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Miriam Ballerini
 
SENZA RUMORE
 
 

La camera del collegio era attraversata da strisce di luce; il sole penetrava dai vetri della finestra, passando fra i teli delle tende.

   La primavera si era manifestata con la sua spettacolare varietà di tinte tenui, di voli di rondini, di piogge fresche e boccioli sospesi, in attesa di schiudersi.

   Ira sedeva a cavalcioni di una sedia, intenta a studiare sul libro di storia. Aveva quattordici anni, li aveva compiuti da poco, all’inizio della primavera; quando le code delle rondini erano solo strie nere nel cielo.

   Fiorella stava sdraiata sul letto, ripassava geografia.

   Ira volse gli occhi grigi verso l’amica: “Hai deciso per questa sera?”

   “Lo sai che non mi piace il teatro! Poi recita Pietro e lo fa da cani!”

   La ragazza posò il libro sulla scrivania. “Dai, Fiore! Vieni solo per farmi compagnia!”

   “Non mi va. Guarda che non ci perdi niente a non andarci”.

   “Ma è Romeo e Giulietta!” Ira sbuffò, riprendendo fra le mani il libro di testo. “Va bene, ci vado da sola; ma non aspettarti che ti racconti come Pietro ha recitato!”

   Fiorella sorrise: “Da cani, come sempre!”

   Si conoscevano da quattro anni, cioè, fin da quando erano state messe in collegio. Fiorella, in seguito alla decisione dei propri genitori che non avevano abbastanza tempo per seguirla, Ira, invece, era stata lasciata lì, come un pacco postale. Dopo il divorzio dei suoi genitori, non c’era più stato posto per lei; soprattutto accanto alla madre, una donna che, crescendo, Ira aveva imparato a odiare.

   Fuori, una sbuffata di vento fece fioccare i fiori bianchi delle robinie, ormai logori, dopo il breve tempo concessogli, trascorso a penzolare in grappoli dai rami.

 

Ira si pettinò i capelli neri, spruzzò sul collo un soffio di profumo, regalo di compleanno ricevuto da nonna Sofia.

   Fiorella la rimirò:”Sei davvero bella! Speri di incontrare il tuo Romeo?”

   “Speriamo non sia Pietro!”

   Risero e Ira lasciò l’amica, che tornò sui suoi libri.

   La ragazza seguì la tragedia di Romeo e Giulietta con emozione; nonostante l’incapacità dell’attore, la magia di quell’amore giovanile, contrastato e ucciso, aleggiò comunque fra gli spettatori.

   Ira salutò qualche amico e uscì nella sera avanzata e scura. Erano quasi le 22,00 e un venticello lieve tastava a metà altezza gli alberi.

   Per fare prima, si incamminò sul sentiero male illuminato del parco, fra panchine su cui nessuno aveva il tempo di sedersi e rilassarsi; la fontana gorgogliava lì vicino, nascosta in una fetta di buio.

   All’improvviso, Ira si sentì afferrare da una mano che le si strinse intorno alla spalla minuta. Senza rendersi conto di come, si ritrovò a terra, cercando di distinguere il sotto dal sopra.

   C’era un uomo, in piedi, accanto a lei. Vestiva di scuro, con un passamontagna nero sulla faccia; anche gli occhi dovevano esserlo, perché non riusciva a distinguerli dal resto, se non per un fioco bagliore, quando catturavano la luce dei lampioni. In mano teneva stretto un coltello, la lama luccicava a ogni suo minimo movimento.

   Ira aveva il fiato grosso, così come lo sconosciuto che respirava grosse boccate dietro il tessuto nero.

   I pensieri della ragazza divennero un assembramento di frasi insensate, di ricordi, di parole che non c’entravano nulla; quasi fossero state estratte a caso da un dizionario.

   Riuscì a rialzarsi in piedi, scalciando con la punta delle scarpe la sabbia del sentiero. Lui l’afferrò per i capelli, tarpando quel misero tentativo di fuga, con la punta del coltello le ferì la guancia sinistra, spillandone sangue.

   La rigettò a terra, sopra un tappeto di fiori secchi di robinia, accatastati lì dalla ramazza del vento.

   “Sta ferma”.

   Lei si irrigidì, lasciandolo fare, col corpo così rigido da sembrare quello di un morto. Nonostante nella testa stesse urlando il suo no.

