le famiglie si recavano insieme al cimitero, lasciando le case vuote in modo che i morti potessero andare lì a ristorarsi in pace. Il ritorno alle case era poi annunciato dal suono delle campane, perchè i defunti potessero ritirarsi senza fastidio.

In Puglia la sera precedente il due novembre, si usa ancora imbandire la tavola per la cena, con tutti gli accessori, pane acqua e vino, apposta per i morti, che si crede tornino a visitare i parenti, approfittando del banchetto e fermandosi almeno sino a natale o alla befana.

Sempre in Puglia, ad Orsara in particolare, la festa veniva (e viene ancora chiamata) Fuuc acost e coinvolge tutto il paese. Si decorano le zucche chiamate Cocce priatorje, si accendono falò di rami di ginestre agli incroci e nelle piazze e si cucina sulle loro braci; anche qui comunque gli avanzi vengono riservati ai morti, lasciandoli disposti agli angoli delle strade.

Diffusa è anche l'usanza della questua fatta da schiere di ragazzi o di contadini e artigiani che vanno di casa in casa cantando un'appropriata canzone.

Questa costumanza in Puglia si chiama senz'altro cercare "l'aneme de muerte" e si apre con questa specie di breve serenata rivolta alla massaia:


"Chemmare Tizie te venghe a cantà
L'aneme de le muerte mò m'a da dà.
Ah ueullà ali uellì
Mittete la cammise e vien ad aprì."


"La persona a cui è rivolta la canzone di questua si alza, fa entrare in casa la brigata ed offre vino, castagne, taralli ed altro".

 

Nella parrocchia di San Luigi Gonzaga a Foggia, guidata da don Guglielmo Fichera, da alcuni anni nel pomeriggio del 31 ottobre, adulti e bambini, catechisti e genitori, hanno indossato abiti e portato simboli che ricordano il santo di cui portano il nome. La festa di “quelli vestiti come i santi” inizia con la processione animata con canti e preghiere che si snoda per le vie della parrocchia che attenzione non si chiama “processione di tutti i santi”, ma processione di “quelli vestiti come i santi”. Gli abiti per tale festa vengono realizzati in economia, con semplicità, in maniera artigianale, con pezzi di stoffa e accessori recuperati dalle cose e dai materiali che sono in casa o acquistati a poco prezzo al mercato. Povertà creativa, dunque, non spreco di denaro, perché bisogna testimoniare il Vangelo, non fare una sfilata di moda! Dopo la processione e dopo la Santa Messa, in chiesa viene esposto il Santissimo Sacramento e si prega in vario modo per lodare Dio e per riparare tutti i tipi di “brutture” operate nella notte dai “devoti di Halloween”. C’è poi la festa nei locali parrocchiali con tanti palloncini colorati, tante luci, tanti giochi, dolci e canti: è allora che grandi e piccoli si chiedono l’un l’altro: il simbolo che porti, che significato ha nella vita del santo di cui porti il nome? Insomma non più “dolcetto o scherzetto” ma “dimmi che santo sei”.

 
In Sardegna  dopo la visita al cimitero e la messa, si tornava a casa a cenare, con la famiglia riunita. A fine pasto però non si sparecchiava, lasciando tutto intatto per gli eventuali defunti e spiriti che avrebbero potuto visitare la casa durante la notte. Prima della cena, i bambini andavano in giro per il paese a bussare alle porte, dicendo: <<Morti, morti...>> e ricevendo in cambio dolcetti, frutta secca e in rari casi, denaro.
 

In Sicilia c'e' l'usanza di preparare doni e dolci per i bambini, ai quali viene detto che sono regali portati dai parenti trapassati. I genitori infatti raccontano ai figli che se durante l'anno sono stati buoni e hanno recitato le preghiere per le anime dei defunti, i "morti" porteranno loro dei doni.

Dolci Tradizionali

In Sicilia troviamo la mani, un pane ad anello modellato a forma di unico braccio che unisce due mani, e il pane dei morti, un pane di forma antropomorfa che originariamente si suppone fosse un'offerta alimentare alle anime dei parenti morti

Le strenne.


