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„E‘ VIETATO
UCCIDERE LA MENTE DEI BAMBINI“
Convegno Abano Terme 13, 14, 15
settembre 2001

dI Mario Bolognese

Nello spazio-tempo aurorale…
“Il
racconto popolare, la fiaba, è il
sillabario
del linguaggio figurato
dell’anima”
Joseph Cambell
Quel luogo del “c’era una volta”, con il suo tempo a “ninna-nanna”
cosmicamente modulato, nutre la vita perché è fonte di senso e
quindi anche di benessere e cura di sé. Questo nutrimento, che
incessantemente si dà e si riceve, attinge alle ricche implicazioni
simboliche del latte-miele, che mettono in relazione la vacca e
l’ape con l’albero della Dea Madre. Il mio tragitto sul vellutato
muschio e sulle spine iniziatiche dei tanti e diversi sentieri della
fiaba, si appoggia, come scienza umana, sull’Antropologia del Sacro
aggiungendosi quindi pedagogicamente, grazie alle sue risorse
mitico-rituali, ai tanti approcci al linguaggio fiabesco.
L’antropologia del sacro mi ha consentito e mi consente una ricerca
teorico-esperienziale, aperta alla diversità perché, sostanziata
com’è di informazioni interculturali ed interreligiose, contribuisce
ad aprire prospettive psicopedagogiche non xenofobe e razziste. E di
questi tempi non è poco…Cercherò di offrire qualche traccia-briciola
alla “Pollicino” di questo modo di entrare nel bosco, nel mio
seminario di sabato: per adesso proseguo seguendo una mappa
labirintico-alberiforme, come se la vita fosse un grande albero
cosmico in cui perdersi ed in cui ritrovarsi…
Ho usato la parola ben-essere in senso iniziatico e quindi anche in
una moderna accezione psicosomatica, cercando di inserire nel ricco
filone polisemico che attraversa la fiaba, anche questa importante,
direi essenziale, dimensione di
accudimento, di sé, del mondo e di autoguarigione. (1)
Come si prende cura del suo corpo l’eroe e l’eroina? Le immagini
interne, che collegano il corpo alle emozioni, vengono toccate e si
rimodellano ascoltando la ricca polifonia simbolica della fiaba,
permettendo di “riscriverci la vita” (2). E’ questo uno dei preziosi
benefici che si ottengono entrando nella dimensione aurorale delle
cose, in quel tempo ed in quello spazio del sacro, così ben intuiti
da Mircea Eliade (3) e da Henry Corbin (4).
Per prevenire ogni forma di violenza e le tante ingannevoli icone
che oggi uccidono la mente di bambine e bambini, dentro e fuori di
noi, la risposta sta nel
“nutrimento”, in quella splendida “biodiversità” del
cibo, dei tanti cibi, cui la fiaba, figlia prediletta
dell’immaginazione creativa e trasfigurante, rimanda. Ma occorrono
“parole da mangiare” (5), e la fiaba ne è ricca… Riflettendo ancora
sulla cura di sé, ricordo che Epidauro, nell’antica Grecia, così
come Coo e Tricca (6), era un famoso centro di medicina religiosa.
Il potere del serpente e la visione-sogno, l’”incubazione”, ne erano
aspetti fondamentali. Ma Epidauro era anche “teatro”, e Larsen (7)
ne ricorda le pratiche dietetiche, i massaggi e la cura dell’igiene
personale.
L’autore lo definisce un
“centro sanitario olistico”: nella relativa annotazione
biblografica, ho riportato integralmente il brano. Non mi sembra a
questo punto una forzatura inserire antropologicamente la fiaba,
teatro vivente dove si nutre, o si dovrebbe nutrire
contemporaneamente il corpo, l’anima e lo spirito, all’interno di
questo contesto, riferendomi anche alla sua trama di messaggi,
visioni, voci e rivelazioni. Questo perché il dinamismo fiabesco,
oltre ad essere un prodigio fabulatorio, è anche una “macchina
scenica” di livelli, esperienze e “maschere” diverse che rivela,
anche sulla base della mia intuizione ed esperienza lavorativa,
alcune interessanti e nuove dimensioni del sé e del cosmo, se agite
ed animate ritualmente (8). Questo perché l’antropologia del sacro
parla e mette in scena, anche il ed i “corpi sottili”,
nell’intreccio tra microcosmo umano e macrocosmo (9).
In questo “camminare” sui sentieri aurorali della fiaba, lo
spazio-tempo liminale o di soglia di cui parla Van Gennep (10), il
sacro con le sue manifestazioni, le “ierofanie” di Eliade, affiora
contemporaneamente dentro e fuori di noi nel piccolo grande schermo
stupefatto dei nostri occhi che finalmente sanno “vedere” e non solo
“guardare”…E’ un sacro molto vicino alla capacità di stupirsi dei
bambini (11) ed alla loro immaginazione trasfigurante (12). Rinasce
così un senso “ecomagico”
e si ricrea un “giardino archetipico” dove noi vediamo e siamo
nello stesso tempo zampilli, animali, alberi e uccelli…(13)
In quanto archetipico il “giardino” di ogni fiaba vivente non può
infatti essere uno spazio caotico, ma richiede delle protezioni, un
recinto, delle mura, per farsi “sacro” e diventare piazza
medioevale, chiostro, castello…(14)
I sentieri del racconto, formano poi una mappa, ed è un
“centro”, visibile o
segreto, che fa pulsare e che energizza la trama iniziatica (15). Si
tratta di una mappa in qualche modo ritmica, con una ricca
connotazione sinestesica da evidenziare (16). Così come, nel disegno
e nell’animazione, può essere stimolante offrire ai bambini la
scelta tra configurazione archetipiche quali la spirale, il
labirinto ed un utilizzo più consapevole del triangolo, quadrato e
cerchio (17):
“Quando uno muore entra nella
pancia della morte e poi rinasce?”
ci chiede, anzi ci ricorda la piccola Valeria di tre anni (18),
dandoci la sua sapiente mano di bambina per accompagnarci nel
tragitto vita/morte/vita…

Cenerentola, la trama…
“Forse tutti i draghi che
esistono nelle nostre vite
sono soltanto principesse che
stanno aspettando
di vederci agire almeno una
volta con bellezza e
coraggio.”
