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San Giuseppe

A cura di Angela Magnoni

Racconti e testimonianze

Bernadette Soubirous e San Giuseppe

San Giuseppe e San Pio da Pietrelcina

San Francesco di Sales e San Giuseppe

Don Giacomo Alberione e San Giuseppe

Don Luigi Guanella

 

Un cantore di San Giuseppe

Beata Maria degli Angeli

 

Intermediaria di San Giuseppe

Beata Maria Repetto

 

Grande devota e confidente di San Giuseppe

Cingolo o cordone di San Giuseppe

I segni di San Giuseppe

Una grazia “segreta”

 

Quello che raccontiamo, non è un’apparizione di San Giuseppe, come si suole intendere usando tale vocabolo, ma certamente una sua presenza speciale. Sul colle Madrechiesa, nella frazione di Preselle del Comune grossetano di Scansano, vi è una chiesa edificata nel 1957, molto frequentata dagli agricoltori, soprattutto in occasione delle solenni celebrazioni del primo maggio, festa liturgica di San Giuseppe Operaio al quale è intitolata.

 

Il padre del parroco

Don Trombetta, della Diocesi di Grosseto, era, nel 1956, l’apprezzato parroco di San Biagio, piccola comunità ecclesiale della frazione di Preselle. Con lui viveva, nella canonica, della piccola chiesa, suo padre Giuseppe, operaio meccanico pensionato di circa 70 anni. I giorni trascorrevano, per Don Trombetta e per suo padre, nella serena operosità degli impegni di apostolato ai quali anche Giuseppe collaborava, nei limiti delle sue possibilità fisiche.

Non a caso si è parlato di “possibilità fisiche” perché Giuseppe Trombetta, forse già da prima di entrare in pensione, si era visto costretto a camminare con l’ausilio di una bastone a causa di una piaga dolorosa che gli si era aperta da anni sulla gamba sinistra. Non ricordava nemmeno più da quanto tempo era in quelle condizioni e a nulla erano serviti medici e medicinali per una duratura guarigione della piaga.

Zoppicando e arrancando alla meno peggio, ogni mattina, dopo aver servito la Messa quotidiana celebrata dal figlio, Giuseppe usava fare una lunga passeggiata spesso meditando sulla vita del Santo di cui portava il nome e che, da buon operaio qual era sempre stato, aveva scelto a protettore. Pregava infatti spesso San Giuseppe, gli si rivolgeva con l’orazione mentale chiedendo sostegno e forza d’animo per affrontare e superare serenamente gli anni che il Signore ancora gli lasciava da vivere.

 

Una grazia inattesa

In un giorno del 1955, Giuseppe Trombetta si incamminò come d’abitudine su per la scoscesa carrareccia che s’inerpicava sul colle detto di Madrechiesa, alla spalle di Preselle. Ad un certo punto fu costretto a fermarsi per l’aumentato dolore alla gamba. Raccontò poi che mentalmente si era rivolto a San Giuseppe invocandone l’aiuto. Si mise a sedere sul ciglio della strada per riposarsi un po’ e, nel sistemare la fasciatura che gli sembrava si fosse mossa, si accorse che la piaga non c’era più. Al suo posto notò una larga cicatrice perfettamente rimarginata, forse ancora un po’ dolente ma non più la profonda e, ormai, annosa piaga. Giuseppe Trombetta era sempre stato una persona discreta e taciturna, un devoto di San Giuseppe che aveva appreso dal suo Santo protettore la dote del silenzio. Pur godendo in cuor suo non ne fece parola con alcuno tranne che col proprio figlio parroco e, forse, con il Vescovo di Grosseto quando si recò in Curia per ottenere il permesso di costruire una cappella votiva al grande Santo.

 

Il “grazie” a San Giuseppe

Ma si sa come vanno le cose in campagna: la notizia si divulgò in un attimo. Tutti, amici, parenti e parrocchiani accorsero a chiedere, a vedere, forse anche a toccare con mano la gamba guarita di Giuseppe e a rivolgere preghiere e suppliche al Santo dimostratosi ancora una volta tanto potente in Cielo.

Lo stesso Giuseppe Trombetta preparò i disegni della cappella e, impiegando tutti i suoi risparmi, acquistò un piccolo terreno proprio nel luogo dove aveva “scoperto” la sua guarigione. Diede inizio anche allo scavo delle fondamenta e, sicuramente con l’aiuto di San Giuseppe, ad alzare le mura. Tutti i suoi amici lo aiutarono, chi con il lavoro e chi con piccole donazioni di denaro tanto che nel 1957 la cappella dedicata a “S. Joseph Opifici” poté essere inaugurata. Anche il Vescovo di Grosseto volle contribuire donando una “pietra sacra” da inserire nell’altare.

Nella piccola aula ecclesiale, una bell’alzata scolpita a bassorilievo da un bravo artista, domina l’altare facendo la sua figura e mostrando la Santa Famiglia in operosa attività nella bottega di Nazareth. una bellissima e artistica cancellata chiude la cappella la cui facciata è sormontata da tre cuspidi che le conferiscono un’aria solenne. Il piccolo sagrato certo stenta ad accogliere la folla che si accalca nei giorni di festa, specie per le celebrazioni del primo maggio, quando tutti accorrono alle solenni funzioni e alle “Bancarelle” che sempre l’accompagnano.

Quando Giuseppe Trombetta morì, nel 1960, persino la campanella ricavata da un bossolo meccanico era al suo posto.

 

A. M. Bocchini, Da “La Santa Crociata”, agosto 1997

Devozione al Cuore di San Giuseppe

 

Dal mensile Madre di Dio (marzo 1999) riceviamo e pubblichiamo.

 

Caro Direttore,

mi permetto di scrivere per chiedere di pubblicare, se possibile, nella sua rivista un grande dono del Cielo ricevuto da un’anima carmelitana della città di Palermo, ancora vivente, che desidera rimanere nel nascondimento, la quale mi ha incaricato, quale messaggero, di scriverle. Le faccio presente che quest’anima mi ha confidato testualmente quanto le racconterò e che spera nell’aiuto della divina Provvidenza, e nel suo, per far conoscere questo dono del Cielo.

Due anni fa 1997, il giorno 7 giugno, festa del Cuore Immacolato di Maria, quest’anima stava recitando il Rosario quando, d’improvviso, ebbe una visione: vide un sole fulgidissimo emanante una luce bianca e nel centro un cuore di carne da cui uscivano tre gigli bianchi; il veggente pensò fra sé che fosse il Cuore di Maria santissima, ma l’Angelo Custode disse: Questo è il Cuore del glorioso San Giuseppe Sposo di Maria Santissima che non è né conosciuto né amato dai cristiani, mentre invece il Signore vuole che sia conosciuto, amato ed onorato assieme ai Cuori di Gesù e di Maria!”.

L’Angelo proseguì dicendo che la festa del Cuore di San Giuseppe dovrebbe essere nella domenica dopo la festa dei Cuori di Gesù e Maria e che tutti coloro che per tre domeniche consecutive, in qualunque periodo dell’anno, si comunicassero in onore del Cuore di San Giuseppe, riceverebbero da lui grandi grazie e che, quale padre amoroso, sosterrebbe la loro anima in tutti i loro bisogni, li consolerebbe in punto di morte e sarebbe loro avvocato dinanzi al tribunale di Dio.

