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L'Alba nuova della Pasqua
A cura di Angela Magnoni
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Don Fabio Bartoli donne sottola croce

 

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La Croce: collocazione provvisoria

 

Nel Duomo vecchio di Molfetta c’è un grande crocifisso di terracotta. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l’ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: collocazione provvisoria. La scritta, che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell’opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata, al punto che ho pregato il parroco di non rimuovere per nessuna ragione il crocifisso di lì, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito. Collocazione provvisoria. Penso che non ci sia formula migliore per definire la Croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo. Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell’abbandono. Non ti disperare, madre dolcissima che hai partorito un figlio focomelico. Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti, fratello povero, che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza. Non avvilirti, amico sfortunato, che nella vita hai visto partire tanti bastimenti, e tu sei rimasto sempre a terra. Coraggio. La tua Croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre “collocazione provvisoria”. Il calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio. Anche il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della Croce. “Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra”. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio. Coraggio, fratello che soffri. C’è anche per te una deposizione dalla croce. Coraggio, tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali, e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.

 

Servo di Dio Tonino Bello

Simone di Cirene: sento la Sua mano sulla spalla

 

Ero in cammino, diretto ai campi, quando lo vidi; portava la croce e lo seguiva una gran folla. Anch’io allora presi a camminare al suo fianco. Più di una volta la croce che portava lo costrinse a fer­marsi, perché il suo corpo era stremato. Allora mi si avvicinò un soldato romano, e disse: “Tu, che sei saldo e robusto, porta la croce di quest’uomo”. A quelle parole il cuore mi si gonfiò nel petto e provai gratitudine. E portai la croce. Era pesante, fatta di pioppo impregnato di piogge inver­nali. E Gesù mi guardò. E il sudore della fronte gli scorreva sulla barba. Ancora mi guardò, e disse: “Bevi anche tu questo calice? Vi accosterai le labbra insieme a me fino alla fine del tempo”. Così dicendo pose la mano sulla mia spalla libera. E pro­cedemmo insieme verso la Collina del Cranio. Ma io non sentivo più il peso della croce. Sentivo sola la sua mano. Come ala di uccello sulla mia spalla. E arrivammo in cima alla collina, e là dovevano crocifig­gerlo. Fu allora che avvertii il peso della croce. Non disse parola mentre gli conficcavano i chiodi nelle mani e nei piedi, e dalle sue labbra non uscì un lamento. E non tremarono le sue membra sotto il martello. Sembrava quasi che le sue mani e i suoi piedi fossero morti, per rivivere solo nel bagno di sangue. E lui sembrava desiderare queí chiodi, come un principe desidera lo scettro, e sembrava implorare che lo innalzassero alle vette. E il mio cuore non lo compiangeva: ero troppo preso da meraviglia. Ora, l’uomo al quale ho portato la croce è divenuto la mia croce. Se mi dicessero ancora: “Porta la croce di quest'uomo”, io la porterei fino a quando la mia strada si chiudesse nel sepolcro. Ma gli chiedereí di tenermi la mano sulla spalla. Accadde molti anni fa; e ancora oggi, seguendo i solchi del campo, e in quel sopore che precede il sonno, rivolgo spesso il pensiero a quell’uomo che amo. E sento la Sua mano alata, qui, sulla spalla sinistra.  

 

Gibran Khalil Gibran

Venerdì Santo

 

Gesù, nel Getzemani, ha sofferto

la solitudine, l’abbandono,

soprattutto da quelli che più amava.

 

Il tradimento di uno solo

lo ha portato alla condanna più infame e infamante.

L’unica corona che l’uomo è stato capace di dare al Re

è stata una corona di spine!

 

Il Re è rimasto solo. Il Re è messo a morte.

Il Re è morto!!!

Questo è il Venerdì Santo!

Un Re spodestato dal Trono,

deposto anche dal legno...

Non può restare appeso il nostro Dio!

 

Ci lascia la Sua Croce,

da accogliere, da amare, da adorare.

Abbassiamo la nostra testa,

pieghiamo le nostre ginocchia.

Chiediamogli perdono…

 

La folla l’ha deriso,

gli ha sputato addosso.

Qualcuno gli ha dato una spinta.

Qualcuno l’ha inchiodato al legno.

Qualcuno gli ha trafitto il Cuore.

 

Eravamo anche noi con Gesù?

Sì, eravamo li.

Noi lo abbiamo abbandonato.

Noi lo abbiamo offeso.

Noi abbiamo tenuto le sue mani

mentre il chiodo penetrava la carne.

 

Venerdì Santo!

Perché tutto ci parla di solitudine, di abbandono?

Perché il cuore sembra vuoto?

Perché questa ansia nell’anima?

 

Arriverà un’alba nuova?

Sì, arriverà la mattina della Pasqua

e ritroveremo il nostro Re.

Ritroveremo il nostro Dio.

No! Non ci ha abbandonato...

 

sta nascondendo

tra le pieghe del nostro peccato,

per accoglierlo nella Sua Misericordia.

Grazie, Gesù! Grazie!

Con Te, il Venerdì Santo,

è solo un passaggio...

 

Possiamo arrivare al mattino di Pasqua

solo partendo dall’Ultima Cena,

mangiando con Te,

cibandoci di Te.

 

Poi è dura la strada.

È duro il Venerdì Santo!

È dura la Croce!

Ma con Te la Pasqua è una meta sicura...

 

Angela Magnoni

Il Calvario tre giorni dopo

 

I Vangeli ci raccontano numerose apparizioni del Risorto avvenute nel giorno di Pasqua. Se è lecito esprimere delle preferenze, quella che mi commuove di più è l’apparizione a Maria di Magdala, piangente accanto al sepolcro vuoto.

Le si avvicina Gesù e le dice: “Perché piangi?”. Donna, le tue lacrime non hanno più motivo di scorrerti dagli occhi. A meno che tu non pianga per gioia o per amore. Vedi: la collina del Calvario, che l’altro ieri sera era solo un teschio coperto di fango, oggi si è improvvisamente allagata di un mare d’erba. I sassi si sono coperti di velluto. Le chiazze di sangue sono tutte fiorite di anemoni e asfodeli. Il cielo, che venerdì era uno straccio pauroso, oggi è limpido come un sogno di libertà. Siamo appena al terzo giorno, ma sono bastate queste poche ore perché il mondo facesse un balzo di millenni. No, non misurare sui calendari dell’uomo la distanza che separa quest’alba luminosa dal tramonto livido dell’ultimo venerdì. Non è trascorso del tempo: è passata un’eternità. Donna, tu non lo sai: ma oggi è cominciata la nuova creazione.

Cari amici, nel giorno solennissimo di Pasqua anch’io debbo rivolgere a ciascuno di voi la stessa domanda di Gesù: “Perché piangi?”. Le tue lacrime non hanno più motivo di scorrerti dagli occhi. A meno che non siano l’ultimo rigagnolo di un pianto antico. O l’ultimo fiotto di una vecchia riserva di dolore da cui ancora la tua anima non è riuscita a liberarsi. Lo so che hai buon gioco a dirmi che sto vaneggiando. Lo so che hai mille ragioni per tacciarmi di follia. Lo so che non ti mancano gli argomenti per puntellare la tua disperazione. Lo so.

Forse rischio di restare in silenzio anch’io, se tu mi parli a lungo dei dolori dell’umanità: della fame, delle torture, della droga, della violenza. Forse non avrò nulla da replicarti se attaccherai il discorso sulla guerra nucleare, sulla corsa alle armi o, per non andare troppo lontano, sul mega poligono di tiro che piazzeranno sulle nostre terre, attentando alla nostra sicurezza, sovvertendo la nostra economia e infischiandosene di tutte le nostre marce della pace.

Forse rimarrò suggestionato anch’io dal fascino sottile del pessimismo, se tu mi racconterai della prostituzione pubblica sulla statale, del dilagare dei furti nelle nostre case, della recrudescienza di barbarie tra i minori della nostra città.

Forse mi arrenderò anch’io alle lusinghe dello scetticismo, se mi attarderò ad ascoltarti sulle manovre dei potenti, sul pianto dei poveri, sulla miseria degli sfrattati, sulle umiliazioni di tanta gente senza lavoro.

Forse vedrai vacillare anche la mia speranza se continuerai a parlarmi di Teresa che, a trentacinque anni, sta morendo di cancro. O di Corrado che, a dieci, è stato inutilmente operato al cervello. O di Lucia che, dopo Pasqua, farà la Prima Comunione in casa perché in chiesa, con gli altri compagni, non potrà andarci più. O di Nicola e Annalisa che, dopo tre anni di matrimonio e dopo aver messo al mondo una creatura, se ne sono andati ognuno per la sua strada, perché non hanno più nulla da dirsi.
Queste cose le so: ma io voglio giocarmi, fino all’ultima, tutte le carte dell’incredibile e dire ugualmente che il nostro pianto non ha più ragione di esistere.

La Resurrezione di Gesù ne ha disseccate le sorgenti. E tutte le lacrime che si trovano in circolazione sono come gli ultimi scoli delle tubature dopo che hanno chiuso l'acquedotto.

Riconciliamoci con la gioia. La Pasqua sconfigga il nostro peccato, frantumi le nostre paure e ci faccia vedere le tristezze, le malattie, i soprusi e perfino la morte, dal versante giusto: quello del “terzo giorno”. Da quel versante, il luogo del cranio ci apparirà come il Tabor. Le croci sembreranno antenne, piazzate per farci udire la musica del Cielo. Le sofferenze del mondo non saranno per noi i rantoli dell'agonia, ma i travagli del parto.

E le stigmate lasciate dai chiodi nelle nostre mani crocifisse, saranno le feritoie attraverso le quali scorgeremo fin d’ora le luci di un mondo nuovo!


Buona Pasqua!

 

Servo di Dio Tonino Bello

Guardando il Crocifisso

 

O Gesù, mi fermo pensoso ai piedi della Croce

anch’io l’ho costruita con i miei peccati!

La Tua bontà, che non si difende e si lascia crocifiggere,

è un mistero che mi supera e mi commuove profondamente.

Signore, Tu sei venuto nel mondo per me,

per cercarmi, per portarmi l’abbraccio del Padre.

Tu sei il volto della bontà e della misericordia:

per questo vuoi salvarmi!

Dentro di me ci sono le tenebre:

vieni con la Tua limpida luce.

Dentro di me c’è tanto egoismo:

vieni con la Tua sconfinata carità.

Dentro di me c’è rancore e malignità:

vieni con la Tua mitezza e la Tua umiltà.

Signore, il peccatore da salvare sono io:

il figliol prodigo che deve ritornare sono io!

Signore concedimi il dono delle lacrime

per ritrovare la libertà e la vita,

la pace con Te e la gioia in Te. Amen!

 

Card. Angelo Comastri

Aiutami a credere

 

Cosa capitò quella mattina? Fu facile alla Chiesa nascente, a Pietro, agli apostoli, ai discepoli convincersi che Cristo era risor­to? E da che cosa veniva la convinzione? Dall’aver visto? E perché non credettero alle donne che avevano visto? (cf. Lc24,11). Dall’aver visto? Che cosa hanno visto, se perfino la Maddalena scambiò Gesù per l’ortolano? Dall’aver visto? Com'è possibile vedere quando si passa una mezza giornata assieme sulla strada di Emmaus senza riconoscerlo? No, non è con gli occhi che si vede la Resurrezione di Cristo: è nella fede. Gli occhi sono troppo ingannevoli, semmai vedono il segno. Sarà più facile della parola? Certamente. Soprattutto quando la parola è Parola di Dio: “E comin­ciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”. Ma anche nel caso della Parola ci vuole la fede perché è nella fede che Dio rivela la Sua presenza. “E lo riconobbero allo spezzare del pane. Ma lui sparì dalla loro vista”. È nella fede l’incontro con Dio. E la fede è oscura. La speranza è dolorosa. La carità è crocifissa. Aiutami, Maria, a credere. Dammi la Tua fede.

