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Francesco Caracciolo. |
| a cura di Ciro Cozzolino |
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Il grande ammiraglio napoletano, amato ed ammirato dai partenopei per la sua onestà e fedeltà ai principi che furono suoi da giovane. Dopo l’arruolamento in marina su una nave della marina reale britannica si fece notare per il valore durante la guerra d'Indipendenza delle colonie nordamericane. Reduce a Napoli nel 1781, fu tenente di vascello nel 1782, e capitano di fregata nell'anno dopo, e lo vediamo successivamente sulle fregate Minerva, Pallade e Sirena. Nel 1784 al comando dello Sciabecco "San Gennaro il Vigilante" combatté valorosamente i pirati di Algeri e di Tunisi, che rendevano poco sicure la navigazione nel Mediterraneo e le città costiere dell'Italia meridionale ed insulare. Il "San Gennaro" fu comandato valorosamente. Nel 1793 comandò i quattro vascelli napoletani che, agli ordini dell'ammiraglio Hood, combattevano contro i Francesi, partecipando alla presa di Tolone e allo sbarco in Corsica e nel 1795 combatté di nuovo contro i francesi a Capo Noli. Il comandante riuscii a dimostrare coraggio, bravura e conoscenza del mare superiore a comandanti esperti e con armi marittimi di costruzione moderna e più adatti alla guerra. L’ascesa.
La cronaca di allora parlava di Caracciolo come la persona in grado di formare la marina Napoletana forte e potente come meritava uno Stato esteso, geograficamente mezza Italia, con mire di rappresentanza internazionale ed una maggiore autonomia dalla Spagna per desiderio della regina. La stessa cronaca, però, si lamentava dell’impedimento ricevuto anche per interesse della Corona inglese. Il potenziamento della marina avvenne parzialmente ed insieme al giovane nobile inglese Acton al servizio del sovrano Ferdinando IV di Borbone, e portò Caracciolo al comando della flotta, dopo un periodo di pratica sul vascello inglese "Malborough". I rapporti tra le due marine
erano spesso contrastanti per un giudizio di pressappochismo e
pavidità che gli inglesi avevano di una corte inetta ed incapace
portando questo anche sui marinai e gli ufficiali della flotta; fu
così che Caracciolo dovette cominciare a maturare il suo distacco
dagli Inglesi. La fuga da
Napoli della famiglia reale obbligava ad una più stretta dipendenza
dagli Inglesi che a loro volta dimostrarono che il potere
difficilmente e’ accompagnato dai buoni principi e che più spesso
non e’ accompagnato dai migliori mezzi. Il ritorno a Napoli e la partecipazione alla Repubblica del 1799. Dopo poche settimane dalla proclamazione della Repubblica, fondata sui principi di libertà e democrazie sconosciuti al Re Borbone, Caracciolo fu accolto con onori. Egli accetta dopo qualche incertezza e si pone a capo della marina repubblicana con la volontà di riscattare il Regno dalla pessima e cieca amministrazione borbonica. Subito diede inizio all’organizzazione ed il 5 aprile con un proclama mostrò ai cittadini i veri nemici della loro patria. La marina ridotta a poche navi dopo l’ordine del re. Prima di partire per la Sicilia, fece bruciare le navi dell'arsenale e del porto, perché non andassero in mano ai Francesi. Il numero che sono riuscito e ricostruire e’ di due vascelli, tre fregate e centoventi barche cannoniere. Le cronache raccontano di “una città mesta e costernata di quel tristo spettacolo”.
La battaglia. Le poche e
vecchie quanto inservibili barche salvate dall’incendio per
Caracciolo, dopo il rimessaggio e la loro trasformazione in navi da
guerra, con pochi nuovi armi, divennero la flotta che difese la
città della Repubblica con alto onore. Gli inglesi e i siciliani si
impadronirono d'Ischia e di Procida così bloccando il porto per poi
tentare di sbarcare sulle coste. L’Ammiraglio napoletano navigò
verso loro provando a cacciarli per riprendere le isole il 17
maggio. Lo scrive Pietro Colletta: « Sciolsero dal Porto dì Napoli,
i Repubblicani lieti all'impresa benché tre contro dieci, e
valorosamente combattendo un giorno intero, arrecarono molte morti e
molti danni, molti danni e morti patirono; e più facevano, e stavano
in punto di porre il piede nella terra di Procida, quando il vento
che aveva soffiato contrario tutto il dì, infuriò nella sera, e
costrinse le piccole navi della Repubblica a tornare in porto: non
vincitrici, non vinte, riportanti lodi dell'audacia e dell'arte. »
La fuga e il tradimento.
