Partecipiamo.it...vai alla home page
 
Vittorio Sartarelli
 
 
 
Errori di gioventù e segni del Destino
 
 

Nel diario giovanile di Marco, nel quale egli annotava le sue esperienze più significative, vi sono alcune pagine, datate febbraio 1960, che hanno lasciato nella sua vita un segno indelebile e dalle quali abbiamo tratto questo racconto. Marco stava suonando il campanello di quella porta, cosa che altre volte aveva tentato di fare e poi, ci aveva ripensato, un po’ per paura, un po’ per una sorta d’ancestrale pudore giovanile era, quasi, scappato via. Aveva appena ventidue anni, si trovava a Palermo per sostenere degli esami di Diritto del Lavoro all’Università, egli veniva, periodicamente, da un Capoluogo della Sicilia occidentale ed era alloggiato in una piccola e squallida pensioncina per studenti, come ce n’erano tante nella capitale siciliana.

Questo pseudo albergo si trovava in un vicolo di un quartiere vecchio, nei pressi dell’Ateneo, era un’immobile fatiscente dove, al primo piano c’era la pensione, scendendo poi le scale quasi sempre scarsamente illuminate, al piano ammezzato, c’era l’appartamento di una prostituta, mèta continua di studenti e persone d’ogni tipo e di ogni estrazione sociale, dallo scaricatore di porto, al professionista.

Marco aveva sentito, spesso, i racconti dei colleghi che con lui frequentavano quella pensione, sulle loro visite a quella “signora”. Egli, pur avendone istintivamente avuto voglia, durante la sua gioventù, non era mai stato con una prostituta. Eravamo all’inizio degli anni sessanta e neppure prima, durante il Liceo, quando esistevano ancora, perfettamente legalizzate, le “case chiuse” egli aveva mai varcato la soglia di quelle alcove, luoghi squallidi, effimeri e menzogneri del piacere carnale, riservati a una gran parte degli uomini di quel tempo.

Questo fatto, spesso, gli era costato lo scherno, da parte di qualche suo coetaneo conoscente, che lo aveva un po’ preso in giro, classificandolo ancora per un “bamboccio” poco cresciuto e incapace di dimostrare la sua virilità che anzi veniva, quasi, messa in dubbio. C’era addirittura, allora, una consuetudine invalsa tra gli adolescenti che s’affacciavano alla sessualità, che consisteva in una cerimonia, alquanto tribale ed assurda, d’iniziazione, del giovane alla frequentazione dei “bordelli”.

Questa usanza, oltre al suo carattere goliardico e irriverente, serviva anche ad esorcizzare i timori ancestrali, la vergogna, le inibizioni il cui substrato era saldamente ancorato al costume ed all’educazione di tutti quei giovani di buona famiglia, in seno alla quale, avevano ricevuto gl’insegnamenti, “castigati”, propri dell’epoca. Il fatto che gli uomini adulti di allora frequentassero le “Case Chiuse” era unanimemente risaputo, tuttavia, quella era una cosa “proibita” e quindi, si faceva, ma non si poteva dirlo, soprattutto in famiglia.

Certo, negli ormai lontani anni ’50/’60, non è che  quella parte del costume degli italiani, che riguardava il sesso, fosse molto evoluta, c’era, infatti, una così detta falsa morale o morale di comodo: mentre da un lato, si tendeva a sottacere il discorso sul sesso e la sessualità in genere, confinando l’argomento soltanto nelle discussioni clandestine tra uomini maturi e navigati, o tra giovani appena iniziati alle pratiche sessuali e, in ogni modo, sempre in forma occulta,  dall’altro, si riconosceva ai maschi adulti, da parte delle istituzioni, il diritto legalizzato a frequentare a pagamento, le così dette case del piacere.