 

fratel Carlo Carretto

Il vero segreto

 

Che esista Dio non è un segreto: è talmente visibile! Che Dio sia buono non è un segreto: è esperimentato da tutti i cuori ben fatti. Che Dio sia bello non è un segreto: è scritto su tutti i fiori, sul mare e sui monti. Che Dio sia immenso non è un segreto: basta guardare il cosmo. Che Dio sia vicino non è un segreto: basta guardare due sposi in viaggio di nozze o due amici che si parlano o una mamma che attende. Ma dove sta allora il segreto? Sta qui: Dio è un Dio crocifisso. Dio è il Dio che si lascia sconfiggere, Dio è il Dio che si è rivelato nel povero. Dio è il Dio che mi ha lavato i piedi, Dio è Gesù di Nazareth. A questo Dio non eravamo abituati. Nella nostra infanzia, che è l’infanzia del popolo di Dio, cercavamo un Dio potente, un Dio che ci risolvesse i problemi, un Dio che eliminasse i cattivi, che vincesse i nemici in modo visibile a tutti. E invece? Apparve come un bambino. Si realizzò come un povero operaio, non si servì del divino per trovare il pane. Non si alleò coi potenti per dominare i popoli. Non si buttò giù dal tempio per fare i miracoli inopportuni che noi attendevamo per aumentare le nostre sicurezze. E quando venne la prova non scappò. E non si fece nemme­no aiutare dai suoi angeli. Come un uomo, uomo vero, uomo uomo, accettò il proces­so, accettò la condanna, prese la croce sulle spalle, marciò pian­gendo verso il luogo del cranio dove stava per essere crocefisso. Questo Dio era nuovo.

 

fratel Carlo Carretto

Dalla testa ai piedi

 

Carissimi, cenere in testa e acqua sui piedi.

Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala.

Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all'acqua, più che alle parole. Non c'è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un “linguaggio a lunga conservazione”.

È difficile, per esempio, sottrarsi all'urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un’autentica martellata quel richiamo all'unica cosa che conta: “Convertiti e credi al Vangelo”. Peccato che non tutti conoscono la rubrica del Messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d'ulivo benedetti nell'ultima Domenica delle Palme. Se no, le allusioni all’impegno per la pace, all'accoglienza del Cristo, al riconoscimento della Sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del Cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione. Quello “shampoo alla cenere”, comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato.

Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell'acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l'abbiamo “udita con gli occhi”, pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente. Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l’offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio.
Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle Ostie Consacrate.
Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell'attesa di Cristo? “Una tantum” per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni!

Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua.

La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l'ardore, mettiamoci alla ricerca dell'acqua da versare... sui piedi degli altri.

Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa.
Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.

Un grande augurio.

 

Servo di Dio Tonino Bello

Dio è morto

 

Ho visto
la gente della mia età andare via,
lungo le strade che non portano mai a niente,
cercare il sogno che conduce alla pazzia,
nella ricerca di qualcosa che non trovano
nel mondo che hanno già,
dentro le notti che dal vino son bagnate,
dentro le stanze da pastiglie trasformate,
dentro le nuvole di fumo,
nel mondo fatto di città,
essendo contro ed ingoiare
la nostra stanca civiltà.
È un Dio che è morto,
ai bordi delle strade, Dio è morto,
nelle auto prese a rate, Dio è morto,
nei miti dell’estate, Dio è morto.

Mi han detto
che questa mia generazione ormai non crede
in ciò che spesso han mascherato con la fede,
nei miti eterni della patria e dell’eroe,
perché è venuto ormai il momento di negare
tutto ciò che è falsità,
le fedi fatti di abitudini e paura,
una politica che è solo far carriera,
il perbenismo interessato,
la dignità fatta di vuoto,
l’ipocrisia di chi sta sempre
con la ragione e mai col torto.
È un Dio che è morto,
nei campi di sterminio, Dio è morto,
coi miti della razza, Dio è morto,
con gli odi di partito, Dio è morto.

Io penso
che questa mia generazione è preparata
a un mondo nuovo e a una speranza appena nata,
ad un futuro che ha già in mano,
a una rivolta senza armi,
perché noi tutti ormai sappiamo
che se Dio muore è per tre giorni
e poi risorge.
In ciò che noi crediamo, Dio è risorto.
In ciò che noi vogliamo, Dio è risorto.
Nel mondo che faremo, Dio è risorto!

 

Nomadi / Francesco Guccini, 1967

Adamo e Cristo, Eva e Maria

 

Hai visto l’ammirabile vittoria? Hai visto la nobilissima impresa della Croce? Potrò mai dirti qualcosa di più meraviglioso? Considera il modo con cui ha vinto e resterai ancora più ammirato. Cristo infatti ha vinto il diavolo con gli stessi mezzi con cui aveva ottenuto vittoria il diavolo. Lo sbaragliò con le stesse armi usate da lui. Senti in che modo. Una vergine, un legno e la morte furono i simboli della nostra sconfitta. La vergine era Eva, non aveva infatti ancora coabitato col marito. Il legno era l’albero. La morte la pena di Adamo. Ma ecco ancora una vergine, un legno e la morte, già simboli della sconfitta, diventare ora simboli della Sua vittoria. Infatti al posto di Eva c’è Maria, al posto dell’albero della scienza del bene e del male c’è l’albero della Croce, al posto della morte di Adamo la morte di Cristo. Vedi come colui che aveva vinto viene ora sconfitto con gli stessi suoi mezzi? Presso l’albero il diavolo abbatté Adamo, presso l’albero Cristo sconfisse il diavolo. E quell’albero mandava all’inferno, questo invece richiama dall’inferno anche coloro che vi erano già scesi. Inoltre un altro albero nascose l’uomo vinto e nudo, questo invece innalza agli occhi di tutti il vincitore spoglio. E quella morte colpì tutti coloro che erano nati dopo di essa, questa morte invece risuscita anche coloro che erano nati prima di essa. “Chi può narrare i prodigi del Signore?”. Siamo stati resi immortali da una morte: queste sono le gloriose imprese della Croce. Hai compreso la vittoria? Hai capito il modo con cui ha vinto? Apprendi ora come questa vittoria fu riportata senza nostra fatica e sudore. Noi non abbiamo bagnato di sangue le armi, non siamo stati in battaglia, non siamo stati feriti, la battaglia non l’abbiamo nemmeno vista, eppure abbiamo riportato vittoria. Del Signore è stato il combattimento, nostra la corona. Poiché la vittoria è anche nostra, imitiamo i soldati e, con voci di gioia, cantiamo oggi le lodi e l’inno della vittoria. Diciamo, lodando il Signore: “La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?”. Tutto questo ci è stato procurato dalla Croce gloriosa: la Croce, trofeo eretto contro il demonio, arma contro il peccato, spada con cui Cristo ha trafitto il serpente; la Croce volontà del Padre, gloria dell’Unigenito, gaudio dello Spirito Santo, onore degli Angeli, presidio della Chiesa, vanto di Paolo, difesa dei Santi, luce di tutto il mondo.

 

dalle “Omelie” di  San  Giovanni  Crisostomo,  Il cimitero e la croce

Astinenza e digiuno

 

Nell’Antico Testamento la mortificazione della gola aveva un significato ascetico per dominare il proprio corpo e un significato religioso per onorare Dio.

La parola ASTINENZA deriva dal greco ABS-TENEO, fare a meno, tenersi lontano.

La Chiesa, oggi, stabilisce l’astinenza nelle privazioni delle carni, brodi di carne, condimenti a base di carne. L’astinenza si pratica tutti i venerdì dell’anno. Si può sostituire con forme personali di rinunce e di preghiera, nei venerdì normali ma non in Quaresima.

La parola DIGIUNO deriva dal latino JEIUNIUM, astenersi dal cibo in genere.

La Chiesa stabilisce il digiuno in un unico pasto leggero senza carne, durante il giorno. Fuori pasto né cibo né bevande.

Il digiuno si pratica il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo.

La Madonna a Medjugorje ha chiesto il digiuno pane e acqua il mercoledì e il venerdì di tutto l’anno.

 

Angela Magnoni

“Cristo si è fatto povero per voi” (2 Cor 8,9)

Quanto sia forte la suggestione delle ricchezze materiali, e quanto netta debba essere la nostra decisione di non idolatrarle, lo afferma Gesù in maniera perentoria: “Non potete servire a Dio e al denaro” (Lc 16,13). L’elemosina ci aiuta a vincere questa costante tentazione, educandoci a venire incontro alle necessità del prossimo e a condividere con gli altri quanto per bontà divina possediamo…

…Secondo l’insegnamento evangelico, noi non siamo proprietari bensì amministratori dei beni che possediamo: essi quindi non vanno considerati come esclusiva proprietà, ma come mezzi attraverso i quali il Signore chiama ciascuno di noi a farsi tramite della sua provvidenza verso il prossimo.

 

 Benedetto XVI, dal Messaggio per la Quaresima 2008

Il Risorto

 

Non lasciare mai
che le tue preoccupazioni
crescano fino al punto di farti dimenticare
la gioia del Cristo risorto.
Tutti noi aneliamo al paradiso,
ma possiamo essere sin da ora con Gesù
e comunicare la sua gioia.
Questo significa:
amare come Lui ama;
aiutare come Lui aiuta;
dare come Lui dà;
servire come Lui serve;
salvare come Lui salva.
Significa essere con lui ventiquattro
ore al giorno e toccarlo
nel suo aspetto più malandato.

 

Santa Teresa di Calcutta

La croce di Pietro

 

San Pietro non ce la fece più: era troppo pesante la sua croce! Andò a lamentarsi da Gesù, con la sua, quasi sfacciata, familiarità. Gli disse: “Maestro mio, non ti sembra d’aver dato proprio a me, tuo primo apostolo, una croce troppo pesante? È vero che io ti ho rinnegato, ma è anche vero che ti amo più degli altri. E perché allora agli altri, Signore, hai dato piccole croci e invece a me un crocione enorme?”. Rispose Gesù: “Pietro, devo dirti due cose. Prima: non sono io che fabbrico le croci degli uomini. Seconda: Ti pensavo più generoso. Se è vero che mi ami più degli altri, non brontolare!”. Pietro, quasi umiliato, cercò di scusarsi così: “Signore, forse mi sono spiegato male. Non ti ho chiesto di togliermi la croce, ma di darmene una un po’ più leggera, almeno come quella degli altri apostoli!”. Si dice che il Signore a queste parole si mostrò commosso e abbia detto a Pietro: “Mi hai convinto. Vieni con me a scegliere la croce che ti piace”. Lo portò in un grandissimo magazzino, dove erano raccolte le croci di tutti gli uomini. Pietro si scaricò subito la sua croce e incominciò la ricerca. Ne provò parecchie: tutte avevano qualche noioso difetto: o troppo piccole, o troppo spigolose, o troppo lunghe, o troppo taglienti. Pietro frugò ovunque in cerca di una croce più adatta alle sue spalle. Non riusciva a trovarla. Gesù sorrideva. Ma eccone, finalmente, una, buttata li proprio vicino alla porta. Pietro se la provò e riprovò subito e alla fine poté dire: “Signore, hai poco da sorridere. Hai visto che, alla fin fine, mi sono trovato la croce adatta a me. Prendo questa”. Gesù allora sorrise ancor più e fece notare: “Pietro, hai veramente fatto una buona scelta! Senza accorgerti ti sei di nuovo caricato sulle spalle la tua croce quella che hai buttato via, entrando!”. E concluse: “Mio caro Pietro, io non fabbrico le croci per gli uomini; ma se sapessi con che cura, con che amore, mi adopero perché siano adatte alle spalle e al cuore di ciascun uomo! Ho provato di persona e perciò so cosa significa portare la croce!”.

