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Miriam Ballerini
 
Venti mesi
 

 

Venti mesi.

   Fulvio si alzò dal suo posto dove era rimasto seduto per le interminabili ore che era durato il processo. Intorno un gran fermento di gente che reclamava a gran voce il torto subìto.

   Lui, diciotto anni appena compiuti, un filo di barba rossa sul mento. Non gli usciva di bocca nessuna parola che potesse esprimere lo sgomento che setacciava le sue emozioni in quel momento.

   Vide portare via dalle guardie carcerarie l’assassino di suo padre che ancora urlava la sua innocenza, allungando il collo di gallo da combattimento, in quel pollaio alieno.

   Su gambe rigide guadagnò l’uscita del tribunale; sulle scale fu investito in modo lieve dai fiocchi di neve che venivano giù da un cielo di nuvole avio.

   I giornalisti gli sventolarono sotto al naso i microfoni e dei minuscoli registratori, ma lui si rintanò nel suo mutismo.

   Si infilò sui capelli carota un berretto di lana e fuggì senza dire una parola.

   Camminò rapido sul marciapiede sdrucciolevole di fanghiglia bianca, recandosi nel solo posto dove era certo di trovare un po’ di pace: il cimitero.

   Si avvicinò alla tomba del padre e si inginocchiò accanto alla foto, fingendo di sistemare dei fiori che nel vaso vuoto non c’erano mai stati.

   Suo padre non era stato un buon genitore, Rosario era un rapinatore. Un fottuto ladro e, come tale, era morto e marchiato.

   Fulvio passò un dito gelido sulla foto, su quel volto che, in bene o in male, era quello della persona che lo aveva cresciuto.

   Sua madre, quando era ancora piccolo, aveva raccolto le sue poche cose in una valigia rossa, smangiata agli angoli, ed era scappata con un ragazzo più giovane di lei di sedici anni. Le era stato facile dimenticarsi del marito e di quel piccolino, perché non li aveva mai più cercati.

   Non tutte le donne sanno essere buone madri, in fondo anche le cagne partoriscono…

   Rosario si era dato un’occhiata intorno e l’unica cosa che aveva trovato a cui aggrapparsi, era stato il collo della bottiglia.

   Fulvio ricordava ancora l’odore agrodolce del suo alito, quando gli stampava un bacio tremulo sulla fronte prima di andare a dormire.

   Quando tutto quello che hai è un padre che alla sera si regge in piedi a stento, impari ad amare anche i suoi conati di vomito, che non sempre centravano la tazza del cesso.

   Aveva perso il lavoro, la dignità e tutti gli amici.

   Fulvio non sapeva chi o cosa gli avesse sollevato la testa al di sopra dei fumi dell’alcool, per farlo tornare a respirare e a camminare sobriamente.

   Sapeva solo che, una sera, quando lui aveva undici anni, papà era tornato a casa sorridente, un sorriso d’astemio; gli aveva regalato dieci euro per comprarsi le figurine, quando, fino a poco prima, non avevano nemmeno i soldi per il pane.

   Da allora avevano ripreso una vita normale, senza mamma, ma la quotidianità era tornata a essere un pasto decente e soldi per pagare l’affitto e le bollette.

   Fulvio spazzolò via con le mani la neve che si era adagiata sulla lapide e sedette su un angolo della tomba, circondato da tutti quei morti che lo guardavano rassicuranti dalle foto, senza vederlo.

   Solo due anni dopo si era accorto di quale fosse il lavoro di papà, quando lo aveva sorpreso chiuso in camera a pulire una vecchia pistola.

   <<Perché?>> glielo aveva urlato in faccia, sputandolo fuori tra le lacrime.

   Rosario non aveva saputo spiegarglielo, ci aveva provato, ma alla fine gli aveva risposto che non erano cose che lo riguardavano.

   Fulvio aveva obbedito, era suo padre, l’uomo che gli era stato sempre accanto, a differenza della madre che lo aveva fatto sgusciare fuori da un ventre inospitale.

   Chi avrebbe creduto che anche un delinquente può avere qualcuno che lo ama?

   Che anche se era uno schifoso rapinatore era sempre suo padre?

   Fulvio si voltò a osservare il viso famigliare: <<Dicevo ai miei compagni che lavoravi in una fabbrica d’orologi. Non ho saputo inventarmi niente di meglio per proteggerti>>.

   La neve aumentò il ritmo di caduta, quasi a volerlo avvolgere e proteggere dal mondo dei vivi.

   L’ultima rapina era stata quella al benzinaio. Verso sera, quando la cassa era piena dell’incasso della giornata.

   Come sempre, Rosario era uscito senza dire una parola. Aveva compiuto la sua azione e si era diretto all’uscito per darsi alla fuga. Il benzinaio aveva estratto una pistola da un cassetto e lo aveva inseguito. A duecento metri dal suo esercizio lo aveva raggiunto e gli aveva sparato alla schiena, uccidendolo.

   Fulvio aveva appreso la notizia il giorno dopo, dal telegiornale. Mentre le prime lacrime lasciavano i suoi occhi, aveva ascoltato cosa la gente avesse da dire: “Un delinquente di meno”. “Ha avuto quello che si meritava”. “Ha fatto bene”.

   Solo pochi avevano storto il naso. Nessuno aveva mostrato pietà per una persona uccisa in modo così vile.

   Il benzinaio era stato arrestato e la famiglia si scuoteva il petto, proclamando a gran voce dove fosse finito il diritto alla legittima difesa.

   Fulvio si era presentato all’obitorio per organizzare il funerale di suo padre. I parenti non erano intervenuti, perché si vergognavano di avere in famiglia un criminale.

   Solo qualche amico, a testa bassa, aveva accompagnato il feretro; alcuni curiosi guardavano la bara per capire se anche i delinquenti muoiono sdraiati.

   Fulvio aveva perso il posto di lavoro, il principale gli aveva fatto un discorso troppo complicato da capire, forse troppo arzigogolato perché volesse veramente significare qualcosa.

   Altri, appena associavano il suo nome a quello di Rosario, si dicevano al completo, così Fulvio non riuscì a trovare più un impiego.

   Ora era arrivata anche quella botta in testa che voleva essere il colpo finale. Che veramente lo fosse stato! Fulvio si sarebbe sdraiato su quella tomba gelida di morte e di neve, e si sarebbe lasciato immobilizzare.

   Invece era ancora vivo, a domandarsi perché se suo padre avesse ucciso il benzinaio si sarebbe beccato almeno quindici anni; invece, visto che la vittima era il rapinatore, la sua vita valeva solo venti mesi di reclusione?

   Era stato ucciso da un colpo sparatogli alla schiena, quando la vittima non aveva più nulla da temere. Era stata pura vendetta, la vita di un uomo in cambio dell’incasso della giornata.

   Rosario aveva avuto un prezzo.

   Fulvio lasciò il padre, auspicando nella giustizia di quell’aldilà tanto millantato.

   Tornò a casa e recuperò dal fondo di un cassetto una pistola giocattolo e un passamontagna. Dopo mesi senza lavoro aveva finito tutti i soldi.

Non gli restava altro che continuare il lavoro del padre.

 
© Miriam Ballerini