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Vittorio Sartarelli
 
 
Il Direttore Generale
 
 

Alto, segaligno con i capelli corti e brizzolati, nonostante fosse un po’ curvo nelle spalle, evidenziava un fisico asciutto ed atletico.

Gli occhi cerulei, freddi e penetranti mentre ti guardavano ti scrutavano attentamente, quasi a volere entrare nei tuoi pensieri e a classificare il tuo modo di essere.

La sua voce sottile e tagliente sembrava gentile, ma non ammetteva repliche, il suo parlare netto e preciso la diceva lunga sulla sua cultura tecnico pratica e, in tutti i suoi ragionamenti, era presente e palpabile la sua indole fredda e pragmatica.

Se non fosse stato per l’abbigliamento curato e obbligato da alto burocrate e la cura e la proprietà di linguaggio nell’esprimersi, si sarebbe potuto scambiare per un maturo e navigato pescatore d’alto bordo.

Nato nell’Isola di Favignana era cresciuto fra i pescatori e con essi aveva assimilato il loro modo di essere isolani, amanti del mare e come esso, spesso scorbutici ed impenetrabili. Aveva condiviso con loro la durezza della esistenza vissuta su di un’isola, sia pure essa grande come dimensione geografica e molto vicina alla terra ferma e tuttavia, sempre, un’isola  che dipende in tutto e per tutto dai collegamenti e dai rapporti con la terra continentale.

Da giovane dopo gli studi e la Laurea in Economia e Commercio, aveva scelto l’insegnamento come professione e a causa di essa era stato costretto ad emigrare nel nord d’Italia per insegnare Ragioneria e Tecnica Bancaria. Questo lo aveva tenuto lontano dalla famiglia e dalla sua terra natia per molti anni, ciò aveva inciso notevolmente sul suo carattere.

Le difficoltà della vita il più delle volte modificano lo “status” di un individuo, anche se esse lo rendono più forte e determinato nelle scelte e nei comportamenti abituali.

Essendogli stata offerta, in seguito, l’opportunità di avere una brillante carriera bancaria e, contestualmente la possibilità di rientrare nel territorio d’origine, aveva accettato subito e, assunto come funzionario in una banca popolare locale, piccola, ma con prospettive ed intendimenti di sviluppo e di crescita economica strutturale e strumentale, non aveva tardato ad emergere e a dimostrare le sue doti professionali non comuni e la sua accurata preparazione tecnica.

Ero stato assunto in Banca da un anno appena, quando ebbi l’opportunità di conoscerlo personalmente, in una circostanza strana e, per me, improvvisa ed imprevedibile. Ero appena rientrato dalle ferie dopo essermi sposato e, come consuetudine, prima di riprendere servizio in un’agenzia che il mio Istituto aveva nel circondario provinciale, mi ero recato a fare visita di cortesia al Direttore Generale, portandogli in omaggio una bomboniera del mio matrimonio.

Nella sala d’aspetto, antistante la stanza del Direttore, attendevo di essere ricevuto, all’arrivo il commesso che mi conosceva, aveva ritenuto d’informarmi che il Direttore che io conoscevo e che avevo lasciato prima di partire, non c’era più, al suo posto era stato insediato il nuovo Direttore Generale.

Il collega mi disse pure il nome che per me non significava gran che, poiché non lo conoscevo, non solo, neanche sapevo che questa persona facesse parte dello staff dirigenziale della mia Banca ma, poiché potevo essere considerato un “pivello” e prestando servizio decentrato in un’agenzia, in definitiva per me, il fatto di non sapere si poteva considerare una cosa normale.

Non posso dire che la cosa mi stupì più di tanto, tuttavia, mi sentii spiazzato psicologicamente, dovendo dare un piccolo omaggio ad una persona per la quale non era stato destinato, ma, tant’è, oramai ero lì e sempre al Direttore dovevo consegnarlo, chiunque egli fosse.

Quell’incontro, imprevisto e imprevedibile, mi fece conoscere la persona che, per venticinque anni, avrebbe retto le sorti del mio Istituto, con sagacia e competenza e, soprattutto, con idee innovative e per certi versi, rivoluzionarie, per quanto riguardava l’assetto tecnico e organizzativo, portando la Banca a livelli tecnici, economici e strutturali nuovi, allora impensabili e concorrenziali con più grossi Istituti Bancari locali.

Tutto questo riuscì a realizzare grazie alla sua intuitiva lungimiranza sulla evoluzione tecnica strumentale innovativa verso la quale tutti i più grandi Istituti Bancari si erano indirizzati, In pratica era iniziata allora, eravamo agli inizi degli anni ’60, la crescita evolutiva moderna delle Banche, aprendo scenari nuovi di efficienza e competitività fra esse.