La Croce è troppo pesante per Te

 

Signore, la Croce è troppo pesante per Te
e tuttavia Tu la porti
perché il Padre lo vuole, per noi.
Il suo carico è superiore alle Tue forze
e tuttavia Tu non la rifiuti.
Cadi, ti rialzi e prosegui ancora.
Insegnami a capire che ogni vera sofferenza
presto o tardi, in un modo o nell’altro
risulterà alla fine troppo pesante
per le nostre spalle,
perché non siamo creati per il dolore,
ma per la felicità.
Ogni Croce sembrerà superiore alle forze.
Sempre si udirà il grido stanco
e pieno di paura: “Non ne posso più!”.
Signore, aiutami in quell’ora
con la forza della Tua pazienza e del Tuo Amore
affinché non mi perda d’animo.
Tu sai quanto grande può essere
il peso di una Croce.
Non ci imputare il diventar deboli,
ma aiutaci a rialzarci.
Rinnovami nella pazienza,
infondimi la Tua forza nell’anima.
Allora mi rialzerò di nuovo,
accetterò il mio peso e andrò oltre.

 

Romano Guardini

La Parola ha sopportato

 

La Parola ha sopportato
che la Sua Carne fosse appesa al legno.
La Parola ha sopportato
che i chiodi fossero piantati nella Sua Carne.
La Parola ha sopportato
che la Sua Carne fosse trafitta dalla lancia.
La Parola ha sopportato
che la Sua Carne fosse deposta nella tomba.
La Parola ha risuscitato la Sua Carne,
l’ha offerta allo sguardo dei suoi discepoli,
s’è prestata a essere toccata dalle loro mani...
Essi toccano e gridano:
“Mio Signore e mio Dio!”.
Ecco il giorno che ha fatto il Signore!

 

Sant’Agostino d’Ippona

Cari figli, con il tempo quaresimale voi vi avvicinate ad un tempo di grazia. Il vostro cuore è come terra arata ed è pronto a ricevere il frutto che crescerà nel bene. Figlioli, voi siete liberi di scegliere il bene oppure il male. Per questo vi invito: pregate e digiunate. Seminate la gioia e nei vostri cuori il frutto della gioia crescerà per il vostro bene e gli altri lo vedranno e lo riceveranno attraverso la vostra vita. Rinunciate al peccato e scegliete la vita eterna. Io sono con voi e intercedo per voi presso mio Figlio. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.

 

Medjugorje, messaggio alla veggente Marija, 25 gennaio 2008    

Chi è il più povero?

 

Un uomo, camminando, parlava con se stesso come fanno di solito coloro che nella vita non hanno amici con cui confidarsi. “Ecco”, diceva, “nessuno è più povero di me; avevo un cappello e me l’ha portato via il vento; avevo un mantello e me l’hanno rubato; avevo un bastone e ho dovuto bruciarlo per farne fuoco; avevo una ciotola per il cibo e la bevanda e il fiume me l’ha portata via; non ho che le mani per raccogliere acqua da bere. C’è al mondo qualcuno più povero di me?”. “Io, fratello”. L’uomo si volta e vede davanti a sé il Signore in abito da pellegrino. “Io sono più povero di te. Tu, se hai sete, puoi raccogliere acqua con le mani: io no, perché me le hanno trafitte”.

 

padre Johannes Tauler (Taulero)

Questa umanità, non di rado ferita dall’odio e dalla violenza, ha più che mai bisogno di sperimentare l’efficacia del Sangue redentore di Cristo. Quel Sangue che, sparso non invano, porta in sé tutta la potenza dell’amore di Dio ed è pegno di speranza, di riscatto. Di riconciliazione. Ma per attingere da questa sorgente bisogna tornare alla Croce di Cristo, fissare lo sguardo sul Figlio di Dio, su quel Suo Cuore trafitto, su quel Sangue versato.

 

Servo di Dio Giovanni Paolo II

 

Amare costa

Costa dire: “Hai ragione”.
Costa dire: “Perdonami”.
ed anche dire: “Ti perdono” costa.

Costa la confidenza, costa la pazienza.
Costa fare una cosa
che non hai voglia di fare
ma che lui o lei vuole.
Costa cercare di capire.
Costa tenere il silenzio.

La fedeltà costa
e sorridere al cattivo umore
e trattenere le lacrime che fanno soffrire.

A volte costa impuntarsi,
a volte cedere.
Costa dir sempre: “ È colpa mia”.

Costa confidarsi
e ricevere confidenze.
Costa sopportare i difetti,
costa cancellare le piccole ombre,
costa condividere i dolori.

Costa la lontananza
e costano i distacchi.
Costano le nubi passeggere.
Costa avere opinioni differenti,
costa dir sempre di sì.

Eppure a questo prezzo si genera l'amore.
Gli spiccioli non servono.
Ci vuole un legno pesante
come la Croce.

 

Credere nella Resurrezione

 

Credere al Cristo Risorto significa ancora qualcosa.

Significa per Madre Teresa di Calcutta sollevare il moribon­do e per te fare altrettanto.

Significa per Luilier King affrontare la morte e per te non aver paura di affrontare la morte per i tuoi fratelli.

Significa per l’Abbé Schutz, il priore di Taizé, aprire il suo convento alla speranza e per te di aprire la tua casa alla speranza.

Ogni lebbrosario che si apre è un credo nella Resurrezione.

Ogni trattato di pace è un atto di fede nella Resurrezione.

Ogni impegno accettato è un atto di fede nella Resurrezione.

Quando perdoni al tuo nemico, quando sfami l'affamato, quando difendi il debole, credi nella Resurrezione.

Quando hai il coraggio di sposarti, quando accetti il figlio che nasce, quando costruisci la tua casa, credi nella Resurrezione.

Quando ti alzi sereno al mattino, quando canti al sole che nasce, quando vai al lavoro con gioia, credi nella Resurrezione.

Credere nella Resurrezione significa permeare la vita di fiducia, significa dar credito al fratello, significa non aver paura di nessuno.

Credere nella Resurrezione significa pensare che Dio è padre, Gesù tuo fratello e Maria tua sorella e se vuoi, tua Madre.

 

fratel Carlo Carretto

 

Nella misura in cui scopriamo il volto paterno di Dio la nostra umanità diventa veramente se stessa, perché diventa dimora dell’Amore di Dio e quindi riflesso della Sua libertà. Sant’Agostino all’inizio delle Confessioni scrive: “Tu ci hai fatti per Te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”. Questo è il mio e il vostro bisogno! Solo nella misura in cui il nostro cuore si aprirà all’amore di Dio attraverso il silenzio, la preghiera e la carità e lasceremo che il mistero del Suo Amore entri nella nostra vita, sperimenteremo la verità delle parole tratte dal libro del profeta Isaia: “Ecco, infatti io creo nuovi cieli e nuova terra”. (Is 65,17)

 

Mons. Gianni Danzi, dalla Lettera per la Santa Quaresima, Loreto 1 marzo  2006

Uno per uno fa sempre uno. Verso la Pasqua, casa della Trinità

 

Carissimi fratelli,

l’espressione me l’ha suggerita don Vincenzo, un prete mio amico che lavora tra gli zingari, e mi è parsa tutt’altro che banale.

Venne a trovarmi una sera nel mio studio e mi chiese che cosa stessi scrivendo. Gli dissi che ero in difficoltà perché volevo spiegare alla gente (ma in modo semplice, così che tutti capissero) un particolare del mistero della Santissima Trinità: e cioè che le tre Persone divine sono, come dicono i teologi con una frase difficile, tre relazioni sussistenti.

Don Vincenzo sorrise, come per compatire la mia pretesa e comunque, per dirmi che mi cacciavo in una foresta inestricabile di problemi teologici. Io, però, aggiunsi che mi sembrava molto importante far capire queste cose ai poveri, perché, se il Signore ci insegnato che, stringi stringi, il nucleo di ogni Persona divina consiste in una relazione, qualcosa ci deve essere sotto.

E questo qualcosa è che anche ognuno di noi, in quanto persona, stringi stringi, deve essere essenzialmente una relazione. Un io che si rapporta con un tu. Un incontro con l’altro. Al punto che, se dovesse venir meno questa apertura verso l’altro, non ci sarebbe neppure la persona. Un volto, cioè, che non sia rivolto verso qualcuno non è disegnabile…

Colsi l’occasione per leggere al mio amico la paginetta che avevo scritto. Quando terminai, mi disse che con tutte quelle parole, la gente forse non avrebbe capito nulla. Poi aggiunse: “Io ai miei zingari sai come spiego il mistero di un solo Dio in tre Persone? Non parlo di uno più uno più uno: perché così fanno tre. Parlo di uno per uno per uno: e così fa sempre uno. In Dio, cioè, non c’è una Persona che si aggiunge all’altra e poi all’altra ancora. In Dio ogni Persona vive per l’altra.

E sai come concludo? Dicendo che questo è uno specie di marchio di famiglia. Una forma di “carattere ereditario” così dominante in “casa Trinità” che, anche quando è sceso sulla terra, il Figlio si è manifestato come l’uomo per gli altri”.

Quando don Vincenzo ebbe finito di parlare, di fronte a così disarmante semplicità, ho lacerato i miei appunti.

Peccato: perché, tra l’altro, avevo scritto delle cose interessanti. Per esempio: che l’uomo è icona della Trinità (“facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”) e che pertanto, per quel che riguarda l’amore, è chiamato a riprodurre la sorgività pura del Padre, l’accoglienza radicale del Figlio, la libertà diffusiva dello Spirito.

Ero ricorso anche a ingegnose immagini, come quella del pozzo di campagna la cui acqua sorgiva viene accolta in una grande vasca di pietra e di qui, in mille rigagnoli, va a irrigare le zolle.

Ma forse don Vincenzo aveva ragione: avrei dovuto spiegare molte cose. Sicché ho preferito trattenere questa sola idea: che, come le tre Persone divine, anche ogni persona umana è un essere per, un rapporto o, se è più chiaro, una realtà dialogica. Più che interessante, cioè, deve essere inter-essente.

 

Cari fratelli, lo so che la Trinità è molto più che una formula esemplare per noi, e che non è lecito comprimerne la ricchezza alla semplice funzione di analogia. Ma se oggi c’è un insegnamento che dobbiamo apprendere con urgenza da questo mistero, è proprio quello della revisione dei nostri rapporti interpersonali.

Altro che “relazioni”. L’acidità ci inquina. Stiamo diventando corazze. Più che luoghi d’incontro, siamo spesso piccoli centri di scomunica reciproca. Tendiamo a chiuderci. La trincea ci affascina più del crocicchio. L’isola sperduta, più dell’arcipelago. Il ripiegamento nel guscio, più della esposizione al sole della comunione e al vento della solidarietà. Sperimentiamo la persona più come solitario auto-possesso, che come momento di apertura al prossimo. E l’altro, lo vediamo più come limite del nostro essere, che come soglia dove cominciamo a esistere veramente.

Coraggio.
Irrompe la Pasqua!

