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Francesco Caracciolo.

a cura di Ciro Cozzolino
 
 

Egli nacque a Napoli il 18 gennaio del 1752 e qui trovò la sua morte per la condanna voluta dal Re Ferdinando ed eseguita dagli Inglesi il 29 giugno del 1799.
Nel passato si incontrano molti personaggi che sono la Storia con eroismo. Molto più raramente si incontrano uomini di indole nobile con un’idealità superiore. Per Caracciolo, di famiglia illustre di cui teneva alto il nome per animo, per le opere di beneficenza e per le virtù di cittadino che amava la patria. Fu Ammiraglio valoroso, i marinai napoletani lo seguivano sempre con grande fiducia e amore per le doti eccelse di marinaio e di uomo.
Occorre ammettere, dolorosamente per chi scrive, che proprio le sue doti furono tra le cause di una morte che lo raggiunse per il livore di uomini iniqui, vendicativi e inadeguati a gestire il corso della Storia.


La fama per le doti di marinaio e militare.

Il grande ammiraglio napoletano, amato ed ammirato dai partenopei per la sua onestà e fedeltà ai principi che furono suoi da giovane. Dopo l’arruolamento in marina su una nave della marina reale britannica si fece notare per il valore durante la guerra d'Indipendenza delle colonie nordamericane.

Reduce a Napoli nel 1781, fu tenente di vascello nel 1782, e capitano di fregata nell'anno dopo, e lo vediamo successivamente sulle fregate Minerva, Pallade e Sirena. Nel 1784 al comando dello Sciabecco "San Gennaro il Vigilante" combatté valorosamente i pirati di Algeri e di Tunisi, che rendevano poco sicure la navigazione nel Mediterraneo e le città costiere dell'Italia meridionale ed insulare. Il "San Gennaro" fu comandato valorosamente.

Nel 1793 comandò i quattro vascelli napoletani che, agli ordini dell'ammiraglio Hood, combattevano contro i Francesi, partecipando alla presa di Tolone e allo sbarco in Corsica e nel 1795 combatté di nuovo contro i francesi a Capo Noli. Il comandante riuscii a dimostrare coraggio, bravura e conoscenza del mare superiore a comandanti esperti e con armi marittimi di costruzione moderna e più adatti alla guerra.

L’ascesa.

Da Ammiraglio, al comando della flottiglia di scorta accompagnò la famiglia reale borbonica in Sicilia ("l' Archimede" ed "il Sannita"), mal tollerando la scelta dei reali del vascello "La Vanguard "di Nelson per la traversata.  Il riscatto avvenne per il giovane Caracciolo quando ha occasione di mostrare la propria padronanza del mare durante il viaggio superando indenne con il Sannita una tempesta che invece provoca molti danni alla nave di Nelson. Ferdinando riconosce ed elogia la bravura di Caracciolo, suscitando così l’invidia e la gelosia dell’ammiraglio inglese. Chi sa Re Bomba quali espressioni e quali modi aveva usato per fare questo visto che spesso aveva maniera rozze, comunque inappropriate ad un Re e che lasciano meravigliati vista la discendenza (N.d.A.).

La cronaca di allora parlava di Caracciolo come la persona in grado di formare la marina Napoletana forte e potente come meritava uno Stato esteso, geograficamente mezza Italia, con mire di rappresentanza internazionale ed una maggiore autonomia dalla Spagna per desiderio della regina. La stessa cronaca, però, si lamentava dell’impedimento ricevuto anche per interesse della Corona inglese. Il potenziamento della marina avvenne parzialmente ed insieme al giovane nobile inglese Acton al servizio del sovrano Ferdinando IV di Borbone, e portò Caracciolo al comando della flotta, dopo un periodo di pratica sul vascello inglese "Malborough".

I rapporti tra le due  marine erano spesso contrastanti per un giudizio di pressappochismo e pavidità che gli inglesi avevano di una corte inetta ed incapace portando questo anche sui marinai e gli ufficiali della flotta; fu così che Caracciolo dovette cominciare a maturare il suo distacco dagli Inglesi.

I primi screzi con l’ammiragliato inglese.

La fuga da Napoli della famiglia reale obbligava ad una più stretta dipendenza dagli Inglesi che a loro volta dimostrarono che il potere difficilmente e’ accompagnato dai buoni principi e che più spesso non e’ accompagnato dai migliori mezzi.
Il destino di Caracciolo iniziava  a compiersi quando ottenuto dal re il permesso di recarsi a Napoli per curare il suo patrimonio vi giunse il 21 gennaio 1799.
Al rancore di Nelson si unirono anche le malevolenze e gli insulti di Acton, che impose a Caracciolo di disarmare il Sannila a Messina.  

Il ritorno a Napoli e la partecipazione alla Repubblica del 1799.

Dopo poche settimane dalla proclamazione della Repubblica, fondata sui principi di libertà e democrazie sconosciuti al Re Borbone, Caracciolo fu accolto con onori. Egli accetta dopo qualche incertezza e si pone a capo della marina repubblicana con la volontà di riscattare il Regno dalla pessima e cieca amministrazione borbonica.