Si creava così una discriminazione sociale che aveva del razzismo: da una parte c’era la donna, creatura perfetta ed ambita, piena di qualità e di virtù, il prototipo della donna idealizzata, questa era la “donna” da sposare, che sarebbe stata la madre dei nostri figli. Dall’altra esisteva la donna oggetto, da usare per soddisfare solo i propri desideri erotici, anche quelli più trasgressivi e inconfessabili. Con quest’ultimo tipo di donna tutto era permesso, bastava pagare e si poteva ottenere una determinata prestazione sessuale. Questo modo di pensare e di agire era inevitabile che creasse, nelle coscienze, una sorta di dicotomia morale che strideva in modo ineludibile.

Quando poi, con la Legge Merlini, le case chiuse pubbliche furono bandite, cominciarono a crescere come funghi le “Case d’appuntamento” private, dove le donne che volevano esercitare “il mestiere più antico del mondo”, potevano gestire a piacimento, soprattutto, dal punto di vista economico i loro “affari”. Questo fatto, se da un lato aveva, in un certo modo affrancato le prostitute da una sorta di lavoro schiavizzato, ancorché legalmente riconosciuto e retribuito, dall’altro, favorendo il nascere di nuovi innumerevoli ritrovi di piacere, non controllati né controllabili, dal punto di vista sanitario, aveva creato tanti nuovi possibili luoghi di contagio delle malattie, sessualmente trasmissibili.

Non è senza significato, infatti, che la prostituzione al di là delle implicazioni morali, sociali ed antropologiche che contiene, sia essenzialmente un problema sociale che assume, attualmente, un’importanza rilevante e preoccupa anche le pubbliche Istituzioni. Una volta, infatti, le malattie alle quali, possibilmente, si andava incontro dopo un rapporto con una prostituta erano, dalla più banale alla più pericolosa: la Blenorragia e la Lue o Sifilide, nei primi anni del 1900, la prima era curabile, anche se lasciava sempre delle conseguenze fastidiose, la seconda, invece, costituiva una sorta di male incurabile che spesso portava alla pazzia e poi alla morte.

Verso la metà del secolo XX, la scoperta degli antibiotici in genere e della Penicillina in particolare, aveva reso possibile debellare le malattie veneree, in modo anche piuttosto facile, anche la Lue, infatti, se diagnosticata in tempo, poteva essere guarita in modo definitivo. Oggi, un altro mostro, terribile, insidia la salute di coloro che si avventurano in rapporti omo ed etero-sessuali con persone che non conoscono o frequentano, occasionalmente: l’AIDS. Questo nuovo flagello, sviluppatosi in Africa e diffusosi, per contagio, in tutto il mondo, fa periodicamente milioni di vittime e, attualmente, non esiste un sistema di cura in grado di sconfiggere questo male.

La cosa, inoltre, che terrorizza e inquieta le coscienze, è il fatto che, questa malattia non presenta sintomi immediati, per la qual cosa, si può essere stati contagiati dal morbo, eppure, non saperlo nemmeno e portarselo dietro anche per anni, rischiando, a sua volta, d’essere un portatore tanto inconsapevole, quanto altrettanto pericoloso di un nuovo contagio, per le persone con le quali avrà rapporti sessuali, soprattutto il proprio coniuge. In questo problema, epocale, molto può fare l’informazione, continua, completa e incessante sulla prevenzione e sulla protezione dal male, soprattutto presso i giovani che sono i più esposti al contagio. La scienza, sta cercando un farmaco in grado di debellare anche questa malattia, ma non si possono fare previsioni, tutto è legato alla sperimentazione ed all’impegno nella ricerca.

Tutto questo, tuttavia, riguarda il presente ed è auspicabile, non debba riguardare il futuro, mentre il racconto che stiamo facendo è ambientato, quanto al periodo, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60. E’ possibile, che in determinati momenti della nostra vita, improvvisamente, possa materializzarsi, nella mente, tutto il nostro passato? Evidentemente si, perché Marco, mentre aspettava che gli aprissero quella porta, in un tempo incredibilmente breve, stava molto velocemente riassumendo la sua vita trascorsa.

