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Miriam Ballerini
 
GIUSTIZIA O VENDETTA?
 
 

L’articolo 27 della Costituzione italiana cita: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Al momento in cui sto scrivendo questo pezzo, cioè a giugno 2012, la popolazione carceraria italiana sta sfiorando i 70.000 detenuti, con un totale di posti che si aggira sui 44.000.

Il sovraffollamento è solo uno dei problemi delle carceri e dei suoi occupanti.

Nel 2006 ebbi modo di entrare in una casa circondariale, quella del Bassone di Como. Dove feci un’intervista all’allora direttrice dr.ssa Francesca Fabrizi; al capo degli educatori dr. Mauro Imperiale. Quindi alle guardie e a otto detenute.

Da questo lavoro ne nacque un romanzo d’invenzione, con a latere un lungo reportage di quanto effettivamente visto e vissuto.

Facendo molte presentazioni del libro in questione, ho avuto modo di mettermi a confronto con persone dalle molteplici reazioni; per poi comprendere che l’atteggiamento verso i detenuti e chi sbaglia, può essere suddiviso, essenzialmente, in tre posizioni:

  • Chi sbaglia non ha più alcun diritto. Non ne voglio sapere assolutamente nulla. Merita che gli sia data una punizione e gettata la chiave.

  • Di carcere non ne so nulla e vorrei capire.

  • Ho avuto modo di informarmi e ritengo vada data un’altra possibilità a chi sbaglia. O comunque, laddove questo non sia possibile, il detenuto venga trattato in modo civile, perché è e rimane un essere umano.

 Premettendo che va mantenuto integro il doveroso rispetto che va alle vittime di tutti i crimini, prestiamo attenzione a chi subisce un sopruso, chiedendo a gran voce giustizia. Se andiamo a fondo del concetto di giustizia, vediamo che questa è volta, se tale deve essere, a rieducare chi sbaglia. A fargli comprendere il proprio errore e a disporlo su una strada diversa da quella fin’ora perseguita.

Mentre  chi pretende giustizia, ha di questa un concetto del tutto distorto, che è solo quello di punizione e di inibizione psicologica dell’altro che deve sparire. Deve passare la vita rinchiuso perché ha sbagliato e quindi deve soffrire per espiare.

A questo punto anche il sacrificio della vittima diventa vano. Ci troviamo di fronte a una persona che, ad esempio, è morta per nulla, se la sua dipartita non è servita nemmeno a recuperare un altro essere umano.

Dice Pietro Sansonetti, rispondendo alla lettera di un ragazzo che aveva perso la zia investita da un camion, su “Gli altri” uscito il 18 marzo 2010: “La verità però è che la “vendetta” è considerata da quasi tutta l’opinione pubblica come uno strumento essenziale per regolare il vivere civile. È considerata un risarcimento, un disincentivo, un elemento di giustizia. La giustizia non è pensata come qualcosa che aiuta chi ha ricevuto un torto, o chi è stato derubato, o chi viene tenuto a vivere in condizioni non dignitose. Quindi come qualcosa di positivo, un aiuto dello Stato al singolo, al debole. La giustizia viene vista come punizione. La punizione (cioè lo strumento della vendetta) diventa per noi l’elemento fondamentale della civiltà. Io invece credo che la punizione sia l’elemento fondamentale della inciviltà. Cioè sia esattamente ciò che fin qui ha limitato lo sviluppo della civiltà umana, ha frenato e incattivito le comunità. Voi non credete che sia così?”

Addentrandoci più a fondo all’interno di un carcere e portandone la sua realtà quotidiana all’esterno, vediamo come la maggior parte delle persone non ne sa assolutamente nulla. Non conosce cosa succede fra quelle mura.

Prendiamo un estratto dal giornalino “Mezzo busto – lo strumento d’informazione del carcere di Busto Arsizio” del febbraio 2009: “ Se tutti conoscono l’esistenza di un carcere in città, quasi nessuno ha un’idea chiara e veritiera della vita che si svolge all’interno. Immaginano che vi siano rinchiuse molte persone, ma solo B. si azzarda a dare una cifra: «Più di cento», che però è molto lontana dalla realtà dei 400 e oltre detenuti presenti. Sono consapevoli anche del fatto che molti siano stranieri, ma purtroppo su questo fronte non mancano gli stereotipi: «La maggior parte sono stranieri che vengono a far casino in Italia, perché da noi non esiste la certezza della pena», dice N. Anche sulla quotidianità le false credenze non si sprecano. D. è convinto che i detenuti indossino una divisa a strisce con il numero di matricola cucita sul petto! «Stanno sdraiati in cella, guardano tutto il giorno la televisione, non hanno sigarette ed escono solo per un’ora d’aria», spiega M. «Sono violenti, si pestano, fanno risse e si limitano a rafforzare i muscoli in palestra», dice Y. Solo S. si avvicina a quella che è invece la realtà: «Svolgono tutti insieme attività di recupero costruttive»…

