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Luigi Pirandello
 
 
 
 
 

« Io son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco "Kaos". »

(Luigi Pirandello)

 
 

 
 

Quando il 10 dicembre del 1936 morì, i figli trovarono mezzo foglietto di carta spiegazzato in cui Luigi Pirandello aveva scritto: « I. Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni. II. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. III. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. IV. Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui ».

 

                    

 
 
 
 

                    

 
 
 
 
 

« ... davanti agli occhi di una bestia crolla come un castello di carte qualunque sistema filosofico. »

(L. Pirandello, dai Foglietti)

 
 
Pirandello distingue il comico dall'umorismo.
 
 

Il comico, definito come "avvertimento del contrario", nasce dal contrasto tra l'apparenza e la realtà. Pirandello ce ne fornisce un esempio:

 

« Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d'abiti giovanili. Mi metto a ridere. "Avverto" che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa espressione comica. Il comico è appunto un "avvertimento del contrario" »

(L. Pirandello, L'umorismo, Parte seconda)

 

L'umorismo, invece, nasce da una considerazione meno superficiale della situazione:

 

« Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente, s'inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l'amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l'umoristico »

(L. Pirandello, L'umorismo, Parte seconda)

 

Quindi, mentre il comico genera quasi immediatamente la risata perché mostra subito la situazione evidentemente contraria a quella che dovrebbe normalmente essere, l'umorismo nasce da una più ponderata riflessione che genera una sorta di compassione da cui si origina un sorriso di comprensione. Nell'umorismo c'è il senso di un comune sentimento della fragilità umana da cui nasce un compatimento per le debolezze altrui che sono anche le proprie. L'umorismo è meno spietato del comico che giudica in maniera immediata.

« non ci fermiamo alle apparenze, ciò che inizialmente ci faceva ridere adesso ci farà tutt'al più sorridere. »

(Luigi Pirandello)

 
 
La crisi dell'io
 
 

L'analisi dell'identità condotta da Pirandello lo portò a formulare la teoria della crisi dell'io. In un articolo del 1900 scrisse:

 

« Il nostro spirito consiste di frammenti, o meglio, di elementi distinti, più o meno in rapporto tra loro, i quali si possono disgregare e ricomporre in un nuovo aggregamento, così che ne risulti una nuova personalità, che pur fuori dalla coscienza dell'io normale, ha una propria coscienza a parte, indipendente, la quale si manifesta viva e in atto, oscurandosi la coscienza normale, o anche coesistendo con questa, nei casi di vero e proprio sdoppiamento dell'io. [...] Talché veramente può dirsi che due persone vivono, agiscono a un tempo, ciascuna per proprio conto, nel medesimo individuo. Con gli elementi del nostro io noi possiamo perciò comporre, costruire in noi stessi altri individui, altri esseri con propria coscienza, con propria intelligenza, vivi e in atto. »

 

Paradossalmente, il solo modo per recuperare la propria identità è la follia, tema centrale in molte opere, come l'Enrico IV o come Il berretto a sonagli, nel quale Pirandello inserisce addirittura una ricetta per la pazzia: dire sempre la verità, la nuda e cruda e tagliente verità, infischiandosene dei riguardi e delle maniere, delle ipocrisie e delle convenzioni sociali. Questo comportamento porterà presto all'isolamento da parte della società e, agli occhi degli altri, alla pazzia.

Abbandonando le convenzioni sociali e morali l'uomo può ascoltare la propria interiorità e vivere nel mondo secondo le proprie leggi, cala la maschera e percepisce se stesso e gli altri senza dover creare un personaggio, è semplicemente persona. Esemplare di tale concezione è l'evoluzione di Vitangelo Moscarda, protagonista di Uno, nessuno e centomila.

Ancora sulla crisi dell'identità del singolo impotente con la sua razionalità di fronte al mistero universale che lo circonda, Pirandello, all'inizio del XIII capitolo del romanzo "Il fu Mattia Pascal", espone metaforicamente la sua filosofia del "lanternino":

 

« ... che proietta tutto intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è l'ombra nera, l'ombra paurosa che non esisterebbe se il lanternino non fosse acceso in noi, ma che noi purtroppo dobbiamo credere vera, fintanto ch'esso si mantiene vivo in noi. Spento alla fine da un soffio, ci accoglierà la notte perpetua dopo il giorno fumoso della nostra illusione, o non rimarremo noi piuttosto alla mercé dell'Essere, che avrà soltanto rotto le vane forme della nostra ragione? »

 
 
 
Il contrasto tra vita e forma
 
 
 

Pirandello svolge una ricerca inesausta sull'identità della persona nei suoi aspetti più profondi, dai quali dipendono sia la concezione che ogni persona ha di sé, sia le relazioni che intrattiene con gli altri. Influenzato dalla filosofia irrazionalistica di fine secolo, in particolare di Bergson, Pirandello ritiene che l'universo sia in continuo divenire e che la vita sia dominata da una mobilità inesauribile. L'uomo è in balia di questo flusso dominato dal caso, ma a differenza degli altri esseri viventi tenta inutilmente di opporsi costruendo forme fisse, nelle quali potersi riconoscere ma che finiscono con il legarlo a maschere in cui non può mai riconoscersi o alle quali è costretto a identificarsi per dare comunque un senso alla propria esistenza.

Se l'essenza della vita è il flusso continuo, il perenne divenire, quindi fissare il flusso equivale a non vivere. Poiché è impossibile fissare la vita in un unico punto. Questa dicotomia tra vita e forma, accompagnerà l'autore in tutta la sua produzione evidenziando la sconfitta dell'uomo di fronte alla società, dovuta all'impossibilità di fuggire alle convenzioni di quest'ultima se non con la follia.

 
 
 
Il relativismo psicologico
 
 
 

Dal contrasto tra la vita e la forma nasce il relativismo psicologico che si esprime in due sensi: orizzontale, ovvero nel rapporto interpersonale, e verticale, ovvero nel rapporto che una persona ha con sé stessa.

Gli uomini nascono liberi ma il Caso interviene nella loro vita precludendo ogni loro scelta: l'uomo nasce in una società precostituita dove ad ognuno viene assegnata una parte secondo la quale deve comportarsi.

Ciascuno è obbligato a seguire il ruolo e le regole che la società impone, anche se l'io vorrebbe manifestarsi in modo diverso: solo per l'intervento del caso può accadere di liberarsi di una forma per assumerne un'altra, dalla quale non sarà più possibile liberarsi per tornare indietro, come accade al protagonista de “Il fu Mattia Pascal”.

L'uomo dunque non può capire né gli altri né tanto meno se stesso, poiché ognuno vive portando - consapevolmente o, più spesso, inconsapevolmente - una maschera dietro la quale si agita una moltitudine di personalità diverse e inconoscibili.

Queste riflessioni trovano la più esplicita manifestazione narrativa nel romanzo Uno, nessuno e centomila:

 

Uno perché ogni persona crede di essere un individuo unico con caratteristiche particolari;

Centomila perché l'uomo ha, dietro la maschera, tante personalità quante sono le persone che ci giudicano;

Nessuno perché, paradossalmente, se l'uomo ha 100.000 personalità invero non ne possiede nessuna, nel continuo cambiare non è capace di fermarsi nel suo vero "io".

 
 
 

 
 
 
L'incomunicabilità
 
 
 

Il relativismo conoscitivo e psicologico su cui si basa il pensiero di Pirandello si scontra con il conseguente problema dell'incomunicabilità tra gli uomini: dato che ogni persona ha un proprio modo di vedere la realtà e dunque una propria verità, non può esistere una comunicazione che abbia basi oggettive e condivise. L'incomunicabilità produce quindi un sentimento di solitudine ed esclusione dalla società e persino da se stessi, poiché proprio la crisi e frammentazione dell' io crea diversi io discordanti ("Il nostro spirito consiste di frammenti") che non risolvono la frammentazione se non facendo scoprire al personaggio di non essere poi nessuno.

Il personaggio di conseguenza avverte un sentimento di estraneità dalla vita che lo fa sentire forestiero della vita, nonostante la continua ricerca di un senso dell'esistenza e di un'identificazione di un proprio ruolo, che vada oltre la maschera, o le diverse e innumerevoli maschere, che compaiono al prospetto della società come delle persone più vicine.

Il tema dell'incomunicabilità è ben espresso dal personaggio di Vitangelo Moscarda del romanzo Uno, nessuno e centomila e dalla commedia Sei personaggi in cerca di autore.

 
 
 
 
 
 
La reazione al relativismo
 
Reazione passiva
 
 
 

L'uomo accetta la maschera, che lui stesso ha messo o con cui gli altri tendono a identificarlo. Ha provato sommessamente a mostrarsi per quello che lui crede di essere ma, incapace di ribellarsi o deluso dopo l'esperienza di vedersi attribuita una nuova maschera, si rassegna. Vive nell'infelicità, con la coscienza della frattura tra la vita che vorrebbe vivere e quella che gli altri gli fanno vivere per come essi lo vedono. Accetta alla fine passivamente il ruolo da recitare che gli si attribuisce sulla scena dell'esistenza. Questa è la reazione tipica delle persone più deboli come si può vedere nel romanzo Il fu Mattia Pascal.

 
 
 
Reazione ironico - umoristica
 
 
 

Il soggetto non si rassegna alla sua maschera però accetta il suo ruolo con un atteggiamento ironico, aggressivo o umoristico. Ne fanno esempio varie opere di Pirandello come: Pensaci Giacomino, Il gioco delle parti e La patente. Il personaggio principale di quest'ultima opera, Rosario Chiàrchiaro, è un uomo cupo, vestito sempre in nero che si è fatto involontariamente la nomea di iettatore e per questo è sfuggito da tutti ed è rimasto senza lavoro. Il presunto iettatore non accetta l'identità che gli altri gli hanno attribuito ma comunque se ne serve. Va dal giudice e, poiché tutti sono convinti che sia un menagramo, pretende la patente di iettatore autorizzato. In questo modo avrà un nuovo lavoro: chi vuole evitare le disgrazie che promanano da lui dovrà pagare per allontanarlo. La maschera rimane ma almeno se ne ricava un vantaggio.

 
Reazione drammatica
 

L'uomo, accortosi del relativismo, si renderà conto che l'immagine che aveva sempre avuto di sé non corrisponde in realtà a quella che gli altri avevano di lui e cercherà in ogni modo di carpire questo lato inaccessibile del suo io.

Vuole togliersi la maschera che gli è stata imposta e reagisce con disperazione. Non riesce a strapparsela ed allora se è così che lo vuole il mondo, egli sarà quello che gli altri credono di vedere in lui e non si fermerà nel mantenere questo suo atteggiamento sino alle ultime e drammatiche conseguenze. Si chiuderà in una solitudine disperata che lo porta al dramma, alla pazzia o al suicidio. Da tale sforzo verso un obiettivo irraggiungibile nascerà la voluta follia. La follia è infatti in Pirandello lo strumento di contestazione per eccellenza delle forme fasulle della vita sociale, l'arma che fa esplodere convenzioni e rituali, riducendoli all'assurdo e rivelandone l'inconsistenza.

L'unico modo per vivere, per trovare il proprio io, è quello di accettare il fatto di non avere un'identità, ma solo centomila frammenti (e quindi di non essere poi nessuno), accettare l'alienazione completa da se stessi. Tuttavia la società non accetta il relativismo, e chi lo fa viene dunque ritenuto pazzo. Esemplari sono i personaggi dei drammi Enrico IV, dei Sei personaggi in cerca d'autore, o di Uno, nessuno e centomila.

 

 

Casa di Pirandello Tomba di Pirandello
 
 

                    

 

Pirandello, figlio di Stefano e Caterina Ricci Gramitto, appartenenti a famiglie di agiata condizione borghese, dalle tradizioni risorgimentali, nacque nel 1867 in contrada Càvusu a Girgenti (Agrigento), contrada che successivamente venne chiamata "Caos".

Nell'imminenza del parto che doveva avvenire a Porto Empedocle, per un'epidemia di colera che stava colpendo la Sicilia, il padre Stefano aveva deciso di trasferire la famiglia in un'isolata tenuta di campagna, appena fuori Agrigento in località Villaseta, per evitare il contatto con la pestilenza. Porto Empedocle, prima di chiamarsi così, era una borgata (Borgata Molo) di Girgenti (l'odierna Agrigento). Quando nel 1853 si decise che la borgata divenisse comune autonomo «La linea di confine fra i due comuni venne fissata all'altezza della foce di un fiume essiccato che tagliava in due la contrada chiamata "u Càvuso" o "u Càusu" (pantaloni)...Questo Càvuso apparteneva metà al nuovo comune di Porto Empedocle e l'altra metà al Comune di Girgenti... A qualche impiegato dell'ufficio anagrafe parse che non era cosa [che si scrivesse che qualcuno fosse nato in un paio di pantaloni] e cangiò quel volgare "Càusu" in "Caos"» (altra versione dice che Caos sia il toponimo derivato dal siciliano Càvusu, che significa ‘ arco, insegnatura’).

