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| Daniela Gavarino |
| IL MIO AMICO CHET |
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Esistono delle persone per le quali la musica è una passione totalizzante e ne vengono rapite e trasportate come fosse un ciclone che si impadronisce della loro vita: a quel punto la musica diventa come una droga, dalla quale né potranno né vorranno separarsi mai. E la cosa più sorprendente è che grazie a questo loro trasporto, che li rende speciali e inimitabili, riescono a catalizzare l’attenzione e anche il cuore di una moltitudine di altri che ascoltano e che proprio di quella musica fanno il leit-motiv di una intera vita. Questo è Chet Baker. Jazzista di fama mondiale, che quando suonava diventava come un tutt’uno con la sua tromba – come asserisce chi ha suonato con lui o ha assistito ai suoi concerti – si contende con Miles Devis la palma “del migliore” e la sua vita, per certi tratti roccambolesca, malgrado il carattere schivo, è più volte rimbalzata sulle pagine dei giornali e ancora oggi appassiona. Domenico Manzione, procuratore della repubblica ad Alba e scrittore alla sua seconda esperienza editoriale, ha dedicato al “mito bianco del jazz” il suo romanzo “Il mio amico Chet”, pubblicato da Maria Pacini Fazzi Editore, dove racconta l’avventura italiana del musicista che, a fine anni cinquanta, in fuga dagli Stati Uniti per problemi di droga, si era stabilito in Toscana e si esibiva ogni sera alla Bussola di Focette. La storia, “un po’ vera un po’ no” come recita il sottotitolo, è incentrata in particolar modo sul processo e sul periodo di detenzione che il musicista dovette scontare in Italia a causa della sua tossicodipendenza, dalla quale, peraltro, riuscì ad affrancarsi quasi del tutto proprio nel periodo trascorso in carcere a Lucca. In realtà la legislazione italiana in materia di stupefacenti, all’epoca, era ben più severa di quella di altri paesi europei e Chet Baker venne arrestato dopo essere stato sorpreso nella toilette di un distributore di benzina sulla strada per la Bussola di Focette dove aveva cercato di iniettarsi una dose di Palfium (un analgesico molto potente con effetti stupefacenti). Il resto della storia è narrata nel libro e si intreccia con le vicende di un gruppo di ragazzi che suona e si esibisce: tra di loro Giò di Torquà che sogna di poter accompagnare almeno una volta con la sua batteria, una mitica Rodger’s, il grande Chet. In occasione della presentazione del volume ad Alba ho avuto modo di rivolgere all’Autore alcune domande.
Quel è stato il motivo che l’ha spinta a raccontare questa storia? Questo libro è prima di tutto la manifestazione della mia profonda passione per la musica. L’idea è nata una mattina quando in un bar un amico mi raccontò di quando da ragazzino era andato a sentirlo suonare sotto le mura del carcere a Lucca. Di qui la curiosità di vedere le carte processuali, che ho interamente recuperato, e l’interesse per la vicenda. Il libro è stato la naturale conseguenza.
Nel libro si racconta di un gruppo di ragazzi che con strumenti di fortuna si apposta sotto la finestra del carcere dalla quale Chet Bacher si esibiva pressoché ogni sera per riuscire a suonare qualche minuto con lui: è verosimile che sia accaduto realmente? Non è impossibile. Può essere accaduto realmente e di certo molte persone si radunavano sotto quella finestra per ascoltare quella musica che ancora in tanti consideravano dei neri e per certi versi da drogati.
Nella presentazione del libro ha detto di non avere una particolare passione per Chet Baker, ma di trovarlo “più fruibile di atri per il suo modo di suonare così intimista”. Dalla lettura del libro, però, traspare il suo “amore” per il personaggio. La vita di Chet è stata una deriva infinita: è stato sicuramente una vittima. Un uomo sostanzialmente solo, che si drogava per necessità anche per sopperire alla reale fatica fisica dovuta ai numerosissimi concerti. Il mio è un reale trasporto per il personaggio, questo sì, per la vita che ha avuto dalla quale è scaturita questa musica dell’anima, completamente ripiegata su sé stessa.
Perché “il Procuratore” scrive romanzi, oltre ai numerosi testi tecnici? Perché lo trovo liberatorio. E’ un hobby che mi libera dalla quotidianità che mi costringe ad un rigorosissimo rispetto delle regole. La scrittura, in questo senso, mi lascia invece ampi spazi.
Qual è in assoluto il suo libro preferito? Delitto e castigo, perché credo che nessun altro libro riesca a gettare un faro così profondo sull’animo umano.
Infine quale sarà l’esperienza legata a questo suo secondo romanzo che le rimarrà per sempre. Sicuramente l’incontro con Giò di Torquà, l’alter ego di Chet Baker, che esiste veramente, ha circa sessantacinque anni, e che ho avuto modo di conoscere chiedendogli il permesso di raccontare la sua storia nel mio libro. Giò si è commosso. Mi ha anche regalato una statuina di Carducci con un libro di poesie: a quel punto la commozione è stata reciproca. |