R. M.
Rilke
Adesso, per esemplificare questo cammino, userò la favola di
Cenerentola nella versione dei fratelli Grimm (19), inserendo
qualche variante, trattandosi difatti di uno dei canovacci fiabeschi
più antichi e diffusi, come ci ricorda Carlo Ginzburg (20). Con la
classica trama e le sue varianti, cercherò di mettere in risalto il
sacro presente negli elementi, funzioni e vicende, ricordando ancora
che in questo approccio antropologico ma anche pedagogico, la fiaba
è un "teatro vivente" “multimediale” diremo oggi, con un ricco
registro sinestesico ed artistico.
Se la fiaba è infatti collegata ai
miti, occorre una vibrante ritualità per svelarne anche i dinamismi
iniziatici latenti. Riporto per comodità lo schema della
fiaba:
“Nella versione europea più nota, Cenerentola, la figliastra
maltrattata, non può recarsi al ballo del principe perché la
matrigna glie l’ha proibito (divieto); riceve il vestito, le
scarpette ecc. (dono degli strumenti magici da parte dell’aiutante);
si reca alla reggia del principe (superamento del divieto); fugge,
perdendo la scarpetta che poi riesce, su richiesta del principe, a
calzare (compito difficile che porta al riconoscimento dell’eroina),
mentre le sorellastre si sforzano inutilmente di fare lo stesso (il
falso eroe avanza pretese infondate); smaschera le sorellastre
antagoniste, sposa il principe…” (21)

Cenerentola, la cenere, la luna…
“Io mi inchino a lei…il cui
volto è formato da
cento lune piene d’autunno, che
splende con la
luce svelatrice di mille
stelle…Salute a lei che,
sola, ha il, potere di
comandare i guardiani delle
fondamenta dell’universo. Lei
che siede
circondata da una radiosa
corona di fiamme…
Salute a Colei che, sola, tiene
la lepre della luna e
Il lago degli dei nella propria
mano, che allontana
ogni veleno…
Testo della
Tradizione tibetana (22)
Secondo Ginzburg la fiaba, come il racconto di magia, si collega,
direttamente od indirettamente, al
“viaggio nel mondo dei morti”,
ovvero a tutta la tradizione sciamanica (23). Questa fondamentale
griglia interpretativa, riceve luce e fondamento da quella “mistica
lunare” di cui parla Eliade (24): la luna infatti rappresenta, nella
sua ciclicità, la prima grande esperienza del tragitto
vita/morte/vita ed anche, etimologicamente, alla stessa misurazione
ed esperienza del tempo (25). La luna, insomma, è la “prima grande
morta” della storia…(26) Vediamo dunque adesso via…cenere… la
lunarità di Cenerentola. Un autore, Sermonti (27), annota che “la
palandrana grigia (corrispondente al cappuccio di cappuccetto rosso)
è l’ombra che occulta la luna ‘cinerea’. Sotto il mantello trascorre
la vita umana come punizione e compito. Gli zoccoli sono calzature
casalinghe: la luna non vi può affrontare il cammino (o il ballo)
celeste…e il volto sporco di fuliggine o impiastricciato è
contrassegno di luna nuova”.
La cenere, che simbolicamente appartiene alla costellazione del
“nero”, è la “nigredo” della tradizione alchemica ed allude alla
morte, dissoluzione e trasformazione iniziatiche. La dea lunare
della incessante rigenerazione, è anche la “Signora degli Animali”
con i suoi vertici, serpenti, cani, lepri, tori…(28) Del resto anche
il piccolo Thomas, sette anni, dice che:
“la luna è un gatto e il cielo
è il suo mantello” (29).
La dea lunare dell’”occultamento e dello svelamento”, ovvero Aracne,
la dea-ragno di ogni tessuto e di ogni velo (30), ci conduce anche a
Pelle d’Asino, dove il “vecchio somaro è la pelle che copre la luna
nuova” (31).

Cenerentola, la scarpetta e l’arte di essere zoppi…
“Le ravvolgeva il piede una
scarpina, ricamata
di porpora, lavoro perfetto di
Lidia.”
Saffo
Carlo Ginzburg (32) ma anche Robert Graves (33), fanno rientrare la
delicata scarpetta di cristallo nel filone del
monosandalismo mitico,
ovvero nella constatazione che è impossibile varcare ritualmente la
soglia dell’altro mondo, con il passo ordinario, cioè con “tutti e
due i piedi”.
Per varcare questo orizzonte, occorre una coscienza diversa, un
movimento ciclico dell’anima, cui allude in qualche modo la
numerologia esoterica dispari. Ma un riferimento va fatto anche al
“piedino”, che in Cina era simbolo di bellezza e di classe sociale
elevata. Si sa infatti inoltre, “che la più antica tra le versioni
conosciute della fiaba di Cenerentola”, ci ricorda Ginzburg (34),
“venne redatta da un dotto funzionario, Tuang Ch’eng-Shing (800-63)
che l’aveva sentita raccontare da uno dei suoi servi, originario
della Cina meridionale”. Appartenendo inoltre il sandalo
all’abbigliamento sciamanico, con tutte le marcature simboliche
tradizionali (35), tale indumento è stato collegato alla tradizione
del viaggio estatico nello sciamanesimo.