L’idea dei detenuti balestrati e tatuata è faziosa. Fuori dovrebbe arrivare, invece, il messaggio di gente che ha sbagliato, è vero, ma che ora sta pagando il suo debito con la società: lavora e fatica per ricostruirsi e reinserirsi positivamente. Ma perché, mi chiedo, gli stereotipi viaggiano più veloci delle verità?”

Quando entrai al Bassone mi accorsi personalmente di quanti pregiudizi e idee erronee ci siano all’esterno.

Prendendo ad esempio l’estratto sopra riportato posso dire che: le carceri soffrono pesantemente del problema del sovraffollamento. In una cella che potrebbe al massimo contenere due persone, a volte, ne troviamo fino a sette, con tutti i disagi fisici e psicologici che ne conseguono.

Dalle statistiche emerge che gli stranieri presenti nelle nostre prigioni sono il 38% e quindi, non sono la maggioranza dei detenuti.

Dobbiamo pensare che molti detenuti sono in attesa di giudizio; che la maggior parte sono dentro per crimini minori quali furto, spaccio di droga, rapine. Non esistono così tanti “Jack lo squartatore” e non passano di certo il tempo a organizzare risse.

All’interno della cella è sì presente l’apparecchio televisivo, ma non possono vedere tutti i programmi.

Quello che non si sa, ad esempio, è che per lavorare devono rientrare in una sorta di graduatoria.

Che nelle celle, quando vanno in bagno, sopra la turca c’è una finestrella dalla quale essere sempre visti dal corridoio.

Si possono escludere tutte queste immagini con un semplice: se lo sono cercato loro.

Ma il punto essenziale, non è fermarsi di fronte all’accaduto, ma pensare all’individuo che l’ha commesso e cercare di intervenire, anche a favore della società.

Domandiamoci come vogliamo che venga reintrodotta una persona che ha commesso un reato: come un individuo recuperato o come individuo incattivito?

Dice Luigi Morsello, direttore di carcere per 36 anni: “ Ciò che le persone erano nella vita libera non ha alcuna rilevanza sul come devono essere detenuti dopo l’arresto: è questa coscienza che sembra essere stata smarrita. Un detenuto, imputato, condannato o internato, è prima di tutto un uomo”.

Ed è proprio partendo dall’uomo che questi viene “ricostruito”.

Spesso chi commette reato è portato su questa strada per l’assenza di valori solidi. Oppure perché l’unico modo per vivere conosciuto fino ad allora, è stato solo quello della violenza o dell’abbandono. Far comprendere che c’è un altro modo per vivere, in questi casi, è essenziale.

La segregazione come sola soluzione, è inutile quanto pericolosa, perché logora ulteriormente i sottili margini che reggono persone con questi vissuti.

In un carcere le figure essenziali sono cinque: il direttore – il capo delle guardie – il dottore – l’educatore – il ragioniere.

Indispensabili sono i volontari che si prestano a fare corsi, a insegnare, a prestare il proprio tempo per gli altri.

 

Questo tipo di volontariato parte da una grande molla interiore che è l’accettare l’altro per quello che è.

Ma come trascorre una giornata in carcere?

Dice Salvatore Nastasia, conosciuto quando era direttore della casa circondariale di Busto Arsizio: «La vita continua anche in carcere, ovvero i piccoli gesti quotidiani che compongono la giornata di ogni individuo (mangiare, lavorare, svagarsi…) non si sospendono ma si ripetono in un “mondo parallelo”, dove regnano lo spirito di adattamento, la creatività e la motivazione alla “normalità”».

In un mondo parallelo, fra mille difficoltà, vivono persone diverse per vissuto: per nazionalità, per cultura, per religione. E tutte si trovano a fare i conti con sé stessi e con gli altri.