In
Sicilia
, le anime dei morti, il 2 novembre, recano i doni ai bimbi, doni che vengono appunto chiamati "cose dei morti".

 Per ottenerli, i bimbi recitano questa preghiera:



"Armi santi, armi santi (= anime sante)
Io sugnu unu e vuatri siti tanti: ( = io sono uno e Voi siete tante)
Mentri sugnu 'ntra stu munnu di guai
Cosi di morti mittiminni assai"



cose dei morti, cioè regali, mettetemene assai; s'intende nella scarpetta o nel cestello che i bimbi lasciano la sera appesa alla finestra o a capo del letto.
E i morti scendono a schiere bianche e spettrali, entrano in chiesa, assistono alla prima messa, poi si dirigono alle loro case a ritrovare i loro cari. L'ingenua fantasia del popolo li vede.

A Palermo una antica tradizione, legata alla festa dei morti, voleva che i genitori regalavano ai bambini dolci e giocattoli, dicendo loro che erano stati portati in dono dalle anime dei parenti defunti. Di solito per i maschietti si usava donare armi giocattolo, alle bimbe: bambole, passeggini, assi da stiro, fornelli. I più facoltosi regalavano tricicli e biciclette fiammanti. Al mattino si trovava il regalo nascosto in un punto insolito della casa, nella notte tra l'1 e il 2 novembre. La sera prima si nascondeva la grattugia perché si pensava che i defunti, a chi si fosse comportato male, sarebbero andati  a grattare i piedi! 

  La festa ha un origine e un significato che si collegano al banchetto funebre, di cui si ha ancora un ricordo nel "consulu siciliano" , il pranzo che i vicini di casa offrivano ai parenti, dopo che il defunto era stato tumulato.

  Celebri tra questi dolci sono quelli a forma umana, quali "i pupi ri zuccaru" detta Pupaccena: una statuetta cava fatta di zucchero indurita e dipinta con colori leggeri con figure tradizionali (Paladini, ballerini ed altri personaggi del mondo infantile) o di pasta di miele o i biscotti detti "ossa ri muortu" o “u pupu cu l’ovu”.

 

Tipici sono la tradizionale "muffulietta", un tipo particolare di pane (spugnoso e morbido) con poca mollica che si "conza" (si prepara) con OLIO, ACCIUGA, ORIGANO, SALE E PEPE con la variante del POMODORO fresco.  I frutti di martorana, fatti con pasta di mandorle e poi dipinti, sono spesso vere opere d'arte per la straordinaria somiglianza a quelli veri: nespole, castagne, pesche, fichidindia, arance e tanti altri che riempiono, associati al "misto" (u ruci mmiscu): il dolce misto fatto da rimasugli di biscotti impastati una seconda volta, bianco per la velatura di zucchero e marrone per la presenza di cacao; U CANNISTRU, con frutta secca, fichi secchi e datteri e che riempie la base , la martorana e i biscotti, 'a MURTIDDA e il tutto sormontato dalla Pupaccena. Per renderlo più scintillante bastava aggiungere dei cioccolattini con carta stagnola e filamenti di carta di diversi colori. a Palermo si svolge La Fiera dei Morti: bancarelle offrono ai vari visitatori nonché ai genitori l'opportunità di potere acquistare giocattoli, vestiario, dolciumi di ogni genere per preparare il tradizionale "Cannistru".

"In Cianciana (Sicilia) escono dal Convento di S. Antonio de' Riformati; attraversano la piazza e arrivano al Calvario: quivi, fatta una loro preghiera al Crocefisso, scendono per la via del Carmelo.

E' nel passaggio appunto che lasciano i loro regali ai fanciulli buoni.
Nel viaggio seguono questo ordine: vanno prima coloro che morirono di morte naturale, poi i giustiziati, poi i disgraziati, cioè i morti per disgrazia loro incolta, i morti "di subito", cioè repentinamente, e via di questo passo.



In
Casteltermini
(Sicilia) il viaggio è ogni sette anni, e i morti lo fanno attorno al paese, lungo le vie che devono percorrere le processioni solenni"

  

LE FAVE

 

Cibo di rito per la ricorrenza dei morti sono le fave.