Allo stesso ordine simbolico appartiene la “zoppaggine rituale”,
come tutte le anomalie e deformazioni del piede (36), che lo storico
collega anche ad Edipo ed Achille. Dato che “il mito ci invita a
riconoscere nella simmetria una caratteristica degli esseri viventi,
appare documentato”, prosegue l’autore, “lo strato sotterraneo di
mitologia euroasiatica emersa dall’analisi di miti e riti imperniati
sull’asimmetria deambulatoria.” (37)

Il ramo
e l’albero dei desideri…
“ Giunto a casa, diede alle figliastre quel che avevano desiderato, e
il ramo di nocciolo a Cenerentola. Cenerentola lo ringraziò, andò
sulla tomba della madre, piantò il rametto e pianse tanto che le
lacrime vi caddero sopra e l’annaffiarono. Il ramo crebbe e divenne
una bellissima pianta. Cenerentola ci andava tre volte al giorno,
piangeva e pregava, e ogni volta si posava sulla pianta un uccellino
bianco, che, se ella esprimeva un desiderio, le gettava quel che
aveva desiderato.” (38)
Richiederebbe troppo tempo analizzare, nell’ottica del sacro, tutta
la fiaba di Cenerentola, nei particolari. Questo brano riflette la
scelta che ho fatto: ramo/albero, terra/tomba e uccelli. Aggiungerò
il grande tema archetipico dell’”osso piantato, seminato”, perché è
una delle varienti più significative della fiaba stessa.
Un breve commento sul ramo: nella tradizione giudaico-cristiana, si
va dal “germoglio del tronco di Iesse” (Isaia II, I), fino al
bastone di Giuseppe che germoglia, tratto dalle storie apocrife di
Maria (39). Anche il ramo che prende vita e si trasforma, ad
esempio, in serpente, è tema ricorrente delle leggende orientali,
con un ricco interscambio tra piante, animali ed esseri umani (40).
In tutto questo, il ruolo della bambina o giovane donna, ha
un’antica tradizione mitico-simbolica. C’è infatti una Dea, secondo
gli Ostiachi che, “seduta su di una montagna a sette gradini, alla
nascita di ogni essere umano ne inscrive la sorte su di un albero a
sette rami” (41): un Albero del Mondo o Albero-libro-dei destini, e
cioè dei desideri.
“Un albero alto
La luna piccola e bianca
La luce rosa sulle montagne.”
Questa piccola deliziosa poesia, della piccola Rosi di 5 anni, di
Genova (42), mi permette, in collegamento con il ramo di
Cenerentola, di citare il brano che segue, come spunto e
informazione educativa, di “pari opportunità mitico-simboliche”.
L’autore, Lederer (43), parlando della forza generatrice femminile,
nell’induismo tantrico, scrive: “Ogni bambina è manifestazione della
Dea e, in quanto tale, ha la facoltà di evocare le forze procreative
della natura. In particolare esiste in India un certo albero che si
ritiene non possa germogliare finchè non sia sfiorato dalla mano o
dal piede di una fanciulla o di una giovane donna: fanciulle e
giovani donne sono considerate incarnazioni umane dell’energia
materna della natura, sdoppiamenti minuti della Grande Madre d’ogni
esistenza, vasi di fertilità, vita in pieno rigoglio…Toccando con la
mano e prendendo a calci l’albero, le giovanette vi trasferiscono la
propria possenza, concedendogli di partorire gemme e frutti.
Inoltre, per virtù di quell’unica suprema competenza
nell’espletamento della funzione comunissima e vitale della
maternità, ogni neonata…è dotata, secondo l’induismo, di un’aura di
sovraumanità, di dignità divina.” E pensare, e questo tragico
pensiero è purtroppo ancora di grande attualità, che non tutte le
bambine a questo mondo possono nascere a causa del loro sesso…
Proseguendo il nostro cammino, un accenno al nocciòlo, uno degli
alberi fatati (44) della tradizione celtica.
L’albero quindi, sia come pianta singola che come bosco, viene ad
assumere nella fiaba un suo peculiare valore mitico-sacrale (45) che
Jung indica come: “Caotica complessità e ordine, dualità,
l’opposizione di luce e buio, di sopra e di sotto, di destra e di
sinistra, l’unificazione degli opposti in un terzo elemento, la
quaternarietà e gli impianti radiali disposti di norma secondo un
sistema quaternario” (46). Prima di proseguire penso a questa
poesia, tratta da una canzone religiosa tedesca, come saluto e
ringraziamento all’antica sacralità di questo nostro fratello
vegetale:
“Taci, o mio cuore
Gli alberi stanno pregando.
Dissi all’albero:
Raccontami di Dio
E quello fiorì.”

Una tomba
nell’inverno della terra…
“La fanciulla andava ogni giorno sulla tomba della madre, piangeva ed
era sempre docile e buona. Quando venne l’inverno, la neve coprì la
tomba di un suo bianco drappo, e quando il sole di primavera l’ebbe
tolto, l’uomo prese moglie di nuovo.” (47)
Prendo spunto dalla Giornata internazionale dei Popoli indigeni, del
nove agosto 2001, per ricordarmi e ricordare che la fiaba ha
profonde radici di terra, di terre del mondo. La fiaba è dunque,
come cultura dei popoli, in un tessuto dove la vita e le relazioni
della vita vengono custodite e tramandate. “Per migliaia di anni”,
scrive Rigoberta Menchù in un suo intervento (48), “noi popoli
originari abbiamo saputo convivere con la natura, rispettando i suoi
cicli di vita e di rigenerazione. Per noi la natura è parte delle
nostre stesse vite; concepiamo la vita come un tutto…”
La tomba della madre di Cenerentola è “feconda”, emana vita, perché
il bianco della neve, il nero della terra ed il giallo del sole,
danzano nella ruota ciclica del tutto.
