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Pierluigi Curcio
 
 
Ludovica
 
 

Mi chiamo Antonio Navarra. Brigadiere Antonio Navarra, trenta anni di onorato servizio nell’Arma e distaccato nelle sedi più calde d’Italia. Sono stato in sevizio a Palermo, Catania, Napoli.

Ho conosciuto il giudice Falcone e, il Borsellino, mi chiamava affettuosamente Totò. Ho pianto come un bambino quando ho saputo della loro morte. Ventitré maggio 1992, Falcone. Diciannove luglio 1992, Borsellino. Conoscevo alcuni degli uomini di scorta, mi mancano.

Ho chiesto di andare in pensione quando mi sono beccato due proiettili dopo tre mesi dalla morte di Borsellino. Uno nella spalla, un secondo in una coscia. Lo sguardo smarrito di mia moglie e delle mie figlie quando mi videro intubato in un letto, valse più di mille parole. In famiglia hanno sempre pensato che sarei stato il primo a raggiungere i nonni, invece mia moglie se l’è portata via un cancro. Mi vien da piangere dalla rabbia se ci penso.

Sono vedovo da un anno e ancora non riesco a darmi pace della dipartita di Laura. Mi ha seguito in ogni trasferimento senza farmelo pesare e, con lei le mie gioie: Anna e Ludovica.

Anna è sempre stata la più integerrima. Seria, pacata, risoluta. Non abbiamo mai avuto un vero rapporto, se non dopo essere andato in pensione. Alle volte ho creduto odiasse me e il mio lavoro. Turni impossibili. Notti senza tornare a casa. Giorni in cui non sapevano se fossi vivo o morto. Pagelle mai viste e mai firmate. Ai colloqui coi professori ci è sempre andata Laura. La prima volta che ho chiesto ad Anna se avesse un ragazzo, mi ha guardato stralunata. Come se non riuscisse a capire. Esitante, mi ha risposto con un no incerto. Le si leggeva in faccia che pensava… E adesso a questo cosa gliene frega?

Oggi è diverso. La perdita di Laura ci ha in qualche modo riavvicinato. Non riesco a darmene pace, ma non mi pento della vita che ho vissuto. Ho adempiuto al mio dovere di uomo e cittadino nei confronti dello Stato, ma ho rischiato di perdere la mia famiglia più di una volta. Quante volte ho visto la valigia, messa lì, nell’ingresso di casa? Era un muto ultimatum, a cui Laura non ha mai dato un seguito. Le bastava perdersi nel mio sguardo smarrito perché mi stringesse forte e mi dicesse che andava tutto bene, che non mi avrebbe lasciato. Ti amo, Laura. Oggi come e più di ieri.

Ludovica invece, pur essendo la ribelle della situazione, mi è sempre stata attaccata. Vedeva in me il suo eroe. Ha seguito corsi di recitazione fino a due anni fa. Pensavo volesse diventare un’attrice e, una volta, sulla scrivania della sua camera, notai i moduli di iscrizione per il Conservatorio Teatrale ex Scaletta di Roma. Non dissi nulla. Avrei accettato ogni sua scelta. Aveva non più di nove anni quando, nel tornare alle prime luci dell’alba, la trovai sveglia, seduta nell’ingresso e a luci spente. Mi fece prendere un coccolone. «Cosa succede?» Le chiesi. Mi fece cenno di chinarmi e mi abbracciò forte forte: «Ho fatto un incubo» La tenni stretta a lungo, poi la sollevai tra le braccia e la misi a letto, come quando era piccola.

È uno sforzo enorme soffocare le lacrime adesso.

Ludovica mi ha stupito più di chiunque abbia mai fatto. A vent’anni si è presentata a casa tutta tronfia e sghignazzante. Rideva come una bambina e mi guardava con quei suoi occhi neri e profondi. Scintillavano di gioia. Non capivo.

Estrasse una lettera dalla borsa. Riconobbi subito l’intestazione. Un tuffo al cuore. Un lampo di orgoglio. Il principio di quella paura che hanno sempre provato i miei cari durante gli anni di servizio, iniziai a provarla allora e continuo ora. Oggi più che mai.

Ludovica non è sposata. Non ha un uomo, almeno che io sappia. Una volta ci è andata vicina al matrimonio, credo fosse un dj. Non ci ho mai capito molto di queste cose. L’ha pizzicato insieme a una ragazzetta nel loro appartamento. Non ha fatto una piega. Ha buttato fuori di casa entrambi senza permettergli di rivestirsi. Dio, come avrei voluto assistere alla scena. Forse è stata la molla che l’ha spinta a impartire un cambio radicale alla propria vita.

