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| Claudia Lo Blundo Giarletta | |
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| Articoli e altro | |
| Un giorno forse ritornerò | |
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CLAUDIA LO BLUNDO GIARLETTA, nata a Roma da genitori siciliani, cresce a Palermo dove consegue la maturità magistrale presso l’istituto F. Aprile, quindi il consegue il titolo di Assistente Sociale e, pur se ormai in pensione, consegue la Laurea in Servizio Sociale Ha svolto l’attività di Servizio Sociale a Mercato San Severino ASL SA 2. La professionalità e lo spirito di abnegazione che l’ha contraddistinta durante i suoi anni di attività, da parte degli Enti locali Provincia di Salerno, Comune di Mercato S. Severino e Distretto 97-ASL SA2, le è valso la pubblicazione di un lavoro di ricerca sull’adozione, già primo premio ad un concorso internazionale, dal titolo La Culla Vuota. Claudia Lo Blundo Giarletta sin da giovane ha abbinato alla sua professione l’attività parrocchiale quale catechista e per 12 anni quale Presidente di una Associazione cattolica femminile nella sua attuale Parrocchia di residenza. Quale Assistente Sociale ha collaborato ai settimanali femminili Tempo Donna e Donna Moderna. |
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Da oltre quindici anni scrive sul mensile indipendente l’idea pubblicato in Montoro Inferiore (Av). Oltre la citata Ricerca "La Culla vuota" ha pubblicato: "Lei incomprensibile o incompresa", una raccolta di racconti al femminile. "Ritorno alle radici", romanzo "Cardinale Ruffini Pastore e Padre" una biografia sul Cardinale Ruffini Arcivescovo di Palermo a 40 anni dalla sua morte (con Presentazione di Sua Eccellenza Mons. Gerardo Pierro, Arcivescovo di Salerno). Ha in fase di stampa una raccolta di fiabe. Ha partecipato a Concorsi letterari conseguendo primi premi e la pubblicazione dei lavori presentati. |
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UN GIORNO forse RITORNERO’ di Claudia lo blundo giarletta
I N D I C E
Introduzione…………………………………………… “ 15
UN GIORNO forse RITORNERO’…………………. “ 21 RIESI ROMA PALERMO RIESI…………………....... “ 23 A RIESI………………………………………………... “ 35 MONDELLO …………………………………………. “ 40 RIESI IL VICINATO………………………………….. “ 45 ESTATE A RIESI……………..…… “ 53 LA VITA A RIESI NEGLI ANNI '50……………..…… “ 61 LA CONTESSA………………………………………... “ 71 RIESI NEI RICORDI………………………………...... “ 85 RIESI il ritorno………………………………………… “ 99 LA ‘MIA’ CONTESSA…………………………………. “ 105 OGGI…………………………………………………… “ 107
SECONDA PARTE GLI ANTENATI ……………….……………………… “ 111 GENEALOGIA……………….………………………. “ 112 RAMO PATERNO di Faraci Gaetana…………………. “ 116 RAMO MATERNO di Faraci Gaetana ………………. “ 126 Famiglia paterna di Faraci Gaetana………………….. “ 128 RAMO PATERNO di Luigi Lo Blundo ………………. “ 132 RAMO MATERNO di Luigi Lo Blundo ……………… “ 134 Famiglia paterna di Luigi Lo Blundo ………………... “ 135 FAMIGLIA Lo Blundo - Faraci …………..…..….......... “ 142 Famiglia Lo Blundo - Bozzano ……………………… “ 147 Famiglia Lo Blundo - Giarletta …………………….. “ 148 Famiglia Giarletta - De Caro ………………………... “ 153
CONCLUSIONE……………………………………… “ 155