“Certe raccolte di fiabe come quelle dei fratelli Grimm”, scrive
Marija Gimbutas (49), “abbondano di motivi preistorici che
descrivono le funzioni di questa Dea dell’inverno, Frau Holla…Essa è
la brutta vecchia strega dal lungo naso, i grossi denti e i capelli
arruffati. E’ una donna che determina il clima e la neve. Allo
stesso tempo rigenera la natura. E’ una donna che fa uscire il
sole.” Anche la tomba dunque, nella ciclicità del ritmo
vita/morte/vita, è parte essenziale della sacralità della terra.
Nella tradizione mitico-religiosa degli indiani Crow, “l’individuo
deriva dai racconti”, in un intreccio armonico tra suono, terra e
comunità. Tale equazione individua “un profondo legame spirituale
che diviene il fondamento della vita e della conoscenza”, prosegue
l’autore John Grim (50), e “le connessioni vitali tra la terra e la
sacralità, sono portate alla mente ed alla memoria, e quindi
chiamate a nuova vita ad ogni generazione, attraverso la recitazione
delle narrazioni mitiche che raccontano delle origini del popolo e
dei suoi movimenti sino al raggiungimento della sua terra sotto la
guida divina…”
Si può dire, con i capi religiosi Crow, che “la cura della vita
religiosa era legata sempre all’integrità del territorio.” (51)
L’albero che cresce sulla tomba, è naturalmente in sinfonia di
contatto con l’acqua, il fuoco, la pietra e tutti gli elementi della
natura e del cosmo. Dall’albero sacro, che sceglie lo sciamano, si
ricava ritualmente anche la “maschera”, strumento magico essenziale
per un’animazione interculturale della fiaba. Ci sono pubblicazioni
ed esperienze, che testimoniano come tutto questo possa far parte di
una sperimentazione didattica (52). Ma adesso lasciamoci incantare
dagli uccelli che si stanno posando sul nocciòlo…

Gli
uccelli…
“Il ramo crebbe e divenne una bella pianta. Cenerentola ci andava tre
volte al giorno, piangeva e pregava, e ogni volta si posava sulla
pianta un uccellino bianco, che, se ella esprimeva un desiderio, le
gettava quel che aveva desiderato.” (53)
“Sempre sia il mio cuore aperto ai piccoli uccelli che sono il segreto
del vivere; qualsiasi loro canto è meglio del sapere e gli uomini
che non li sentono sono vecchi.”
E.E.
Cummings
San Francesco che predica agli uccelli allude ad una pratica
iniziatico-religiosa di millenni: chi comprende il loro linguaggio è
più vicino a Dio…” (54) Infatti nel mondo mediterraneo arcaico, è
presente un “sentimento di prossimità tra uomini ed animali, se non
addirittura di intercambiabilità, ed è ancora presente nelle
similitudini omeriche.” (55) In questo connubio creativo, di cui è
così ricco ad esempio il barocco leccese, l’uccello ha un rilievo
particolare perché rappresenta la nostra stessa anima che si sta
elevando: “Per quel che riguarda le ali e le piume, il loro
simbolismo ascensionale è evidente. La crescita di ali in seguito ad
un’iniziazione mistica è un tema ben noto che si ritrova anche nelle
religioni più complesse. I taoisti, ad esempio, credono che quando
un uomo ottiene il “tao”, sul suo corpo cominciano a crescere delle
piume.
Anche per Platone, un uomo ‘contempla la bellezza di questo mondo,
si mette a pensare alla vera bellezza e le sue ali cominciano a
crescere’ (Fedro 249 e), che “un tempo l’intera anima era dotata di
ali (ibid., 215 b).” (56) Pensando alla cultura del Mediterraneo
antico, nella civiltà cretese-micenea il toro, il serpente e
l’uccello (soprattutto la civetta), erano animali sacri della grande
Dea. L’uccello ed il serpente giocano poi uno straordinario ruolo
simbolico di “coincidenza creativa degli opposti”: il “serpente
piumato” rappresenta infatti l’incontro fecondo e vitale tra il
regno profondo della terra, che potremmo chiamare nel contesto la
“fertile tomba”, ed il cielo con i suoi uccelli. Le lacrime di
Cenerentola rimandano poi, come in tante immagini del neolitico
riportate dalla Gimbutas, al potere acqueo, di compassione
universale, degli occhi della Dea (57). La madre, apparentemente
sepolta, la luna vecchia, risorge splendente nella figlia…

Gli animali e le loro ossa…
“Sono il cervo dalle sette
corna…
Sono la lacrima lucente del
sole,
Sono il falco sulla rupe,
Sono bello tra i fiori…
Sono il salmone nel lago,
Sono il colle della poesia,
Sono il cinghiale feroce
Sono il rumore minaccioso del
mare…
Chi, se non io, conosc3 i
segreti del dolmen non
ancora sbozzato?” (58)
Giuseppe Sermonti ricorda (59) che “sono note ben 345 varianti di
questa fiaba (dal 1544 al 1892)” in aree geografico-culturali molto
lontane tra di loro, dall’Europa fino all’estremo Oriente (60). In
queste varianti è un animale (vacca, pecora, capra, toro, pesce)
(61), l’aiutante magico che aiuta Cenerentola donandole poi le
proprie ossa dopo la morte. Queste ossa, seminate sulla tomba della
madre, si trasformano esse stesse nei doni magici, oppure si
reintegrano nell’animale donatore. Nell’antropologia del sacro, che
attinge anche alla paleoantropologia dei riti funerari, il cranio,
l’osso e le ossa, rivestono una grande importanza, con una ricca
letteratura in proposito (62).
