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Pierluigi Curcio
 
 
L’AMORE ALLA MIA ETA’
 
 

Ettore aveva settanta anni, troppo giovane per una casa di riposo, ma quando la vita ti ha levato tutto, abbattendoti e rubandoti anche il respiro, non resta altra scelta che farla finita o fuggire dal mondo. Sempre cordiale ed educato, non l’avevo mai veduto perdere la pazienza con nessuno degli altri ospiti e, seppur di una riservatezza estrema, era squisitamente disarmante con chiunque… anche con me.

Forse fu il sorriso, forse la troppa solitudine patita nel corso degli anni, forse la mano invisibile e tesa che solo io riuscii a intravedere o forse, fu semplicemente il destino. Non so quando me ne resi conto… alla mia veneranda età, l’idea stessa dell’amore aveva assunto colori così sbiaditi e lontani d’averne perso coscienza. Eppure i sintomi c’erano tutti. Il primo pensiero del mattino? Ettore! L’ultimo ricordo della giornata? In ogni immagine era sempre il suo viso a comparire come per incanto e, quando mi avvidi della leggera tachicardia che mi coglieva ogni qualvolta mi si avvicinava, non ebbi più dubbi. Emma Ricci, ex maresciallo dell’Arma, dopo due matrimoni, un divorzio e una vedovanza, era nuovamente innamorata come uno scolaretta.

Dovette leggermi nel pensiero perché la prima volta che realizzai il concetto, le labbra si schiusero in un sorriso così aperto e solare che il “mio” Ettore, nonostante si trovasse dalla parte opposta della sala lettura, mi fissò a lungo e intensamente prima di ricambiare a sua volta.

Era un pomeriggio di primavera e, il giardino in fiore, appariva inondato dai raggi di un sole marziano. Godevo del tepore, avvertivo ogni stilla di luce scaldarmi le ossa ancora intirizzite dal freddo della notte. Gli occhi chiusi, il viso rivolto al cielo. Ne percepii la presenza ancor prima di avvertirne i passi. Un profumo di ebano penetrò nelle nari fino a lambire la punta del cuore. Inspirai a fondo e, quando lo scorsi seduto al mio fianco, mi parve come la cosa più naturale del mondo. Incerta, schiusi le labbra, ma Ettore mi anticipò.

«Non badare a me e continua pure, mi piace vederti crogiolare al sole».

Stupita, tornai a rilassarmi sulla panchina. Serrai nuovamente le palpebre, ma non fui più capace di starmene lì seduta come uno stoccafisso. Frastornata, spalancai il bulbo oculare e glielo puntai in viso. «Hai appena detto che ti piaccio, o erro?».

Rise come mai prima e non avvertii scherno. Solo una pura e limpida allegria. Incuriosita, mi rizzai sulla panchina e l’osservai attenta. Inclinai il capo di lato. Alzai il sopraciglio sorpresa e la mia espressione dovette essere così buffa che se Ettore era finalmente riuscito a contenersi, resistette solo per un attimo.

«Cosa ho detto di così divertente?» le dissi fintamente piccata. «Ho solo ripetuto quel che ho appena sentito».

«Credo allora che tu abbia bisogno di un otorino». Mi irrigidii come se indossassi ancora la divisa e afferrai risoluta il poggia mano. Le nocche sbiancarono.

«Ho detto che mi piace vederti crogiolare al sole, non  che mi piaci tu».

Facendo ricorso a quel poco di ben dell’intelletto che ancora conservavo, decisi di attingere a tutta la dignità di cui ero in possesso e andarmene. «Non è la stessa cosa?».

«Ma certo che no!» replicò placido nell’affiancarmi.

 «Mi spiace se l’ho offesa in qualche modo, signore. Non era intenzione di questa povera vecchia rincitrullita credere che lei possa nutrire un qualsiasi sentimento nei miei riguardi». Mi inchinai secca con l’intento di accomiatarmi e per poco non sbattei i tacchi quando mi voltai ferita. Sgambettò velocemente e mi affrontò con un falso cipiglio, ma non parlò. Ci fissammo per lunghi interminabili istanti, fin quando, la piega seria che tagliava in due i nostri volti non si stese in un ampio sorriso. Mi si avvicinò, e, chinatosi, mi sfiorò le labbra con un bacio. Lo guardai senza capire. «Ma hai appena detto…».

Mi afferrò sottobraccio e tornò a fissarmi «Mi piace vederti crogiolare al sole».

Sessantacinque anni e innamorata. Sì, ragazzi. Si può.