È il giorno dei macigni che rotolano via dall’imboccatura dei sepolcri. È l’intreccio di annunci di liberazione, portati da donne ansimanti dopo lunghe corse sull’erba. È l’incontro di compagni trafelati sulla strada polverosa. È il tripudio di una notizia che si temeva non potesse giungere più e che corre di bocca in bocca ricreando rapporti nuovi tra vecchi amici. È la gioia delle apparizioni del Risorto che scatena abbracci nel cenacolo. È la festa degli ex-delusi della vita, nel cui cuore all’improvviso dilaga la speranza.

Che sia anche la festa in cui il traboccamento della comunione venga a lambire le sponde della nostra isola solitaria.

vostro  + don Tonino, Vescovo

Ti ho trovato in tanti posti

 

Ti ho trovato in tanti posti, Signore.
Ho sentito il battito del Tuo cuore
nella quiete perfetta dei campi,
nel Tabernacolo oscuro di una cattedrale vuota,
nell’unità di cuore e di mente
di un’assemblea di persone che ti amano.
Ti ho trovato nella gioia,
dove ti cerco e spesso ti trovo.

Ma sempre ti trovo nella sofferenza.
La sofferenza è come il rintocco della campana
che chiama la sposa di Dio alla preghiera.

Signore, ti ho trovato nella terribile grandezza
della sofferenza degli altri.
Ti ho visto nella sublime accettazione
e nell’inspiegabile gioia
di coloro la cui vita è tormentata dal dolore.

Ma non sono riuscito a trovarti
nei miei piccoli mali e nei miei banali dispiaceri.
Nella mia fatica
ho lasciato passare inutilmente
il dramma della Tua Passione redentrice,
e la vitalità gioiosa della Tua Pasqua è soffocata
dal grigiore della mia autocommiserazione.
Signore io credo. Ma Tu aiuta la mia fede.

 

Santa Teresa di Calcutta

Ogni giorno è Pasqua

 

Aiutami, o Signore risorto,
a sorridere alla Pasqua che oggi celebriamo,
a non pensare a ciò che ho lasciato,
ad essere felice di ciò che ho trovato.
Aiutami, o Signore risorto,
a non volgermi indietro perché l’ieri non c’è più
se non come briciola di lievito per il pane d’oggi.
Aiutami a sorridere alla vita che avanza,
sempre così ricca di sorprese e di novità.
Aiutami a sorridere alla poesia che canta nel cuore
per spingermi alla ricerca di spazi sconfinati.
Aiutami, o Signore risorto,
a sorridere ai tentativi che compio
per essere e restare creatura nuova.
Aiutami, o Signore,
che sento vivo dentro di me,
a sorridere ad ogni alba che viene,
perché ora so che,
se vengo e sto con Te,
ogni giorno è Pasqua,
ogni giorno è “primo mattino del mondo”.
Amen.

 

A. Dini

È Pasqua

 

È Pasqua

Gesù è veramente risorto!
Anche noi siamo accorsi al Sepolcro.
Anche noi siamo andati oltre la pietra.
Anche noi abbiamo visto!
Siamo chiamati a fare il passo decisivo della fede.
La risurrezione di Gesù
ci invita ad uscire dalla nostra incredulità,
a scegliere con convinzione e fiducia la via del Cielo.

È Pasqua!
È il giorno della vita che più non muore,
della gioia che non ha mai fine.
È Pasqua!
È il tempo del credente che esce allo scoperto,
che testimonia la sua speranza,
che si fortifica nelle difficoltà,
che annuncia la vita nuova in Cristo risorto.

È Pasqua!
Nella Chiesa, per la Chiesa, con la Chiesa
che annuncia speranza là dove regna la disperazione,
che annuncia una forza là dove si subisce la violenza,
che annuncia il riscatto là dove vige la schiavitù.

È Pasqua!
Cristo è veramente risorto, per sempre, per tutti!
La Sua Risurrezione è speranza, certezza.
Diventiamo noi stessi testimoni per gli altri.
Curiamo le ferite dei nostri fratelli.

È Pasqua!

 

Antonio Merico, Vangelo e vita. Preghiere dell’anno liturgico "C", Elledici, Leumann

Lungo il Calvario

 

C’ero anch’io quella mattina
sulla Via della Croce.
Eri a poca distanza da me
mentre fra sputi ed insulti
arrancavi verso il posto
dove avevamo decretato
che Tu morissi.
Attorno a me la folla.
C’era chi voleva solo curiosare
e chi era capitato lì per caso
ma cera anche chi voleva partecipare
per vendicarsi di Te
almeno solo con lo sguardo.
L’ennesima profanazione di quel corpo
già ridotto ad un’unica piaga:
la miseria umana.

Non so dirti perché accorsi anch’io
a quella sagra dell’ingiustizia
ma, come Zaccheo, mi feci largo tra la folla
per vedere.
Ed ero in prima fila.
Tutto ciò di cui potrei essere capace era lì
davanti ai miei occhi
sprofondati tra quelle piaghe
che invocavano la morte.

Stavi per passarmi davanti
ma io non volevo più vedere oltre.
Avrei voluto essere lontano
il più lontano possibile da quello scempio
ma ormai non potevo più scappare.
Ero imbottigliato tra la folla
che i soldati romani spingevano indietro
per lasciar passare la giustizia dell’uomo.

Ora non eri più una macchia di sangue
sulla via del Calvario.
Ora si riconosceva un volto.
Ed eri ancora umano.
Dicono che Tu fossi il più bello fra gli uomini
ma io non ti avevo mai visto prima.
Quella mattina però lo eri davvero
talmente bello da non aver il coraggio di guardarti.
E abbassai lo sguardo
per non correre il rischio d’incontrare il Tuo.
Come uno struzzo sperai
d’aver scampato il pericolo di quell’incontro.

E mi passasti davanti
ma io non sollevai gli occhi da terra.
Vidi soltanto i Tuoi piedi piagati
che sostarono alcuni secondi davanti a me.
Sicuramente dovevi riprendere fiato.
Ma uno schiocco di frusta
ti richiamò al Tuo dovere di vittima...
E così riprendesti sulle spalle il mio peccato
avanzando ancora con fatica.
Ma sui sassi mi lasciasti il Tuo ricordo.

Dicono che moristi alle tre
ma io non venni a vedere.
Ero rimasto lungo la via del Calvario
seduto a terra
davanti a quell’impronta di sangue
che mi schiantava il cuore.

 

A. Rita Mazzocco, Cantico di Tommaso

Ai piedi della Tua Croce

 

Guardo le Tue mani inchiodate al legno, Gesù,
le Tue mani squarciate e sanguinanti,
e penso a tutto il bene che hanno fatto quelle mani,
ai corpi dei malati che hanno guarito,
alle persone stanche e disperate che hanno rialzato da terra,
e provo vergogna per queste mie mani
che non riescono ad aprirsi per donare,
che sono rinchiuse a pugno per colpire,
che ignorano gesti di dolcezza e di bontà.

Guardo le tue braccia spalancate,
fino in fondo, fino alla fine, per accogliere tutti,
anche quello che arriva all’ultima ora,
e penso a tutto il bene compiuto da quelle braccia
che hanno conosciuto la fatica del lavoro,
che hanno mostrato la strada della vita,
che hanno offerto tutto, senza trattenere nulla,
e provo vergogna per queste mie braccia,
solide e robuste quando si tratta di cercare il mio interesse,
ed invece pigre e restie quando c’è da regalare tempo e energie.

Guardo il Tuo volto straziato da dolore,
provato dalla sofferenza, accasciato dall’abbandono.
Guardo il Tuo capo che sanguina
a causa della corona di spine
e penso a tutta la gioia, a tutta la speranza
che quel volto ha acceso
nel cuore dei poveri e degli emarginati,
a tutti i Tuoi pensieri limpidi e immuni
da qualsiasi sentimento cattivo
e provo vergogna per ogni volta
che ho lasciato oscurare il mio volto
dalla vendetta o dalla gelosia,
dalla malignità o dalla violenza.

Ai piedi della Tua Croce, Gesù, io ti prego:
donami un cuore nuovo, un volto nuovo,
braccia e mani e occhi che irraggino
la Tua luce e la Tua Misericordia.

Apparizioni di Gesù risuscitato

 

Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni. Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere. Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere. Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano.

 

dal Vangelo di San Marco 16, 9-20

Colui che serve l’uomo peccatore

 

Il Cristo che ci deve stare davanti agli occhi giorno per giorno è Colui che serve l’uomo peccatore. Proprio così. È lì che bisogna arrivare al termine del viaggio quaresimale, a inginocchiarsi con Gesù, nel Cenacolo, ai piedi degli apostoli. Anche di Pietro che lo rinnegherà tra poco. Anche di Giuda che sta per tradirlo. E lui lo sa e capovolge tutto: infatti, all’ultima cena, quando Gesù lava i piedi agli apostoli, non è il peccatore che si inginocchia davanti a Dio, no, è Dio che si mette in ginocchio davanti al peccatore, che lo serve, che lo vuole salvare. Ecco che cosa ci deve conquistare di Cristo per portarci poi, senza tanti fronzoli, a vivere il servizio, là dove siamo chiamati: in famiglia, a scuola, nel mondo del lavoro.

 

Card. José SARAIVA MARTINS

È Risorto, non è qui

Dove sei Signore? Rivelati anche a me.

Ti cerco ma non ti trovo.
Sono dove tu non vuoi andare,

dove tu non vuoi sentire,
dove tu non vuoi perdonare.
Non mi trovi perché cerchi solo te,

la tua stima, le tue sicurezze,
soddisfazioni e ricompense.
Mi troverai solo quando ti deciderai a non pensare a te ma a Me,
che sono nel posto dove ti ho salvato, sulla Croce.
Lì troverai Me, la mia Misericordia, il mio perdono,
la mia e la Tua Risurrezione.
Ti aspetto e sarai beato!

 

Carla Zichetti

Quanti cirenei…

 

Quanti cirenei incontriamo o abbiamo incontrato nella nostra vita! Ce l’hanno salvata…. Quanti anche oggi si fanno cirenei, in Cile, ad Haiti, nei luoghi di dolore dimenticati da tutti, nelle case anonime delle nostre città, con gli esclusi dalla società perché poveri, sporchi, stranieri, ignoranti, malati di mente... lebbrosi  “gli ultimi saranno i primi...”.

L’hanno trovata morta... tutti la conoscevano, ma nessuno andava a trovarla: si è ucciso, non ha trovato un cireneo che gli desse speranza...ne ho abbastanza dei  miei guai, dei miei pensieri...ho troppo da fare, non ho tempo... 

Il cireneo - lo straniero - tornava dal lavoro, era stanco, ma ... si è caricato della croce dell’altro: “Vai e fai anche tu lo stesso”, dice Gesù.

 

Carla Zichetti

Dio onnipotente, che io possa risorgere con Gesù

 

Dio onnipotente,
grazie perché hai mandato il Tuo divin Figlio Gesù
a chiamare non i giusti, ma i peccatori.

Grazie, perché Tu sei buono, pieno di misericordia
e sempre pronto al perdono.

Grazie, perché guardi con bontà la debolezza dei tuoi figli,
tra i quali sono pure io con le mie fragilità e miserie.

Grazie perché la Tua Misericordia è generosa
e ti rivolgi a me con una clemenza grande.

Grazie, perché mi difendi dal male
e mi assicuri la Tua paterna protezione.

Grazie, perché tendi il Tuo orecchio a me
che sono povero e infelice.

Ho bisogno, ogni giorno e tutto il giorno, della Tua pietà
perché non muoia nei miei peccati
ma cambi vita e direzione di cammino e viva.