In seguito, in altre occasioni, San Giuseppe ha dettato a quest’anima le Litanie al suo Cuore ed altre preghiere ed infine la invitò a dipingere un quadro in cui è rappresentato il Cuore di San Giuseppe.

Caro Direttore, capisco che per quanto riguarda le promesse ci si debba attenere ai giudizi della Chiesa che solamente può giudicarne la veridicità, ma per quanto riguarda la devozione al Cuore di San Giuseppe si è in piena ortodossia, la Chiesa non solo ne ha istituito la Festa, ma ne ha incoraggiato il culto, lo ha riconosciuto quale Patrono della Chiesa e lo propone come celeste modello. Se è santo Giuseppe, lo sarà anche il suo cuore, che ha cooperato alla nostra redenzione nel piano di Dio e pertanto sarà degno di essere venerato!

Questo cuore di padre sì, è vero, è misconosciuto, questo cuore che ha palpitato d’amore per Gesù e Maria ed ha sofferto per loro e con loro, Dio lo vuole far conoscere.

Mi affido a lei e alla sua rivista per cooperare come la perla evangelica o tantomeno non tenerne conto e gettarlo nell’oblio.

 

Un Padre Carmelitano di Palermo

 

Da La Santa Crociata, maggio 1999

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La notte in cui Giuseppe è padre

 

Maria ore dorme, e così pure il Bambino.

Giuseppe è seduto su di un po’ di paglia, e non in ginocchio come si sforzeranno di rappresentarlo, per un eccesso di virtù. Egli veglia soltanto: ha avuto timore, si è inquietato, si è chiesto che cosa fare, si è sentito un po’ escluso.

Giuseppe ora è sollevato. Il viso di Maria è tornato tranquillo, il Bimbo sembra essere al caldo. Tutti i padri, dopo un parto, vorrebbero muoversi, uscire fuori, scuotere con dei movimenti soliti i resti dell’inquietudine, cacciare al più presto quella specie di nodo che nasce da emozioni misteriose, sollevarsi da quel silenzio che li prende, parlare con qualcuno, non tanto per annunciare l’evento felice, quanto semplicemente per rompere un sogno che si è impadronito di loro e di cui ignorano la natura. Insomma riacquistare l’atteggiamento normale.

Giuseppe non è uscito fuori, ha nessuno egli ha parlato. Il brusio verrà più tardi, e le adorazioni e i ringraziamenti, gli occhi stupiti, i canti forse. È lì, immobile, dolcemente assorto nella contemplazione del mistero: più esattamente preso dalla contemplazione del mistero.

Per ogni uomo, se ama, c’è nella vita un momento - per alcuni, molti di questi - nel quale c’è un incontro col prodigio; ed è misterioso. Per Maria, fu alla vista dell’Angelo che le annunciava che sarebbe diventata madre del suo Figlio. Per Giuseppe è ora, nel silenzio, ed è un momento straordinariamente importante, benché sempre ignorato, mal compreso, insospettato. È uno dei momenti più commoventi che è dato a un uomo di vivere, totalmente unico e tuttavia perfettamente esemplare, per mille tipi di preoccupazioni di ogni uomo comune, e tuttavia radicalmente familiare.

Giuseppe fissa la fronte rotonda, le palpebre socchiuse, il viso un po’ raggrinzito. Bambino simile a tutti i figli d’uomo, nessuno lo penserebbe fuori del comune. Giuseppe non ha mai visto in precedenza così da vicino un neonato; non ha mai in verità avuto l’occasione di essere sorpreso dal viso di uno che nasce.

Il volto del bimbo è come quello di tutti gli altri bimbi; eppure Giuseppe è incantato di scoprire che il viso di un neonato è anzitutto una fronte piena, che domina gli occhi chiusi, e piccolo naso, una fronte sproporzionata quasi, che manifesta la volontà di vivere e di adattarsi alla vita che gli è stata donata.

Giuseppe prende e alza dalla mangiatoia il Bambino. Lo vuole tenere, sentirne il pulsare della vita, soppesare la sua presenza. Istintivamente, con un piccolo slancio, lo pone sull’avambraccio, le testina posata sull’incavo del gomito. Il Bimbo dorme sempre, il respiro è impercettibile, il capo abbandonato, la potenza di vita ridotta al minimo, come non fosse ancora nato. Giuseppe muove un passo: ha preso il bambino, che non è suo figlio per la carne; ma l’ha preso e per ora gli basta.

Giuseppe prende coraggio. Con la destra ora sfiora la testa del neonato. Sensazione di calore di una stupefacente uniformità, una leggera palpitazione alla sommità del capo, fremito interiore che si propaga sino alla superficie della pelle appena coperta da un panno.

Egli si inquieta un poco per questa manifestazione di vita, come se fosse cosa strana, non ancora familiare. Accarezza dolcemente il capo col palmo della mano, con la più grande delicatezza possibile. Un carpentiere conosce gli oggetti lisciandoli lentamente; egli giudica, posata la pialla, i suoi oggetti sfiorandoli dolcemente, seguendo col palmo della mano le venature del legno, attento a scoprirvi anche le minime asperità.

Giuseppe entra in un cammino di scoperta che lo porterà più lontano di quel che potesse immaginare. Senza saperlo, egli compie tutti i gesti che tutti i padri al mondo fanno, prende con la stessa delicatezza, si meraviglia delle stesse stranezze, si commuove delle stesse fragilità.

Giuseppe non calcola nulla, non anticipa di più, non si confronta con nessun paragone: sente soltanto il peso del Bimbo sul braccio, che leggermente appesantisce. Egli porta il Figlio dell’Altissimo e lo vede molto piccolo,  eppure lo sente pesante, totalmente abbandonato, che si riposa nel cavo di un braccio che per forza è quello di suo padre, come fanciullo bisognoso di riposo, di abbandono su di un braccio, e anche di questa carezza sul capo che lo rassicura infinitamente.

Giuseppe non tenta più di capire i disegni che lo sorpassano, non tenta di scrutare l’avvenire, né la volontà dell’Altissimo, né i Suoi strani progetti sugli uomini. Si accontenta - e questo lo occupa interamente - di accarezzare la Vita che è appena fiorita. Impiega il suo tempo, sazia la sua curiosità nel guardare un Bambino come gli altri. Ci sarà tempo domani, vero? di interrogarsi da capo, di tentare di chiarire il mistero. C’è di meglio da fare questa notte e in questo silenzio: bisogna incominciare a diventare padre, ed è più difficile per lui che per tutti gli altri uomini.

Occorrerà più tempo forse, perché nei secoli gli negheranno questa qualità, riservandola solo ai padri di sangue. Gli occorrerà anche maggiore umiltà, ma questa non gli manca.

Gli occorrerà soprattutto maggiore coraggio per credere che l’Altissimo ha assolutamente bisogno di lui, perché Suo Figlio si manifesti qual è, il figlio del carpentiere. Gli sarà necessario un giorno comprendere che è veramente padre di Dio sulla terra, e non un semplice sostituto, utile certamente, dolce e gentile, ma insomma poco glorioso e poco affermato, come i secoli seguenti lo giudicheranno con la corta veduta.