Mircea Eliade (63) ci ricorda che nella cultura dei paleocacciatori,
“l’osso simboleggia la radice ultima della vita animale, la matrice
da dove sorge continuamente la carne. Gli animali e gli esseri umani
rinascono a partire dall’osso, l’elemento per eccellenza.” Lo
sciamanesimo, matrice di questa concezione, “non comporta”, osserva
ancora Eliade, “il ritorno alla terra (sotterramento simbolico,
inghiottimento da parte di un mostro ecc.), ma l’annientamento della
carne e di conseguenza la riduzione della vita alla sua essenza
ultima ed indistruttibile.” (64) Ridursi all’osso…diremmo noi. Il
seppellimento rituale dell’osso, in queste varianti della fiaba di
Cenerentola, rappresenta dunque un connubio creativo tra la cultura
paleolitica e quella neolitica.
Piccolo inciso sullo “scheletro”, uno dei “mostri” prediletti ancora
oggi dai bambini. Riuscire a contemplare il proprio scheletro,
pratica esoterica degli Eschimesi” Iglulik, e meditazione del
buddhismo indo-siberiano e mongolo (65), fa parte dunque di una
iniziazione alla visione essenziale delle cose. Naturalmente
l’interesse di quanto esposto consiste anche nel fatto che un “osso”
o “scheletro” che appare in una fiaba od in una fabulazione
infantile, può arricchire, con le sue valenze del sacro, il consueto
registro interpretativo, grafico-espressivo e ludico-simbolico.
Proseguendo questo strano viaggio sul “sentiero delle ossa”, vediamo
che esse sono, nel ritualismo animale, il “luogo di contatto con
l’anima” (66), ed abbondano di conseguenza i temi mitico-folclorici
come “le ossa che cantano” (67), i trofei di caccia (68), gli
“stinchi di santi” dei reliquari e le ossa dei morti impiegate per
ottenere la pioggia (69).
Anche la figura femminile, la grande Dea, aveva la sua epifania di
scheletro/osso, come ci ricorda la Gimbutas (70): “I monumenti
funerari ed il loro simbolismo rivelano uno stretto legame tra la
tipologia della tomba, la vecchia strega, le ossa secche e la morte
della natura in inverno” (71). E’ infatti sulla tomba della madre
che Cenerentola pianta il ramoscello di nocciolo o “semina” l’osso o
le ossa dell’animale morto, il suo aiutante magico. Su quella tomba,
ricordo che “la neve coprì di un drappo bianco, e quando il sole di
primavera l’ebbe tolto, l’uomo prese moglie di nuovo” (72). La
vecchia luna/mamma, muore per rinascere (73) e, come annota la
Gimbutas (74), “le ossa bianche di Ragana (la vecchia dell’autunno)
(75) scintillano nella neve d’inverno quando il sole splende.
‘Fiocchi di neve scintillanti’ significa ‘ossa di streghe’ nei
racconti lituani”.

Fare la
corte a Cenerentola…
“Ho portato il guanciale e sto a giacere alla finestra di settentrione;
vieni a giocare un pochino con me! Con tante liti e così pochi baci
quanto potrà durare il nostro amore?” (76)
Ma , il principe innamorato, avrá portato dei fiori alla tomba della
madre di Cenerentola? Apro, nella fiaba, un piccolo sentiero amoroso
perché sempre all’amore conducono, anche scheletri ed ossa…Lo scopo
di questa provocazione, è di far notare che, nelle fiabe, i
matrimoni sono sempre folgoranti e rapidissimi, senza còccole,
rituali di corteggiamento e quei massaggi-carezze, dono di fate, che
Cenerentola ha insegnato al Principe…I bambini e le bambine chiedono
e si chiedono: ma se li danno, i bacini? E dove? E chissà che
merenda fanno con tutte quelle fate e gnomi a disposizione…
Attraverso Cenerentola e tutte le principesse ed i principi, qualche
volta anche con il mantello viola, si può, si dovrebbe sviluppare
un’educazione ai sentimenti, alla relazione ed all’erotismo. Se a
qualcuno dovesse interessare, ho svolto l’argomento delle poesie
erotiche dei “primitivi” come educazione alla sessualità in una mia
ricerca pubblicata (77). E adesso, per congedarci con un sorriso,
due scritture amorose:
Andrea, 7 anni: “Di persone innamorate conosco la mamma ed il papà.
Lo so perché me l’hanno detto e perché si danno i bacini. Anch’io ho
dato qualche bacino, ma era diverso da quelli dei grandi. Sono stato
innamorato tre volte: di Erica, Carlotta e Katia. Erica è quella che
ho preferito, perché ha i capelli lunghi; Katia ha iniziato a
piacermi perché giocavo con lei agli animali della giungla. Non glie
l’ho detto che mi piace, ma prima o poi lo faccio. Quando l’amore è
vero dura anche un anno, sennò finisce dopo mezz’oretta e puoi
tornare ad essere amico. Alcune bambine, poi, sai già all’inizio che
non le puoi sposare. Katia, per esempio, non posso perché c’è già
Davide. L’ha presa prima lui e siccome è mio amico ho detto che
andava bene.”
