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Corrado Zanol
 
 
CAFFÉ BUONO
 

Ultimo giorno del mese di luglio, luna crescente. Le cinque del mattino. Giuseppe si gira nel letto. È tutta la notte che si agita, incapace di prendere sonno. Ogni tanto gli capitano queste notti. Il più delle volte incolpa la luna, che lo rende fastidioso quando è piena. Ma questa notte no! Questa notte è diversa la faccenda. È una di quelle notti che sembra non dovesse mai finire! Ha provato anche a sgranare una ripetizione di litanie, padrenostri, avemarie e un qualche Gesù d'amore acceso. Ma non c'è stato niente da fare. Rischiara. Dalla finestra della camera intravede le cime degli abeti che diventano sempre più verdi, mano a mano che nasce il sole. Peccato non approfittare di questa giornata pensa nel suo inconscio e quasi senza accorgersi si trova già con i piedi fuori dal letto, a fare quattro passi in cucina. Di lì a poco la moka del caffé (approntata dalla sera prima) inizia a bollire, e si sente quel buon odore che si spande per la cucina. È soltanto allora che gli viene la nostalgia dei tempi andati, quando le sue bambine facevano il verso alla moca del caffé. Gli dicevano: «papi?... crrr, crrr.» Allora era solito rispondere: «si, si bambine belle è il caffé che sta uscendo, e lui che scòccola!» E quanto ridevano insieme! Poi gradualmente le bambine sono diventate grandi, e una dopo l'altra si sono trasferite in città, a Trento a studiare e di seguito a lavorare. Oggi è rimasto solo. La sua sposa, l'Amalia, è volata in cielo come una farfalla già da qualche anno. Il caffé? Gli piace sempre, ma a dire il vero da allora non ha più lo stesso sapore! E così per non farsi prendere dall'ipocondria, si asciuga con un fazzoletto una lacrima dagli occhi e preso cappello, cestello e bastone si avvia verso l'Albaión in cerca di funghi. Lui va pazzo per quelli dal latte rosso (lactarius deliciosus), che poi fa rosolare sopra i cerchi del focolare condendoli soltanto con un pizzico di sale fino, per poi risciacquarsi l'esofago con un goccio di vino! Sta di fatto che passetto dopo passetto (perché dopo che l'hanno operato all'anca qualche anno fa, il suo passo si è fatto più pesante) arriva in località Rive. La prima pausa! Là c'è una piccola panca, che avevano sistemato una decina di anni prima con Raffaele, suo cognato. L'avevano posizionata in modo che fosse rivolta verso levante. Sarà stato forse per colpa di quei colori di fuoco, che pitturavano il cielo, o magari per causa di quell'aria morbida che sembrava di cotone, che Giuseppe, si appisola! È solamente allora che lui torna ragazzino e... via di corsa con i suoi amici a giocare a nascondino, a cercare un nascondiglio per appartarsi con la Caterina. La sua morosa! Stretti sotto il grande cesto adibito al trasporto del letame dentro il deposito del Bòzol, zitti zitti e innamorati, con la mano nella mano, con le dita strette... guardandosi negli occhi abbagliati con le labbra quasi accostate... «Giuseppe, Giuseppe! Ma che fai... dormi?» Giuseppe non apre nemmeno gli occhi, vorrebbe gridare... attraverso le labbra quasi chiuse esce soltanto una cosa: «Ma perché non si può più nemmeno sognare?».