PREMESSA Quando mi accinsi a scrivere queste pagine avevo un unico intento: cercare le origini della mia famiglia paterna e materna. Volevo, anche, parlare di Riesi, il paese d’origine dei miei genitori, dove, dopo la morte prematura di mio padre, sino ai miei 16 anni di età, trascorsi tutte le estati insieme a mio fratello Michele e con mia madre. Adesso i miei cari sono tornati alla casa del Padre. I tanti cugini, di vario grado, sparpagliati in Italia o in America, probabilmente conoscono ben poco sui loro avi riesini e non sono in grado di darne informazioni ai propri figli che, magari, ignorano che una parte del loro DNA è riesino. Quando si viveva stabilmente, e per generazioni, in uno stesso posto, le notizie si tramandavano a voce; adesso questo non è più possibile e i ricordi si perdono nel momento in cui i nostri genitori, che anni fa lasciarono il paese, ci lasciano per sempre. Ho pensato che mi sarebbe piaciuto lasciare un segno di quel che è stato il vissuto di questi parenti e del nostro paese di origine. Nello scrivere non ho potuto evitare di parlare di me, me che da parte di mio padre, mentre scrivo, sono l’ultimo anello di questa catena iniziata non so quando ma della quale la memoria ha basi databili alla prima metà del 1800, e quindi oltre due secoli fa. Ho dedicato questo scritto ai miei figli, alle mie nipotine, ai tanti cugini che abitano lontano da Riesi, e anche a quelli che hanno avuto la fortuna di rimanere a Riesi. Da quello che originariamente era stato un breve racconto scritto sull’onda dei ricordi e in maniera un po’ romanzata, è poi scaturita la descrizione di quel che ricordo di Riesi sino al momento in cui vi trascorsi le estati e come l’ho trovata nelle brevi visite che vi ho fatto negli anni a me più recenti. Se qualche lettore volesse inviare qualche correzione, laddove scrivo i dati della parentela, o volesse aggiungere qualche dato, anche corredato da fotografia, sarà ben accetto.
RIESI
[…]Negli anni della mia infanzia e adolescenza trascorrevamo il periodo estivo a Riesi, in casa di mio nonno materno Angelo Faraci. La nonna materna, Maria Catena Lupo, era deceduta a cinquant’anni, prima ancora che mia madre si sposasse. Poiché vivevamo a Palermo, città di mare, quel ritorno estivo da parte dei miei genitori era motivato dal fatto che io e mio fratello, senza eccessiva spesa, avremmo beneficiato del cambiamento d’aria. In quegli anni l’aria a Riesi era profumata, il cielo aveva un colore azzurro intenso e, anche nelle giornate di vento, trovavo perfino piacevole il sollevarsi della polvere, in particolare quando sembrava fare dei mulinelli di aria. Forse mia madre con quei ritorni, cercava di riallacciare gli affetti con i suoi cari, in un tentativo di riempire il vuoto degli anni che aveva vissuto lontano, a Roma, dove aveva seguito mio padre che vi lavorava nella Polizia di Stato: lei che non si era mai allontanata dal paese se non per andare talvolta a Caltanissetta. PALERMO Giunti a Palermo il dolore, per una cassa di nostri effetti rubata alla stazione, fu compensato dall’affetto con cui fummo ospitati nella grande casa in cui il fratello e le sorelle di mio padre abitavano con la madre, in Via Rosario Riolo, all’epoca zona centrale di Palermo. Fummo accolti dalla nonna Giuseppina (il nonno era deceduto poco prima che nascesse mio fratello), dallo zio Pippo, sposato con Giuseppina Pennino e padre del cugino Michele, chiamato Eluccio, e dalle sorelle di mio padre.