Francesca, 5 anni: “Io amo Mattia, Enrico e Davide. Non soffro per
loro, però ci gioco di più. Una mia amica, invece, mentre eravamo in
giardino all’asilo, non è riuscita a giocare insieme a quello che le
piaceva. Allora è tornata in classe ed ha pianto tutto l’intervallo.
Magari se non potessi più giocare con Mattia piangerei anch’io,
mentre quando non gioco con uno che è solo amico non piango. Quindi
l’amore è diverso.” (78)

NOTE E BIBLIOGRAFIA
PREMESSA:
Questi riferimenti bibliografici e note in
relazione a “ Camminando nella fiaba sui sentieri del sacro-
Cenerentola”, intendono anche agevolare programmazioni curriculari e
ricerche per seminari, laboratori e corsi di aggiornamento. Ho
cercato, nei limiti del possibile, una certa completezza
d’informazione dato il carattere sperimentale di un approccio
dell’antropologia del sacro al “teatro della fiaba” con i relativi
dinamismi iniziatici.
1)- MARIA VARANO, Guarire con le fiabe – Come trasformare la propria
vita in un racconto – Meltemi, cura di sé, Roma, 1999.
JAMES HILLMAN, Le storie che curano, Freud Jung Adler – Cortina,
Milano, 1983.
T. ANCONA – C.SCALPELLINI, Fantasia come terapia, Favole, Edizioni
Le Stelle, Milano, 1986.
CLARISSA PINKOLA ESTES, Donne che corrono coi lupi, il mito della
donna selvaggia, Frassinelli, 1993.
2)-STEPHEN LARSEN, L’immaginazione simbolica, la ricerca del senso
della vita attraverso il racconto delle mitologie personali,
Pratiche Editrice, Il Saggiatore, Milano, 2001.
3)- MIRCEA ELIADE, Trattato di storia delle religioni, Boringhieri,
vol. doppio, Torino, 1976. In particolare capitoli X e XI.
4)- HENRY CORBIN, Corpo spirituale e terra celeste, Dall’Islam
mazdeo all’Iran sciita, Adelphi, Milano,1986. Dello stesso autore: “
L’immaginazione creatrice, le radici del sufismo, Laterza, Bari,
2005.
5)- RUBEM A.ALVES, Parole da mangiare, Edizioni Qiqajon, Comunità di
Bose, 1998.
6)- LE GRANDI RELIGIONI, Enciclopedia, Rizzoli 1964, vol.1°,
pag.289.
7)- LARSEN, L’immaginazione mitica, cit., pag. 32. Riporto il brano
relativo: “ A Epidauro il teatro era parte integrante di uno dei
maggiori centri di cura del mondo classico. Le terapie riguardavano
il corpo, la mente e lo spirito. In questo “ centro sanitario
solistico” che può sembrare leggenda, ma è storicamente esistito (
dal V sec. A.C. al quinto sec. d.C.), la dieta, i massaggi, l’igiene
personale e l’esercizio rinforzavano il corpo, la filosofia la mente
razionale, mentre il teatro sulla collina si prendeva cura
dell’anima”.
8)- MARIO BOLOGNESE, Per un corpo di pace, Pedagogia, cultura
rituale e non violenta del corpo, introduzione di Ivano Spano,
Università di Padova, Edizioni Sapere, Padova, 1995.
9)- CYRILL KORVIN KRASINSKI, Microcosmo e macrocosmo nella storia
delle religioni, Rusconi, Milano, 1973.
Sul corpo in questa prospettiva cfr. anche: JAQUES VIDAL, Sacro,
Simbolo, Creatività, Jaca Book, Milano, 1992, da pag.71.
JOSEPH CAMPBELL, Il volo dell’anitra selvatica, esplorazioni nella
dimensione del mito, Oscar Mondatori, 1994, pag.20.
Su animali e corpo umano:GASTON BACHELARD, La terra e il riposo, le
immagini dell’intimità, Red, Como, 1994, da pag. 137.
10)- ARNOLD VAN GENNEP, Les rites de passage,
Picard, Paris, 1981 ( traduz. Italiana Boringhieri, Torino,
1988).
In un’ottica sociologica cfr. : VICTOR W. TURNER, Il processo
rituale, struttura e antistruttura, Morcelliana, Brescia, 1972, alle
pagine 11, 12 e 17.
11)- EDITH COBB, Il genio dell’infanzia, prefazione di Margaret
Mead, Emme Edizioni, 1982. Si tratta, per me, di un piccolo,
prezioso e originale testo che meriterebbe una ristampa. In
particolare cfr. i capitoli: La meraviglia come fonte di conoscenza
e Anatomia del senso di meraviglia.
Sull’originale cultura poetico-religiosa dell’infanzia cfr. : MARIO
BOLOGNESE,I’m sorry baby, quaranta poesie dell’autore, traduzione in
inglese, francese, tedesco e spagnolo, Edizioni Osiride, Rovereto 8
Tn ), 1995, seconda edizione.
12)- GILBERT DURAND, Le strutture antropologiche dell’immaginario,
Introduzione all’archetipologia generale, Dedalo, Bari, 1983.
GASTON BACHELARD, La poetica della reverie, Dedalo, Bari, 1984. In
particolare il capitolo: Le reveries dell’infanzia, da pag.109.
13)- DUCCIO DEMETRIO, Di che giardino sei ?, conoscersi attraverso
un simbolo, Meltemi cura di sé, Roma, 2000.
14)- GERARD DE CHAMPEAUX e SEBASTIEN STERCHI, I simboli del
medioevo, Jaca Book, Milano, 1981, pag.124.
15)- MIRCEA ELIADE, Trattato storia delle religioni, op.cit.,
pag.124.
