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Corrado Zanol
 
 
 
 
Anima lònga.

Anima lunga

«Guèra al mondo che me sbachéta,

guèra, guèra… maledeta!».

Òcio de védro

presonér dei «róssi».

Anima lònga!

Patate co la scòrza,  còte ’nté la céndro

magnade de strabàuz, a l’ombrìa dei fòssi.

Iryna… Iryna, anima bionda!

«Tràme fòra en quartìn de biànch, Santina

e po’ dàghen  na bichéra a ’sto cristiàn.

N’ài patì anca mi stiàni tòrti!

La guèra, la guèra l’è stà la mè rovìna!

Pèrder en òcio, par colpa de na maledeta bomba a man.

Par tute le anime dei mòrti!».

El quartìn de vin, el và  gió de rèsta

come tràrlo gió par el «lavìn dei fanti».

«Dàmen en altro… che po’ vago ala furèsta.

Par tute le anime dei Santi!».

Batù l’aimarìa…  ès nà!. Às serà i òci par dalbòn

ma quel de védro l’è restà davèrt

co na làgrema che lùse  ’nté  ’n cantón

na làgrema de sal  ’nté  ’n desèrt

de sabia fìna… penséri,  e delusión.

«Guèra sassìna!».

«Guerra al mondo che mi bacchetta,

guerra, guerra… maledetta!».

Occhio di vetro

prigioniero dei «russi».

Anima lunga!

Patate con la scorza, cotte nella cenere

mangiate di nascosto, all’ombra dei fossi.

Iryna… Iryna, anima bionda!

«Versami un quartino di vino bianco, Santina

e poi dagli un bicchiere a questo cristiano.

Ne ho patito anch’io nel passato torti!

La guerra, la guerra è stata la mia rovina!

Perdere un occhio, per colpa di una maledetta bomba a mano.

Per tutte le anime dei morti!».

Il quartino di vino, se ne và giù di botto, (tutto d’un fiato)

come buttarlo giù per la «forra dei fanti».

«Dammene un altro… che poi vado alla forestiera.

Per tutte le anime dei Santi!».

Dopo il suono delle campane alla sera… sei andato! Hai chiuso gli occhi per davvero

ma quello di vetro è rimasto aperto

con una lacrima che brilla in un angolo

una lacrima di sale in un deserto

di sabbia fine… pensieri, e delusioni.

«Guerra assassina!».

 
 
 

Caro Santino

Quella che stò per raccontarti è una storia vera. Lo chiamavano “el Plécia”. Non ho mai capito se fosse per colpa di quella lingua che a dire il vero assomigliava a una foglia di cavolo; o piuttosto per colpa di quella sua loquacità che talvolta lo caratterizzava. Da bambino, durante le solite scorribande fuori paese, mi imbattei con questo signore che stava rientrando verso casa. Più che un incontro, fu uno scontro perché, immerso nei miei pensieri - per la cronaca ero a cavallo della mia "bici"- non mi accorsi di lui, e lo travolsi. Lui, lo ricordo bene, esclamò: “ ma vàrdes 'ndo che vas matelàt? - De chi ès po' bòcia? -ma guardi dove vai ragazzino?  Di chi sei figlio?- Io, impacciato dissi soltanto: “ Scusa, scusa ... “del Nèsti sbrèndola”- Dell'Ernesto sbrèndola-. Poi lo squadrai per bene, come fanno qualche volta i bambini, e mi accorsi che aveva un occhio di vetro. Curioso, gli chiesi, così su due piedi: che cosa gli fosse capitato?. Lui mi guardo, mi invitò a sedere sulla capezzagna, ed iniziò a raccontarmi  di quando fu chiamato alle armi, per combattere la guerra. La seconda guerra mondiale. Ogni tanto intercalava il suo racconto con l'esclamazione: “Guerra, guerra maledetta!” Fu fatto prigioniero, mi disse, e quell'occhio lo perse per... aver patito troppo la fame in un campo di prigionia. Era arrivato a pesare quaranta chili, lui che era definito anche un “anima lònga” (alto di statura). Ritornò al paese natio, dopo mille vicissitudini. Mi disse: “dopo tant lambicar ài portà a casa la pèl”. _Dopo tanto penare ho portato a casa la pelle-. Ma non fu più come prima. Si sposò, ebbe dei figli, una famiglia. Ma la guerra lo aveva marchiato inesorabilmente. I ricordi; i brutti ricordi che tentava a volte di affogare in un quartino di vino, lentamente, inesorabilmente ogni volta riaffioravano. Soprattutto la notte, mi disse. Erano incubi! La gente, molta gente non lo capì, e lui rimase solo, inerme a confrontarsi con il passato che lo aveva segnato per tutta la vita. Ora mi chiedo, come si fa a pensare di dividere l'Italia quando queste persone, hanno dato la loro parte migliore; e taluno la vita, per un ideale, che talvolta veniva a loro  imposto? Un giorno, troppo tardi purtroppo, decisi di dedicarle una poesia, e lo feci. Scrissi che a privarlo di un occhi, fu lo scoppio di una maledetta bomba a mano. Chi mai avrebbe creduto alla storia della fame! Nessuno, o ben pochi sanno che prima di morire di stenti si arriva a perdere la vista. Ecco, qualcuno conosce questa poesia, ma nessuno ne conosce i risvolti più reconditi.

Con un saluto ed un abbraccio dal Trentino

Corrado