RIESI […] Abitando a Palermo mia madre poteva tornare al suo paese con facilità. Andammo a Riesi ogni estate sin quando non ebbi sedici o diciassette anni, ma ricordo il Natale del 1951, l’unico, trascorso in paese. Non avevo ancora compiuto dieci anni eppure, a distanza di tanti anni, la gioiosità di quei giorni di festa è rimasta impressa nel mio animo con una dolce nostalgia. Abbracciati a cornamuse che mi apparivano fiabesche, i ciaramiddari, gli zampognari, attraversavano le vie del paese e, mentre suonavano nenie natalizie, si fermavano davanti l’una o l’altra abitazione in attesa di ricevere un’offerta. Andavamo ora da uno ora dall’altro parente ed era un continuo mangiare dolci natalizi e un ridere di fronte al fuoco dei camini e dei bracieri accesi, grosse conche di rame poste al centro delle stanze attorno alle quali si stava seduti a lavorare e a parlare. Oggi, al caldo dei termosifoni, stiamo seduti attorno all’apparecchio TV che ci costringe al silenzio, in quegli anni, invece, si raccontavano storie di persone vive e di chi ormai era passato all’altra vita, si ripetevano proverbi che ormai più nessuno ricorda, si parlava a voce alta senza timore di disturbare i vicini che, al contrario, arrivavano in casa accolti con gioia e, con gioia, venivano invitati a sedere insieme ai presenti. Ricordo che le persone più anziane, e coloro che volevano proteggersi dal freddo, quando uscivano da casa recavano con loro un piccolo scaldino in rame sormontato da un manico a tre o quattro raggiere, dal quale pendeva un grazioso cucchiaio piatto, che serviva a ravvivare i carboni quando si formava la cenere. Mio nonno, allora avrà avuto settant’anni, aveva un tabarro, un grande mantello, nel quale avvolgeva lo scaldino che portava da un luogo all’altro e noi piccoli lo invidiavamo perché dovevamo affrontare il freddo senza quel favoloso conforto. […]A Riesi, quella notte di Capodanno, cadde un leggero nevischio, una novità che a me e mio fratello rese ancora più fiabesco quel Natale: era improbabile vedere la neve a Palermo e quando nevicò, nel 1956, sembrò un avvenimento straordinario. Dentro casa di Pinuzzu non avvertivamo il freddo, il camino era acceso; eravamo in tanti parenti, e Ciccina, moglie di Pinuzzu, sulla grande tavola apparecchiata, aveva preparato tante cose buone: muffuletta, fichi secchi ripieni di mandorle e gherigli di noci, le carrube infornate e tenere i cui semini ci servivano per giocare alla tombola, e i dolci fatti in casa e gli sfincioni, le cassatelle. […]In estate, talvolta, uscivamo molto presto al mattino e, nella tranquillità mattutina, percorrevamo Viale Libertà. All’epoca il traffico era limitato a un ristretto numero di macchine, eppure, in quegli anni, a quell’ora la via era ancora meno trafficata, l’aria era ben respirabile e talvolta giungevamo là dove un maestoso monumento circolare bianco delimita la fine del Viale Libertà: è il Monumento dedicato ai Caduti della guerra del 15-18. Ci sedevamo per riposare e io e mio fratello facevamo la merenda. Al ritorno prendevamo il filobus. Durante quelle passeggiate mattutine incontravamo i venditori di lamponi che al grido di ‘a chist’ura v’allifriscanu’[1] vendevano quei gustosi frutti entro ampie foglie di fico. La domenica ci fermavamo in Piazza Politeama. In quella bella piazza, tra le palme secolari e i sedili in marmo, c’è un palchetto in stile Liberty e da lassù la banda dell’Esercito, all’epoca guidata dal Maresciallo Maestro Taibi che abitava nel palazzo dove abitavamo noi in Via Rosario Riolo, suonava musiche sinfoniche o brani di opere e operette. In quella Piazza un fotografo invogliava i genitori a far fare una foto ricordo ai loro figli. Ci toccava stare fermi, stanchi di mantenere un sorriso poco spontaneo, in attesa che quella strana macchina, talmente lontana dalle moderne digitali, emettesse il fatidico click.