Giuseppe è silenzioso davanti al Neonato che dorme sul suo braccio, muto di sua volontà, muto per l’incapacità di comprendere il mistero e di accettare subito il Prodigio. Ha già domandato molto a se stesso, ha molto sacrificato al suo amore, ha rinunciato a comprendere davanti allo sguardo di Maria che gli offre una tale luce.

Giuseppe non ha voluto - come fanno i padri - allontanarsi, non ha osato. Il tempo scorre e il Bimbo, ben sicuro, si è fatto sempre più pesante e il braccio di Giuseppe è divenuto quasi insensibile. È “adesso” che Giuseppe pronuncia il “nome” che il Bambino attende. Diventando “Gesù”, il Bambino diventa anzitutto il Figlio del carpentiere, per mostrare un giorno che è il Figlio di Dio.

Maria può ora svegliarsi: ella non poteva assistere a ciò. Ella non doveva entrare: avrebbe, malgrado se stessa, impedito tutto.

I pastori ora possono avvicinarsi, guidati dall’angelo dell’Altissimo: non potevano arrivare prima. Anche i Magi, guidati dalla stella del Re dei Cieli, potranno venire: è tempo giusto. L’Altissimo non poteva manifestarsi prima, perché non voleva pesare sulla decisione di Giuseppe.

Quel momento, tanto importante quanto la nascita che riguarda il Figlio e la Madre, quella notte non apparteneva che al Bambino e a su padre

 

Da Le Charpentier, edizione Sigier

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La Scala Santa di Santa Fe

 

Siamo nel 1872 in America, precisamente a Santa Fe, capitale del New Mexico. Il vescovo locale, Jean Baptiste Lamy, decide di far costruire una cappella, precisamente la cappella di Loretto (sì, con due T, il nome inglese infatti suona come: Sisters of Loretto) per poter fornire un luogo di culto alle suore appena stabilitesi, dopo una peregrinazione che le vide attraversare il Sud-Ovest degli Stati Uniti, il Kentucky, il Missouri ed il Kansas.

Le suore (quattro, la superiora suor Madeleine, Suor Catherine, Suor Hilaire e Suor Robert) appena giunte sul posto iniziarono dunque ad appaltare i lavori adiacenti alla loro semplice abitazione, affinché, oltre al convento, potesse essere eretta una struttura simile alla “Sainte Chapelle” di Parigi, dunque, la prima cappella gotica ad ovest del Mississippi. Il progetto fu affidato all’architetto P. Mouly, noto per la sua perizia e capacità: aveva, tra l’altro, realizzato la cattedrale di Santa Fe. I lavori durarono cinque anni. La cappella misurava 22,5 metri di lunghezza, era larga metri 7,5 ed alta metri 25,5.

L’opera terminata era esteticamente ammirevole. La galleria, gli archi, la navata riuscivano a dare il senso del divino, a coinvolgere e a creare l’idoneo raccoglimento. Ciò che sconvolse le suore fu il doversi accorgere, di colpo, che il coro non era accessibile, dal momento che non era stata né progettata né dunque costruita una scala apposita per potervi accedere dalla tribuna. D’acchito si cercò l’architetto progettista, nel tentativo di riuscire a tamponare l’errore, ma questi era da poco deceduto.

Vennero a questo punto contattati diversi ingegneri, i quali emisero unanimemente un triste verdetto: il danno era irreparabile, lo spazio non era sufficiente alla costruzione di una scala. L’unica alternativa era costituita dalla edificazione di una nuova galleria, o, altrimenti, la costruzione di una scala a chiocciola, sicuramente in usuale.

Le suore si comportarono nell’unico modo nel quale può comportarsi un cristiano dinanzi alle difficoltà: ossia, memori dell’aforisma: «Quando pare non ci sia più nulla da fare, si può ancora pregare», decisero di iniziare una novena a San Giuseppe (sotto il cui patronato era stata posta la cappella), nella sicura speranza che il Cielo non le avrebbe abbandonate in una situazione così incresciosa. Per nove giorni e nove notti, senza sosta, elevarono preghiere al patrono dei falegnami, affinché potesse intercedere in loro favore.
Il nono giorno, inaspettatamente, si presentò alla porta del loro convento un uomo strano, con i capelli grigi, accompagnato da un asino carico di piccoli e semplici strumenti da lavoro. Questi chiese di poter conferire con su or Maddalena, la superiora, e manifestò la volontà di costruire lui stesso la scala mancante. La religiosa accolse di buon grado la proposta di quest’uomo, anche se non era stato da loro interpellato.
Il falegname iniziò a lavorare dentro la cappella e chiese di essere lasciato solo mentre si adoperava per la riuscita della sua opera. Ogni tanto, però, qualche consorella riusciva a sbirciare e la perplessità era pressoché di tutte: l’uomo, infatti, si serviva soltanto di una sega, un goniometro e un martello. Invece dei chiodi utilizzava cavicchi. Tra le stranezze notavano poi che immergeva dei pezzi di legno in secchi d’acqua: insomma, oggetti poveri e usati in maniera quantomeno atipica. Per rispetto, non vollero intromettersi e restarono ad attendere la conclusione dell’operato.

Dopo tre mesi la scala poteva dirsi pronta e se fino ad ora si poteva parlare di coincidenze, stranezze, atipicità, adesso bisognava ammettere l’inspiegabile. La scala consisteva appunto in una doppia spirale apparentemente sospesa senza punti d’appoggio, assemblata senza alcun chiodo e realizzata con una tipo di legno assolutamente sconosciuto.

Quando madre Maddalena volle pagare il carpentiere per il lavoro svolto, non riuscì a trovarlo, essendo scomparso.
Le suore volevano sdebitarsi e fecero tutto il possibile per rintracciarlo, senza alcun esito positivo. Nessuno, infatti lo conosceva né l’aveva mai visto prima di allora.

Torniamo alla scala, denominata, non dunque senza motivo “scala santa”.

Essa è composta da trentatre gradini (gli anni di Gesù) che girano su due spirali di 3600 esatti. Il fatto inconcepibile è che il tutto è senza alcun sostegno centrale. Non avendo alcun pilastro centrale per sostenerla, significa che tutto il peso deve gravare necessariamente sul primo gradino, un controsenso, assolutamente impensabile secondo le più elementari leggi della fisica e della statica. Le stesse suore temevano non poco a salire, consce del prodigio che le vedeva coinvolte.

Gli enigmi legati a quell’episodio non sono mai stati risolti: chi era quell’uomo? Da dove veniva? Come faceva a conoscere le necessità del convento? Come fece, da solo, a progettare e a realizzare la scala, una scala con la perfezione delle curve dei montanti irrealizzabile in quell’epoca? (il legno è raccordato sui Iati dei montanti da nove spacchi di innesto sull’esterno, e da sette sull’interno). Come riuscì nella sua impresa senza servirsi di chiodi e altri utensili indispensabili alla realizzazione? Come mai nessuno ebbe a sapere chi fosse? Da dove proveniva quel legno unico, che, ad oggi, nessuno sa classificare e appare sconosciuto agli studiosi? Come può una scala reggersi in equilibrio senza sostegno centrale e non crollare istantaneamente ma, al contrario, portare per decenni il peso quotidiano di centinaia di persone senza mostrare il benché minimo cedimento? Di più, senza presentare la minima traccia di usura inevitabile dopo quasi un secolo e mezzo? Le testimonianze parlano inoltre di una sorta di “leggerezza” che si avverte nel percorrere gli scalini.