La casa di Pirandello è un edificio rurale restaurato con grande cura e divenuto Museo della Regione siciliana, il nucleo più importante del ‘Parco’ intitolato all’illustre scrittore e drammaturgo, insignito con il Nobel per la letteratura nel 1934. I ricordi e il Parco si estendono fino al molo di Girgenti, oggi Porto Empedocle, dove il padre di Pirandello, ricco commerciante di zolfo, possedeva i suoi magazzini e dove lo scrittore trascorse gli anni dell’infanzia.

La casa di Pirandello ospita spesso esposizioni temporanee dedicate al Maestro e una piccola ma significativa raccolta di oggetti che gli appartennero: manoscritti, manifesti, locandine degli spettacoli, quadri, recensioni e onorificenze, libri in prima edizione, con dediche autografe, molte fotografie delle persone che costellarono la sua vita e il prezioso vaso greco che custodì a lungo le sue ceneri. Tra i vari cimeli, la pagella scolastica in cui spicca un  terribile 4 in ‘italiano scritto’ risalente agli anni in cui frequentava le Scuole tecniche: incredibile per colui che di lì a qualche decennio avrebbe ricevuto il più prestigioso premio letterario dei nostri tempi!

Il vialetto dietro l’abitazione porta a un grande masso di granito, all’interno del quale sono state poste le sue ceneri, secondo le sue ultime volontà.

 
Poesie Sparse
 
 

LA MASCHERA

 

Io non ti prego, o vuoto cranio umano,

che il gran nodo mi voglia distrigar.

 

Follie d ’Amleto! Io sto co ’l Lenau: è vano

de la vita la Morte interrogar.

 

 

A che avventarti questa malacia

che in van mi rode, in stolidi perché?

 

Non vo ’ sapere a qual mai uom tu sia

appartenuto - ora, appartieni a me.

 

 

Tu nulla forse m ’avresti insegnato

quando un cervel chiudevi ed un pensier;

 

ora m ’insegni a ridere del fato,

e a vivere la vita - unico ver.

 

 

Vogliam noi oggi, amico teschio, un poco

rifarci de le noje aspre del dí?

 

Io ho pensato di prenderci gioco...

Amico teschio, indovina di chi?

 

 

De la luna, di lei... Non ti se ’ accorto

ch ’ella ti fa da un pezzo l ’occhiolin?

 

Anch ’ella è morta, come tu sei morto,

e vi potreste intendere un pochin.

 

 

Quando sorge dai monti e le gioconde

acque del Reno incande e le città,

 

co ’l primo raggio suo ti circonfonde,

da la finestra, e a contemplarti sta.

 

 

Vogliamo la comedia de la vita

rappresentar stasera tutti e tre?

 

Io tu e la Luna (sarà presto uscita);

la miglior parte la riserbo a te.

 

 

Ho comprato una maschera di cera,

che un volto finge di donna gentil,

 

una parrucca che par chioma vera,

e velo nero d ’ordito sottil.

 

 

Vedrai bel gioco! Scambio de la Luna,

temo di te non m ’abbia a innamorar...

 

Tu sembrerai un ’andalusa bruna

a le carezze del raggio lunar.

 

 

E allora dal mio tavolin vicino

un bel canto d ’amore io comporrò;

 

e quindi a te, facendo un grave inchino,

al lume de la Luna il leggerò.

 

 

Tu certamente non me ’l loderai,

e allora io ti dirò con molto ardor:

 

“Bella fanciulla, che lode non dài,

lodi io non voglio, ma voglio il tuo cor”

 

 

Né sí, né no. Ma in questo caso, è noto,

val sí il tacere; ed io cadrò al tuo piè,

 

e ti dirò... Tu ridi, o teschio vuoto

che sciocca vita! io rido al par di te.

 

Bonn am Rhein, 1890.

 

 

 

 

 

SONETTI

 

I

 

ELEVAZIONE

 

Com ’aquile avvolgenti a un brullo monte

corone ampie con l ’ali poderose,

larve di gloria in torno a la mia fronte

si raccolgon superbe, e scudo a l ’onte

mi son dei fati avversi e de l’irose

passïoni terrene ed altre cose

le virtú richiamando, accorte e pronte.

 

Fermo l ’animo a loro, io vo seguendo

questo acuto desio che mi conduce

de la ragione a le piú alte cime.

 

E con molto pensier, sereno, ascendo,

che d ’esser nato la perfetta luce

mi consoli sul vertice sublime.

II

 

DEPRESSIONE

 

Atomo umano, enorme è la natura.

 

L ’esser t ’investe e ti trascina. Invano

contenerlo vorresti: ei non ti cura,

ei va per le sue vie, atomo umano.

Io piú sitir non vo ’ la sorte oscura

de l ’avvenire: come un uragano

nel passato ei rovesciasi e s ’oscura,

tutto vorando l ’esser nostro vano.

 

Spengonsi a lento ormai nei polsi bassi,

 

e nel cervel, cui fanno assedio i dubî,

le fantastiche febri del desio.

 

Atomo umano, guarda in ciel le nubi:

 

estraneo a tutto sei, estraneo passi.

Scenda pei sogni miei, scenda l ’oblio.

 

 

 

 

 

LA FUNE

 

 

Mastri funaj, faccenda curïosa

la vostra: andar cosí sempre all ’indietro,

 

con quella fune che da la callosa

mano vi nasce; e non mutar mai metro.

 

 

Però, a pensarci, tutti quanti poi,

mordano i soli, piangano le lune,

 

modo diverso non teniam da voi:

facciam la vita come voi la fune.

 

 

La ruota, onde s ’attorce il non sicuro

fil che ci regge, è sempre nel passato;

 

e con le spalle andiam verso il futuro,

se nulla mai di antiveder ci è dato.

 

 

Mastri funaj, rapida troppo gira

la ruota mia, troppo s ’attorce questa

 

mia fune e troppo la mia man la tira.

Ne faccio un cappio e vi caccio la testa.

 

(1890)

 

 

 

PIANTO DI ROMA

 

E come in campo o per sentieri schivi,

di tra le selci mal commesse, l ’erba

dunque sorgea per le tue vie? Dormivi,

tu Roma, allora, chiusa in te, superba,

e sol quei fili d ’erba erano vivi.

 

Dell ’alto sonno suo parea volesse

fruir la Terra; e già destava, sotto

le selci, le sue zolle a lungo oppresse

dal tramestío o del viver tuo trarotto.

Oggi, un fil d ’erba; doman, qui, la messe.

 

Altre città cosí, dove fermento

fu già di vita e allo splendor compagna

la gloria, si riprese ella: Agrigento!

Soli or due templi in mezzo alla campagna:

null ’altro. Alberi e zolle. Anima, il vento.

 

Ah, meglio, o Roma, se anche in te compiuto

la terra avesse l ’opera sua lenta!

Salve sol le rovine, e il resto un muto

campo! Meglio se fosse all ’aura intenta

un popolo di querci qui cresciuto!

 

Un popolo di nani ora t ’ha invasa

e profanata, osando, o Roma, dentro

il tuo grembo divino la sua casa,

covo d ’ignavia, erigere, e far centro

te d ’ogni sua miseria. E l ’erba ha rasa;

 

l ’erba che, mentre t ’obbliavi assorta

nel tuo gran sogno, timida spuntava;

l ’erba che certo non sarebbe corta

sempre rimasta al pari dell ’ignava

turba che la divelse. Ah, di te morta,

 

meglio le querci, o Roma, e il faggio e il pino

alto stormenti avrebber nella notte

favellato al commosso pellegrino,

sacri fantasmi suscitando a frotte

dal tuo mistero: bosco, tu, divino.

 

Ostia per voi, Ostia per voi, pezzenti

nani, bastava. La grandezza enorme

di Roma come non vi fe ’ sgomenti?

Sia della Terra la Città che dorme!

Un bosco. E sopra, l ’ala ampia dei venti.

Roma, 1890

 

CANZONE DI FOLCHETTO DA MARSIGLIA

 

(K. Bartsch Chrest. Prov. 121)

 

 

 

 

FRAMMENTO

 

E pur cantando m ’avvien di pensare

quel che m ’ingegno cantando obliare;

e per ciò canto, che scordi il dolore

e il mal d’amore;

ma ahimè, piú canto e piú me ne sovviene,

però che al labro null ’altro mi viene

che suon di pene;

ond ’è, guardate, il vero, ed appar bene,

ch ’io porto, o Donna, in cor l ’effigie vostra,

la qual gastiga mia ragione e prostra.

 

Ma già che amor mi vuol tanto onorare,

ch ’entro del core mi fa voi portare,

di grazia, me ’l guardate da l ’ardore:

che ben maggiore

di voi timor, che non di me mi tiene.

Pensate, o Donna, il mio cor vi contiene,

se mal gli avviene,

dentro vi state, e soffrir vi conviene.

Fate però ciò ch ’util vi si mostra,

guardate il cor come la casa vostra.

 

 

 

 

 

I SALTIMBANCHI

 

Bum! Bum! Bum! Fuori ragazzi!

Ecco in piazza i saltimbanchi!

 

Spiccan salti, lancian lazzi;

 

vien dal rider male ai fianchi.

 

 

Bum! Bum! tuona la grancassa,

la trombetta rauca strepe.

 

Ecco, fermasi chi passa,

 

altri accorrono e fan siepe.

 

 

A slargare il cerchio intorno

della banda il capo or gira,

 

suona in faccia a tutti un corno,

 

ed indietro ognun si tira.

 

 

Quella banda si compone

d ’un pagliaccio infarinato

 

con in testa un berrettone

 

bianco, lungo, acuminato;

 

 

d ’una donna macilente,

dalla strana acconciatura,

 

che con voce sonnolente

 

indovina la ventura;

 

 

v ’è un ragazzo capelluto,

che a far ridere si sforza;

 

ma il meschino è sordo e muto

 

saltator di prima forza,

 

 

Viene infin Lulú, ch ’è un cane

barboncin di buona scuola;

 

par che dica: “Oh Dio, c ’è pane?”

 

ma gli manca la parola.

 

 

Questa banda pel paese

già da un mese in giro va,

 

con la fame ell ’è alle prese

 

ma com ’andar via non sa.

 

 

È domenica. Ha piovuto,

e bagnata è ancor la piazza;

 

Roro, il bimbo capelluto,

 

e Lulú, cane di razza,

 

 

al comando del pagliaccio

spiccan salti in sú e in giú.

 

“Roro, lèvati su un braccio!

 

Lulú, opla! opla! sú”

 

 

Roro or via di tra ’ ginocchi

si fa uscir la testa; caccia

 

fuor la lingua, strizza gli occhi,

 

si contrae tutta la faccia.

 

 

Ognun ride, a ognun fa pena,

ma nessuno un soldo dà

 

a quel bravo Roro appena

 

col piattello in giro va.

 

 

Muto ei guarda quella gente

senza cuor, guarda la mano

 

tesa indarno, e mestamente

 

la reclina piano piano.

 

 

Dai balconi ah non scappate

anche voi, cari bambini!

 

Se v ’han fatto rider, date,

 

date un soldo a quei tapini!

 

 

 

 

IL GLOBO

 

Ecco il globo: una palla di cartone,

che gira attorno a un asse interno. Gira...

Tracciato di color varii, si mira

il confin proprio d ’ogni nazione.

 

Questo, l ’Oceano Atlantico; ed è mare

quanto azzurro si vede. Questa soma

di grinze qui, montagne: le Alpi. Roma

è questo punto che pare e non pare.

 

Chi lo direbbe a prima giunta? Eppure

vi son uomini grandi, anzi immortali,

in questo baloccuccio; grandi mali

e grandi beni e grandi affetti e cure...

 

Io però me lo tengo tra le mani,

e lo faccio girare con un dito.

Stupido giuoco! Lo facciam finito?

Preparo il finimondo per dimani.

 

 

 

 

AI  LONTANI

 

Ancora forse sul turbato mare

scendon le nubi a sera, entran per gli ampî

veroni a illuminar le stanze i lampi,

e si vede la notte sussultare.

 

Forse fra le cataste alte del solfo,

ancora, al mite lume siderale,

su l ’arso lido strillan le cicale

ne la calma purissima del golfo.

 

Salpa da l ’intricato porto a sera

con flosce vele qualche nave, a lento,

mentre il faro s ’accende e nessun vento

spira su l ’acque e sale una preghiera.

 

Ancora queste cose io sento, io vedo,

come se m ’accogliesse non mutato

la vecchia casa ne l ’antico stato,

e tra la madre e la sorella io siedo.

 

Da questa casa tu, dolce sorella,

a nozze uscisti, ed or ne sei pur lunge...

Ora anche te forse un rimpianto punge!

Oh se insieme vi fossimo! Di quella

 

vecchia musica mesta ho tanta sete!

Tu suoneresti ne l ’attigua stanza,

io comporrei con l ’estro che m ’avanza

un canto smanïoso di quiete.

 

Secche son le mie labbra e gli occhi stanchi

di questa fiamma ond ’arsa, io temo, è già

tutta l ’anima mia, se piú non sa

quel che giovar le possa, o che le manchi.

 

Pianse la madre nel veder da fieri

desii condotto fuor del fido tetto

paterno il figlio; attese che l ’affetto

lo ritornasse a lei... Madre, e pur jeri

 

m ’animasti a fidar ne l ’avvenire...

“Resta lungi da me, figlio; non darti

alcun pensier di noi. Ben vorrei farti

contento, o figlio, a costo di morire!”

