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Miriam Ballerini
 
 

Il virus delle gioie corte e il bullo, carcere di Opera, Milano, 28 maggio 2011, convegno con detenuti, psicologi e cittadini.

 
 
 

 

Tra i presenti, sabato scorso c’ero anche io, Miriam Ballerini, scrittrice di tematiche sociali.

Un’importante occasione per condividere una giornata con i detenuti di Opera.

Le mie precedenti esperienze mi hanno permesso di entrare nella casa circondariale Il Bassone di Como, dove, superato il primo blocco, si è già in carcere.

Opera ha un aspetto diverso, con ampi spazi verdi e sentieri che conducono ai diversi stabili.

Ricordiamo che all’interno sono detenute persone che necessitano di massima sicurezza, per citarne un paio: Salvatore Riina e Gianfranco Stevanin, mafioso il primo, serial killer il secondo.

Siamo in molti che aspettano per entrare e partecipare al congresso. Dopo la consegna del documento di identità in cambio di un tesserino, ci accomodiamo in biblioteca, una sala ampia e ariosa, dove si nota che appartiene a un istituto di pena solo per  l’aria imbrigliata dalle sbarre alle finestre.

Dopo alcuni istanti veniamo portati, tutti noi che giungiamo da fuori, nel teatro.

I detenuti della sezione maschile sono già stati fatti entrare in precedenza e sono seduti alle nostre spalle. Noi, i possessori di cartellino, veniamo fatti accomodare davanti a loro.

Intorno uno schieramento di guardie, anche qui è solo quel quadrato umano che non ci fa mai scordare di essere in un carcere.

Tra i presenti il presidente della Provincia di Milano Guido Potestà e l’associazione trasgressori.net, nonché altre figure di spicco della magistratura e il direttore del carcere Siciliano.

I detenuti che fanno parte del programma della trasgressione vengono fatti salire sul palco. Questo progetto curato dal dr. Angelo Aparo, psicologo, include ben tre carceri: Opera, Bollate e San Vittore, e ha avuto inizio nel 2002.

Cosa sono le gioie corte? I reclusi lo definiscono un virus, pertanto una “malattia” che può colpire chiunque di noi; una spinta che porta l’uomo a commettere reati, per svariati motivi: dalla situazione famigliare, a quella ambientale. Dal desiderio di avere di più, di meglio, di provare quell’adrenalina insana. Insana, perché alla fine dei conti gli ha fatto guadagnare solo un posto in cella, per la maggior parte di loro l’ergastolo.

E’ un virus perché ogni essere umano, in base alle sue convinzioni, alle necessità, alla sua esperienza personale, alla semplice equazione che ci compone: ad azione uguale reazione, può arrivare a commettere un reato, dal più lieve al più grave e irreparabile.

Il convegno è un momento utilissimo per la loro riabilitazione, ma anche un attimo prezioso per noi, seduti ad ascoltare quanto hanno da dirci, da raccontarci. Dalle loro parole che spesso li mettono a nudo, noi ne usciamo sicuramente arricchiti, perché non c’è come la comprensione e la conoscenza dell’altro che riempiono le tasche delle monete necessarie per crescere dentro.

Tutti i loro interventi hanno colpito il segno e stimolato la riflessione; per parlare di vita non occorre una laurea, ben più preziosa è l’esperienza personale. Il loro bagaglio lo mettono a disposizione degli altri, delle scuole, perché c’è sempre tempo per apprendere che si può fare un passo indietro e impedirsi di sbagliare, di rovinare la propria vita e quella degli altri.

In particolare c’è stato un intervento che si è imposto su quel palcoscenico: un ragazzo, ex tossicodipendente che ha spiegato che quando si faceva e rapinava le sue, erano gioie corte, perché duravano giusto l’attimo della dose, ma che dentro gli lasciavano il vuoto. Le vere gioie le sta provando ora che partecipa a quel progetto, che lo sta condividendo con gli altri. Quando uscirà, ha ribadito con forza, anche quelle gioie saranno destinate a scemare di intensità, ma non scompariranno, perché dentro di lui hanno attecchito.

Lezioni di vita, da ergastolani, da persone che hanno ucciso, alla fin fine: da persone. Solo questo conta.

Auspico che la società e le istituzioni si rendano disponibili sempre più a progetti di questo tipo. Per costruire un muro occorrono mattoni messi gli uni sugli altri; per abbattere i muri delle distanze, occorrono uomini che abbiano il coraggio di esporsi e raccontare la propria storia; ma altrettanti che abbiano in loro l’ardire di ascoltare senza pregiudizio.

© Miriam Ballerini