[…]Riesi Riesi si trova su una collina, circondata da campagne e monti, lontana kilometri da altri paesi e quasi al centro, nel cuore della Sicilia. Deve il suo nome ai Normanni che, occupata la Sicilia a partire dal 1100, chiamarono terre rieses, cioè incolte, abbandonate, il territorio in cui sarebbe sorto il paese di Riesi. Dopo il 1230 il territorio divenne una Baronia aggregata alla Baronia di Cipolla[2]. Con successive suddivisioni feudatarie, mentre il paese di Riesi si andava formando in maniera quasi spontanea, la Baronia passò sotto gli Altariva, baroni spagnoli che ottennero dal re di Spagna la facoltà di costruire e popolare quel paese. Quella di Riesi è una storia bella, affascinante che fa parte di un lavoro successivo a questo. A Riesi le strade salgono verso i punti più alti del paese fiancheggiate da case alle quali si accede per mezzo di strette scale esterne. L’affetto e il calore che ricevevamo al nostro arrivo mi dava la sensazione che il paese, nella sua calura estiva, aprisse le braccia per accogliere noi piccoli cittadini provenienti da Palermo: io con qualche sfumatura di biondo nei capelli, con l’incarnato misto tra chiaro e dorato, non del tutto il bruno della mia famiglia materna ma più in sintonia con il mio cognome, ereditato, con i caratteri somatici, da qualche francese o normanno, chissà. Mio nonno paterno, del resto, era biondo come anche qualche zia e cugina dal lato paterno. […]In quegli anni nei treni c’erano scompartimenti di prima, seconda e terza classe, i primi avevano i sedili rivestiti con velluto e vi erano sei posti, i secondi in finta pelle con otto posti. Gli scompartimenti erano chiusi. Poi vi era la terza classe, era un lungo scompartimento, aperto come i moderni Eurostar (che assomigliano alle vecchie littorine, i treni super veloci di quegli anni) però i sedili erano in legno, come si vede in alcuni film’s sul Far West. Noi viaggiavamo in seconda classe e, come figli di dipendenti statali, godevamo del privilegio di avere i biglietti semigratuiti. Il viaggio durava a lungo e in terza saremmo arrivati tutti indolenziti e poi era più dignitoso viaggiare in uno scompartimento chiuso, ci permetteva di rimanere, come si direbbe oggi, in una situazione di privacy. Durante il viaggio verso Riesi mi lasciavo trascinare dall’entusiasmo. Mi piaceva guardare ogni cosa e rilevare i cambiamenti che avvenivano nel panorama da un anno all’altro. Tuttavia all’inizio del viaggio, provavo sempre un certo rammarico per non essere rimasta a Palermo: al mare! Lasciata la stazione di Palermo, per un lungo tratto, la strada ferrata costeggia il mare e in alcuni punti vi sembra proprio a strapiombo. […] Il viaggio in treno durava, mi sembra, circa quattro ore e, giunti a Caltanisetta, c’era ancora un lungo tratto di strada da fare su una corriera, traballante, piccola, di colore blu, il torpedone, dove si stava stretti stretti e sudaticci nel caldo afoso dei primi giorni di luglio. In paese, la corriera si fermava in Piazza della Matrice[3].
RIESI Il VICINATO Scesi dalla corriera mi guardavo attorno, intimidita perché, dopo un lungo anno, avrei dovuto affrontare amichette e parenti lasciati l’estate precedente. Quando mio padre era vivo andavamo direttamente in casa del nonno. Negli anni successivi alla sua morte, poiché non sarebbe stato dignitoso per una signora, pur se con i figli, scendere dalla corriera e camminare da sola per il paese, nonno Angelo ci aspettava in piazza, così dopo gli abbracci e la gioia di rincontrarci, prendevamo le nostre le valige, qualche scatola e andavamo a casa dove per qualche anno trovammo zia Mimy, l’ultima sorella di mia madre che avrebbe seguito il marito, zio Nino Russo a Genova e poi a Torino. Ricordo la tristezza del nostro arrivo l’estate successiva alla morte di mio padre. Ero vestita a nero, nero anche il fiocco sui capelli, un lutto stretto come mia madre che sul cappello portava un velo di crespo nero che incrociava sotto il collo e faceva ricadere sulle spalle. La mia l’anima era determinata a non sorridere più perché, per me, la vita era finita, si era chiusa con la morte di mio padre! Non potevo prevedere che, invece, quella stessa estate una