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Voltaire (François Marie Arouet)
(Parigi, 21 novembre 1694 – Parigi, 30 maggio 1778) - (Per le Citazioni - clicca)
 

                    

 
 

 

“Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo.”
Attribuita a Voltaire ma in realtà è una citazione della biografia “Gli amici di Voltaire”, della scrittrice Evelyn Beatrice Hall.
 

François-Marie Arouet più noto con lo pseudonimo di Voltaire è stato un filosofo, drammaturgo, storico, autore di pamphlets (opuscoli satirici e polemici), saggi, satire e racconti brevi nei quali divulga la scienza e la filosofia della sua epoca, poeta e scrittore francese. Il nome di Voltaire è indissolubilmente legato al movimento culturale dell'illuminismo, di cui fu uno degli animatori e degli esponenti principali, insieme a Montesquieu, Locke, Rousseau e du Châtelet. Come banditore del nuovo sapere si affianca all'Enciclopedia. Il filosofo intrattiene inoltre una voluminosa corrispondenza con scrittori e sovrani europei.

 

« Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d'intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude (clicca per sapere aude)! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell'Illuminismo.»

 

Dipinto di Charles Gabriel Lemonnier rappresentante la lettura della tragedia di Voltaire, in quel tempo esiliato, L'orfano della Cina (1755) nel salotto di madame Geoffrin a Rue Saint-Honoré. I personaggi più noti riuniti intorno al busto di Voltaire sono Rousseau, Montesquieu, Diderot, d'Alembert, Buffon, Quesnay, Richelieu e Condillac.

 

Voltaire e Diderot al Café Procope

 

François-Marie Arouet nasce il 21 novembre 1694 a Parigi in una famiglia appartenente alla ricca borghesia. Come lo stesso pensatore sostenne a più riprese. Il padre François Arouet, era un ricco notaio, conseiller du roi, alto funzionario fiscale ed un fervente giansenista, mentre la madre, Marie Marguerite d'Aumart, era appartenente ad una famiglia vicina alla nobiltà. I suoi studi iniziarono nel 1704 presso il rinomato collegio gesuita di Louis-le-Grand. In questo periodo il giovane Voltaire dimostra una spiccata inclinazione per gli studi umanistici, soprattutto retorica e filosofia. Seppur molto critico nei confronti dei gesuiti, Voltaire maturerà una grande ammirazione nei confronti dei suoi insegnanti e delle opere svolte dalla Compagnia di Gesù in Cina e Paraguay. Nel 1711 lascia il collegio e s'iscrive, per volere paterno, alla scuola superiore di diritto. Nel 1713 lavorò come segretario all'Ambasciata francese all'Aja, poi tornò a Parigi per svolgere il praticantato presso un notaio, onde seguire le orme paterne; in realtà egli desiderava sottrarsi alla pesante influenza del genitore, e cominciò a scrivere articoli e versi duri e caustici verso le autorità costituite. A causa dei suoi scritti ebbe una vita molto travagliata che gli causarono, fra le varie difficoltà, anche l'arresto e la reclusione alla Bastiglia oltre che un lungo periodo di esilio in Gran Bretagna. Qui, grazie alla conoscenza di uomini di cultura liberale, scrittori e filosofi come Robert Walpole, Jonathan Swift, Alexander Pope e George Berkeley, maturò idee illuministe contrarie all'assolutismo feudale della Francia. nel 1746 fu nominato storiografo e membro dell'Académie Française; ma Voltaire, seppur apprezzato da parte della nobiltà, non incontrava affatto la benevolenza del sovrano assoluto: così, di nuovo in rotta con la corte di Versailles, accettò l'invito del re di Prussia, che lo considerava un suo maestro.

 Federico II° il Grande Re di Prussia  

A Ginevra, Losanna (1750 - 1755) cominciò la più feconda fase della produzione Voltairiana, che univa l'Illuminismo e la fiducia nel progresso col pessimismo dovuto alle vicende personali e storiche (prima fra tutto il disastroso terremoto di Lisbona del 1755, che minò la fiducia di molti philosophes nell'ottimismo acritico).

In occasione della morte di Jean Calas (1763) scrisse il Trattato sulla tolleranza ed il Dizionario filosofico (1764), tra le opere non narrative più importanti del periodo, che vide anche la collaborazione con l'Encyclopédie di Diderot e D'Alembert.

In una delle ultime opere filosofiche, Le philosophe ignorant (1766), Voltaire insistette sulla limitazione della libertà umana, che non consiste mai nell'assenza di qualsiasi motivo o determinazione.

Pensiero politico

Costituzionalismo e dispotismo illuminato

Voltaire non credeva che la Francia (e in generale ogni nazione) fosse pronta ad una vera democrazia: perciò, non avendo fiducia nel popolo (e questo fu una delle idee che rendevano il suo pensiero simile a quello di Rousseau), non sostenne mai idee repubblicane (benché, dopo la morte, sia divenuto uno dei "padri nobili" della Rivoluzione).

Anche la repubblica ginevrina, che gli apparve giusta e tollerante, si rivelò un luogo di fanatismo. Lontano da idee populiste e anche radicali, la sua posizione politica fu quella di un liberale moderato, avverso alla nobiltà ma sostenitore della monarchia assoluta nella forma illuminata (anche se ammirava molto come "governo ideale" la monarchia costituzionale inglese) come forma di governo: il sovrano avrebbe dovuto governare saggiamente per la felicità del popolo, proprio perché "illuminato" dai filosofi.

Lo stesso Voltaire trovò realizzazione delle sue idee politiche nella Prussia di Federico II°, che con le sue riforme acquistò un ruolo di primo piano sullo scacchiere europeo. Il sogno del filosofo si rivelò poi inattuato, rivelando in lui, soprattutto negli anni più tardi un pessimismo di fondo attenuato dalle utopie vagheggiate nel Candido, l'impossibile mondo ideale di Eldorado, dove non esistono fanatismi, prigioni e povertà, e la piccola fattoria autosufficiente dove il protagonista si ritira per lavorare, in una contrapposizione borghese all'ozio aristocratico.