Per questo, fa’ che partecipi alla Pasqua del Tuo divin Figlio Gesù
e con Lui io risorga:
almeno da una mia pigrizia e inerzia costante,
almeno da un mio rimando ricorrente,
almeno da un mio ritardo abituale,
almeno da una mia omissione comoda,
almeno da una mia indecisione irresponsabilizzante,
almeno da una mia trascuratezza danneggiante.
Insegnami a camminare sulla Tua strada e per la Tua strada
con pensieri e azioni conformi alla Tua Volontà.

Ascolta, per intercessione di Maria, la mia preghiera di supplica
e custodiscimi nella fedeltà al mio unico Salvatore e al Suo Vangelo.
Amen.

 

adattamento dalla Liturgia del Sabato dopo le Ceneri

Ciò che mi muove ad amarti...

 

Non mi muove, Signore, ad amarti
il Cielo che Tu mi serbi promesso,
né mi muove l’inferno tanto temuto
perché io lasci con ciò di amarti.
Mi muovi Tu, mio Dio;
mi muove il vederti inchiodato
su quella croce e scarnificato;
mi muove il vedere il Tuo corpo tanto ferito,
mi muovono i Tuoi affronti e la Tua morte.
Mi muove infine il Tuo amore
in tal maniera che se non ci fosse Cielo,
io ti amerei,
e se non ci fosse inferno, ti temerei.
Non hai da darmi nulla perché ti ami,
perché se quanto aspetto io non lo aspettassi,
nella stessa maniera che ti amo, io ti amerei.

 

anonimo spagnolo, sec. XVII

Ki koshto!

 

…La sua camera divenne un approdo per le più rivoltanti miserie. Non era mai vuota. Una mattina due portatori vi deposero un uomo barbuto con i capelli irsuti coperti di cenere. Era legato a una sedia e non aveva né gambe né mani. Era monco e lebbroso. E tuttavia, dal suo viso giovanile irradiava una gioia sorprendente in un simile sventurato. “Grande fratello Paul, mi chiamo Anouar”, dichiarò. “Bisogna che ti mi curi. Vedi, sono molto malato”. lo sguardo gli cadde allora sull’immagine della Sacra Sindone. “Chi è?”, chiese sorpreso. “È Gesù”. Il lebbroso parve incredulo. “Gesù? No, non è possibile. Non assomiglia a quell’altro. Perché il tuo Gesù ha gli occhi chiusi e l’aria così triste?”. Paul Lambert sapeva che l’iconografia indiana riproduceva abbondantemente l’immagine di un Cristo biondo con gli occhi azzurri, trionfante e colorato come gli dei del panteon indù. “Ha sofferto”, disse. Il sacerdote sentì che bisognava spiegare meglio. Una delle figlie di Margareta venne a tradurre le sue parole in bengalese. “Se ha gli occhi chiusi, è per vederci meglio” riprese. “È anche perché noi lo possiamo guardare meglio. Forse non oseremo, se avesse gli occhi aperti. Perché i nostri occhi non sono occhi puri, e neanche i nostri cuori, e noi siamo in gran parte responsabili delle sue sofferenze. Se soffre, è a causa mia, tua, a causa di noi tutti. A causa dei nostri peccati, del male che facciamo. Ma lui ci ama talmente che ci perdona. Vuole che lo guardiamo. Ecco perché chiude gli occhi. E i suoi occhi chiusi mi invitano a chiudere anche i miei, a pregare, a guarda Dio dentro di me e anche dentro di te. E ad amarlo. E a fare come lui, a perdonare tutti, e ad amare tutti. Ad amare soprattutto quelli che soffrono come lui. Ad amare te che soffri come lui”. Una bambina vestita che era rimasta nascosta dietro la sedia del monco lebbroso andò a deporre un bacio sull’immagine e la accarezzò con la manina. Dopo essersi portata tre dita alla fronte, mormorò: “Ki koshto! Come soffre!”. Il lebbroso sembrava commosso. Gli occhi neri gli si erano fatti lucidi. “Soffre”, disse ancora Lambert. “Eppure non vuole che piangiamo su di Lui. Ma su coloro che soffrono oggi. Perché Lui soffre in loro. Soffre nel loro corpo come nel cuore degli isolati, dei derelitti, dei disprezzati, come nella mente dei pazzi, dei nevrotici, degli squilibrati. È per questo, capisci, che amo questa immagine. Perché mi ricorda tutte queste cose”. Il lebbroso tentennò il capo con aria pensierosa, poi alzò il moncherino verso l’icona. “Grande fratello Paul, il tuo Gesù è molto più bello di quello delle immagini sacre”. “Sì, sei bello. Gesù della Città della gioia”, scriverà quella sera Lambert nel quaderno che gli serviva da diario. “Bello come il monco lebbroso che mi hai mandato oggi, con le sue mutilazioni, le sue piaghe e il suo sorriso. In lui ho visto Te, che incarni tutti i dolori. Tu che hai conosciuto il Getsemani, il sudore del sangue, la tentazione di Satana, l’abbandono del Padre, la prostrazione, lo scoraggiamento, la fame, la sete. E la solitudine. Gesù di Anand Nagar, ho cercato di curare quel lebbroso. Ogni giorno, cerco di condividere la sorte dei poveri. Chino la testa con chi è calpestato e oppresso. Come l’uva nel torchio, e il loro succo mi schizza sugli abiti e li macchia. Non sono un puro, né una santo, solo un pover’uomo, peccatore come gli altri, a volte calpestato o disprezzato come i miei fratelli della Città della gioia, ma in fondo al cuore ho la certezza che ti ci ami. E anche la certezza che la gioia che mi riempie, niente e nessuno potrà mai rubarmela. Perché Tu sei veramente presente qui, in fondo a questa bidonville miserabile”.

 

Dominique Lapierre, La città della gioia

Dal Vangelo secondo Marco

 

Passato il sabato, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: “Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro? . Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”. Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura. Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Magdala, dalla quale aveva cacciato sette demoni. Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere. Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere. Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano.

 

dal Vangelo di San Marco 16, 1-20

Cristo, salvezza

 

Le orecchie del mio cuore,
Signore, sono davanti a Te.
Aprile e dì all’anima mia:
“Io sono la Tua salvezza”.

Rincorrerà questa voce
e così ti raggiungerà;
Tu non nascondermi il Tuo volto:
che io muoia,
per non morire e contemplarlo.
Dillo, che io lo senta.

Signore, sono io che ti faccio morire,
eppure oso guardarti.

Pietro ti guarda e si salva
il buon ladrone ti guarda e si salva
il centurione ti guarda e si salva.

I farisei non hanno guardato Gesù,
Giuda ha baciato Gesù senza guardarlo

Io ti faccio morire, ma ti guardo.

Voglio che Tu mi apra la piaga del Tuo Cuore,
perché mi ci nasconda dentro,
che i Tuoi Angeli dischiodano le Tue braccia,
perché esse mi sollevino sopra la mia polvere di peccato,
che essi distacchino i Tuoi piedi benedetti,
perché mi conducano lontano
(da) in questo mondo che non vuol credere al Tuo Amore.

 

don Primo Mazzolari

Guardo le Tue mani

 

Guardo le Tue mani inchiodate al legno, Gesù,
le Tue mani squarciate e sanguinanti
e penso a tutto il bene che hanno fatto quelle mani,
ai corpi dei malati che hanno guarito,

alle persone stanche e disperate che hanno rialzato da terra
e provo vergogna per queste mie mani
che non riescono ad aprirsi per donare,
che sono rinchiuse a pugno per colpire,
che ignorano gesti di dolcezza e di bontà.

Guardo le Tue braccia spalancate,
fino in fondo, fino alla fine, per accogliere tutti,
anche quello che arriva all’ultima ora
e penso a tutto il bene compiuto da quelle braccia
che hanno conosciuto la fatica del lavoro,
che hanno mostrato la strada della vita,
che hanno offerto tutto, senza trattenere nulla
e provo vergogna per queste mie braccia,
solide e robuste quando si tratta di cercare il mio interesse,
ed invece pigre e restie quando c'è da regalare tempo e energie.

Guardo il Tuo volto straziato da dolore,
provato dalla sofferenza, accasciato dall’abbandono.
Guardo il Tuo capo che sanguina
a causa della corona di spine
e penso a tutta la gioia, a tutta la speranza
che quel volto ha acceso
nel cuore dei poveri e degli emarginati,
a tutti i Tuoi pensieri limpidi e immuni
da qualsiasi sentimento cattivo
e provo vergogna per ogni volta
che ho lasciato oscurare il mio volto
dalla vendetta o dalla gelosia,
dalla malignità o dalla violenza.

Ai piedi della Tua Croce, Gesù, io ti prego:
donami un cuore nuovo, un volto nuovo,
braccia e mani e occhi che irraggino
la Tua luce e la Tua Misericordia

I simboli pasquali

 

Le UOVA: rappresentano il sepolcro che viene abbandonato da Gesù, Risorto e vincitore della morte.

Le COLOMBE: simboleggiano l’inizio di una nuova vita, la Resurrezione.

Le CAMPANE: con il loro suono annunciano a tutti, gioiosamente, che Gesù è risorto.

RAMOSCELLI D’ULIVO BENEDETTO: simboleggiano le palme che gli abitanti di Gerusalemme avevano in mano per salutare e accogliere Gesù che entrava nella città. Simbolo della Pace, ci ricordano anche che Gesù ha riportato la pace tra Dio e gli uomini.

La PRIMAVERA: i rami spogli e rinsecchiti dell’inverno  fioriscono, come l’uomo fiorisce a vita nuova, senza peccato.

Il Cireneo

Voglio essere franco. Non m’interessa un Dio “qualunque”, onnipotente e assoluto, fin che vuoi. Meno ancora un Gesù che sia soltanto un profeta (non importa se maggiore o minore) finito malamente. Il mio motto è: “Aut Christus aut nihil”. È quello il cuore, il Dio figlio di Dio, quello è il centro, il sole che m’illumina, la notte che tutto avvolge e rinfresca, la linfa, il sangue che scorre a dar vita, senso, sapore, allegria, sì, miseriaccia, allegria! A un cosmo che senza di Lui sarebbe un incomprensibile ammasso di meraviglie sospese nel nulla. Via Crucis: il Cireneo Signore, ieri mi hai messo in gran difficoltà. E io me la sono presa. Tu mi conosci: il mio temperamento è amaro. Mi avevi caricato sulle spalle un dolore grande, quasi impossibile da portare. Io ti avevo chiesto, non di liberarmene, ma di aiutarmi a portarlo. Di portarlo anche Tu con me. Di farmi sentire il vento della Tua presenza, l’eco della Tua voce. Ma non mi hai accontentato. Mi hai lasciato tutto solo, senza il minimo conforto. E con quel peso sulle spalle. Ma oggi mi è venuto in mano questo librettino di vecchie devozioni… L’ho aperto a caso... “La quinta Stazione. Gesù aiutato dal Cireneo a portare la Croce”… La scena mi ha dato un pugno in mezzo al cuore. Credo di aver capito… Adesso vedo questo rozzo Gesù, questo comico Cireneo della litografia popolare, e capisco che, da quando Cristo è sceso sulla terra, il suo stile è proprio cambiato. Tu continui ad essere l’Onnipotente, l’Altissimo, il Padrone di tutto e di tutti: ma preferisci che non ne teniamo troppo conto. Ribaltatore, paradossale e rivoluzionario come nessuno di noi potrà mai esserlo, Tu ora vuoi che si sia noi, gli impotenti, i nullatenenti, gli ignoranti, ad aiutare te… Sei un umorista, Signore? O il più grande degli psicologi? Vuoi farci sentire qualche cosa, noi che non siamo nulla?... Il fatto però è innegabile. Dopo Gesù e con Gesù, Dio si è fatto bambino, nano, fuorilegge, pietra di scandalo, rifiuto della società, condannato a morte, cadavere. E tutto questo davanti agli occhi di tutti. La Trasfigurazione, invece, la Risurrezione, l’Ascensione sono spettacolo riservato a pochi, a pochissimi, nella dimensione dell’umiltà e della fede. Potresti, con una parola, chiamare a tua difesa dodici legioni di Angeli. Ma non lo fai, e ti lasci ridurre come il più misero, il più torturato e sputacchiato degli uomini. Hai creato dal nulla l’universo. Ma poi non metti insieme tanta forza da sostenere sulle spalle una trave di legno. Bisogna costringere uno di noi, che è lì di passaggio, a fare quel lavoro per Te. Il Tuo potere, ormai, è l’impotenza, il Tuo trionfo la sconfitta, il Tuo dominio su di noi è chiedere la nostra collaborazione. Reciti, Signore? Che commedia è questa? Un po’ mi scandalizzo, un po’ resto ammirato. Ma l’ammirazione è quella che rimane. Perché so, so con certezza, che non sei un Dio debole, un Dio sconfitto. Ma vuoi sembrarlo per amor nostro. Non te ne importa di fare brutte figure, purché noi si entri nel Tuo gioco, ci si unisca a Te, si capisca che cos’è che Tu vuoi per il nostro bene. Non gloriarti, Cireneo… Non crederti più forte di quell’uomo esausto al quale hanno tolto la croce per passarla a te. In quell’apparente debolezza c’è più forza che in tutto l’Impero Romano, che in tutti gli imperi di tutti i tempi. È la forza di un amore che le pensa tutte, pur di arrivare fino alla nostra anima; la fierezza di un amore che vuole darti la salvezza senza umiliarti, anzi facendoti credere di avere realmente bisogno di te; il mistero di un amore che non ha mai avuto disgusto di questa creatura umana, che così spesso fa disgusto a se stessa… E il Cireneo, portando quello strumento di martirio, non sa di portare insieme la propria corona di luce.