Si vedeva, bambino, quando scorrazzava per i prati e le strade di campagna di un piccolo paese pedemontano dell’interland cittadino, dove era sfollato con la famiglia, perché c’era la guerra, la II Guerra Mondiale, un ricordo questo, nonostante il numero d’anni trascorsi, che era rimasto impresso nella sua mente in modo indelebile, per la serie di circostanze, alcune drammatiche, alle quali aveva dovuto assistere, suo malgrado. Poi c’era stato il ritorno in città, la scuola elementare, la media, infine il Ginnasio ed il Liceo, dolci anni quelli, che ricordava con nostalgia ed una punta di triste rimpianto, erano stati, forse, i migliori anni della sua vita.

Ora, era quasi, al quarto anno di corso nella facoltà di Giurisprudenza, si trovava in ritardo con il piano di studi, tuttavia, una giustificazione valida a questo ritardo egli l’aveva. Da un paio d’anni, suo padre, valente artigiano meccanico, titolare di un’officina molto bene avviata e con una numerosa clientela, si era ammalato di depressione, facendo precipitare nel baratro della miseria e della disperazione tutta la famiglia, perché oltre tutto, l’unica fonte di guadagno e di sussistenza era il lavoro di suo padre.

Marco si era dovuto occupare dell’attività del padre, per un certo periodo di tempo, egli conosceva anche il lavoro svolto dal suo genitore, era sempre stato vicino a lui, mentre lavorava, sin dalla tenera età e fino al conseguimento della maturità classica. Inoltre si era dovuto occupare della salute e delle cure mediche da offrire a suo padre che, nonostante tutto, non era guarito dalla depressione, che anzi si era quasi cronicizzata rendendolo invalido al lavoro.

Tutta una serie di guai, difficoltà economiche e gestionali, sofferenze psicologiche, lo avevano segnato profondamente, sentiva la responsabilità della famiglia, lui era il più grande, d’una decina d’anni, di quattro fratelli, tutti ancora in età scolare. Aveva dovuto dismettere l’attività paterna e trovarsi un lavoro; era stato assunto presso un giornale locale, con una paga piuttosto misera e nessuna garanzia previdenziale, tuttavia, faceva il corrispondente di un quotidiano nazionale, con una retribuzione che gli permetteva, integrando la paga del settimanale, di condurre una vita dignitosa, aiutando la sua famiglia.

 All’Università, si era presentato per l’esame, doveva sostenere la prova sul Diritto del Lavoro, una materia del II anno di Corso che aveva tralasciato, quella era la sessione di Febbraio che di solito serviva per recuperare le materie non date nelle sessioni di Giugno e Ottobre. Dopo un’attesa snervante di alcune ore, era stato chiamato dal professore. Si sentiva nervoso, irritato, non era sereno e la preparazione della materia, per la verità, piuttosto sommaria ed affrettata, fecero il resto. La prova d’esame non fu superata e anzi, il professore, piuttosto che farlo ritirare, lo aveva bocciato, evidenziando l’insuccesso nel suo curriculum di studi.

L’esito negativo di quell’esame, inopinato, lo aveva reso furioso, si sentiva contro tutto il mondo, le cose non andavano bene e poi, c’erano tutti i problemi d’ogni giorno, doveva rientrare in sede, riprendere servizio al giornale, nella cui sede passava quasi l’intera giornata, quindi a casa sua con il padre che aveva costante bisogno di cure ed attenzioni che, a volte, imponevano una vigilanza continua. Non ne poteva più, aveva ventidue anni e gli sembrava di essere già vecchio, senza essere riuscito a realizzare i suoi sogni di giovane, pieno d’entusiasmo e con brillanti prospettive future.

 Aveva voglia di dare una scossa alla sua vita, quale che fosse, anche inutile e trasgressiva, era un desiderio di libertà o meglio, di liberazione da preoccupazioni, afflizioni psicologiche e sofferenze dell’anima, forse, anche per questo, aveva deciso di andare da quella prostituta. Avrebbe sfogato là tutti i suoi crucci e le amarezze, lasciandoli in quel luogo di perdizione, dove tutto si dimentica, lasciando che il corpo abbia il sopravvento sulle sofferenze dell’anima e, come in una fumeria d’oppio cinese, tutto finisca in un oblio il più lungo possibile e riparatore.