La ragione non può dare risposta; forse, più semplicemente, bisogna ammettere, con Pascal, che l’ultimo stadio della ragione è riconoscere che vi sono una quantità infinita di cose che la superano.
Che sia stato veramente S. Giuseppe ad edificare quest’opera? Ciò che, in ogni caso, non lascia dubbi è l’inspiegabilità del susseguirsi degli eventi e il fatto che, ad oggi, resta un capolavoro vivente, visitato anche da non credenti i quali non possono che constatare l’oggettiva inspiegabilità della costruzione.
La scala santa attualmente attira oltre duecentocinquantamila visitatori l’anno, è meta di numerosi pellegrinaggi da ogni parte del mondo ed è da centotrentasette anni al centro del più singolare prodigio religioso architettonico mai esistito.

 

Matteo Salvatti

Le mani di Maria hanno tessuto un prodigio

 

Non vi era più un pezzo di legna nell’officina, quella sera. Di ritorno a casa sua, se sorride alle carezze di Gesù, Giuseppe resta all’improvviso serio. Maria, vedendo adombrarsi il viso dell’operaio, gli si avvicina e con dolcezza s’informa della causa dei suoi timori.

“Non ho più un soldo - risponde Giuseppe - non una tavola nella mia bottega, ed Issacar si rifiuta di farmi un prestito. Ora non posso lavorare senza legna. Se Dio non ci viene in aiuto, non ci resterà che morire di fame”.

“Confida - disse Maria - vado alla fontana, e domanderò a Susanna, alla quale l’altro giorno ho dato in prestito due misure d’olio, se possa pagarmele e darmi qualche cosa in più; altrimenti, vi è nostra cugina Rachele”.

La Vergine si avvolse del suo velo, mise la sua anfora sulla testa e si allontanò verso la via ombrosa.

Un’ora dopo ritornò a mani vuote. Susanna, non avendo ancora veduto suo figlio pastore in montagna, aveva finito di adoperare l’olio preso in prestito; Rachele, che non era più affatto ricca, non poteva venir loro in aiuto.

“Intanto - concluse Maria - ho bene riflettuto; se porti ad Issacar il mantello di lino che ti ho tessuto per il giorno del nostro fidanzamento, può darsi che dia il legno di cui hai bisogno. Più in là potrai riscattare il tuo mantello”.

Giuseppe non rispose. Vendere questo caro ricordo! Era meglio sopportare la fame; ma egli aveva Gesù e la sua Madre. Il falegname sospirò, guardò il Fanciullo, andò a prendere il mantello prezioso, e scomparve a sua volta per la strada deserta.

Le mani di Issacar palpavano il tessuto di una meravigliosa finezza; i suoi piccoli occhi allampanati giubilavano. Dopo un poco disse: “È un misero pegno che mi porti, falegname; ma oggi sono in vena di generosità, l’accetto”. E mentre Giuseppe ritornava, portando quel po’ di legna ottenuta, l’avaro si fregava le mani: “Ah! Ah! Ah! Il buon mercato! Pagherà caro se vuol riscattare questo mantello di lino. Che pieghevolezza!... Che colorito!”.

Il vecchio Issacar, che da parecchi anni soffriva di una piaga incurabile alla spalla destra, si avvolse nel mantello per ammirarlo meglio. Ma cosa avviene? Gli sembra ad un tratto di provare un gran sollievo. Strappa le bende aromatizzate e, oh, stupore!, vede la sua spalla ritornata perfettamente sana. Egli ha un bel esaminare il mantello, nulla gli spiega della miracolosa guarigione.

L’avarizia di Issacar non aveva di uguale che l’umore bisbetico e duro di Lia, sua moglie. Vedendo il marito dalla soglia, ella scoppiò in rimproveri: “Tu hai ancora guastato la bendatura; credi forse che non ho altro da fare che a fasciarti, fannullone! E che significa questo indumento così fino, mentre ho appena da mangiare!”.

Egli volle spiegare ciò che gli era accaduto; furiosa, ella si slanciò sul mantello per stracciarlo, credendo ad una beffa dell’usuraio; ma appena toccò la frangia, scoppiò in singhiozzi, e da quel giorno la si vide più affabile e sorridente. Da quel momento, il buon umore regnò nella casa di Issacar, tanto che, essendo venuto il momento in cui Giuseppe doveva riscattare il suo mantello, i due sposi risolsero di non separarsene per alcuna ragione.

Andarono, dunque, dall’operaio con dei regali: “Sentite Giuseppe - cominciò -, il vostro mantello ci ha portato la benedizione dell’Altissimo, i miei affari sono in uno stato di floridezza, tutto mi riesce. I prodigi si moltiplicano da quando l’ho in mio possesso. L’ultimo è avvenuto quando l’unico mio figlio, in seguito ad una lunga malattia, perdette improvvisamente la ragione; sua madre, in lacrime, dietro una ispirazione divina, lo avvolse nel tessuto miracoloso e all’istante il fanciullo recuperò l’uso della ragione. Giuseppe, io ti dono il legno che mi devi. Se vuoi lasciarmi il tuo mantello, io te ne porterò uno in porpora di Lidon; tu potrai avere presso di me tutto il legno che ti abbisogna e tanto quanto ne vorrai. Non rifiutarmelo, te ne prego”.

Lia, a sua volta, si avvicinò a Maria: “Ecco per voi un po’ di miele, olive e due colombe per vostro figlio”. L’umile Giuseppe, ricordandosi che Maria aveva tessuto quel mantello miracoloso, attribuiva alla sua santità le meraviglie che operava; ripieno di una ammirazione crescente per la Madre di Gesù, acconsentì allo scambio e, da quel momento, al falegname di Nazareth non mancò più il lavoro.

 

Angelo Forti, La Santa Crociata, dicembre 2008

 

Questa leggenda ha dato luogo alla pia pratica del “Sacro Manto”, approvata il 22 agosto 1882, da Mons. Francesco Maria Petrarca, Arcivescovo di Lanciano.

 

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Il bastone fiorito

 

Il messaggio iconografico

 

Nell’iconografia più classica è frequente osservare la persona di San Giuseppe rappresentata con le sembianze di un anziano che tiene in mano un bastone fiorito. Tale immagine, con riferimento ai dettagli sopra ricordati, non ha base storica ma, piuttosto, è un tipo di scelta mirato a facilitare la comprensione di alcune realtà. Cerchiamo adesso di approfondire meglio “la logica” di certe pie storie, per poi annotare la verità contenuta nel dato biblico.

 

Il bastone fiorito

Tutto è nato da una leggenda che voleva San Giuseppe vecchio e vedovo, già padre di diversi figli, quando sposò Maria. Il “pio racconto” narra che, quando Maria compì dodici anni, i sacerdoti del tempio decisero di fare una specie di concorso per stabilire a chi affidarla. Radunarono nel Tempio tutti gli anziani vedovi, che dovevano deporre accanto all’altare i loro bastoni. Fu prescelto Giuseppe, perché dal suo bastone erano spuntati i fiori. Un’altra versione racconta, invece, che dal bastone spuntò fuori una colomba. Ma sono solo leggende, come quella che sostiene che Giuseppe è morto all’età di 111 anni.

