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Vittorio Sartarelli
 
 
 
La Maestra della Scuola Elementare
 
 
La scuola non è quella descritta nel racconto - foto presa da internet
 
 

Piccola, rotondetta e piuttosto belloccia, sulla quarantina, poiché non si era sposata, nella normale vita di relazione di tutti i giorni sembrava una distinta signorina di buona famiglia, molto timida e riservata come si conveniva che fosse a quell’epoca correva, infatti, l’anno 1945 ma, se qualcuno avesse assistito, magari per curiosità, a una qualunque delle sue lezioni a Scuola sarebbe rimasto esterrefatto.

Nell’esercizio delle sue funzioni d’insegnante di una Scuola pubblica, diventava un’altra persona, esigeva il silenzio e l’attenzione di tutta la classe, per lei la disciplina, nella scuola, era seconda soltanto allo studio che doveva essere fatto nel più serio e responsabile dei modi. Quando si alzava e scendeva dalla cattedra, assumeva l’habitus del docente, parlava con sicurezza e voce alta e stentorea, sembrava il classico “sergente di ferro” dell’esercito che istruiva le reclute in caserma.

Sì dà il caso che quell’insegnate sia stata la mia maestra la quale, dalla terza alla quinta elementare, mi accompagnò guidandomi con grande esperienza e provata capacità, fra i meandri dei primi rudimenti della cultura scolastica, fino a farmi approdare alla Scuola Media.

Era da poco finita la Seconda Guerra mondiale, almeno per quanto riguardava la Sicilia, la mia famiglia, dopo un anno e più di sfollamento nell’interland provinciale della nostra città, era appena rientrata nella propria casa. Il rientro era stato un po’ ritardato perché il fabbricato che ospitava la casa era stato danneggiato dai bombardamenti ed era stato necessario effettuare delle riparazioni necessarie per poterla rendere nuovamente abitabile.

Il rientro, manco a farlo apposta, coincideva con l’inizio dell’anno scolastico; all’inizio delle ostilità belliche, io avevo frequentato la prima classe in città poi, iniziata la seconda, gli eventi erano precipitati e la mia famiglia, come tante altre nello stesso periodo, terrorizzata dai bombardamenti si era rifugiata, sfollando, nelle campagne limitrofe alla città.

Non avevo ancora sette anni, li avrei compiuti a Febbraio dell’anno scolastico, avrei dovuto frequentare la seconda classe elementare, tuttavia, poiché nella Scuola che si trovava vicino alla mia casa di abitazione c’era una maestra, unanimemente, ritenuta la più brava educatrice dell’Istituto, che iniziava, nell’ambito del suo ciclo didattico, la terza classe, mio padre, che mi riteneva un ragazzino molto sveglio ed intraprendente, ottenne che quella brava maestra, accettandone l’iscrizione, nel suo plesso scolastico, mi accogliesse nella sua classe nonostante la mia età inferiore.

Il ritorno in città ed a Scuola ebbe per me, a livello psicologico, un effetto traumatico. Essere stato per circa un anno libero da pesi e vincoli, come un uccellino, a svolazzare tra i campi, durante lo sfollamento, mi aveva reso sì, più intraprendente ed autonomo ma, anche in un certo senso più maturo.

Avevo allacciato delle amicizie con altri miei coetanei, con i quali quotidianamente, scorrazzavo nelle campagne che circondavano la nostra casa di sfollati, a caccia di uccellini e di lucertole, imparando a tirare pietre e a combinarne sempre qualcuna delle nostre che coincideva, quasi sempre, con qualche vetro rotto o con qualche bernoccolo in testa al malcapitato di turno.

Il ritorno a casa ed a scuola, significava essere ricondotto negli angusti limiti territoriali e didascalici di quelle due realtà con le quali dovevo fare i conti, questo, mi aveva creato una piccola crisi depressiva, tuttavia, non sapevo ancora cosa mi aspettava a Scuola perchè, sicuramente, se l’avessi saputo o solo immaginato, mi sarei opposto con tutte le mie forze a questa nuova realtà.

