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Alberto Liguoro |
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IL VIAGGIO |
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Fuggire, correre, saltare giù dal cassone di un traballante camion in mezzo all’ampia strada asfaltata, deserta, liscia come solo in America può essere, che si snoda perdendosi all’infinito, a mezza costa di una catena montuosa adagiata sotto una compatta coperta boschiva di immense alte conifere, come solo in America può essere. Sorrido, anzi rido, come in una pubblicità, mentre il fresco frizzante del mattino mi entra nelle ossa, nei polmoni; jeans, jeans, jeans, camicia, pantaloni, una vaga sacca più o meno piena, dove c’è tutto. Questo mi riporta ai miei vent’anni. Guardo a destra, guardo a sinistra, nessuno; a tratti un breve, lento, sostenuto fruscio di fogliame, silenzio dopo che avrò smesso di esultare, solo l’impressione di uno, due bramiti provenienti dalla terza… la quarta barriera di monti sempre più sfumati sulla linea dell’orizzonte da un lato? Lo strillo secco, attutito dall’aria ovattata delle alte montagne, di un’aquila? Un falco, il brontolio di un gufo? Perso, dall’altro lato, tra cime scoscese, solo immaginabili, invisibili per l’imporsi mistico, pur oppressivo, dei giganti, degli alberi immobili, possenti come antichi guerrieri. Uno spicchio di cielo terso, di un azzurro reso ancora più intenso da quello che lasciano immaginare oltre di esso gli ostacoli, le quinte teatrali disposte da uno sconosciuto, supremo regista; dove degradanti cime frementi, dove squarci, pozzanghere cristalline in profondi abissi, dove stretti spiragli, buchi, serrature, forse, attraverso le quali sbirciare nella grande sala dell’infinito. Quanto tempo… quanto tempo durerà questo incantesimo? Oh Dio! Quanto tempo… quanto… Ora io sono in tutto questo che mi avvolge, mi sento felice, mi abbandono disteso, sereno, ad occhi chiusi, quasi mi assopisco, mentre nella mia mente prende sempre più corpo un pensiero, un riferimento: Montagne Rocciose… Montagne Rocciose… Montagne Rocciose… Una voce… - Ma che avete combinato dotto’? Tutte ‘ste scatole per tutto l’appartamento… le Montagne Rocciose? – E’ l’architetto. - No… ma che Montagne Rocciose… il trasloco lo dovevo pur fare, no? – Questo sono io. - E va be’ ma dico io… correte troppo però! – Questo è lui, smilzo, età indefinibile, non molti capelli brizzolati, codino alla pellerossa, impostazione generale da quadro di Van Gogh – In quindici giorni avete cambiato casa, rivoltata come un calzino la nuova casa e prima di rifinire l’opera pure il trasloco! ‘Mo chi le sposta ‘ste montagne per completare il pavimento da qua e poi il pavimento da là, e gli zoccolini e le prese di corrente! Mah! Me ne vado…me ne vado… - No no! Un momento… aspettate un momento, non vi incazzate! – Questo sono io, ma non mi descrivo, perché poi… in quale delle mie 100 vite mi vado a collocare? Sarebbe falsata la descrizione, perché io, invece, qui sono vero, sono proprio io, mica un bluff come la Mazzantini, bravissima per carità… ma… calarsi tutta in una specie di eroina in Bosnia una volta… cambiare addirittura sesso e diventare un bravo e tormentato medico dalla testa ai piedi un’altra volta, ed altre volte? Io proprio non lo capisco. Forse sbaglio, ma… tutto così serio, serioso e con assoluta serietà… un pizzico d’ironia cazzo! Allora, per non impelagarmi dico: chi mi conosce, mi può immaginare da sé, e per chi non mi conosce, forse è una buona occasione per farlo.