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Sette vizi capitali
A cura di Angela Magnoni
 

 
Presentazioni in power point
Mons. Rino Fisichella superbia un super io contro Dio
Mons. Andrea Lonardo - Gola, Il cibo? è condivisione.
Mons. Vincenzo Paglia - Invidia, la passione triste del XXI secolo
Mons. Pierangelo Sequeri - L'accidia, il demone della notte
Mons. Gianfranco Ravasi - Lussuria, l'eros senza pienezza
Adolfo Tanquerey - Ira - passione e ira - sentimento
Adolfo Tanquerey - Avarizia, l'amor disordinato dei beni della Terra
 
"HERONIMUS BOSCH - THE SEVEN DEADLY SINS (I 7 VIZI CAPITALI)"

 

La superbia

 

Dei vizi che ci tentano, e con battaglia invisibile militano contro di noi al servizio della superbia che li domina, alcuni precedono come capi, altri seguono come esercito. Non tutti i vizi infatti occupano il cuore allo stesso modo. Ma mentre quelli maggiori, che sono pochi, sorprendono l’anima negligente, quelli minori e più numerosi l’affollano in massa. La stessa regina dei vizi, la superbia, quando prende pieno possesso del cuore sconfitto, lo consegna subito ai sette vizi capitali, come a certi suoi capi, perché lo devastino. Cioè, l’esercito segue questi capi, poiché è chiaro che da essi sorge la moltitudine fastidiosa dei vizi. Questo risulterà più chiaro citando ed elencando, per quanto è possibile, i capi e l’esercito distintamente. Radice di ogni male è la superbia, di cui la Scrittura attesta: “Principio di ogni peccato è la superbia” (Sir 10, 15). I suoi primi germogli, appunto i sette vizi capitali, provengono da questa velenosa radice, cioè: la vanagloria, l’invidia, l’ira, la tristezza, l’avarizia, la gola, la lussuria. Ecco perché il nostro Redentore, preso da compassione nel vederci schiavi di queste sette vizi della superbia, pieno della grazia settiforme dello Spirito, venne ad ingaggiare la battaglia spirituale della nostra liberazione.

 

San Gregorio Magno

Il superbo

 

Quando l’orgoglio si impadronisce dell’anima, non è strano che, legati l’uno all’altro, gli vengano dietro tutti gli altri vizi: avarizia, intemperanza, invidia, ingiustizia… Il superbo tenta inutilmente di sbalzare dal suo trono Dio, misericordioso con tutti, e installarsi al suo posto, portando con sé tutta la sua crudeltà. Dobbiamo chiedere al Signore che non ci lasci cadere in questa tentazione. La superbia è il peggiore e il più ridicolo dei peccati. Se riesce a irretire qualcuno con le sue multiformi allucinazioni, la persona soggiogata si riveste di apparenze, si riempie di vuoto, si gonfia come la rana della favola, piena di presunzione, fino a scoppiare. Anche umanamente la superbia è sgradevole: chi si considera superiore a tutti e a tutto, non fa che contemplare se stesso e disprezzare gli altri, che lo ricambiano burlandosi della sua vanità.

 

San Josemaría Escrivá, Amici di Dio

Superbia vitae

 

Non so se avrò la forza di spedirti questa lettera Ismaele perché non è che ci siamo lasciati proprio bene bene. E confesso - lo faccio tutte le volte - il rancore non s’è mai quietato e ogni tanto, come tentazione morde. Perché un po’ di quella malattia che t’ha rovinato ce l’ho pure io, ed è solo per grazia che in me è sotto controllo, sempre pronta ad esplodere sì, ma tenuta alla catena se prendo i farmaci giusti.

Che nella circostanza sono grandi dosi di umiltà. L’orgoglio t’ha corroso e mi prende spesso - anche a me - alla gola per salire su e impiantare nella mente, che pensa ad altro, che guarda come sono bravo e come sono migliore e come sono sottovalutato e come dovrei avere più successo, rilievo, fama, soldi e poi arriva la preghiera a Maria a scacciarla e solo sotto il Suo mantello trovo rifugio, come un bambino nell’abbraccio della mamma da un cane che ringhia e mostra i denti.