 

La logica sottostante

Qualcuno adesso, si può chiedere: perché la necessità di questi racconti? Quale obiettivo si voleva raggiungere? La risposta è semplice: si desiderava, nell’ambito di una catechesi adatta a gente culturalmente povera, sottolineare la centralità dell’azione di Dio. È Dio che sceglie le persone di Giuseppe e di Maria. È Dio che individua i tempi di una dinamica che va oltre questi due sposi. È Dio che indica la modalità dell’incontro e dei successivi passi coniugali.

 

Alcuni limiti di questi racconti

Se è vero, da una parte, che tutto ha origine dall’iniziativa salvifica di Dio (e questo ha un preciso riscontro biblico), è anche vero, però, che l’incontro Maria - Giuseppe non è qualcosa di completamente cancellato dall’amore umano. Il “camminare insieme” di questi due sposi, cioè, non è caratterizzato da passi di tipo meccanico, come quelli dei robot che procedono per impulso elettrico. No, non è così. Giuseppe individua tra le donne del villaggio ove vive quella verso la quale sente di nutrire vero amore. E la prova di ciò è nella volontà di sposare Maria. Tanto da arrivare alla prima fase del matrimonio ebraico (che non includeva ancora la coabitazione). E ciò vale anche per Maria. Pure questa donna ha guardato a Giuseppe con gli occhi di una innamorata. Cancellare questo suo sentimento significa farle perdere una parte di umanità. E quindi vuol dire “diminuirla” nella sua dimensione creaturale.

 

Tra Giuseppe e Maria c’è vero amore

Dalle precedenti affermazioni si comprende perché il riferimento al bastone fiorito di Giuseppe non ha senso. Infatti questo significherebbe: una totale non iniziativa di Giuseppe (l’uomo è scelto “solo” perché è fiorito il bastone); una totale non iniziativa di Maria (visto che a dirigere le operazioni sono coloro che stanno nel Tempio); un accordo improvviso e immediato tale da arrivare a un contratto di matrimonio tra due sconosciuti. Tutto ciò è illogico, mentre, invece, la realtà trasmessa dai Vangeli è quello di un evento sponsale fondato sull’amore reciproco. Lo sottolinea, tra gli altri, San Bernardino da Siena: “Tutto considerato… non oserei dire che la beata Vergine non abbia amato Giuseppe quanto ogni altra creatura o al di sopra, dopo il benedetto frutto del suo ventre, Gesù”. E ancora: “La Vergine sapeva che questo uomo le era stato dato dallo Spirito Santo per partecipare con lei all’amore della carità; perciò credo che lo amasse sincerissimamente con l’affetto di tutto il cuore”. Similmente il domenicano milanese, Isidoro de Isolanis, afferma: “Considerando la beata Vergine che, per volere divino aveva preso in sposo Giuseppe, si accendeva sempre più nella sua celeste carità. Non era ignara la Vergine di quel dogma, che anche naturalmente può conoscere chiunque, pur se di rude ingegno: “Ciò che Dio congiunse, l’uomo non lo separi”.

Infine così si esprime Giovanni da Cartagena:

“Poiché Maria, tra tutti perfettissima, fu coniuge e lo fu perfettissimamente, ne segue che Ella amò il suo sposo Giuseppe più che i martiri, i confessori, i vergini, i patriarchi, i profeti, gli apostoli e le celesti gerarchie degli Angeli, così da essere con lui un unico cuore e un’anima sola, non solamente nel vincolo dell’unità coniugale, ma anche per l’ardentissimo amore dell’unione dello spirito”.

 

L’uomo vecchio

Accanto al bastone fiorito si trova anche l’immagine dell’uomo vecchio. C’è chi ha presentato Giuseppe come un anziano vedovo di 89 anni. Chi ha sostenuto che è morto a 111 anni. Chi lo ha dipinto con i capelli tutti bianchi e le rughe in volto, curvo… Ma perché questa insistenza sulla “terza età” del Santo?

La spiegazione è semplice: per confermare il fatto che la coniugalità fra i due sposi di Nazareth, a causa della tarda età di Giuseppe, è passata per varie interazioni, ma non per una vita sessuale. In tal modo, per il pensiero di qualcuno, si può spiegare rapidamente la verginità permanente di Maria. Tutto questo però rappresenta una soluzione che, pur mirando a una conclusione esatta (Maria è la “Sempre Vergine”), genera confusione. Per due motivi:

Prima di tutto perché in Israele ci si sposava giovanissimi, e la vita media dei suoi abitanti era molto più bassa di quella odierna; e soprattutto perché la verginità di Maria, e quella di Giuseppe, sono l’espressione di due “sì” a Dio successivi a due ben distinte annunciazioni.

 

Le annunciazioni che segnano la vita di Maria e di Giuseppe

Sia Maria, che Giuseppe, ricevono da Dio delle annunciazioni che pongono in luce le loro distinte vocazioni. I colloqui con gli Angeli e i sogni, ove sono trasmessi i messaggi di luce nella gioia, rappresentano una esperienza unica che spinge a percorrere i sentieri di Dio. La strade di una Salvezza ove la creatura è chiamata a partecipare, ad accogliere, a tutelare, ad offrire, a testimoniare… restando in una condizione di esodo. In tale contesto la verginità fisica diventa solo conseguenza di una più profonda

realtà: la verginità spirituale. Colei e colui che hanno vissuto in prima persona l’incontro con la Presenza che chiama e che invia sono gente che procede secondo la novità di Dio, la sua logica, il suo disegno.

Per questo motivo non c’è alcun bisogno di rappresentare Giuseppe come un vecchio stempiato che a mala pena si regge in piedi. Piegato verso il Bambino, tenendosi con fatica al bastone… San Giuseppe è piuttosto, nella realtà storica, un giovane israelita che ama veramente Maria e che, alla luce dell’annunciazione ricevute, non cambia la sincerità dell’amore, semplicemente entra anche lui nella totalità di un “sì” a Dio. Totalità di un sì che coinvolge l’anima, il cuore, il corpo. Tutto diventa offerta a

Dio, tutto è per Dio.

 

Verso una migliore comprensione del ruolo di San Giuseppe

È chiaro allora che questo guardare al bastone fiorito e alla vecchiaia di Giuseppe diventano adesso solo dei motivi iniziali che lasciano presto il posto a una riflessione più profonda. Se Dio è Amore, non può certamente cancellare l’affetto di due sposi, perché questo significherebbe svalutare quello che lo stesso Creatore ha voluto porre in essere. Può, però, “entrare” in questo amore per renderlo culla dell’Emanuele. Tabernacolo condotto in fretta verso Ain - Karim, luogo di un evento che donerà una nuova vita a tutto il mondo. È in questo contesto, allora, che la figura di Giuseppe ci riconduce ad almeno tre considerazioni:

1) Egli è, prima di tutto, l’uomo della quotidianità. Non profetizza. Non compie sulla Terra miracoli. Non si lancia in imprese “eroiche”. Eppure proprio a questo giovane è chiesto di camminare insieme al Figlio di Dio. Tutelando una vita. sostenendo una crescita. Favorendo un inserimento nella comunità locale. Ciò significa che vivere nella quotidianità ha per Dio un grande valore. Perché la prima fedeltà non è nella corsa immediata verso qualsiasi arrivo, ma è nel prendere bastone e bisaccia e attraversare l’oggi di Dio, comunque questo “presente” si manifesti.

