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| Carmelo Fucarino |
| Maria Elena Mignosi Picone - Piero Longo |
![]() Carmelo Fucarino
Titolo: Percorsi di labirinto
Recensione di Maria Elena Mignosi Picone
“…uomo svanito senza sogni e senza speranze”. Non è possibile vivere così. Il sogno, la speranza è la molla per intraprendere un percorso. “…siamo tutti impasto di passato che si scioglie in immagini di sogno, di presente che angoscia e ubriaca, di futuro che si colora di rosee speranze” e soprattutto siamo esseri umani “che non vogliono essere inghiottiti dal nulla del Tartaro.” Il nulla, il vuoto è da respingere. Ma oltre il sogno e la speranza c’è di più. C’è l’anelito al bene, al vero, a qualcosa che abbia un valore perenne, universale. A questo punto, Carmelo Fucarino avverte un dissidio interiore tra una forza che lo trascina in giù e una invece in alto. E’ l’immagine, di reminiscenza platonica, dell’uomo che si sente in catene, nel buio della caverna, mentre un riverbero di luce penetra dentro. “La luce inseguo che tremola nel fondo di nera caverna e ad ogni passo sempre più s’invola”. E’ la natura umana lasciata all’istinto (si pensi al bimbo piccolo, ai capricci) e la natura potremmo dire orientata dall’educazione. Il selvatico che c’è nell’essere umano e il ragionevole. Il male e il bene, non disgiunti ma tra loro intersecantesi, strettamente connessi. Il pendere da un lato o dall’altro determina il bene o il male, la pace o la guerra. “…sorrisi e lacrime sul volto dell’Uomo il frutto dolce amaro della vita” L’autore di questo libro, di poesie frammiste a brani di prosa anch’essi abbastanza poetici, è nato nel 1938 e ha visto perciò il Secondo conflitto mondiale e il Dopoguerra. La sua visione serena di per sé, essendo un animo sensibile e delicato, incline alla gioia e anche forse all’allegria, è di conseguenza come offuscata da un’ombra di tristezza. “Ma qualcosa si è sperduto nei meandri del cuore spaurito, trafitto da schegge di vetro”. Egli inoltre, nativo di Prizzi, paese siciliano di montagna, essendo molto legato al padre che “odorava di erba”, ha verso la terra, il lavoro campestre, la selva con “sospiri di terra, passi dell’esistenza”, parole che sgorgano spontanee e veramente poetiche: “E il bambino che il melo scalava ebbro di cime e di sole? e l’allegria che ruzzava nei prati di smeraldo, odore di erba e di rugiada?...E la segreta voluttà di pianto nelle notti di luna illanguidite dal profumo di gelsomino?” Si sente che è stato a contatto con la natura, con la campagna: “Dai tetti il fumo riscaldava ritorni e allegrie di parole”. Una vita semplice e campagnola. E anche qui ha fatto esperienza di vita. Infatti come “Talvolta si pianta un ciliegio osservando…il procedere delle stagioni, si prepara il terreno propizio ad accoglierlo…Poi una tardiva e inattesa gelata primaverile ne brucia le gemme, ne spegne per sempre la linfa vitale”, così ha imparato anche che i percorsi, talora presi con tutte le debite precauzioni, possono invece fallire per un fulmineo imprevisto. I percorsi! I percorsi della vita sono come vicoli ciechi, traiettorie senza via d’uscita. Percorsi di labirinto. Donde il titolo. Ma c’è di più. Il poeta non si ferma qui. Il suo messaggio non è questo, non è pessimistico. Allora egli così continua. Anche se, al contrario, il percorso riesce felicemente e tutto va secondo le aspettative, ecco la sorpresa: anziché essere appagati, subentra, magari dopo un momento di euforia, inevitabile la insoddisfazione. E allora il punto d’arrivo diventa un ulteriore punto di partenza. E così sempre. Per tutti gli uomini. Ecco anche in questo senso è da intendere il titolo: Percorsi di labirinto. Dopo uno ne segue un altro in un inestricabile groviglio di percorsi, di vario genere, ora piani ora aspri, ora insidiosi ora sereni. Ma sempre segue l’insoddisfazione. Anche questa che potrebbe sembrare una conclusione definitiva però non è ancora il messaggio che l’autore vuole dare. Ora tutti questi percorsi, quelli che riempiono la esistenza di una persona, costituiscono l’esperienza che questa fa di volta in volta. E quindi non si finisce mai di fare esperienza. Si ripetono magari sempre gli stessi errori. “E ora?” si chiede infine l’autore. Mollare tutto, cedere, rassegnarsi e deporre le armi? Ecco sta qui il punto, il nucleo del libro, il suo significato. E allora il messaggio è racchiuso nelle ultime parole del libro: “La certezza dell’inutilità dell’esperienza sarebbe la morte”. E’ un messaggio positivo che sprona alla lotta: a cominciare e a ricominciare. E’ un messaggio di speranza. Nonostante l’inquietudine. E al proposito ci viene in mente la famosa frase di Sant’Agostino: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te” |
| L’immobile fuga del canto - Piero Longo |