 

Sono seduto da sette ore nella sala d’aspetto di un ospedale. Ludovica sta subendo un delicato intervento chirurgico. Una rapina, uno scontro armato. Secondo le testimonianze la mia Ludo ha risposto al fuoco un decimo di frazione prima che il proiettile la centrasse nel petto. Quel bastardo si trova al piano di sopra con una ferita alla gamba. Ci sono andato due ore fa, ma è piantonato. Non mi hanno fatto passare. Volevo solo guardarlo in faccia, ma non mi hanno creduto.

E cosa faccio se la mia Ludo dovesse morire? Cosa ci faccio in quella casa vuota senza la mia piccolina? C’è Anna qui vicino. Mi tiene una mano sulla spalla, ma nei suoi occhi voglio leggere un tacito rimprovero. «È colpa tua, papà.»

Inspiro ed espiro lentamente. Vedo scorrere dietro le palpebre serrate il volto di mia figlia e ripenso a tutti i momenti in cui non ci sono stato. I compleanni, le feste, gli anniversari. Io non merito questa famiglia. I singhiozzi superano ogni resistenza e prendono il sopravvento. Copro il volto con le mani per nascondere la vergogna e la disperazione. Anna mi si avvicina, mi carezza il capo. Avverto il braccio avvolgermi le spalle. Si piazza di fronte, china sulle ginocchia. Mi schiude lentamente i palmi e preme la fronte contro la mia. «Non è colpa tua papà. Mi senti, papà? Non è colpa tua. Ludo ti ha sempre ammirato da quando era piccola. Il tuo è stato un lavoro che ci ha riempito d’orgoglio. Spesso non c’eri, ma ci ha pensato la mamma a farci sentire la tua presenza. Ci raccontava di quanto fossi stato buffo quando ti sei presentato con un mazzo di rose rosse nel negozio in cui lavorava… un fioraio. Il proprietario ti ha guardato allibito e non ti ha buttato fuori solo perché indossavi la divisa.»

Smetto di piangere «Voi siete la mia vita, Anna. La mia vita.»

«Essere figlie di un carabiniere è un onore. Ci hai fatto crescere nel giusto e ci hai insegnato tanto papà. Io questo lo so e la rabbia che leggi ogni tanto nei miei occhi, è perché avrei voluto averti più vicino, ma io ti voglio bene, papà. Noi te ne vogliamo e non preoccuparti. Ludo non è una stupida e non è diventata un carabiniere per emulazione. Sa quel che vuole dalla vita e non si libererà di quella divisa neppure dopo che sarà guarita. Perché, puoi starne certo, lei guarirà, papà.»

Restiamo abbracciati per altre due ore. Sembrano interminabili.

Io, lei e quella maledetta porta. Anna è riuscita a farmi mangiare un cornetto, ma aveva il sapore del fiele.

Schizzo in piedi quando le ante della sala operatoria vengono spalancate. Ne è uscito un chirurgo, probabilmente l’uomo che l’ha operata. Ha l’aria stanca. Trafelata. Indietreggio di un passo, timoroso di ascoltare parole che potrebbero equivalere a una sentenza di morte.

«Siete i parenti del maresciallo Navarra?»

Anna mi anticipa «Io sono la sorella, lui il padre.»

«L’operazione sembra essere riuscita, ma dovremmo attendere le prossime ventiquattrore per vedere come risponderà al decorso operatorio. Sua figlia è forte e ha una buona tempra, spero con tutto il cuore che ce la faccia.»

Capisco che di più non vuole e non può dirmi. Anna china il capo e scoppia in singhiozzi.

«Quando potremo vederla?»

«Il tempo di sistemarla per bene in terapia intensiva. Tra un’oretta al massimo e non più di un parente alla volta.»

Gli stringo le mani, lo ringrazio. Lo vedo sgattaiolare via quasi imbarazzato. Avverto che fa il tifo per la mia Ludo.

La porta resta socchiusa, non riesco a resistere. Anna tenta di trattenermi. «Non preoccuparti, un solo sguardo e vado via.»

Anna scuote la testa, ma mi capisce.

Un infermiere mi blocca subito la strada. Non ho bisogno di parole, basta lo sguardo.

China il capo.

«Mi segua.»

Ludo è già in sala rianimazione. L’infermiere mi da una mascherina e un paio di guanti in lattice. Li trovo inutili ma li indosso.

«È sotto effetto dell’anestesia, non può sentirla.»

Mi avvicino, le stringo la mano inerme. È così pallida…

Solo un attimo, forse uno spasmo, ma le dita si contraggono tra le mie. Alzo il capo speranzoso verso l’infermiere che sembra non essersi accorto di nulla.

Ora la so, la mia Ludo supererà questa tempesta e sarà più forte di prima.

 
 
© pierluigi curcio