 

Io resterò cosí sempre lontano.

Troppo è il cor mio disajutato ormai.

Son caduto, son vinto. E non vedrai

che il sacrificio tuo, madre, fu invano.

Monte Cavo, 13 agosto l893.

 

 

 

 

 

ANDANDO

 

 

A ciò che addietro nell ’andar ti lasci

 

non badi ancora, poi che ti concede

di guardar oltre il tempo e innanzi fasci

di speranze t ’accende, a cui tu miri.

Vai, cosí rischiarato, ove d ’un sogno

la tentatrice immagine t ’attiri

o lo sprone ti spinga d ’un bisogno,

e non ti senti la catena al piede.

 

Nulla intanto hai davanti: un ’ombra vana,

 

un inganno mutevole, una meta

che quanto piú t ’accosti, s ’allontana.

Ma non ancor per te scoccata è l ’ora

di volgerti a guardar dietro, nel breve

cammin percorso, e innanzi si colora

l ’avvenir tanto piú quanto piú lieve

è il passato che ancor non t’inquïeta.

 

Pur verrà giorno che ti sentirai

 

cosi forte chiamar dietro le spalle

donde non puoi far piú ritorno mai,

che per te diverrà fievole, muto

ciò che innanzi t ’invita, e da te stesso

a guardar ti porrai quanto hai perduto.

Le rose che ti risero da presso

e non curasti, ecco or lontane e gialle.

 

E con le terga ormai verso il futuro

 

e gli occhi assorti nel cammin percorso

andrai, men lieto quanto piú sicuro,

riallacciando ognor piú da lontano

le fila che correndo avrai lasciate

sospese, fino a che non apra il piano

d ’improvviso una fossa alle gravate

membra, e insieme al rimpianto od al rimorso.

(1893)

 

 

 

 

LIETA

 

Che m ’avviene?

Io piú libero stamane

il respir traggo: perché?

ed al piè non mi sento piú catene.

Che m ’avviene?

Senti? Suonan le campane...

Forse è tutta imbandierata

la città...

 

Dalla chiusa austerità

delle antiche esauste vene

oggi forse innamorata

sorge Roma a nuova età.

Sia gajezza in tutti i cuori:

calde, franche, gioviali

per le vie suonin parole:

si spalanchin tutte al sole

le finestre ed abbian fiori

su i lucenti davanzali.

 

Si, lo so: va tutto a rotoli;

senza fede né dottrina,

sotto un vacuo od irto nome,

i pensier nostri slegati

s ’avviluppano coi fati

che stan come

nembi sopra una rovina.

Dove io vada?

Non lo so.

 

Vado dove la mia sorte

mi conduce.

Senza luce

corro anch ’io verso la morte.

Ci sarà per la mia strada

una fossa in cui cadrò.

Sí, lo so - ma di pensare

non ho tempo, oggi, né voglia:

un inganno ancor germoglia

nel mio cuore, e voglio amare,

voglio ridere, scherzare.

In continui, vaghi errori,

finché sotto il càuto piede

non mi cede

la malferma terra, vo ’

di quest ’aura inebriarmi,

consolarmi

d ’esser nato a questa vita.

Primavera sia fiorita

quando alfin giú me n ’andrò,

perch ’io possa,

nel cader, baciare i fiori

che celavanmi la fossa.

AMOR SINCERO

 

I

 

Lunga speranza e desiderii brevi...

 

la catena, perché? Troppo gravate

portiam le membra di catene: lievi

ci sieno almen le poche gioje. Fate,

 

donne giovani e belle e innamorate,

 

solo a modo d ’un uom che tutte v ’ama:

in questa vita breve lunga brama

non nudrite giammai, né vi legate.

 

Noi sempre andiamo perseguendo un bene

 

che dai nostri desiri in fuga è volto;

ma trista veramente chi l ’ottiene!

 

Cogliendo fiori di molti sentieri

 

corriam la vita! E voi datemi ascolto,

che questi son consigli sani e veri.

II

 

Io vorrei che le donne graziose

 

fossero come i fiori d ’un giardino.

Io me n ’andrei tra le animate rose,

cantando pei viali ogni mattino;

 

tra lor m ’adagerei pianin pianino,

 

me le vedrei d ’attorno, in su lo stelo

chine vêr me, parlarmi davvicino,

e sarei pago del lor dolce anelo.

 

Poi tutte, ad una ad una, io le côrrei;

 

mi starebbe ciascuna un dí sul seno,

a godersi i miei baci e i sospir miei.

 

Oppur nessuna ne vorrei toccare;

 

vorrei, senza succhiar miele o veleno,

il profumo aspirarne, ed oltre andare.

 

 

 

 

 

 

MARIANDIN GOGÒ

 

L ’ho presente ancor: chiamavasi

 

Mariandin Gogò, buffone,

come ei dir solea “per ferrea

volontà della nazione”.

 

Magro egli era e lungo; in aria

 

il suo crine aureo, ricciuto

si spandea con arte; vitreo

avea l ’occhio e il piglio arguto.

 

Ma la bocca, usa a sorridere,

 

d ’un anello era piú stretta:

perle, i denti; labbra rosee...

ah, la bocca era perfetta!

 

E da lei come l ’eloquio

 

dolcemente ognor fluía!

Induceva al caldo plauso

qual per forza di malía.

 

Però avea per braccia pertiche.

 

e le spalle anguste tanto,

che il crin d ’oro sparso in aria

le avanzava d ’ogni canto.

 

Mariandin al colto publico

 

presentava un can birbone

o Borbon, barbon che dicasi,

“nato cane in Albione”.

 

Rispondea la vecchia bestia

 

al bel nome di Lulú

e Gogò narrava ai popoli

della terra, come fu

 

ch ’ei se l ’ebbe: - Un dí ridottomi

 

là sú a Londra, la città

ove, è noto, ha casa propria

la signora Civiltà;

 

la città pei cui lunghissimi

 

corsi molto calpestati

puoi vedere in maggior numero

cani e cagne ammaestrati;

 

una vecchia magra, nivea

 

Miss, che stava a la finestra,

mi fe ’ cenno, ma ben cauta,

che salissi. Era maestra

 

di non so che, di proverbii:

 

la sapeane senza fine,

e vivea forse imboccandoli

ai bambini, a le bambine.

 

Io salii. Picchiai. La nivea

 

Miss m ’accolse freddamente,

e m ’offri Lulú, squadrandomi

di su i cerchi della lente

 

“Mariandin Gogò, prendetelo;

 

questo è cane molto ardito;

molto io l ’amo; ho torto! Dandogli,

come faccio, il ben servito,

 

ahi, mi sgorgano due lacrime

 

(ecco, sgorgano, vedete?)

sú dal cuor! Ma è necessario

che se ’n vada: or sú, prendete!

 

La decenza inglese vietami

 

ch ’io lo tenga, amico mio,

per de l ’altro in casa. È orribile,

ma che far, che far poss ’io,

 

s ’egli ha osato - horresco referens!

 

(che vuol dir che mi fa orrore) -

abbajar ne la Basilica

di San Paolo a un buon pastore,

 

e le falde del soprabito

 

addentare al piú famoso

tra la schiera dei filosofi?...

E altro ha osato, ch ’io non oso

 

di ridir, ma figuratevi

 

Mariandin, ch ’ei, cane inglese,

osò dietro a cagna correre,

pfui! cattolica, irlandese...

 

Sú, sú, via Gogò, prendetelo!

 

Là giú in Francia ve ’l portate.

Quello è il suo paese! In libero

modo lí lo ammaestrate;

 

quando poi, piú giú, in Italia

 

voi sarete di ritorno,

ai tedeschi biondi e ceruli

lo mostrate. E addio. Buon giorno.”

 

Io, con questo directorium,

 

non so ben che dir volesse

quella Miss vecchia, magrissima;

ma che il cane l ’intendesse,

 

sospettai, sospetto. Dubbio

 

non v ’ha certo, che la Francia

Lulú amò, quanto può bestia

che possegga buona pancia;

 

ragion anzi ho ben di credere,

 

ch ’egli l ’ami ancora, il boja...

Lo sapeste, qui in Italia,

Lulú mio come s ’annoja!

 

Io presento solo a titolo

 

d ’assai raro non so che

questo cane malinconico

come un vecchio e nobil re.

 

Però che, per mia disgrazia,

 

da tant ’anni che l ’ho a mano,

ei, com ’usa la sua patria,

non sa far che l ’indiano.

 

Né con lui posso permettermi

 

scherzo alcuno eccetto questo,

che per altro è innocentissimo:

di posargli - col pretesto

 

ch ’io far debbo il giro a mungervi

 

qualche spicciolo - il berretto

di buffone in capo. Ei guardami,

e par dica: “Tel permetto.,

 

ma il perché vo ’ che tu sappia:

 

perché in cuore io son francese,

e la grande arte di vivere

ho imparato in quel paese.”

 

 

 

 

 

 

 

NOTTE INSONNE

 

I

 

Io mi sento guardato da le stelle

 

e questa notte non posso dormire.

Mi par che qualche cosa esse, sorelle

maggiori, a questa terra voglian dire.

 

O sorgive di luci, la parola,

 

la parola tremenda del mistero

ditela a una vegliante anima sola

perduta in mezzo al vostro cielo nero.

II

 

So che dovrei di ciò ch ’è in terra solo

 

occupar la mia mente e i desir miei;

ma tu piú forte d ’ogni intento sei,

ciel che l ’anima mia rapisci a volo.

 

Tutte le fonti della vita insieme

 

non avran mai poter di saziare

l ’ardentissima sete, e sempre amare

avrò le labbra e vigile la speme,

 

ben che ognora delusa. O di basalto

 

funebre cielo, invano ti martella

il mio pensiero; invano si ribella

in terra, invano si rifugia in alto.

 

È l ’antica paura, è l ’appassito

 

istinto della fede, o questa nuova

smania, alla quale nessun tetto giova,

che mi spinge a cercar nell ’infinito?

 

Io di qua giú, di questa terra breve,

 

di cui ben sento la viltà dinnanti

a te, che cerco? - Un suon di chiari canti

dal bujo vien della vicina pieve.

 

Si prega lí, si prega per la vita

 

e per la morte: ardon votivi ceri

su un altar ben parato e gl ’incensieri

fuman sotto un ’imagine scolpita.

 

A chi mentí la vita, a chi la terra

 

non concesse una sola primavera,

a chi riposo non cercò la sera,

ma il tempo, senza tregua, o insidie o guerra,

 

tu solamente, o ignoto ciel, rimani;

 

e a te su i sassi della terra infida

ogni dolore s ’inginocchia e grida:

lacriman gli occhi e tremano le mani.

III

 

Alla porta del sogno in cui, riparo

 

a gli amor miei cercando, mi son chiuso,

siccome in un castello aurato e chiaro

qual le fate inalzarne aveano in uso,

 

batton le cure pallide, impedite

 

le membra da un intrico di catene;

“Il mondo ti reclama: apri. L ’immite

ora ti vieta un solitario bene”;

 

batton, pregando esaudimento, i brevi

 

desiderî, e tentandomi: «È qua giú

la tua radice: se per lei non bevi,

cadrà la cima ove t ’annidi tu»;

 

e batton i bisogni, delle cure

 

ancor piú schiavi: «Apri: sfuggir non puoi

al comun fato. Giú, folle, tu pure,

la tua catena a trascinar fra noi ».

IV

 

Le leggi a un palmo qui dal fango stanno:

 

corde livellatrici, a cui chi striscia

sfugge sotto e da cui chi non è biscia

ha d ’inutili ceppi iroso affanno.

 

E neppur un capel torcono ai nani.

 

Il nano passa lieto: dalla rete

nelle sue voglie sobrïe, discrete,

si tien protetto e si frega le mani.

 

Or se con strappo di possente piede

 

non ti sgombri il cammino alla piú lesta,

o tu ti pieghi o mozza avrai la testa:

altrimenti qua giú non si procede.

 

Non tollerano ponti solo i mari;

 

su l ’alpe eccelsa non s ’erigon case,

o dalle nevi seppellite o rase

sono dalle tempeste aquilonari.

V

 

L ’anima or segue nella notte il fiume

 

che dal grembo di Roma già silente,

siccome enorme placido serpente,

svolgesi della Luna al freddo lume.

 

Chiama da lungi con assidua voce

 

il tenebroso palpitante mare;

l ’anima pensa al vano suo passare,

s ’affretta il fiume alla solvente foce.

 

 

 

 

 

LA VIA

 

Provar per ogni via

come la nostra vita a caso sia.

I

 

Mi trovo qui per caso, di passaggio.

Vi starò quanto men vi potrò stare.

 

Non che m ’annoj, tutt ’altro! Anzi il viaggio

 

m ’ha divertito. Ma è pur forza andare.

 

 

 

Dormia, venendo, io dico, e che perciò

che modo per venire e che via tenni

 

e donde sia venuto ora non so.

 

Ma poco importa: da una parte venni.

 

 

 

Dove andrò? Non lo so... Ahi, neppur questo!

Ma poco importa: andrò dove che sia.

 

Quel che piú val è che si faccia presto:

 

guardarsi attorno, e scegliersi una via.

 

II

 

Facile a dire, scegliersi una via!