 

Sulle riforme sociali

 

Accolse inoltre favorevolmente le tesi del Beccaria sull'abolizione della tortura e della pena di morte, come si evince dal commento molto positivo che fece all'opera Dei delitti e delle pene. Per Voltaire l'eguaglianza formale è una condizione di natura, l'uomo è schiavo a causa delle guerre e dell'ingiustizia; l'eguaglianza sostanziale non c'è perché ognuno svolga la sua funzione (cfr. Dizionario filosofico, alla voce Eguaglianza, con l'esempio del cuoco e del cardinale). Economicamente aderisce al laissez faire liberale che muove i primi passi con l'Illuminismo.

 

Pensiero filosofico

 

Voltaire nel 1718. 

Immerso nello studio della cultura anglosassone, Voltaire rimane accecato dalle luminose e rivoluzionarie dottrine scientifiche di Newton e dal deismo e l'empirismo di John Locke. Egli trae, da questo incontro con la filosofia inglese, il concetto di una scienza concepita su base sperimentale intesa come determinazione delle leggi dei fenomeni e il concetto di una filosofia intesa come analisi e critica dell'esperienza umana nei vari campi. Nacquero così le Lettres sur les anglais o Lettres philosophiques (1734) che contribuirono ad allargare l'orizzonte razionale europeo ma che gli attirarono addosso i fulmini delle persecuzioni.

Le Lettres vengono condannate, per quanto riguarda i princìpi religiosi, da coloro che sostenevano la necessità politica dell'unità di culto; dal punto di vista politico, esse, esaltando l'onorabilità del commercio e la libertà, si opponevano spudoratamente al tradizionalistico regime francese, e dal lato filosofico, in nome dell'empirismo, tentavano di svincolare la ricerca scientifica dall'antica subordinazione alla verità religiosa. Il programma filosofico di Voltaire si delineerà in maniera più precisa successivamente con il Traité de métaphisique (1734), la Métaphisique de Newton (1740), Remarques sur les pensées de Pascal (1742), il Dictionnaire philosophique (1764), il Philosophe ignorant (1766), per citare i più importanti.

Non mancano, tuttavia, nelle sue opere, accenti critici contro gli inglesi (ad esempio, Capitolo XXIII di Candido).

 

« Ogni volta che guardo il cielo stellato, non posso non pensare che, se esiste un così perfetto orologio, esista un orologiaio » - (Voltaire)

Pagina autografa dal Trattato sulla tolleranza.

 

Il problema che Voltaire principalmente si pone è l'esistenza di Dio, conoscenza fondamentale per giungere ad una giusta nozione dell'uomo. Il filosofo non la nega, come alcuni altri Illuministi che si dichiaravano atei (Diderot, D'Holbach e altri) perché non trovavano prova dell'esistenza di un Essere Supremo, ma nemmeno, nel suo razionalismo, assume una posizione agnostica.

Egli vede la prova dell'esistenza di Dio nell'ordine superiore dell'universo, infatti così come ogni opera dimostra un artefice, Dio esiste come autore del mondo e, se si vuole dare una causa all'esistenza degli esseri, si deve ammettere che sussiste un essere creatore.

La sua posizione fu pertanto deista, come già accennato. Dunque Dio esiste e sebbene abbracciando questa tesi si trovino molte difficoltà, le difficoltà che si pongono abbracciando l'opinione contraria sarebbero ancora maggiori. Il Dio di Voltaire non è il dio rivelato, ma non è neanche un dio di una posizione panteista, come quella di Spinoza. È una sorta di Grande Architetto dell'Universo, un orologiaio autore di una macchina perfetta.

Voltaire non nega una Provvidenza, ma non accetta quella di tipo cristiano; secondo le sue convinzioni (come quelle di molti del suo tempo), l'uomo nello stato di natura era felice, avendo istinto e ragione, ma la civiltà ha contribuito all'infelicità: occorre quindi accettare il mondo così com'è, e migliorarlo per quanto è possibile. Aveva contribuito a queste sue convinzioni lo studio di Newton, conosciuto, come detto, nel periodo inglese: la cui scienza, pur rimanendo estranea, in quanto filosofia matematica, alla ricerca delle cause, risulta strettamente connessa alla metafisica teistica, implicando una razionale credenza in un Essere Supremo (Etre Supreme, a cui si ispirerà vagamente il Culto della Ragione di Robespierre).

Voltaire crede in un Dio che unifica, Dio di tutti gli uomini: universale come la ragione, Dio è di tutti.

 

Il Trattato e le argomentazioni sulla tolleranza

 

Voltaire predica, al posto di tanta inutile violenza, la carità poiché "là dove manca la carità la legge è sempre crudele" mentre "la debolezza ha diritto all'indulgenza". "La tolleranza è una conseguenza necessaria della nostra condizione umana. Siamo tutti figli della fragilità: fallibili e inclini all'errore. Non resta, dunque, che perdonarci vicendevolmente le nostre follie. È questa la prima legge naturale: il principio a fondamento di tutti i diritti umani". "Il diritto all'intolleranza è assurdo e barbaro: è il diritto delle tigri; è anzi ben più orrido, perché le tigri non si fanno a pezzi che per mangiare, e noi ci siamo sterminati per dei paragrafi" vedi commento cliccando su questo trattato cliccando

 

Conclusioni

 

In generale Voltaire ha rappresentato l'Illuminismo, con il suo spirito caustico e critico, il desiderio di chiarezza e lucidità, il rifiuto del fanatismo superstizioso, con una ferma fiducia nella ragione, ma senza inclinazioni eccessive all'ottimismo e alla fiducia nella maggior parte degli individui. Egli  accusa violentemente l'ottimismo ipocrita, il "tout est bien" e la teoria dei migliori dei mondi possibili, perché fanno apparire ancora peggiori i mali che sperimentiamo, rappresentandoli come inevitabili ed intrinseci nell'universo. Ad esso oppone il vero ottimismo, ovvero la credenza nel progresso umano di cui la scienza e la filosofia illuminista si fanno portatori.

 

Citazioni di Voltaire

 
  • Ai vivi si devono dei riguardi, ai morti si deve soltanto la verità. (da Prima lettera a M.me de Genonville sull'Edipo, 1719)

  • Alla corte, figliolo, l'arte più necessaria | Non è di parlar bene, ma di saper tacere. (da L'Indiscret)

  • Ama la verità, ma perdona l'errore. (da Discours en vers sur l'homme)

  • Aime la vérité, mais pardonne à l'erreur.

