Pesaro, 18 dicembre 2008. E' una triste
giornata di pioggia. No, non è la pioggia che la rende triste.
Siamo noi, noi italiani, noi esseri umani, cui nessuna pioggia può
lavare via l'immondizia del razzismo,
dell'intolleranza, dell'odio. Un'ora fa ero seduto al tavolino di
un bar, qui a Pesaro, insieme a un mio caro amico. Entravano
persone di tutte le età, alcune si soffermavano solo per un attimo,
il tempo di chiudere l'ombrello, controllare se i pacchi natalizi
si fossero bagnati, rassettarsi e uscire di nuovo, sotto l'acqua
scrosciante. A un certo punto è entrato un uomo di colore, sui 35
anni, che vendeva ombrelli. Voleva solo attraversare il bar,
passare da una porta e uscire dall'altra, percorrendo pochi passi
all'asciutto. Il barista, dietro il banco, si è alzato in punta di
piedi, ha assunto un tono minaccioso e gli ha gridato: "Te lo dico
per l'ultima volta, tu qui non devi proprio entrare". I clienti
annuivano, fissando l'uomo con ostilità. Una donna ha bisbigliato
la "solita" frase: "Non se ne può più. Ma perché non se ne tornano
a casa loro". A capo chino, l'uomo stava per uscire, quando l'ho
chiamato: "Ehi, perché non ti siedi con noi e non bevi un caffè?".
Lui ha sorriso, ha esitato qualche istante, poi si è rassicurato,
accorgendosi che eravamo realmente amichevoli, e si è seduto.
Preferiva un cappuccino, che ho subito ordinato: "Un cappuccino per
il signore". Gli altri clienti erano sbalorditi.
Guardavano i baristi con espressioni interrogative, cariche di
sdegno. Sembrava di essere a Montgomery, in Alabama, negli anni
1950. L'uomo sorseggiava il cappuccino e sorrideva. Ci ha
raccontato di essere venuto in Italia perché in Nigeria faceva la
fame. "Ma oggi non si vende niente," si lamentava, indicando il
mazzo di ombrelli di tutti i colori. Abbiamo conversato anche di
calcio, dell'Inter, la squadra italiana che lui ammira di più e
della Nigeria, una delle formazioni più forti d'Africa. Quando è
uscito, con i suoi ombrelli pieghevoli, la gente ha finalmente
smesso di fissare il nostro tavolino con sguardi di fuoco.
Recentemente ho definito Pesaro come "la città dal cuore di
metallo," in riferimento alla famosa "palla" di Arnaldo Pomodoro,
monumento bronzeo che è fra i simboli della città, ma soprattutto
all'intolleranza che si è impadronita delle Istituzioni,
delle autorità e di gran parte della cittadinanza. Qualche giorno
fa un agente di polizia mi ha chiesto come mai la mia posizione
verso la città in cui vivo attualmente, posizione che a volte
esprimo sulla stampa locale, sia così critica. "Ammiro molto
l'impegno del suo gruppo contro il razzismo, ma è davvero convinto
che qui a Pesaro siamo tutti uguali?".
Gli ho risposto che no, non sono convinto che Pesaro sia una città
razzista. Qui ci sono anche persone che lottano per una
città multietnica, solidale e accogliente. Proprio a Pesaro ho avuto
l'onore di conoscere una donna straordinaria, che si impegna
quotidianamente per soccorrere i malati che non ricevono cure, i
poveri che non ricevono assistenza, i Rom che vengono braccati,
aggrediti, minacciati affinché abbandonino la città.
Contemporaneamente, però, mi sono accorto di come i politici, le
autorità, la stampa di Pesaro, Fano e di altri paesi del
circondario conducano una campagna intollerante non solo verso i
Rom, ma verso la gente di colore e i poveri. Ho seguito da vicino
la vicenda di alcuni senzatetto, cittadini fanesi, che si sono
rivolti ai servizi sociali della loro città. "Che cosa vi aspettate
da noi?" ha chiesto loro un'assistente sociale. "Solo un posto dove
dormire la notte e l'opportunità di svolgere qualsiasi lavoro,
anche umile, anche pagato poco. "Avete sbagliato indirizzo," ha
risposto loro la donna, "perché non siamo un albergo né un ufficio
di collocamento". A Pesaro è lo stesso. I servizi sociali non
si occupano dei cittadini disagiati, ma sono al servizio dei
politici e dei cittadini più influenti, quelli che di certo non
hanno buchi nelle scarpe. Promosso dai media e nei comizi, l'odio
razziale serpeggia ovunque e i diversi sono indotti ad andarsene. A
parole si scoraggia il vagabondaggio delle persone indigenti, ma
nei fatti anche le case di accoglienza limitano al massimo il
periodo di permanenza dei senzatetto: tre giorni, una settimana,
dieci giorni, un mese solo per i più fortunati. Accedere ai buoni
pasto è un'impresa, non un diritto: quattro al mese, due alla
settimana. Stesso discorso per i vestiti dismessi. La gente li dona
alle associazioni caritatevoli, ma per ricevere un maglione liso o
un paio di pantaloni rattoppati, bisogna passare attraverso la
gogna. L'elemosina, poi, è combattuta come se fosse un crimine. In
questi giorni natalizi, Pesaro festeggia i simboli della nascita
di Gesù, senza rendersi conto che il Redentore venne alla luce in
una casa occupata e che sua madre viveva di elemosina, come una
"zingara". Se capitasse da queste parti, i cittadini, secondo
quanto consigliato dalla Questura, avvertirebbero immediatamente le
forze dell'ordine, segnalando la presenza sgradita di "nomadi".
Immediatamente scatterebbe la denuncia per "occupazione di stabile
rurale" e una solerte assistente sociale provvederebbe, autorizzata
da uno di quei giudici che "firmano" il destino di esseri umani che
non si degnano neppure di conoscere, a sottrarre il Bambino a
Giuseppe e Maria, per affidarlo a una casa famiglia. Buon Natale,
Pesaro del cuore di metallo e buon Natale, Fano "lucente come
una stella cometa".
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