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Storie e Racconti
TAIZE' - Alleluia (Zagorsk)
A cura di Angela Magnoni

Dalla testa ai piedi

 

Carissimi, cenere in testa e acqua sui piedi.

Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala. Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all'acqua, più che alle parole. Non c'è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un “linguaggio a lunga conservazione”. È difficile, per esempio, sottrarsi all'urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un’autentica martellata quel richiamo all'unica cosa che conta: “Convertiti e credi al Vangelo”. Peccato che non tutti conoscono la rubrica del Messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d'ulivo benedetti nell'ultima Domenica delle Palme. Se no, le allusioni all’impegno per la pace, all'accoglienza del Cristo, al riconoscimento della Sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del Cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione. Quello “shampoo alla cenere”, comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato. Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell'acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l'abbiamo “udita con gli occhi”, pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente. Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l’offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio. Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle Ostie Consacrate. Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell'attesa di Cristo? “Una tantum” per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni! Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua. La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l'ardore, mettiamoci alla ricerca dell'acqua da versare... sui piedi degli altri. Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa.
Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.

Un grande augurio.

 

Servo di Dio Tonino Bello 

Il bruco Giovanni e il gelso

 

C’era una volta un gelso centenario, pieno di rughe e di saggezza, che ospitava una colonia di piccoli bruchi. Erano bruchi onesti, laboriosi, di poche pretese. Mangiavano, dormivano e, salvo qualche capatina al bar del penultimo ramo a destra, non facevano chiasso. La vita scorreva monotona, ma serena e tranquilla. Faceva eccezione il periodo delle elezioni, durante il quale i bruchi si scaldavano un po’ per le insanabili divergenze tra la destra, la sinistra e il centro. I bruchi di destra sostengono che si comincia a mangiare la foglia da destra, i bruchi di sinistra sostengono il contrario, quelli di centro cominciano a mangiare dove capita. Alle foglie naturalmente nessuno chiedeva mai un parere. Tutti trovavano naturale che fossero fatte per essere rosicchiate. Il buon vecchio gelso nutriva tutti e passava il tempo sonnecchiando, cullato dal rumore delle instancabili mandibole dei suoi ospiti. Bruco Giovanni era tra tutti il più curioso, quello che con maggiore frequenza si fermava a parlare con il vecchio e saggio gelso. “Sei veramente fortunato, vecchio mio”, diceva Giovanni al gelso. “Te ne stai tranquillo in ogni caso.  Sai che dopo l’estate verrà l’autunno, poi l’inverno, poi tutto ricomincerà.  Per noi la vita è così breve.  Un lampo, un rapido schioccar di mandibole e tutto è finito”. Il gelso rideva e rideva, tossicchiando un po’: “Giovanni, Giovanni, ti ho spiegato mille volte che non finirà così! Diventerai una creatura stupenda, invidiata da tutti, ammirata...”. Giovanni agitava il testone e brontolava: “Non la smetti mai di prendermi in giro. Lo so bene che noi bruchi siamo detestati da tutti. Facciamo ribrezzo. Nessun poeta ci ha mai dedicato una poesia. Tutto quello che dobbiamo fare è mangiare e ingrassare. E basta”. “Ma Giovanni”, chiese una volta il gelso, “tu non sogni mai?”. Il bruco arrossì. “Qualche volta”, rispose timidamente. “E che cosa sogni?”. “Gli angeli”, disse, “creature che volano, in un mondo stupendo”. “E nel sogno sei uno di quelli?”. “Sì”, mormorò con un filo di voce il bruco Giovanni, arrossendo di nuovo. Ancora una volta, il gelso scoppiò a ridere. “Giovanni, voi bruchi siete le uniche creature i cui sogni si avverano e non ci credete!”. Qualche volta, il bruco Giovanni ne parlava con gli amici. “Chi ti mette queste idee in testa?”, brontolava  Pierbruco. “Il tempo vola, non c’è niente dopo! Niente di niente. Si vive una volta sola: mangia, bevi e divertiti più che puoi!”. “Ma il gelso dice che ci trasformeremo in bellissimi esseri alati”. “Stupidaggini. Inventano di tutto per farci stare buoni”, rispondeva l’amico. Giovanni scrollava la testa e ricominciava a mangiare. “Presto tutto finirà... scrunch... Non c’è niente dopo... scrunch... Certo, io mangio… scrunch, bevo e mi diverto più che posso... scrunch... ma... scrunch... non sono felice... scrunch. I sogni resteranno sempre sogni. Non diventeranno mai realtà. Sono sono illusioni”, bofonchiava, lavorando di mandibole. Ben presto i tiepidi raggi del sole autunnale cominciarono ad illuminare tanti piccoli bozzoli bianchi tondeggianti sparsi qua e là sulle foglie del vecchio gelso. Un mattino, anche Giovanni, spostandosi con estrema lentezza, come in preda ad un invincibile torpore, si rivolse al gelso. “Sono venuto a salutarti. È la fine. Guarda sono l’ultimo. Ci sono solo tombe in giro. E ora devo costruirmi la mia!”.  “Finalmente! Potrò far ricrescere un po’ di foglie! Ho già incominciato a godermi il silenzio! Mi avete praticamente spogliato! Arrivederci, Giovanni!”, sorrise il gelso. “Ti sbagli gelso. Questo... sigh... è... è un addio, amico!”, disse il bruco con il cuore gonfio di tristezza. “Un vero addio. I sogni non si avverano mai, resteranno sempre e solo sogni. Sigh!”. Lentamente, Giovanni cominciò a farsi un bozzolo. “Oh”, ribatté il gelso, “vedrai!”. E cominciò a cullare i bianchi bozzoli appesi ai suoi rami. A primavera, una bellissima farfalla dalle ali rosse e gialle volava leggera intorno al gelso. “Ehi, gelso, cosa fai di bello? Non sei felice per questo sole di primavera?”. “Ciao Giovanni! Hai visto, che avevo ragione io?”, sorrise il vecchio albero. “O ti sei già dimenticato di come eri poco tempo fa?”. Parlare di Risurrezione agli uomini è proprio come parlare di farfalle ai bruchi. Molti uomini del nostro tempo pensano e vivono come i bruchi. Mangiano, bevono e si divertono più che possono: dopotutto non si vive una volta sola?
Nulla di male, sia ben chiaro. Ma la loro vita è tutta qui. Per loro, la parola Risurrezione non significa nulla. Eppure non sono felici...

La Croce è troppo pesante per Te

 

Signore, la Croce è troppo pesante per Te
e tuttavia Tu la porti
perché il Padre lo vuole, per noi.
Il suo carico è superiore alle Tue forze
e tuttavia Tu non la rifiuti.
Cadi, ti rialzi e prosegui ancora.
Insegnami a capire che ogni vera sofferenza
presto o tardi, in un modo o nell’altro
risulterà alla fine troppo pesante
per le nostre spalle,
perché non siamo creati per il dolore,
ma per la felicità.
Ogni Croce sembrerà superiore alle forze.
Sempre si udirà il grido stanco
e pieno di paura: “Non ne posso più!”.
Signore, aiutami in quell’ora
con la forza della Tua pazienza e del Tuo Amore
affinché non mi perda d’animo.
Tu sai quanto grande può essere
il peso di una Croce.
Non ci imputare il diventar deboli,
ma aiutaci a rialzarci.
Rinnovami nella pazienza,
infondimi la Tua forza nell’anima.
Allora mi rialzerò di nuovo,
accetterò il mio peso e andrò oltre.

