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Miriam Ballerini
 
IL PESO DELLA COLPA
 
N.B.: i soggetti della foto non sono in alcun modo collegabili col racconto
 
Occhio per occhio e il mondo diventa cieco. Ghandi
 

«Ho deciso!» Lauro prese per mano la moglie e la condusse nella loro camera da letto, piena di mobili recuperati dalla discarica. Un letto nocciola, circondato da due comodini scompagnati e un logoro armadio bordò.

   «Chiudi la porta».

   Cecilia accostò l’uscio, chiudendo fuori il chiacchiericcio dei loro due bambini, proveniente dalla cucina.

   «Lauro… non voglio».

   Il ragazzo, vent’otto anni, con sul viso la stanchezza di una vita fatta di stenti, estrasse da sotto il letto una scatola; dentro una pistola e un pacco di munizioni.

   «Sei impazzito?» Cecilia si portò una mano alla gola, trattenendo il respiro.

   «Amore, non ci sono più soldi. C’è l’affitto da pagare e la scuola dei bambini… faccio questo colpo e per un po’ siamo tranquilli».

   Cecilia, di due anni minore, si raccolse fra le mani i lunghi capelli, senza piega, lasciati crescere ribelli. «Ho paura».

   Lauro l’attirò a sé, baciandola sulle labbra che già erano possedute dal tremolio del pianto.

   Si erano sposati giovani, lei incinta e, per un po’, avevano tirato avanti con qualche lavoretto saltuario. Era nato il secondo bambino, uno sbaglio, ma Cecilia non se l’era sentita di abortire.

   Lauro trovava, di tanto in tanto, qualche lavoro come muratore, sempre in nero o con contratti a termine.

   Avevano chiesto aiuto alla Caritas, accettando i pacchi di cibo a occhi bassi, con lo sguardo spento di chi sente di non aver nemmeno diritto alla dignità.

   Lauro aveva conosciuto dei tizi e aveva commesso con loro qualche furto, giusto per tirare avanti. Non ne andava fiero, anche se, a un certo punto, era riuscito a non vergognarsene. Quando nessuno ti aiuta e hai da sfamare la famiglia, si giustificava, anche rubare diventa lecito.

   Cecilia piombò a sedere sulla sponda del letto. «Chi ti ha dato la pistola? I tuoi… amici?» Quell’ “amici” le uscì dalla bocca quasi fosse uno sputo.

   «Meno ne sai, meglio è».

   «Lauro… e se uccidi qualcuno?»

   «Ma va! Serve solo a fare paura. Stai tranquilla, andrà tutto bene».

   Quando suo marito aveva quello sguardo fisso, non c’era mezzo di fargli cambiare idea.

   «Quando hai intenzione…»

   «Esco adesso». Le diede un bacio sulla fronte: s’infilò la pistola sotto il giubbetto e uscì. Lo sentì salutare i bambini e andare via.

   Cecilia raggiunse i figli in cucina, seduti al tavolo a colorare con mozziconi di pastelli, sotto una grossa macchia di umidità che andava allargandosi sopra le loro teste, come un oscuro presagio.

 

   Lauro tornò a casa trafelato, il volto sconvolto e sudato.

   «Cos’è successo?» Cecilia avvertì una spina pungerle il cuore.

   «Vieni in camera».

   Ormai la camera da letto era diventata una sorta di confessionale, una stanza lontana dalle orecchie innocenti dei loro bambini.

   L’uomo lasciò cadere un borsone sul letto, all’interno tante banconote e dei gioielli.

   «Dov’è la pistola?»

   «L’ho buttata in un cassonetto».

   Cecilia gli afferrò il volto fra le mani, la faccia di Lauro scottava: «Che hai fatto?»

   «Sono entrato in una gioielleria. Stava andando tutto bene, poi, il proprietario, ha estratto anche lui una pistola. Amore mio, non ho mai avuto tanta paura in tutta la mia vita».

   «E tu che hai fatto?»

   «Gli ho sparato!»

   «Cosa?!»

   Lauro andò alla finestra, assicurandosi che nessuno l’avesse seguito. «Credo di averlo ucciso. Dio mi perdoni…» Il pianto lo sorprese ancora affacciato a guardare una fila di macchine che transitarono lì davanti.

   Cecilia si portò le mani alla bocca. «E adesso?»

   Lauro si voltò a guardarla: «Non mi ha visto nessuno…»

   «Ma io e te lo sappiamo…»

   «Ho dovuto farlo, mi avrebbe ucciso».

   Cecilia si buttò sul letto, soffocando nel cuscino le urla che avrebbero voluto uscire e fuggire via.

   Non era giusto che la vita si riducesse a una lotta per la sopravvivenza all’ultimo sangue.

 

   A cena mangiarono in silenzio, rispondendo a monosillabi alle domande dei bambini.

   Il televisore acceso, si bloccarono con lo sguardo fisso sul fratello della vittima.

   «Mio fratello era una persona per bene, un lavoratore. Io sono una persona credente, ma sento di dover dire all’assassino che ha stroncato la sua vita, che non lo perdono. Anzi, prego la Madonna affinché lo faccia soffrire. Deve patire per quello che ha fatto».

   Cecilia zittì il muso alla televisione.

   «Mamma, perché hai spento?» chiese Tommaso.

   «Sono stanca di ascoltare delle chiacchiere. Finisci la pasta».

   «Dopo guardiamo i cartoni animati?» aggiunse in tono lamentoso il piccolo Mattia.

