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Miriam Ballerini
 
I CONIGLI DEL RE
 
 

Tanto tempo fa esisteva un paese che si chiamava Pratorosa, perché quando alla sera scendeva il tramonto, i tanti prati ben curati rispecchiavano il colore rosso del cielo.

Il re di Pratorosa, re Giuliano, era un omone con una grossa pancia, non molto alto e con una folta barba grigia che gli scendeva fino al petto. Era un uomo buono, tutti i suoi sudditi dicevano che era proprio come i suoi animali preferiti, i conigli: mite, goloso e bello paffuto!

Nella stalla il re teneva un centinaio di conigli, accuditi dal giovane Geremia, un ragazzino alto e snello, coi capelli tagliati a spazzola, tanto corti da sembrare che fosse passato sotto a un tosaerba. Gli animali erano di tutte le razze e le grandezze: da quelli nani, agli ariete che avevano le orecchie lunghe, piegate verso il basso, a quelli di sei chili con lunghe orecchie dritte sul capo.

Tutto procedeva bene nel regno di Pratorosa: gli uomini lavoravano, le donne accudivano le case e i bambini; tutti erano in sintonia con la natura e gli animali che, a quei tempi – questo non ci deve stupire – parlavano la nostra lingua.

Così, quando il gallo si era inghiottito per sbaglio una grossa pietra, scambiandola per un boccone di pane, era corso da Geremia e, con un filo di voce, aveva sussurrato: «Aiuto! Mi sto strozzando!»

Geremia lo aveva afferrato per il collo, con poche pacche sulla schiena la pietra era volata fuori dal becco dell’animale, cadendo a terra in mezzo all’aia.

Ancora le giovani galline andavano raccontando del gesto eroico dello stalliere.

Dicevamo… tutto procedeva bene, fino a quando, nel paese accanto, a Pratosecco, dove la pioggia scarseggiava, venne ad abitarci il signor Bartolomeo.

Un uomo che nessuno sapeva da dove arrivasse, se avesse famiglia o parenti. Vestiva sempre con una tunica marrone che lo confondeva con la terra dei viottoli, dandogli un aspetto anonimo. In testa non aveva nemmeno un capello, in compenso le sopracciglia erano folte e nere e, chiunque lo incontrasse, di lui ricordava solo quel particolare: due sopracciglia che parevano le setole di due spazzolini da denti! Solo che non erano bianche, ma nere.

Bartolomeo, non si sa come, visto che non parlava con nessuno, venne a conoscenza della conigliera del re.

Tutti gli abitanti di Pratorosa non mangiavano carne. Come avrebbero potuto mangiare qualcuno col quale avevano scambiato poco prima due parole?!

Invece, il signor Bartolomeo adorava nutrirsi di conigli.

Una zanzara che lo stava pungendo lo ascoltò dire, mentre parlava da solo, che avrebbe rubato qualche coniglio al re.

La zanzara lo disse a una mosca e… si sa come vanno queste cose, le chiacchiere viaggiarono di bocca in bocca, fino ad arrivare alle orecchie pelose di Cleromildo, un cavallo bianco, accudito dal giovane Geremia.

Lo scompiglio che si generò nella conigliera! Tutti pensavano alla fuga, c’era già chi si stava preparando a scavare dei cunicoli per nascondersi.

Geremia zittì tutti quanti: «Silenzio! Non facciamoci prendere dal panico!»

Cleromildo disse di avere una soluzione: «Nella foresta dalle foglie tremanti esiste il fiore amaro. Chi lo assaggia non può essere mangiato, perché la sua carne diventa talmente amara da non piacere più a nessuno!»

Detto, fatto! Geremia montò in sella al cavallo e partirono al galoppo alla ricerca del fiore amaro.

Anche il signor Bartolomeo aveva le sue fonti, una cornacchia pettegola spifferò il piano di Geremia.

Bartolomeo, che conosceva la magia, fece precipitare sulla foresta un acquazzone tremendo. Geremia e il suo cavallo, per fortuna, trovarono riparo in una grotta, ospitati da una colonia di pipistrelli.

Poi, fu la volta di un tornado, che fece ondeggiare gli alberi come in una ola allo stadio.

Geremia legò sé stesso e il cavallo a una grossa sequoia, così che il vento non riuscì a spazzarli via.

A questo punto, il signor Bartolomeo pensò di avere spaventato abbastanza il ragazzo, in fondo era solo un povero stalliere. Di sicuro sarebbe tornato sui suoi passi.

Ma Geremia era un ragazzo coraggioso, affezionato ai conigli. Trovò il fiore amaro: un fiore che assomigliava a una grossa margherita, ma col centro rosso acceso, anziché giallo.

Lo portò ai conigli che ne mangiarono un petalo ciascuno.

Quando il signor Bartolomeo venne di notte per catturarne qualcuno, vide che gli animali avevano il pelo fosforescente, segno che si erano nutriti del fiore amaro, perciò erano immangiabili.

Arrabbiato se ne andò, scalciando e alzando i pugni al cielo. Nel fare questo, non guardò dove metteva i piedi e cadde lungo e disteso in una pozza di fango, sporcandosi tutto!

Geremia venne chiamato a corte. Anche il re Giuliano aveva chi gli raccontava le ultime novità.

Donò per ricompensa cinquanta monete d’oro allo stalliere, per avere salvato i suoi adorati conigli.

Geremia s’inchinò, ringraziandolo.

La sua prima spesa furono un mazzo di carote per il suo fidato Cleromildo.

© Miriam Ballerini