 

Romano Guardini

Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio

 

C’è una frase immensa, che riassume la tragedia del Creato al momento della morte di Cristo: “Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra”. Forse è la frase più scura di tutta la Bibbia. Per me è una delle più luminose. Proprio per quelle riduzioni di orario che stringono, come due paletti invalicabili, il tempo in cui è concesso al buio di infierire sulla terra. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Ecco le saracinesche che comprimono in spazi circoscritti tutti i rantoli della terra. Ecco le barriere entro cui si consumano tutte le agonie dei figli dell’uomo. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario, c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le Croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio. Coraggio, fratello che soffri. C’è anche per te una deposizione dalla Croce. C’è anche per te una pietà sovrumana. Ecco già una mano forata che schioda dal legno la tua. Ecco un volto amico, intriso di sangue e coronato di spine, che sfiora con un bacio la tua fronte febbricitante. Ecco un grembo dolcissimo di donna che ti avvolge di tenerezza. Tra quelle braccia materne si svelerà, finalmente, tutto il mistero di un dolore che ora ti sembra un assurdo. Coraggio. Mancano pochi istanti alle tre del tuo pomeriggio. Tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.

 

Servo di Dio Tonino Bello

 

Il Tuo cammino verso di noi

 

Il Tuo cammino verso di noi

è cominciato da sempre.

Eterno quanto è eterno il Tuo amore.

Noi cercavamo il Tuo volto.

E ci torturavamo nel nostro bisogno di amarti,

nella nostra impotenza a trovarti.

 

E Tu invece stavi inventando la storia più bella

che mai potesse essere scritta nel tempo.

La Tua avventura fra noi.

Era un cammino, un tratto di cammino,

quello che ti preparavi a percorrere con noi.

E noi, quando l’abbiamo capito,

ti abbiamo atteso.

E la nostra attesa era amore.

 

Ma quando sei venuto

Come nelle fiabe in cui l’amore

Crea strane somiglianze

E travestimenti inattesi,

noi non ti abbiamo riconosciuto.

Perché eri troppo normale.

Troppo uguale a noi.

Eri uno di noi.

E non ti abbiamo accolto.

Non abbiamo capito quell’abisso di amore

che ti aveva portato a mimetizzarti così.

Non avevamo scoperto il Tuo Cuore.

E, per scoprirlo, ti abbiamo ucciso.

 

MA ora che abbiamo capito,

ci posiamo con sguardo innamorato

su Te sofferente,

sul Tuo Corpo Crocifisso.

E in Te adoriamo il nostro Dio,

quel Dio che ci affascina nel suo silenzio

e ci lacera nel Suo dolore.

E che non ci lascia più vivere

al di fuori di un Amore

spinto fino alla consumazione.

 

Mons. Costanzo Micci, Questo nostro Dio, Ed, Giovinezza – Roma

 

Morire per vivere

 

Ho scoperto che fra tante cose belle e buone fatte da Dio, una non è meno bella, anzi è bellissima, ed è la morte. E perché? Perché mi dà la possibilità di cominciare da capo, mi dà la possibilità di vedere “cose nuove”. Per nessun momento, come quello, capisco il detto della Scrittura: “Io faccio nuove tutte le cose”. Non è che amo la morte perché liquida le mie ultime forze, amo la morte perché fa “nuove tutte le cose”. Amo la morte perché mi ridà la vita. Amo la morte perché credo alla Resurrezione. Quella sì che mi interessa! Che servirebbe tutta la mia fatica a credere, tutto questo sperare contro ogni speranza, se giunto a questo momento accet­tassi il nulla o peggio l'immobilità, o la sclerosi del tempo? No, non l’accetto e vi dico, meglio vi grido: “Credo alla Vita Eterna!”.

E qui vi dico ancora un segreto che ho scoperto in questi ultimi tempi: sono certo che quando il maglio della morte mi schiaccerà come un’oliva, in quell’istante capirò tutti i perché della vita, in quell’istante dirò: “Ora capisco perché la morte è questa grande realtà nel cosmo intero. In essa è nascosto il segre­to stesso della vita”. E un grande “Oh!” di meraviglia uscirà dal mio essere. Non tremare allora, anima mia, e non aver paura. Guarda davanti a te e sorridi ancora una volta. Se lo Spirito si è posato sul caos al principio, e Dio ha crea­to l’universo, ora torna a posarsi su di noi per rifare nuove tutte le cose.

 

fratel  Carlo Carretto

 

Per noi uomini

 

Sì! Il vero segreto nascosto nei secoli è il Dio crocifisso. È un Dio che per amore si annienta nel Cristo e, per salvare la sua creatura, paga col sangue. L’amore, il vero amore non sa che aiutare, ricreare, attende­re e giunge, sulla croce, a dire al ladrone che si rivolge a Lui: “Oggi sarai con me in Paradiso”. Quanta speranza e quanta dolcezza c’è in questa terribile scena del Calvario e la Chiesa stessa, quella di Gesù, nasce pro­prio li, in un incontro tra Dio e l’uomo in cui l’amore compie il miracolo della conciliazione eterna. “Oggi sarai con me in Paradiso”. È l’oggi di Dio. È l’oggi della Chiesa. È la novità assoluta. È il prezzo del sangue. L’uomo è conquistato col sangue di un Dio. Certo non saremmo mai riusciti a scoprire questo volto di Dio, se non avessimo avuto l’Incarnazione, se non avessimo avuto la Passione e la Morte di Gesù, se non avessimo avuto il Vangelo tra le mani che dice a noi ladroni, a noi delinquenti, a noi traditori, quell’oggi, oggi, “oggi sarai con me in Paradiso”. Sembra inverosimile sentir dire una parola di assoluzione così radicale, così sconvolgente. E proprio a noi, che eravamo convinti che quel ladrone sor­preso dalla morte sarebbe finito nelle pene eterne della giustizia. Ma che cosa vuole questo Dio scandaloso che al tribunale della vita assolve i delinquenti e li giudica tipi degni di amore? Sì, è un Dio scandaloso. E un Dio che non dubiterà di scardinare il sacro per difen­dere la centralità dell’uomo.

 

fratel Carlo Carretto

Il melograno

 

Gesù saliva faticosamente la via del Calvario. Dalla Sua fronte trafitta di spine cadevano gocce di sangue. Gli Apostoli, timorosi, seguivano Gesù da lontano, per non farsi vedere; ed uno di essi, quando il triste corteo era passato, raccoglieva i sassolini arrossati, dal sangue benedetto di Gesù e li metteva in un sacchetto. A sera gli Apostoli si radunarono tutti tristi nel Cenacolo; l’apostolo pietoso trasse di tasca il sacchetto per mostrare ai compagni le reliquie del sangue di Gesù; ma nel sacchetto trovò un frutto nuovo, dalla buccia spessa ed aspra dentro alla quale erano tanti chicchi, rossi come il sangue di Gesù. Era nato il melograno.

La leggenda della passiflora

 

Nei giorni lontani, quando il mondo era tutto nuovo, la primavera fece balzare dalle tenebre verso la luce tutte le piante della terra; e tutte fiorirono come per incanto. Solo una pianta non udì il richiamo della primavera; e quando finalmente riuscì a rompere la dura zolla, la primavera era già lontana. “Fa’ che anche io fiorisca, o Signore!”, pregò la piantina. “Tu pure fiorirai”, rispose il Signore. “Quando?”, chiese con ansia la piccola pianta senza nome. “Un giorno”, e l’occhio di Dio si velò di tristezza. Era ormai passato molto tempo. La primavera anche quel anno era venuta; e al suo tocco le piante del Gòlgota avevano aperto i loro fiori. Tutte fuorché la piantina senza nome. Il vento portò l’eco di urla sguaiate, di gemiti, di pianti... Un uomo avanzava fra la folla urlante, curvo sotto la croce. Aveva il volto sfigurato dal dolore e dal sangue. “Vorrei piangere anche io come piangono gli uomini”, disse la piantina con un fremito. Gesù in quel momento le passava accanto, e una lacrima, mista a sangue, cadde sulla piantina pietosa. Subito nacque un fiore strano, che portava nella corolla gli strumenti della passione: una corona, un martello, dei chiodi: la passiflora, il fiore della Passione.