"Secondo gli antichi - dice il Pitrè - le fave contenevano le anime dei loro trapassati: erano sacre ai morti. Presso i Romani avevano il primo posto nei conviti funebri".

Anche quest'uso fu dalla pietà cristiana portato sopra un piano più alto e riempito di un nuovo significato: poiché le fave, o anche i ceci lessi, in capaci bigonci venivano posti agli angoli delle strade e ciascuno vi poteva attingere a volontà. S'intende che più vi attingevano i poveri. Ancora oggi in Capitanata (Puglia) "molte famiglie cuociono in grosse caldaie notevoli quantità di ceci o di grano, che condiscono col succo degli acini di melograno, e ne offrono dei piatti ai poveri in suffragio delle anime dei defunti". Ora le fave dei morti sono, di regola, sostituite con dolci di egual nome, e di foggia più o meno simile.

 

Diocesi di Noto

La commemorazione dei defunti in Sicilia

La "festa dei morti" in Sicilia è una ricorrenza molto sentita, risalente al X secolo viene celebrata il 2 novembre, per commemorare i defunti. Si narra che anticamente nella notte tra l'1 ed il 2 novembre i defunti visitassero i cari ancora in vita portando ai bambini dei doni. Oggi questi doni vengono acquistati dai genitori e dai parenti nelle tradizionali "fiere", che si svolgono in molte parti della Sicilia. Qui vi si trovano bancarelle di giocattoli e oggetti vari da donare ai bambini. Questi ultimi vengono poi nascosti in casa e trovati dai bambini, al mattino presto, con una sorta di caccia al tesoro.

Oltre a giocattoli di ogni sorta, esiste l'usanza di regalare scarpe nuove talvolta piene di dolcetti, come i particolari biscotti chiamati "crozzi 'i mottu", ossa di morto e la frutta secca, biscotti e cioccolatini, la frutta di martorana e i pupi di zucchero, generalmente accompagnati da 'u cannistru', un cesto ricolmo di frutta secca, altro che il dolcetto di Halloween. In alcune parti della Sicilia viene preparata la muffoletta, "cunzata" la mattina del 2 Novembre, con olio sale pepe e origano. La giornata prosegue con la visita al cimitero dove riposano i loro defunti più vicini e più cari. In questi giorni e precisamente il 31 ottobre, vigilia della festa di Tutti i Santi, qualcuno celebra la festa di Halloween. Festa popolare di tipo pagano che a noi cristiani non ci interessa. Vi raccontiamo una bella esperienza di una parrocchia che si impegna a valorizzare le feste cristiane.

Bancarella di Frutta Martorana

(diffusissimi nei bar siciliani nei giorni della commemorazione dei morti)

Frutta Martorana

Pupi di Zucchero

 
In Veneto le zucche venivano svuotate, dipinte e trasformate in lanterne, chiamate lumere: la candela all'interno rappresentava cristianamente l'idea della resurrezione.
 

Per i contenuti di questa pagina ringraziamo i siti ed i libri:

(Estratto da: Paolo Toschi, "Invito al folklore italiano", Studium, Roma)

Da http://www.palermoweb.com/

www.correrenelverde.it

 da cui abbiamo preso molte notizie.

 Vedi anche:

Grifasi Sicilia

 

 

 

 
Poesie su questa ricorrenza
 

2 Novembre

Giovanni Teresi

L’autunno ripete il suo verso …

Il ricordo dei cari è impresso nel cuore.

Al profumo dei fiori,

al calore delle fiammelle,

la lapide bianca, fredda

perde un po’ della cruda realtà.

Tra le lettere

una carezza

un bacio sulla foto

ripetono l’affetto di sempre.

Dall’alto uno squarcio di luce

tra le brune foglie

accarezza col tepore la speranza

e col vento le umide gote.

 

                    

 

Domenico Alvino.

LO MURTICIELLO Il MORTICINO

Tutto sbamisso addò vace

sto criaturo

non tene chiù ssango

sulo lo friddo a re spalle

‘sta notte re vierno.

Lo vi’, s’allontana

manco no jato l’arriva

la mamma non tene chiù allucchi

sbalanca la vocca vacante.