- Architetto! Troviamo una soluzione… - Non c’è soluzione… bisogna smontare tutto il meccano qua… ma non oggi! – Se ne va sbattendo la porta. Resto solo e stranito come se stessi su un altro pianeta. “Forse ho sbagliato…” penso “… ho esagerato… tutto troppo in fretta… per fare presto? Le ragazze… mia moglie… macché! Non diciamo sciocchezze! Non c’entrano niente loro… non sono neanche stato a sentirle! E’ per me…me… me… io… io… io… sempre così, accidenti! Uscirò mai dal tunnel?” Sorrido senza neanche accorgermene. “Per riappropriarmi di una identità. Ma… quale identità… quale tunnel… mi si chiudono gli occhi…”. Il bianco pavimento di resina invade tutta la casa, ma solo qui accanto alla finestra è nitido e smagliante. Oltre, tra la fuga di grosse, piccole e medie scatole grigie da trasloco, con su scritto “DUNE s.a.s. traslochi” accatastate e allineate, serpeggianti, in ordine di grandezza decrescente verso l’alto, gli armadietti di cartone per i vestiti a parte, quelle con la scritta “fragile” più su, si profila una valle buia, un buio sempre più intenso oltre un architrave, tra l’accenno di un corridoio e la successiva stanza, fino ad essere assolutamente nero, il nulla. “Il nulla?” Mi viene da pensare, trasalisco quasi. Ancora una volta inconsciamente sorrido. “Già DUNE come quelle del deserto… altro che Montagne Rocciose! Questo mi sembra un percorso, come quello dei topolini in un laboratorio, o forse un fiume… e lì nel buio che ci sarà? Una rumorosa, massacrante cascata che mi risucchierà in una caverna sotterranea… un abisso… forse proprio il nulla? O una strada da seguire, senza lasciarsi impaurire o scoraggiare, camminare… camminare… camminare e poi? Che ci sarà oltre quel buco nero, quel nulla?” Mi incammino titubante, lento, infinitamente lento. Quanto ci metto a percorrere pochi metri? Quasi il tempo di una di quelle passeggiate di montagna “6 ore al rifugio… 4 ore al borgo medioevale… 3 ore ½ al vattelapesca”. Due alti, arabescati e finto-gotici… barocchi pilastri… altro che Montagne Rocciose… guardo in alto, non si vede la fine! Ma non ci abitava un professore… uno pelato, bassino… al piano di sopra? E sopra ancora quella… quella con le tette nel piatto… e poi… niente… neanche il cielo si vede. “I pilastri della Terra?” Ah… fa troppo… quel film… rovinano tutto troppo in fretta al giorno d’oggi. “I pilastri del Tempo?” “I pilastri dell’Essere? Dell’Universo? Della vita, dell’anima”… i pilastri… (ma questo fa capire che pilastri sono!) E dopo di essi? Può esserci ancora qualcosa oltre il nulla, oppure esso mette fine ad ogni cosa e basta? Domanda senza risposta. “Ma non c’è affatto il nulla, magari! Magari non si vede, ma c’è qualcosa… proprio uno sconfinato deserto di sabbia, le cui dune finissime, sensibili come surreali corde della Terra, si perdono all’orizzonte? Perché no?” Intanto sono giunto sulla soglia che i due pilastri demarcano… ora devo decidermi… si intravede (forse) qualcosa; “non aver paura” mi dice una sommessa vocina interiore, ma io paura ne ho. Coraggio, coraggio, coraggio! Un salto, un salto… scavalco la soglia e… mi ritrovo con un raggio di sole negli occhi. “Aaaahhh” sbatto le palpebre, mi stropiccio, mi faccio schermo con le mani. E’ una splendida giornata, sole alto, aria fine, nugoli di rondini garriscono e si addensano intorno al rudere accanto al quale mi trovo. Sento abbaiare. Ma è Diana, il cane della mia infanzia, il lupo senza macchia e senza paura che, ahimé, qualche miserabile avvelenò. Si avvicina, scodinzola, mi salta addosso, l’abbraccio, mi lava la faccia e mi fa cadere a terra, così ho una visione più… a trecentosessantagradi del panorama che mi circonda. Lo sapevo, lo avevo capito, questa è la montagna di San Michele, quel paese laggiù è Maddaloni, sulla cima il santuario; il “mio” rudere è il Castello, sono a metà strada. Eh… ora è d’obbligo! Vado su, mi arrampico, a tratti seguo viottoli che ben conosco, mi immetto sulla stradina a gradoni, qua e là punteggiata da edicole, dalla quale una volta (e forse ancora oggi) scendeva, poco prima che iniziassero le scuole, l’Arcangelo sulle spalle di robusti portatori, ma è tortuosa, la lascio, so come tagliare. La fedele Diana, dea cacciatrice mi segue, mi precede, addirittura mi fa scegliere meglio. Ora ansima un po’, io di più, ma siamo quasi arrivati. Ecco ci siamo! Guardo