Da quell’incontro, certamente interlocutorio, nella mia inesperienza giovanile di impiegato del credito, trassi alcune conclusioni riflessive che mi aiutarono, poi, nel prosieguo della carriera e mi consentirono di instaurare con il Direttore Generale, un rapporto molto proficuo sotto l’aspetto professionale, di reciproca stima e per me di grande ammirazione nei suoi confronti sotto l’aspetto personale.

Quella che avevo conosciuta era una persona, che sapeva il fatto suo, di innegabile carisma e di forte personalità. Era un uomo tutto d’un pezzo, sicuro delle sue idee e determinato nelle sue scelte, cose alle quali avrebbe di sicuro accordato priorità assoluta su tutte le altre, spesso anche a danno di alcune di queste.

Per realizzare i suoi progetti sull’Istituto che si apprestava a dirigere, non avrebbe guardato in faccia nessuno, non avrebbe accettato compromessi, passando letteralmente sopra, come uno schiaccia sassi, anche a considerazioni di carattere sentimentale e umano.

E così fu, per tutto il periodo durante il quale esercitò il suo mandato. Per quanto riguardava il nostro rapporto personale, mentre professionalmente, gli riconoscevo grandi qualità di manager esperto e lungimirante e lo ammiravo per le sue idee e le sue indiscusse capacità dirigenziali, non ero d’accordo sulla sua durezza e la sua irremovibilità su decisioni che intaccavano e, qualche volta, attaccavano i concetti di sentimento, umanità e comprensione nei rapporti interpersonali.

Mi rendo conto che chi ha la responsabilità del “comando” non può sottilizzare, deve necessariamente obbedire a dei “dictat” che sono, a volte, indispensabili per le finalità prefissate, tuttavia, ed è una mia personale interpretazione, ritengo che non si possa fare a meno di considerare, in ogni situazione, l’aspetto umano e sentimentale, altrimenti si rischia di aggiungere alla durezza delle scelte, il cinismo della insensibilità. 

Di queste discrepanze d’opinioni e di sensibilità fra noi due ebbi modo di rendermi conto personalmente in circostanze che, nell’arco della mia e della sua carriera bancaria, mi posero in condizione di vagliare personalmente la sua insensibilità e la sua “cinica” determinazione per avvenimenti che interessarono alternativamente, alcuni miei colleghi, me stesso e, anche lui personalmente.

Il primo di questi accadimenti si verificò presto, subito dopo aver ripreso servizio, al ritorno del viaggio di nozze: Il motivo per il quale di Direttore Generale del mio Istituto era stato rimosso, licenziato e sostituito, era una serie di irregolarità amministrative compiute dal massimo dirigente, in conseguenza delle quali, la Banca aveva subito la perdita di una considerevole somma di denaro che, avvenuta in un particolare momento sfavorevole della congiuntura economica generale e della Banca stessa, in particolare, aveva messo quest’ultima in serie difficoltà.

Per recuperare le perdite subite, allora, il Presidente del CDA della Banca, anch’egli di fresca nomina, aveva deciso una serie di restrizioni all’interno della gestione aziendale che si concretizzarono, anche,  nel licenziamento di dieci dipendenti. La riduzione di personale fu decisa per due motivi: il primo per contrarre i costi d’esercizio dell’Istituto, il secondo, per dare un segnale forte alla clientela, facendo vedere, con alto senso di responsabilità, una sorta di auto punizione per il danno economico subìto a causa di un dipendente di spicco della Banca stessa, il suo Direttore Generale.

Per rendere esecutivi i licenziamenti determinati da una discrezionalità che non fu mai del tutto chiarita, il nuovo Direttore Generale si recò, personalmente, nelle sedi di pertinenza per consegnare la lettera di licenziamento al singolo dipendente interessato. Questo fatto mi colpì particolarmente per il cinismo e la caratteristica punitiva del provvedimento che in effetti, aveva un deterrente psicologico anche nei confronti di tutti gli altri dipendenti. In effetti, significava: chi sbaglia paga e fa pagare anche chi, in effetti, non c’entra niente! Mi sembrò che, in un certo senso, fosse stata calpestata la dignità umana, aggiungere al danno subito la crudeltà con la quale veniva inferta una iniqua punizione.

Più avanti nel tempo e nella carriera, avendo maturato una certa preparazione professionale e manifestato una spiccata attitudine alla reggenza di un’agenzia della Banca, fui convocato in Direzione e mi fu offerto di assumere la direzione di un’agenzia dislocata nel Palermitano.