Egli, non era mai stato in un postribolo, né in uno vecchio, stantio e convenzionale dei tempi andati, né in uno moderno senza garanzie, regole o vincoli. Non conosceva l’atmosfera di quel luogo di piacere. Per una volta, si era detto, avrebbe fatto anche quell’ esperienza, che fra l’altro, uniformandosi alla concezione dei più di quel tempo, non poteva e non doveva mancare nell’esperienza del vissuto di un giovane.

Così ora, era dietro quella porta, questa volta non sarebbe fuggito, voleva affrontare quella prova, come una liberazione, non pensava nemmeno agli eventuali rischi che correva, tuttavia, mentre aspettava, cosciente di volere fare quella cosa, si sentiva come un condannato a morte che ormai non poteva sfuggire alla sua sorte. Evidentemente, era anche destino che accadesse, infatti, nella vita di ciascuno di noi, almeno una volta, ci sono delle cose che, inspiegabilmente, accadono, senza che sia possibile evitarlo. Per verificarlo, basta fare attenzione o ricordare, provare per credere!

Venne ad aprire una cameriera, vestiva un abitino nero, con il colletto e un grembiulino bianchi, era in fondo il prototipo della domestica di una volta, al servizio di una signora che riceveva molte visite ogni giorno. A Marco non poté sfuggire che la ragazza, prima di farlo entrare, aveva accompagnato alla porta un “cliente”, che aveva finito la sua “visita di cortesia” e che salutò con sussiego. Allo stesso modo salutò lui e lo fece accomodare, pregandolo di attendere qualche minuto. L’avere incontrato, sulla porta un’altra persona, gli diede subito l’impressione caratteristica della promiscuità nel meretricio che, all’inizio della sua decisione non aveva nemmeno considerato, la cosa lo turbò e gli fece apparire, in tutto il suo squallore, l’ambiente nel quale si era cacciato.

Ormai, purtroppo, era tardi e non poteva andarsene, ci avrebbe rimesso la faccia; attese piuttosto inquieto, guardandosi intorno, tutto sapeva di promiscuo e di cattivo gusto, non era certo un luogo raffinato ed elegante, sembrava piuttosto l’anticamera di un albergo di quarto ordine, ancora peggio di quello della sua pensione per studenti. La signora, improvvisamente apparsa sulla porta in abbigliamento discinto, con un sorriso di circostanza lo fece entrare nella sua camera da letto.

Ora era lì, non sapeva cosa fare, non si sentiva neppure a disagio, non pensava neanche più alla prestazione sessuale, a pagamento, che si apprestava a compiere e, mentre scorrevano i preliminari di rito che la donna, con fare disinvolto e professionale, abilmente compiva, Marco si disinteressava del fatto intrinseco, non lo turbava nemmeno che la prostituta, di venti anni almeno, più grande di lui si era, nel frattempo, completamente svestita.

Egli aveva bisogno di sfogare il suo risentimento per la pessima riuscita del suo esame, di parlare con qualcuno di tutti i suoi problemi esistenziali del momento, delle sue insoddisfazioni, così parlava, parlava a briglia sciolta, come se avesse avuto uno sdoppiamento di personalità: mentre raccontava ad una sconosciuta quello che gli era capitato, impegnando la sua mente nel ricordo della negativa esperienza, il suo corpo era impegnato, quasi inconsapevolmente, in un’attività che non aveva niente in comune con i suoi pensieri.

Forse, in quel momento, piuttosto che trovarsi alla mercè di una prostituta che badava solo a sbrigarsi, a finire il suo “lavoro”, non avendo né la voglia né il tempo di ascoltare le problematiche di un giovane alla sua prima esperienza di sesso a pagamento, Marco avrebbe avuto bisogno di un amico, con il quale confidarsi, al quale raccontare le sue pene e sfogare le sue sconfitte con la vita.