  • C'è chi in seconda fila brilla e in prima s'eclissa. (da La Henriade)

  • È dal Nord che oggi ci viene la luce.

  • C'est du Nord aujourd'hui que nous vient la lumière.

(da Épitre à l'imperatrice de Russie, Cathérine II, 1771, v. 8)

  • È uno scrittore [Marivaux] che conosce tutti i viottoli del cuore umano, ma non sa la strada maestra. (citato in Fernando Palazzi, Dizionario degli aneddoti, Baldini Castoldi Dalai, 2000).

  • Ed ecco per l'appunto come si scrive la storia. (da Charlot ou la Comtesse de Givry, I, 7)

  • Et voila justement comme on écrit l'histoire!

  • Egli compilava, compilava, compilava.

  • Il compilait, compilait, compilait.

(da Le pauvre diable, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 240)
  • I mulatti sono semplicemente una razza bastarda. (citato in Gianni Scipione Rossi, Razzismo. Il buio della ragione nel secolo dei lumi)

Voltaire e Federico II°

  • I tiranni hanno sempre una qualche sfumatura di virtù; supportano le leggi, prima di distruggerle. (citato in Call of Duty 4: Modern Warfare)

  • Il dubbio non è piacevole, ma la certezza è ridicola. Soltanto gl'imbecilli sono sicuri di ciò che dicono. (citato in Indro Montanelli, L'Italia del Settecento, Rizzoli, 1971)

  • Il segreto per annoiare sta nel dire tutto.

  • Le secret d'ennuyer est celui de tout dire.

(da Discorso in versi sull'uomo, 6)
  • Il superfluo, cosa quanto mai necessaria. (da Le Mondain, v. 22)

  • La moda di amare Racine passerà come [quella del] caffè. (da: Oeuvres, vol. IV)

  • La storia è una burla che i vivi giocano ai morti. (citato in Indro Montanelli, L'Italia del Settecento, Rizzoli 1971)

  • La storia non è che il quadro dei delitti e delle disgrazie.

  • L'histoire n'est que le tableau des crimes et des malheurs.

(da L'Ingènu, histoire véritable, cap. X)
  • Non affermo niente; ma mi contento di credere che ci sono più cose possibili di quanto si pensi. (citato in Patrizia de Mennato, La ricerca «partigiana», Libreria CUEM, Milano 1994.)

  • Non che il suicidio sia sempre follia. Ma in genere non è in un accesso di ragione che ci si ammazza. (da Lettera a Mariott)

  • Non possiamo sempre compiacere gli altri, ma possiamo sempre parlare in modo compiacente. (citato in Selezione dal Reader's Digest, dicembre 1962)

  • Non vi è forse nulla di più grande, sulla terra, del sacrificio della giovinezza e della bellezza compiuto dal gentil sesso - giovani spesso di nobili natali - al fine di poter lavorare negli ospedali per l'alleviamento della sofferenza umana. La vista del qual sacrificio è cosa rivoltante, per il nostro animo delicato. Gli individui che si sono staccati dalla religione romana hanno imitato in modo assai imperfetto un così alto spirito di carità (citato in Thomas E. Woods, Come la Chiesa cattolica ha costruito la civiltà occidentale, Cantagalli 2007, pag. 177-178)

  • Quando la gente comincia a ragionare, tutto è perduto.

  • Quand la populace se mêle de raisonner, tout est perdu.

(da Correspondance, 1/4/1766)
  • Quando occorre, sono serissimo; ma vorrei non essere noioso. (da La pulzella d'Orléans)

  • Se Dio non esistesse bisognerebbe inventarlo.

  • Si Dieu n'existait pas, il faudrait l'inventer.

(da Épître 104 – Épître à l'Auteur du Livre des Trois Imposteurs, v. 22)
  • Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo.

  • Trovo abominevoli le cose che dici, ma darò la vita perché tu possa dirle.

  • I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it.

Tale citazione, anche in altre formulazioni, viene solitamente attribuita a Voltaire, ma trova in realtà riscontro soltanto in un testo della scrittrice americana Evelyn Beatrice Hall, scrittrice conosciuta sotto lo pseudonimo di Stephen G. Tallentyre, in The Friends of Voltaire, biografia del filosofo del 1906. La citazione non ha altresì alcun riscontro in qualsivoglia opera di Voltaire.

Quegli stolti preferivano essere in disaccordo col Sole piuttosto che trovarsi d'accordo col Papa!

Citato in Piero Tempesti, Il calendario e l'orologio, Gremese Editore, 2006, p. 66.

Secondo altre fonti sarebbe una citazione di Giovanni Keplero.

Citazioni senza fonte

Le citazioni di questo paragrafo non sono sostenute da un'indicazione precisa delle fonti.
  • Amici miei, o gli astri sono grandi geometri, o sono stati disposti da un eterno geometra.

  • Che cos'è la politica se non l'arte di mentire a proposito?

  • Chi dice il segreto degli altri è un traditore; chi dice il proprio è uno sciocco.

  • Di tutte le scienze la più assurda, la più capace di soffocare il genio, è la geometria. Questa scienza ridicola ha per oggetto superfici, linee, punti che non esistono in natura. La geometria è solo uno scherzo di cattivo gusto.

 
 
  •  Essere veramente liberi è potere. Quando posso fare ciò che voglio, ecco la libertà.

  • È meglio correre il rischio di salvare un colpevole piuttosto che condannare un innocente.

  • Gli uomini discutono, la natura agisce.

  • Gli uomini sono eguali; non la nascita, ma la virtù fa la differenza.

  • I libri più utili sono quelli dove i lettori fanno essi stessi metà del lavoro: penetrano i pensieri che vengono presentati loro in germe, correggono ciò che appare loro difettoso, rafforzano con le proprie riflessioni ciò che appare loro debole.

  • Il popolo deve essere guidato e non istruito.

  • Il riposo è una buona cosa, ma la noia è sua sorella.

  • Il senso comune non è così comune.

  • Il sentimento di giustizia è così universalmente connaturato all'umanità da sembrare indipendente da ogni legge, partito o religione.

  • Il successo è sempre stato figlio dell'audacia.

  • Il superfluo, cosa quanto mai necessaria.

  • La bellezza è gradita agli occhi, ma la dolcezza affascina l'animo.