Italo Alighiero Chiusano

Digiunare

 

Fa’ digiunare il nostro cuore:
che sappia rinunciare a tutto quello che l’allontana
dal Tuo Amore, Signore, e che si unisca a Te
più esclusivamente e più sinceramente.

Fa’ digiunare il nostro orgoglio,
tutte le nostre pretese, le nostre rivendicazioni,
rendendoci più umili e infondendo in noi
come unica ambizione, quella di servirti.

Fa’ digiunare le nostre passioni,
la nostra fame di piacere,
la nostra sete di ricchezza,
il possesso avido e l’azione violenta;
che nostro solo desiderio sia di piacerti in tutto.

Fa’ digiunare il nostro io,
troppo centrato su se stesso, egoista indurito,
che vuol trarre solo il suo vantaggio:
che sappia dimenticarsi, nascondersi, donarsi.

Fa’ digiunare la nostra lingua,
spesso troppo agitata, troppo rapida nelle sue repliche,
severa nei giudizi, offensiva o sprezzante:
fa’ che esprima solo stima e bontà.

Che il digiuno dell’anima,
con tutti i nostri sforzi per migliorarci,
possa salire verso di Te come offerta gradita,
meritarci una gioia più pura, più profonda.

 

Jean Galot, Ritorno alla sorgente

La morte di Gesù

 

Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo spirò. Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: “Veramente quest’uomo era giusto”. Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti.

 

dal Vangelo di San Luca, 23, 44-49

La tomba vuota

 

Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. 

 

dal Vangelo di San Giovanni 20, 1- 9

La Pasqua che vorrei

 

Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Andrò in giro per le strade
zuffolando, così,
fino a che gli altri dicano: è pazzo!
E mi fermerò soprattutto coi bambini
a giocare in periferia,
e poi lascerò un fiore
ad ogni finestra dei poveri
e saluterò chiunque incontrerò per via,
inchinandomi fino a terra.
E poi suonerò con le mie mani
le campane sulla torre,
a più riprese
finché non sarò esausto.
E a chiunque venga
- anche al ricco - dirò:
”Siedi pure alla mia mensa”,
(anche il ricco è un povero uomo).
E dirò a tutti:
”Avete visto il Signore?”.
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso.

 

Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Tutto è Suo dono,
eccetto il nostro peccato.
Ecco, gli darò un’icona
dove Lui - bambino - guarda
agli occhi di Sua Madre:
così dimenticherà ogni cosa.
Gli raccoglierò dal prato
una goccia di rugiada
- è già primavera,
ancora primavera,
una cosa insperata,
non meritata,
una cosa che non ha parole;
e poi gli dirò d’indovinare
se sia una lacrima
o una perla di sole
o una goccia di rugiada.
E dirò alla gente:
”Avete visto il Signore?”.
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso.

 

Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Non credo più neppure alle mie lacrime,
e queste gioie sono tutte povere:
metterò un garofano rosso sul balcone,
canterò una canzone
tutta per lui solo.
Andrò nel bosco questa notte
e abbraccerò gli alberi
e starò in ascolto dell’usignolo,
quell’usignolo che canta sempre solo,
da mezzanotte all’alba.
E poi andrò a lavarmi nel fiume
e all’alba passerò sulle porte
di tutti i miei fratelli
e dirò a ogni casa: “Pace!”,
e poi cospargerò la terra
d’Acqua Benedetta in direzione
dei quattro punti dell'universo,
poi non lascerò mai morire
la lampada dell’altare
e ogni domenica mi vestirò di bianco.

 

Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
E non piangerò più,
non piangerò più inutilmente;
dirò solo: “Avete visto il Signore?”.
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso
poi non dirò più niente.

 

padre David Maria Turoldo

L’amore perdona

 

All’Ultima Cena, Gesù accusò - con la stessa gravità e le medesime parole - due dei suoi apostoli. Entrambi avevano commesso i crimini predetti da Gesù. Giuda Iscariota nascose i suoi sentimenti e condannò se stesso. Pietro anche nascose i suoi sentimenti, dopo aver rinnegato tre volte tutto ciò in cui aveva creduto. Ma nel momento decisivo, Pietro capì il vero significato del messaggio di Gesù. Chiese perdono e andò avanti, umiliato. Avrebbe potuto scegliere il suicidio, invece affrontò gli altri apostoli e dovrebbe aver detto: “D’accordo, raccontate i miei errori fino a che esisterà il genere umano. Ma lasciatemi correggerli”. Pietro imparò che l’Amore perdona. Giuda non imparò nulla.

 

(Paulo Coelho, I racconti del maktub)

Verrà l’ora della “notte oscura”

 

Verrà l’ora della “notte oscura”, in cui tutto ti sembrerà arido e perfino assurdo nelle cose di Dio: non temere. È quella l’ora in cui a lottare con te è Dio stesso: rimuovi da te ogni peccato, con la confessione umile e sincera delle tue colpe e il perdono sacramentale; dona a Dio ancor più del tuo tempo; e lascia che la notte dei sensi e dello spirito diventi per te l’ora della partecipazione alla Passione del Signore. A quel punto, sarà Gesù stesso a portare la tua croce e a condurti con sé verso la gioia di Pasqua. Non ti stupirai, allora, di considerare perfino amabile quella notte, perché la vedrai trasformata per te in notte d’amore, inondata dalla gioia della presenza dell’Amato, ripiena del profumo di Cristo, luminosa della luce di Pasqua.

 

Mons. Bruno Forte, Messaggio per la Quaresima 2007

La vita è bella, Signore
 

La vita è bella Signore,
e voglio coglierla
come si colgono i fiori in un mattino di primavera.
Ma so, mio Signore,
che il fiore nasce
solo alla fine di un lungo inverno,
in cui la morte ha infierito.

Perdonami Signore, se a volte,
non credo abbastanza nella primavera della vita,
perché, troppo spesso,
mi sembra un lungo inverno
che non finisce mai di rimpiangere
le sue foglie morte
o i suoi fiori scomparsi.

Eppure con tutte le mie forze
credo in Te, Signore,
ma urto contro il Tuo Sepolcro e lo scorgo vuoto.

E quando gli apostoli d’oggi mi dicono
che ti hanno visto vivente
sono come San Tommaso,
ho bisogno di vedere e di toccare.
Dammi abbastanza fede,
ti supplico, Signore,
per aspettare la primavera,
e nel momento più duro dell’inverno,
per credere alla Pasqua trionfante
oltre il Venerdì di passione.

Signore, Tu sei risorto!
Tu sei vivo!
Tu il Fratello maggiore,
solidale per sempre con tutti noi,
Tu che ci amasti a tal punto
da diventare un unico Corpo con noi,
per trascinarci con Te nella morte al peccato,
vera autentica morte.
Tu nostro “capo”,
primo nato dal ventre della terra,
primo uomo nato in cielo,
adesso trascini ad uno ad uno i tuoi fratelli,
le “membra” del Tuo corpo,
finché l’umanità intera, finalmente riunita,
sia introdotta grazie a Te,
con Te,
in Te,
nella Santissima Trinità.

Signore, Tu sei risorto!
Dal sepolcro, grazie a Te,
la Vita è uscita trionfante.
La sorgente d’ora in poi non si prosciugherà mai,
Vita nuova, offerta a tutti,
per ricrearci per sempre
figli di un Dio che ci attende,
per le Pasque di ogni giorno
e di una Gioia Eterna.

Era Pasqua ieri, Signore,
ma è Pasqua anche oggi
ogni volta che accettando di morire in noi stessi,
con Te apriamo una breccia
nella tomba dei nostri cuori,
perché zampilli la Fonte
e scorra la Tua Vita.
E se tanti uomini,
nel loro sforzo umano
purtroppo, non sanno che sei già lì,
lo scopriranno più tardi
alla Tua luce.
Era Pasqua ieri,
ma è Pasqua anche oggi,
quando un bambino divide le sue caramelle,
dopo avere in segreto lottato
per non tenersele tutte lui.
Quando marito e moglie si abbracciano di nuovo
dopo una discussione o una penosa rottura.
Quando i ricercatori scoprono
il rimedio che guarisce
e il medico riaccende la vita
che senza di lui si spegneva.
Quando la porte della prigione si aprono,
perché la pena è terminata,
e quando già nella sua cella
il carcerato divide le sigarette con i compagni.
Quando l’uomo dopo un lungo sforzo
trova lavoro
e porta a casa un po’ di denaro guadagnato.
Quando il giornale dà la notizia che la Conferenza dei Grandi
Ha fatto un passo avanti nei problemi del Mondo.

È Pasqua ogni giorno
mille, diecimila Pasque,
ma non sono abbastanza capace, o Signore,
di guardarmi intorno
per vedere i fiori della primavera
più che le foglie morte.

Questa sera non voglio Signore,
pregando,
lamentarmi a lungo piangendo sui miei peccati
e sui peccati del Mondo,
che insieme ti hanno portato al Sepolcro,
generando le nostre morti.
Non voglio indugiare, implorando il Tuo perdono,
per tutte queste reclusioni e queste sepolture,
che, troppo spesso, mi fanno disperare della vita.
Con Te, Signore,
non mi accamperò questa sera sul monte degli Ulivi,
per svegliarmi domattina
con una testa da Venerdì Santo,
perché io, che così spesso mi esaspero
davanti agli Alleluia troppo facili,
non farò della mia preghiera, questa sera,
che un profondo ringraziamento
per quella pietra sollevata,
quella uscita dal Sepolcro
e questa Vita Nuova
scaturita oggi sotto i miei passi.