I ricordi che avevo della frequenza alla prima classe elementare, ormai per me lontana nel tempo, mi riconduceva ad un’altra scuola della città, ubicata vicino la casa di mia nonna, in una classe piccola ed angusta dove con pochi compagni, più che studiare o imparare qualcosa, tutto al più avevo giocato e scherzato; la maestra lasciava un po’ fare tralasciando molto l’insegnamento.

Quando venne il primo giorno di scuola, in un nuovo ambiente, molto più spazioso ed accogliente, con molti compagni di classe e una nuova maestra che vedevo per prima volta, all’inizio mi rallegrai, forse, pensai il diavolo non era così brutto come lo dipingevano.

Ma, l’allegria durò poco, cominciai a capire, piano piano che quella era una scuola dove non si scherzava e si doveva studiare sul serio e che la maestra era una specie di carabiniere in gonnella, che teneva tutti sotto il suo rigido controllo ed esigeva da tutti attenzione, disciplina, ubbidienza e studio, sempre studio, fortissimamente studio, fino alla nausea.

Ero caduto dalla padella nella brace, era quella la Scuola o era, piuttosto, una specie Collegio che somigliava molto ad una prigione per piccoli forzati dello Studio? Ma, forse la Scuola vera era quella, ero io che non l’avevo ancora conosciuta, tuttavia, a parte il mio disagio iniziale, quel sistema così rigido e inflessibile mi sembrava un po’ troppo duro per una scuola elementare e poi, cosa pretendeva quella maestra ? Che tutti i suoi alunni, da grandi, diventassero solo Dottori, Avvocati, Ingegneri o ancora, Professori di Università o Scienziati famosi in tutto il Mondo?

Quella maestra, tuttavia, era una persona di vasta cultura che aveva dedicato la sua vita all’insegnamento che lei concepiva in quel modo, alla vecchia maniera, come i precettori e gli educatori di un tempo e cercava, in ogni modo, di esternare comunicando ai suoi alunni, sovente, tutto il suo sapere, dimenticando che essi erano pur sempre dei bambini e che, talvolta, potevano avere dei limiti intellettivi alla completa comprensione delle sue appassionate lezioni.

Passati i primi giorni, traumatici, per metabolizzare il nuovo ambiente e le nuove regole, gradatamente mi ritrovai, in modo sorprendente, interessato e quasi affascinato da quello che diceva o faceva quella mia nuova maestra. Scoprii con piacere che quando parlava o spiegava alla lavagna, aveva la capacità di polarizzare l’attenzione e riusciva a fare in modo che tutta la scolaresca mostrasse interesse e quasi curiosità per quello che diceva.

Un’altra sorpresa, almeno per me, fu di scoprire che quella che sembrava una fredda istitutrice senz’anima, a volte, durante le lezioni c’erano delle pause di rilassamento, durante le quali lei, passeggiando fra i banchi, si soffermava ora qui ora là, dispensando sorrisi benevoli o carezze affettuose per tutti noi.

Evidentemente, quello che era in ritardo nella conoscenza e nell’apprezzamento delle sue qualità, ero io, poiché ultimo arrivato, infatti tutti gli altri miei compagni, da due anni già erano al corrente dei suoi metodi e delle sue capacità d’insegnamento. Inoltre, la mia limitata frequenza scolastica precedente, mi poneva in una situazione d’inferiorità per quanto riguardava il mio scarso e minuscolo bagaglio di conoscenze nei confronti dei miei compagni, tuttavia, bisognava considerare che avevo anche un anno in meno di età e che questo, forse, poteva giustificarmi.

Un altro handicap che avevo nei confronti dei miei compagni, oltre il deficit di conoscenze, era il modo di comportarmi, la frequentazione per quasi un anno di bambini miei coetanei ma, espressione di una popolazione agricola, con una forte percentuale di analfabetismo  con modi ed abitudini comportamentali di natura rurale, aveva fatto di me un piccolo provincialotto dai modi piuttosto rurali ed agresti.