  • La gente cerca la felicità come un ubriaco cerca casa sua: non riesce a trovarla ma sa che esiste.

  • La pace è preferibile alla verità.

  • L'amore è di tutte le passioni la più forte perché attacca contemporaneamente la testa, il cuore e il corpo.

  • L'amore è un canovaccio fornito dalla natura e ricamato dall'immaginazione.

  • L'amore non è cieco. Cieco è l'amor proprio.

  • L'anarchia è l'abuso della repubblica, come il dispotismo è l'abuso del potere monarchico.

  • L'arte della medicina consiste nel divertire il paziente mentre la natura cura la malattia.

  • L'uomo è nato per l'azione, come il fuoco tende verso l'alto e la pietra verso il basso. Non essere occupato e non esistere è per l'uomo la stessa cosa.

  • Non è il momento di farsi nuovi nemici.(nel letto di morte, all'esortazione di un prete a rinunciare al diavolo e tornare a Dio)

  • Non parlerei tanto di me se ci fosse qualcun altro che conoscessi egualmente bene.

  • Non si è perduto niente quando ci resta l'onore.

  • Per la maggior parte delle persone correggersi vuol dire cambiare i propri difetti.

  • Ogni uomo è colpevole di tutto il bene che non ha fatto.

  • Quando colui che ascolta non capisce colui che parla e colui che parla non sa cosa stia dicendo: questa è filosofia.

  • Se abbiamo bisogno di leggende, che queste leggende abbiano almeno l'emblema della verità! Mi piacciono le favole dei filosofi, rido di quelle dei bambini, odio quelle degli impostori.

  • Tu mi domandi infine, carissimo, in che cosa consista la virtù? Consiste nel far del bene. Operiamo bene, e tanto basta; e non staremo a guardare troppo al motivo.

  • Tutti i vizi di tutte le età e di tutti i paesi del globo riuniti assieme, non eguaglieranno mai i peccati che provoca una sola campagna di guerra.

  • Un proverbio saggio non prova niente. Viviamo in società. Per noi dunque niente è davvero buono se non è buono per la società. Candido

  • Gli sciocchi ammirano ogni parola d'un autore famoso; io leggo per me solo, e mi piace soltanto quello che fa per me. (cap. XXV)

  • Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno.

  • Oh, migliore dei mondi possibili, dove sei adesso?

  • Tutto è bene, tutto va bene, tutto va per il meglio possibile.

  • Tout est bien, tout va bien, tout va le mieux qu'il soit possible.

  • Volli uccidermi 100 volte, ma amavo ancora la vita. Questa ridicola debolezza è forse una delle più funeste delle inclinazioni umane: infatti può darsi una cosa più sciocca che ostinarsi a portare il fardello che si vorrebbe continuamente buttare a terra?

  • Tolleranza - Gli uomini odiano coloro che chiamano avari solo perché non ne possono cavare nulla.

  • Tolleranza - Ho letto negli aneddoti della Storia d'Inghilterra ai tempi di Cromwell che una candelaia di Dublino vendeva ottime candele fatte col grasso degli Inglesi. Qualche tempo dopo uno dei suoi avventori si lamentò con lei del fatto che le sue candele non erano più così buone: Ahimè disse la donna è che gli Inglesi ci sono mancati in questo mese. Io mi domando chi fosse più colpevole, se quelli che sgozzavano gli Inglesi o questa donna che faceva candele col loro grasso.

  • Tolleranza - Il fanatismo sta alla superstizione come il delirio alla febbre.

  • Il mondo è certamente una macchina meravigliosa; esiste quindi nel mondo un'intelligenza meravigliosa, in qualunque parte essa sia.

  • Le monde est assurément une machine admirable; donc il y a dans le monde une admirable intelligence, quelque part où elle soit. (Ateismo II; citato in Legarde, Michard, XVIIIe siècle, Bordas pag. 114)

Tolleranza
  • Tolleranza - L'orgoglio dei piccoli consiste nel parlare sempre di sé, quello dei grandi nel non parlarne mai.

La Henriade Paris : Duchesne u.a., 1769

  • Tolleranza - La carestia, la peste e la guerra sono i tre ingredienti più famosi di questo mondo.

  • La superstizione mette il mondo intero in fiamme; la filosofia le spegne.

  • La superstition met le monde entier en flammes; la philosophie les éteint.

Tolleranza
  • Tolleranza - Le verità della religione non sono mai capite così bene come da quelli che hanno perso la capacità di ragionare.

 
Citazioni su Voltaire
  • Il Settecento è Voltaire. (Victor Hugo)

  • Il signor di Voltaire, a un parrucchiere che gli dava consigli sull'arte di poetare, rispose: "Mastro Andrea, fate parrucche..." Chiedo a me stesso se il grande scrittore francese non sarebbe stato più accorto consigliando a mastro Andrea di studiare la prosodia! (Federico De Roberto)

  • Possiamo far meglio di Voltaire, superando gli abusi della religione e guardando il positivo del credere. (Julia Kristeva)

  • Voltaire è quello che ha inventato la storia. (Marie de Vichy-Chamrond)

  • VOLTAIRE. Celebre per il suo spaventevole «rictus». Conoscenze scientifiche superficiali. (Gustave Flaubert)

  • Voltaire, il quale, più della verità, cercava il paradossale e il nuovo, nel suo Discorso sulla poesia epica lodò gli Araucana di don Alonso de Ercilla come l'epopea della Spagna; non altrimenti che epopea dell'Italia pose la Gerusalemme liberata. Incapace egli per indole e abitudine d'intendere il sublime, il semplice, il puro; angusto per pregiudizio di scuola e per culto della forma, badando alla distribuzione anziché al fondo, pretendeva restringere ogni poema nel preconizzato modello di Virgilio. Ma poema d'una nazione è quello dove trovansi ritratte la vita, la credenza, le cognizioni di essa in un dato tempo, e massime di que' tempi primitivi, dove la mistura eterogenea non alterò, né l'incivilimento spianò ancora le forme, che perpetuamente costituiranno il carattere di essa. (Cesare Cantù)