Co re manélle vasciate

chjino re sigliuzzi

re làcreme assutte

addò vace

pe quera scuria...

E si care…?

Tutto spaurito

dove va questo bimbo

non ha più sangue

soltanto il freddo addosso

questa notte d’inverno.

Lo vedi, si allontana

neanche un fiato lo raggiunge

la mamma non ha più grida

spalanca la bocca vuota

Le manine abbassate

pieno di singhiozzi

di lacrime asciutte

dove va

per quel buio…

E se cade?

(Da Dialexis 2)

Presso la sua tomba

Ogni volta questo impossibile

dialogo con l’impossibile. Ogni volta

con lo sguardo allo scabro

una pietra che ha pensieri altrove

recandovi i tuoi probabili

pensieri, padre pietrificato

nella definitiva inconsolazione.

Ogni volta il ritrovarti è un lasciarti

dal mio pensiero inattinto

e ogni volta il lasciarti è il ritrovarti

pena di un amore impotente.

Eppure ti porto le nuove

di chi ti amò e di chi ti ama

o ti ha lasciato nell’angolo

con croci sparse a far tempio

a confino invalicabile.

Anche adesso, ecco la nuova:

ancora i cani sbavano sguinzagliati

sulla tua ombra inquieta, ancora

addentano il silenzio

che tu invochi.

 

(Da Appunti di Poesia)

 

Pubblicata su «Bloc Notes», 56, dicembre 08, p. 48.
L’ora

Sai l’ora che ti uccide

o ti ferisce

o solleva per altre vie

subbillate da improvvise

malinconie

ma di quella così attesa

ora negli interstizi 

del filo che ti conduce

a tenebra da tenebra

sai l’aculeo

o il profumo

o il peso insostenibile?

Vedi alberi che si muovono

alberi grandi che dormono

o le inquiete acque che cadono 

da giorno

a sera

a notte:

ogni stelo immoto

ogni motilità furiosa

o tacita pensosità

sottende

quell’attesa

che ti afferra

e sbilancia

tra un no e un sì.

Ma forse

non c’è strappo nel velo che s’apra

e s’intraveda l’attesa[1].

Allungaci la testa dentro

forse picchierà nel muro

o forse oltre ancora

vi rumoreggia

un vuoto

un buio

tempo che non protende

ora.
[1]              Se e quando capiti che per miracolo si scopra l’attesa che tiene come sospeso il mondo, sollevandosi il velo di Maia.
Schiumando

Lui che svanisce, per dare luogo ad altri.

Nel sonno per esempio

improvviso cadere

fino alle soglie ultime

prima

del nero

della pietra

ammonticchiare la stanchezza

vuotandovi lo scrigno

dello sguardo colmo

di lenti pensieri schiumando lo spazio

per nugoli

che spiano dalla siepe

l’avvio esule senza sentore

del breve della terra

sosta momentanea di voglie

inappagate

perse

 

(Da Poesia)

Morte di Nino

Il tempo di scappare dall’ultimo

al precedente, all’altro, al primo

respiro che lo tirò alla vita. 

Un piede in terra

fece per togliersi le coperte

o il male che gli era sopra

ammassato a colpi d’asma

che gli spezzavano le corse

di bambino scalzo

solo per il paese,

gli velavano negli occhi i sogni

che negli altri invece

rampavano

di passo in passo

a balzo a balzo.

Lui era costretto a fermarsi

a un angolo

la sua stella

si eclissava 

tutti gli occhi via

i tocchi nelle dita

gli restavano fin che tornasse

lena e luce 

nello sguardo altrui

che a volte e poi

sempre più spesso dovette strappare

con una piroetta da funambolo

che adesso non gli volle riuscire.

Roma, lunedì 30 giugno 2003.

Andante. Niente Brio

Rumore. Dietro. La pioggia dietro. Rumore di pioggia.

Dietro ad ogni cosa. Tu fai pure. È lì che cade.

Non c’è uno a dire. C’è l’altro dire, dentro il fare.

E il rumore di pioggia. Dietro. Pioggia dietro il fare

e dietro il dire. Quel rumore non rumore. Così costante.

