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Pierluigi Curcio
 
 
 
DEJA VU
Fidenza ore 05:00 A.M.
 
 

Erika sbatte la porta di casa. Ha fame e freddo. Non leva il giaccone ma entra subito nel cucinino in cerca di qualcosa da mangiare, di dolce. Il frigorifero è mezzo vuoto, solo una mezza busta di latte parzialmente scremato e scaduto.

Sbatte l’anta con violenza, quindi si volge verso lo stipo e rovista fin quando trova una confezione di merendine. Ne prende tre, le ultime. Per quel che ne sa, potrebbero trovarsi lì da anche un anno. Evita di controllare la data di scadenza. Da quant’è che non fa un pasto decente?

Solo pochi passi per raggiungere uno stanzino. Il materasso è duro, molto duro, soprattutto se non ha una rete o un letto a reggerlo. Vi si stende sopra per poi coprirsi con una copertina logora e bisunta. Deve ancora aprire la terza bustina quando il sonno la coglie.

Una volta entrata nel mondo onirico, Erika è pervasa da una sorta di energia vitale. È forte, decisa. Tutto il dolore, il senso di angoscia che l’hanno portata a essere un’eroinomane e in seguito una spacciatrice, sono svaniti nel nulla. Avverte solo un filo di rabbia. Darebbe tutto quel che ha perché quel luogo fosse la propria realtà.

Ode i propri passi avanzare decisi sul selciato, echeggiare attraverso le sale oscure di un palazzo. Di sé vede solo le mani, nient’altro. Son delicate, poco avvezze al sudore della fronte. Nella destra impugna uno stiletto. Acciaio di Toledo.

Attraversata la corte interna s’inerpica lungo una serie di gradini che la conducono al piano superiore. Le pareti sono costellate da autentiche opere d’arte, così come tutto, del resto. Gli arredi sono sfarzosi, ricchi. Valgono una montagna di soldi e lei li vorrebbe per sé. Piazzasse anche solo uno di quegli arazzi potrebbe vivere di rendita per almeno un paio d’anni. Tutta arte pregiata e originale. Fattura veneziana. Non sa perché, ma lo sa. Conosce ogni pietra di quel posto. La porta le si presenta come tutte le notti da due anni a questa parte. Sa di dover entrare e lo vuole con tutte le sue forze, perché all’interno deve celarsi un tesoro incommensurabile. Non può esserci altra spiegazione e, una volta ottenuto, diventerà ricca fino all’inverosimile. È questo che l’attira lì tutte le notti, quale altra spiegazione dovrebbe esserci? Non c’è una maniglia però, nessun pomolo. Prova a spingere, ma non si scosta di un millimetro e allora tenta di forzarla, gli si poggia contro e spinge, ma quel legno pare invalicabile, indistruttibile. La prende a calci e a spallate quella maledetta porta, fin quando non sente l’arto dolere, fin quando spalanca gli occhi al di fuori del sogno e si accorge di aver preso a testate il muro. C’è del sangue sulla parete.

Piange a dirotto mentre sfila un astuccio e una siringa. Scopre il braccio e inietta il contenuto. Un sussulto, quindi il viso si stende pago, con una smorfia leggermente ebete. Solo così smette di soffrire. Vorrebbe non svegliarsi più e sa… che prima o poi accadrà.

***

Sono le sette e un quarto del mattino quando ha spacciato già l’ultima dose a un signore in doppiopetto. Insospettabile, ma marcio dentro tanto quanto lei.

Ha trovato un volantino, pubblicizza una mostra. Non sono le sculture ad attrarla, ma è sicura di conoscere quel posto. Nello sfogliare il depliant le si ferma il cuore in gola. C’è una foto. Ritrae il palazzo dall’esterno. Non ha dubbi: è quello del sogno. Scorre le righe con avidità… Cremona, via Palestro, 58.

Si trova in stazione e ha in tasca un po’ di soldi adesso. Sa che non ci comprerà il mondo con quei pochi spiccioli, ma serviranno allo scopo.

Si sente confusa quando si trova innanzi al massiccio portone di legno. È chiuso, non vede un citofono. Indietreggia di pochi passi, infastidita dall’andirivieni di studenti che corrono verso scuola. C’è l’istituto d’Istruzione Superiore Arcangelo Ghisleri a qualche centinaio di metri.