Ognuno ha il suo modo di porsi nei confronti del reato commesso, ma per tutti l’assenza della libertà è feroce. Vivere in uno spazio ristretto dove più nulla ti è consentito e devi fare domanda per tutto, non è per niente semplice. Stare senza i propri affetti, spesso abbandonati dalla famiglia, è quanto di più doloroso possa esserci.

Si aggiunga il dover fare passare il tempo, laddove non si abbia la possibilità di lavorare; tenendosi impegnati con tutti i corsi consentiti, pur di trascorrere delle ore fuori dalla gabbia.

Alcune carceri si stanno movendo per insegnare un mestiere che sarà utile al detenuto, una volta uscito.

Laddove si riesce a dare una motivazione al ristretto, vediamo che questo, una volta uscito, non cade in altri crimini e la recidiva diminuisce.

 

Mentre, dove ciò non è stato ancora realizzato, l’ex detenuto si trova a fare i conti con il suo reato per l’ennesima volta. Dopo aver pagato il suo debito alla società, fuori non trova che il pregiudizio e il deserto. Spesso ho sentito storie di persone quasi costrette a commettere nuovi crimini per sopravvivere.

La stampa, la tv, non aiutano di certo il lavoro dei volontari e degli educatori. Sono pronti a consegnare in pasto alla gente articoli negativi e scandalistici, spesso esagerando la rabbia e il malcontento del cittadino comune che non sa. Ma mai esalta il lavoro dei volontari, degli operatori, degli stessi ex detenuti, che sono in gran numero, che escono e ricostruiscono il loro percorso interrotto.

Ricordo che durante l’intervista fatta alla dr.ssa Fabrizi, lei stessa mi disse che avrebbe voluto qualcuno che parlasse anche delle molte lettere che riceveva dei suoi ex detenuti e dei loro successi.

Della sua delusione, in primis, per quando accordava la fiducia a chi, poi, dimostrava di non meritarsela.

Non esiste nessuna trasmissione che dia la parola agli esperti del settore e che spieghi, finalmente, alla gente la legge. Cosa siano i permessi premio e a cosa servono; di quante persone abbiano aiutato a reintegrarsi; mentre vengono sventagliati solo quando capita qualche caso spiacevole e, la sola conclusione che si sa tirare è: “Ecco, li fanno uscire e guarda cosa succede”.

 

Nel 2011 sono potuta entrare nel carcere di massima sicurezza a Opera (MI), per assistere a un congresso tenuto da detenuti ergastolani che parlavano della propria esperienza; del perché avessero varcato quella linea sottile e di quanto avessero perso.

Sarebbe auspicabile che momenti d’incontro come questi venissero trasmessi in tv, perché le lezioni di vita date da chi ha compreso, potrebbero servire a chi vuole comprendere a capire; a chi sta sbagliando, a fermarsi un passo prima che sia troppo tardi.

 

Qualcosa si sta facendo. Nelle scuole si tengono corsi sulla legalità. Si cerca di far entrare i giovani in carcere e farli avvicinare a questa dolorosa realtà.

I volontari fanno del loro meglio con le loro sole risorse.

Le carceri non sono paesi isolati; i direttori hanno la possibilità, di far entrare i cittadini in contatto coi detenuti. Organizzando diverse attività, così che le persone vedano questo mondo che pare così distante dal nostro, ma che ne è solo una conseguenza.

La conoscenza porta alla comprensione, la comprensione all’accettazione dell’altro.

L’errore non lo si cancella, ma riuscire a scavalcarlo e far diventare questo sbaglio una possibilità, è dimostrare che, comunque, le vicende non accadono invano.

La vendetta non cancella l’errore, ne somma solo uno all’altro, aggiungendo dolore a dolore.

Casi eccezionali spiccano nei tg ed è giusto che non restino solo isole senza confini.

Carlo Castagna, che nella strage di Erba ha perso la moglie, la figlia e il nipote, ci ha dimostrato una forza enorme.

Luciano Paolucci, padre di uno dei bambini uccisi da Luigi Chiatti, il mostro di Foligno, sta aiutando l’assassino del suo bambino.