Subito diede inizio all’organizzazione ed il 5 aprile con un proclama mostrò ai cittadini i veri nemici della loro patria. La marina ridotta a poche navi dopo l’ordine del re. Prima di partire per la Sicilia, fece bruciare le navi dell'arsenale e del porto, perché non andassero in mano ai Francesi. Il numero che sono riuscito e ricostruire e’ di due vascelli, tre fregate e centoventi barche cannoniere. Le cronache raccontano di “una città mesta e costernata di quel tristo spettacolo”.

 

La battaglia.

Le poche e vecchie quanto inservibili barche salvate dall’incendio per Caracciolo, dopo il rimessaggio e la loro trasformazione in navi da guerra, con pochi nuovi armi, divennero la flotta che difese la città della Repubblica con alto onore. Gli inglesi e i siciliani si impadronirono d'Ischia e di Procida così bloccando il porto per poi tentare di sbarcare sulle coste. L’Ammiraglio napoletano navigò verso loro provando a cacciarli per riprendere le isole il 17 maggio. Lo scrive Pietro Colletta: « Sciolsero dal Porto dì Napoli, i Repubblicani lieti all'impresa benché tre contro dieci, e valorosamente combattendo un giorno intero, arrecarono molte morti e molti danni, molti danni e morti patirono; e più facevano, e stavano in punto di porre il piede nella terra di Procida, quando il vento che aveva soffiato contrario tutto il dì, infuriò nella sera, e costrinse le piccole navi della Repubblica a tornare in porto: non vincitrici, non vinte, riportanti lodi dell'audacia e dell'arte. »

Caracciolo, valoroso ed intelligente uomo d’armi seguendo l’esperienza della guerra, con abilità tenne i numerosi Inglesi lontani dalla costa, sostenne il forte di Vigliena il 13 giugno, diede spinta al generale Schipani, difese Napoli. Quando Ruffo con i lazzari, bande composte da ladri ed assassini equivalenti per pericolosità ed empietà agli attuali cammoristi, aveva assediato la città, quei pochi barconi molto vicino alla riva, consentivano di bersagliare il nemico di fianco, mentre i Repubblicani usciti da Napoli difendevano la città assalendoli di faccia dal ponte della Maddalena.

 

 La fuga e il tradimento.

La resa dei repubblicani lo costringe a rifugiarsi in un nascondiglio a Calvizzano. Ma scoperto dagli uomini di Scipione La Marra che seguirono un suo servitore, o da cui presero l’informazione e questo gli fu fatale. La Marra, sottoposto della regina Carolina e nella schiera del Cardinale Ruffo, forse da lei opportunamente istruito, consegna il prigioniero a Nelson anziché alle guardie borboniche.

 Il processo e l’esecuzione della condanna.

Caracciolo, condotto dinanzi ad un tribunale per un farsesco processo, fu condannato a morte contro i patti della capitolazione che prevedevano la fucilazione. Difatti, la sentenza decise con soverchieria per la corda al collo. L’impiccagione avvenne a un albero della fregata Minerva, adesso di Thurn, nel golfo di Napoli ed il corpo gettato in mare per volere di Maria Carolina.

Il comandante Nelson organizzò sul proprio vascello una corte marziale di ufficiali napoletani con a capo l’ammiraglio Thurn perché primo in grado: la corte udite le accuse e la difesa dell’accusato e i testimoni a sua difesa schiavi condannò l'infelice Caracciolo a perpetua prigionia; ma Nelson, saputo questo da Thurn impose ad una giuria complice del potere vendicativo e dimentica degli onori ricevuti appartenendo alla flotta guidata dall’ammiraglio napoletano la sentenza di morte. Si era scritto in quei giorni: E morte fu scritto dove leggevasi prigionia. Si sciolse l’infame concilio alle due ore dopo mezzodí; e nel punto stesso Francesco Caracciolo, patrizio, napoletano, ammiraglio di armata, dotto in arte, felice in guerra, chiaro per acquistate glorie, meritevole per servigi di sette lustri alla patria ed al re, cittadino egregio e modesto, tradito dal servo nelle domestiche pareti, tradito dal compagno d'armi lord Nelson, tradito dagli ufiziali suoi giudici, che tante volte aveva in guerra onorati, cinto di catene, menato sulla fregata napoletana La Minerva (rinomata ancor essa tra i navílii per le felici battaglie di lui).

Si narra da parte di Cuoco, che passeggiando sulla e discutendo su un armo inglese in costruzione si rivolse ad un commosso marinaio napoletano che nel preparargli il capestro non riesce a trattenere il pianto dicendogli “Sbrigati: è ben grazioso che, mentre io debbo morire, tu debbi piangere”. Con poche parole in punto di morire, dimostra ancora la sua superiorità davanti alla mediocrità di Nelson e della dirigenza borbonica.

 

I racconti sugli esecutori.