Di vie, ce ne son tante qui. Però

 

quale sarà la mia?

 

E come farmi un qualche itinerario,

se finora non so

 

perché venni, onde venni, dove andrò?

Son cose che si sanno d ’ordinario,

quando per un viaggio ci s ’avvia.

III

 

Mettiti a camminare,

 

va’ dove il piè ti porta,

 

piglia la via piú corta

 

e piú non dimandare.

 

 

 

Andar dove che sia,

 

nel dubbio della sorte,

 

andar verso la morte

 

per un’ignota via:

 

 

 

ecco il destino. E dunque

 

fa’ quel che far si deve.

 

Procura che sia breve.

 

Tanto, è lo stesso ovunque.

 

IV

 

Concepito ho il grave dubbio,

ch ’ io sia solo a non capire

 

la mia sorte in mezzo agli uomini...

 

Certa gente fa stupire!

 

 

 

Non può credersi, guardandola,

che non sia convinta a pieno,

 

che bisogna restar bestie

 

per tirare in pace, almeno...

 

 

 

Io mi perdo in vuote indagini

e dimentico la via...

 

Che la stoffa in me, Dio liberi,

 

d ’un filosofo ci sia?

 

V

 

Vuoi tu ch ’io venga teco ove tu vai?

Triste andar soli, estranei, senza mèta...

 

Il tempo, innanzi a me, non si concreta

 

in un desio che i piè mi muova. Andai

 

 

 

finora invan; vuoi tu ch ’io venga teco?

vuoi tu ch ’io segua un tratto il tuo cammino?

 

tu l ’arbitra sarai del mio destino.

 

io ti verrò dappresso come un cieco.

 

 

 

Oh amore, oh dolce errore! Al mesto invito,

mi porse ella una man, senza far motto.

 

Di qua, di là la Bella m ’ha condotto.

 

poi m ’ha lasciato, ed io mi son smarrito...

 

VI

 

Smarrito, smarrito... A guardare

mi sto la gente che viene e che va.

 

Trascinami l ’onda, e a virare

 

di qua mi passa, perplesso, e di là.

 

 

 

Ma par che ognuno sicuro se ’n vada

ad una meta sicura laggiú...

 

Vi sono forse lí in fondo a la strada?

 

E ci si va per non sorger mai piú?

 

VII

 

Ora ho chiesto a piú d ’un savio

pe ‘l mio mal qualche consiglio.

 

M ’intronarono di chiacchiere

 

molti, ed un mi disse: “Figlio,

 

 

 

che ho da dirti? È bene fingerci

qualche cosa innanzi a noi

 

che ci faccia andar, fantasima

 

o fantoccio, è uguale! E poi....

 

 

 

poi raggiungerlo. È ne l ’ansia

del raggiungere la vita.

 

Ché il fantoccio cangia immagine

 

spesso, appena è tra le dita".

 

VIII

 

Chi sa, forse per di là

potrò giungere alla fine;

 

o di qua, forse... chi sa!

 

Quanti sassi, quante spine,

 

 

 

quanti fanno al par di me!

Ci arrestiamo a mezza via,

 

non sappiam bene perché,

 

nel timore che non sia

 

 

 

la via giusta: e mai cosí

a destin non si perviene,

 

camminando notte e dí

 

il perché non si sa bene;

 

 

 

ma è cosí...

 

 

 

 

 

 

ALBA

 

Vedi tu come, non ancor dal fumo

dei pensieri il cervello annebbiato,

al tuo spirito (l ’alba t ’ha destato)

io vita, io mondo un altro aspetto assumo?

 

Ti parlerò meglio all’aperto: vieni!

fuori le porte de l’a te funesta

città! Slarga il tuo petto intanto a questa

aura ristoratrice. Ecco i miei beni:

 

l ’aria, il verde, la luce... non le case

degli uomini ammucchiate! non le oscure

chiese, o le sedi socïali impure,

d ’ogni viltà, d ’ogni miseria invase!

 

Ben venga a te, che questa mane, avanti

che il sol nascesse, abbandonavi il letto;

e fuori or vieni insolito diletto

a trâr da me, come da strani incanti.

 

Guarda! Nel sogno de la terra assorti,

sorgono a l ’aria gli alberi: li scuote

invano il vento, invano li percuote

la pioggia... Forte, come lor son forti,

 

non sei tu in me! Nel grembo mio profondo

stendi le tue radici. Tu potrai

vivermi sempre, non morir giammai,

abbracciar tutto e divenire il mondo!

 

Non tendi a questo? Gli alberi tue membra

saran; la terra, il corpo; in ogni fiume

le tue vene, il tuo spirito nel lume

del dí vedrai... Già divenir ti sembra

 

quel che vedi... Lo senti? Orbene, questo

che tu senti son io: sono te stesso;

di me tu vivi, io di te vivo. Adesso

ritorna in mezzo agli uomini modesto,

 

ne la città rientra. Primavera

nuova presto verrà. Bisbiglia intanto

a chi ti passa triste e fosco a canto,

come un augurio, ne l ’orecchio: - Spera.

 

 

 

 

ESAME

 

Concreta, esprimi il tuo desio: che vuoi?

— Nulla! — E la pace tuttavia ti manca...

Perché pace non hai? — L ’anima è stanca! —

Stanca di che? di che soffrir tu puoi?

 

Non della vita: tu non vivi — guardi

la vita, e indaghi: ecco il tuo mal! Bisogna

non indagar; ma oprar, vivere. Sogna

altri rimedî la tua mente? È tardi,

 

è tardi, e invano! Tu non guarirai.

Ama, lavora, se già cener tutto

il tuo cuore non è. Giú, giú nel flutto...

Perché a guardarlo dalla sponda stai?

 

Torbido è il flutto, è vero; e molti, oh molti

in esso si dibattono, e già stanno

per finir senz ’ajuto; ahi, piú non hanno

lena, li vedi? Oh disperati volti!

 

Salva, se puoi, qualcuno! Ajuta! ajuta!

Cerchi uno scopo? Or questo sia lo scopo!

Cessa dal vano dimandare: — E dopo? —

Con lor perisci, e sia l ’inchiesta muta...

 

 

 

 

 

APPRODO

 

E al fine, eccomi in porto. Ancor mi resta

negli occhi uno stupor truce, una truce

visione, il terror de la tempesta;

ma svaniran ne la tranquilla luce.

È certo, intanto, che son salvo, in porto.

Logorato, ma salvo. Arida sponda

e inamabile è questa; è vero: morto

però a lei mi potea trascinar l ’onda.

 

Tutto il tesor che meco avea l ’ha il mare.

E pur travolta giacque la persona

piú cara a me, né la potei salvare:

ombra mi seguirà che non perdona.

 

Ma vinsi la tempesta e in porto or sono;

so la fortuna del viaggio fosco.

signor di me, non fo di me piú dono,

e la mia fredda volontà conosco.

TORNA, GESÚ!

 

La memoranda notte è ormai vicina

 

e mi risuona ancora negli orecchi,

eco gentil dell ’età mia bambina,

la voce de ’ miei vecchi:

“Candido, roseo e biondo

come, nato da giorni, eri anche tu,

vien questa notte al mondo

il Bambino Gesú!”

 

Ogn ’anno, ogn ’anno, in questo freddo mese,

 

per quanto stanca, l ’anima risogna

la festa che a Gesú fa il mio paese.

Già suona la zampogna...

Ah, che profonda, arcana

malinconia, che nostalgia m ’assal

della casa lontana,

del villaggio natal!

 

Rigide sere della pia novena

 

in cui, sur ogni piazza, in ogni via,

fiamman, fuochi gregal, fasci d ’avena;

mentre la litania

il vicinato intuona

raccolto innanzi a un rustico altarin,

e la zampogna suona,

tintinna l ’acciarin.

 

Ed io, fanciullo, a la finestra dietro

 

me ne stavo, e schiarendo con un dito

timidamente l ’appannato vetro,

rimiravo smarrito,

in un ’ansia segreta,

se in quella notte piena di mister

la fulgida cometa

apparisse davver...

 

E dubitavo allora, e ho dubitato

 

sempre, dappoi. S ’inaridí l ’istinto

della fede nel cuore: errai bendato

per questo labirinto

della vita mortale,

e te pure chiamai causa, Gesú,

d ’una parte del male

che si soffre quaggiú.

 

Ma santa adesso appar la tua follia

 

anche al mio sguardo, o dolce redentore.

E torna, io prego, a noi, torna, Messia,

a predicar l ’amor;

torna con la man pura

a battere alle porte infime ancor,

dove una gente oscura

di fame e freddo muor!

 

Altri, del rosso tuo mantello avvolto,

 

d ’odio nudrendo la gentil parola,

batte alle oscure case, e infosca il volto

de la miseria. Vola

il grido della guerra...

Pace tu sei, Gesú, tu sei pietà:

torna a rifare in terra d ’amor la carità.

 

 

 

 

 

PER LA PROSSIMA ESTATE

 

Serva sua, serva sua, Signora Gallia!

Vengo ad infastidirla un ’altra volta...

È vero sí che Lei neppur mi pallia

 

il mal garbo con cui m ’ha sempre accolta

con qualche scusa, o d ’un dolor di capo

o che so io; ma non importa: ho molta

 

pazïenza, e poi L ’amo. E a Lei daccapo

eccomi, per saper come dovrei

vestir, l ’estate prossima. Mi scapo,

 

creda, a trovar da me; ma i gusti miei

son cosí schiavi ormai de ’ Suoi, che niente

piú mi contenta, se non vien da Lei.

 

Vani quest ’ occhi son senza la lente

ch ’Ella mi presta, e solo mi par bello

quel che Lei come tal m ’indica e sente.

 

Basta Signora Gallia, per modello

mi vorrebbe inviar qualche Sua vesta

smessa, d ’estate, e dirmi che cappello

 

ai bagni e in villa ho da portare in testa?

P.S.

 

Signora Gallia mia, me ne scordavo!

I libri... dica, che libri mi dà

da leggere? Il D ’Annunzio è dunque un bravo

 

romanziere? Ho di lui, la scorsa està,

letto un libro, che Lei, tanto cortese,

mi tradusse, quantunque per metà

 

(dicon almen) composto ei l ’abbia a spese

di Lei. Se è vero, l ’amo tanto piú,

quanto che or lo conosco esser francese.

 

Gli altri sono lo stesso, sú per giú:

tutti da Lei derivano, e per ciò

non val la pena che ci perda su

 

tempo, poiché li ho letti e già li so

nel testo. E dica, son di moda ancora

i romanzieri russi e l’Ibsen? Ho

 

quest ’ultimo in grand ’odio: ahimè, m ’accora

senza diletto alcun; ma, se a Lei piace,

pazienza, io l ’applaudo e alla buon’ora!

 

Verlaine è morto, e non mi so dar pace.

Condoglianze! La musa ora da balia

faccia al mio Mallarmé che troppo tace.

 

E Lei mi creda la Sua serva “Italia”.

(Paulo Post)

 

 

 

 

 

 

LAGO Dl LUGANO

 

Mi par che tutto or sia cangiato intorno;

 

mi rende estraneo tanta meraviglia...

Nel passato ancor l ’anima s ’impiglia,

e guarda come da un lontano giorno.

 

Sempre amai questo lago or fosco ed ora

 

morbido, come azzurro vel di seta.

Oggi triste è la vita; doman, lieta;

e tutto è qui, tutto com ’era e ancora

 

sarà, per sempre. Ecco un battello pieno

 

d ’allegra gente in su l ’aperta tolda.

Ecco, a la gente piace ancor Valsolda

e Val d ’Intelvi e l ’Orrido d ’Osteno.

 

Già di porpora il sol veste le spalle

 

dei monti attorno; ai declinanti raggi

ridon tra il verde gli umili villaggi

del monte Bre, de la quieta valle

 

del Cassarate. Razzano da lunge,

 

qual per interno incendio, le finestre

fiorite, e giú da l ’oratorio alpestre,

da le chiesette intorno al lago giunge

 

il suon de l ’ Ave. Oh dolce di mia madre

 

preghiera antica! oh madre! Or l ’ombra scende

sul vaporoso lago, e insiem le orrende

cure scendon con lei, scendon le ladre

 

del sonno e de la pace. Ahi, su me pesa,

 

ombra tremenda, il tempo! E al mio pensiero

sta innanzi l ’avvenir qual freddo e nero

antro in cui, quasi ingorda belva presa

 

da fiere doglie dopo un sanguinoso

 

pasto, un rimorso sempre piú mi cacci.

E, quivi dentro, a me certo altri lacci

son tesi! Io non avrò giammai riposo.

 

 

 

 

 

 

 

 

ESAME

 

Forse perché lo guardo da una faccia

che piange; n ’ha poi tante, e non è brutto

né bello, per se stesso: è il mondo, e tutto

dipende da qual parte ognun si faccia

 

a contemplarlo. È ver che a me giammai

non rise; ma vi son pur tanti, ai quali

ride spesso e nasconde i propri mali.

Io con l ’occhio malevolo il guardai

 

sempre, da che son nato. Or ne la vista

delle cose vorrei dimenticare

me stesso, il pensier mio; vorrei lavare

d ’ogni memoria in lei l ’anima trista.

