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Salvatore Armando Santoro

 

UNA LEZIONE DI VITA

 

A scuola non era stato mai tra i migliori per via della sua svogliatezza. Quando arrivava la primavera, poi, era assalito da una frenesia indescrivibile, da un desiderio di libertà incontrollabile, e un giorno su cinque marinava la scuola.

Francesca, la sua compagna di classe di liceo, spesso era con lui; anche lei era pervasa dalla sua stessa vivacità e Armando era uno dei suoi discretissimi compagni di avventure pomeridiane. Si, perché allora, non essendoci troppe aule scolastiche nelle scuole della città, gli studenti erano costretti a fare i turni. Ma per Armando e  Francesca era una fortuna. Infatti, il pomeriggio aprivano anche le sale cinematografiche che diventavano rifugio ideale per le loro scappatelle periodiche.

Le loro assenze a scuola, però, non passavano inosservate. Il vicepreside, un omino simpatico, più largo che lungo, li teneva sotto tiro.

Arrivò in classe un giorno e chiese di Armando. Ma capitò proprio in uno di quei giorni in cui questi aveva marinato la scuola.

“Scommetto - sogghignò - che anche Francesca è  assente”.

Infatti, Francesca era a passeggiare con Armando sul lungomare di Reggio in una di quelle giornate meravigliose di primavera, con gli alberi tutti fioriti  e profumati ed il mare tirato a lucido che rifletteva dentro, come in uno specchio, i monti della Sicilia. E chi aveva voglia di chiudersi in un’aula scolastica con una giornata simile?

All’uscita di scuola erano soliti andare a chiedere ai compagni i compiti assegnati per l’indomani.

“Oggi è venuto il vicepreside - dissero un giorno a Armando - ed ha chiesto di te. Ha detto al professore che appena ritornerai a scuola vuole parlarti”.

 In quegli anni sua madre gestiva un’attività commerciale, e Armando avevo imparato a “darsi da fare” per racimolare un po’ di soldi per comprare di nascosto le sigarette, qualche gelato e poter andare al cinema.

Aveva acquistato a rate una macchina da scrivere, una delle prime lettere 22 dell’Olivetti, ed aveva subito organizzato una sorta di servizio per i clienti del negozio ricevendone in cambio dei modesti compensi. Inoltre, aveva assunto la rappresentanza di una azienda tessile di Prato, che vendeva per corrispondenza, su catalogo,  dei tagli di tessuto che, come era allora consuetudine, venivano poi confezionati su misura nei tanti laboratori di sartoria esistenti nella città.

Quei tessuti erano prodotti con cascami di lana rigenerata e cardata  e, pertanto, costavano molto meno di altri tagli più pregiati. Inoltre, la ditta che li forniva consentiva anche la dilazione dei pagamenti in comode rate mensili.

Quando Armando ritornò a scuola, insieme ai libri si era portato dietro anche il suo armamentario di rappresentante. Aveva appena risposto “presente” all’appello che il professore si interruppe e lo spedì diritto dal vicepreside.

Quando fece la sua apparizione sulla porta della Segreteria il vicepreside gli andò incontro minaccioso e, puntandogli contro un dito, gli urlò sul viso: “E allora, la vuoi smettere di fare tante assenze e di dare fastidio anche alle ragazze?”

Il vicepreside, oltre al difetto di essere un piccoletto, aveva anche una voce rauca e profonda. Quando si arrabbiava il suo tono invece di aumentare si smorzava in misura proporzionale al volume di voce che adottava. Ne usciva fuori, così, un suono gutturale quasi gracidante, che invece di incutere paura provocava una profonda ilarità, contenuta a stento, in chi gli stava di fronte.

“Guardi professore - rispose Armando simulando un'espressione mortificata, ma un po’ anche ferito che le sue virtù di don giovanni in erba venissero così miseramente ridimensionate - che io sono una persona seria. Se faccio qualche assenza da scuola è perché ho cose non meno importanti a cui pensare ogni giorno: altro che dare fastidio alle ragazze”.

E così dicendo tirò fuori il suo campionario di depliants e tessuti cominciando a dissertare sulle sue iniziative per rendersi utile alla famiglia.

La risposta colse di sorpresa quell’insegnante. A tutte le scuse e le favole che gli raccontavano i suoi allievi per giustificare le loro assenze era preparato, ma le motivazioni addotte a giustificazione delle assenze di Armando lo avevano alquanto spiazzato ed anzi cominciò a dimostrare interesse al suo lavoro e, soprattutto, alla merce che esponeva.

Armando non aveva mai ricevuto da nessuno lezioni di marketing ma aveva maturato numerose argomentazioni per convincere i suoi clienti. Una di queste, per quei tempi, era il suo pezzo forte, soprattutto se rivolta ai dipendenti pubblici che, quanto a remunerazione, erano abbastanza maltrattati.

“Vede professore - continuò - i prodotti di questa ditta sono di pura lana e di primissima qualità. E poi noti - sottolineò con intenzione - che un taglio di questi tessuti è possibile anche pagarlo a rate in trenta, sessanta, novanta, centoventi giorni”

Centoventi giorni, quattro mesi: era una comoda rateazione per molte persone! Poi fatta sulla parola, senza  dover firmare cambiali, come si usava in quei tempi.

Armando si accorse che il suo professore era completamente cambiato, ormai dimentico di esprimergli la sua disapprovazione per le sue continue assenze, profondamente interessato agli articoli che gli stava facendo lampeggiare davanti e che potevano diventare suoi con una rateazione sufficientemente lunga, tale da tornargli quanto mai comoda e vantaggiosa.

“Se gli articoli la interessano - concluse ormai convinto d’averla fatta franca e di poter combinare anche un buon affare - posso venire una sera a casa sua e farglieli vedere con calma”.

Non realizzò alcun affare con il suo vice-preside, forse per una sorta di dignità e di fierezza che gli impedivano di mettere in piazza le sue difficoltà economiche. Infatti, l’interesse a comprare un taglio di tessuto per confezionarsi un vestito nuovo era altissimo, ma aveva di fronte un suo allievo e la sua autorità avrebbe subito un duro colpo se quella stoffa l’avesse dovuta pagare a rate.

“Poi ne riparleremo - concluse - adesso torna in classe e cerca di non fare altre assenze”.

Rientrò in classe. I suoi compagni s’aspettavano di vedere entrare un vinto, uno che aveva ricevuto una paternale di quelle che si ricordano per un bel pezzo. Si trovarono di fronte, invece, un vincitore che, con un sorrisetto di soddisfazione sembrava dire a tutti: “Visto, pecoroni”. E quando gli domandarono: “Com’è andata?”, rispose con un’aria di ironica superiorità: “Bene: e per poco non gli vendevo anche un vestito”.

Armando meditò tante volte in seguito, in età più matura, su quel colloquio e su quella arrogante risposta che aveva dato ai suoi compagni. Quella risposta gli è pesata nel cuore molto di più della paternale non ricevuta quel giorno.

E sovente, a distanza di tanti anni, gli ritorna in mente la discussione di quel giorno e la dignità e l’orgoglio di quell’educatore che incontrò, per caso, molti anni più tardi nei pressi di San Domenico di Fiesole mentre partecipava ad un corso di preparazione sindacale presso il Centro Studi della Cisl, e che dopo di allora non ha mai più rivisto ma a cui, con gran rispetto, continua ancor’oggi a pensare.

 

Santoro Salvatore Armando

       (San Marcello Pistoiese 26.5.1999)