Ancora dai racconti dell’epoca si parla di una rivalsa del destino. Il corpo pieno dell’acqua del mare poi riemerse vicino alla chiglia del Foudroyant, nave ammiraglia di Nelson, dinanzi agli occhi del Re, di Emma Hamilton, amante di Nelson, l'ambasciatore inglese William Hamilton marito e spettatore dei tradimenti della bella Lady, coinvolta anche in attività spionistica ed usava in questo proprio il suo fascino e la sua bellezza.

La reazione che ebbe il re fu di esclamazione e orrore. Egli disse: “ Caracciolo !”  E, volgendosi inorridito, chiese in confuso: “ Ma che vuol quel morto? " Al che, nell'universale sbalordimento e silenzio de' circostanti il cappellano, pietosamente, replicò: ' Direi che viene a domandare cristiana sepoltura." «Se l'abbia," rispose il re, e andò solo e pensieroso alla sua stanza.»

Sicuramente avvenne che dopo alcuni giorni il cadavere di Caracciolo ritorna in superficie e raccolto da alcuni pietosi pescatori del borgo di Santa Lucia è deposto nella Chiesa della Madonna della Catena.

Ai muri della casa natia a Mergellina, un’iscrizione posta da Mariano D'Ayala: Qui nacque Francesco Caracciolo ammiraglio strangolato nel 1799. Si diè al mare fin da fanciullo, e a 21 anno ebbe il primo comando; né i contrasti dei prepotenti insorti più volte ad attraversarlo poterono impedirgli di correre onestamente per la sua via.
Resta amato dai napoletani e dai marinai. Spesso i filoborbonici dei tempi nostri cercano di macchiarne la sua grandezza ma gli e’ impossibile soprattutto perché significherebbe difendere Re Ferdinando IV un vero danno per Napoli e il Meridione.
Oggi la città partenopea gli riconosce i meriti e gli alti ideali che animarono la sua fedeltà ad un regime rappresentativo e democratico. Essa ha voluto dedicargli una delle sue strade più prestigiose che corre lungo il mare che lo vide protagonista e allievo di vita. Il mare sua casa e primo ricovero del suo corpo martoriato e finito dalla cattiveria e dall’ignavia di chi non seppe riconoscere l’altezza della giustizia.

Tra questi non possiamo non ricordare l'ammiraglio Francesco Caracciolo.

 Dal racconto su Caracciolo vengono fuori le sue grandissime qualità umane ed il valore dei principi che lo spingevano nel suo agire di marinaio e di cittadino. Poi, vengono fuori la mancanza di queste stesse doti tra i suoi nemici. Essi furono anche i nemici del progresso, di Napoli e del regno di cui era capitale.

Il cardinale Ruffo dipingeva i giacobini per atei nemici dalla religione e della famiglia, quando aveva guidato schiere di criminali e mercenari quelli sì senza Dio. La Rivoluzione Francese che stava nelle mani di abili pensatori della politica che per calcolo abbandonavano Napoli lasciando la città nelle mani della restaurazione borbonica. I Sanfedisti ai quali per l'occasione si affiancarono anche i "Lazzaroni", compirono barbariche stragi con il beneplacito del re. La Corte, invalidava una regolare capitolazione che Ruffo aveva concesso ai repubblicani con l'intento di salvare loro la vita e con farseschi processi, condussero al patibolo, menti straordinarie che avevano portato avanzamenti nella scienza, nella giurisprudenza, nella filosofia. Tutti seppero morire con fierezza, fermezza e dignità. Napoli era stata con Parigi l’unica città con le vere menti dell’Illuminismo; chi morì e chi fuggì lasciando Napoli nelle mani di una dinastia pessima e senza il senso dello Stato e del Governo.

Nelson ordinando l'impiccagione del Caracciolo nel contravvenire a dei patti debitamente firmati, dimostrò di non possedere neanche quel sentimento di fratellanza che normalmente accomuna gli uomini di mare. Fu spietato e feroce in un modo che mal si addiceva al marinaio, ma anche ad un ammiraglio di una grande potenza. Spergiuro e sanguinario, non si contentò di eliminare l'avversario, lo volle anche umiliare, negandogli il diritto di morire fucilato, come si addice ad un vero soldato, facendolo impiccare all'albero della nave britannica "Minerva"; così come su quella flotta si usava fare per i pirati e i ribelli.

Il Re e la Regina, famosi per la diffidenza che li separava e per le reciproche bassezze che si scambiavano questa volta furono d’accordo nel reprimere con il terrore ed il sangue la rivolta, senza porsi interrogativi sui motivi di essa e neanche sulle conseguenze di tanta cattiveria verso il popolo e gli intellettuali.

Un sito che leggo attentamente per lo spirito con cui ricorda la Repubblica Napoletana:

http://www.repubblicanapoletana.it/v_caracciolo.htm

 ed ancora potete trovare notizie su wikipedia e con una pagina contenente l’elenco degli uomini e delle donne giustiziate dai Borboni e dalla Chiesa dello Stato Pontificio con la complicità della Corona Reale Britannica.

 
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