La Croce, crudele incisione nella storia dell’uomo

 

Guardiamo alla Croce e lasciamoci interpellare da questa crudele incisione che ha condizionato la storia del mondo. Guardiamo senza paura a questo strumento della nostra vergogna e della nostra salvezza. A quella Croce abbiamo consegnato il corpo dell’Amore. Volendocene disfare una volta per tutte, lo abbiamo inchiodato definitivamente in modo che non possa più muoversi. Ma proprio in questo modo rimane per sempre in mezzo a noi. A quella croce abbiamo inchiodato l’amore!

Il salice piangente


Gesù saliva verso il Calvario, portando sulle spalle piagate la croce pesante. Sangue e sudore scendevano a rigare il volto santo coronato di spine. Vicino a Lui camminava la Madre, insieme ad altre pie donne. Gli uccellini, al passaggio della triste processione, si rifugiavano, impauriti, tra i rami degli alberi. Ad un tratto Gesù stramazzò al suolo. Due soldatacci, armati di frusta, si precipitarono su di Lui, allontanando la Madre, che tentava di rialzarlo. “Su, muoviti! E tu, donna, stàttene da parte”. Gesù tentò di rialzarsi, ma la croce troppo pesante glielo impedì. Era caduto ai piedi di un salice. Cercò inutilmente di aggrapparsi al tronco. Allora l’albero pietoso chinò fino a terra i suoi rami lunghi e sottili perché potesse, afferrandosi ad essi, rialzarsi con minor fatica. Quando Gesù riprese il faticoso cammino, l’albero rimase coi rami pendenti verso terra, perciò fu chiamato “salice piangente”.

 

Sono Pietro il pescatore

 

Sono Pietro il pescatore. Sono nato e vissuto sulle sponde del lago di Tiberiade. La mia vita quotidiana nella difficoltà e nelle soddisfazioni del mio lavoro, tra la mia gente e l’affetto della mia famiglia, è il primo grande dono che il Signore mi ha regalato. Non avrei mai pensato di sperimentare qualcosa di più grande nel momento del fallimento, una mattina, mentre tornavo a riva, con le reti vuote, ho incontrato la verità. Gesù era lì e mi chiamava per nome, mi invitata a stare con Lui. Ho percorso tutte le strade della Palestina con Lui, ho ascoltato quel Suo messaggio così diverso dagli altri fino a vederlo sulla croce donarsi per noi. Pensavo che su quel legno tutto fosse finito, temevo di non potergli chiedere più perdono perché l’avevo abbandonato per paura. Quando Maria ci ha portato la notizia che la tomba era vuota ho pensato che le autorità l’avessero fatto sparire. Non è stato facile per me credere alla Resurrezione del Signore! Lo Spirito mi ha donato occhi nuovi per poter vedere col cuore e per credere. Mi ha chiamato a guidare la sua nuova famiglia, a segnare la strada, a indicare la via e gridare al mondo che Gesù vive e abita sempre presso di noi. Durante l’Ultima Cena ha detto sul pane “Questo è il mio corpo”. L’Eucarestia è il Suo Corpo passato attraverso la morte ma risorto.

 

don Angelo Vigani

Signore, la Croce è Troppo pesante per me

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come spiegare la Resurrezione?

 

Un missionario viveva da tantissimi anni in Cina, Paese dalla cultura millenaria e profondamente religioso. Non aveva battezzato nessuno (non era lì a convertire...), ma era riuscito in qualche modo a stabilire una bellissima relazione con un vecchiettino cinese, con cui passava le ore e le giornate a chiacchierare del più e del meno, e a discutere delle cose di Dio. Era stupendo per entrambi potersi scambiare le proprie esperienze di fede, così diverse eppure così simili. Era bello poter scoprire, grazie all’altro, un altro volto di Dio, un altro colore del Suo arcobaleno, un altro raggio della Sua luce. Un giorno il missionario arrivò a parlare della Resurrezione... Come spiegare al suo amico il mistero della Resurrezione di Gesù? Era facile raccontargli della vita di Gesù, del bene che aveva fatto, di come la gente semplice lo ricordasse proprio come un uomo buono che aveva fatto tanto bene. Ma come spiegargli la Resurrezione? Provò, e riprovò, cercò esempi, metafore... ma il suo grande amico non riusciva a comprendere tale stupefacente mistero. Finché un giorno il vecchio cinese disse al suo amico missionario: “Ascolta, da tanti giorni ti sforzi di spiegarmi quello che io non posso capire. Credo ci sia un unico modo perché io possa capire cos’è la Resurrezione di Gesù: mostrami la tua Resurrezione!”.

Il bambino che tolse i chiodi a Gesù

 

C’era una volta un bambino di nome Lorenzo, piccolo mulatto, birichino, occhi pieni di curiosità, denti bianchissimi nella bocca sorridente, voglia continua di correre e giocare, fantasioso, spericolato, sempre protetto dal vigile Angelo Custode. E non c’era solo quel bambino, c’era anche un castello, dove il bimbo andava a giocare e dove l’aspettavano tante zie che se lo contendevano per appagare tutti i suoi desideri e raccontarsi poi le sue prodezze. Nel castello c’era una piccola chiesa, perché le zie che lo custodivano erano delle suore secolari che sapevano coniugare la consacrazione al Signore l’amore materno ad ogni piccola creatura. Ed ecco che un giorno, nel mezzo del gioco, mentre il bimbo corre calciando il pallone, nel corridoio accanto alla piccola chiesa la voce della zia “Annamaria”, la madrina di Battesimo, chiama: “Lorenzo, vieni a conoscere Gesù”. Così Lorenzo scende per la prima volta i gradini della chiesetta ed entra nel vano sacro, dove gli viene mostrato Gesù nel grande Crocifisso appeso alla parete sopra l’altare.
Il bimbo alza gli occhi e vede i piedi forati dal chiodo, sovrapposti e sanguinanti. Ecco quello è Gesù e lui gli manda bacetti con la mano, rammaricandosi di non poterlo raggiungere, impotente a togliergli quei chiodi che forano i piedi e le mani fino a farli sanguinare. Cominciò così il suo amore per Gesù, un misto di ammirazione e compassione che si rinnovava ad ogni nuova visita. Per Lorenzo era un grosso sacrificio lasciare il gioco per andare a rivedere Gesù, ma ne valeva la pena... specialmente dopo che aveva assaggiato il “Pane di Gesù”, che zia Annamaria aveva preso da un armadietto della sacrestia, e dopo aver saputo che la casa di Gesù era nel Tabernacolo di marmo, proprio sotto la grande croce da cui Gesù non poteva discendere. In braccio alla madrina lui però poteva baciare la porticina di quella “casa” e stabilire con Gesù una grande amicizia, più importante di quella che aveva con i suoi compagni della Scuola Materna.  Ma il cuoricino di Lorenzo soffriva per quei grossi chiodi che non sapeva come fare a togliere perché Gesù potesse guarire e scendere dalla croce. Una volta che zia Roberta si ferì un piede e mostrò al bambino la ferita, egli si slanciò a baciarlo per farlo guarire come avrebbe voluto fare con Gesù. Passò il tempo e venne il grande momento: una scala era rimasta abbandonata in chiesa con qualche attrezzo, come quelli che usava papà Mario per i lavori di casa. Lorenzo non aspettava altro! Ormai era abbastanza alto e forte per sollevare la scala, avvicinarla al grande Crocifisso, prendere gli attrezzi e salire fino in alto. Ora finalmente poteva “lavorare” per togliere quei chiodi ai piedi e alle mani di Gesù. Lavora, smuovi, tira... e uno! Poi due, ma il terzo che fatica! Non si arrese: tirò finché anche quello fu divelto, ma intanto la scala oscillò e si piegò all’indietro. Un grido: “Gesù!”. Una risposta: “Lorenzo!”.
E mentre il bimbo stava perdendo l’equilibrio, stava cadendo indietro, le mani libere di Gesù lo afferrarono e lo portarono in posizione sicura. Lorenzo, ignaro del pericolo corso, esultava di gioia: Gesù finalmente aveva parlato! Le zie intanto cercavano il bambino e lo trovarono sulla scala sorridente.  “Lorenzo che hai fatto?”. “Non ha più i chiodi! E Gesù mi ha risposto!”. Zia Ilva sale subito sulla scala e va a prendere il bambino, lo riconduce a terra illeso, fra la grande gioia di tutte le zie dal cuore materno che per lui hanno trepidato e stentano a capire che cosa è successo.
In realtà nessuno mai capì bene la cosa, solo Lorenzo sapeva che Gesù non aveva più i chiodi perché lui glieli aveva tolti e poi era felice perché Gesù gli aveva parlato come ad un vero amico.