verso il fondo valle, verso il paese; è proprio per questo che sono salito fin qui. L’orizzonte sembra mangiarmi, lo vedo e non lo vedo,è troppo grande per ricordarmelo tutto, per parcellizzarlo nella mia mente, mi parcellizzo io in esso. Allargo le braccia, ma posso mai abbracciare… ah! Non si può più di quell’”Infinito”. Mi sento felice. Il mio cuore è colmo di straripante felicità, ma… come sempre, si affacciano amarezza ed angoscia, quel misto inquinante, invasivo a macchia d’olio. Gli splendidi uliveti di massicci e spettrali portatori di chiome, custodi, a volte di serpi e roditori, compagni anch’essi di sogni precoci, moderatamente, pazientemente, terrazzati lungo il dorso della montagna, non custodiscono altro che la loro lenta agonia, ormai marmorei, pennacchi di polvere bianca di una vicina cava di cemento superindustrializzata. Il Castello, le Torri, sono in stato di irreversibile abbandono… e gli affreschi al loro interno? Meglio non pensarci. Il paese… beh inutile dirlo! Non è più quello. Chiunque può immaginare le lunghe file, i lunghi intrecci di brutte palazzine, anzi gli intrecci di vari paesi che, con i tentacoli delle loro brutte palazzine, formano, ormai nuove città… brutte! Scuoto la testa, mastico fiele, ma ho una strana gioia nel cuore. Mentre con questi contrastanti, inquieti sentimenti, calpesto la brulla terra pietrosa, mi avvio sfiduciato verso il santuario … già vedo chiuso il portone, ecco un trillo deciso e insistente. Mi scuote, pone fine a tutto; tutto si spegne, il cielo, il panorama, il santuario, il mio amico cane. Ora sì, il buio si afferma su ogni cosa, è tautologico, incontrastato e omnicomprensivo, ma non assoluto. C’è un lampione, una fioca luce e sotto di esso, una cabina telefonica vecchia maniera, molto più luminosa, c’è ancora un vecchio telefono a gettoni, squilla; sono proprio lì a due passi. Una buia strada cittadina, vaghe sagome di alti palazzi su un cielo senza luna né stelle, ma… sarà vero? Una strada così scarsamente illuminata in città? O forse è un murale… perfetto, incredibile, se ne vedono in giro, ma come questo… poche luci, come fiammelle, qua e là sui palazzi, denotano finestre su stanze dove non si dorme, un campanile, forse, più lontano una ciminiera certo non più funzionante, di una fabbrica ormai dismessa, e, in fondo alla strada, al di là di un alto dosso che fiancheggia pretenziosi palazzi d’epoca, come inespugnabili baluardi dei nostri tempi, un vago chiarore, ma più che altro un’idea, un’isola, l’atollo di una sfumatura di chiaro in mezzo all’oceano nero. E’ un orario indefinito, ma si intuisce che è tardi… è tardi, non c’è che dire, è proprio tardi. Il telefono continua a squillare, non posso esimermi, rispondo. -Pronto! -Pronto… chi è lì? – Una voce roca, di persona raffreddata. -Come “chi è lì”? Chi sei tu che chiami? -Ah! Sì… sono… no! Preferisco non dirtelo! -Come? Allora va all’Inferno! -Ehi… ehi… non ti incazzare… - « Ehi » a te!… Chiami, vuoi qualcosa? Dimmi che vuoi, chi sei… -No, no, è meglio! Poi… poi… -Ma insomma… di grazia… perché… -Beh… immagino sia per mantenere la suspense, qui… - TU…TU…TU… interruzione di linea. Impreco. Riaggancio la cornetta che, come il più delle volte, mi cade quasi, mi rimbalza tra le mani. Ritorna il silenzio assoluto, per poco, una musica, ma… non è di disturbo. Che musica? Solo Chopin a quest’ora. Vola come un fantastico pentagramma, aquilone tra la selva di palazzi, entra nelle stanze illuminate, nei pensieri di chi è sveglio, di chi ascolta in silenzio, passa tra i bisbigli degli amanti, il parlare sommesso di coloro che sono insieme, ed entra così, anche nei sogni lasciando una coda di serena armonia. TAC…… TAC…… TAC…… ma questi sono passi di donna, lenti, lontani. E’ qui che vedo qualcosa, ma come è possibile? Come si fa nelle condizioni descritte? Eppure… aguzzo lo sguardo, proprio sulla sommità di quel dosso in fondo alla strada… una sagoma… come