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Vittorio Sartarelli
 
 
Il Professore di Latino
 
 

Iniziare il primo anno di Liceo Classico la consideravo un’avventura molto stimolante e, tuttavia, circondata da un alone di mistero e molte curiosità alcune delle quali sarebbero state delle sorprese.

L’avere già frequentato i primi due anni di Ginnasio mi aveva abituato ad una forma di studio nuova e, per certi versi, piacevole. D’ora in poi, però, si cominciava a fare sul serio, era come se si ricominciasse tutto dall’inizio: nuove materie, nuovo sistema di studio e nuovi insegnanti.

Il primo di questi che ci diede il benvenuto, all’inizio del nuovo anno scolastico, fu il professore di Latino. La prima impressione non fu delle più felici, di età indefinibile sembrava un manichino robotizzato, tanto si muoveva a scatti e talmente era metodico nel sistemare le sue cose prendendo possesso della sua cattedra, da farlo sembrare un automa.

Di statura media aveva un fisico asciutto e molto efficiente, di carnagione molto chiara, i capelli rossi tagliati cortissimi incorniciavano un viso tirato ma ben curato. Portava occhiali spessi, con una montatura di celluloide arancione, dietro i quali facevano capolino due piccoli occhi da miope, che non incontravano mai, direttamente, lo sguardo altrui.

Vestito in modo convenzionale e, tuttavia, curato nei particolari dava l’impressione di una persona che accordava molta importanza alla disciplina, all’igiene ed alla salute. Appena entrato in classe, prima ancora di sedersi in cattedra, esigeva che si aprisse la finestra, poco importava se era inverno o estate e qualunque fosse la temperatura ambientale, lui voleva respirare aria pulita.

Pur essendo perfettamente coerente con l’immagine paradigmatica dell’insegnante di un Liceo Classico, tuttavia, la sua efficienza e i suoi modi sbrigativi e programmati come un essere cibernetico lo poneva, coreograficamente, in antitesi con la cornice essenzialmente “antica e ieratica” dell’edificio che ospitava il Liceo, di stile neoclassico costruito, infatti, nel 1700 dai frati Gesuiti e destinato ad essere un convento, adiacente ad uno splendido esemplare di Chiesa edificata nello stesso stile architettonico e nel medesimo periodo storico.

Le aule, non troppo grandi, avevano il soffitto alto ed una finestra protetta da robuste grate di ferro e, complessivamente erano scarsamente illuminate dall’esterno, tutto in definitiva, era in sintonia con un ambiente silente e riservato in perenne penombra come, verosimilmente, dovevano essere state le “celle” che ospitavano, due secoli prima, i frati gesuiti.                

Non era siciliano e, il suo parlare, schietto e stringato, aveva un accento che lo collocava come origine geografica nel nord d’Italia. Di abitudini spartane, quasi militaresche, sapevamo che si alzava presto la mattina ed era un esempio di efficienza e di educazione; della sua metodicità faceva parte, durante la sua ora di lezione, di dividere questa in due: si toglieva l’orologio da polso e lo sistemava di fronte a lui sulla cattedra, mezz’ora era dedicata alla spiegazione e mezz’ora alle interrogazioni. Prima di cominciare la lezione chiamava sempre l’appello al quale seguiva, sistematicamente, la conta degli alunni in classe.

Da questo tipo di comportamenti non si discostò mai una volta durante tutti e tre gli anni di Liceo. Estremamente serio e riservato, era l’unico docente che dava del lei ai suoi alunni, di poche parole ma, essenziali, difficilmente rideva durante le lezioni, se proprio era costretto a farlo, per non uscire fuori dal coro, allora accennava ad un sorriso di compiacenza.

Una volta sola, durante gli anni di Liceo, si lasciò andare ad una risata di cuore, accadde durante le feste di carnevale, il solito “monellaccio” della classe architettò uno scherzo che era tutto un programma e che si poneva in antitesi polemica all’abitudine della conta degli alunni che avveniva puntualmente ogni volta dopo l’appello.

Con i cappotti i berretti e le sciarpe che erano depositate negli attacca panni della classe, fu confezionato un fantoccio, tenuto assieme dagli elastici che servivano a tenere assieme i libri, al quale fu anche appiccicato un paio di occhiali su quella che doveva sembrare una faccia. Per rendere la cosa più credibile e, tenendo conto della vista corta che aveva l’insegnante, il fantoccio fu posto seduto all’ultimo banco, in fondo all’aula, dove appariva solo parzialmente in quanto mimetizzato dai ragazzi che occupavano i banchi davanti.