nota di gioia avrebbe trasformato quelle giornate che prevedevo cupe. Zia Giosina, la sorella più piccola di mamma, si fidanzò col cugino Emanuele Lupo, venuto da Milano, figlio di Rocco Lupo, fratello della mia nonna materna. I preparativi per il matrimonio, obbligarono tutti, compresa mia madre, a minimizzare la tristezza che vivevamo in famiglia e che, senza quell’occasione felice, nessun parente avrebbe osato infrangere, in nostra presenza, con parole di gioia. Il matrimonio di zia Giosa si sarebbe svolto, in autunno, a Marola, dove abitava il fratello Enzo, mio padrino di battesimo. Zio Enzo, unico fratello di mia madre, era maresciallo di marina e durante l’ultima guerra aveva combattuto su una nave militare, non ricordo se fosse la S. Giorgio, era stato anche in un sommergibile. Stazionando a Spezia aveva conosciuto, e sposato, zia Vera che era una bella donna, bruna, dai lineamenti delicati, di origine sarda. La loro prima figlia, di due anni più piccola di me, si chiama Maria Catena, chiamata Mariuccia. Molti anni dopo nacque loro un figlio maschio, Angelo, un altro Angelo Faraci. Con il matrimonio di zia Giosa, quell’anno perdetti un’altra parte di me, perché quella era la zia con la quale facevo alleanze, mi divertivo, dormivamo insieme e mi raccontava cose che mia madre non aveva tempo o voglia di raccontare, lei era la poetessa della famiglia, e, con mio fratello, facevano a gara nel parlare e declamare versi. * * * La casa di nonno Angelo si trovava in Vicolo Don Santo, vi si accedeva da Via Cavour, e, per giungere nel cortile interno dove si trovava l’ampia scala che portava all’abitazione del nonno, si doveva passare sotto l’Arco di Mannarà. L’arco di Mannarà era una piccola galleria il cui tetto ad arco corrispondeva, in pratica, al suolo del salone della casa del nonno, il cui balcone si apriva su Vicolo Don Santo. Passare di sera sotto quell’arco poteva essere pericoloso perché, per il buio, non si ci si accorgeva delle tante buche che si trovavano nel terreno. In quegli anni una fioca corrente elettrica aveva sostituito, per le vie principali, la luce ad acetilene, un gas contenuto in certe ampolle che un addetto all’illuminazione, ogni sera, passava ad accendere, strada per strada, usando uno stoppino acceso tenuto in cima a una lunga canna. La luce elettrica non arrivava in tutte le case, ricordo ancora che c’era chi aveva il lume a petrolio. La luce delle lampadine era molto fioca eppure una sola lampadina riusciva ad illuminare una stanza. Non riuscivo a capire come avessero vissuto, prima, con la sola luce del lume a petrolio: eppure mia madre mi raccontava che quando era giovane, la sera, si ricamava o si leggeva a quella luce. La poca illuminazione che veniva dal Vicolo Don Santo non era sufficiente a illuminare l’Arco di Mannarà. A noi ragazzini, di sera, quel passaggio sembrava un antro oscuro, per cui, ridendo o emettendo lamenti di paura, ci tenevamo per mano o vicino ai grandi; loro ridevano delle nostre paure e se, con un sadismo imperdonabile dagli educatori dei nostri giorni, a volte raccontavano storie di banditi e di assassini, altre volte ci rimproveravano perché ci comportavamo da sciocchi ragazzini. Tramite un’ampia scala esterna si accedeva alla casa del nonno. Sul pianerottolo, spazioso e quadrato, si trovava anche la porta d’ingresso della casa di zi Carulina[4], un’anziana donna che mi dava la sensazione che la vecchia strega di Biancaneve dovesse essere proprio come lei. A zia Carolina mancavano soltanto le unghia lunghe per sembrare del tutto la strega di Biancaneve, infatti nei suoi occhi mi sembrava di vedere una sorta di luce cattiva che, quando ero più piccola, mi faceva paura; nei confronti delle mie zie alternava momenti di amore a momenti di odio, per cui mia madre era costretta a uniformarsi al tipo di rapporto che, ogni estate, c’era tra le sue sorelle e zia Carolina. Col passare degli anni la vecchietta più che impaurirmi mi divertiva, trovavo il modo per parlarle, anche se era litigata con le zie per situazioni di litigio stupido, come sentivo raccontare dai grandi. Nel cortile interno, a piano terra, si aprivano le porte di alcune abitazioni, i dammusi o