Le origini del nome
Sulle origini di questo personaggio, e del suo
nome (conosciuto a livello planetario) si è molto disquisito: ciò
che si sa per certo è che ad un certo momento della storia della
commedia dell'arte appare come un alter ego dello
Zanni, cioè il servo inurbato, antica maschera della commedia
della quale il personaggio di Arlecchino è l'evoluzione.
La carriera teatrale di Arlecchino nasce a
metà del
cinquecento con l'attore di origine bergamasca
Alberto Naselli noto come Zan
Ganassa che porta la commedia dell'arte in Spagna e Francia
sebbene fino al
1600 - con la comparsa di
Tristano Martinelli - la
figura di Arlecchino non si possa legare specificatamente a nessun
attore.
L'origine del personaggio è invece molto più
antica, legata com'è alla ritualità agricola: si sa per certo,
infatti, che Arlecchino è anche il nome di un demone ctonio. Un
demone ancora più noto con un nome che ricorda da vicino quello di
Arlecchino è stato l'Alichino
dantesco che appare nell'Inferno
come capo di una schiatta diabolica.
La stessa maschera seicentesca evoca in maniera
abbastanza palese il ghigno nero del demonio presentando il resto di
un corno perso dal diavolo nel suo aspetto più umanizzato.
Quanto alla radice del nome, è di origine
germanica Hölle König (re dell'inferno), traslate in
Helleking, poi in Harlequin , con chiara derivazione infernale.
Ma il particolare che accomuna tutti gli Zanni
della Commedia dell'Arte è lo spirito villanesco, alle volte arguto
(come il seicentesco
Bertoldo di
Giulio Cesare Croce), ma più spesso sciocco, ovvero quello del
povero diavolo, come nei servi delle commedie sin dall'epoca di
Plauto, attraverso le commedie erudite del Quattro-Cinquecento,
sino alle
commedie alla villanesca di
Angelo Beolco, che attorno al primo Cinquecento metterà in scena
le sventure del contadino
Ruzante.
Questa tipologia di personaggi sono legati tra
loro dalla ritualità rurale e, attraverso i suoi miti legati alla
sfera ctonia, da elementari passioni che si potrebbe definire più
bestiali che umane.
Già durante il
medioevo, del resto, un certo aspetto di comicità appare con
demoni che si aggiravano sulle scene delle
sacre rappresentazioni: questo era da un lato probabilmente un
tentativo di
esorcizzare le paure del soprannaturale, ma anche di mettere in
burla il potere dei demoni pagani della terra che erano ancora molto
presenti nell'immaginario popolare, soprattutto nelle campagne, ed
esercitavano ancora un grosso potere che l'ascesa del
cristianesimo non era riuscito a sradicare.
Lo stesso Alichino della
Divina Commedia, cui si è accennato in precedenza, eredita -
giocoforza - questo tratto burlesco.
Il personaggio della commedia
Arlecchino approda nei palcoscenici al tempo dei
cantimbanchi, dei
cerretani e simili che hanno
percorso le piazze e le fiere italiane sin dal
Medioevo.
Lo Zanni dei cerretani è presente in molte raffigurazioni (es.
l'incisione della Fiera dell'Impruneta
di
Jacques Callot) sia anteriori che posteriori alla sua nascita
come personaggio della Commedia dell'Arte.
Arlecchino è un personaggio diretto discendente di Zanni dal quale
eredita la maschera demoniaca (sebbene spesso la maschera di Zanni è
stata rappresentata bianca) e la tunica larga del contadino
veneto-bergamasco.
Infatti la prima incisione di Arlecchino, che si trova nel libro
Composition de Réthorique, di Tristano Martinelli, forse il
primo Arlecchino o il primo attore che impose una forte presenza
scenica a questo personaggio, porta ancora la tunica larga con molto
bianco e alcune pezze colorate sparse.
Ma già sin dalle incisioni della
Raccolta Fossard, precedenti
a Martinelli, Arlecchino appare invece con un vestito molto aderente
quasi una calzamaglia; da questo alcuni deducono che Arlecchino
discenda direttamente dai giocolieri di strada che notoriamente
avevano il costume attillato.
Da Tristano Martinelli a Antonio Sacco
Tristano e il fratello
Drusiano Martinelli sono i primi
Arlecchini conosciuti, Drusiano partì alla fine del ‘500 per una
tournée in
Spagna, mentre il fratello Tristano ebbe la buona ventura di
essere incluso nella compagnia dei comici che il
Duca di Mantova inviò nel
1600 alla corte di
Francia per allietare le nozze di
Enrico IV di Francia e
Maria de' Medici.

Antoine Watteau -Commedianti
Italiani (al centro l'Arlecchino Tommaso Visentini)
La compagnia, che si chiamava dei comici
Accesi, era una compagnia
particolare, perché per l'occasione dei festeggiamenti parigini era
composta dal gotha dei comici italiani: fra questi
Nicolò Barbieri in arte
Beltrame, Piermaria Cecchini
in arte Frittellino e altri
comici famosi.