Così compatto. La compattezza emerge. Viene su.

Muro. Di contenimento. Muro di contenimento. Di sopra

ci ballino pure. O come che cosa. Il basso continuo.

Sotto la melodia. O le bande ai funerali. Queste sì.

Perché chi muore muore. Non sei tu a doverlo.

Insomma è questa sicurezza. Del morire. Ecco. E poi

che verrà giorno. Da se stesso. Non sei tu a doverlo.

Sono gli altri. Porteranno cassa. Lumi. Anche lacrime.

Tu fa pure. Siano le tue cose. Tu sei lì che fai. E verranno.

Scalpiccii. Saliranno lenti. Senza scricchiolio. Brevità

di scale. E sono lì. Saranno dentro. Nel brusio. Finiti.

Spenti. E sarà tutto spento. Non sarà né inverno

né sabato né ora o notte. Sarà lo spento.

(Da Poesia)

 

                    

 
L’ ultima  benedizione
Armando Bettozzi

L’ odore  dell’incenso  seguitava

a  spandersi  intorno  al  catafalco

ad  ogni  sbuffo  di  nuvole  leggere

al  ritmato  cantilenar  di  catenelle.

 

Silenzio. In quel momento neanche un canto

nemmeno  un  pianto;  solo, sottovoce,

 il  mesto  pregar  del  prete,  il  tintinnio,

e  il  leggero  frusciar  dei  paramenti  sacri.

 

E  ancor  così,  durante  l’ aspersione

tutt’ intorno,  con  schizzi  d’ acqua  santa.

E  il  cuore,  stanco,  era  come  ipnotizzato,

affascinato, forse…forse  consolato.

 

E  c’eran  tanti  fiori…e  le  candele         

con  le  fiammelle  dritte  verso  il  cielo.

Come  a  una  festa,  ma senza  il  festeggiato:

ed  è  a  questo  pensier  che  il  cuor  si  ribellava !

Al Camposanto di Bettona
( a mio padre e a mia madre, e a ognuno che lì riposa in pace)
Armando Bettozzi

Al camposanto

che grande silenzio,

e come meglio si sente cantare

il pettirosso

tra bossi e cipressi!

Che pace! È il silenzio che avvolge,

tra i viali coi marmi allineati e fioriti,

dove l’anima è viva,

e la vita ancor vive d’amore e ricordi.

 

Solo, accompagna il silenzio,

lo sfregar della breccia a ogni passo.

                                                                                 

A sera i lumini

dan luce al gran buio

che il sole di giorno rischiara

e colora.

Come abat-jour sui comodini,

al sonno eterno danno compagnia

contr’ogni paura,

a grandi e bambini addormentati. 

 

Ha un guizzo leggero

a ogni ombra che passa, ogni fiammella,

finché col mattino

con voce animosa

ritorna a cantare, il pettirosso,

per chi in quel luogo di pace,

riposa.

 
11 Gennaio 2011

Per il 2 Novembre

In ricordo di Mamma e Babbo

che ora riposano entrambe al Camposanto di Bettona.

L’ Amore oltre…
(verso l’ultimo appuntamento)
Armando Bettozzi

Con pena mai spenta

amorevolmente guarda

l’immaginetta ovale e mestamente

sorride

come a cercare il ritorno d’un sorriso

da chi in quel marmo riposa, a cui

tutto il pianto possibile già ha donato.         

Mostra i crisantemi freschi

e accende il lumino,

intanto che in cuor dice l’orazione,

mentre la pena incontra uno spiraglio

verso quella pace

che già da tempo,

è la sola sua agognata mèta.

 

Sul cipresso, un pettirosso

svolazza chioccolando,

e a quello volge il viso e lo sguardo

e di nuovo sorride.

Un giorno si ritroveranno a chioccolare

insieme, pensa, e spera,

su quel cipresso che al cielo aspira

intanto che abbellisce:

“Questo tuo marmo

così tanto bianco,

così  tanto freddo”.