  • […] ricordando una frase che è nella voce «letterati» del dizionario di Voltaire – «la più grande sventura dell'uomo di lettere forse non è quella di essere oggetto della gelosia dei colleghi, vittima dell'intrigo, disprezzato dai potenti; ma quella di essere giudicato dagli imbecilli» – possiamo aggiungere, ricordando questa frase, che Borgese ebbe, davvero in questo senso, «tutto»: tanti altri scrittori lo invidiarono, qualche intrigo fu ordito a suo danno, qualche potente lo disprezzò al punto di volerlo perdonare. Ma sopratutto ebbe quella che, secondo Voltaire, è la sventura maggiore: che molti imbecilli lo giudicarono e forse ancora, senza conoscerlo, continuano a giudicarlo. (Nota di Leonardo Sciascia a Le belle di G.A. Borgese, p. 176)

  • In nessuna epoca, in nessun Paese c'è mai stato un intellettuale più "moderno" di Voltaire. Seguita ad esserlo, vecchio di due secoli. Non si può pensare in modo più libero di lui. Non si può scrivere in modo più penetrante di lui. Fu, e rimane, il "maestro" per antonomasia. - Indro Montanelli

  • Non si può scrivere meglio di Voltaire, non si possono dire cose più serie con più aerea leggerezza ("La solennità è una malattia" diceva. E se i suoi colleghi italiani lo avessero ascoltato!...), con più perfetto dosaggio di furore, d'umorismo e di fantasia picaresca. - Indro Montanelli

  • Erano cento i volumi comparsi sotto il nome di Voltaire, e non ce n'era uno che non contenesse qualche scintilla del suo genio. A distanza di due secoli, si può rileggerli tutti senza trovarvi un aggettivo superfluo, un grammo di adipe, ed emergere da questa scorpacciata con una fame intatta di Voltaire. Non conosciamo scrittore di cui si possa dire in piena coscienza altrettanto. - Indro Montanelli

Joseph de Maistre - L'ammirazione sfrenata con cui troppe persone circondano Voltaire è il segno infallibile d'un animo corrotto. Che non ci s'illuda: se qualcuno, percorrendo la propria biblioteca, si sente attratto verso le Œuvres de Ferney, Dio non lo ama affatto. Spesso ci si è presi gioco dell'autorità ecclesiastica che condanna i libri in odium auctoris; in verità niente è più giusto di ciò: rifiutate gli onori a colui che abusa del suo genio. Se questa legge fosse severamente osservata, si vedrebbero rapidamente sparire i libri avvelenati; ma poiché non dipende da noi promulgarla, guardiamoci almeno dal piombare nell'eccesso ben più reprensibile dell'esaltare senza misura scrittori colpevoli, e, tra questi, soprattutto Voltaire. Egli ha pronunciato contro se stesso, senza accorgersene, una sentenza terribile, affermando che uno spirito corrotto non fu mai sublime. Non c'è nulla di più vero, giacché Voltaire, con i suoi cento volumi, non fu mai più che spiritoso; faccio eccezione delle tragedie, dove la natura dell'opera lo costrinse ad esprimere dei nobili sentimenti estranei al suo carattere; ma anche sul palco, su cui trionfa, egli non riesce ad ingannare gli spettatori più sagaci. Nei suoi pezzi migliori, egli rassomiglia ai suoi due grandi rivali, come il più abile ipocrita rassomiglia ad un santo. Non intendendo certo contestare la sua bravura drammatica, mi mantengo perciò sulla prima osservazione: quando Voltaire parla per sé, non è che spiritoso; niente può infiammarlo, nemmeno la battaglia di Fontenoy. Egli è piacevole, si dice: lo dico anch'io, ma intendendo questo giudizio come una critica. Del resto, non riesco a sopportare lo sproposito di definirlo universale. Certamente, vedo delle belle eccezioni a questa universalità. Egli è negato per l'ode: e bisogna forse stupirsene? l'empietà che lo pervade ha ucciso in lui la fiamma divina dell'entusiasmo. Egli è ancora negato fino a toccare il ridicolo nel dramma lirico, le sue orecchie sono state assolutamente estranee alla bellezza armonica come i suoi occhi a quella dell'arte. Nei generi che parrebbero i più affini al suo talento naturale, egli tentenna: è mediocre, freddo, e spesso (chi lo crederebbe?) volgare e grossolano nella commedia; il malvagio infatti non è mai comico. Per la stessa ragione, egli non sa scrivere un epigramma; la più piccola goccia del suo fiele non può coprire meno di cento versi. Se prova [a scrivere] una satira, scivola nel pamphlet; è insopportabile nella storia, nonostante la sua arte, l'eleganza e la grazia del suo stile; nessuna qualità poteva rimpiazzare quelle di cui era privo: la comprensione della storia, la serietà, la buona fede e l'onestà. Quanto al suo poema epico, non posso parlarne: ché per giudicare un libro, bisogna averlo letto, e per leggerlo bisogna essere sveglio. Una monotonia soporifera spira sulla maggior parte dei suoi scritti, che non hanno che due soggetti, la Bibbia o i suoi nemici: egli o bestemmia o insulta. La sua piacevolezza così vantata è tuttavia lungi dall'essere irreprensibile: il riso ch'essa eccita non è per nulla normale; è una smorfia. Non avete mai pensato che l'anatema divino era scritto sul suo stesso viso? Dopo tanti anni occorre farne ancora esperienza. Andate a contemplare la sua statua all'Ermitage: mai io la guardo senza compiacermi ch'essa non è stata affatto trasmessa da qualche scalpello erede dei Greci, che vi avrebbe forse conferito un certo ideale di bellezza. Qui al contrario tutto è al naturale. C'è tanta verità in questo volto, come ve ne sarebbe in una maschera mortuaria. Osservate questo viso spregevole che il pudore non fece mai arrossire, quei due crateri spenti ove sembrano ancora ardere l'odio e la lascivia. Quella bocca. – Dirò forse male, ma non è per mia colpa. – Quel rictus (ghigno) orribile, che corre da un orecchio all'altro, e quelle labbra strette dalla crudele malizia come una molla tesa per lanciare bestemmie o sarcasmi. – Non parlatemi di quest'uomo, non posso sostenerne l'idea. Ah! quanto male ci ha fatto! Rassomigliante a quegl'insetti, flagello dei giardini, che indirizzano i propri morsi alla radice delle piante più preziose, Voltaire, con il suo pungiglione, non cessa d'infilzare le due radici della società, le donne e i giovani; egli li imbeve dei suoi veleni che trasmette così da una generazione all'altra. Invano, i suoi sciocchi ammiratori ci assordano di discorsi altisonanti su dove egli avrebbe parlato superiormente delle cose le più venerabili. Questi ciechi volontari non vedono che in tal modo portano a compimento la condanna di questo colpevole scrittore. Se Fénelon, con la stessa penna con la quale dipinse le gioie dell'Elisio, avesse scritto Il Principe, sarebbe mille volte più vile e colpevole di Machiavelli. Il grande crimine di Voltaire è l'abuso del talento e il meretricio intenzionale d'un genio creato per servire Dio e la virtù. Non potrà addurre, come per tanti altri, la giovinezza, la sconsideratezza, il traviamento delle passioni, e infine, la triste debolezza della nostra natura. Nulla lo assolve: la sua corruzione e d'un genere che non appartiene che a lui solo; essa si radica fino alle fibre più profonde del suo cuore e si fortifica di tutte le forze del suo intelletto. Sempre alleata al sacrilegio, essa sfida Dio nel pervertire gli uomini. Con un furore senza eguali, questo insolente bestemmiatore giunge a dichiararsi il nemico personale del Salvatore degli uomini; egli osa dal fondo del suo nulla donarGli un nome ridicolo, e quella legge così adorabile che l'Uomo-Dio porta sulla terra, la chiama l'infame. Abbandonato da Dio che punisce ritirandosi, egli non conobbe più freni. Altri cinici confidarono nella virtù, Voltaire confida nel vizio. Egli si tuffa nel fango, si rotola in esso e vi si abbevera; egli consegna la sua immaginazione alla furia dell'inferno, che gli presta tutte le forze per spingersi fino ai limiti estremi del male. Egli inventa dei prodigi, dei mostri che fanno impallidire. Parigi lo incorona, Sodoma l'avrebbe bandito. Profanatore sfrontato della lingua universale e dei suoi più grandi nomi. [...] Quando vedo quello ch'egli avrebbe potuto fare e quello che invece ha fatto, i suoi eccezionali talenti non m'inspirano più che una specie di ira divina che non ha nome. Sospeso tra l'ammirazione e l'orrore, qualche volta vorrei fargli innalzare una statua... dalle mani del boia.