L’epilogo, esilarante, dello scherzo si ebbe quando, chiamato l’appello ed effettuata la conta degli alunni, all’insegnante ne avanzava uno; piuttosto perplesso l’appello fu ripetuto e con esso il conteggio successivo, non c’era verso, esisteva un’unità in più. Quando l’Insegnante guardando attentamente fra i banchi, scorse in fondo all’ultimo banco una sagoma indistinta, si alzò e sceso dalla cattedra, andò a sincerarsi personalmente per rendersi conto di chi fosse l’intruso.

Giunto all’ultimo banco, prima ancora che si accorgesse dello scherzo, ci fu un’irrefrenabile risata collettiva di tutti noi che non eravamo riusciti a trattenere l’ilarità, constatato che l’unità in più era un fantoccio, anch’egli, abbandonando per un attimo il suo “aplomb” di sempre, si sciolse in una risata, sempre misurata, ma autentica e di cuore.

Sembrava una persona dura e intransigente, burbera e insensibile ma così poteva sembrare ad una prima e superficiale osservazione, a chi come me, invece, ebbe l’opportunità di conoscerlo e stargli vicino, quasi quotidianamente, per tre anni, si rivelò una persona timida e gentile, molto preparata professionalmente, di sani e giusti principi ed un esempio costante di attenzione, puntualità, rispetto e educazione nei confronti degli altri.

Gli altri, appunto, alcuni dei quali erano miei compagni di classe, spesso lo prendevano in giro per il suo modo di fare da robot e per quella sua metodicità quasi maniacale: “ il tedesco” - lo chiamavano e, qualcuno che purtroppo ora non c’è più, approfittando del fatto di essere figlio del vice prefetto della città, si burlava di lui mettendolo in difficoltà con alcuni scherzi goliardici che travalicavano il comportamento ed il rispetto dovuto al proprio insegnante.

Personalmente, ho conservato di lui un gradito ricordo, alla fine del Liceo, lo stimavo molto e mi sentivo legato a lui da una sorta di affettuosa amicizia, mi faceva tenerezza, quando era vittima degli scherzi e del dileggio di qualche alunno “furfante” e poiché, per educazione e per timidezza non sapeva reagire alle provocazioni, mi sembrava una creatura debole e indifesa, desiderosa di protezione.

Credo che egli, sommessamente, abbia insegnato molte cose che, sicuramente, andavano oltre l’impegno professionale pedagogico, come la rettitudine, il rispetto per gli altri e la puntualità, la cura dei dettagli e l’onestà di comportamento, la disciplina interiore e l’educazione mentale, tutte cose queste che io ho sempre considerato essenziali nella vita.

Lo accreditavano di cinismo, indifferenza e insensibilità, quando affrontammo l’esame di Stato, lui fu scelto tra tutti i docenti dell’Istituto per fare il membro interno in seno alla Commissione esterna di Esame. Durante lo svolgimento delle prove scritte, il Presidente della Commissione gli assegnò il compito di passeggiare fra i banchi e sorvegliare le eventuali “manovre” da parte dei soliti ignoti “somari” di turno.

Ebbene, il “tedesco” invece di mostrare la sua teutonica freddezza, non si comportò da “giannizzero lanzichenecco” ma, da quella brava persona quale, in effetti, era, non denunciò nessuno di quelli che armeggiavano nel tentativo di copiare e anzi aiutò, paternamente, tutti coloro che non sapevano che “pesci prendere” o da dove cominciare il compito che era stato loro assegnato.

Il ricordo visivo che conservo di lui, paradossalmente, non è quello stereotipo del docente, nell’esercizio delle sue funzioni, bensì quello che vidi qualche tempo dopo aver superato gli Esami di Stato, seppi allora, che il professore coltivava una sua passione sportiva, al di fuori di quella per lo studio e il perfezionamento della sua cultura: il motociclismo da diporto.

Lo scorsi, un giorno, su una fiammante Moto Guzzi 500 con sidecar nel quale era alloggiata la compagna della sua vita, sorprendentemente, il professore indossava un completo tweed, giacca sportiva e pantaloni alla zuava, con una “Coppola” da motociclista anni ’20,  un vistoso paio di occhialoni da pilota e una sciarpa marrone che si agitava al vento. Sembrava un perfetto “Gentleman” del primo ‘900.

Mi piace sempre ricordarlo così, come si fa per un vecchio amico di gioventù cui si deve molto e al quale si è voluto bene!