Tutto dipende da quel mattino di Pasqua

 

Si racconta di uno scienziato tedesco che, cercando un posto tranquillo dove sistemarsi, aveva finito per scegliere un'abitazione che stava nelle immediate vicinanze di un monastero di clausura.
Non aveva la fede, ma quell’ambiente presentava il vantaggio di essere ideale quanto a quiete per le sue ricerche. “Qui almeno troverò il silenzio di cui ho bisogno per i miei studi e i miei esperimenti”, pensava. Le sue previsioni si rivelarono esatte solo parzialmente. Di fatto, gran parte della giornata la sua casa era come avvolta dal silenzio, rotto soltanto dal suono di una campanella. Ma poi venivano le ore di ricreazione delle monache. Allora non c’era verso di difendersi da quell’allegria scoppiettante; l’esplosione delle risate trapassava muri e finestre. Per lo studioso diventò quasi un'ossessione. Ragionava: “Queste donne sono povere, conducono una vita di penitenza, non conoscono il piacere. Come fanno ad essere così contente? Non ci sarà sotto, per caso, qualcosa di losco?”. Decise di togliersi il pensiero parlandone direttamente con l’abbadessa. Questa gli fornì una spiegazione semplicissima: “Siamo le spose di Cristo”. “Ma il vostro sposo non è morto duemila anni fa?”, obiettò quello. “Mi scusi, signor professore, ma lei non deve essere stato informato che tre giorni dopo è risorto da morte. E noi siamo testimoni appunto, di ciò che è accaduto tre giorni dopo”.

Cristo è risorto

 

Al tempo della propaganda antireligiosa, in Russia, un commissario del popolo aveva presentato brillantemente le ragioni del successo definitivo della scienza. Si celebrava il primo viaggio spaziale. Era il momento di gloria del primo cosmonauta, Gagarin. Ritornato sulla terra, aveva affermato che aveva avuto un bel cercare, in cielo: Dio proprio non l’aveva visto. Il commissario tirò la conclusione proclamando la sconfitta definitiva della religione. Il salone era gremito di gente. La riunione era ormai alla fine. “Ci sono delle domande?”. Dal fondo della sala un vecchietto che aveva seguito il discorso con molta attenzione disse sommessamente: “Christòs ànesti”, “Cristo è risorto”. Il suo vicino ripeté, un po’ più forte: “Christòs ànesti”. Un altro si alzò e lo gridò; poi un altro e un altro ancora. Infine tutti si alzarono gridando: “Christòs ànesti”, “Cristo è risorto”. Il commissario si ritirò confuso e sconfitto. Al di là di tutte le dottrine e di tutte le discussioni, c’è un fatto. Per la sua descrizione basterà sempre un francobollo: Christòs ànesti. Tutto il cristianesimo vi è condensato. Un fatto: non si può niente contro di esso. I filosofi possono disinteressarsi del fatto. Ma non esistono altre parole capaci di dar slancio all’umanità: Gesù è risorto.

 

don Bruno Ferrero, La vita è tutto quello che abbiamo

I bruchi

 

C’era una volta un gelso centenario, pieno di rughe e di saggezza, che ospitava una colonia di piccoli bruchi. Erano bruchi onesti, laboriosi, di poche pretese. Mangiavano, dormivano e, salvo qualche capatina al bar del penultimo ramo a destra, non facevano chiasso. La vita scorreva monotona, ma serena e tranquilla. Faceva eccezione il periodo delle elezioni, durante il quale i bruchi si scaldavano un po’ per le insanabili divergenze tra la destra, la sinistra e il centro. I bruchi di destra sostengono che si comincia a mangiare la foglia da destra, i bruchi di sinistra sostengono il contrario, quelli di centro cominciano a mangiare dove capita. Alle foglie naturalmente nessuno chiedeva mai un parere. Tutti trovavano naturale che fossero fatte per essere rosicchiate. Il buon vecchio gelso nutriva tutti e passava il tempo sonnecchiando, cullato dal rumore delle instancabili mandibole dei suoi ospiti. Bruco Giovanni era tra tutti il più curioso, quello che con maggiore frequenza si fermava a parlare con il vecchio e saggio gelso. “Sei veramente fortunato, vecchio mio”, diceva Giovanni al gelso. "Te ne stai tranquillo in ogni caso. Sai che dopo l’estate verrà l’autunno, poi l'inverno, poi tutto ricomincerà. Per noi la vita è così breve. Un lampo, un rapido schioccar di mandibole e tutto è finito”. Il gelso rideva e rideva, tossicchiando un po’: “Giovanni, Giovanni, ti ho spiegato mille volte che non finirà così! Diventerai una creatura stupenda, invidiata da tutti, ammirata...”. Giovanni agitava il testone e brontolava: “Non la smetti mai di prendermi in giro. Lo so bene che noi bruchi siamo detestati da tutti. Facciamo ribrezzo. Nessun poeta ci ha mai dedicato una poesia. Tutto quello che dobbiamo fare è mangiare e ingrassare. E basta”. “Ma Giovanni”, chiese una volta il gelso, “tu non sogni mai?”. Il bruco arrossì. “Qualche volta”, rispose timidamente. “E che cosa sogni?”. “Gli angeli”, disse, “creature che volano, in un mondo stupendo”. “E nel sogno sei uno di quelli?”. “...Sì”, mormorò con un fil di voce il bruco Giovanni, arrossendo di nuovo. Ancora una volta, il gelso scoppiò a ridere. “Giovanni, voi bruchi siete le uniche creature i cui sogni si avverano e non ci credete!”. Qualche volta, il bruco Giovanni ne parlava con gli amici. “Chi ti mette queste idee in testa?”, brontolava Pierbruco. “Il tempo vola, non c’è niente dopo! Niente di niente. Si vive una volta sola: mangia, bevi e divertiti più che puoi!”. Ma il gelso dice che ci trasformeremo in bellissimi esseri alati...”. “Stupidaggini. Inventano di tutto per farci stare buoni”, rispondeva l’amico. Giovanni scrollava la testa e ricominciava a mangiare. “Presto tutto finirà... scrunch... Non c’è niente dopo... scrunch... Certo, io mangio… scrunch, bevo e mi diverto più che posso... scrunch... ma... scrunch... non sono felice... scrunch. I sogni resteranno sempre sogni. Non diventeranno mai realtà. Sono sono illusioni”, bofonchiava, lavorando di mandibole. Ben presto i tiepidi raggi del sole autunnale cominciarono ad illuminare tanti piccoli bozzoli bianchi tondeggianti sparsi qua e là sulle foglie del vecchio gelso. Un mattino, anche Giovanni, spostandosi con estrema lentezza, come in preda ad un invincibile torpore, si rivolse al gelso. “Sono venuto a salutarti. È la fine. Guarda sono l’ultimo. Ci sono solo tombe in giro. E ora devo costruirmi la mia!”. “Finalmente! Potrò far ricrescere un po’ di foglie! Ho già incominciato a godermi il silenzio! Mi avete praticamente spogliato! Arrivederci, Giovanni!”, sorrise il gelso. “Ti sbagli gelso. Questo... sigh... è... è un addio, amico!”, disse il bruco con il cuore gonfio di tristezza. “Un vero addio. I sogni non si avverano mai, resteranno sempre e solo sogni. Sigh!”. Lentamente, Giovanni cominciò a farsi un bozzolo. “Oh”, ribatté il gelso, “vedrai”. E cominciò a cullare i bianchi bozzoli appesi ai suoi rami. A primavera, una bellissima farfalla dalle ali rosse e gialle volava leggera intorno al gelso. “Ehi, gelso, cosa fai di bello? Non sei felice per questo sole di primavera?”. “Ciao Giovanni! Hai visto, che avevo ragione io?”, sorrise il vecchio albero. “O ti sei già dimenticato di come eri poco tempo fa?”.