E teneramente lo accarezza,

come per scaldarlo.

mia madre                             

Armando Bettozzi - 2 Novembre 2007

Oltre l’ultimo viaggio
Armando Bettozzi

 

Creata dal male, orripilante creatura ,

                                   pauroso insieme di sbiancate ossa

più ti disdegno e più mi ronzi attorno

come fastidioso insetto schifoso,

fin dal via a questo mio andare,

sempre pronta a ghermire…

Raccapricciante metamorfosi

disgustosa e puzzolente, ma vanitosa

ti presenterai improvvisa come cercata ospite,

maledetta!     

                                   Ché, perfino, verrai 

                                   al mio ultimo tragitto verso i freddi marmi,

                                   a goderti il pianto, e i fiori…

e con me dividerai la notte eterna

e al mio vagare vorrai accompagnarti,

maleodorante compagna di viaggio …

E se l’anima mia non potesse…

se non potesse volare via da te

saresti padrona, tu, della mia morte:

ma qui tu perderai la tua partita !

Ché, anche se un passo in più il mio corpo non potrà…  

e contenta sarai per l’alt imposto

al bel percorso mio meraviglioso,

oltre non verrai.

Oltre, non potrai più seguirmi, 

e ritrarrai la tua spavalderia,

e ne soffrirai, brutta  vecchia  megera, 

                                   ancor più brutta con quegli occhi bucati

                                   per non veder chi miete

la falce tua roteante precisa ed impietosa;    

tu che porti sconforto con capezzoli indegni …

tu, donna, indegna,

che senza pudore assisterai al finir 

d’un amato esserci,    

mentre la luna scopre il malcelato ghigno

avvolto nel nero cappuccio del tuo mantello nero,

e l’anima mia volerà, finalmente,

oltre l’ultimo mio viaggio, libera!

 

23 Agosto 2006

Il mio 2 Novembre
Armando Bettozzi

Parla per tutti, il campanile, assorto,

con la campana e il suono suo più mesto.

Dice il cordoglio per qualcun ch’è morto,

e ben s’addice al funebre contesto.

 

Volan per l’aria tocchi cadenzati,

come un lamento, come quasi un pianto.

Io, non li sentirò, seppur suonati,

quando ai miei cari il còr lascerò affranto.

 

E li vedrò, allor, coi crisantemi,

e la fiammella tremula d’un cero,

portati quali doni ormai estremi,

sul mio giaciglio, in seno al cimitero.

 
2 Novembre 2012

Gratitudine
(Ferragosto… da cani)
Armando Bettozzi

Di colpo son spariti tutti quanti:

serrande chiuse…chiuse le persiane

e in giro c’è un mortorio…! Solo un cane

smarrito va, si ferma, va un po’ avanti,

 

poi torna, si rigira, e disperato

si sdraia e butta il muso sul catrame:

boccheggia, e quasi muore dalla fame

e non realizza: è stato abbandonato ?

 

Ma il suo padrone ieri ci giocava… (?!?)

Una vecchietta tutta malandata

passava: andava a far l’improvvisata

al marmo freddo e caro di chi amava,

 

e l’accarezza lieve con la mano.

Lui con fatica s’alza, e zitto, zitto

s’accoda a lei e come un derelitto

comincia a andarle appresso piano, piano.

 

Sul posto, poi, pensando fra di sé

il cane fa: “Quel giorno che anche tu

starai lì, e noi non ci vedremo più,

ci verrò io, qui a stare un po’con te”.

 

8 Agosto 2007

Nonna Rosa s’è arresa…21 Settembre 2013
Armando Bettozzi

Addio alla mamma

Così, s’è spenta…in tal modo leggero!

sulle lenzuola dov’era distesa

da tempo, oramai…Così tanto, tempo!

Dove le piaghe non l’hanno corrotta

ché l’ha impedito con forza la figlia,

con le rinunce, che furon di lei

quando la sua creatura cresceva,

quando per lei tutta sé prodigava.

Pur se di ciò nulla più le giungeva,

lì, in quel suo limbo dov’era finita

poi che condanna sì ingiusta, la colse.  

E, per la figlia, ora, era, la figlia,

la povera madre assente, lontana,

in chi lo sa qual rifugio, ancorata…

Senza contatti…senza un segnale

da avere…da dare…

neppure un nome…da dire fra sé…

Or l’abbandono è totale…infinito…

Così, se n’è andata…senza un saluto,

da avere, da dare…

E quella pace che già l’avvolgeva,

ora l’avvolge, senza essere male,

ma pace vera, sia in terra che in cielo.