Il processo e l’esecuzione della condanna. Caracciolo, condotto dinanzi ad un tribunale per un farsesco processo, fu condannato a morte contro i patti della capitolazione che prevedevano la fucilazione. Difatti, la sentenza decise con soverchieria per la corda al collo. L’impiccagione avvenne a un albero della fregata Minerva, adesso di Thurn, nel golfo di Napoli ed il corpo gettato in mare per volere di Maria Carolina. Il comandante Nelson organizzò sul proprio vascello una corte marziale di ufficiali napoletani con a capo l’ammiraglio Thurn perché primo in grado: la corte udite le accuse e la difesa dell’accusato e i testimoni a sua difesa schiavi condannò l'infelice Caracciolo a perpetua prigionia; ma Nelson, saputo questo da Thurn impose ad una giuria complice del potere vendicativo e dimentica degli onori ricevuti appartenendo alla flotta guidata dall’ammiraglio napoletano la sentenza di morte. Si era scritto in quei giorni: E morte fu scritto dove leggevasi prigionia. Si sciolse l’infame concilio alle due ore dopo mezzodí; e nel punto stesso Francesco Caracciolo, patrizio, napoletano, ammiraglio di armata, dotto in arte, felice in guerra, chiaro per acquistate glorie, meritevole per servigi di sette lustri alla patria ed al re, cittadino egregio e modesto, tradito dal servo nelle domestiche pareti, tradito dal compagno d'armi lord Nelson, tradito dagli ufiziali suoi giudici, che tante volte aveva in guerra onorati, cinto di catene, menato sulla fregata napoletana La Minerva (rinomata ancor essa tra i navílii per le felici battaglie di lui). Si narra da parte di Cuoco, che passeggiando sulla e discutendo su un armo inglese in costruzione si rivolse ad un commosso marinaio napoletano che nel preparargli il capestro non riesce a trattenere il pianto dicendogli “Sbrigati: è ben grazioso che, mentre io debbo morire, tu debbi piangere”. Con poche parole in punto di morire, dimostra ancora la sua superiorità davanti alla mediocrità di Nelson e della dirigenza borbonica. I racconti sugli esecutori. Ancora dai
racconti dell’epoca si parla di una rivalsa del destino. Il corpo
pieno dell’acqua del mare poi riemerse vicino alla chiglia del La reazione che ebbe il re fu
di esclamazione e orrore. Egli disse: “ Caracciolo !” E, volgendosi
inorridito, chiese in confuso: “ Ma che vuol quel morto? " Al che,
nell'universale sbalordimento e silenzio de' circostanti il
cappellano, pietosamente, replicò: ' Direi che viene a domandare
cristiana sepoltura." «Se l'abbia," rispose il re, e andò solo e
pensieroso alla sua stanza.»
Tra questi non possiamo non ricordare l'ammiraglio Francesco Caracciolo. Dal racconto su Caracciolo vengono fuori le sue grandissime qualità umane ed il valore dei principi che lo spingevano nel suo agire di marinaio e di cittadino. Poi, vengono fuori la mancanza di queste stesse doti tra i suoi nemici. Essi furono anche i nemici del progresso, di Napoli e del regno di cui era capitale. Il cardinale Ruffo dipingeva i giacobini per atei nemici dalla religione e della famiglia, quando aveva guidato schiere di criminali e mercenari quelli sì senza Dio. La Rivoluzione Francese che stava nelle mani di abili pensatori della politica che per calcolo abbandonavano Napoli lasciando la città nelle mani della restaurazione borbonica. I Sanfedisti ai quali per l'occasione si affiancarono anche i "Lazzaroni", compirono barbariche stragi con il beneplacito del re. La Corte, invalidava una regolare capitolazione che Ruffo aveva concesso ai repubblicani con l'intento di salvare loro la vita e con farseschi processi, condussero al patibolo, menti straordinarie che avevano portato avanzamenti nella scienza, nella giurisprudenza, nella filosofia. Tutti seppero morire con fierezza, fermezza e dignità. Napoli era stata con Parigi l’unica città con le vere menti dell’Illuminismo; chi morì e chi fuggì lasciando Napoli nelle mani di una dinastia pessima e senza il senso dello Stato e del Governo. Nelson ordinando l'impiccagione del Caracciolo nel contravvenire a dei patti debitamente firmati, dimostrò di non possedere neanche quel sentimento di fratellanza che normalmente accomuna gli uomini di mare. Fu spietato e feroce in un modo che mal si addiceva al marinaio, ma anche ad un ammiraglio di una grande potenza. Spergiuro e sanguinario, non si contentò di eliminare l'avversario, lo volle anche umiliare, negandogli il diritto di morire fucilato, come si addice ad un vero soldato, facendolo impiccare all'albero della nave britannica "Minerva"; così come su quella flotta si usava fare per i pirati e i ribelli. Il Re e la Regina, famosi per la diffidenza che li separava e per le reciproche bassezze che si scambiavano questa volta furono d’accordo nel reprimere con il terrore ed il sangue la rivolta, senza porsi interrogativi sui motivi di essa e neanche sulle conseguenze di tanta cattiveria verso il popolo e gli intellettuali. Un sito che leggo attentamente per lo spirito con cui ricorda la Repubblica Napoletana: http://www.repubblicanapoletana.it/v_caracciolo.htm ed ancora potete trovare notizie su wikipedia e con una pagina contenente l’elenco degli uomini e delle donne giustiziate dai Borboni e dalla Chiesa dello Stato Pontificio con la complicità della Corona Reale Britannica. |
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