Sì, Signore, la vita è bella,
poiché è Tuo Padre che l’ha donata.
La vita è bella,
poiché sei Tu che ce l’hai ridata
quando l’avevamo perduta.
La vita è bella,
perché è la Tua stessa Vita offerta per noi...
ma dobbiamo farla fiorire.
E per offrirtela ogni sera
devo raccoglierla
sulle strade degli uomini
come quel bimbo che passeggiando,
raccoglie i fiori dei campi
per farne un mazzo
da offrire ai suoi genitori.

Oh, sì, Signore,
fammi scoprire ogni giorno, sempre di più,
che la vita è bella!

 

Michel Quoist

L’apparizione a Maria di Magdala

 

Maria invece stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi? ”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto”. Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi? ”. Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria! ”. Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbunì! ”, che significa: Maestro! Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore” e anche ciò che le aveva detto.

 

dal Vangelo di San Giovanni 20, 11-18

La Veronica racconta

 

C’era tanta gente fuori dal palazzo del Pretorio, tanta confusione… non capivo che cosa stesse succedendo, così mi sono fatta largo tra la folla e lì ho incontrato Gesù. Senza dire una parola mi sono avvicinata, gli ho sorriso e con delicatezza gli ho asciugato il viso, rigato dal sudore e dal sangue… Volevo dirgli: “Mio Signore, Ti ho tanto cercato e finalmente Ti ho incontrato; il Tuo volto impresso in questa tela, resterà per sempre impresso nel mio cuore”, ma non una parola è uscita dalle mie labbra. Mai dimenticherò quello sguardo, quel viso sofferente, il Suo dolore tra l’indifferenza della gente…

La tomba vuota

 

Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro. Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un Angelo del Signore, sceso dal Cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite. Ma l’Angelo disse alle donne: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l’ho detto”. Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli. Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: “Salute a voi”. Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: “Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno”.

 

dal Vangelo di San Matteo 28, 1-10

La tua Croce

 

La sapienza eterna di Dio ha previsto fin dal principio la Croce che Egli ti invia dal profondo del Suo Cuore come un dono prezioso. Prima di inviartela egli l’ha contemplata con i Suoi occhi onniscienti, l’ha meditata col Suo divino intelletto, l’ha esaminata al lume della Sua sapiente giustizia. E le ha dato calore stringendola tra le Sue braccia amorose, l’ha soppesata con ambo le mani se mai non fosse di un millimetro troppo grande o di un milligrammo troppo greve. Poi l’ha benedetta nel Suo Nome Santissimo, l’ha cosparsa col balsamo della Sua Grazia e col profumo del Suo conforto. Poi ha guardato ancora a te, al tuo coraggio... Perciò la Croce viene a te dal Cielo, come un saluto del Signore, come un’elemosina del Suo misericordioso Amore.

 

San Francesco di Sales

Senza amore, è solo fame

 

Le ali del digiuno sono la misericordia e l’amore,

dalle quali esso è preso

e portato fino al Cielo,

e senza le quali rimane in basso

e si avvoltola in terra.

Il digiuno senza misericordia

è il ritratto della fame,

e in nessun modo esso è immagine della santità.

Senza l’amore il digiuno è occasione di avarizia,

non proposito di sobrietà.

Il digiuno senza misericordia non è verità,

ma apparenza.

Dove invece c’è la misericordia

lì c’è anche la verità,

come attesta il profeta quando dice:

“Misericordia e verità si incontreranno”.

 

San Pietro Crisologo

Sei così vicino alla croce che...

 

Il Cardinale Angelo Comastri, quando era Arcivescovo di Loreto, ha raccontato che anni prima, a causa di un banale disguido medico, si era ritrovato quasi in fin di vita per problemi cardiaci; era andato in crisi, cosa che gli ha fatto capire quanta strada ancora doveva fare cristianamente. In quei momenti ha telefonato a Madre Teresa di Calcutta, con la quale era in amicizia, per chiederle un qualche conforto. “What wonderful thing!”, “Che cosa meravigliosa!”, era stata la sua risposta. “Madre Teresa, ha capito bene cosa le ho detto? Sto rischiando di morire!”. E lei, ancora: “Sei fortunato: sei così vicino alla Croce che Gesù può baciarti senza neanche fare fatica”. 

Aiutaci, o Signore

 

Aiutaci, o Signore, a portare avanti nel mondo e dentro di noi la Tua Risurrezione. Donaci la forza di frantumare tutte le tombe in cui la prepotenza, l'ingiustizia, la ricchezza, l'egoismo, il peccato, la solitudine, la malattia, il tradimento, la miseria, l'indifferenza hanno murato gli uomini vivi. Metti una grande speranza nel cuore gli uomini, specialmente di chi piange.  Concedi, a chi non crede in te, di comprendere che la Pasqua è l'unica forza della storia perennemente eversiva. E poi, finalmente, o Signore, restituisci anche noi, tuoi credenti, alla nostra condizione di uomini.

 

Servo di Dio Tonino Bello

Cenere in testa e acqua sui piedi

 

Cenere in testa e acqua sui piedi.

Tra questi due riti, si snoda la strada della Quaresima. Una strada apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal Mercoledì delle Ceneri al Giovedì Santo. Occorre tutta una vita, di cui il Tempo Quaresimale vuole essere la risoluzione in scala. Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all’acqua, più che alle parole… La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare… sui piedi degli altri. Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il camino del nostro ritorno a casa. Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.

 

Servo di Dio Tonino Bello

Donna, non piangere

 

Donna, le tue lacrime non hanno più motivo di scorrere. Vedi: la collina del Calvario, che l’altro ieri

era solo un teschio coperto di fango, oggi si è improvvisamente ricoperta di fiori. Siamo appena al terzo giorno: ma sono bastate queste poche ore perché il mondo facesse un balzo di millenni. No, non misurare sui calendari dell’uomo la distanza che separa quest’alba luminosa dal tramonto livido dell’ultimo venerdì. Non è trascorso del tempo: è passata un’eternità. Donna, tu non lo sai, ma oggi è cominciata la nuova creazione.

 

Servo di Dio Tonino Bello

In cammino verso la Pasqua

 

Coraggio, gente! La Pasqua ci dice che la nostra storia ha un senso, e non è un insieme di inutili sussulti. Che quelli che stiamo percorrendo non sono sentieri interrotti. Che la nostra esistenza personale non è sospesa nel vuoto né consiste in uno spettacolo senza rete. Precipitiamo in Dio. In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo. Coraggio, gente! La Pasqua prosciughi i ristagni di disperazione sedimentati nel nostro cuore. E, insieme al coraggio di esistere, ci ridia la voglia di camminare.

 

Servo di Dio Tonino Bello

Irrompe la Pasqua

 

Coraggio! Irrompe la Pasqua! È il giorno dei macigni che rotolano via dall’entrata dei sepolcri. È il tripudio di una notizia che si temeva non potesse giungere più e che corre di bocca in bocca ricreando rapporti nuovi tra vecchi amici. È la gioia delle apparizioni del Risorto che scatena abbracci nel Cenacolo. È la festa degli ex delusi dalla vita, nel cui cuore dilaga ora la speranza. Che sia anche la festa in cui il traboccamento della comunione venga a lambire le sponde della nostra isola solitaria. Aiutaci, Signore, a portare nel mondo e dentro di noi la Tua Risurrezione. Metti una grande speranza nel cuore degli uomini, specialmente di chi piange. Concedi a chi non crede in Te di comprendere che la Tua Pasqua è l’unica forza della storia perennemente eversiva. E poi, finalmente, o Signore, restituisci anche noi, tuoi credenti, alla nostra condizione di uomini.

Amen.

 

Servo di Dio Tonino Bello

O Signore risorto

 

O Signore risorto,
donaci di fare l’esperienza delle donne il mattino di Pasqua.
Esse hanno visto il trionfo del vincitore,
ma non hanno sperimentato la sconfitta dell’avversario.
Solo Tu ci puoi assicurare che la morte è stata vinta davvero.
Donaci la certezza che la morte non avrà più presa su di noi.
Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati.
Che le lacrime di tutte le vittime della violenza e del dolore
saranno prosciugate come la brina dal sole della primavera.
Strappaci dal volto,
ti preghiamo, o dolce Risorto,
il sudario della disperazione e arrotola per sempre,
in un angolo,
le bende del nostro peccato.
Donaci un po’ di pace.
Preservaci dall'egoismo.
Accresci le nostre riserve di coraggio.
Raddoppia le nostre provviste di amore.
Spogliaci, Signore, da ogni ombra di arroganza.
Rivestici dei panni della misericordia e della dolcezza.
Donaci un futuro pieno di grazia e di luce
e di incontenibile amore per la vita.
Aiutaci a spendere per Te
tutto quello che abbiamo e che siamo
per stabilire sulla terra
la civiltà della verità e dell’amore
secondo il desiderio di Dio.
Amen.

 

Servo di Dio Tonino Bello

Si sale sulla Croce

Si sale sulla Croce
ogni volta che si vuol dare una mano
agli ultimi, ai poveri, ai diseredati,
partendo dal loro angolo prospettico
e non dall'osservatorio
dei benpensanti e dei garantiti.
Si sale sulla Croce
ogni volta che si è chiamati
a quella forma di martirio,
straziante dolcissimo,
che si chiama perdono,
nel cui oceano,
in questo momento,
vorremmo chiedere al Signore,
di poter naufragare.
Si sale sulla Croce
ogni volta che si contrastano le logiche correnti,
tributarie degli schemi pagani del profitto,
della sicurezza,
dello schieramento dei blocchi,
della deterrenza.
Si sale sulla Croce
ogni volta che si afferma
che la produzione delle armi,
il commercio degli strumenti di morte
e il segreto che copre il loro traffico,
sono una grossa violenza
e un attentato gravissimo alla pace:
anzi sono la guerra.

 

Servo di Dio Tonino Bello

Un mondo nuovo

 

Riconciliamoci con la gioia. La Pasqua sconfigga il nostro peccato, frantumi le nostre paure e ci faccia vedere le tristezze, le malattie, i soprusi e perfino la morte, dal versante giusto: quello del “terzo giorno”. Da quel versante, le croci sembreranno antenne, piazzate per farci udire la musica del Cielo. Le sofferenze del mondo non saranno per noi i rantoli dell’agonia, ma i travagli del parto. E le stigmate, lasciate dai chiodi nelle nostre mani crocifisse, saranno le feritoie attraverso le quali scorgeremo fin d’ora le luci di un mondo nuovo.

 

Servo di Dio Tonino Bello

Un pieno di gioia

22 febbraio 1993

 

 

Carissimi,

incomincia il periodo dell’anno più ricco di grazia, che dal Mercoledì delle Ceneri ci porta alla Pasqua della Resurrezione. Dovrebbe essere l’identikit del nostro itinerario cristiano. Si parte con l’anima piena di rimorsi, di peccati e di stanchezza e si giunge nell’estuario della luce e della speranza. Perché tutti sappiamo che il dolore, la morte, la malattia non sono stagioni permanenti della vita, ma sono passaggi che ci introducono nella gioia che non ha tramonti. La mia esortazione quindi, di amico e di vescovo, è che affrontiate sin dall’inizio, con animo deciso al cambiamento, questo tempo di salvezza. Perché non progettate un po’ di digiuno, un po’ di preghiera in più, semplice e autentica che vi metta in rapporto vero con Dio? Gli altri atteggiamenti penitenziali propri della Quaresima potrebbero esprimersi rinnovando i rapporti con le persone, riscoprendone il volto, facendo la pace. Tutto il resto è chiacchiera. Un capitale grossissimo da investire sul versante della nostra crescita comunitaria è quello che ci viene offerto dai nostri sofferenti. Sabato prossimo celebreremo la giornata diocesana dell’ammalato. E io mi rivolgo a voi, protagonisti del mistero della sofferenza, perché facciate un grande offertorio della vostra povertà. Siamo in tanti. Stavolta ci sono in mezzo anch’io e guiderò il popolo della sofferenza davanti al Signore perché Egli dia prosperità e pace alla nostra città.