 

Del proprio sogno uscir non è concesso.

Chi l ’ombre al sogno appresta? Ognuno sotto

un vario inganno aggirasi: io vi lotto

contro i fantasmi miei, contro me stesso.

 

 

 

 

 

L ’INVITO

 

Di questo pan che tolgo a la mia mensa

tu dunque t ’accontenti? Io dar ti posso

ben altro: avrai quanto la mia dispensa

può darti. Vieni! Non guardarti addosso

i panni: ti vergogni? Entra con me:

siedi a la mensa mia! Saranno lieti

di provar le tue scarpe i miei tappeti...

Credi ch ’io voglia ridermi di te?

 

È troppo, dici. È vero, è troppo. Tu

non chiedi tanto, e non avresti mai

battuto a la mia porta, se da piú

giorni il lavor non ti mancasse ormai.

Io forse non so far la carità.

Ma non intendo offendere il pudore

de la miseria tua. Vorrei, col cuore

su le labbra, parlar di povertà,

 

conversar teco... Vuoi? Fra tanto insieme

desineremo: non ti guarderò,

tu mangia come sai. Quel che mi preme

di sapere è ben altro, e lo saprò

da le tue labbra. Vicolo e stamberga

ov ’abiti, m ’imagino: migliori

stalle han certo i cavalli dei signori:

la fame e il freddo la tua stanza alberga.

 

Tu scuoti il capo e guardi intorno. Ammiri

le lampade, le tende, la mobilia

e la mensa imbandita; poi rigiri

su me lo sguardo, e l ’occhio tuo s ’umilia

quasi istintivamente... Ma è cosí

ch ’io di te son piú povero! M ’ascolta:

tu non saprai comprendermi; ma è stolta

l’umiltà tua per questo lusso qui.

 

È vero, è ver: qui il freddo de l ’inverno

non entra: il fuoco arde da mane a sera;

ma un freddo tu non senti, un gelo interno

qui, tra questo tepor di primavera?

Hai un ’anima tu pure? Ebbene, io l ’ho

assiderata! Ahimè, per quanto foco

rifaccia nel camin, dentro alcun poco

venirmene o fratel, giammai non può.

 

Non vien da me, dal mio lavoro, questa

ricchezza che tu vedi. Il mio lavoro

senza compenso e quasi ignoto resta.

Ah, mi parrebbe un piccolo tesoro

 

quel che dai tuoi sudor ricavi tu,

se basta a farti vivere, anche male;

mentr ’io qui, senza questa abituale

ricchezza, non saprei vivere piú.

 

E a te riscalda l ’anima una fede,

ch ’io non discuterò. Vivo lontano

io d ’ogni fede e d ’ogni lotta. Vede

l ’anima mia forse tropp ’oltre? In vano

cosí l ’una che l ’altra alfin sarà...

Ma tu lotta, n ’hai dritto; avrai dimane

meno squallida casa e miglior pane...

Sarai pago? Oh no, mai! Ma non avrà

 

pace né tregua l ’anima dell ’uomo.

La lotta è oblio de ’ suoi tormenti veri.

Or la reggia ei rovescia e insieme il duomo,

diman rovescerà quello che jeri

edificò con tanto amor; finché

non chiuderà per sempre l ’ideale,

in grembo della morte ultima l ’ale,

ignoto all ’uomo e forse ignoto a sé.

 

 

 

 

 

 

 

L ’ABBANDONO

 

Tu che intender mi puoi, leggi e perdona

 

I

 

Intenderà, pensavo; oggi o dimani

intenderà: dietro il mio breve addio

la porta chiuderà con le sue mani.

 

Non staran certo eternamente assorte

l ’anime nostre nel primo desio,

mute a vegliar di questo amor la morte.

 

Forse la spingerà l ’ombra che lenta

avanza, sotto i nostri occhi, sul suolo,

o la fontana che giú si lamenta,

 

o qualche mio sospir non ben represso,

o il batter tetro del mio vecchio oriuolo,

la memoria d ’un favor concesso.

 

La porta chiuderà con le sue mani.

II

 

E le parlai cosi, piú d ’una volta:

 

Meglio che tu mi lasci al mio destino.

Misera meco non ti voglio. Ascolta.

Solo io prosegua il mio triste cammino.

 

Innanzi agli occhi miei pose la sorte

una meta lontana e tutta avvolta

di nebbie sí, che insidia par di morte.

 

Tra i dubbî or tu del mio sentier malfido

certo venir non puoi: tu, cosí fina

e candida, lasciare il tuo bel nido...

 

Piangi? Ebben, piangi. Io non dirò: Cammina!

III

 

Pur tu mi segui ancora, ombra dolente.

L ’oscura soglia dell ’oblio varcare

dunque non vuoi con le memorie care,

e sempre e ovunque mi starai presente?

 

Se di te la memoria affligger tanto

mi deve, ah meglio è forse ch ’io ritorni

teco a soffrir l ’antica pena e i giorni

stanchi e il tuo chiuso inconsolabil pianto.

 

E non piú questo avido assedio muto

di un ’ombra che mi spia, che tutto vede

entro di me pria ch ’io lo senta e chiede

di perpetuo compianto al cor tributo.

IV

 

Se con mano tremante (e già la mano

al pensiero mi trema) alla tua porta

battessi e all ’improvviso, aprendo piano,

tu mi vedessi innanzi a te nel vano

della soglia - stupita, incerta, smorta!

 

Odo del tuo stupore il grido: acuto,

breve. Degli occhi tuoi vedo lo sguardo

e il tremor delle labbra. Qual saluto

ti porgerei? Restar potessi muto!

e tu potessi intendere com ’ardo...

 

Come immemore tu dell ’abbandono

parlar dovresti, qual chi indulga. Intento

io rifarei l ’amor seguendo il suono

della tua voce. Tacito al perdono

risponderebbe certo il pentimento.

 

No, non verrò. Nel pallido tuo seno

è pure un cuore come il mio che geme,

un cuor che brama di lagnarsi, pieno

di lagrime, d ’angoscia, di veleno.

Verrei per tormentarci ancora insieme?

V

 

Quand ’io tornai d ’un altro amor già stanco

a lei che m ’attendea presaga e sola,

muto dinnanzi le restai, ma franco

fu quel silenzio, piú d ’ogni parola.

 

“Finalmente ritorni!” ella mi disse.

“Neppur m ’hai dato annunzio del ritorno...”

E su me le pupille intense e fisse

tenea nell’ombra. Già moriva il giorno

 

Ah come intanto mi stringea la mano!

D ’assedio m ’opprimean tutti i suoi sensi

spiandomi. - “Non parli?” - E invano,

invano di parlar mi sforzavo. - “A che mai pensi?”

 

Ed io pensavo. Ancora non le ho detto

la parola che attende. È come morta

la mia man nella sua, morto nel petto

il mio cuore per lei. Non se n ’è accorta?

 

Mi cinse a un tratto il collo, lievemente.

“Perché non m ’ami piú, perché?” - mi chiese.

Ed alitarmi in volto la dolente

voce sentii. Non pianse ella: mi prese

 

la testa e su le labbra arse la mia

bocca si strinse a lungo, a lungo, forte...

Ah, niun può dir che cosa atroce sia

baciar chi brucia, con le labbra morte!

VI

 

Accendi il lume nella stanza triste;

alle finestre il ciel grigio s ’oscura.

O con piacer la tua mestizia assiste

al morire del dí? Non hai paura?

 

Sei sola. L ’ombra già t ’avvolge densa.

Chi parla a te da un tempo ormai lontano?

lo t ’ho ingannata e abbandonata... Pensa

forse a questo il tuo cuor? Tu piangi invano.

 

Nulla io dar ti potea, piú nulla; e un bene

fu per te certo il mio tardo abbandono.

Tienti come uno scampo a ree catene

questo dolor: concedi a me perdono.

 

Senti quanta tristezza è nel cor mio?

Vedi in che notte il mio spirito è avvolto?

Libera sei! Ch ’hai tu perduto? Oblio

stendi su un sogno che sta ben sepolto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SINFONIA RURALE

 

 

Di queste azzurre argille, alberi, sono

come voi, figlio e tutti qua mi siete

dunque fratelli. Ma, tra voi, di piú

uno; ed è questo mandorlo che il giorno

stesso in cui nacqui fu piantato. Giace

sotterra, ischeletrita ora, la mano

che lo piantò. La vedo ancora, scabra

mano terrosa, tremula nel gesto

con cui te prima, o mandorlo fratello,

m ’additò. L ’amoroso ammonimento

che mi parve di scorgere in quel gesto

ancor pena mi dà, mi darà sempre.

“Vedi, - la man diceami, - con che fresco

rigòglio questo mandorlo la vita

al sole, all ’aura spande? Se con noi

fossi tu qui rimasto, rigoglioso

al par saresti e, come sul tramonto

si raccolgono in esso a far sbaldore

cince e fringuelli, tanti gaj pensieri

in cuor ti canterebbero. Qui frutto

divien quasi ogni fior; ma, sorta appena,

ogni speranza tua cade e si perde.” -

È vero; è peggio anzi ora: un nudo tronco

screpolato or son io: piante sorelle,

consolatemi voi! Foglie non ho

né frondi piú da riparare un nido;

e d ’invocar mi resta, unica e vera

grazia per me, la scure.

Oh tu, soave

brezza, che sú dal mar prossimo spiri

e queste frondi amiche in un amplesso

lieve ed ampio commuovi, agita pure

col fresco soffio i pensier miei. Tu, vento

impetuoso, forse, in alto mare,

or brezza qui, d ’un naufragio orrendo

vieni a cercar tra queste foglie oblío?

Pace è qui tutto: qualche foglia teco

vola, poi lenta cade a terra, dove

ferme radici han gli alberi. Da un altro

piú fosco mar son qui venuto anch ’io

per pace, come te.

Qualche bizzarra

storia d ’uccelli, alberi miei, col lieve

frusciar continuo delle foglie, mentre

all ’ombra vostra giaccio, orsú, narrate.

Quella gazza perché

ghigna cosí su quell ’olivo? c ’è

accoccolata tra le frondi opache,

ombra piumosa e muta,

qualche civetta nemica del giorno

a cui svoli d ’attorno

una vanessa occhiuta?

o ghigna perché i secchi ispidi cardi

fioriscon di lumache?

E s ’è tra voi ciarlato del capriccio

di quella vite che per forza moglie

del centenario olivo

divenir volle?

Tra bigi rami e cinerulee foglie

come s ’insinua molle

col suo bel verde vivo!

Chi di Ruth e Booz l ’idillio antico

le narrò? Certo ignoralo quel fico

che li presso contorcesi e per mille

passeri monellacci ecco sghignazza:

per lui la vita è pazza

e l ’olivo imbecille.

 

 

 

 

 

 

 

L ’ASCENSIONE

 

(dal Faust di N. Lenau)

 

Per l ’arduo monte nel mattin fervente,

che lieto brilla e chiaro in oriente,

un animoso viatore, all ’alto

tendendo, via sú va di salto in salto.?

— «Fausto, che cerchi tu sú per codesti

gioghi? alle nebbie, ai dubbî tuoi funesti

furse sottrarti? T ’avvilupperà

pian pian la nebbia dell ’abisso là,

pur là, ne il dubbio sgombrerà la fronte.

T ’allieta nel fulgor che veste il monte,

nella figlia del sole anco t ’allieta,

nella pianta che vegeta quieta,

nella lodola alpina solitaria

e nei nevosi culmini che l ’aria

fendon felici! Il cuor l ’aura montana

ti faccia tremar lieto e tanta insana

tristezza sperda. Spegni il desir fiero

di strappare alle cose il lor mistero;

con Dio non t ’affrontar, non voler guerra,

mentre è tuo fato errar su questa terra,

la qual soltanto è luogo di desio.

Ciò che nel cuor ti giura amando Iddio

certo raggiungerai nell ’ideale

terra promessa, quando la mortale

spoglia con gioja alfine avrai dismessa!» —

Invano, invano! Le dimande in ressa

irruenti lo caccian senza posa

di roccia in roccia. E già con mano irosa

divelte al suolo ha molte piante, molte

pietre con furia e con ardor raccolte,

giú nella rupe stritolate, e insetti

con la man scrutatrice invan costretti

a svelargli il mister dell ’esser loro

ha sfracellati. Ora a una squilla, a un coro

pio che vien sú da la valle lontana,

tende ei l ’orecchio: il suon della campana

il canto sacro onda nel vento e vola

via dileguando. Su una fonda gola

quindi proteso, ei cosí parla: — «Oh come

mi sento or io! Tormento senza nome

m ’assal d ’un tratto. L’ultimo si spezza

fil della fede e il cor s ’infosca e abbrezza

al gelido spirar d ’un tenebroso

spirito. I suon ’ che salgon dal riposo

de la valle, qual grido aspro d ’affanno,

ferisconmi. Laggiú, laggiú se ’n vanno

i viator per il deserto e, quasi

in tenda di rifugio entro un ’oasi,

nella chiesetta prostransi e la Guida

invocano. Ma invan scongiura e grida

e impreca e piange questa brama vostra:

in nessun luogo il Duce vi si mostra!» —

E piú oltre, piú alto, a piú repenti

balze sospingon gl ’impeti irruenti

e la tristezza il fosco ospite della

montagna, dove salta sol la snella

capra selvaggia, disperatamente,

e divora il terror la via. Non sente

or ei piú de la valle i vaghi suoni;

ma cupi da lontan rimbomban tuoni.