ARNHEIM, Il potere del centro, Psicologia della composizione nelle
arti visive, Einaudi, 1984.
16)- MARIO BOLOGNESE, Miti e metamorfosi, Il pensiero della
farfalla, in : “ Sinestesia Arti Terapia”, a cura di Gino Stefani e
Stefania Guerra Lisi, CLUEB, Bologna, 1999.
17)- MARIO BOLOGNESE, C’era una volta, crescere con i miti, La
Meridiana, Molfetta (Ba), 2000. Nel testo, con le fiabe “quando
cadde l’Albero della Vita”, anche considerazioni e proposte
didattiche su pedagogia e antropologia del sacro.
18)- REGIONE EMILIA ROMANA, I cento linguaggi dei bambini, Narrativa
del possibile, 1987, pag.138.
19)- JACOB e WILHEM GRIMM, Fiabe, Einaudi, 1992,
pag.83.
20)- CARLO GINZBURG, Storia notturna, una decifrazione del sabba,
Einaudi, 1989.
21)- GINZBURG, Storia notturna, cit., pag. 225.
22)- JOSEPH CAMPBELL, RIANE EISLER, MARIJA GIMBUTAS, CHARLES MUSES,
I nomi della Dea, il femminile nella divinità, Ubaldini, Roma, 1992.
23)- GINZBURG, Storia notturna, cit., pag.224.
24)- MIRCEA ELIADE, Trattato storia delle religioni, cit., pag. 158.
25)- Id., pag.159.
26)- Id., pag. 177.
27)- GIUSEPPE SERMONTI, Fiabe di luna, Simboli lunari nella favola,
nel mito, nella scienza, Rusconi, Milano, 1986, pag.115.
28)- MARIJA GIMBUTAS, Il linguaggio della Dea, mito e culto della
Dea Madre nell’Europa neolitica, introduzione di Joseph Campbell,
Longanesi, Milano, 1990. Cfr. alle pagg. 233, 266, 270, 286 e 295.
Il testo, ricchissimo a livello di ricerca iconografica, ha un
indice analitico molto ben articolato per ricerche su argomenti
specifici. Lo ritengo un testo fondamentale per un innesto, non
sessista, tra pedagogia- già a partire dal nido- e antropologia del
sacro. Per delle fiabe, molte delle quali ispirate dall’autrice,
cfr. : MARIO BOLOGNESE, Come educare con il mito, per una cultura
non sessista, Sonda, Torino, 1997.
29)- Comunicazione personale.
30)- PATRIZIA MONAGHAM, Le donne nei miti e nelle leggende,
dizionario delle dee e delle eroine, Red, Como, 1981, pag.53.
31)- SERMONTI, Fiabe di luna, cit., pag.137 nota.
32)- GINZBURG, Storia notturna, cit., da pag. 225 a 241.
33)- ROBERT GRAVES, La Dea Bianca, Adelphi, Milano, 1992, pag. 372.
34)- Ginzburg, Storia notturna, pag. 230.
35)- MIRCEA ELIADE, Le tecniche dell’estasi,Edizioni Mediterranee,
Roma, 1974.
36)- GINZBURG, Storia notturna, cit., pagg. 208 e 210.
37)- Id., pag. 223.
38)- GRIMM, cit., pag. 83.
39)- GERD HEINZ-MOHR, Lessico di iconografia cristiana, I.P.L.,
Milano, 1984, pag.346.
40)- JURGIS BALTRUSAITIS, Il medioevo fantastico, antichità ed
esotismi nell’arte gotica, Oscar Studio Mondatori, 1982, pag. 131.
41)- MIRCEA ELIADE, Le tecniche dell’estasi, cit., pag. 297.
42)- MARIO BOLOGNESE, Per un corpo di pace, cit., da pag. 51 nel
capitolo: “ La sabbia e i sassi, meditare giocando”.
43)- WOLFGANG LEDERER, Ginofobia, la paura delle donne, Feltrinelli,
Milano, 1973, pag.142. Riferimento analogo, con figure, in : JOSEPH
CAMPBELL, Le figure del mito, CDE, Milano, 1991, pagg.264 e 265.
44)- KATHARINE BRIGGS, Fate Gnomi Folletti e altri esseri fatati,
Lucarini, Roma, 1985, pag.105. Cfr. anche La Dea Bianca, cit., pag.
208.
45)- MIRCEA ELIADE, Trattato storia delle religioni, cit., con
classificazione di motivi mitico-religiosi dell’albero a pag. 274.
MARIO BOLOGNESE, Amordialbero, Osiride, Rovereto(Tn), 1995, con
bibliografia specifica. Per il tema dell’albero nel contesto della
fiaba cfr. GIANPAOLO CAPRETTINI e autori vari, Dizionario della
fiaba, simboli, personaggi, storie delle fiabe regionali italiane,
Meltemi Gli Argonauti, Roma, 1998, pag. 58.
46)- ARNHEIM, Verso una psicologia dell’arte, Einaudi Paperbacks,
Torino, 1969, pag. 271.
47)- GRIMM, cit., pag. 83.
48)- Intervento di RIGOBERTA MENCHU dal titolo : “ Se volete
salvare il mondo dovete ascoltare la nostra voce”, quotidiano
Repubblica 6 agosto 2001.
49)- MARIJA GIMBUTAS, Il linguaggio della Dea, cit., pag. 320.
50)- T.A.S., Trattato di antropologia del sacro diretto da JULIEN
RIES e codiretto da LAWRENCE SULLIVAN, Jaca Book, Milano, 2000,
vol.7° : “ Culture e Religioni degli Indiani d’America”, pag. 28.