Per farla breve, durante il primo anno di scuola vera cui partecipai come alunno di una terza classe, accaddero in me dei mutamenti e delle trasformazioni che riguardarono sia i comportamenti che l’apprendimento, tuttavia, alla fine dell’anno consegui una pagella che non era proprio il massimo, anche se superava abbondantemente la sufficienza.

La quarta e la quinta Elementare, furono molto importanti per me, perché mi consentirono di fare il salto di qualità, sia sotto il profilo dell’apprendimento, sia sotto quello del rendimento e poi, conseguentemente, ero diventato un alunno modello, che si distingueva fra i più bravi della classe. E c’era di più, tra me e la maestra, si era stabilito un filing di affetto ed ammirazione che mi consentì di diventare uno dei suoi preferiti, al quale sovente faceva riferimento, additandomi ad esempio ai miei compagni.

Le pagelle degli ultimi due anni, che ancora conservo come piccoli trofei di caccia, registrarono entrambe il massimo dei voti in tutte le materie, compresa, ovviamente, la condotta e furono per me motivo d’orgoglio e di vanto soprattutto nei confronti dei miei genitori i quali non potevano che esserne felici.

Terminata la Scuola Elementare, però, c’era un problema perché io avevo nove anni e quindi, poiché la Legge disponeva che per entrare nella Scuola Media bisognava avere dieci anni compiuti, non solo non potei iscrivermi al nuovo corso di studi, ma mi toccò rimanere a casa per un anno.

Visti i risultati conseguiti e i rapporti di stima e di amicizia che si erano instaurati tra me, i miei genitori e la maestra che era stata la maggiore protagonista della mia crescita morale, comportamentale e culturale, fu lei stessa che si offrì di prepararmi, gratuitamente in quel periodo di attesa, per gli esami di ammissione alla Scuola Media.

Visto che allora, la Scuola era ancora considerata una cosa seria, l’impegno che la mia maestra profuse in quella mia preparazione fu ancora maggiore di quella di ogni anno scolastico, che poi era sempre di livello elevato, e mi consentì non solo di superare brillantemente l’esame d’ammissione alla Scuola Media, ma, per quanto riguardava la mia preparazione scolastica e culturale, di vivere per così dire di rendita, durante i primi anni della nuova scuola.

In conclusione, fra i tre anni di elementari e l’anno d’intensa preparazione agli esami d’ammissione, avevo imparato proporzionalmente di più e meglio di quanto poi, avrei appreso nella Scuola Media e questo, anche perché, mi duole affermarlo, ma fu proprio così, non tutti i docenti della nuova scuola si dimostrarono all’altezza del compito loro affidato, ma, questo forse non fu tutta colpa loro, erano tempi difficili quelli dell’immediato dopo guerra, la crisi investiva tutti i settori della vita di quel periodo storico e non solo in Sicilia.

Acquisire una preparazione adeguata all’impegno da affrontare significò per me, molti pomeriggi durante l’anno di attesa, passati in casa della mia maestra, la quale si prodigò al meglio delle sue possibilità per completare ed arricchire ulteriormente le mie facoltà intellettive, di regole concetti e nozioni importanti e basilari. Il suo pallino erano l’Italiano, la Storia e la Geografia ma, anche tutte le altre discipline che potevano completare la mia preparazione.

Non posso, quindi, non ricordare con affetto e gratitudine quella piccola grande donna che fu la mia maestra, anche di vita, se vogliamo perché, i primi insegnamenti sono quelli determinanti, che ti indicano la via e, se essi sono stati ottimi, il resto verrà da sé accompagnato, s’intende, dalla volontà, dalla  coscienza e dalle   capacità di ciascuno.

 
 
 

Vittorio Sartarelli

 

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Vittorio Sartarelli nato a Trapani il 20/02/1937

Via G. B. Fardella n. 237 – 91100 Trapani

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