Che questo è forse il peccato peggiore, e non a caso è uno dei tre che stanno alla radice di tutti, quella superbia vitae che è stato probabilmente il rifiuto di Lucifero. Ci dorme dentro, sorniona, pronta ad intrufolarsi ad ogni minimo spiraglio che le offriamo o a tentarci con frasi delicate e morbide, mai rudi, mai ingiuste, anzi rivestite di quella giustizia che ci assilla, quasi una urgenza, una scorciatoia. È difficile da domare la presunzione, e mai da soli ci si riesce perché s’attacca proprio là dove dovresti fare leva per sconfiggerla, nella volontà, e non la dissolve, anzi, semplicemente ne sposta la mira - di poco non di tanto - ma quel che basta per mancare l’approdo e perderti nel mare di fuoco. La sento sempre che mi alita sul collo, anche ora, ed è un formidabile gioco di specchi e di rimandi, di preghiere e di sussurri che l’ottimo Tolkien magistralmente descrisse con la malattia di Theoden provocata da Vermilinguo.

Tu invece, Ismaele, non so come, te ne sei fatto dominare e alla fine non è rimasto che quello: orgoglio, vanità, presunzione chiamalo come vuoi, necessità di performance a manovrare quello che dal di fuori sembrava il tuo corpo ma in realtà non lo era più, tuo intendo, ma di quel demonio che ti strappa Dio dai pensieri per lasciarci solo un io nudo e banalmente fragile.

I segnali di questa lotta si vedevano già, quando mescolavi menzogne alla verità, pur di apparire sempre il migliore,  non però quello che sgomita, ma quello che fingendo di sedersi in fondo viene chiamato ai primi posti. Che così ti piaceva essere: riverito e onorato, che così potevi schernirti e quindi conquistare ancora più onori e stima in un crescendo che ti portava ad essere sempre più alto e ammirato.

Poi l’inganno ha preso il sopravvento e ti ha trascinato in un mondo falso che ingannava te stesso per primo (o forse te solo), e hai cominciato a vivere inseguendo l’ultima bugia, sommando violenza a violenza: che tutto diventa violenza quando si fugge lontano dalla verità. Fu allora che me ne andai, finendo per ritagliarmi addosso il ruolo di Giuda, di quello che scappa, tradisce, abbandona. In realtà eri tu che stavi scappando, che ci avevi già abbandonato da tempo, un po’ come quell’anima che – racconta Dante - sta già all’inferno mentre il corpo su è marionetta. Non così si intende, perché tempo per sgaiattolare via da quella prigione del cuore ne hai ancora e so già che sei su quella strada.

Ma allora era l’insania a guidarti e a vedere le tue gesta da lontano mi faceva male e bene: feriva il peccatore, e lo induceva ad almeno tre dei peccati capitali, e bene al penitente che combattendoli si rafforzava. Non perché io sia migliore di te: solo a pensarlo lo negherei, venendo travolto e deriso dalla vanità stessa che evoco.

Ma per qualche speciale dono del cielo, forse l’aiuto e le preghiere di mia moglie, dei miei figli, dei miei amici. Già perché in questo eravamo diversi: tu avevi ammiratori, ma non amici. Li fuggivi, perché avrebbero visto dietro alla facciata e questo tu non lo volevi.

È stata una lezione salutare, perché la lontananza mi ha costretto a smettere i panni del numero due: comodi se non hai troppi trilli per la testa. E sei un codardo come io in fondo un po’ sono. Così, tolto il coperchio, ho dovuto combattere in prima fila tutte le battaglie, e questo mi ha fatto crescere e lo devo al tuo sacrificio.

Certo non avrei immaginato che questa tua possessione ti conducesse fin dove sei ora, a scontare una condanna per omicidio. C’era bisogno di sangue per svegliarti? Per aiutarti? Non lo so. Non oso nemmeno chiedere, e ho paura di intuire la risposta.

Non so se verrò mai a trovarti, né se avrò la forza di spedirti questa mia, perché non so se ne sono pronto, se riesco a guardarmi dentro con quel coraggio che mi permette di vedere fino in fondo quello che sono, e sono diventato, che ogni volta che provo a farlo è il terrore che mi coglie e tu sei una luce che rivelerebbe anche gli angoli più nascosti.