Parlare di risurrezione agli uomini è proprio come parlare di farfalle ai bruchi. Molti uomini del nostro tempo pensano e vivono come i bruchi. Mangiano, bevono e si divertono più che possono: dopotutto non si vive una volta sola? Nulla di male, sia ben chiaro. Ma la loro vita è tutta qui. Per loro, la parola risurrezione non significa nulla. Eppure non sono felici...

 

don Bruno Ferrero, Il volo di Vel

La  leggenda  del  pettirosso

 

C’era una volta un uccellino tutto grigio; non aveva proprio niente che attirasse l’attenzione, era davvero piccolo e bruttino.  Nessuno voleva giocare con lui: “Chi ti credi di essere?”. “Vai via, sei proprio brutto, non voglio giocare con te!”. “Mi vergogno di averti vicino, sta’ lontano!”. Questo gli dicevano amici e conoscenti. L’uccellino allora volava e volava tutto solo, con il cuore pesante di solitudine e di tristezza. Nei suoi lunghi voli, un giorno arrivò appena fuori le mura di una grande città. Lui non sapeva che si trattava di Gerusalemme. Su una collinetta vide tre uomini crocifissi, e uno aveva per giunta una corona di spine conficcata nella testa. Il suo piccolo cuore si indignò: non basta forare mani e piedi con i chiodi? Non basta lasciarlo lì a morire di dolore e di sete, come gli altri due? Era proprio molto arrabbiato e pieno di compassione per quel Crocifisso. Lui non sapeva che era Gesù. Ad un tratto si illuminò: “Eppure posso fare qualcosa per lui!”. Spiegò le alette, prese la rincorsa, con un volo deciso si avvicinò e con tutta la forza del suo beccuccio strappò una spina, e poi un’altra e un’altra ancora con il cuore che gli batteva fortissimo. All’ultima spina però una goccia di sangue del Crocifisso schizzò sul suo petto grigio, mentre Lui gli sorrideva, come per ringraziarlo. L’uccellino corse a lavarsi alla fontana, ma più si lavava, più la macchia di sangue sul suo petto diventava luminosa. “Oh come sei bello!”, gli disse un’uccellina che passava di lì. “Nessuno ha una chiazza di un colore così bella sul petto!”. “Vieni a giocare con noi! Ti chiameremo Pettirosso”, gli dissero gli altri uccelli. Pettirosso non se lo fece dire due volte, li perdonò e giocò, volando, cantando, in una frenesia di felicità. Un pensiero nero però gli attraversò il cuore: “E i miei bambini saranno tutti grigi  o avranno un bellissimo petto rosso come il mio?”. L’uccellina che per prima lo aveva visto si era tanto innamorata di lui e insieme costruirono il nido. Quando l’uccellina vi depose tre fragili uova, lui stette lì tutto il tempo a guardarle, per custodire il momento in cui si schiudevano. Sì, i nuovi nati avevano il petto rosso proprio come lui. E allora fu completamente felice. Non sapeva che quando il Crocifisso fa i suoi doni, non li fa mai a metà.

 

da “Dio fa bene ai bambini. La trasmissione della fede alle nuove generazioni”, Zattoni-Gillini, Queriniana, 2008

 

Gastone il centurione

 

Gastone era un centurione e ormai da 30 anni si trovava alle dipendenze di Pilato. Di condannati ne aveva visti tanti, ma nessuno come questo Galileo. “Con tutte le torture che gli sono state fatte dovrebbe essere già morto... e invece mantiene sempre la calma, pur tra inaudite sofferenze... e poi... mi ricorda qualcuno...”. Intanto Gesù fu caricato della croce e il triste corteo si avviò verso il Calvario. Ad un tratto lungo la strada apparve una Donna. “È la madre del condannato”, sussurrò qualcuno. Gastone si voltò ed ebbe un sussulto: come un lampo il passato gli tornò davanti agli occhi. Era un giovane soldato, appena giunto dall’Italia, quando venne mandato con dei colleghi in Galilea a causa di una sommossa. Come gli altri soldati era un prepotente: entrava nei villaggi e saccheggiava le case senza aver rispetto per nessuno. Un giorno la sua guarnigione rimase senza viveri e i soldati decisero di prendere con la violenza un po’ di provviste. Gridando e schiamazzando misero in subbuglio il paesino di Nazareth: le urla delle donne e il pianto dei bambini, invece di impietosirli, li facevano divertire. Mancava ancora una casetta: Gastone fu il primo ad entrare; ma si fermò di colpo. All’interno non c’era niente di strano: solo una donna con un bambino; eppure l’atmosfera era talmente soprannaturale che i soldati entrando rimanevano ammutoliti. Gastone una volta aveva visto da vicino Cesare, eppure da quei due si irradiava una maestà ben superiore a quella dell’imperatore. Con una voce dolcissima e molto calma la Signora domandò: “Avete bisogno di qualcosa?”. I soldati si guardavano imbarazzati. Gastone si fece coraggio e rispose: “Avremmo bisogno di un po’ di cibo, ma non vorremmo essere di disturbo...”. La Donna si rivolse al bambino: “Gesù, vai a prendere un po’ di provviste”. Il bambino subito si alzò e corse in dispensa. Quando tornò aiutò la Mamma a preparare tanti fagottini quanti erano i soldati. Infine, la Donna distribuì le provviste a ciascuno di loro. Pur essendo molto giovane, tutti ebbero l’impressione di trovarsi di fronte alla propria madre. Gastone non aveva più dimenticato quello sguardo e adesso era sicuro di riconoscerlo in quella Donna. “Il condannato dev’essere quel bambino!”. Era la prima volta che provava compassione per un condannato. Un pensiero gli si affacciò alla mente: “Quest’uomo ha affermato di essere Figlio di Dio... E se fosse vero?”. La Donna intanto seguiva il Figlio con una compostezza e una dignità che ferivano profondamente il cuore del buon centurione. Arrivarono sul Calvario e dopo tre ore di tremenda agonia, alla morte di Gesù Gastone cadde in ginocchio ed esclamò: “Costui era veramente Figlio di Dio!”, e così dicendo gli tornarono alla mente le Sue ultime parole: “Donna, ecco tuo Figlio”: solo allora capì che si trattava di una Maternità universale ed ebbe un sussulto: era proprio questa l’impressione che aveva avuto quando aveva visto la Donna per la prima volta.