Tutti questi volumi sono naturalmente importanti per questa ricerca
di connubio creativo tra antropologia del sacro e pedagogia. Penso
di fare cosa utile riportando, in ordine a partire dal primo, i
titoli dei primi sei volumi : “ Le origini e il problema dell’homo
religiosus” – “ L’uomo indoeuropeo e il sacro” – “ Le civiltà del
mondo mediterraneo e il sacro” – “ Religioni e culture asiatiche,
australiane e amerindie” – “ L’esperienza religiosa e il sacro nelle
grandi religioni” – “ Crisi, rotture e cambiamenti”- E’ a
disposizione una mia ricerca, inedita “ Verso un nuovo statuto
dell’immaginazione infantile, un approccio mitico-simbolico alla
fiaba e al racconto”. In questo testo fiabe di bambini e di studenti
universitari con interpretazioni e proposte di animazione con
l’approccio dell’antropologia del sacro.
51)- T.A.S., vol. 7°, cit., pag. 29.
52)- MARIO BOLOGNESE, Per un corpo di pace, cit., Giudico molto
interessante, come possibile ricerca etno-linguistica, a partire
dalla scuola materna fino alle elementari: “ GENEVIEVE
CALAME-GRIAULE, Il mondo della parole, etnologia e linguaggio dei
Dogon, Boringhieri, 1982.
53)- GRIMM, cit., pag. 84.
54)- RENE’ GUENON, I simboli della scienza sacra, Adelphi, 1975,
capitolo . “ La lingua degli uccelli” da pag. 56. Cfr. anche : “
ATTAR, il verbo degli uccelli, SE, 1986”.
55)- T.A.S., cit., vol. 3°, pag. 88.
56)- MIRCEA ELIADE, La creatività dello spirito, introduzione alle
religioni australiane, Jaca Book, Milano, 1979, pag. 122.
57)- MARIJA GIMBUTAS, il linguaggio della Dea, cit., pag. 53.
58)- In: “ LARSEN, L’immaginazione mitica”, cit., cfr. a pag. 138 :
“ Il mago celtico Amergin”.
59)- GIUSEPPE SERMONTI, Fiabe di luna, cit., pag. 115 nota “a”.
60)- GINZBURG, Storia notturna, cit., cartina nr. 4.
61)- Id., pag. 225.
62)- Id., pagg. 112 e 228. Cfr. capitolo. “ Ossa e pelli”, da pag.
206, con relativa bibliografia. Cfr. anche in T.A.S., cit., vol.1°,
pag. 206. In : “ Donne che corrono coi lupi”, cit., cfr. “ La loba”
a pag. 27 e “ La donna scheletro” a pag.135.
63)- A.A.V.V., I riti di iniziazione,Jaca Book, Milano, 1989.
MIRCEA ELIADE, La nascita mistica, riti e simboli di iniziazione,
Morcelliana, Brescia, 1974, pag. 141.
64)- Id., pag. 142.
65)- MIRCEA ELIADE, La nascita mistica, cit., pag. 141.
66)- ENCICLOPEDIA DELLE RELIGIONI, Marzorati Jaca Book, 1994, vol.
2°, Il rito,oggetti, atti, cerimonie, pag. 551.
67)- L’UNIVERSO FANTASTICO DEI MITI, Mondatori, 1997, pag. 262.
68)- CYRILL KORVIN KRASINSKI, Microcosmo e macrocosmo, cit., pag.
87.
69)- VINCENDO BO, La religione sommersa, le antiche superstizioni
che sopravvivono nel sacro e nel divino oggi, Rizzoli, 1986, pag.
220. ROGER BASTIDE, Il sacro selvaggio, Jaca Book, Milano, 1979. Sul
perdurare anche oggi di miti anche se degradati cfr.: “ MIRCEA
ELIADE, Immagini e simboli, Jaca Book, Milano, 1984, pag. 21.
70)- MARIJA GIMBUTAS, Il linguaggio della Dea, cit., pag. 157.
71)- Id., pag. 157.
72)- GRIMM, cit., pag. 83.
73)- GIUSEPPE SERMONTI, Fiabe di luna, cit., pag. 115 più note.
74)- MARIJA GIMBUTAS, Il linguaggio della Dea, cit., pag. 211.
75)- Dizionario delle Dee, cit., pag. 75.
76)- LIRICHE CINESI, ( 1753 a.C. – 1278 d.C. ), Einaudi, 1955, pag.
85.
77)- MARIO BOLOGNESE, Poesie d’amore dei popoli primitivi, per una
educazione infantile ai sentimenti, Sapere, Padova, 1999. Il testo
presenta un canovaccio teatrale, adatto anche alle elementari, in
cui i dialoghi sono le poesie stesse. Contiene ache un’antologia di
altri testi e brani poetici relativi all’argomento.
78)- inchiesta su “ Repubblica/Donna” del 14 dicembre 1999 : “ E’
vero che i bambini di 5, 8, 10 anni si innamorano proprio come gli
adulti? “, di Laura Taccani. Molto simpatico al riguardo anche di :
“ JAIRO ANIBAL NINO, Mi fa male la pancia del cuore, poesie d’amore
dai banchi di scuola, Sonzogno Editore, Milano, 2001. Vorrei
concludere, per una didattica linguistica interculturale sul tema
dell’amore con: ”Ti amo di due amori, le più belle poesie della
tradizione araba, persiana, turca ed ebraica”, scelte da BERNARD
LEWIS, Donzelli Editore, Roma, 2003.
Rovereto ( Tn), agosto 2001 MARIO BOLOGNESE
E-mail : mario.bolognese@medchild.org |