Ora lo vede, la figlia adorata,

quel che ha passato, con lei, a curarla,

ora lo sa, e è contenta, è amore:

per quel che ha amato, si sente riamata.

E da quel mondo suo, nuovo, alla figlia,

ora ch’è un angelo,

teneramente sorride, e saluta,

ed a sua volta, l’assiste, l’aiuta,

per quest’assenza che or…l’ha svuotata.

 

21 Settembre 2013

Armando Bettozzi
Se non dovessi andar per primo io                

(a Lisa)

 

Se non dovessi andar per primo io,

e fossi invece tu ad andare via

da sola, senza me, sarebbe ria

inver, la sorte mia, ed un rinvio,

 

una proroga, con forza al buon Dio

io urlerei, perché la vita mia

sarebbe una terribile agonia

per tutto il tempo che ancor fosse il mio.

 

Il fatto, Lisettina, è che t’ho amata

e t’amo, e anche solo immaginare

di non averti accanto, ove sei stata

 

dal primo incontro ad ora, mi fa male.

Forse è egoismo, ché non sto a pensare

al tuo soffrir per me…E allor m’assale

 

una vision ferale

che il cuor ferisce e toglie anche il respiro

e come inebetito sto…E sospiro…

 

3 Luglio 2012

                   

Giosuè Carducci - Pianto Antico Giuseppe Grangetto

Ri-creazioni alfabetiche attraverso la caleidoscopica lente dell’ANAGRAMMA  (unità di lavoro: i singoli versi)
Versione funebre

PIANTO  ANTICO

L’ALBERO  A  CUI  TENDEVI

LA  PARGOLETTA  MANO,

IL  VERDE  MELOGRANO

DA’  BEI  VERMIGLI  FIOR, 

NEL  MUTO  ORTO  SOLINGO

RINVERDÌ  TUTTO  OR  ORA

E  GIUGNO  LO  RISTORA

DI  LUCE  E  DI  CALOR. 

TU, FIOR  DE  LA  MIA  PIANTA

PERCOSSA  E  INARIDITA, 

TU  DE  L’INUTIL  VITA

ESTREMO  UNICO  FIOR,

SEI  NE  LA  TERRA  FREDDA, 

SEI  NE  LA  TERRA  NEGRA; 

 NÉ  IL  SOL  PIÙ  TI  RALLEGRA

NÉ  TI  RISVEGLIA  AMOR.

CANTI  PIO  NATO

LÌ  DIVA  LUCE … (O TENEBRA?)

A  LOTTA  PORGA  L’AMEN.

IN  ME  ’L  GRAVE  DOLORE

VIBRA ... EREM  DI  FIGLIO. 

LUNGI  LO  MORTO  ONESTO

RITROVÒ  URNA  DI  RETTO.

OGGI  T’ORO  IN  SU  L’ARE :

UDIRÀ  DOLCE  CIEL !?!

TU  FAI  PIAN,  ALA  DI  MORTE !

 ADE :  CORPI  STESI  IN  ARA

UDÌ  VALENTI  LUTTI

C’È  FIORE  IN  SU  MORTO.

LÌ  ADE  FRA  NERE  STRADE

È  RE  NE  L’INGRATA  SERA.

PORTI  SULL’ARE  LI  ANGELI ...

MIGLIOR  VITA ... SERENA !?!

                   

Triste realtà
Giovanni Teresi
Il tempo trascina le ore,

travolge il presente …

cresce sulle lapidi il muschio, e

tra le lettere consunte,

un timido lumino

rischiara le tenebre.

Un  fiore, ch’era gioia

di profumi e colori ,

anch’esso reciso alla natura,

è posto come a fermare

i ricordi …. il freddo.

Triste e doloroso giorno

rapito dall’infinito!

Accanto la solitudine la foto

 e il volto ch’offre ancora

un attimo di sorriso.

Tra rami rinsecchiti

si nasconde il tempo

e nella nuda umida terra

il passato.