     
Candido

Candido, o l'ottimismo (Candide, ou l’Optimisme in francese), talvolta Candido, ovvero l'ottimismo, spesso contratto in Candido, è un racconto filosofico di Voltaire che mira a confutare le dottrine ottimistiche quale quella leibniziana. Lo scrittore francese fu stimolato sicuramente dal terremoto di Lisbona del 1755 che distrusse la città, mietendo molte vittime. Voltaire scrisse prima un poema sul cataclisma (1756) e successivamente redasse il Candido (1759). Voltaire scrive il Candido in un periodo successivo a numerose persecuzioni nei suoi confronti che l’hanno portato sulla via di una visione disincantata del mondo.

Nonostante la presa d’atto dell’esistenza del male, non risulta, comunque, che Voltaire nel Candido esalti il pessimismo, quanto si limiti a stigmatizzare la pretesa di "vivere nel migliore dei mondi possibili", precetto su cui Leibniz montò il cardine della propria filosofia. Non a caso l'illuminista francese incarna nella figura del precettore Pangloss il filosofo tedesco, intento ad istruire il giovane Candido a vedere il mondo che lo circonda con ottimismo, sebbene si succedano in continuazione controversie e disavventure.

È citato anche da Leonardo Sciascia nel romanzo Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia del 1977.

La vicenda di Candido è stata musicata dal compositore americano Leonard Bernstein nell'operetta Candide.

 
 

                    

 
 
Trama

In Vestfalia, in uno "splendido" castello "dotato anche di porte e finestre", di proprietà del barone di Thunder-den-Tronckt, "il più grande signore della provincia e perciò del mondo", vive un giovane dal carattere ingenuo e sincero, di nome Candido. Suo precettore è Pangloss (dal greco “Πᾶς, πᾶσα, πᾶν”, tutto, e “γλῶσσα”, lingua e quindi "tutto lingua": parodia dei discepoli di Leibniz come Christian Wolff), che insegna a lui e alla figlia del barone la "metafisico-teologo-cosmolonigologia", la dottrina filosofica secondo la quale il mondo è "il migliore dei mondi possibili" in quanto "tutto ciò che esiste ha una ragione di esistere", ad esempio "i nasi servono ad appoggiarvi gli occhiali, ed infatti noi abbiamo degli occhiali".

Candido segue molto volentieri le lezioni di Pangloss, in quanto trova molto bella Cunegonda, la figlia del barone, e trascorre il tempo a guardarla. Successivamente la ragazza, stimolata dall'aver spiato una lezione di anatomia che si stava svolgendo dietro un cespuglio tra Pangloss ed una servetta, bacia Candido dietro un paravento, che puntualmente cade, svelando ai genitori la scena. Il barone spedisce Candido a gran calci nel sedere fuori dai suoi possedimenti e fuori dal regno. Poco dopo i Bulgari saccheggiano il castello e la famiglia viene trucidata; si salva solo Cunegonda che però sparisce, diventando preda di guerra per la soldataglia. Candido e Pangloss vengono curati da un medico, insieme al quale s'imbarcano e raggiungono Lisbona. Durante il viaggio il medico muore affogato a causa di una tempesta, e Candido e Pangloss vengono "accolti" nel paese, nel quale il giorno seguente il filosofo maestro di Candido viene impiccato mentre lui è picchiato a sangue. Il ragazzo viene curato da una vecchia, che si scopre essere conoscente della bella Cunégonde, la figlia del barone e di cui Candido era innamorato, che in realtà era sfuggita alla morte, e i due si rincontrano.