2) Egli è l’uomo che sa vivere nella precarietà. Giuseppe non ha mezzi terreni per difendersi. Gli chiudono le porte in faccia. Nessuno lo aiuta nel momento del pericolo. Può solo fuggire. Può solo vivere con Maria da emigrante. In terra straniera. Eppure tutto questo non spezza, non compromette un equilibrio familiare. L’affanno c’è. Ma non soffoca. L’ansia c’è. Ma non disorienta. La paura c’è. Ma non immobilizza. Perché comunque c’è un sì ai messaggi di Dio che non fa temere la “valle oscura”. Perché ogni affidamento al Signore non baratta i propri consensi ponendo condizioni. Non tratta sulla fiducia. Ma si alza. E va. Nella notte.

3) Egli è l’uomo che su questa Terra non vedrà gli ulteriori sviluppi della storia della salvezza. Diventerà un giorno Patrono della Chiesa Universale, ma in terra non riuscirà a conoscere la prima comunità cristiana. Per lui, davanti agli occhi, rimane solo l’immagine della strada. Perché c’è un andare senza riuscire a scorgere almeno un modesto risultato. Ma la grandezza di Giuseppe sta proprio in questo. Egli non tenta mai una fuga all’indietro. Né in avanti. Né si ferma d’improvviso per mettersi a “discutere” con

Dio. Piuttosto costruisce giorno per giorno. In ambienti domestici ove la povertà non è miseria. Perché l’uomo giusto può cadere. Ma non crollare. Può fermarsi. Ma non arrendersi. Può chiudere gli occhi a questo mondo. Ma non morire.

 

L’amore reale

Queste tre caratteristiche ci fanno sentire Giuseppe come una persona veramente vicina a ognuno di noi. Soprattutto c’è un aspetto che rappresenta la venatura silenziosa ma permanente che attraversa tutti i dati biblici: l’amore reale tra Giuseppe e Maria. A volte, in alcune avventure umane, sembra quasi che certi amori non riescano a crescere se non ricevendo continue, visibili conferme. Frasi rassicuranti. Prove che dimostrano l’attenzione all’altro… Ma, a ben vedere, non esiste un amore sostenuto dalle emozioni di un’ora positiva. O da gesti esteriori che si fatica nel tempo a tenere in piedi. Esiste solo un amore operaio. Che lavora sempre. Che resta in strada. Che sa intuire. Che sa anticipare. Che sa inginocchiarsi. Per accarezzare le piccole mani di un neonato. Per toccare, ancora una volta, il volto della persona amata che Dio ha chiamato a sé

 

Pier Luigi Guiducci, da “La Santa Crociata”, agosto 1998

 

Un papà per Natale

 

“Mi raccomando, non stropicciateli subito!”, Gabriella, la catechista, cominciò a distribuire i fogli e le buste ad ogni bambino. Fogli e buste avevano dei simpatici fregi dorati sull’angolo destro e un grazioso Bambin Gesù nella mangiatoia in quello sinistro. Fabio prese il suo foglio con un attimo di esitazione. Non aveva voglia di scrivere la lettera a Gesù Bambino, questa volta. “Scrivete bene... e soprattutto, per una volta, siate sinceri! Quando avete finito piegate il foglio, infilatela nella busta e sigillate. Avete capito?”, diceva Gabriella, che sparava le parole come una mitragliatrice. “Poi mettete le buste in questo cestino che porteremo insieme nel presepio grande della scuola. Avete capito?”.

I bambini cominciarono a cinguettare. “Io chiedo i pattini con le rotelle in linea”, diceva Rosalba. “lo l’abbonamento all’antenna parabolica”, annunciava Michael, che aveva il padre ingegnere. “Io invece voglio la tuta della Juventus”, proclamava Marco, lo sportivo del gruppo. “E tu Fabio?”, chiese Gabriella, arruffandogli affettuosamente i capelli. “Adesso ci penso”, rispose sottovoce il bambino. Stringeva le labbra come se stesse per scoppiare a piangere. Si chinò sul foglio e con la sua grossa calligrafia infantile scrisse una frase. Una soltanto, breve, ma che gli veniva proprio dal cuore. Firmò: “Il tuo amico Fabio” e cominciò l’operazione di piegatura del foglio, con la solita diligenza, e la lingua che gli spuntava appena tra le labbra, a indicare tutto l’impegno che ci metteva. Gabriella gli stava alle spalle e aveva potuto leggere la richiesta di Fabio. Tossì, perché le venivano le lacrime agli occhi. Lei intuiva la sofferenza che Fabio cercava di dissimulare, quel velo di malinconia che lo prendeva all’ora di andare a casa. Il papà di Fabio non c’era più. Se n’era andato. E il bambino ne soffriva tanto, come di una ferita che non si rimargina. La sua lettera a Gesù Bambino diceva così: “Caro Gesù Bambino, per Natale mandami un papà buono. Grazie. Il tuo amico Fabio”.

“Credo sia la lettera più difficile che riceverai, caro Gesù”, pensò Gabriella. Le letterine furono raccolte, tra le proteste dei bambini che erano arrivati solo ad elencare una dozzina di richieste. Prima di collocarle nel Presepio, con un gesto rapido, Gabriella mise la lettera di Fabio davanti a tutte le altre. “Comincia da questa, per favore”, mormorò rivolta al Bambino di gesso, che se ne stava con le braccine spalancate sulla paglia finta della mangiatoia di plastica.

Venne il giorno di Natale. Fabio si svegliò presto, con l’eccitazione delle grandi giornate. Girandosi nel letto sentiva il fruscio della carta dei regali vicino ai piedi. Se ne stette un bel po’ ad occhi chiusi, per godersi l'attesa della sorpresa. Era pur sempre Natale! Aprì i pacchetti avvolti in carta colorata e dorata, lentamente. Riconobbe i regali dei nonni, quelli della mamma, la tuta da sci che di certo era un regalo dello zio Luigi. “Poi, ci sono anch’io!”. La voce, pacata e profonda, lo fece trasalire. C’era un uomo accanto al suo letto. Aveva i capelli scuri e ricciuti, una folta barba nera sul volto abbronzato, e un sorriso dolce come lo sguardo. Indossava una morbida felpa azzurra e pantaloni di fustagno. Fabio era soprattutto meravigliato dal fatto di non provare paura. Non era proprio un fifone, ma pauroso sì. E trovarsi uno sconosciuto improvvisamente accanto al letto, in condizioni normali, gli avrebbe provocato per lo meno una serie di urla terrificanti. Invece quell’uomo gli dava soltanto una serena sicurezza. Come se lo conoscesse da sempre. In quel momento entrò la mamma: “Tanti auguri, tesoro!”. Lo abbracciò. “Ti piacciono i regali?”. Fabio ricambiò l’abbraccio. “Sì, grazie”, mormorò. “È presto ancora. Ti preparerò una buona colazione. Ma ora stai qui al caldo a pigrottare un po’”. La mamma gli accarezzò i capelli e uscì. “Ma... ma... non l’ha visto!”, disse Fabio rivolto all’uomo misterioso. “No. Io sono il tuo regalo, non il suo”, sorrise l’uomo.