Il peso del tempo

Giovanni Teresi
Si raccolgono i sapori d’autunno …

L’umida terra imprigiona gli affetti,

i ricordi.

Il fragile tempo conta gli attimi,

dipinge  il silenzio sulle tenere corolle

di fiori già appassiti.

Nelle stelle è lo sguardo,

l’eterno volgere del destino,

tutto ciò che è passato.

Una fioca lucerna 

illumina il sorriso d’una  cara foto ingiallita.

Cadono brunite le foglie

assecondando il battito della vita.

Emozioni d’autunno
Giovanni Teresi
In quell’esteso campo ancor serbato,

protetto nella sua natura,

le verdi vigne hanno offerto

i succosi grappoli d’uva …

Nell’aria l’odor di mosto

invade l’alberata via

fino alle rustiche case.

Brunito è il colore delle foglie,

che ondeggiano leggere

posandosi sulle dure zolle.

I rami mostrano le copiose ragnatele,

la loro semplice nudità.

Anche i tetti sembrano di rame,

tegole impregnate del debole sole …

Attraversar quella via alberata

che volge al tramonto,

è come vestirsi di foglie umide,

cullate dal tempo …

il passo le sbriciola in polvere.

L’autunno dipinge di bruno i monti,

le minacciose nuvole;

conserva gli odori, le emozioni,

gli amori appena passati.

Le briciole di luce fendono

il fumo odoroso delle arse sterpaglie

posandosi sulle nude pietre.

Attraversar quella via alberata

che dritta porta al paese,

è come vivere un sogno leggero

tra le luci della luna.
 

                   

Giuseppina Bonsignore
Pensiero
 

Ritorna adesso più che mai questo pensiero della morte

e nel mio tempo che va verso la fine,

io non posso lamentarmi: ho avuto buona sorte.

Se nel sogno mio voi padre e madre, da quel confine

dove è vietato entrare, non m’apparite,

siete, però, sempre con me a placare

ogni dì, tutte quante le ferite.

Mi ritrovo spesso a pensare

a chi da poco o da tempo

è andato e quelle sembianze care

mi fanno compagnia, in un momento

quando di loro sento nostalgia. Amare

lacrime scorrono: lacrime che allora non versai.

Io prego, perché l’ultimo mio cammino lieve sia.

La storia umana è questa. Se hai fede solo mai sarai ,

non affannare il cuore adesso, segui la tua via.

 

Francesca Luzzio
A  mia madre
 
E’marzo inoltrato

ma non sembra primavera stamattina

e con pena mi rimetto nel solito cammino

 

 

Indosso il  tuo cappotto buono, di qualità

e risento il tuo odore, la tua presenza

costante e schiva .

 

 

Il  tuo cappotto non è la tua eternità

 è  solo consistenza di odori

in questa terrestrità.

 

 

Tu mi coccoli, mi metti il fiocco…

Memoria d’olfatto.

Appena toglierò il cappotto, sparirà?

                   

Ritorno
Gabriele Prignano
 
Dimmi, dimmelo

odi tu come io odo

suono di flauto astrale

che volo radente accompagna

nel Tempio del Silenzio

ove luce diserta

né suono arriva

di voce tua né d’arpa né pianto

ma passi felpati  Suoi

di nostra Signora e Madre

che lontani ripone

corpi d’amanti ora stanchi.

Vuoto e stupito io vado

incontro ad astri danzanti

oltre sogni e memoria

oltre te

mio respiro, mio amore, mia vita

dimmi dimmelo

te, figlia di vento

di Luna e di mare

te io guardo e canto

in ventre del cielo nuotando

e vento sua nenia sussurra

a tese tue orecchie

e me invita e  implorante t’abbraccio

e dolce colomba tuo cuore salti

leggero si posi vibrante

in palmo di gelida mia mano

e grazie dico tornando

né di sole rose

ma di verdi fronde d’ulivo

lieto io vesto e adorno

tuo corpo celeste

e grani di topazio e stelle

su tua fronte fulgente.

 Perdente indietreggia la Morte

e incredulo ti abbraccio carezzo ti bacio.

 

                   

 
 
 

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