Tristano Martinelli che non aveva la notorietà degli altri non tardò
ad imporsi con lazzi particolarmente apprezzati dalla reale coppia e
dai cortigiani.
Spesso Arlecchino usciva di scena e dialogava col pubblico,
accettava suggerimenti e la cosa spiacque non poco agli altri attori
della compagnia degli Accesi. Il Cecchini decise quindi ad un certo
punto di sciogliere la compagnia, ma il Duca di Mantova per tutta
risposta nominò Arlecchino nuovo capocomico.
La forte presenza scenica di Martinelli, Arlecchino come continuerà
a firmarsi fino alla morte, fu sempre un ostacolo alla buona pace
delle compagnie comiche.
Altri arlecchini divennero molto famosi nel corso dei secoli, attori
come
Dominique Biancolelli e Tommaso
Visentini ebbero gran fama ma uno dei più importanti
arlecchini della storia del teatro fu senz'altro
Antonio Sacco o Sacchi.
In realtà il nome in arte di Sacco era
Truffaldino ma è evidente che
questa non è che una sottigliezza per evitare di essere confuso con
un Arlecchino suo contemporaneo.
Antonio Sacco è stato l'ultimo grande Arlecchino della Commedia
dell'Arte, colui che ha incontrato sulla sua strada
Carlo Goldoni che ha scritto tanti capolavori per il suo
personaggio.
La riforma goldoniana, però, prevedeva il lento declino delle
maschere in scena fino alla loro pressoché totale scomparsa, ma
Antonio Sacco trovò allora in Carlo
Gozzi un estimatore dell'antica Commedia dell'Arte e
Arlecchino continuò ad andare in scena almeno fino agli ultimi
decenni del XVIII secolo.
I nuovi Arlecchini
Con l'inizio del
XX secolo rinasce una certa curiosità per questa arte teatrale
che ormai era definitivamente scomparsa, molti critici si occuparono
della Commedia dell'Arte da Konstantin
Miclaševskij ad Allardyce Nicoll
da Silvio d'Amico a
Benedetto Croce.
Anche alcuni registi teatrali tentarono l'impresa di rimettere in
scena il teatro delle maschere, ma il vero problema era trovare
degli attori veramente capaci di esprimere le passioni col corpo
perché nascosti dalla fissità della maschera.
Fra i registi che riuscirono nell'intento citiamo i due più famosi:
Max Reinhardt e
Giorgio Strehler, ambedue scelsero la stessa opera cioè
Il servitore di due padroni
di Goldoni per rimettere in scena Arlecchino (Strehler cambiò il
nome della commedia in Arlecchino servitore di due padroni).
Questa commedia goldoniana era stata scritta per evidenziare la
presenza scenica di Antonio Sacco che è il vero e proprio mattatore
di tutta la vicenda, una commedia costruita ad hoc per un grande
Arlecchino.
Nonostante le difficoltà nel reperire attori all'altezza del ruolo,
Reinhardt trovò in Hermann Thimig
un grande Arlecchino e Strehler in
Marcello Moretti e poi Ferruccio
Soleri, due attori che hanno replicato per anni questa
messinscena passandosi il testimone di Arlecchino come facevano
anticamente i comici del ‘600.
I lazzi di Arlecchino

Arlecchino secondo
Paul Cezanne
Se gli altri attori erano legati comunque ad un
copione da rispettare, almeno nelle sue parti fondamentali, i servi
(ovvero gli zanni), avevano generalmente via libera
nell'interpretazione dei loro personaggi.
La presenza scenica, i costumi che li caratterizzavano e davano una
precisa riconoscibilità all'attore mascherato, obbligavano lo zanni
ad usare più il corpo che non la semplice recitazione, come avveniva
invece per gli innamorati o il capitano (altri due ruoli obbligatori
nelle compagnie della commedia dell'arte).
Vi erano comunque anche delle parti recitate e delle battute comiche
improvvisate nel repertorio classico degli zanni che sono giunte
fino ai tempi nostri.
Padre Adriani, un ecclesiastico
amante della commedia, isolò, in un suo libro del ‘600, tutta una
serie di battute comiche riferite allo zanni napoletano per
eccellenza cioè:
Pulcinella.
Pulcinella rappresentava nelle compagnie comiche dell'Italia
centromeridionale l'alter ego del bergamasco Arlecchino cioè il
personaggio del servo sciocco, colui che nel linguaggio della
commedia dell'arte veniva definito col nome di secondo zanni, in
opposizione al primo zanni che era invece il servo arguto, in
Goldoni rappresentato da
Brighella.
Il lazzo cioè la battuta comica,
lascia spazio ad una libera interpretazione, sia recitativa che
corporea, agli zanni. Le varie testimonianze delle commedie
dell'arte messe in scena durante tre secoli, cioè i
canovacci raccolti spesso da chi
assisteva alle commedie (fra le carte di
Galileo, ad esempio, sono stato trovati due resoconti di
commedie dell'arte alle quali l'astronomo aveva assistito), ma anche
di chi le produceva e metteva in scena, sono testimoni di queste
parti libere.