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Al di là degli scherzi grafici dell’autore che alludono alla complessa immagine della natura e ad una sua mera redutio ad lineam nel gioco impossibile di contenerla e comprenderla, l’universo poetico di Carmelo Fucarico ci sorprende per quella sua apertura verso la realtà quotidiana vista con gli occhi ingenui di un “fanciullino” che ha però incontrato Huysmanns e forse anche quel suo Des Esseintese già In Cammino verso la ricerca di una dimensione altra che potesse risignificare il mondo. Mentre crede di parlare ancora con Omero e con la divina Saffo, il poeta ci trascina, infatti, dentro le contraddizioni di un secolo bruciato tra due guerre mondiali e l’esplosione atomica che non ha ancora finito di avvelenare l’umanità e intanto continua a distruggerne, con le sue metastasi tecnologiche, l’organica vitalità dissacrando ogni aspetto della sua esistenza ridotta alla fagocitante capacità del produrre, accumulare e consumare e strumentalizzando la vita che rischia cosi di perdere la via della “Sapienza” poiché immersa nella notte dei “vaneggiamenti”. E tuttavia in questo mondo che grava e si arrovella nei pensieri dell'uomo con la sua scienza esatta e votata allo sterminio, c'è ancora il monito che giunge dalla voce quasimodiana e dalla profonda eco montaliana e c'é anche la possibilità del riscatto e della redenzione poiché l'invito del poeta ad entrare nella Cattedrale dell'anima dove ancora risuona il canto della speranza, è l'anelito della poesia che è all'origine di ogni possibile canto. La disfonia del presente e la nostalgia dell'armonia perduta sono, dunque, le mete attorno alle quali muove e s'aggira la corsa della sua biga guidata dal cuore e dalla mente che anelano alla vittoria sul male e sul dolore cercando la parola che ridoni alla poesia il sorriso d'un tempo e al poeta l'abbraccio della Musa vagheggiala che reca ancora la saggezza promessa. Forse, in questo senso, i percorsi labirintici, cui si riferisce il titolo della raccolta alludono allora ai segmenti e ai frammenti della memoria che entrano in gioco quando realtà e ricordo si fanno lacci e catene che impediscono la ricerca razionale della via verso la luce, l'uscita che conduca fuori dalla caverna dove la realtà proietta i suoi fantasmi e inganna la ragione che non ha forse altri desideri se non quelli suscitati dalle cose che crede di conoscere e di poter possedere. Il grande inganno della natura è dunque il male di non sapere e il solo bene possibile all'uomo è la scienza del conoscere e la poesia che redime dall'angoscia del non sapere. In questo continuo chiedere ed interrogarsi del poeta si intrecciano prose e versi che formano "i labirintici percorsi" di un linguaggio capace di scavare nelle ombre e risalire alla luce nei meandri della parola che si leva al suo canto. La vita e la morte, 1' infanzia e la vecchiaia, l'amore e la disperazione, l'odio e la guerra sono, infatti, i termini nei quali l'umanità si dibatte e nei quali uomini e donne si incontrano e si scontrano tentando l'armonia in una fede che sia agape e grazia poiché "fu prima di Cristo / la vendetta di Javé". E in questa chiave, appunto, s'aprono al canto le sequenze dei versi e delle prose narrative che legano metaforicamente la vita del poeta a quella di tutti gli altri uomini. Dal labirinto botanico a quello di Chartres, presentati visivamente tra le pagine ritmate dal verso, i simboli naturali e intellettuali che sottintendono il percorso esistenziale di questa raccolta antologica di Carmelo Fucarino, rimandano dunque all'eterna spirale di fughe e ritorni nei quali l'intelligenza e la memoria umana si intricano e si districano alla ricerca della ragione dell'esistere. E da questa umana condizione parte la riflessione del poeta che si lascia guidare dal ricordo e incatenare dalla memoria ma che disinganna il suo cuore proteso all'abbandono opponendo ai suoi sogni e alle sue illusioni la prosodica razionalità del narrarsi scoprendo a se stesso e additando agli altri un percorso reale e simbolico che si intreccia indissolubilmente con la sua esperienza interiore ed estetica, un labirinto di strade e richiami nel quale egli cerca la via che lo porti verso la poesia nella quale si realizza il suo sogno consapevole anche del disinganno che esso comporta e che pertanto diviene colloquio con il lettore che si lasci captare da questo suo profondo vedere e sentire il mondo. La natura, nel senso della cultura occidentale, e l'anima, nel significato più propriamente cristiano, sono perciò i luoghi della meditazione dove volge il cammino del poeta e di chi come lui intende la poesia come lucida disamina in versi della propria vita, metafora dell'esistenza, abbandono e consolazione ma non poesia consolatoria poiché superando l'angoscia dell'uomo novecentesco questo "sentire e meditare" di Carmelo Fucarino lascia nuovi spiragli alla luce della speranza. |
| Palermo 7 novembre 2010 |