Il richiamo è irresistibile, eppure, è decisa ad oltrepassare le due colonne che incorniciano l’entrata. Nonostante la paura, l’eccitazione che prova nel sogno la sconvolge ancora adesso e la spinge ad andare avanti. Pensa di essere vittima di un maleficio e che quando si scontrerà con la realtà, le crollerà il mondo addosso. Definitivamente questa volta.

Porta le dita della mano destra e rode le unghie. È assalita dall’indecisione. Trema come una foglia quando una signora le chiede se sta bene.

Lo sguardo allucinato, s’allontana senza bisogno di parole, etichettandola per quel che è: una tossicomane.

L’androne resta chiuso. Da una scorsa lungo il perimetro e nota una porticina poco più a destra. Si avvicina. Ci sono delle biciclette all’interno. Alza il capo e nota dei panni stesi ad asciugare… nient’altro che un condominio.

«Cosa speri di trovarci, stupida pazza?»

Nota un citofono, si avvicina indecisa.

«Cerca qualcuno?»

La stessa voce di qualche minuto prima. Le basta voltarsi per riconoscere la donna: indossa un soprabito nero. I capelli son lunghi e sciolti sulle spalle. Il trucco delicato non ne sporca la bellezza.

«Vorrei… vorrei dare un’occhiata alla galleria d’arte.»

«Mi dispiace, ma siamo chiusi dopo mezzogiorno. Potrà tornare nel pomeriggio dopo le quindici.» Quasi si scusa la donna.

«È la titolare?»

«Solo una dipendente e per questo non posso….» interrompe la frase brusca non appena si avvede del coltello pungolarle lo stomaco.

«Mi faccia entrare.»

Tiziana, questo il nome dell’impiegata, ha la forza di ribattere. «Non troverà contanti.» Lo schiaffo la raggiunge senza preavviso. Barcolla ma è la stessa Erika a mantenerla in equilibrio. Un condomino distratto coglie il movimento brusco.

«Ci sono problemi?»

Niente va come dovrebbe. Erika è terrorizzata. L’uomo si appresta e lei prova a fuggire. Quando la mano salda la blocca dalla spalla è l’istinto a segnarne la sorte. Un destino omicida e l’uomo si ritrova piegato in due trafitto dalla punta della lama.

Erika fugge lungo una scalinata dritto verso il primo piano. Li ricorda uno per uno quei gradini. I medesimi del sogno.

A ogni gradone guadagnato, l’euforia monta alle stelle. Si accorge di stringere frenetica l’impugnatura del serramanico ed è tutto così vivido ora. Vivido e tremendamente reale. Raggiunge il pianerottolo e la porta si apre. È un anziano attirato fuori dall’improvviso trambusto. Gli va in contro e lo rigetta dentro con una spallata. L’uomo barcolla e cade sbattendo la testa contro il gradone. Il cranio si spacca e il sangue defluisce lento e copioso. Denso. Erika l’oltrepassa, non prima però di aver minacciato un bambino incredulo.

Erika sa dove andare. C’è lei che l’attende oltre quella porta. È così vicina alla verità, al tesoro e non vi rinuncerà per nulla al mondo.

Vi si trova davanti e il legno è chiuso. Non si sarebbe aspettata altrimenti. Deve far presto. Avverte le sirene approssimarsi.

Serra le palpebre e respira a fondo. Uno, due passi. Le risa argentine la colgono di sorpresa. Un tuffo al cuore. Posa la mano libera sul pomolo. Lo rotea e… quello agevola il movimento senza l’attesa resistenza. 

Entra. Sbatte più volte le ciglia, incredula. Quello che in un primo momento le è apparso come un ordinario salotto, ha assunto contorni vetusti, antichi. Una camera da letto con tanto di studiolo in stile del ’500. Trascorrono non più di due battiti del cuore prima che una nebbiolina le offuschi la vista. Prima che il gelo le penetri le ossa.

C’è qualcuno, lo sente. È davanti al suo nemico. Nemico? Lei vuole il tesoro. Chi vuole impedirle di impadronirsi del tesoro? Ventimila scudi sono ventimila buoni motivi per uccidere. L’assurdità del pensiero la fa ridere. Un riso sguaiato e stridulo.

«Vieni fuori, maledetta!»

Non è neanche più conscia delle parole pronunciate. Quel freddo e quella nebbia le offuscano il cervello.

La caligine si muove rapida per la stanza e volteggia per poi addensarsi in un unico punto. Erika ne è atterrita. È uno spettro dai tratti femminili, dagli abiti antichi tanto quanto l’ambiente che la circonda. Ne avverte l’odio… ed è reciproco.