Gli romoreggia or sotto un tempestoso

di nubi ammasso e ognor piú furioso

l ’aer balena e scroscia alle sue piante.

Giú nella notte grida egli esultante:

— « Come del ciel la tetra nuvolaglia

che invan sotto a ’ miei piè squarciasi e scaglia

lingue di foco, io vinsi, or cosí pure

sottrarmi dello spirito alle oscure

nebbie vogl ’io». — Ma un masso sotto il piede,

ecco, d ’un tratto, gli traballa, cede,

e giú seco il trascina. Una possente

man però lo ghermisce e dolcemente

lo depone sul ciglio d ’una rupe.

Negli occhi un torvo cacciator le cupe

sue pupille gli figge, indi s ’invola

girando l ’erta, senza far parola.

 

 

 

 

 

 

 

PIANTO DEL TEVERE

 

Non lo vedrete piú com ’io lo vidi

per Roma, un giorno, il Tevere passare

tra i naturali suoi scoscesi lidi:

quasi fin qua,

a preservarlo anche dall ’ombre tetre

delle case papali su le pietre

delle rovine, e fargli scorta al mare,

la campagna già corsa, la natura

libera, s’allungasse entro le mura

della Città.

 

Una prigion di grige dighe e grevi

ponti or l ’incassa,

che le svolte inarena quando piú

l ’acqua s ’abbassa.

E secco è il braccio con cui prima quella

che dei Due Ponti l ’isoletta fu,

cingeva come fosse la sua bella.

 

Torvo ogni flutto, urtando nei piloni,

torcesi ed apre un gorgo minaccioso,

come un can che digrigni. Dai covoni

tolti al Campo di Marte egli se l ’era

cresciuta a poco a poco, industrioso,

quell ’isoletta,

a lei recando con allegra fretta

la cuora nera,

ciottoli, malta, quanto gli avveniva

di rubare dai campi dell ’Etruria

nativa in giú, passando via di furia.

 

Triste ora il tempo delle piogge aspetta,

per riaverla, e il mese che dimoja.

Quel braccio allora che un renajo è fatto

e ancora ondeggia qual se l ’acqua viva

si fusse in rena raddensata a un tratto,

ecco s ’avviva,

e il fiume gonfio, con terribil gioja,

l ’isola che gli han tolta si riprende.

Mugliando e pieno di rapina scende:

par che ogni onda s ’inciti a superare,

sú sú, gli orli degli argini oppressori;

scappa per sotterranee vie, si mostra

al Pantheon: “Mi vedi, avanzo sacro

di Roma nostra?

sono ancor qua:

Roma ha bisogno d ’un mio gran lavacro!”

 

E il fiume anela di diventar mare

su la Città.

 

 

 

 

 

 

 

BRAVI VECCHIETTI

 

 

Sí, v ’ajutò la Francia.

Saldaste voi de ’ gravi

 

debiti il conto e, mancia,

 

Nizza e Savoja. - Bravi,

 

vecchietti, bravi...

 

 

 

Ma, oh! - vi disse poi –

badiam: le Sante Chiavi

 

sian rispettate! - E voi,

 

obbedienti... - Bravi,

 

vecchietti, bravi...

 

 

 

E quell ’Eroe sventato

che a la Città degli avi

 

correa, fu al piè bollato

 

da voi, prudenti... - Bravi,

 

vecchietti, bravi...

 

 

 

Scavi or la talpa nera

Roma soppiatta, scavi

 

la talpa prigioniera,..

 

Voi, tolleranza! - Bravi,

 

vecchietti, bravi...

 

 

 

E a chi province e figli

vi tien tuttora schiavi,

 

gl ’imperiali artigli

 

leccate, umili... - Bravi,

 

vecchietti, bravi...

 

 

 

Abbiate il nostro encomio:

siate modesti e savî.

 

Che bel gerontocomio

 

vi edificaste! - Bravi,

 

vecchietti, bravi...

 

 

 

PRIMO RINTOCCO

 

Levo ogni tanto dal guancial la testa

a spiar tra le imposte. È bujo ancora.

 

Ma invan gli occhi richiudo, che, già desta,

l ’anima intorno tutto mi colora

 

della sua luce tediosa e mesta.

Chi per il pan sei stanchi dí lavora

 

oggi può ben chiuder gli orecchi a questa

sveglia del gallo che ha cantato or ora.

 

Ma per il mio lavor mai non è festa.

 

Quantunque irto mi sia di smanie il letto,

non vienmi alcuno dalla vita impulso

 

a levarmi sí presto, e l ’alba aspetto.

Libri di là m ’attendono: compulso

 

da vane forze, il mio pensier dispetto

vi smania, sí, ma fuor d ’essi piú insulso

 

spettacol m ’offre oggi la vita; in petto

cresce lo sdegno che da lei m ’ha espulso,

 

né alcuna piú m ’attira esca d ’affetto.

 

Don... - nel silenzio batte una campana,

e il suon nel bujo spandesi, ronzando.

 

Balzo ora e sento un ’angosciosa e strana.

voglia d ’accorrer, come ad un comando;

 

ma non a questa: a una chiesa lontana...

Ah, la rivedo! mi chiamava, quando

 

andavo anch ’io, fanciullo, a messa: arcana

voce profonda, che destava, ondando,

 

quell ’oscura viuzza suburbana.

 

Tremar mi sento in petto quella mia

fede ingenua d ’allora accesa ai ceri

 

che, nella chiesa buja, una malía

diffondevano insiem con gl’incensieri

 

fumanti e i rombi della cantoria...

O donne avvolte negli scialli neri,

 

che andate in fretta a la chiesuola pia,

attossicato da negri pensieri

 

è morto il bimbo che con voi venia.

CARGIORE

 

 

Verde pianoro, tutt ’intorno cinto

da le Prealpi; borghicciuol romito,

sparso a gruppi qua e là, come dipinto:

dolce, ne la memoria, e mesto invito!

 

 

Tutto pieno di fremiti è il silenzio

di quelle verdi alture: acuti, esigui

di grilli fritinníi, risi di rivoli

per le zanelle a piè de ’ prati irrigui.

 

Oh festa d ’acqua che corre, s ’affretta,

si rompe in cascatelle e si raccoglie

per giungere a quel campo che l ’aspetta,

dove par che la chiamino le foglie!

II

 

Verrà tra poco, senza fin, la neve,

e case e prati, tutto sarà bianco,

il tetto e il campanil di questa pieve,

donde ora, all ’alba, qual dal chiuso un branco

di pecorelle, escono per due porte

le borghigiane, ed hanno il damo a fianco.

Hanno pensato all ’anima, alla morte,

(qua presso è il cimiter pieno di croci);

le riprende or la vita, e parlan forte,

liete di riudir le loro voci

nell ’aria nuova del festivo giorno,

tra i rivoli che corrono veloci,

tra i prati che verdeggiano d ’intorno.

III

 

Solenne incanto, attonita quiete!

E tu la maga sei di queste liete

e sempre verdi alture, errante Luna.

Ignote son quassú de la fortuna

le veci. I prati di silenzio inondi;

par quasi che il silenzio si raffondi

nel tempo, e notti assai remote io penso

da te vegliate come questa, e un senso

arcano acquista a gli occhi miei la pace.

Cantano, intanto, come la fugace

gioja le ispira, alcune donne a coro,

nel chiaror blando, ed una, ecco, fra loro

fa tenor con la rustica minugia.

Solo sul prato prossimo s ’indugia

un contadin: gli sento ad ora ad ora

la falce raffilare. Ancor lavora,

solingo, sotto il cheto lume pieno:

guizza a tratti la falce in mezzo al fieno.

 

 

 

 

 

ALL ’ASTA

 

Sú dal palchetto in fondo alza il martello

il perito, gridando: — «Trenta lire,

lo sgabello.

Chi ha da dire?

Poi passerem, signori, al pianoforte.

Lo sgabello,

trenta lire». —

 

Nessun risponde, e il bando suo piú forte

grida il perito. — «Il Pleyel a piú tardi,

signori. Ora si vende lo sgabello.» —

E provoca col gesto

o con furtivi ammiccamenti or questo

ora quel compratore. Ma gli sguardi

sono rivolti al Pleyel. Una dama,

scoprendo la tastiera, vi fa scorrere

le dita agevolmente.

 

Come in me desta un brivido,

di molti altri quel suon forse alla mente

la vision di te, cara, richiama,

quando, seduta qui su lo sgabello

che comprator non trova,

pallida, gli occhi grandi intensi accesi,

tenevi su le note del divino

Beethoven tanti e tanti

cuori col tuo sospesi,

col tuo vibranti.

 

Oh se almeno nell ’ umil salottino

della tua casa nuova

io, ne ’ fasti da te non mai curato,

potessi, ora, ignorato,

rimandar questo a te caro strumento!

Con quest ’unico intento

me ne sto qui, non so piú da quant ’ore,

angosciato, fremente

d ’ira, di sdegno

per questa ricca ed altezzosa gente

che s ’è data convegno,

stormo di gazze, qui, su la ricchezza

che piú non t ’appartiene...

 

— «Numero 115» — il perito

grida alla fine: — «Pleyel quasi intatto!

Guardino bene:

media lunghezza,

docile al tatto...

Certo l ’estimatore

non mancherà.

Prezzo prestabilito:

mille trecento lire.

Oh, salirà!

Può a tutti convenire:

è davvero un magnifico strumento.

Per mille e quattrocento

sta a lei, signore.

Subito, chi ha da dire?

Davver l ’oggetto merita contesa.

Per mille e settecento a lei, signora...

Or ora,

ecco, dice due mila la Marchesa:

sta bene.

Due mila e cento... e duecento.

Non dice piú nulla, lei, signore?» —

mi domanda il perito.

 

Piú nulla... Addio, bel sogno mio svanito.

 

 

 

 

GLI OCCHIALI

 

Avevo un giorno un pajo

d ’occhiali verdi; il mondo

vedevo verde e gajo,

e vivevo giocondo.

 

M ’abbatto a un messer tale

dall ’aria astratta e trista.

— «Verdi? — mi dice.

Ti sciuperai la vista.

 

Sú, prendi invece i miei:

vedrai le cose al vero!» —

Li presi. Gli credei.

E vidi tutto nero.

 

Ristucco in poco d ’ora

d ’un mondo cosi fatto,

buttai gli occhiali, e allora

non vidi nulla affatto.

 

 

 

 

 

 

 

ESAME

 

 

Che so di me? So quel che il tempo vuole

e tanto gli altri vogliono ch’io sappia.

— «Ti tengo! Ed il mio nodo non si scappia

mi grida il tempo: — Tu farai parole.

Sfuggi all’ozio? La noja t ’accalappia!»

 

Oh violente smanie, rabbioso

affanno tra le futili catene,

in cui le forze logoro! Mi viene

spesso dai vecchi il mònito amoroso:

— «Figliuolo, è sempre tempo di far bene!

 

Soltanto a chi fa ben la vita piace!» —

Sí; ma ben altri al giovenil mio foco

incentivi ben altri, o vecchi, invoco.

Oltraggio sembra l ’umiltà, la pace,

a me cui tutto appar misero e poco.

 

Pure, il bene, io lo fo. Nel farlo, sento

che fo bene. Da un tenero tremore

n ’ho prova, entro di me. Sollevo un mento,

chiudo una man con l ’obolo, ed al cuore

altrui, do, quanto posso, esaudimento.

 

Del mal che temo d ’aver fatto, spesso

mi dolgo e pento. Non di men talvolta

scusarmi tenta o l ’amor proprio stesso

o la ragion del caso. Il cuore ascolta

la scusa e poi dimentica, rimesso.

 

Questo è di tutti. Ma chi in petto viva

e costante del ben tiene e del male

la norma? Chi non cangia estimativa

come volgano i casi? E il ben che vale,

se il cuore a concepir Dio non arriva?

 

Io fui tratto con urti violenti

alle terga, cosí, fuor d ’ogni via,

bendato. E tanti insiem con me. Lamenti,

bestemmie udii nel bujo mio, la mia

anima intese altre anime dolenti.

 

Solo! E gli altri ove sono? Io dove sono?

E che mi giova che mi sia caduta

la benda a un tratto qui? Non luce o suono

qui, ma piú bujo entro la notte muta.

Contro chi l ’ira o a chi chieder perdono?

 

M ’apparirai tu qui, tremendo Iddio?

qui la paura mi farà cadere

su i ginocchi, prostrato? e il senno mio

vacillerà? qui tutte le chimere

mi tenteranno dal rimosso oblio?

 

Navi ho veduto per lontani mari

sul tramonto salpar lente dal porto.

Ho salutato anch ’ io remoti fari,

passando, e so che sian pena e sconforto

nel lasciare la patria e i propri carî

 

Ho udito il vento piangermi tre anni

dall ’arsa gola di stranier camino,

la solitudin mia pianger, gli affanni

senza conforti e il vario mio destino,

fabbricator di dolorosi inganni.