Vediamo un brano del suo intervento a San Vittore a confronto con altri detenuti, nel 1999. Riportato da “Famiglia cristiana”:I detenuti sono increduli e toccati. Chiedono se il perdono c’entra con la fede, se la fede ha reso più facili le cose: «Per me è difficile, non sono mica Dio. Oggi ho ritrovato un pezzo della mia spiritualità, di quello che siamo tutti. All’inizio, no. Ho provato a resistere. Eravamo due persone: io e me stesso. Ma anziché allontanarmi dall’umanità ho allargato l’orizzonte. Adesso ho una gran smania di dire al mondo le cose che ho capito, di fare tante cose buone. Dei delinquenti penso: hanno magari fatto del male per rubare solo un portafoglio. La vita va vissuta bene, è un bene. Se fai del male agli altri vuol dire che non hai rispetto per te stesso. Quando uno fa del male a un altro, fa sempre male almeno a due persone; se uno reagisce ai problemi, creando problemi … Se fosse stato amato, accettato, Luigi non sarebbe stato costretto a fare quello che ha fatto. Forse è vero che i fabbricatori di mostri sono fuori. Io lo so, perché, non ci crederete, ma c’è gente che è arrivata a dirmi delle cose di una cattiveria inimmaginabile. Se mi metto a pensare a Chiatti mi fa pena. Chiatti sta bene, è vivo, ma come potrà vivere? Con che cosa dentro? Chi è la vittima tra Luigi e Lorenzo? Tutti e due. E mi chiedo: non sarà la nostra indifferenza che crea i mostri?”

«Serve il carcere? Serve punire duramente?», gli domandano. «Una persona che tieni in carcere, problemi non ne darà più. Ma butti via un pezzo del tuo mondo. Bisogna parlarci, con chi ha commesso il reato. Se no, ti sei messo un paraocchi, senza concludere assolutamente niente. Io sento che parlando con gli altri, si risolve… A tutti è data la possibilità di rifarsi. Dio ci tiene anche a Luigi Chiatti».

 Le nostre carceri stanno scoppiando e uno dei problemi più urgenti, più pressanti, è l’aumento del 300% in una decina d’anni dei suicidi.

Come ci si uccide in carcere? Impiccandosi con le lenzuola o soffocandosi con la bomboletta del gas che viene data in dotazione ad ogni cella, per cucinare.

È davvero pensabile che una società civile chiuda gli occhi di fronte a problematiche tanto urgenti?

Chi si uccide ha anch’esso una famiglia, lascia madri, mogli, mariti, figli… anche chi sbaglia ha una famiglia che piange.

 

Il 22 ottobre 2009 ha fatto scalpore la morte di Stefano Cucchi, morto in seguito a un pestaggio in carcere. Proprio di questi giorni sono gli ultimi aggiornamenti. Allora ne parlarono ampiamente giornali a tg, perché alle spalle di questo povero giovane c’è stata una famiglia forte e coraggiosa.

Dice Luigi Morsello nel suo libro “La mia vita dentro”: “La cronaca recente ha raccontato di un comandante di reparto di un istituto del nord che rimproverava un sottoposto per aver malmenato un detenuto extracomunitario. Non perché avesse commesso un reato ma per averlo fatto in modo maldestro: «Queste cose non si fanno in sezione ma di sotto!» Ossia nelle stanze d’ingresso, lontano da sguardi indiscreti”.

Anche a me è capitato di raccogliere la testimonianza di un agente di custodia, il quale mi ha parlato di alcuni suoi colleghi che si mettono in quattro o cinque a picchiare un detenuto e ha aggiunto: «Questo non è coraggio: è vigliaccheria”.

 

Unendo tutte queste impressioni e questi dati, dobbiamo davvero chiederci cosa vogliamo sia il carcere: un luogo che riabiliti l’uomo o una catena di montaggio dei pezzi peggiori?

Quando chiediamo giustizia invochiamo davvero la virtù, il principio etico che essa racchiude? Oppure vogliamo solo eliminare qualcuno che è scomodo, dimenticandoci della sua esistenza?

Non dobbiamo languire nel pensiero utopico che disegni un panorama scevro da reati; tutti vorremmo che così fosse, ma dobbiamo fare i conti con la realtà. Una realtà che ci mostra, fin dagli esordi dell’uomo, le sue nefandezze e le sue pecche.

Dobbiamo pensare a come fare a recuperare, ricostruendo una vita, in un modo tale che trovi consapevolezza e responsabilità.

Mentre, laddove il recupero non è possibile, il carcere si faccia luogo di tutela, di reclusione, ma mantenendo una forma di detenzione che abbia rispetto dell’uomo.

 

© Miriam Ballerini

 

 

FONTI CITATE:

Gli altri Piero Sansonetti

La mia vita dentro Luigi Morsello

Famiglia cristiana

Mezzo busto giornalino della Casa circondariale Busto Arsizio