Erika si avventa contro la manifestazione. L’inchioda di peso in terra e affonda il coltello ripetutamente. Come è possibile? Un angolo della mente non accetta quanto vive.

Infligge trentanove coltellate in preda alla furia omicida. Ansima e contempla soddisfatta il corpo martoriato.

«Il tesoro è mio!» esclama soddisfatta.

Si alza tremante, ma euforica. Un movimento sulla destra, ma è solo un riflesso nello specchio. Distingue i contorni di un uomo: alto, magro, dal sorriso maligno e beffardo. Il sangue gli inonda le mani e le vesti. Come tornare a indossare una vecchia pelle. Ora è lucido, vivo, colmo d’odio.

Un grido soffocato alle palle. Erika si volta e con un solo fendente squarcia la gola di una seconda donna. Non vuole che chiami aiuto. Le si avventa contro e la pugnala per altre diciannove volte.

«Dove sono i miei ventimila scudi? Dove li hai nascosti, maledetta?»

Erika si alza e indietreggia. Torna a fissare l’immagine riflessa. Sempre lo stesso viso, sempre lo stesso uomo. Giulio Anguissola. Il nome le balza in testa come se avesse bevuto un bicchiere d’acqua fresca: spontaneo e naturale: aveva massacrato la moglie per intascarne l’eredità e ucciso la cognata per timore di una denuncia. Il delitto però era stato così efferato che, nonostante si fosse premunito di far trucidare la servitù dai propri sgherri, i testimoni c’erano comunque stati e l’avevano denunciato. Gli omicidi erano rimasti impuniti.

Erika serra gli occhi e quando li riapre torna a vedere i tratti familiari di sempre. Lo specchio non l’inganna questa volta: sfacciata, consunta, gli occhi sporgenti e il berretto di lana in testa.

Tutto è fermo, immobile. Intatto. Non c’è traccia delle vittime e quello è solo un salottino ordinario della fine degli anni novanta. Ora riesce a udire le grida fuori la porta. Ora ne è sicura, è stata attirata in una trappola.

Il freddo è intenso e la condensa che fuoriesce dalle labbra innaturale. Le sembra di essere in un film horror. Chiude le palpebre. Pensa di essersi fatta troppo questa volta, solo che adesso il sogno non sembra aver termine. Darebbe qualunque cosa per risvegliarsi immediatamente.

Ora aprirò gli occhi e sarò a casa o su di uno squallido marciapiede, ovunque, ma non qui.

«Uno, due, tre: casa!»

L’ultimo segno di speranza e di equilibrio mentale va in frantumi quando lo sguardo si posa tra il finestrone e la tenda. C’è qualcosa che si muove nel mezzo e prende forma, si ingigantisce fino ad assumere contorni umani, femminei. 

«O lei o me!» pensa concitata. Conficca la lama ripetutamente nella sagoma. Ancora rumori oltre la porta, si fanno sempre più pressanti.

«Andate via!» È questo quel che vorrebbe gridare nel voltarsi, ma la bocca si spalanca ed emette un rantolo soffocato nel trovarsi faccia a faccia con lo spettro di Lucrezia Marinoni. Altera. Beffarda. Sanguinante.

L’animo nero dell’assassino grida tutto il proprio orrore. Erika indietreggia e mena fendenti. Attraversano l’apparizione senza farle alcun male.

«Hai ucciso me e Cassandra, Giulio!»

L’energia che pervade la mano eterea, dona una sensazione d’incredibile solidità ed Erika l’avverte sulla gola quando le serra il collo. Sa che potrebbe essere spezzato come se niente fosse. Scalcia in preda al panico quando vien sollevata da terra. Non avrebbe neppure la forza di strillare, ma il grido di raccapriccio è inevitabile nell’accorgersi di volare al pari di una bambola contro la finestra. Ci sono delle sbarre. «Almeno mi fermerò» pensa.

Le attraversa come se non esistessero, come se fosse lei il fantasma. Ha persino il tempo di distinguere un coccio di catrame ingigantirsi a vista d’occhio. Vorrebbe urlare ancora. Non ne ha il tempo.

Piomba di testa e il collo le si spezza con uno schiocco.

Non c’è un solo passante che non cerchi riparo nel momento in cui i vetri dell’antica residenza estiva dei marchesi di Soragna esplodono in mille pezzi. Non uno che non avverta il soffio gelido delle due sorelle penetrare fin nel midollo e solo in pochi odono l’anima nera di Giulio strillare mentre è trascinata dai demoni negli abissi dell’inferno.