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Vito Mauro
 
 

Approfondendo la lettura delle liriche di Nicola Romano, nella sua nuova pubblicazione Voragini ed appigli, (Edizioni Pungitopo, si ha subito la sensazione che la sua sia una poesia che nasce già adulta e si mantiene tale senza perdite di tensione, con uno stile affinato e raffinato che rende più pungenti i versi, a volte ironici, “… in fin dei conti / so radunare al meglio le parole / traggo quelle che affiorano / dal caglio dei silenzi”, qualche volta sentimentali: “Ti vorrei dolce acqua / nei tremori d’arsura / vita che spezzi l’anima”, altre nostalgiche, o bucoliche, “ma di solito il vento / che sospinge la pula / lascia polvere ed aghi / sulla fronte rappresa”, insomma nelle liriche di Romano si coglie un’eleganza poetica che avvince.

Una poesia già matura, ricca anche della conoscenza e frequentazione di tanti poeti, ma nello stesso tempo scorrevole, piacevole, di facile lettura, semplice come la copertina della raccolta, sobria, misurata, seria, rigorosa, scevra da immagini ridondanti.  

Un particolare delle poesie di Romano, consiste nel fatto, che queste sono senza titolo, ma in testa a ciascuna hanno un distico tratto da composizioni di altri poeti, con bellissime citazioni, «culmini», che il poeta usa come appigli che riportano al testo, la poesia è usata come presa, di fronte alle voragini che incontriamo durante la nostra esistenza, “Il giorno poi transenna / voragini nei cuori.”.

Quando si scrive, si fa un viaggio dentro se stessi, dentro i valori, la cultura, ancor di più quando si scrivono poesie e Romano ha coscienza poetica, ma senza vanità e con le sue liriche pure e sincere sono una delle voci più alte del nostro tempo, “Ti ringrazio davvero / acerrimo mio amico / per le spine affondate / nel fianco disarmato”.

Nelle poesie, tante sono le sfumature civili, esistenziali, liriche che non perdono la coscienza della verità della condizione umana, “La cronaca la cronaca / petulante e tagliente / … / e mai la verità / sul nostro tempo.”.

Oggi conosciamo la superficialità umana, ci si lascia incombere dalle abitudini, tutti spinti verso le apparenze della forma in un personalismo esagerato, con la poesia invece ci si ferma, leggendole si vede l’uomo che viaggia dentro se stesso e Romano lo fa a volte con ironia, “sarò sereno a sera”, a volte in modo critico per opporsi ai fanatismi: “Non possono segnare / solo e sempre i terzini / hanno altro da fare”, distinguendosi non solo per la loro alta definizione stilistica, ma anche per la tematica, per i rovelli, “ma tutto resta incerto / affidando al rouge ou noir / i litigi del mondo” e, in sostanza, per l’unità del discorso poetico.

Nicola Romano con la poesia ha un dialogo aperto, senza reticenza, “Diventeremo nomi / buoni per la memoria”, spazia su tutto ciò che è argomento di disquisizione e la sua eleganza poetica suscita passione culturale, “Il sogno del poeta / è leggere a una folla / rapita e assai gaudente”.

Nella seconda parte della raccolta dal titolo Dimmi se hai kuore, cronachette ferali, leggendo gli haiku, Nicola Romano, consegna componimenti brevissimi di soli tre versi, e si ha una sua precisa visione delle cose, si avverte la tendenza del poeta a concepire le proprie poesie come momenti, illuminazioni sensibili alle tematiche sociali, notizie che passano veloci, con la distrazione che spesso ci ritroviamo, ma tuttavia fissate in questi versi queste diventano squarci intensi, perché si rivolgono anche a tutto ciò che al mondo si mostra come fragilità, debolezza, imperfezione: “Poi parleremo / solo di morti e pianti /stupida guerra”, oppure “Assurda e bieca / la brama di denaro / terra dei fuochi.”.

Insomma, quaranta haiku tutti ricordare e da citare, perché Romano con gli haiku concentrati in soli tre righe riesce a dire con semplicità e chiarezza anche le cose complesse.

 

Vito Mauro