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Miriam Ballerini
 
Il rifugio
 

Lavinia scappò fuori dalla sua camera, scese le scale di corsa e uscì fuori. Il prato del parco era fiorito e gli alberi erano pieni di germogli; quasi li si udiva sbadigliare nel risveglio primaverile.

La ragazza viveva in un collegio da due anni; cioè, da quando sua madre aveva affidato suo fratello Micael di sei anni e lei di tredici, alle cure delle suore. Di tanto in tanto passava a trovarli, per poi scomparire.

La ragazza aveva provato a chiederle cosa ne fosse stato del loro padre. Sua madre si era limitata ad accarezzarle i capelli biondi, dicendole un sommesso: «Andato».

Micael stava facendo i compiti e lei ne aveva approfittato per correre in biblioteca.

Attraversò la strada, lasciandosi alle spalle le mura quadrate di quella casa con troppi bambini. Dove vigeva l’ordine: la pulizia, la disciplina. Ma dove i sentimenti faticavano a inserirsi in quel mondo asettico.

Entrò nella struttura che odorava di vecchie pagine, in cerca di un  rifugio tra i libri. Tra i tanti volumi posati sugli scaffali, in quell’ordine numerato, ma così disarmonico per altezza, tanto che i libri formavano un’onda continua che a guardarla troppo dava il mal di mare; scelse un romanzo con la copertina variopinta.

La bibliotecaria le giunse alle spalle: «Ciao, Lavinia. Anche oggi qui?»

«Sì».

«È una così bella giornata… »

La ragazza fece spallucce. Quando leggeva non badava più allo scenario che scorreva fuori dalla finestra: che splendesse il sole o piovesse, che la nebbia tastasse il mondo con le sue dita umide o nevicasse… perché nei libri trovava la sua via di fuga. Leggeva storie di famiglie, di amori, di sentimenti.  Nei libri la latitanza di sua madre o dei padri “andati” trovavano un senso. Sempre.