   La penetrò in fretta, muovendosi addosso a lei come un animale. Sentì male dentro. Sentì male più in fondo ancora, là dove c’era la consapevolezza di non esser ancora donna, ma una ragazzina che non avrebbe mai più potuto ricordare il primo bacio: il primo amore, la prima volta. Il suo stupratore stava infrangendo tutti i vetri messi a proteggere la verginità: la dolcezza, i desideri, le speranze, i sogni. E lei li udì rompersi ad uno ad uno, crepitare, scoppiare, esplodere. Mentre lui spingeva, ansimando, gemendo, stringendola brutalmente, con il coltello trattenuto dalla mano posata su quel tappeto insolito che si muoveva sotto di loro.

   Poi, fu sola.

   Non riusciva a muoversi, a parlare. Sentiva il sangue colarle in mezzo alle gambe, tra-sportato via dalla vischiosità del seme dell’altro.

   Passò più di un’ora; fu solo quando udì il richiamo lugubre di un gufo sopra alla testa, che capì d’essere sola.

   Per metà correndo, raggiunse la camera che condivideva con Fiorella.

   L’amica accese la luce. “Ma si può sapere dove …” La vide e sbiancò. “Ira! Cosa ti è successo?”

   Ira entrò, richiudendo la porta. Tentò di parlare, di ridere, di urlare, ma le uscì solo un verso rauco, dal quale Fiore riconobbe poche sillabe: “Violentata”.

   Fiorella la portò in bagno. Afferrò un catino, facendo cadere vasetti di creme e rossetti e ombretti, e lo riempì d’acqua fredda.

   Ira sedette sulla tazza, tremando. Vedeva come in un sogno le mani dell’amica strizzare una spugna gialla e l’acqua del catino diventare da rosa a rossa.

   “Devi farti mettere dei punti, non riesco a fermare il sangue!” Avrebbe voluto urlare. Aveva solo quattordici anni, che cosa doveva fare?

   Abbassò lo sguardo, verso la gonna strappata e gli slip appesi ad una sola gamba, come un’ingombrante giarrettiera. “Sanguini”, sfilò un assorbente e aiutò l’amica a rivestirsi, continuando a ripetere, come un pappagallo stupido: “Vedrai, andrà tutto bene”.

   Ira continuò a tremare.

   “Andiamo in infermeria”.

   “Fiore, non dirlo”.

   Si guardarono negli occhi, Fiorella capì che Ira non voleva dare un motivo in più ai suoi genitori per non amarla.

   All’infermiera di turno raccontarono di aver provato il motorino di un amico, Ira era caduta. Così, si presero pure una punizione per esser uscite senza permesso.

   “Vuoi che chiamiamo i tuoi genitori?”, domandò la giovane infermiera.

   “No, mia nonna”.

   Sofia arrivò in piena notte, con addosso uno dei suoi abiti estrosi, i lunghi capelli biondi raccolti in una treccia fatta in fretta. “Ira! Che taglio spaventoso!”

   “Non è niente, sono solo caduta”.

   “Te la sei fatta ripulire bene? Sarà stata piena di terra …”

   “Sì, sono solo caduta dal motorino”.

   Sofia guardò le due ragazze: Ira seduta sul suo letto intatto, Fiorella sul proprio, disfatto. Richiuse la porta e sedette accanto alla nipote:“Cos’è successo?”

   Fiorella venne in soccorso dell’amica: “E’ caduta dal motorino, ha perso l’equilibrio …”

   “Così tanta paura, da farti tremare così, da non farti guardare nei miei occhi, per una caduta?”

   I primi singhiozzi scoppiarono nel petto di Ira, tutti in una volta, rischiando di soffocarla.

   La nonna l’afferrò per le braccia e la strinse a sé, accarezzandole i capelli fradici di sudore; qualche petalo impigliato, cadde sul cuscino, senza far rumore.

   “Sono stata stuprata”.

   La nonna non disse niente. Non le espresse il suo dolore, il suo immenso dispiacere. Non maledisse la bestia che aveva rovinato quella ragazzina. In silenzio, si limitò a stringerla, come se il suo abbraccio avrebbe potuto proteggerla per sempre.

   Fiorella si unì al pianto disperato di Ira, e a quello muto di Sofia. Si strinsero sullo stesso letto, cercandosi con le braccia, mischiando il sale delle loro lacrime.

   Ci sono uomini che prendono, come se fosse un loro diritto, spezzando delle vite. La peggiore morte è quella dell’anima costretta a portare in giro un corpo defunto.

   Ira fu una di quelle vite interrotte, e pagò su di sé l’errore dell’altro ogni volta che, specchiandosi, rivedeva  quel sentiero inciso sulla sua faccia.

   Fuori, il vento finì di far fioccare gli ultimi petali bianchi che ancora dondolavano nell’ aria, tenaci. Caddero uno sull’altro, leggiadri, senza far rumore.

 
 
 
 
 

© Miriam Ballerini

(Racconto inserito nella raccolta Bassa marea – 2005 Serel International)