Non so mai se ti recapiterò questa lettera Ismaele perché, e il nome lo dice, non so neppure se esisti o se sei un prodotto letterario, la somma di immagini crudeli che voglio dimenticare e per questo scrivo e metto agli atti. Che quello che qui è riassunto su carta è un po’ di me e un po’ di tanti, molta immaginazione e tanta coscienza.

Ma sappi che, se ci sei e sei qualcuno in carne ed ossa, adesso finalmente ce la faccio a pregare per te.

 

Paolo Pugni

http://costanzamiriano.com/2013/01/25/superbia-vitae/#comment-4943

Ira divina

 

Pensate che sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione

Luca 12, 51

 

Se la collera rabbiosa è uno dei vizi capitali, lo sdegno nei confronti del male e dell’ingiustizia è, invece, una virtù. È per questo che spesso nella Bibbia si ha un ritratto di Dio segnato dall’ira, espressa con un vocabolo ebraico, ’af, che rimanda alle narici, allo sbuffare di chi è colto da un’emozione incontrollabile. Il Signore s’adira nei confronti del suo popolo che lo tradisce seguendo altri dèi oppure nei confronti delle nazioni straniere quando si rivelano orgogliose e arroganti o ancora riguardo ai superbi, ai prepotenti, ai malvagi. La lista dei passi segnati dall’ira divina è nell’Antico Testamento molto fitta e comprende anche testi nei quali l’uomo reagisce in modo sconcertato, non riuscendo a cogliere il significato profondo di quell’esplosione accecante (si pensi a Giobbe).

La radice ultima di questo che è definito come un antropomorfismo, ossia una rappresentazione umana della divinità è, comunque, da cercare nella concezione biblica del Signore come un Dio morale, che non è indifferente rispetto l’ira divina si rivela paradossalmente come l’altro volto dell’amore che tutela le vittime e i miseri. Lo sdegno divino può essere placato attraverso la preghiera e l’intercessione dei giusti, come Mosè, Amos, Geremia, uomini messaggeri di Dio e quindi mediatori tra il Signore e il popolo.

Una delle opinioni più comuni ritiene che l’ira divina sia una qualità solo del Dio antico testamentario.

Questo non è vero, proprio per la caratteristica appena descritta dell’ira divina. Ecco, infatti, entrare in scena a più riprese Cristo che s’adira contro la durezza di cuore dei farisei (Marco 3, 5), contro l’incredulità della folla (Matteo 17, 17), contro i mercanti nel tempio (Giovanni 2, 13-17), contro “gli scribi e i farisei ipocriti”, come appare nei sette “Guai!” che egli scaglia con veemenza nel capitolo 23 del Vangelo di Matteo. In questo caso Gesù riprende un uso caro ai profeti, come è possibile vedere in Isaia che denuncia una serie di ingiustizie sociali attraverso il ricorso alla formula del “Guai!”, che è una sorta di maledizione (5, 8-25). L’ira di Dio si affaccia anche negli scritti paolini e incarna la reazione della giustizia divina nei confronti del peccato (Romani 2, 4-5) e di “coloro che tengono prigioniera la verità” (1,18). Anche l’Apocalisse è spesso attraversata dal vento tempestoso dello sdegno divino. Esso è comparato a una specie di veleno che viene versato dalle coppe sorrette da Angeli (16, 1), soprattutto sulla potenza imperiale romana: “Dio si ricordò di Babilonia la grande per darle da bere la coppa di vino della sua ira ardente” (16,19). E la collera rabbiosa, generatrice di odio? Essa cade sotto il giudizio severo di Gesù nel discorso della montagna: “Chiunque s’adira contro il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio” (Matteo 5, 22). Ma i Salmi imprecatori dell’Antico Testamento (ad esempio il 58 e il 109) sono un modo espressivo, imbarazzante a livello linguistico, ma efficace a livello di messaggio, per schierarsi dalla parte della giustizia violata e in difesa degli oppressi, e quindi sono - opportunamente interpretati - da riportare al tema dell’ira divina

 

Mons. Gianfranco Ravasi, 500 curiosità della fede, Mondadori, Milano 2009, pp. 137-138