 

Ho raggiunto desíi lunghi, e le lotte

mi piacquero per loro, o mi fur dure.

Molte speranze dalla sorte rotte

m ’ebbi anzi tempo o spente dalle cure,

ladre del sonno, furie della notte.

 

Ho provato l ’amor docile e puro,

le fantastiche febbri del desio

insodisfatto, l ’odio d ’un sicuro

tradimento, le smanie e poi l ’oblio;

stanco ora e mesto, ora ostinato e duro.

 

Seppi come spontaneo ai mesti nasce

bisogno di mentir nel petto oppresso.

Mi fu dolce sentir salde le fasce

su la ferita e star molle e dimesso

dopo un malor, senza desíi né ambasce.

 

E lente le speranze, e ognor seguace

a ogni goduto ben lo sdegno; pure

la sete sempre d ’altri beni, e pace

mai; fatto un passo, altri bisogni, e cure

vane per un ’idea sempre fallace.

 

Una greve paura indefinita

ora m ’ha vinto ed una smaniosa noja.

Ove andar? qual sogno a sé m ’invita?

Già molto errai, già so forse ogni cosa.

Or dunque, e dopo? È tutta qui la vita?

 

Ov ’è la vita? Questa ch ’io provai

tant ’anni mossa da varia fortuna?

E cosí triste m ’ha lasciato? e ormai

se gli occhi avran qualche stupor, nessuna

meraviglia avrà l ’anima piú mai?

 

 

 

 

 

PRELUDIO

 

Tese ho le reti; sta,

càuto, alla posta, il cuore.

Questa caccia d ’ amore

chi sa che fine avrà...

 

Le insidie tese qui

sono le canzoncine

leggiadre, birichine,

che il cor per gioco ordí.

 

E la Musa mi fa,

su un palo, da civetta:

nessuno or le dà retta,

qualcuno alfin verrà.

 

Ma non vengano, ahimè,

cornacchie spennacchiate

o tortore malate:

queste non fan per me.

 

Sciò, grasse quaglie, sciò!

Le lodolette allegre,

le gaje cingallegre

aspetto qui: voi, no.

MELBTHAL

 

 

 

 

 

 

 

INVITO

 

Ascolta come - tentano gli uccelli

coi primi trilli il fresco aer d ’aprile.

 

Avremo, Else, tra breve i giorni belli:

tu, come i fiori odorano, amerai.

Gli alberi della valle sono ormai

per rifiorire al sol primaverile.

 

Odi, Else, come tentano gli uccelli

coi primi trilli il fresco aer d ’aprile?

 

L ’un chiama l ’altro e la risposta aspetta:

tempo è di fabbricare i nuovi nidi.

 

Oh, la città, laggiú, sia maledetta!

Quanto ben la sua legge all ’amor toglie…

S ’aman gli uccelli in fin che i rami han foglie

né l ’un si lega all ’altro... Else, tu ridi?

 

Pur ciascun chiama e la risposta aspetta:

tempo è di fabbricare i nuovi nidi.

 

 

 

 

 

 

EPIGRAMMA

 

 

per il secondo centenario della nascita di Goldoni

 

Anima arguta, anima latina,

sai? ti festeggia, grato, il tuo paese;

ma ha preso stanza Osvaldo norvegese

nella locanda di Mirandolina.

TENUI LUCI IMPROVVISE [36]

 

1.

 

CROLLO

 

Rido se vedo un bimbo che la mano

schiuda nel vuoto,

credendo di posarvi un qualche oggetto;

non rido piú se noto

che a me pur similmente accade

che nel vano del tempo crolli ogni desio nascente,

ogni nascente affetto.

 

 

 

 

 

 

 

 

PER VIA

 

— Lascia... Che importa?

— No: resta! lo voglio!

Sempre cosí, sempre in me questa guerra

tra l ’Anima, del ciel figlia, e l ’Orgoglio,

insolente monello della terra.

 

 

 

 

 

 

GIRO TONDO

 

Le pagliuzze, i relitti della via,

esposti alla mercé di chi cammina,

hanno anch ’essi nel mondo

il lor breve momento d ’allegria:

viene un soffio di vento e li mulina;

pajon bambini che fan girotondo.

 

 

 

 

 

 

TRAMONTO

 

— Di foco all ’orizzonte il ciel si fascia,

lento al tramonto il sole si riduce.

 

O tu che del mister sforzi le porte,

guarda! Di qua le tenebre egli lascia,

reca di là d ’un nuovo dí la luce.

 

Ebben, chi sa? forse cosí la morte.

 

 

 

 

 

 

CHE FAI?

 

Batte nel cuor di tutti una campana;

ma della vita nel vario frastuono

il dolce suono

nessun ne ascolta.

Pure, talvolta,

d ’un tratto giunge a noi come un ’arcana

voce profonda, non udita mai.

È la lontana

chiesetta antica dell ’abbandonata

nostra città... — «Ave Maria... Ave Maria...» — Che fai,

anima sconsolata?

Lagrime amare ha chi pregar non sa...

 

 

 

 

 

 

METAMORFOSI

 

— Vuoi darmi la manina? Ti ci metto

un bacio. Or serra il pugno, stretto stretto;

lesta, scappa se no! —

 

La bambina, stupita, il pugno strinse

e il bacio, dentro, vivo, ci sentia.

Si rinchioccí presso la mamma. Illusa

e intenta, finché il sonno non la vinse,

mi guardò, mi guardò,

tenendo al petto la manina chiusa.

Nel sogno, un uccellin ne volò via.

 

 

 

 

 

 

ALTALENA ABBANDONATA

 

Legati ancora, qui, da quell ’anno

questi due vecchi alberi stanno:

il vento passa,

 

agita appena

 

la fune lassa

 

dell ’altalena...

 

Alle volate, or questo ramo

or l ’altro dava un cigolio.

Noi ridevamo.

 

Poveri vecchi! al folle brio

di noi bambini,

 

tristi piegavansi, ma rassegnati.

— «Guarda oh, che gli alberi

 

ci fanno inchini!»

 

Li beffavamo,

 

noi brutti ingrati...

 

 

 

 

 

DORMIVEGLIA

 

Giorni oscuri, giorni stanchi!

tace l ’anima, stupita

nella doglia

che le viene dalla vita;

non sa piú quel che si voglia,

non sa piú quel che le manchi.

Rotte, fievoli parole

alla bocca, non pensate, vengon sole;

ed è il corpo non curato,

senza requie torturato,

che si duole.

Quante volte, quante volte udii cosí,

trasalendo, sospirare

nelle insonni notti enormi

le mie labbra aride amare:

Meglio, sí,

meglio assai morir; ma dormi,

ora dormi.

 

 

 

 

 

 

SORPRESA

 

Mi parea, sú da quei greppi scoscesi,

che fosser pannilini di bucato,

gli arredi, forse, d ’un bambino, stesi

su questo verde tenero del prato.

 

Lapidi! Un cimitero abbandonato...

 

 

 

 

 

 

INCONTRO

 

E ancor cammino,

senza destino:

non son vicino

e né lontan.

 

— Buona sera, mi t ’inchino.

Sono la Morte e ti porgo la man.

 

 

 

 

 

 

SOGNO EROICO

Sopra una rozza gravida, deforme

lungo magro spelato il capitano

 

movea, seguito da accorrenti torme

d ’eroi pensosi, per un verde piano.

 

 

Chi sul lanuto dosso saltellava

d ’una pecora zoppa; chi su i fianchi

 

d ’una vecchia asinella ancora brava;

gli eroi piú bassi e della corsa stanchi

 

venian dietro su cani che per via

avean raccolti, alla ventura spersi.

 

Su un orso quindi il rapsodo venia

con sotto il braccio un rotolo di versi.

 

 

A ora a ora il calvo capitano

volgea la testa all ’infinita schiera,

 

e dagli occhi severi al piú lontano

saettava l ’audacia sua guerriera.

 

Al fiero sguardo rispondeano tosto,

con belati e guaiti e ragli e gridi

 

bestie ed eroi, ciascuno al proprio posto,

pronti alla pugna ed al comando fidi.

 

 

Or a uno stormo di fanciulle erranti

pel verde piano s ’abbattean gli eroi.

 

N ’avean sorrisi, applausi festanti,

pioggia fitta di fior su i petti; poi

 

una fra loro, la piú bella, al duce

chiedea: - “Per chi si muove oggi a cimento?

 

Fa caldo: stian con noi!” - La guardò truce

l ’eroe, serio ruggí: - Trieste e Trento! –

 

 

 

 

 

LA MÈTA

 

 

 

Vuoi tu ch ’io venga teco ove tu vai?

Triste andar soli, estranei, senza mèta...

Il tempo, innanzi a me, non si concreta

in un desio che i piè mi muova. Andai

finora invan; vuoi tu ch ’io venga teco?

vuoi tu ch ’io segua un tratto il tuo cammino?

tu l ’arbitra sarai del mio destino.

io ti verrò dappresso come un cieco.

Oh amore, oh dolce errore! Al mesto invito,

mi porse ella una man, senza far motto.

Di qua, di là la Bella m ’ha condotto.

poi m ’ha lasciato, ed io mi son smarrito...

 

 

Chi sa, forse per di là

potrò giungere alla fine;

o di qua, forse... chi sa!

Quanti sassi, quante spine,

 

quanti fanno al par di me!

Ci arrestiamo a mezza via,

non sappiam bene perché,

nel timore che non sia

 

la via giusta: e mai cosí

a destin non si perviene,

camminando notte e dí

il perché non si sa bene;

 

ma è cosí...

 

 

 

 

 

 

ESAME

 

I

 

Ora che dalla vita ad un ignoto

lido seren, che sia d ’un nume sede,

lanciare il ponte aereo della fede

non posso piú, ne conosco piloto

 

al quale il tenebroso mar sia noto

su cui quel ponte ancor lancia chi crede;

ora, s ’io penso che un di sotto il piede

mi mancherà la terra (e piú del vuoto

 

per l ’anima tremar, Morte, mi fai,

che non de la tranquilla umile fossa

che il corpo accoglierà da fiori arrisa);

 

credo io davver che a vivere mi possa

bastar la volontà ferma e decisa

di non pensare a questo vuoto mai?

II

 

No: che se d ’un pensier non lo riempio

comunque, invasa, anzi ingojata pure

la vita me ne sento, e piú né cure

che non mi pajan vane, o amor che scempio

 

non mi paja, mi attraggono, e se a dure

prove mi spinga pur virtú d ’esempio,

vuota ogni fede, come vuoto il tempio

mi sembra, e folli tutte le avventure.

 

Mentre una voce ascolto che mi grida:

Come vuoi tu comprendere la vita,

se non sai pensar nulla de la morte?

 

Tu brancoli nel bujo della sorte

cosí, perché nell ’anima smarrita

un pensier della morte non ti guida.

III

 

E per la morte solamente luce

chiedo perciò. D ’ogni nuovo portento

che la scienza per mio ben produce,

anche ammirando, poca gioja io sento...

 

Son beni solo per la vita. Duce

che si ritragga dal maggior cimento,

di vincer solo nei minor contento,

piú non si sa pregiar, né piú seduce.

 

Sbuffa in preda al demon che lo trambascia

un ferreo mostro, e dove mai m ’invola

con la sua furia? M ’accorcia il cammino;

 

e avanti, avanti, nella notte sola,

gelida, nera, mi conduce fino

all ’orlo di un abisso, e lí mi lascia.

IV

 

E da quest ’orlo or io ricerco invano

il miraggio divin d ’un altro mondo

nel qual mi riposavo da lontano:

tenebra orrenda, silenzio profondo.

 

E invan, Scïenza, m ’armi tu la mano

del fulmine domato, invan giocondo

compenso m ’offri di vittorie: vano

il tuo trionfo io stimo; io ti rispondo:

 

Domani su l’Atlantico gittare,

nuovo prodigio, un ponte tu potrai:

ma non quell ’acque, non quell ’acque io temo.

 

Una barca che salpi oltre l’estremo

lido in cui son ridotto non mi dài

per questo tenebroso ignoto mare.

V

 

E se in te no, ne debbo nel primiero

sentimento a cui tu troncasti l ’ale

cercare io piú la luce essenzïale

che possa alfine vincere il mistero,

 

debbo cercarla in me? Ma è pur fatale

che l ’uomo in se scoprir non possa il vero,

ma solo ciò che da un desio sincero

inconsciamente è indotto a creder tale.

 

Né dalla illusion che da me spira

potrò staccar la verità, se in seno

all ’esser mio l ’esser comune ha sede.

 

La verità? Ma ell ’è come un sereno

lago, uno specchio che per se non vede

e in cui se stessa ogni persona mira.

VI

 

Né sopra o fuor de la ragione mia

a niun Potere il pensier può dar trono,

che un mio vano fantasima non sia:

però ch ’io pensi sol perch ’io ragiono.

 

Come fuori di me non vibra suono,

né vera è di color la poesia,

ma io soltanto, io sempre, io sempre sono

che accordo e piango la mia fantasia;

 

cosí, se fuor di me, stretto da un gramo

bisogno, creo qualcosa, a cui la mente

mia stessa e ogn ’altra cosa vo ’ soggetta,

 

me stesso inganno, miserevolmente:

giuoco con l ’ombra mia che si projetta

ingrandita nel cielo e Dio la chiamo.