Tutto si svolse, in un tempo relativamente breve, senza che egli avesse avuto il tempo di accorgersene e di partecipare, coscientemente, a quel balordo incontro carnale che, oltre a non avergli procurato alcun piacere, lo aveva piuttosto deluso, generando in lui un senso di schifo e di nuova frustrazione. Quello che credeva, avrebbe, almeno in parte, risollevato il suo morale, lo faceva sentire ancora più giù di corda, mentre cominciava a farsi strada nella sua mente, la paura che quella donna, che prima di lui aveva accolto nel suo seno, chissà quanti altri uomini, avesse potuto contagiargli qualche malattia.

  Purtroppo, il cattivo presentimento aveva più di un fondamento, infatti, appena ventiquattro ore dopo, cominciarono a manifestarsi i primi sintomi di qualcosa che non andava: orinava spesso, sentiva un fastidio crescente all’uretra che s’irradiava verso l’alto. All’inizio non gli attribuì molta importanza e lo considerò un problema momentaneo, poi, quando quei sintomi, non solo non si allontanavano, ma piuttosto aumentavano d’intensità, cominciò a preoccuparsi. Possibile essere così scalognato, non era mai andato con una prostituta, per una volta che aveva ceduto, più che altro ad una curiosità ed alla rabbia che aveva in corpo per la bocciatura subita, da subito, era incappato in qualche cosa che non conosceva e non sapeva spiegare.

Cominciò così per Marco un calvario di sofferenze e di paure che, all’inizio, durò un paio di mesi, fece il giro di diversi medici della città che non riuscivano a diagnosticargli niente di preciso.

Intanto, il tempo passava e i disturbi che accusava crescevano e si erano localizzati nella parte bassa e interna dell’addome. Egli era terrorizzato per quello che gli stava accadendo, scriveva nel suo diario: “Temo di avere contratto la Sifilide!” In seguito, quando le sofferenze diventarono insopportabili, prese una decisione, sarebbe andato a Palermo a farsi visitare da uno specialista in urologia e così fece. Non sapendo dove andare, ne scelse uno a caso, fra gli annunci pubblicitari di specialisti, pubblicati dal quotidiano regionale della Sicilia, prese un giorno di permesso al suo Giornale e partì. Dopo una visita accurata che lo traumatizzò alquanto, per la metodica diagnostica utilizzata dallo specialista, mai da lui sperimentata, fu accertato di cosa soffriva: aveva contratto un’uretrite aspecifica che si era complicata in una prostatite batterica.

Era trascorso, nel frattempo, un mese e mezzo dal rapporto avuto con quella prostituta, si era praticamente concluso e conclamato quello che era destino che avvenisse.  Il medico gli assegnò una cura a base di antibiotici, ma gli disse anche che sarebbe stato opportuno un trattamento ambulatoriale, collaterale giornaliero, presso lo stesso studio medico per la durata di una settimana. Marco non poteva assentarsi dal giornale per una settimana, lo avrebbero licenziato, quindi fece soltanto la cura d’antibiotici a casa sua.

Trascorsi dieci giorni di terapia, Marco si riconciliò con la vita, era guarito, non aveva più quei terribili fastidi che gli avevano reso la vita impossibile, ma, purtroppo non era così, lui però non lo sapeva. La prostata, infatti, sia per la sua particolare conformazione anatomica di tessuto fibroso, sia perché è protetta da una capsula, è difficilmente aggredibile dai farmaci. Quando questo organo molto importante per l’uomo, si ammala, aggredito da germi patogeni, tende a difendersi inglobando i germi al suo interno.

Quando si va in terapia antibiotica, i germi che sono in circolo vengono distrutti, determinando una finta guarigione, mentre quelli inglobati, possono rimanere innocui, dormienti ed inoffensivi per un tempo indeterminato, fino a quando, per un abbassamento delle difese immunitarie, o per l’ingresso casuale nell’organismo di altri ceppi di germi patogeni, si risvegliano, quasi cellule dormienti e si virulentano, causando episodi ricorrenti di prostatite acuta, a distanza anche di anni. Questo Marco non lo sapeva, né alcun medico glielo aveva mai detto, forse perché, quaranta anni fa, non lo sapevano neppure i medici stessi.