   «Sì, ma prima mangiate».

   Lauro si alzò da tavola, le mani con un vistoso fremito e la bocca che tratteneva le labbra tremanti. Le morse talmente forte da farsele sanguinare.

   «Che ha papà?»

   «Niente, Tommaso. Non ha niente».

   Com’era facile mentire ai bambini, nascondere loro le brutture della vita. Fingere che la loro fosse una famiglia normale, dove certe cose accadono solo agli altri.

 

   Dopo pochi giorni dall’accaduto, nel bel mezzo della notte, la polizia venne a bussare alla loro porta.

   I bambini si misero a urlare dai loro letti, spaventati. Lauro si alzò e andò ad aprire: «Che volete?»

   Un poliziotto pronunciò il suo nome e cognome, terminando con un punto di domanda.

   «Sì, sono io».

   «Lei è in arresto per l’omicidio di… » il resto si perse nel grido di Cecilia, che si era avvicinata avvolta dalla camicia da notte bianca che le impallidiva ancora di più l’incarnato del viso.

   Lauro annuì, sconfitto. «Sono stato io».

   In pochi attimi l’uomo venne condotto via, fra il pianto disperato dei bambini che non capivano cosa stesse accadendo; le lacrime ora mute di Cecilia e gli sguardi dei vicini di casa, affacciati sul pianerottolo.

 

   Cecilia, nei primi giorni di detenzione, non poté fare visita al marito. A casa, sconvolta, occupandosi dei bambini, si immaginava cosa Lauro stesse provando. Sapeva che il marito si stava ora torturando per qualcosa che non avrebbe mai voluto fare; ascoltava le lamentele dei bambini, cercando di spiegare loro cosa fosse accaduto a papà. Come dir loro che aveva ucciso un uomo? E che il perché era che non avevano soldi nemmeno per mangiare?

   Dopo l’accaduto, Cecilia e Lauro avevano passato notti insonni, a parlare, a pregare, chiedendo scusa a Dio per quello che era successo.

   L’indomani Cecilia avrebbe avuto il primo colloquio col marito, giusto il tempo per consegnargli il cambio della biancheria.

   Sentì bussare alla porta, proprio mentre stava finendo di preparare la sacca.

   Andò ad aprire: erano i carabinieri.

   Li guardò, il cuore che nel petto rallentò per l’angoscia.

   «Signora, non abbiamo potuto chiamarla per telefono…»

   «Ce l’hanno staccato tanto tempo fa… »

   «Le comunichiamo che suo marito… si è tolto la vita questa notte, si è impiccato con le lenzuola».

   Cecilia si lasciò cadere a terra, accasciandosi come un mucchio di stracci.

 

    Ora toccava a lei, era rimasta sola a combattere per la vita dei propri figli; ma prima voleva fare una cosa, nel cuore le si era formata un’urgenza; necessitava di un mezzo che pulisse il nome di Lauro, che facesse breccia nelle parole d’odio che gli erano state lanciate contro.

   Sedette al tavolo di cucina e prese uno dei blocchi di carta dei bambini, con una penna mangiucchiata all’estremità. Scrisse il nome del destinatario: il fratello del gioielliere.

   “Le scrivo per comunicarle che mio marito Lauro si è tolto la vita in carcere. Probabilmente già lo avrà saputo dai telegiornali, ma io voglio scriverle quello che lei non sa. Mio marito è entrato nella gioielleria del suo povero fratello, perché non avevamo più di che vivere. Lauro ha sempre lavorato, ma ci sono stati dei lunghi momenti in cui non trovava nulla.

In famiglia siamo in quattro: io, lui e i nostri due bambini, Tommaso e Mattia di cinque e otto anni.

So che non crederà al fatto che Lauro non volesse fare del male a nessuno, aveva una pistola… e in effetti è diventato l’assassino di suo fratello.

Le parole che lei ha detto lo avevano molto colpito e queste, unite al suo senso di colpa, lo hanno portato al suicidio.

Ora anche noi proviamo un dolore immenso, lo abbiamo provato prima per la morte di un innocente, lo proviamo ora per la morte di un colpevole.

Anche se siamo la famiglia della persona che ha sbagliato, proviamo gli stessi sentimenti che provano tutti davanti alla morte di un proprio caro.

Non voglio giustificare quello che Lauro ha fatto e le chiedo perdono anche in nome suo.

Le auguro, ora che mio marito è morto, di provare quel sollievo che tanto ha cercato. In questi giorni ho dovuto ascoltare tanta gente gioire per il gesto di mio marito. Sto cercando di proteggere più che posso i miei figli da tali giudizi, perché mai potrei spiegare loro la differenza fra giustizia e vendetta.

Per loro è stato un bravo padre, per me un ottimo marito e voglio che loro sappiano anche questo, non solo che ricordino un padre assassino e suicida.

Mi auguro davvero che lei possa, un giorno, trovare in cuor suo la pace e il perdono”.

 

   Pochi giorni dopo Cecilia ricevette una lettera. Scritte c’erano solo poche righe, con una calligrafia pesante che aveva inciso il foglio: “Non vi perdono. Mi dispiace che suo marito si sia ucciso, perché così non pagherà i suoi errori”.

   Cecilia inzuppò di lacrime il foglio, certo, suo marito aveva ucciso un uomo, ma la sofferenza con la quale aveva pagato il proprio errore, lo aveva fatto morire da uomo libero.

 
 
© Miriam Ballerini