Il Direttore mi ricevette nella sua stanza, seduto dietro la sua grande scrivania, con il tavolo di vetro che, in qualche modo rifletteva il colore e la freddezza dei suoi occhi di ghiaccio. Mi disse, allora, che mi aveva seguito, da alcuni anni, nel mio percorso professionale nelle varie dipendenze nelle quali avevo operato. Era sicuro, continuò, guardandomi fisso negli occhi, come soleva fare, quando voleva esprimere un concetto o un desiderio che aveva in animo si realizzasse, che iniziava una nuova fase della mia carriera e che da li sarei potuto arrivare più in alto.

Era quello, purtroppo, un periodo molto tormentato della mia vita familiare, mio padre avanti negli anni era ammalato gravemente ed essendo mia madre, anch’essa anziana e sofferente, c’era la necessità che mi prodigassi per aiutarla nell’assistere la malattia del mio genitore. Cosa della quale mi facevo carico volentieri e per affetto filiale e per aiutare tangibilmente mia madre. La cosa oltre che spontanea, era facilitata dal fatto che abitavamo nello stesso pianerottolo, essendo due appartamenti del medesimo fabbricato.

Inorgoglito dall’offerta che mi proponeva, nel breve periodo, una promozione con la legittima prospettiva di ulteriori avanzamenti nella carriera, ero allo stesso tempo preoccupato delle condizioni di salute di mio padre e delle difficoltà di mia madre. Combattuto tra le due questioni, scelsi la più consona alle mie convinzioni morali e al mio sentimento di amore filiale nei confronti dei miei genitori.

Rifiutai, infatti, l’incarico con rammarico, motivando le mie decisioni con le considerazioni sopra esposte. Fui sorpreso e rimasi molto male per la reazione che ebbe il Direttore alle mie motivazioni di natura affettiva e sentimentale.

Visibilmente contrariato, mi disse che stavo commettendo un grave errore a rifiutare quell’occasione che, forse, non si sarebbe ripresentata e, continuando a guardarmi con quei suoi occhi gelidi e penetranti, mi disse, in modo crudo e quasi violento, che in fin dei conti, dovevo badare alla mia vita ed alla mia carriera, mio padre, secondo lui, era un dettaglio trascurabile di cui poteva occuparsi qualche altro.

Rimasi stupito dalla insensibilità di quell’uomo che pure stimavo molto, aveva un cuore duro e non sembrava essere toccato dai sentimenti più alti e moralmente più elevati che connotavano l’affetto di un figlio verso il proprio genitore. Non potevo anteporre la mia carriera all’assistenza, dovuta, secondo i miei principi morali, ad un genitore malato e non potevo accettare, a livello concettuale, che ci fosse chi non la pensava come me.

L’ultima volta che rimasi sorpreso e, quasi, sconvolto dal suo atteggiamento fu, quando, per un maligno scherzo del destino, mi recai a trovarlo per esprimergli il mio cordoglio e la mia solidarietà. Suo figlio, un giovane forse non ancora ventenne, era annegato, in una battuta di pesca subacquea alla quale aveva partecipato, immergendosi nelle acque circostanti l’isola di Favignana.

Allora, mio padre era già morto da qualche anno ed io ero già diventato preposto di Filiale della Banca, ebbene, quando pensavo di dovere recarmi nell’Isola a casa sua per porgere le mie condoglianze, mi fu detto, in Direzione, che egli era a lavoro e si trovava in Banca.

Giunto nella sede del mio Istituto, mi ricevette come sempre nella sua stanza, rimase seduto nella sua poltrona dietro la scrivania, come un qualunque altro momento della sua vita, non sembrava distrutto o addolorato, sembrava un animale ferito, piuttosto che un padre al quale la morte aveva strappato un figlio. Dopo l’abbraccio fra noi, cominciò a parlare di Banca, della mia Agenzia, mi raccomandò di fare attenzione e che avevo una carriera davanti a me e non accennò mai, durante la mia visita, alla scomparsa del figlio.

Nonostante le apparenze, tuttavia, non ho mai creduto che quest’uomo non avesse sentimenti, forse, anzi sicuramente non amava esternarli. Durante la sua vita le vicissitudini e le difficoltà, l’avevano reso impassibile, duro e cinico, si era cucita addosso una specie di scorza dura che non faceva trapelare i suoi sentimenti che, anche nei momenti più tragici, riusciva a controllare anche perché gli sembrava di apparire un debole, nei confronti degli altri manifestando una sofferenza dell’anima, come se ciò potesse essere interpretato come un difetto del suo “habitus” che non poteva permettersi, quale persona che, rivestendo un incarico professionale di elevata rilevanza sociale, doveva essere, “istituzionalmente”, al di sopra di quelle cose.

Queste ultime, secondo la sua filosofia di vita, potevano turbare ed incidere profondamente solo l’anima e  la psicologia esistenziale di persone semplici ed umili che non avevano responsabilità rilevanti e non rivestivano incarichi prestigiosi e dirigenziali.

 
 

Vittorio Sartarelli nato a Trapani il 20/02/1937

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