La raccolta più nota, sia per la qualità
dell'opera che per la fama, quasi leggendaria che avvolge la figura
dell'attore-autore-capocomico Flaminio
Scala in arte
Flavio, è Il Teatro delle Favole
Rappresentative che comprende ben 50 canovacci di commedie
dell'arte da lui scritte.
Oggi, data la scarsità dei documenti coevi a queste
rappresentazioni, dei lazzi rimangono soltanto delle note lasciate
alla libera interpretazione degli attori. Ciò che sappiamo è che la
parola lazzo deriva probabilmente dall'italiano laccio, ma ci sono
due diverse interpretazioni cioè: il lazzo è una battuta che
conclude un'azione particolarmente comica quindi nell'accezione di
laccio, inciampo, lacciuolo o trappola creata dal comico per
chiamare l'applauso.
L'altra interpretazione vuole che il lazzo non sia che una battuta,
o un siparietto comico, che interrompe una scena per farne partire
una nuova come un'allacciatura tra due parti della commedia.
Qualunque fosse la loro origine nello sviluppo
dei canovacci rimane soltanto un accenno di ciò che realmente si
svolgeva sul palcoscenico. Ad esempio la definizione del “lazzo
della mosca” e tutti gli altri tipi di lazzo non sono meglio
specificate in senso drammaturgico ma probabilmente ciascun attore
aveva un repertorio personale per ciascun lazzo.
Ad esempio proprio il lazzo della mosca è stato interpretato in due
modi nettamente differenti, anche se in periodi lontani tra loro;
nel primo, il più antico, Padre Adriani riporta una battuta di
Pulcinella:
Pantalone dice al suo servo Pulcinella di stare attento che
nella casa dove c'è la moglie, come sempre giovane e bella, non
entri nemmeno una mosca; al suo ritorno trova invece la casa piena
di corteggiatori, chiedendo spiegazioni a Pulcinella questo risponde
candidamente che non è entrata nessuna mosca bensì uomini.
L'altro lazzo della mosca viene recitato dall'Arlecchino
strehleriano Ferruccio Soleri, in questo caso il lazzo è soltanto
corporeo, cioè l'inseguimento dello zanni perennemente affamato di
una mosca: quando questi la cattura inizia tutta una serie di gags
con le quali Arlecchino rivolgendosi al pubblico esprime la sua
felicità a gesti e grida di gioia e durante il quale gioca con la
mosca stessa prima di mangiarsela.
Donne e secondi Zanni

Anonimo fiammingo del sec.
XVIII, La famiglia di Arlecchino
L'introduzione delle donne in scena fu una delle
novità più importanti, e per l'epoca scandalose, della commedia
dell'arte professionistica.
Nelle feste per il matrimonio di
Ferdinando I de' Medici e
Cristina di Lorena, svoltasi a
Firenze nel
1589, fu invitata a dare una rappresentazione la compagnia
comica più famosa in Italia di quel periodo: la compagnia dei comici
Gelosi.
Questa compagnia era guidata da
Francesco Andreini in arte
Capitan Spaventa, ma la vera “star” dei Gelosi era sua moglie
Isabella Andreini, che recitava con il proprio nome di
battesimo, nel ruolo dell'Innamorata.
Isabella pare fosse un'attrice di rara bellezza e non esitò nel
concedersi alla vista dei cortigiani della festa in abiti succinti
nella commedia, messa in scena per l'occasione, intitolata
La pazzia d'Isabella.
Fu proprio nella scena di Isabella resa pazza
dall'amore che l'Andreini, per motivi scenici, si stracciò le vesti
mostrando agli astanti ciò che fino a quel momento era impensabile
si potesse mostrare in una rappresentazione teatrale.
Fra gli altri comici Gelosi spiccano i nomi di Flaminio Scala in
arte Flavio, colui che scrisse i 50 canovacci di cui abbiamo già
accennato, sempre nel ruolo dell'Innamorato, e quello di
Giovanni Gabrielli in arte
Scapino (o Scappino) nel ruolo
del primo zanni.
Da questa testimonianza deduciamo che già alla fine del ‘500
l'antico Zanni, il protagonista delle incisioni della raccolta
Fossard e degli affreschi di Trausnitz, si era sdoppiato nei due
ruoli di servo arguto e servo sciocco (primo e secondo zanni).
In fondo il suo personaggio veniva da lontano se si pensa alla
filiazione coi più famosi buffoni di corte a Venezia dalla fine del
‘400 agli inizi del secolo successivo:
Zuan Polo e Zuan Cimador
(la bravura dei quali è citata anche da
Pietro Aretino, nelle Sei Giornate,
che riporta una sequenza comica, a due personaggi ma recitata dal
solo Zuan Polo, in un teatro veneziano agli inizi del XVI secolo).
Tratto da Wikipedia |