mai? Come è possibile? Non vedo i colori, non vedo le sembianze, gli occhi, ma… potrei mai sbagliarmi? E’… così giovane, così bella. Non mi ha visto, si allontana. “No! No!” Corro verso di lei “aspettami! Aspettami mamma!” Sono stanco, così stanco, l’ho persa di vista ma ancora posso farcela, la salita è più ripida di quanto mi aspettassi, i piedi, le gambe… piombo. Il cuore batte così forte, non sento più neanche la musica di Chopin… “sono stanco mamma! Fermati…così stanco…” Ecco sono quasi alla sommità del dosso, ora la vedrò, la raggiungerò, la potrò finalmente abbracciare, almeno nei miei pensieri, almeno nei miei sogni, ma non faccio in tempo… non faccio più in tempo neanche a pensare che… sono preso da un vortice, una tromba d’aria, un insospettato tornado? Non posso fare nulla, chiudo gli occhi, mi abbandono ad esso, non posso descriverlo, posso ora solo immaginarlo, mentre inerme sono sospeso nell’arco indefinito del cono rotante, profondo ogni oltre limite, largo come uno sciame di corpi celesti avvitato nell’Universo nell’ arco di anni luce, eppure… niente nelle nostre pupille, fumoso come nere nubi minacciose, visibile quel tanto da incutere terrore senza storia, senza soluzione; mi gira la testa, gira la testa, gira la testa, ora non vedo… non sento più niente… è finita, è finita… perdo i sensi… “Cazzo!” Qui ci vuole. Sto rotolando giù dalla montagna in modo inarrestabile, tento di aggrapparmi qua e là, un ciuffo d’erba, una pietra che sporge, un ramo incastrato, una radice ribelle, ma… niente! E’ inutile; è come se una forza misteriosa e inoppugnabile mi spingesse, senza frantumarmi, tuttavia senza salvarmi. Sì, è sempre la stessa montagna, San Michele, dal versante opposto a quello scalato, verso Valle Caudina, i monti del Sannio, dove è più roccioso e a strapiombo. Come ho fatto a mettermi in questo casino? -Ehi tu! – La stessa voce di prima, al telefono. -Ma insomma chi sei? -Sono Dio. -Dio buono! Ehm… scusa… ma come… - Eh già. Sono proprio io. - Tu? Ma è impossibile… e perché mai… - Che dirti… la mia volontà è imperscrutabile… lo sai no? -Oh Dio… Signore! Se sei tu… devi essere tu… non so, non capisco, sono confuso, che cosa posso fare per te? Oh scusa, scusa tanto… non posso fare certo niente per te. -Beh… è così… più o meno. -Ma tu… io sono buono, almeno credo di esserlo. Scrivo poesie. Puoi fare tu qualcosa per me? Puoi fermare questo mio rotolare a valle… oltretutto fa male. Ho le ossa rotte Cristo santo! Ho scusa tanto… non posso parlare così con te… non sono capace, non sono abituato. Ahi… ahi… ahi… - Spunzone… piede d’albero a “V”… ammasso roccioso… -Eh mio caro… mio caro… mettere fine a questo tuo “rotolare a valle”… - io intanto continuo a rotolare a valle. Toh un coleottero! Toh un ciuffo di margheritine! E tronchi, e spunzoni, e ammassi rocciosi. Ma che… è sadico questo? – E’ proprio questo il punto. – Continua – Non sei più un giovanotto, giusto? Quindi saltellando qua e là, niente di più facile che inciampare e rotolare a valle. Ed ora… - Lunga pausa. -Ed ora? – Sono io, sono io, impaziente. Chi non lo sarebbe. -Ora il punto è… come la mettiamo? -In che senso, scusa… -Tu sei nato a… San Marco dei Cavoti provincia di Benevento in circostanze che… saresti potuto anche non nascere… attualmente residente a Milano… -Sì ma intanto continuo a precipitare… tutte le ossa frantumate… -Un po’ di pazienza! Buon… ehm… me! Un po’ di pazienza… quella che ti è sempre mancata! -Come vuoi tu… sia fatta la tua volontà… - quasi piango. Anzi piango proprio. -Ah… ora ci siamo. Allora… vediamo un po’… essendo nato, poi hai continuato. Hai fatto un po’ di cazzate qua e là. Quelle dei primi tempi lasciamo perdere, non contano… -Ho fatto anche qualcosa di buono! – Protesto. -Certo c’è anche qualcosa di buono in te. Ma sono di più le cazzate. Generalmente è così, credimi, nulla di speciale! – Ora appare saccente, spocchioso. Anche lui è pieno di difetti… difetti