A causa di questi motivi, Marco nella sua vita, aveva dovuto affrontare, periodicamente e ripetutamente, visite specialistiche e terapie varie che non avevano mai risolto il problema, che puntualmente e improvvisamente, si era ripresentato in tutta la sua drammaticità. Fino a che, dopo circa trenta anni da quel disgraziato incontro, sopravvenuta, non si sa se, a causa delle ricadute frequenti dell’affezione infiammatoria, un’ipertrofia prostatica benigna, ma ostruttiva, a cinquantasette anni d’età, era stato costretto ad operarsi di adenoma prostatico.

L’intervento fu praticato dall’esterno, in gergo medico detta “a cielo aperto” per le aumentate dimensioni della ghiandola prostatica, e Marco che dovette, per necessità di cose e in conseguenza dell’intervento stesso, rinunciare alla sua funzione primaria nella sfera sessuale dell’eiaculazione, tuttavia, per cinque anni buoni, non aveva più avuto problemi di sorta. Il professore che lo operò, infatti, dopo l’intervento, in tono quasi trionfalistico gli aveva detto: “Stia tranquillo, perché ormai, lei si è levato il pensiero”.

Le “ultime parole famose”, perché, tra il sesto ed il settimo anno, dopo l’intervento, il problema si ripresentò a varie riprese, coinvolgendo anche la funzione sessuale e quindi, nuove visite specialistiche, nuove terapie che gli facevano maledire, ogni volta, quel disgraziato giorno in cui incontrò quella prostituta. Tutti i medici specialisti che aveva consultato gli avevano fatto avere una certezza: quel suo problema se lo sarebbe dovuto portare appresso tutta la vita. Il suo organo interno, infatti, ormai sensibilizzato e forse ancora infestato da germi, era soggetto a ricadute patologiche che si potevano, di tanto in tanto ripresentare.

 Si trattò, forse, di una cosa che era già scritta che dovesse avvenire nella sua vita e, nonostante la negatività di quell’evento, il fatto in sé si può configurare come un’esperienza formativa che può essere inquadrata nella crescita e nell’evoluzione dell’essere umano, che dalle esperienze della vita, buone o cattive, trae i migliori insegnamenti. Questa disgraziata esperienza che vogliamo connotare, metaforicamente, come il voler percorrere una “cattiva strada” ha, in fondo, anche un suo valore educativo e può essere concepita come un deterrente per i giovani che, spesso purtroppo, si accostano senza precauzioni e con una dose d’incoscienza tutta giovanile al sesso anche promiscuo, senza valutare le conseguenze cui andranno incontro.  

Poi, sopra ogni scelta ed ogni decisione che non può essere solo razionale, secondo noi c’è il destino, l’antico “Fato” latino, che segue ciascuno di noi e che determina le buone e le cattive cose che ci debbono accadere nella vita e, purtroppo, non possiamo farci nulla, possiamo solo sperare che non tocchi a noi subire le cose peggiori, o che avvenga un miracolo che ci salvi dalle sventure. A questo proposito vogliamo citare quello che ha detto un famoso scrittore tedesco J.W. Goethe: “Ci sono cose che il destino si propone ostinatamente. Invano gli attraversano la strada la ragione e la virtù, il dovere e tutto ciò che c’è di più sacro; qualcosa deve accadere, che per lui è giusto, che a noi non sembra giusto; e possiamo comportarci come vogliamo, alla fine è lui che vince.”

Vittorio Sartarelli

 
 

Vittorio Sartarelli nato a Trapani il 20/02/1037

Via G. B. Fardella, 237 – 91100 TRAPANI

Tel. 0923/540668 – Cell. 3287454908

E-Mail: vittorio.sartarelli@gmail.com

 

Partecipante al XII Premio Letterario Internazionale

“Voci – Città di Abano Terme” nella Sezione C: Racconto, a tema libero

Trapani lì 2/02/2017