 

Miriam Soter

Sono morto perché ti amo

 

Mi sento condotto da Pilato, qualcuno mi tende la mano. Ho l’aspetto dolorosissimo di un uomo un uomo che va alla morte: il capo coperto di spine, il volto intriso di sangue, il corpo tutto ferito e piagato. Vedo e odo la moltitudine che, a una sola voce, ben lontana dall’avere pietà di me, urla chiedendo la mia crocifissione. Le mie orecchie odono scandire: “Muoia, sia condannato” ricevo la sentenza di morte, il popolo ora gioisce ed accoglie con entusiasmo la mia sentenza a morte. Soffro, soffro in silenzio il mio cuore ama però, ama più follemente. Pilato, avrò compassione della tua debolezza d’animo. Ricevo la mia croce. Sotto quel carico schiacciante cammino per strade tristi e cupe. Vedo pochi amici quasi soltanto nemici. Le strade sono affollate da tutta l’umanità. Che peso sopra di me, non porto solo la croce, ma l’umanità intera. Salgo il pendio con enormi pentimenti ma lo salgo con tutto l’amore per dare la vita, la mia vita. È l’amore che mi fa proseguire. Cado sotto il peso della croce, il rozzo tronco mi colpisce il petto e mi ferisce il cuore, le spine penetrano più profondamente. Il mio capo è solo dolore. Mi sembra davvero di perdere la vita. Perderla per dare la vita per voi mi da forza. Cadono dai miei occhi frequenti lacrime, nel mio intimo piango ma, non accuso nessuno amo, amo: ripago l’ingratitudine con l’amore. Mi viene incontro la Mamma guardandomi fissamente. Non posso guardarla bene, chi mi trascina ha fretta. Resta il mio cuore legato al Suo, cuori uniti, uniti dall’amore e dal medesimo dolore. Cammino sempre. Non solo la croce porto ma porto anche il Suo dolore. Le mie e le Sue lacrime hanno la stessa amarezza, lo stesso dolore, gli stessi intenti e sentimenti, la salvezza dell’umanità. Curvo sotto il peso della croce, non posso camminare se non barcollando. Ad ogni passo mi sembra di morire. Sono trascinato da rudi corde. Non per pietà ma per paura che possa morire prima del tempo vogliono che qualcuno porti la mia croce. Non la porta per amore ma per imposizIone. Non ricevo consolazione, ma il mio cuore dispensa amore, tanto amore. La croce mi è stata tolta ma io sento sempre il peso dell’umanità sulle mie spalle. Procedo piegato in tutto il corpo, il mio capo è solo spine bagnate di sangue. Mi viene incontro una donna che ha compassione delle mie sofferenze. Con molta delicatezza mi asciuga il volto dal sudore, dagli sputi e dalla polvere. Vincoli di profonda amicizia legano i nostri cuori. Vorrei tributarle lodi, vorrei si parlasse dovunque del suo amore, il volto mio e l’amore del mio cuore restano impressi nella tela. Questo ritratto è per lei un grande tesoro, espressione dell’amore che arde nel mio cuore e che vince ogni dolore. A metà cammino accuso un’altra caduta, più grave della precedente. Qualcuno mi flagella, mi fa male. Rimango con un ginocchio a terra e l’altro alzato, ma ad uno strappo delle corde cado in avanti col volto al suolo. L’amore mi rialza anche se mi sento sfinito, il mio cuore mi sussurra, è l’amore che mi stimola a proseguire nonostante un così tremendo soffrire. Il cuore avanza ansioso. La sete di morire cresce quanto più si avvicina la mia fine. Questa sete ardente del cuore è energia per il mio camminare. Mi seguono alcune donne, piangono con amarezza alla vista delle mie sofferenze. Le guardo con compassione e sommessamente suggerisco: non piangete per me ma per voi stesse. Piangete le vostre colpe causa delle mie sofferenze. Si avvicina la montagna di morte, che sarà montagna di vita per l’intera umanità. Mi sento scoppiare, tanta è l’ansia di vedere nuovi mondi di purezza e di amore. Cammino con il mondo su di me che mi schiaccia e insudicia con i suoi peccati. Tanto è il carico che io cado per la terza volta. Rimango svenuto per alcuni istanti. La marcia riprende più scellerata: la rabbia dei malvagi brama di vedermi sulla cima del Calvario. Il mio cuore si dilata ad abbracciare il mondo intero e trascina con sé tutta l’umanità. Soltanto con la morte posso donare la vita, la vita vera. Quando mi spogliano lo fanno lo fanno con tremenda violenza, un dolore straziante, solo Dio mi tiene in piedi. Il taglio delle mie vesti avviene come se fosse stato tagliato il mio cuore, il corpo trema, il volto diventa infuocato. Sghignazzi di scherno odo in tutto il calvario, la Mamma vorrebbe coprirmi col Suo manto ma non le è concesso. A stento alzo i miei occhi al cielo ma subito li riabbasso, per assaporare più intimamente la sofferenza del mio cuore. Mi distendo sulla croce. Porgo mani e piedi per essere crocifisso. Il mio abbraccio eterno all’opera della redenzione. Sento come mi strappassero braccia e gambe, tanto le stirano per farle giungere al punto segnato sul legno. Un soldato con tutta la sua crudeltà batte sui chiodi. I colpi di martello risuonano dentro di me, sembrano giungere però dal mondo intero. Su di me tutti i colpi dell’umanità, persona per persona. Anche la vista del mio tremendo soffrire però non commuove i loro cuori. La morte viene presso me di corsa. Il mio dolorosissimo grido di agonia echeggia su tutto il Calvario, muove e rimuove la terra tutta: Padre a Te consegno il mio Spirito. Per me è l’ultimo mio respiro. Tutto è consumato! Quanto costò al mio corpo separarsi dalla spirito. Sono morto per salvare voi. Mentre vengo deposto dalla croce, capo penzoloni e un braccio ormai schiodato, la Mamma è già seduta a braccia aperte per ricevermi col Suo tenero abbraccio. Posto fra le Sue braccia ella mi stringe al cuore, mi bagna delle Sue lacrime d’amore. Fu l’amore che mi portò a dare la vita, mia Madre continua la mia missione: amare tutti gli uomini come io li ho amati. Oggi non piange nel vedere me morto, ma piange nel vedere morire l’umanità oppressa dal peccato. Maria è madre ed io sono il mondo. Maria è madre del mondo. Mi pare di essere io stesso a collocarmi nel sepolcro. Un essere umano che ha sofferto ed è morto, coperto dal peso dell’intera umanità. La vita di Dio ha vinto introducendosi nel mio corpo mortale e rendendolo puro e glorioso.

Il pastore protestante e la gabbia con gli uccellini

 

C’era una volta un uomo di nome George Thomas, era pastore protestante e viveva in un piccolo paese. Una mattina della Domenica di Pasqua stava recandosi in Chiesa, portando con se una gabbia arrugginita. La sistemò vicino al pulpito. La gente era alquanto scioccata. Come risposta alla motivazione, il pastore cominciò a parlare…

“Ieri stavo passeggiando, quando vidi un ragazzo con questa gabbia. Nella gabbia c’erano tre uccellini, tremavano dal freddo e per lo spavento. Fermai il ragazzo e gli chiesi: “Cos’hai lì, figliolo?”. “Tre vecchi uccelli”, fu la risposta. “Cosa farai di loro?”, chiesi. “Li porterò a casa e mi divertirò con loro”, rispose il ragazzo. “Li stuzzicherò e strapperò le piume così litigheranno. Mi divertirò tantissimo”. “Ma presto o tardi ti stancherai di loro. Allora cosa farai?”. “Oh, ho dei gatti”, disse il ragazzo. “A loro piacciono gli uccelli, li darò a loro”. Il pastore rimase in silenzio per un momento. “Quanto vuoi per questi uccelli, figliolo?”. “Cosa??!!! Perché, mica li vuoi, Signore, sono uccelli di campo, niente di speciale. Non cantano. Non sono nemmeno belli!”. “Quanto?”, chiesi di nuovo.. Pensando che io fossi pazzo il ragazzo disse: “10 dollari?”. Io presi 10 dollari dalla mia tasca e li misi in mano al ragazzo. Come un fulmine il ragazzo sparì. Presi la gabbia e con delicatezza andai in un campo dove c’erano alberi e erba. Aprii la gabbia e con gentilezza lasciai liberi gli uccellini. Così si spiega il motivo per la gabbia vuota accanto al pulpito.
Poi il pastore iniziò a raccontare questa storia:

“Un giorno Satana e Gesù stavano conversando. Satana era appena ritornato dal Giardino di Eden, era borioso e si gonfiava di superbia. “Si, Signore, ho appena catturato l’intera umanità. Ho usato una trappola che sapevo non avrebbe trovato resistenza, ho usato un’esca che sapevo ottima. Li ho presi tutti!”. “Cosa farai con loro?”, chiese Gesù. Satana rispose: “Oh, mi divertirò con loro! Gli insegnerò come sposarsi e divorziare, come odiare e farsi male a vicenda, come bere e fumare e bestemmiare. Gli insegnerò a fabbricare armi da guerra, fucili e bombe e ammazzarsi fra di loro. Mi divertirò un mondo!”. “E poi, quanto hai finito di giocare con loro, cosa ne farai?”, chiese Gesù. “Oh, li ucciderò!”, esclamò Satana con superbia. “Quanto vuoi per loro?”, chiese Gesù. “Ma va, non la vuoi questa gente. Non sono per niente buoni, sono cattivi. Li prenderai e ti odieranno. Ti sputeranno addosso, ti bestemmieranno e ti uccideranno. No, non puoi volerli!!”. “Quanto?”, chiese di nuovo Gesù. Satana guardò Gesù e sogghignando disse: “Tutto il tuo sangue, tutte le tue lacrime e la tua vita”. Gesù disse: “AFFARE FATTO!”. E poi pagò il prezzo”.

Il pastore prese la gabbia e lasciò il pulpito.

Dove finirono l’oro, l’incenso e la mirra?

 

Anche se non lo davano a vedere, i più eccitati erano l’asino e il bue. Non riuscivano ad addormentarsi. Quella notte e quella giornata erano state meravigliosamente caotiche: la nascita del bambino, gli Angeli, i pastori, la stella e poi l’arrivo dei tre re con i manti di stoffe ricamate e le pellicce e i loro strani quadrupedi con la gobba. E soprattutto il luccichio degli scrigni che racchiudevano i doni portati dai tre re. Li avevano ammirati tutti e ora stavano là, abbandonati sulla paglia, mentre la donna cullava dolcemente il bambino e l’uomo dalle mani grandi e forti attizzava il fuoco e porgeva un po’ di fieno alle due bestie. Tra le fessure sconnesse della baracca, altri due occhi fissavano eccitati i doni dei re. Erano occhi pieni di ingenua astuzia. Non avevano perso un solo attimo della giornata e ora osservavano con interesse il primo sbadiglio di stanchezza fiorito sulla bocca dell'uomo. Erano gli occhi di Disma, il più bravo dei ladruncoli di Betlemme, agile e svelto come un furetto. Il bambino si addormentò per primo, poi la madre si assopì sul mucchio di paglia che l’uomo aveva preparato e rassettato. L’uomo aspettò che il fuoco si spegnesse, poi si abbandonò anche lui sulla paglia con un sospiro di stanchezza e si addormentò. L’asino e il bue lo imitarono. Un silenzio profondo avvolse la baracca.

Disma scivolò nell’ombra e si avvicinò alla porta. Era sbarrata da un robusto paletto. Non poteva scardinarla: avrebbe svegliato tutti. Esaminò le pareti, sfiorandole con la mano. Un’assicella si mosse. Disma intuì che poteva allargare la fessura quel tanto che bastava per permettergli di infilarsi dentro la vecchia stalla. Con consumata abilità, il ragazzo spostò l'asse cercando di non farlo cigolare e si infilò nel varco con le movenze sinuose di un gatto. Si mosse leggero, cercando di abituare gli occhi all’oscurità. I tre scrigni erano sotto la culla improvvisata del bambino, illuminati dall’ultimo bagliore delle braci del fuoco. Il bue sbuffò nel sonno e l’asino scalciò nella paglia. Sognavano anche loro. Disma trattenne il fiato, immobile. Nella stalla i respiri ripresero regolari. Il ragazzo si mosse rapidamente. Afferrò i tre scrigni e li infilò nella bisaccia di tela che portava a tracolla. Diede un’occhiata al bambino e gli parve di vedere sul suo piccolo viso un sorriso, scosse le spalle e uscì dalla fessura che aveva aperto. Quando fu fuori della stalla, sorridendo rimise a posto l’assicella che aveva spostato per entrare, poi si allontanò di corsa. Faceva grandi balzi di gioia, tenendo con le due mani il fagotto tintinnante della refurtiva. Ripassava a memoria il contenuto e pensava eccitato alla bella somma che ne avrebbe ricavato. Il più grosso degli scrigni conteneva monili, bracciali e monete d’oro, il secondo era pieno di purissimo incenso e il terzo conteneva una fiala di preziosissima mirra. Un colpo di fortuna incredibile. Doveva solo essere prudente e nascondere tutto bene. Il mondo era pieno di ladri.

Entrò in casa dal tetto, come faceva di solito. Non aveva né padre né madre e il vecchio parente che lo teneva in casa non si curava di lui. Nella sua stanzetta, sotto il pavimento ricoperto di paglia, Disma aveva scavato una nicchia in cui nascondeva le sue cose preziose. “Terrò nascosti per qualche mese l’oro, l’incenso e la mirra. Poi li venderò un poco alla volta, a Gerusalemme o anche a Damasco, dove non desterà sospetti...” pensava. Accese una lampada ad olio finemente incisa che proveniva dall’atrio della casa del centurione romano, che la stava ancora cercando, ed esaminò il bottino. Aprì con cautela il primo scrigno e non riuscì a trattenere un'imprecazione stizzita: “Ma che diavolo è successo?”. Spalancò con furia gli altri due astucci, guardò, annusò e poi imprecò ancora più rabbiosamente. Qualcuno gli aveva giocato uno scherzo terribile. Forse quell’uomo era molto più furbo di quanto desse a vedere. Invece dell’oro, lo scrigno conteneva un grosso martello, al posto dell’incenso c’erano tre grossi chiodi e la bottiglietta, invece della mirra raffinata, conteneva volgare aceto. “Accidenti, accidenti! Che me ne faccio di questa robaccia? La rifilerò ai soldati romani per qualche moneta...”.

