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Miriam Ballerini
 
LA FINE E L’INIZIO
 
 

Tutto è partito da un incubo.

   Dormivo abbracciata a mio marito. Sognavo di un ruscello che correva impetuoso e, il muoversi delle sue acque cristalline, ribollenti, mi metteva uno strano disagio.

   Forse quel cavallo furente, galoppante, stava per lasciare il suo letto, perché d’improvviso mi pareva che tutto si muovesse intorno, come se non avesse più una ubicazione ben precisa, alla faccia di tutte le leggi della natura.

   Simone si svegliò di soprassalto accanto a me e prese a scrollarmi: «Milena! Svegliati!»

   «… cosa?» mi tirai su a sedere, accorgendomi che il mio incubo mi era in qualche modo uscito dalla testa e  stava andando in scena intorno a noi.

   Il letto sobbalzava come posseduto, gli oggetti cadevano per casa, fracassandosi e facendo un baccano assordante.

   «Il terremoto!» urlò Simone.

   Ci sostenemmo a vicenda, correndo fuori casa con il mondo che ci crollava addosso.

   Quando fummo in strada, circondati da gente vociante, in camicia da notte e pigiama come noi,

assistemmo al crollo della nostra casa.

   La vedemmo ballare un ritmo folle, quindi accasciarsi mattone su mattone. Durò solo pochi attimi, ma per noi che stavamo fermi sulla strada, a piedi nudi, a vederla cadere in ginocchio… fu come se avessimo tutto il tempo di sorreggerla, di pregarla di non farlo. Qualunque cosa avesse in mente, si fermasse; riflettesse sul fatto che era la nostra casa, il contenitore di tutta la nostra vita.

   Fino al giorno prima stavamo facendo progetti; abitanti di una zona non a rischio sismico… o, comunque, preda di scosse che non avrebbero mai fatto danni notevoli.

   Poche ore e la bestia che dormiva sotto i nostri piedi si era svegliata: si era stirata, sollevata e scrollata via dalla schiena quel fastidioso prurito che l’infastidiva proprio in mezzo alle scapole, laddove non si arriva mai ad acquietare il pizzicore.

   Qualcuno gridava, altri si guardavano intorno smarriti, bianchi in volti per lo spavento e la polvere che ancora galleggiava nell’aria dopo i crolli.

   La casa dei nostri vicini era illesa; quella dopo era attraversata da una cicatrice che ne sfigurava il volto, tagliata a metà.

   Il campanile si era rotto in due, le campane appese e sporgenti dal lato vuoto, come un grembo che avesse appena abortito la sua creatura.

 

I giorni seguenti sono stati difficile da vivere, da gestire.

   La protezione civile, la croce rossa, i pompieri… tutti quelli che potevano arrivare per aiutarci sono giunti fino a noi.

   Sono state montate le tende, siamo stati avvolti dalle coperte e messi al sicuro. Rifocillati e rincuorati.

   I bambini hanno smesso di piangere, gli adulti si danno da fare; ma sono gli anziani quelli che siedono con lo sguardo spento, senza più nessun input che li faccia muovere.

   Io e Simone ci guardiamo negli occhi e non sappiamo cosa dirci. Siamo vivi, stiamo bene. Avremmo potuto essere tra le vittime schiacciate fra le macerie, invece siamo  qui, mano nella mano a darci conforto l’un l’altro.

   Eppure siamo ancora  preda di un attimo infinito, che come un elastico si allunga e ancora non ha trovato il suo punto di rottura. Pensiamo al futuro, perché il presente è fatto solo di sassi, rovine, morte.

   Ci sono state altre scosse, una più potente della prima. Siamo scappati tutti fuori dalle tende, sotto al cielo che non sa darci nessuna risposta.

   Muto ci osserva, ogni tanto piove, come a volerci benedire, o urinarci addosso il suo disprezzo.

   Questa è stata la fine.

   L’inizio sarà domani, quando riusciremo a rialzarci, sostare sul prato a piedi nudi, sentire la delicatezza dell’erba che accarezza la pelle e non avremo paura che questa possa tornare a tremare,

scossa da un vento che non rinfresca l’aria, ma soffia da sotto in su.

 
 
© Miriam Ballerini