poi… sono caratteristiche, non difetti. Quelli che per noi sono difetti, per lui sono “caratteristiche”! Ma che razza di giustizia è questa? La Giustizia Divina non dovrebbe essere migliore di quella umana? Ah! Sono certo io che non la capisco… non posso… si schiarisce la voce. Mi legge nel pensiero. – So che scrivi poesie. Oddio… ehm… non sono un critico d’arte, però questo mi piace, hai tutta la mia considerazione per questo. - Stavolta sorrido sapendo di sorridere. – E’ un punto a tuo favore, d’accordo, ma… non mi coinvolgerai. – Continuo a sorridere, devo avere un’espressione ebete. – E’ inutile! – Ha un tono di rimprovero. -Non mi lascio coinvolgere. Non credere che basti questo per meritare di più. – Spunzone… pesante tronco nodoso… piede d’albero a “V”… ammasso roccioso… toh una violetta… un coniglio selvatico…”ahi… ahi… ahi! Porca miseria!” -Dunque sei coniugato… -Ehi… ma che stai facendo… la storia della mia vita? -Beh questo non è possibile! Tutto sommato un po’ attempatello sei, direi, non ti pare? Altro che 5 o 6 pagine; non è che sia la saga del Signore degli Anelli, la storia della tua vita, ma un… centocinquantapagine almeno, ce le vogliamo mettere? -E allora? Che vuoi fare? Buttare giù il mio curriculum per farmi partecipare ad un concorso? -Caspita! Non dovrei dirlo. Bravo! Ti sei molto avvicinato. Bel colpo… non c’è che dire. Allora, continuiamo… coniugato, dicevo… hai tre figlie… quattro nipoti. Ecco… strano… è strano… -Anche per te? -Beh… quello che è strano, è strano! Eri fritto. La tua famiglia ti ha salvato. Devi a loro… tutto. -Io amo la mia famiglia, non c’è bisogno neanche che lo dica. Lo sai. Ma…tutto? Che significa? -Ah… non posso spiegarti ora. Il tempo stringe. Siamo ormai prossimi alla fine del costone montuoso e quindi della tua caduta. Diciamo che significa… dipende da te… né più né meno. -Dipende da me che cosa? -Diamine… pardon… dipende da te come porre fine a questo tuo “rotolare a valle”. -In che senso? -Puoi scegliere tra… la Morte e la Vecchiaia… -Cosa? -Non puoi saperlo ma… devi aver preso uno spavento terribile e ora… si vede che soffri molto… -Soffro sì! Un casino! Dovresti saperlo meglio di me. -Ah! Ah! Lo so, certo che lo so. Sei tu che non sai che rotolando giù, ad ogni sobbalzo, ad ogni scoordinata capriola, i tuoi capelli diventano sempre più bianchi, la tua pelle più macchiata e bucata, rughe sempre più una ragnatela e profonde. Insomma stai invecchiando a vista d’occhio… ehm… vecchio mio! A valle sarai decrepito, un vero Matusalemme, non metaforico.. -Insomma! Parla chiaro, che cosa dovrei scegliere? -E’ un privilegio sai… di solito scelgo io, e senza appello. -Devo ringraziare la mia famiglia, me lo hai già detto. Ah… se potrò farlo! Non vedo l’ora, non vedo l’ora di poterlo fare. Voglio inginocchiarmi davanti a loro, baciare, abbracciare tutti. – Silenzio, silenzio… silenzio. Sarà andato via. Si sarà preso gioco di me,o stufato di perdere tempo con me. Rotolo, cado, mi piego, urto, sono grondante sangue, ma non perdo coscienza. Mi passano davanti agli occhi tutti i momenti della mia vita con loro, quelli belli, quelli brutti, le sofferenze, le attese, le esultanze, la noia e la felicità. La bellezza di quando eravamo ragazzi, la bellezza di lei, la bellezza di tutta una vita, il nostro amore, le nostre idee folli, le nostre fughe, non c’era nessuno ancora. E poi tante cose, e poi il fidanzamento, il matrimonio, e poi tante cose, le gioie, i dolori, le nostre figlie, tutto per noi, i giochi da bambine, i buffi ricordi, i dispiaceri, apprensioni, e poi tante altre cose, ora fanciulle, signorine, ragazze, orgoglio e speranza, e poi tante altre cose, le lacrime a cinema, le nostre cenette, le gite, le passeggiate al parco, gli abbracci, sentirle vicino, e poi tante altre cose, i nostri quattro nipoti entrano nel tutto; come Dio può essere uno e trino, un amore così può essere uno e bino, trino, quatrino e così via senza