Seguono una serie di eventi che portano Candido e il suo amico fedele Cacambò nella splendida città di El Dorado, dove l'oro e le pietre preziose sono considerate fango e dove non esistono litigi né guerre. Persuaso dall'idea di poter ricevere quantità d'oro sufficienti a riscattare Cunégonde, che nel frattempo è stata costretta a sposarsi, Candido e Cacambò abbandonano la città per fare ritorno in Europa; ma ancora una volta s'imbattono in una serie di eventi sfortunati e i due dovranno dividersi. Nel frattempo Candido incontra Martin, un manicheo dalle idee completamente opposte a quelle di Pangloss e prosegue insieme a lui il suo viaggio alla ricerca dell'amata. Alla fine Candido si trova a viaggiare su una galera diretta a Costantinopoli, dove vive la sua amata nelle condizioni di serva, in cui il ragazzo ritrova il vecchio amico Cacambò, il filosofo Pangloss, anch'esso sfuggito alla morte, e il fratello barone di Cunégonde.

A Costantinopoli Candido, Cunégonde, la vecchia, Martin, Cacambò, Paquette e il frate Giroflée ormai convertito all'islam finiscono per vivere tutti insieme umilmente in una piccola fattoria per dedicarsi a "coltivare il proprio giardino".

 

                    

 
 
Trattato sulla tolleranza
Voltaire (François Marie Arouet)

Il Trattato sulla tolleranza è una delle più famose opere di Voltaire. Pubblicata in Francia nel 1763 costituisce un testo fondamentale della riflessione sulla libertà di credo, sul rispetto delle opinioni e di molte di quelle caratteristiche con cui oggi identifichiamo una società come civile.

 
 

                    

 
 

Il contesto storico: i casi Calas, Sirven, La Barre

Nella Francia della metà del Settecento sono ancora presenti forti contrasti ideologico - religiosi. La pratica della tortura e dell'incriminazione sommaria è più che in uso e basta poco perché un clima tanto avvelenato esploda in ritorsioni estremamente violente verso gli esponenti della parte avversa, quale che sia in quel momento.

In questo ambiente culturale Voltaire si batte contro quella che definisce come "superstizione": un misto di fanatismo religioso, irrazionalità e incapacità di vedere le gravi conseguenze del ricorso alla violenza gratuita, alla sopraffazione, alla tortura e diffamazione, che spesso spazza via intere famiglie. In particolare Voltaire rivolge la sua attenzione e l'opera della sua penna a diversi casi di clamorosi errori giudiziari finiti in tragedia. Tra i vari merita ricordare i più famosi: il caso Calas, il caso Sirvet, e quello di La Barre.

Nella Francia del 1761 viene trovato morto, perché impiccato ad un trave del suo granaio, il giovane Marc-Antoine Calas, figlio di un commerciante protestante ugonotto. Del ragazzo si vociferava che fosse sul punto di convertirsi al cattolicesimo. In un clima ancora ammorbato da fanatismi religiosi e sospetti, la vox populi comincia a mormorare che il ragazzo sia stato ucciso dal suo padre, Jean Calas, per impedirne la conversione. L'uomo viene imprigionato, giudicato colpevole e mandato a morte "per ruota", cioè per tortura, il 9 marzo 1762.

 

Caso analogo quello della famiglia Sirvet, la cui figlia Elisabeth viene trovata morta in un pozzo.

La ragazza si era da poco convertita al cattolicesimo. La famiglia Sirvet, saggiamente, non aspettò di sapere a che punto la folla poteva spingersi e si trasferì in Svizzera, da cui seppe di essere stata condannata in contumacia per l'assassinio della propria figlia.

 

Ben più tragicamente finisce i suoi giorni il giovane chevalier de La Barre, di Arras. Avendo mancato di levarsi il cappello davanti ad una processione del Santissimo, è sospettato di miscredenza. Monsieur de Belleval, luogotenente del tribunale delle imposte della cittadina d'Abbeville, dove accade il fatto, ritiene che l'atto del cavaliere, suo nemico personale, costituisca una manifesta empietà. Poco prima qualcuno aveva mutilato il crocefisso posto sul ponte nuovo della città. Si apre il processo, ed alcuni testimoni riferiscono che il cavaliere de La Barre ha pronunciato frasi blasfeme, intonato canzoni libertine e bestemmiato i sacramenti assieme ad altri suoi conoscenti. Al termine del processo, il cavaliere è condannato alla pena capitale. Gli atti del processo sono riesaminati a Parigi da un apposito consiglio di venticinque giureconsulti, che confermano la sentenza (15 voti contro 10 voti). Il cavaliere è imprigionato. Prima dell'esecuzione è sottoposto alla tortura: gli vengono spezzate le articolazioni delle gambe, ma viene risparmiato dall'ordine di perforargli la lingua. Viene infine decapitato e il suo corpo è bruciato su una pira (nel rogo forse fu gettata anche una copia del Dizionario filosofico trovata negli alloggi del cavaliere).

 

Dei primi due casi Voltaire riuscì ad ottenere giustizia e che fosse, se non altro, riabilitata la memoria di chi era stato ingiustamente trucidato. Il terzo sarà riabilitato solo dalla Consulta di Parigi, dopo la morte del filosofo.

 
 

                    

 
 

Écrasez l'Infâme: schiacciate l'Infame

 

La riflessione e l'impegno in questi ed altri casi simili (Martin e Montbailli, Lally-Tollendal) porta Voltaire a concepire un grido di battaglia: "Écrasez l'infâme", schiacciate l'infame.

Schiacciare l'infame significa lottare con tutte le forze della propria ragione e della propria morale contro il fanatismo intollerante tipico della religione confessionale (cattolica, protestante o altro). Ogni uomo di buona volontà è chiamato a lottare per la tolleranza e la giustizia della religione naturale, una religione governata da un Dio aconfessionale, senza dogmi, che rende inutili le cerimonialità e che punisce i malvagi e remunera i buoni, come un giudice giusto. Il Dio di Voltaire sovrintende alla macchina meravigliosa che ha creato come un orologiaio, che ne cura il meccanismo. La concezione di Voltaire è perciò deista.

 
 

Il Trattato e le argomentazioni sulla tolleranza

 

Documentatosi in particolare sulla vicenda di Calas padre, Voltaire si convince della sua innocenza e organizza una campagna pubblica per la sua riabilitazione, che ottiene nel 1765. Il caso Calas è uno dei primi in cui l'opinione pubblica viene usata come una poderosa leva di cambiamento e pressione sull'autorità.