dammusieddi [5], a seconda dell’ampiezza della stanza, che ricevevano la luce esterna da un’unica finestrella posta al di sopra della porta d’ingresso. Per sedersi, a ridosso delle pareti delle case, si trovavano alcuni muretti in pietra, ormai corrosi dal tempo e dai colpi che ricevevano quando vi si schiacciavano mandorle o noci, e c’era anche un alberello di gelso vicino a una delle porte. Al primo piano di una di quelle case c’era la finestrella di Grazia l’amuricuti, lei parlava sempre con la zia Giosina che si affacciava al balconcino della cucina; nella mia curiosità infantile avrei voluto capire come mai la casa di Grazia, pur avendo l’ingresso su un’altra strada, riuscisse ad avere quella finestrella sul nostro cortile. A differenza dell’ampio balcone in marmo, che dava su Vicolo Don Santo, il balconcino della cucina era fatto di assi di legno, ma anche li c’erano delle piante: il basilico e la menta, il prezzemolo ed il rosmarino, attaccato alla parete c’era una corona di peperoncino rosso, una collana d’aglio e un paniere con la cordicella che si imbrogliava sempre e bisognava dipanarla perché l’ultimo che usava il paniere non aveva mai la pazienza di raggomitolarne la corda. Ricordo alcune famiglie che abitavano in quei dammusi. La famiglia di Donna Liboria Toscano: Donna Liboria era una donna alta, snella, con i capelli neri, raccolti sulla nuca che, come quasi tutte le donne sposate di allora, portava coperti da un folulard, quando usciva, portava scialle nero, che dal capo le ricadeva sulle spalle: la ricordo sempre vestita di nero. Credo che tutti nel vicinato la rispettassero, forse perché si faceva gli affari propri, invece di spettegolare e a quei tempi questo significava molto. Era una persona gentile, con me e mio fratello e c’era un bun rapporto con mia mamma e le zie. Si faceva ubbidire quando alzava la voce forse per rimproverare noi che facevamo baccano lì nel cortile. Aveva dei figli giovani. Io giocavo con una bambina più piccola di me che si chiamava Pina e che la ricordavo come una sua figlia ma invece doveva a essere una nipotina, nonna del giovane scrittore di Riesi, Giuseppe Calascibetta, deceduta, purtroppo, alcuni mesi fa. In un altro dammusu del cortile abitava la famiglia dei Cusumanu, due coniugi che tutti chiamavano con il soprannome, i Cicirari, o i mazzarnisi, venivano da Mazzarino; vivevano vendendo noccioline, ciciri caldi abbrustoliti al momento e semenza[6], carrube e mandorle e, con il loro carrettino, andavano in giro nelle piazze o durante le feste. Evitavo di entrare nella loro abitazione, mi impressionavano le pareti nere e il poco mobilio essenziale che c’era, però ero amica della loro figlia Grazia, avevamo la stessa età, le prestavo i giornalini poi con lei ed altri bambini venuti da Vicolo Don Santo giocavamo a mosca cieca, allo schiaffo, a saltare la corda, a saltare i quadrati segnati a terra con un qualunque pezzo di gesso, a nascondino e liberi tutti. Sino a dieci - undici anni, giocavo in cortile anche con altri coetanei: ricordo i Vartuliddi, non ricordo bene se il cognome esatto fosse Bartoli. I Vartuliddi erano due fratelli uno si chiamava Attilio, l’altro non lo ricordo. Erano due fratelli insopportabili tra loro, credevano di essere i più ricchi di tutti, lì, tra gli abitanti delle più o meno povere abitazioni prospicienti il Vicolo Don Santo e per questo erano anche ineducati ma io non davo mai loro la possibilità di trattarmi male, mi sentivo diversa perché nipote di proprietari, mentre il loro padre era panettiere, e poi venivo dalla città e sapevo che questo era un punto a mio favore, mio fratello invece, evitava la loro compagnia semplicemente ignorandoli. I genitori di questi due ragazzi avevano un panificio che dava su una strada parallela a Vicolo Don Santo e chi non possedeva un forno in casa, nei giorni stabiliti, portava da loro il pane da infornare. Talvolta, forse per fare creare un po’ di corrente, i genitori aprivano la porta che dava nel cortile interno e noi ragazzini ne approfittavamo per entrare e curiosare; quando riuscivamo a non farci vedere, attraversavamo in fretta i dammusi dove si trovava pane o altro impastato e i sacchi di farina e