limiti, tutto, appunto. Belli e fragili, forti e teneri. Questo è amore, è tormento, è paura, è gioia e dolore, è passione ed angoscia. Chi ha mai detto che l’amore è serenità e felicità? E poi… tante altre cose. Sono sfinito, non ho altre possibilità… -Allora… -riprende finalmente a parlarmi, sembra seccato – potrai arrivare giù vivo e vegeto, senza neanche un graffio, ma con tutto ciò che la vecchiaia, nel caso tuo l’estrema vecchiaia, comporta… sarai uno stravecchio, un vero Matusalemme (il riferimento mi è particolarmente familiare) appunto. Oppure potrai urtare duramente con la testa nell’ultimo salto e arriverai giù bell’e che morto, il cranio fracassato! Ora… ti è data la possibilità di scegliere tra queste due chance. Devi fare in fretta eh! Ormai ci siamo… -Un’altra soluzione? – Mi esce con un filo di voce. -Ah! Ah! Ah! Mi piaci, sai? Non ti arrendi, osi. A modo tuo sei un tipo, un personaggio. – Ora è vivace, ha ripreso gusto a partecipare in prima persona ai fatti. – Un’altra soluzione… - sta riflettendo – perché no! Io posso tutto. Per te sarebbe come vincere un premio… e che premio! E’ come un concorso, vedi? Avevo ben ragione, allora, ti occorreva un curriculum. Hai visto? -Sì, sì, sì… - mi affretto a convenire. -Dunque…il deserto… - ma dove vuole andare a parare? – Tu hai un certo feeling col deserto, diciamo… ho sentito prima i tuoi pensieri sulla fine sabbia delle dune, la delicatezza dei grandi deserti, delle grandi distese sabbiose. Allora… deserto sia! -Ma come… - mi si spengono le parole in gola. Vento, vento, non c’è altro che vento. Non vedo nulla, dove sono? Che giorno è, che ora ? Il disco rosso del sole a tre quarti, grande quasi quanto l’intero orizzonte, mi sorprende viandante sulla cresta di una duna, come ho visto tante volte al cinema, appiedato, senza neanche una borraccia, ma integro… almeno per i prossimi minuti, ho la mia età, gli stessi vestiti sbrandellati, non c’è più vento. Cielo rosso, pomeriggio inoltrato, quasi sera direi, a giudicare dalle lunghe ombre sulla sabbia. Sono in mezzo ad un deserto senza soluzione a perdita d’occhio, in mezzo ad un’altra configurazione del nulla, un nulla colorato, ma altrettanto mortale. Colonne, colonne e colonne, piramidi e valli di immutabile sabbia. Ma chi glielo ha detto che… “avevo un feeling col deserto”? Porca miseria! Mi annodo un lurido e sudato fazzoletto sulla testa, il sole non scotta poi tanto, l’ora mi è amica; cerco l’ombra di una lunga, possente, duna. I colori…mi lasciano così, non posso descriverli, mutevoli, gradazioni del rosso, tutte ci saranno, ma anche il blu dei miraggi e, via via che il sole tramonta, sempre più del cielo, dove si accende un firmamento che non puoi immaginare più immenso e tremante per le lacrime di commozione che ti invadono, cristalline, inarrestabili, docili. Il verde di un’oasi? Magari! Quello sì mi manca. Ma… perché non domani? Ora mi appisolo da qualche parte e domani… Mi distendo, la mente piano piano si lascia ghermire dal sonno… domani… domani… Quando ecco: FLAP… FLAP FLAP… FLAP FLAP FLAP… risorgo! Questo è il “flap” della vita! Un elicottero è proprio sopra di me. Sono io al centro di un perfetto cerchio di sabbia sollevato dai rotori dell’elicottero, che nell’ultimo sprazzo di tramonto mi ha visto e, mettendosi sopra di me mi ha segnalato la salvezza! La sabbia, con lente, soffici e sinuose volute si alza, si alza sempre più, lasciando intatto il cerchio al centro del quale io alzo le mani al cielo, non mi muovo; non vedo più l’elicottero, ma intorno a me evanescenti, grigie mura compatte. Sono nell’occhio della vita, nell’occhio del ciclone. FLAP FLAP FLAP FLAP FLAP FLAP FLAP FLAP FLAP FLAP FLAP FLAP FLAP FLAP FLAP. Eccolo. Ora scende, spegne i motori. Svaniscono d’un sol colpo le impenetrabili mura di sabbia rotante, come nel cilindro di un prestigiatore. Silenzio assoluto, pochi attimi ancora, prima di riprendere il viaggio. Alberto Liguoro |