Cominciò così una giornata memorabile della vita di Fabio. Si alzò e si lavò a tempo di record. Nell’attesa, l’uomo aveva preso i quaderni di Fabio e li esaminava con interesse. “Bravo!”, disse alla fine. “Hai fatto dei bei progressi, ultimamente” . Fabio annuì con fierezza. “Ho ancora qualche problema con le doppie...”, aggiunse virtuosamente. “Ma ce la farai, ne sono certo”, aggiunse l’uomo e gli mise una mano sulla spalla. Una sensazione bellissima per Fabio. “Tu hai dei figli?”, chiese, esitando ancora. “Ho un figlio, sì”, rispose l’uomo. “Ma oggi, sei tu mio figlio”. La mamma spuntò improvvisamente sulla porta. “Cosa fai? Parli da solo?”. “No... Dicevo una poesia ad alta voce”. “Per favore, vai in cantina a prendere un barattolo di marmellata... Se vuoi la crostata a mezzogiorno!”, continuò la mamma. Scendere in cantina per Fabio era una tortura. Tutte quelle ombre polverose lo riempivano di angoscia. Di solito faceva mille storie o fingeva di dimenticarsi. Come se avesse capito tutto, l’uomo si alzò e disse: “Andiamo!”, e lo prese per mano. Era una manona energica, tiepida, protettiva, che infondeva una tranquilla sicurezza. Il cigolio della porta della cantina, che quando scendeva da solo gli ricordava lo stridio dei denti di un mostro nascosto nell’ombra, adesso gli sembrò comico. “Ci vorrebbe un po’ d’olio sui cardini”, disse.

La pacata presenza dell’uomo accanto a lui, trasformò la cantina, da antro polveroso disseminato di oscure insidie e misteriose presenze, in una stanza qualunque, zeppa di mobili vecchi, giochi rotti, qualche bottiglia e barattoli di pomodori pelati. Prese un barattolo di marmellata e si girò per uscire. Ma l’uomo lo fermò. “Perché non fai un giro con quella?”, disse indicando una bicicletta nuova appoggiata al muro. Fabio arrossì. “Non ci so andare... Nessuno ha tempo per insegnarmi”. “Magnifico, infilati una giacca a vento e andiamo. Il viale è deserto”. Incredulo, il bambino portò la bicicletta sulla strada. L’uomo lo aiutò a salire in sella e gli disse di incominciare a pedalare. Fabio incominciò traballando, ma l’uomo reggeva saldamente la bicicletta e gli camminava accanto. Provarono e riprovarono. A tratti, l’uomo lasciava la presa e il bambino pedalava da solo, finché riuscì a trovare il punto di equilibrio e partì in una lunga felice pedalata. Aveva imparato. “Grazie!”, ansimò all’uomo che lo accolse fingendo di applaudire. “Rientriamo, ora. Sei sudato e fa freddo”. “Solo più un giro”, supplicò il bambino. D’accordo. Ma uno solo!”.

Rientrò in casa gridando: “Ho imparato, mamma, ho imparato ad andare in bicicletta!”.
“Da solo?”, chiese la mamma. “Beh... veramente...”. L’uomo si portò l’indice sulle labbra e fece segno al bambino di tacere. “Stai tranquillo un attimo che devo preparare il pranzo”, continuò la mamma. “Fra un po’ arrivano i nonni”. L’uomo aiutò il bambino a riporre la bicicletta e l’accompagnò nella sua cameretta. “Come farai per il pranzo?”. “Ti aspetterò qui. Ne approfitterò per rimettere in sesto il tuo armadio”.
Infatti, quando tornò nella sua cameretta, Fabio vide che le ante dell’armadio chiudevano perfettamente e che i piani erano ben diritti. Sembrava un armadio nuovo. “Ci sai fare”, disse. “È il mio mestiere”, bisbigliò l’uomo, poi aggiunse: “Potresti insegnarmi questo gioco, intanto”. Giocarono una serie memorabile di partite a Scarabeo. Poi fecero una lunga passeggiata insieme (Fabio disse alla mamma che andava all’Oratorio). A cena gli occhi del bambino brillavano di stanchezza e di felicità. La mamma lo fissava con qualche perplessità: non riusciva a capire perché il bambino continuasse a rivolgere lo sguardo verso il lato vuoto della tavola. Una volta lo sorprese addirittura a sorridere. Fabio andò a letto prima del solito. Si infilò sotto le coperte e l’uomo gli sistemò la trapunta a scacchi bianchi e neri e si sedette sul letto accanto a lui. “Diciamo le preghiere insieme, prima che arrivi la mamma?”. “Certo”, disse l’uomo e sorrise. Dopo le preghiere, l’uomo strinse la mano del bambino. “Devi andartene, vero?”, sussurrò Fabio. “Eh sì!”.

“Una giornata passa in fretta”, ammise malinconicamente il bambino. “Sei un bravo ragazzo e tutti ti vogliono bene. Devi voler bene alla mamma e anche al tuo papà. Dovunque sia, rimane il tuo papà”. “Io quando sarò grande e avrò dei bambini li amerò sempre e starò sempre con loro”, promise Fabio. “Sì. È così che devi fare. E io, in qualche modo, ti sarò accanto e ti aiuterò”. “Non mi hai neanche detto come ti chiami”. “Giuseppe”. L’uomo lo accarezzò. Le sue grosse mani da operaio sprigionavano un’infinita tenerezza. “Sei stato il più bel regalo di Natale”, bisbigliò Fabio prima di addormentarsi.

La culla di Giuseppe

 

Sufo, il ricco negoziante che vendeva la tela sulla piazza di Nazareth, quel mattino lasciò la sua bottega e si recò dal falegname Giuseppe. La casa di Giuseppe era un po’ fuori mano e così Sufo dovette sudare sotto il sole per raggiungerla.

“Giuseppe - chiamò il mercante affacciandosi alla bottega del falegname - sono già venuto ad ordinarvi l’arca del pane prima delle mie nozze; ora vengo a chiedervi la culla per il mio primogenito. Fatemi una culla degno d’un re, di buon legno pregiato, che duri, riccamente istoriata e decorata. Sufo può spendere!”.

Il giorno seguente Giuseppe si mise all’opera di buon mattino. Cercò un legno di cedro di buona vena verdiccia, forte, ma anche pastoso e docile ai ferri del falegname e ci lavorò tutto il giorno fino a tarda sera, perché aveva bisogno di quel guadagno. Era il mese dei tributi e bisognava dare a Cesare quel che era di Cesare. La mattina dopo la culla era finita: Giuseppe l’aveva lavorata con grande amore. Per dondolarla sarebbe bastata la dolce melodia di una ninnananna. Giuseppe si recò alla bottega di Sufo con la culla. “Eccovi servito, messere Sufo. Maria m’ha dato i suoi consigli perché fosse fatta come piace alle mamme”.

Sufo osservò la culla e cadde dalle nuvole. Non c’era segno di ricchezza in quel pezzo di legno. Ai suoi occhi la culla era un giaciglio povero e meschino. E fu così che Sufo scaccio Giuseppe dalla bottega.