Passarono gli anni. Disma era diventato il più ricco e sfrontato predone del deserto. I suoi uomini compivano razzie nelle più ricche città d’Oriente e l’esercito di Roma era stato costretto più volte a scendere a patti con lui. Ma un giorno, arrivò da Roma un governatore ambizioso di nome Ponzio Pilato che, per fare carriera e ingraziarsi i notabili di Gerusalemme, decise di catturare Disma. Ci riuscì con un tranello e Disma fu condannato alla pena più terribile ed infamante: la morte mediante crocifissione.
Erano in tre a salire sul Golgota, il luogo delle condanne, poco fuori Gerusalemme, dove erano state preparate tre croci. Disma conosceva il vecchio brigante legato con lui, ma non riusciva a spiegarsi il terzo condannato. Aveva il volto nobile e pieno di bontà, anche sotto i segni della tortura. Dicevano che era un profeta di Galilea di nome Gesù, che faceva miracoli, che era stato condannato perché si era proclamato Figlio di Dio e Messia. Gli occhi gelidi e feroci di Disma si incontrarono con quelli del terzo condannato. Per il bandito tutto divenne stranamente diverso: la sua rabbia feroce svanì e si sentì stranamente in pace. Il boia cominciò il suo miserabile compito con il profeta galileo: impugnò un grosso martello e tre grossi chiodi, mentre un soldato inzuppava una spugna di aceto. Improvvisamente Disma capì: eccoli i doni dei re che lui aveva rubato tanti anni prima in una stalla di Betlemme, dove c’erano un uomo e una madre e un bambino. Quel bambino era il Messia! Quindi anche lui aveva contribuito a crocifiggere il Figlio di Dio... Con le lacrime agli occhi, Disma sentì che Gesù diceva: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Con la solita insensibilità, i soldati si misero a litigare per dividersi le vesti dei condannati. Quando le tre croci furono innalzate con il loro carico di dolore, la gente cominciò a farsi beffe dei condannati. Si accanivano particolarmente contro Gesù. I capi del popolo lo schernivano: “Ha salvato tanti altri, ora salvi se stesso, se egli è veramente il Messia scelto da Dio”. Anche i soldati lo schernivano: si avvicinavano a Gesù, gli davano da bere aceto e gli dicevano: “Se tu sei davvero il re dei Giudei salva te stesso!”. L’altro bandito crocifisso si era unito agli schernitori e insultava Gesù: “Non sei tu il Messia? Salva te stesso e noi!”. Disma lo rimproverò con asprezza: “Tu che stai subendo la stessa condanna non hai proprio nessun timore di Dio? Per noi due è giusto scontare il castigo per ciò che abbiamo fatto, lui invece non ha fatto nulla di male”. Poi aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno”. Gli occhi del Messia torturato e morente guardarono Disma con bontà infinita, poi il feroce bandito udì le parole più belle e amorevoli di tutta la sua vita disperata: “Ti assicuro che oggi sarai con me in Paradiso”.

 

Don Bruno Ferrero

Lui è risorto, ed io?

 

L’Angelo disse alle donne: “So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui! È risorto come aveva detto.”

Ecco, quello ce lo ricordiamo, siamo tutti felici, è risorto, la Pasqua è arrivata, lui ha ottemperato alla Sua promessa. Ha fatto la Sua parte, ci ha purificato con il Suo preziosissimo sangue, ha vinto la morte per noi!

Finita la storia?

No! Non è una favoletta, adesso si che inizia la storia, la nostra storia. La storia di ognuno di noi. È ORA DI RECITARE LA NOSTRA PARTE, SI ENTRA IN SCENA!

Perché subito dopo l’Angelo disse “Ora andate ad annunciare questa notizia agli Apostoli”

E le donne fecero la loro parte. Infatti dopo ancora c’è scritto:

“Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. (…) Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».”

Infatti, anche i discepoli fecero la loro parte, fino alla morte.

Questo è uno spettacolo che non è ancora finito, arriva fino a noi, da cristiano a cristiano abbiamo tramandato questa storia e consegnato la staffetta. Ci è arrivato persino mio figlio, a solamente sette anni. Una sera, meditando i misteri gloriosi lui alza la mano (di solito spara una cosa tipo “mamma, lo sai che oggi a calcio ho fatto due gol”), alla fine della decina lo guardo in cagnesco e lui mi dice “mamma, guarda che è una domanda di senso”, io faccio “ah, dimmi, vediamo”. A questo punto lui mi fa, “mamma, alla fine sono stati i discepoli e poi tutti i preti ed il Papa, che è il capo dei preti, a farci tutti cristiani! Così come nell’Eucarestia i preti sono gli strumenti di Gesù per trasformare il pane il Lui, loro sono stati gli strumenti di Gesù per farci cristiani!”. Io, attonita non ho saputo dire altro che “si”. Lui non si ferma “non ci avevo mai pensato, adesso ho capito! Ci fanno fare tutte quelle schede a religione e non ci dicono la cosa più importante! È come disegnare il tronco di un albero con i rami tutti staccati! C’è qualcosa che li collega, mica possono restare così staccati!”

“Mica possono restare così staccati”, tutto lì, che sintesi! È inutile fare le tre scimmiette e fare finta di non vedere, non sentire per non parlare: tocca ad ognuno di noi unire i puntini, raccontarle, vivere e tramandare questa storia. Siamo chiamati a fare la nostra parte fino alla fine del mondo, per poter risorgere in un corpo glorioso come ci è stato promesso. Solo in quel momento la storia avrà fine.

“Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli. “

 

http://danicor.wordpress.com/2012/04/10/lui-e-risorto-ed-io/

La deposizione dalla Croce

  

Appena arrivò il centurione Abenadar, gli amici di Gesù si prepararono a rendere gli ultimi onori al loro Signore, provvedendo alla sua deposizione dalla croce. La santa Vergine e Maria Maddalena erano sedute ai piedi della croce in mesto raccoglimento, mentre le altre donne erano intente a preparare i lini, gli aromi, l’acqua, le spugne e i vasi.

Tutti erano piegati dal dolore, ma allo stesso tempo re stavano silenziosi e raccolti. Alcune pie donne, di tanto in tanto, non potevano trattenere dei gemiti sommessi. Maria Maddalena, soprattutto, si era abbandonata interamente al suo patimento, da cui nessuno poteva distoglierla. Dopo aver collocato le scale dietro la croce, Nicodemo e Giuseppe vi salirono e legarono all’albero della stessa il santo corpo di Cristo, poi ne fissarono le braccia al tronco trasversale e iniziarono a sfilare i chiodi, battendoli da dietro.

Giuseppe tolse il chiodo di sinistra, lasciando che il braccio di Gesù ricadesse col laccio che lo circondava. Nello stesso momento, Nicodemo fissò alla croce il santo capo del Signore, che si era tutto piegato sulla spalla destra, e tolse il chiodo di destra, lasciando ricadere il braccio di Gesù sul corpo. I chiodi delle mani subito caddero dalle piaghe ingrandite per il peso del corpo; Abenadar, invece, strappò faticosamente il lungo chiodo che trapassa va i piedi. Cassio raccolse con gran rispetto i chiodi e li depose ai piedi della Vergine. Una volta che ebbero estratto tutti i chiodi, Giuseppe e Nicodemo collocarono le scale sulla parte anteriore della croce, vicino al santo corpo del Signore. Con molta cura lo liberarono dolcemente dalle corde e lo lasciarono calare con grande attenzione. Il centurione, salito su uno sgabello, lo raccolse tra le sue braccia, al di sopra delle ginocchia, mentre Giuseppe e Nicodemo, sostenendolo dall'alto, lo facevano scendere adagio. Ad ogni piolo delle scale essi si soffermavano, usando ogni precauzione, come se portassero il corpo di un amico fraterno gravemente ferito. Così la salma martoriata del Salvatore giunse fino a terra. Le pie donne, i soldati convertiti e qualche altro amico di Gesù, con il cuore straziato, seguivano i movimenti del la sua discesa dalla croce. Essi esprimevano con le lacrime l’indicibile dolore che li stava attraversando. Qualcuno levava le braccia al cielo e gemeva. Le manifestazioni di dolore, come tutti gli altri movimenti compiuti da questa gente, si svolgevano nella massima compostezza, che rivelava sincera umiltà verso la suprema volontà di Dio. Al rumore dei colpi di martello, Maria santissima, Maria Maddalena e tutti gli altri che avevano assistito alla crocifissione, avvertirono un fremito di angoscia nel proprio cuore. Quei colpi rammentavano loro le sofferenze di Gesù.

Dopo la deposizione, il santissimo corpo di Cristo venne ricoperto con un panno di lino dalle ginocchia ai fianchi, poi fu deposto fra le braccia della Madre addolorata.

 

Dalla visone della Beata Anna Katarina Emmerik sulla deposizione di Gesù dalla Croce