L'argomentazione di Voltaire a favore del pastore ugonotto trova sede proprio nel Trattato sulla Tolleranza. Il filosofo argomenta finemente che un padre potrebbe uccidere il figlio che voglia convertirsi ad una religione diversa dalla sua, solo se fosse preda del fanatismo religioso, ma è riconosciuto ed attestato da tutti i testimoni che Jean Calas non era un fanatico. Dunque non può essersi macchiato del crimine che gli è stato attribuito e per i motivi che gli sono stati dati come movente.

Le prove su cui i giudici hanno lavorato, invece, sono fanatiche poiché presentate dalle autorità religiose, che hanno dato tante prove della loro intolleranza violenta da non poter lasciare dubbi.

Voltaire arriva dunque a sostenere che il giovane Calas si sia suicidato e che suo padre è stato trucidato da innocente.

La società si definisce civile, ma uccide sulla spinta del fanatismo religioso sostenendo di voler fare cosa grata a Dio e di voler sradicare con la forza il male. Tuttavia, continua il filosofo, "se si considerano le guerre di religione, i quaranta scismi dei papi che sono stati quasi tutti sanguinosi, le menzogne, che sono state quasi tutte funeste, gli odi inconciliabili accesi dalle differenze di opinione; se si considerano tutti i mali prodotti dal falso zelo, gli uomini… da molto tempo hanno avuto il loro inferno su questa terra".

Voltaire predica, al posto di tanta inutile violenza, la carità poiché "là dove manca la carità la legge è sempre crudele" mentre "la debolezza ha diritto all'indulgenza". "La tolleranza è una conseguenza necessaria della nostra condizione umana. Siamo tutti figli della fragilità: fallibili e inclini all'errore. Non resta, dunque, che perdonarci vicendevolmente le nostre follie. È questa la prima legge naturale: il principio a fondamento di tutti i diritti umani". "Il diritto all'intolleranza è assurdo e barbaro: è il diritto delle tigri; è anzi ben più orrido, perché le tigri non si fanno a pezzi che per mangiare, e noi ci siamo sterminati per dei paragrafi"

Lo stesso pluralismo religioso diventa strumento diffusore di libertà in quanto: "più sette ci sono meno ciascuna è dannosa; la molteplicità le indebolisce; tutte sono regolate da giuste leggi, che impediscono le assemblee tumultuose, le ingiurie, le rivolte, e che vengono fatte rispettare con la forza". La libertà di credo è la via per una società che non affondi le proprie radici nel sangue e la propria giustizia nella ragione del (in quel momento) più forte.

Merita ricordare che, come nel Candide argomenterà la bontà morale degli Anabattisti, nel Trattato paragona l'obbrobrio dell'intolleranza religiosa con la pace costruita in Pennsylvania dai Quaccheri: Che cosa dire dei primitivi che sono chiamati « Quaccheri » per derisione, e che, con usi forse ridicoli, sono stati comunque così virtuosi e hanno insegnato inutilmente la pace agli altri uomini? Vivono in Pennsylvania in centomila; la discordia, la disputa teologica sono ignorate nella felice patria che essi si sono costruita; già il solo nome della loro città Philadelphia, che ricorda loro in ogni istante che gli uomini sono tutti fratelli, è di esempio e di vergogna per i popoli che non conoscono ancora la tolleranza»

 

Preghiera a Dio e l'epigrafe

 

Il Trattato sulla Tolleranza è un'opera agile e breve, un piccolo capolavoro di polemica civile e politica prima che storica e filosofica. Caratterizzato da uno stile frizzante e tuttora attuale, lo scritto di Voltaire è senza dubbio tra le sue opere più singolari, che ha contribuito a procurargli la fama di combattente contro le ingiustizie e le infamie del fanatismo clericale. Lo stile del filosofo era inconsueto, specie per l'epoca, e rivolto a fare breccia nel lettore più che alla perfezione estetica e stilistica che tanto era cara ad altri autori. Questo ha, secondo alcuni storici, immensamente contribuito alla fama della superiorità e modernità linguistica del francese rispetto ad altre lingue europee. Due sono i passi, ormai divenuti veri e propri classici del pensiero interconfessionale, liberale e/o laico: la Preghiera a Dio, tratta dal capitolo e l'epigrafe. Oltre al messaggio di tolleranza religiosa Voltaire permea il suo scritto con una forte vena malinconica, poetica. Rivolgendosi a Dio chiede agli uomini di comprendere che le variazioni umane sono minime variabili all'interno del cosmo, nella dimensione dell'infinito. In questo senso Voltaire è incredibilmente attuale e in lui, nella concezione pessimistica dell'universo e della estrema finitudine umana, si ritrova un'alta voce della lirica italiana: Giacomo Leopardi.

 

Preghiera a Dio

 

Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi:

se è lecito che delle deboli creature, perse nell'immensità e impercettibili al resto dell'universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato,

a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura.

Fa' sì che questi errori non generino la nostra sventura.

Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l'un l'altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda;

fa' che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fa' sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi,

tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole,

tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate,

tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te,

insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati "uomini" non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione.

Fa' in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole;

che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera;

che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo.

Fa' che coloro il cui abito è tinto in rosso o in violetto, che dominano su una piccola parte di un piccolo mucchio di fango di questo mondo,

e che posseggono qualche frammento arrotondato di un certo metallo, gioiscano senza inorgoglirsi di ciò che essi chiamano "grandezza" e "ricchezza",

e che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che in queste cose vane non c'è nulla da invidiare, niente di cui inorgoglirsi.

Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli!

Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime,

come odiano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell'attività pacifica!

Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodi di pace,

ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse,

dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante.

 
 

                    

 
 

[Sapere aude! (lett. "abbi il coraggio di conoscere!") è un'esortazione latina, la cui attestazione più antica è rintracciabile in Orazio (Epistole I, 2, 40). Nella lettera, destinata all'amico Massimo Lollio, il poeta offre una serie di consigli, tutti improntati alla filosofia dell'aurea mediocritas. Tra questi è anche l'invito a "risolversi a essere saggio" , dedicandosi agli studi e alle occupazioni oneste.

L'espressione è diventata famosa grazie al filosofo tedesco Immanuel Kant, che ne fa il motto dell'Illuminismo e condensa in essa il messaggio di quel processo storico-filosofico.

Nel suo scritto del 1784, «Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?», infatti, egli dà una definizione ormai celeberrima: "L'Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessa è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell'Illuminismo"]

 

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