Tornando verso casa carico della culla e di malinconici pensieri, Giuseppe si imbattè in Lisa, una cara amica di Maria, poverissima, rimasta vedova da pochi giorni dopo aver partorito un figlio maschio. Il padre, ammalatosi gravemente, aveva potuto tenerlo in braccio solo pochi giorni. La donna raccontò di aver camminato tutto il giorno per cercare giunchi lungo il fiume. Voleva fare una culla per il suo piccolo, come si fanno i canestri: ma non aveva trovato che un piccolo fascio di rami marci.

“Prendete questa già fatta - le sorrise dolcemente Giuseppe - Sufo, il mercante, non l’ha voluta. Il vostro bambino ci starà come il pane nella madia”.

“Potessi pagarla, sì che la prenderei!”.

E Giuseppe: “Prendetela, Lisa, è vostra”. E le lasciò la culla sulla porta di casa senza aspettare né benedizioni né ringraziamenti.

Lisa sapeva bene che Giuseppe non era meno povero di lei. Tante volte aveva pensato con gli occhi il poco pane che Maria portava al forno per la cottura. Ma la culla era così bella che fece la gioia del piccolo e della madre. Lisa, venuta la sera, vi deponeva il bambino e cominciava a cantare una dolcissima melodia. Quel canto si diffondeva nella contrada silenziosa e giungeva in tutte le case di Nazareth. il vento ne trasportava l’eco lontano e lontano nell’oscurità della notte.

La voce di Lisa era così limpida e serena che chi la udiva ci sentiva i colori della felicità. D’improvviso, però, il suo tono si faceva mesto e accorato, come se la mamma fosse stata trafitta per un attimo da una punta di malinconia. La sua voce tremava come un filo d’acqua nel vento, si oscurava per un momento come la luna al passaggio di una nuvola: nel suo cuore scendeva il pensiero che la sua felicità era costata un dolore al falegname Giuseppe.

Sufo si fece fare da un altro falegname la culla per il figlio ormai nato: ricca, pesante e massiccia come un trono. La pagò un prezzo da dire sottovoce per non offendere la povertà, e vi mise a dormire il suo puttino adorato. Ma questa culla regale si dondolava a fatica e, muovendosi, faceva un rumore così sgradevole, da tenere sveglio il bambino. La nutrice a furia di dondolare finiva per addormentarsi, mentre il pargoletto continuava a piangere e strillare, disturbato dalla nenia lamentosa di quel legno pesante.

La mattina Sufo, non potendo più sopportare la tortura del neonato e lo stridere di quella culla, andò da Lisa e le disse: “Datemi la culla del vostro bambino, vi pagherò quel che volete”. E lei: “Come potrei farne dono senza offendere l’animo generoso che me l’ha regalata? Non di penso affatto!”. “Andrò da Giuseppe a ordinargliene un’altra”.

Ma Giuseppe era alquanto indaffarato in quei giorni. Per l’intervento della Provvidenza, aveva ricevuto alcune ordinazioni urgenti e lavorava di buona lena. “Mi spiace, messer Sufo, ma ne avrò per almeno una stagione. Abbiate pazienza se vi dico che non posso soddisfarvi subito”.

“E il mio bambino - sbuffò Sufo - dove lo metto a dormire?”.

Giuseppe gli rispose: “Chiedete a Lisa di fargli un posto vicino al suo. La culla è grande”.

Sufo tornò da Lisa. “Se non volete che questo - disse la donna - portatemi il bambino questa sera. Il mio canto basterà per tutti e due”.

“A proposito - chiese Sufo - cos’è quella nota di dolore che turba ad un certo punto la dolcezza della vostra canzone? Si sente che avete una spina nel cuore”.

Ogni notte, mentre canto, mi viene in mente che la mia gioia è costata un dolore al falegname. Il dolore che gli avete procurato voi”.

Sufo tornò da Giuseppe e gli disse: Lasciate che vi paghi la culla, Giuseppe, se dovrò mettervi a dormire il mio bambino”.

“Io già sono stato ripagato in benedizione da quella povera vedova. E quelle benedizioni sono diventate Provvidenza per me. Farei un cattivo affare se scambiassi queste benedizioni con un quattrino. Quella culla è leggera e trotta felicemente perché è la culla della carità. Non pagate me, ma prendetevi piuttosto cura di quella poveretta che non sa di che vivere”.

Sufo decise di prendere in casa sua la vedova e il figlioletto e le chiese di essere nutrice del suo primogenito. Quella notte i due bimbi dormirono placidamente nella culla di Giuseppe dondolati dal canto struggente e dolcissimo di Lisa. Anche Sufo, finalmente, trovò sonno nel pensiero che la carità di un povero aveva riportato a lui, tanto ricco, la pace e la serenità.

 

Da una raccolta edita da Gribaudi

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Braci di Natale

 

La notte era freddissima. Giuseppe era uscito dalla stalla per andare a cercare qualcosa che potesse scaldare la sua sposa e il figlio appena nato. Cerca e bussa, bussa e cerca, non era però riuscito a trovare nemmeno un po’ di braci o un pezzo di legno per accendere un fuoco. Cammina e cammina, quando stava ormai perdendo le speranze riconobbe da lontano una luce. Le corse incontro e vide che era un fuoco acceso. C’era lì accanto un gregge di pecore, sorvegliato da un vecchio pastore. Ma nel vedere lo sconosciuto che si avvicinava, il pastore spaventato afferrò il bastone e glielo lanciò contro. Miracolosamente, però, il bastone cambiò traiettoria, cadde a terra senza far male a nessuno. Il pastore non ebbe nemmeno il tempo per riflettere sullo strano fatto, che Giuseppe gli si avvicinò e gli domandò con gentilezza: “Ho bisogno d’aiuto: posso prendere un po’ di braci? Mia moglie ha appena messo al mondo un bambino e vorrei accendere un fuoco per scaldarli”. Il pastore era diffidente: avrebbe voluto dire di no; e vedendo che Giuseppe non aveva nemmeno un contenitore per portare con sé le braci, gli venne un’idea: perché non divertirsi con questo sprovveduto? Gli disse così: “Se le vuoi, prendi pure tutte le braci che ti servono”. Giuseppe gli sorrise, lo ringraziò e, senza scomporsi, prese le braci a mani nude e le mise nel suo mantello. Lo salutò gentilmente e s’incamminò nella notte buia. Stupito e meravigliato, il pastore si disse: “Questa è una notte ben strana! Accadono cose incredibili… voglio saperne di più!”. Decise di seguire Giuseppe. Cammina e cammina, senza farsi vedere giunse sino alla stalla. C’erano Giuseppe, una donna e un bambino appena nato adagiato sulla nuda paglia. Il cuore gli si intenerì e, per la prima volta nella sua vita, il ruvido pastore desiderò donare qualcosa: prese dallo zaino una morbida pelle nuova e la diede a Giuseppe per avvolgervi il bambino. Gli si aprirono in quel momento gli occhi e vide che sopra di lui volteggiavano gli Angeli e una luce meravigliosa circondava la mangiatoia, mentre il bambino gli sorrideva beato. E il pastore si sentì felice, perché quella notte il suo cuore si era aperto all’amore.

 

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