uscivamo su Via Regina Elena, da lì, di corsa, svoltavamo per Via Cavour e tornavamo in Vicolo Don Santo. Anche all’ingresso del Vicolo Don Santo vi era un forno che faceva angolo con Via Cavour: la panetteria di Donna Rusidda. Certe mattine alcune donne attraversavano il vicolo Don Santo, per portare ad infornare il pane che avevano lavorato a casa e stavano ben attente nel camminare sul terreno sconnesso: un movimento falso, un tentennamento avrebbe potuto far cadere la tavola che ciascuna di loro reggeva sulla propria testa con l’eleganza e la sicurezza che invidiavo loro perché quando, tentavo di imparare a camminare come le indossatrici, reggevo sulla testa una pila di libri sul capo, questi cadevano subito per terra. Sulle tavole portate da quelle donne erano posati grossi impasti di pane lievitato, pronti per essere infornati, e in fretta, prima che lievitassero ancora; su ogni forma di pane era stato inciso un segno che somigliava a una croce, una forma di rispetto devozionale o una superstizione? Talvolta, durante il periodo d’attesa tra un’infornata di pane e l’altra, capitava che le donne iniziassero a litigare su chi fosse arrivata prima e le donne si calmavano solo quando il fornaio usciva fuori dal forno e dava un grido minacciando che, se non avessero smesso, quel giorno non avrebbe più infornato il pane di loro donne pettegole e litigiose, del resto, concludeva sempre, lui aveva altro da fare con il forno che perdere tempo ad infornare, per poco guadagno, quei pani di loro morte di fame. Le donne, mortificate, si zittivano, poi iniziavano a parlottare e ridere tra loro; così trascorrevano buona parte della mattina. Quando le donne ripassavano dal vicolo Don Santo per tornare nei loro dammusi, felici della propria asse fumante che portavano sulla testa quasi fosse una leggera corona, l’aria del Vicolo conservava per un po’ di tempo il piacevole profumo di quel pane appena sfornato.
LA CONTESSA Quando guardo il cielo, le campagne e la natura che mi circondano mi sembra che, rispetto a quando ero ragazza, i colori siano cambiati, si siano attenuati. Si dà la responsabilità allo smog, ai gas che rendono l’aria irrespirabile, all’inquinamento elettrico che non fa più vedere le stelle in cielo. Mi sembra che non ci sia più il bel colore azzurro del cielo di tanti anni fa, stupendo anche quando era attraversato da nuvole bianche o grigie; anche i tanti colori dei campi appaiono diversi e mi sembra meraviglioso quando, da qualche parte, riesco a respirare aria profumata. Nel ricordo mi sembra che una volta i campi mostrassero, quasi con orgoglio, i loro colori e i loro profumi. L’aria, sempre tersa, recava alle narici odori lontani che si mescolavano con quelli vicini pur mantenendo ciascuno una distinzione dall’altro. E, nel ricordo, mi sembra che a quei tempi vi fosse maestosità nei gesti dei contadini. Si alzavano alle prime luci dell’alba, indovinavano l’ora senza consultare l’orologio: a loro bastava semplicemente osservare il cielo nel suo passaggio dalla notte scura al mattino dai tenui colori azzurrini, attraverso il rosso dell’alba e poi del pallido rosa. In un salviettone, il contadino avvolgeva un pezzo di pane che, seduto al riparo di un albero, avrebbe mangiato con delle ulive o con la frutta delle sue piante, poi il contadino riempiva un bummulo d’acqua e poneva questo semplice e umile cibo dentro i cufini, già sistemati sulla groppa dell’asino o del mulo o del cavallo: quelle ceste contenevano le vanghe, le sementi o le piantine da interrare. Il contadino partiva per una giornata di duro lavoro: unico riparo, dal sole o dal vento, un ampio muccaturi[7] tenuto in testa legato con quattro nocche.
SECONDA PARTE Gli antenati (continua...)
[1] “A quest’ora vi rinfrescano”. [2] Salvatore Michele Mirisola, Una terra, un tetto, una speranza, ed. Lussografica1999, pagg. 38,39. [3] In Sicilia la Matrice sta ad indicare la Chiesa principale del paese. [4] Donna o zia erano termini che sostituivano il termine signora. [5] Camere poste a piano terra adibite ad abitazioni o a ripostigli. [6] Ceci e semi di zucca e di girasole abbrustoliti. [7] Fazzoletto. |
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