VII

 

Or come sei tu misera davvero,

anima umana, quando contro a questa

ombra tu stessa imprechi o scherno fiero

lanci o con lei, che ascolto non ti presta

 

né può prestarti, scherma di pensiero

eserciti. L ’idea, l ’idea funesta

del male, onde ti lagni in mite o altero

verso, da lei ti vien, dall ’ombra infesta

 

della ragion tua stessa, che tu Fato

chiami, o Natura, o Dio. Ma non esiste

il mal che in tanta ambascia pur ti tiene,

 

se non esiste chi l ’abbia creato:

è perché è, non è ne mal ne bene,

ogni cosa che vive o lieta o triste.

VIII

 

Nel bujo intanto, dentro al quale impreca

e piange, o prega e spera tanta gente,

voi filosofi, andate con la mente

accesa come una lanterna cieca.

 

E a ciascuno di voi par vada sbieca

l ’altrui lanterna, e il sentier che, fidente,

ciascun s ’è scelto e al quale solamente

per sé la propria un po ’ di lume reca,

 

stima la vera via della salute,

l ’altrui sentier disprezza e l ’altrui zelo.

Ben per voi, fioche luccjole sperdute,

 

che delle stelle onde la notte è viva

lo sfavillío che punge e allarga il cielo

in terra ad esser lume non arriva.

IX

 

Ma se l ’enorme arcan che vi disvia

che indarno prima speculaste e ch ’ora,

pur senza un lume che v ’imponga: - Adora!

rinunziando ad indagar che sia,

 

siete corrivi a creder tuttavia,

non fosse già quel che ci è ignoto ancora,

ma solo inganno che non si colora,

inganno della nostra fantasia?

 

Noi non siam come l ’albero che vive

e non si sente, a cui la pioggia, il vento,

la terra, il sol, non par che sieno cose

 

ch ’esso non sia, cose amiche o nocive.

Invece all ’uom qual realtà s ’impose,

nascendo, della vita il sentimento.

X

 

E questo è il lume che ci fa vedere,

sperduti su la terra, il male e il bene:

la vostra lanternuccia, onde a voi viene

l ’immaginario bujo; esso di nere

 

ombre cinge il breve àmbito in cui tiene

chiuse l ’anime nostre prigioniere;

e noi dobbiam quell ’ombre creder vere

fin tanto ch ’esso acceso si mantiene.

 

Ma, spento alfine a un soffio, dopo il giorno

fumoso della nostra illusïone,

ci accoglierà perpetua la notte,

 

o resteremo ancor, senza ritorno,

alla mercé dell ’essere che rotte

le vane forme avrà della ragione?

 

 

 

 

 

 

IL COMPITO

 

 

Il mio compito è questo: di passare

per un uom malinconico e pensoso,

un pescator che non si dia riposo

nel pescar perle nere in fondo al mare.

 

Or guaj se vengo men presso la gente

a quel concetto ch ’ella s ’è formato

di me, se come già m ’ha immaginato

dimostro di non esser veramente.

 

Spesso di molte cose, oh tanto serie!

riderei, fino a sgangherar la bocca.

Invece, pe ’l mio compito, mi tocca

di sospirar coi labbri in giú: - Miserie!...

 

 

 

 

 

 

CONVERSANDO

 

Dunque la vita in fondo

stimate da lodare,

la macchina del mondo

ben congegnata, dottor mio, vi pare.

Sí, sí, non dico... Oh, specie certe scene

son fatte proprio bene.

Ho assistito a mirabili tramonti,

a incantevoli aurore,

rider queste dai monti,

quelli infoscarsi ai limiti del mare.

E che sbalzi di cuore!

Anzi talvolta quasi m ’è venuto

di battere le mani.

Poi mi son trattenuto.

Sarà lo stesso, sú per giú, dimani.

Questo il difetto, a parer mio, dottore:

poca varietà... sempre le stesse

cose... - e s ’annoja alfin lo spettatore.

 

 

 

 

 

 

CONVERSANDO

 

 

E debbo proprio crederci: non ha

amato mai, neppure

in sogno? Che peccato!

Mai, mai... Cosí non sa

che cosa sia l ’amore.

Come? che dice? il Fato?

No, via, le lasci dir soltanto a noi

codeste brutte parolacce oscure.

Ella, cosí bellina...

Bellina, oh questo poi

lo sa! Certo, guardandosi allo specchio,

un birichin, non visto demonietto

gliel ’avrà detto - piano, in un orecchio,

ed ella avrà sorriso...

No? Perché tien cosí la testa china

e verso terra il guardo cosí fiso?

Che improvviso rossore!

Piange! Oh guarda!E non sa

che cosa sia l ’amore...

 

 

 

 

 

 

 

SVEGLIA

 

 

Guizzò la prima rondine dal nido

sotto la mia grondaja,

 

vibrando al cielo il breve acuto strido;

e già ne strillan cento in frotta gaja.

Filan gli aerei stridi; intanto pare

che dai tetti vicini,

 

salterellando, col lor cianciugliare,

bézzichin l ’aria i passeri piccini.

Giú, nel cortile, ostinasi un galletto

nel suo verso arrochito,

 

— Zitto, signor Dovere, ho già capito:

è ora, è ora di lasciare il letto.

 

 

 

 

 

 

SETTEMBRE

 

 

Le speranze se ne vanno

come rondini a fin d ’anno:

torneranno?

Nel mio cor vedovi e fidi

stanno ancora appesi i nidi

che di gridi

già sonaron brevi e gaj:

vaghe rondini, se mai

con i raj

del mio Sole tornerete,

le casucce vostre liete

troverete.

 

 

 

 

 

 

 

RITORNO

 

 

Ecco la casa antica, ecco il terrazzo.

càssero d ’una nave a cui volgea

prospera allora e lieta la fortuna.

Ero ragazzo,

e di lí m ’affacciavo a rimirare,

con una vaga idea

del mondo e della vita, a lungo il mare

e questa dolce luna

che, come allora, un palpito v ’accende

d ’innumeri faville ed un solingo

grillo ne la scogliera

desta, il cui canto vince il borboglío

continuo di tutta la riviera.

 

Ricordo che ogni sera,

non certo questo, un altro grillo, il mio

fantastico e ramingo

spirito richiamava a questa pace

un borgo addormentato innanzi al mare,

dopo il fragore assiduo del giorno,

del traffico vorace

del molo là fitto di navi e lungo

la spiaggia irta di zolfo accatastato.

 

E sentivo il conforto

che doveva venire a quelle navi

dal lor sicuro placido soggiorno

nell ’amplesso del porto;

che lontano da tutto e da me stesso

teneami allora un ’ansia smaniosa

d ’ignota attesa, e incerta

mi sembrava e precaria ogni cosa.

 

Oh tu che stavi lí quasi ogni sera

curvo su la ringhiera

di quel terrazzo, guarda qui, su questo

balconcino modesto

della casa vicina, e ascolta il suono

della mia voce. Non la riconosci?

Io son qua. Chi sono?

Son questa mia tristezza, ancora in piedi,

e affaticata e rotta i sogni tuoi?

e tu, caro ragazzo, tu che vuoi?

tu che guardi costà la luna e il porto,

un ’ombra sei, sei morto,

sei forse un cencio appeso

all ’antica ringhiera del terrazzo,

e di te morto in me ben sento il peso.

 

Cresciuto è il borgo e son compiute ormai

le due nuove scogliere,

braccia protese alle lontane genti

di tutte le bandiere.

 

Quando su queste desolate ardenti

sabbie sorgean poche e modeste case,

e in mezzo al viavai

di tanti carri, dalla torre antica

usciano alla fatica

i galeotti rasi, trascinando

con stridor lungo la catena a schiera;

e un banditore all ’alba, ogni mattina,

fiero nel volto, cotto

dal sole, alzava a le mascelle vaste

la man villosa e con stentorea voce

tre volte, urlava il bando:

«O uomini di mare,

venite a lavorare alla marina!»;

e accorrean tutti, scamiciati e scalzi,

alle stadere, presso le cataste

di zolfo e, curvi sotto

il giallo incarco stridulo, nel mare

entravano, vociando, in fila, e poi

cariche andavano a vela oltre il porto

le spigonare

(vita e fatiche di selvaggi eroi);

avea mio padre, avventuroso e accorto

mercante, amica la fortuna, e quante

venian di Francia navi

e navi d ’Inghilterra,

tutte per lui se ne partiano gravi

di zolfo o per Levante

o verso Gibilterra.

 

Cangiò fortuna. Ed ora la ricchezza

altrui, di chi gli fu minore, sembra

un’ingiuria al caduto,

per quanto vecchio, adatto ancor di membra,

il traffico cresciuto

con torva angoscia egli da lungi spia,

mentre la mamma mia,

che fu sempre signora,

pallida e curva nella povertà

solo per lui s ’accora;

guarda la casa accanto

dall ’aereo terrazzo, ove felice

visse la famigliuola,

ma serra in cuore il pianto;

e sconsolata e sola

neppur tra se con un sospiro dice:

«Quando stavamo là...».

Porto Empedocle, Settembre 1910.

 

 

 

 

 

 

SENZA TITOLO

 

 

Sperate di rimuovere ogni danno?

Credo nel vostro ardore, amici. A un grido

vostro, tutti i dolenti insorgeranno.

Non badate, vi prego, se sorrido.

Penso, d ’autunno, quante foglie ho viste

levarsi a un soffio d ’aria e poi pian piano

ricader lasse su la terra triste.

Ma certo, un soffio, giova; ancor che vano.

Le pagliuzze, i relitti della via,

esposti alla merce di chi cammina,

sogliono anch ’essi aver cosí nel mondo

il lor breve momento d ’allegria;

quel soffio d ’aria. Spira, li mulina.

Pajon bambini che fan girotondo.

 

 

 

 

 

L ’ULTIMO CAFFÈ

 

 

Non poter dormire,

pe ’ vecchi, brutto segno

di morte vicina:

vuol dire

che il congegno

vitale si scombina.

 

Solo

sul tetto

della vecchia casa dirimpetto

esala un fumajolo

a spire

nell ’alba

umidiccia e scialba

un lieve fumo.

Là dirimpetto

abita un buon vecchietto

che certo è in cucina

per il suo caffè.

 

(Vicina

la morte

a chi non può dormire.)

 

Curvo sul fuoco

soffia il vecchietto forte;

poi la bianca tazza

solita

prepara: tre pezzetti

di zucchero, che amaro

gli sa sempre il caffè.

Schizza faville il fuoco.

 

(Vecchietto caro,

tu forse non m ’aspetti.

Tra poco

pur verrai con me.)

 

Su la vasta piazza

dorme ancor l ’ombra bassa;

qualche mattiniero

nero

vi passa.

Languida qualche stella

dal cielo occhieggia ancora.

Salutan la novella

squallida aurora

da presso e da lontano

i galli. Eccolo: dietro

il vetro

del balcon, pian piano

ora

sorseggia il buon vecchietto

caldo il suo caffè.

Prima che tragga il sorso,

vi soffia; chiude gli occhi:

chi sa che mai ricorda!

Forse gli sciocchi

sogni di questa notte.

 

Venivano

da bianche tombe

lontane

tante colombe

a frotte.

Di sotto il guanciale

sguisciava una serpetta

che gli dava un morso

sul cuore

senza fargli male.

 

Ancora, ancora un sorso,

vecchietto, non dar retta.

Perché ti guardi attorno?

Silenzio. Batton l ’ore.

Le cinque. Chi t ’aspetta?

È giorno, vedi? è giorno

già chiaro.

Finisci il tuo caffè.

 

(Poi, vecchietto caro,

fa ’ cuore,

te ne verrai con me.)

 

 

 

 

 

 

IMPROVVISI

 

 

Chi dice che il tempo passa?

Passa il tempo che non è nulla.

Io ti vedo, Maria Lembo,

come tu eri da fanciulla,

col tuo abito nuovo di faglia,

a righine bianche e blu;

sotto l ’ali e le ghirlande

di quel tuo grande cappello di paglia,

vedi, il tempo non passa piú.

 

M ’hanno detto che sei morta;

ma eri vecchia e poco importa;

sono anch ’io vecchio, Maria,

ma ora son giovine con te,

al Casino Valadier,

sulla terrazza che guarda Roma;

vuoi sapere dov ’è Tordinona,

Tordinona che piú non c ’è:

eccola, dico, non temere

che la zia ti veda con me.

*

 

Vivo del sogno di un ’ombra nell ’acqua:

ombra di rame verdi, di case

giú capovolte, e di nuovo nuvole.., e tremola

tutto: lo spigolo bianco d ’un muro

nel cielo azzurro abbagliante, una corda

che l ’attraversa, un fanale e il tronco

nero d ’un albero, tagliato a mezzo

un foglio giallo

di carta che galleggia...

Ombra nell ’acqua - liquida città...

luminoso tremore, vastità

il cielo chiaro, verde verde verde

di foglie — tutto par che vada e sta

e vive e non lo sa;

non lo sa l ’acqua, non lo sanno gli alberi,

non lo sa il cielo né le case... Solo

un pover’uomo lo sa, che va

lungo l ’argine triste

del canale.

 
 
 
 
 
 

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