E ora desidero rivolgermi ai giovani.

Ogni anno in Quaresima abbiamo vissuto nelle nostre cattedrali incontri carichi di forza e di entusiasmo. Anche quest’anno, nonostante la mia non presenza fisica, v’incontrerete ugualmente guidati da persone che hanno fatto esperienza di Cristo. Sono certo che il bisogno di vedere il volto di Dio e ascoltarne il messaggio, prevalga su tutte le altre gratificazioni di amicizia, d’incontro, di tenerezza, di festa che permeano questi nostri raduni settimanali. Comunque, cari giovani, un affettuosissimo saluto ed un augurio per tutte le cose belle, i progetti, gli affetti che coltivate nel cuore. Per tutti voi, carissimi fedeli, il Signore faccia il pieno già in anticipo della gioia che si sprigionerà dagli otri della Pasqua.

 

Vostro

+ don TONINO, Vescovo

 

Messaggio dettato da don Tonino Bello in occasione dell’inizio della Quaresima.

Una Croce...

Il legno della Croce,
quel legno del fallimento,
è divenuto il parametro vero
di ogni vittoria.
Gesù ha operato più salvezza
con le mani inchiodate sulla Croce,
che con le mani stese sui malati.
Donaci, Signore,
di non sentirci costretti
nell’aiutarti a portare la Croce,
di aiutarci a vedere
anche nelle nostre croci
e nella stessa Croce,
un mezzo per ricambiare
il Tuo Amore,
aiutaci a capire
che la nostra storia crocifissa
è già impregnata di Resurrezione.
Se ci sentiamo sfiniti, Signore,
è perché, purtroppo,
molti passi li abbiamo consumati
sui viottoli nostri e non sui tuoi,
ma proprio i nostri fallimenti
possono essere la salvezza
della nostra vita.
La Pasqua è la festa
degli ex delusi della vita,
nei cui cuori all'improvviso
dilaga la speranza.
Cambiare è possibile,
per tutti e sempre!

 

Servo di Dio Tonino Bello

Una reliquia della Tua Passione

 

Se dovessi scegliere una reliquia della Tua Passione,
prenderei proprio quel catino colmo di acqua sporca,
per girare il mondo con quel recipiente e, ad ogni piede,
cingermi dell’asciugatoio,
curvarmi giù in basso,
non alzando mai la testa oltre il polpaccio,
per non distinguere i nemici dagli amici,
e lavare i piedi del vagabondo e dell’ateo,
del drogato, del carcerato, dell’omicida,
di chi non mi saluta più,
di chi mi ha offeso brutalmente,
di quella persona per la quale non prego mai,
in silenzio,
finché tutti abbiano capito – nel mio –
il TUO AMORE, mio DIO.

Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. Egli è alla destra di Dio, dopo essere salito al Cielo e aver ottenuto la sovranità sugli Angeli, i Principati e le Potenze.

1 Pietro 3, 18. 22

Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla Croce. Dio lo ha innalzato con la Sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a Lui.

Atti degli Apostoli 5, 30-32

Signore Gesù Cristo, per noi hai accettato la sorte del chicco di grano che cade in terra e muore per produrre molto frutto (Gv 12, 24). Ci inviti a seguirti su questa via quando dici: “Chi ama la sua vita la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna” (Gv 12, 25). Noi, però, siamo attaccati alla nostra vita. Non vogliamo abbandonarla, ma tenerla tutta per noi stessi. Vogliamo possederla, non offrirla. Ma tu ci precedi e ci mostri che possiamo salvare la nostra vita soltanto donandola. Tramite il nostro accompagnarti sulla Via crucis vuoi condurci sulla via del chicco di grano, la via di una fecondità che giunge fino all’eternità. La croce – l’offerta di noi stessi – ci pesa molto. Ma sulla tua Via crucis tu hai portato anche la mia croce, e non l’hai portata in un qualche momento del passato, perché il tuo amore è contemporaneo alla mia vita. La porti oggi con me e per me, e, in modo mirabile, vuoi che adesso anch’io, come allora Simone di Cirene, porti con te la tua croce e, accompagnandoti, mi ponga con te a servizio della redenzione del mondo. Aiutami perché la mia Via crucis non sia appena il devoto sentimento di un attimo. Aiutaci ad accompagnarti non solo con nobili pensieri, ma a percorrere la tua via con il cuore, anzi, con i passi concreti della nostra vita quotidiana. Aiutaci perché ci incamminiamo con tutto noi stessi sulla via della croce, e rimaniamo per sempre sulla tua via. Liberaci dalla paura della croce, dalla paura di fronte all’altrui derisione, dalla paura che la nostra vita possa sfuggirci se non afferriamo tutto ciò che essa offre. Aiutaci a smascherare le tentazioni che promettono vita, ma le cui profferte, alla fine, ci lasciano soltanto vuoti e delusi. Aiutaci a non impadronirci della vita, ma a donarla. Aiutaci, accompagnandoti sulla via del chicco di grano, a trovare, nel “perdere la vita”, la via dell’amore, la via che veramente ci dona vita, vita in abbondanza (Gv 10, 10).

 

Benedetto XVI, dalla Via Crucis al Colosseo 2005

Quanto è facile condannare!

 

Signore, quanto è facile condannare!

Quanto è facile lanciare sassi:

i sassi del giudizio e della calunnia,

i sassi dell’indifferenza e dell’abbandono!

Signore, Tu hai scelto di stare dalla parte dei vinti,

dalla parte degli umiliati e dei condannati.

Aiutaci a non diventare mai carnefici dei fratelli indifesi,

aiutaci a prendere coraggiosamente posizione per difendere i deboli,

aiutaci a rifiutare l’acqua di Pilato

perché non pulisce le mani ma le sporca di sangue innocente.

 

Card. Angelo Comastri, Via Crucis al Colosseo, Venerdì Santo 2006

Auguri di Pasqua

 

…Vengo agli auguri di Pasqua.

Sono tanti ma essenzialmente uno: che cresca in voi la certezza che dove si cammina nel dolore e nella morte lì il Signore ci conduce attraverso un sentiero di luce, ci innesta nell’albero di vita di Gesù, ci fa vivere una fecondità misteriosa, ci prepara un’eternità di gloria, ci fa abbracciare e salvare il mondo intero, come Gesù quando allargò le braccia sulla croce. Non abbiate paura della croce: è come il bastone di Mosé che percuote la roccia (il nostro cuore a volte è una pietra dura) e ne fa uscire acqua abbondante.

Con affetto,  don Andrea

 

don Andrea Santoro, lettera del 2001, appena un anno dopo la sua partenza da Roma

Cristo…

 

Cristo non ci ha redenti perché è morto in Croce, ma Cristo ci ha redenti perché ci ha amati e perché ci ha amati è morto in Croce. Quindi la croce è la manifestazione di un amore che raggiunge il tutto e la definitività, ed è quell’amore lì che ha un potere di redenzione. Non si redime se non attraverso un amore necessariamente passa attraverso la Croce. Cristo non è venuto a toglierci il dolore dal mondo: Cristo è venuto a togliere l’insignificanza della Croce, della tribolazione. È venuto a dare il senso alla Croce. Non solo è venuto a dare il senso alla Croce, ma prima l’ha vissuto Lui e poi ci ha coinvolti perché siamo intimamente uniti a Lui; in Cristo siamo una cosa sola. Ed ecco allora che Gesù ci fa l’invito esplicito, che è l’invito più sconvolgente e più vero e che più redime: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”. Altro che cincischiare sul peccato: per essere non violenti, cari fratelli miei, bisogna essere violenti con sé stessi. Le rivoluzioni, il cristiano, le fa perché le paga sulla propria pelle, su sé stesso e con sé stesso, realmente, senza passare attraverso la violenza.

 

don Oreste Benzi, da Pane quotidiano

Nostro fratello Giuda

 

Miei cari fratelli, è proprio una scena d’agonia e di cenacolo. Fuori c’è tanto buio e piove. Nella nostra Chiesa, che è diventata il Cenacolo, non piove, non c’è buio, ma c’è una solitudine di cuori di cui forse il Signore porta il peso. C’è un nome, che torna tanto nella preghiera della Messa che sto celebrando in commemorazione del Cenacolo del Signore, un nome che fa’ spavento, il nome di Giuda, il Traditore. Un gruppo di vostri bambini rappresenta gli Apostoli; sono dodici. Quelli sono tutti innocenti, tutti buoni, non hanno ancora imparato a tradire e Dio voglia che non soltanto loro, ma che tutti i nostri figlioli non imparino a tradire il Signore. Chi tradisce il Signore, tradisce la propria anima, tradisce i fratelli, la propria coscienza, il proprio dovere e diventa un infelice. Io mi dimentico per un momento del Signore o meglio il Signore è presente nel riflesso del dolore di questo tradimento, che deve aver dato al cuore del Signore una sofferenza sconfinata. Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. E’ uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getzemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!”. Amico! Questa parola che vi dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, vi fa’ anche capire perché io l’ho chiamato in questo momento fratello. Aveva detto nel Cenacolo non vi chiamerò servi ma amici. Gli Apostoli son diventati gli amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre gli amici. Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro. Vi ho domandato: come mai un apostolo del Signore è finito come traditore? Conoscete voi, o miei cari fratelli, il mistero del male? Sapete dirmi come noi siamo diventati cattivi? Ricordatevi che nessuno di noi in un certo momento non ha scoperto dentro di sé il male. L’abbiamo visto crescere il male, non sappiamo neanche perché ci siamo abbandonati al male, perché siamo diventati dei bestemmiatori, dei negatori. Non sappiamo neanche perché abbiamo voltato le spalle a Cristo e alla Chiesa. Ad un certo momento ecco, è venuto fuori il male, di dove è venuto fuori? Chi ce l’ha insegnato? Chi ci ha corrotto? Chi ci ha tolto l’innocenza? Chi ci ha tolto la fede? Chi ci ha tolto la capacità di credere nel bene, di amare il bene, di accettare il dovere, di affrontare la vita come una missione. Vedete, Giuda, fratello nostro! Fratello in questa comune miseria e in questa sorpresa! Qualcheduno però, deve avere aiutato Giuda a diventare il Traditore. C’è una parola nel Vangelo, che non spiega il mistero del male di Giuda, ma che ce lo mette davanti in un modo impressionante: "Satana lo ha occupato". Ha preso possesso di lui, qualcheduno deve avervelo introdotto. Quanta gente ha il mestiere di Satana: distruggere l’opera di Dio, desolare le coscienze, spargere il dubbio, insinuare l’incredulità, togliere la fiducia in Dio, cancellare il Dio dai cuori di tante creature. Questa è l’opera del male, è l’opera di Satana. Ha agito in Giuda e può agire anche dentro di noi se non stiamo attenti. Per questo il Signore aveva detto ai suoi Apostoli là nell’ orto degli ulivi, quando se li era chiamati vicini: “State svegli e pregate per non entrare in tentazione”. E la tentazione è incominciata col denaro. Le mani che contano il denaro. Che cosa mi date? Che io ve lo metto nelle mani? E gli contarono trenta denari. Ma glieli hanno contati dopo che il Cristo era già stato arrestato e portato davanti al tribunale. Vedete il baratto! L’amico, il maestro, colui che l’aveva scelto, che ne aveva fatto un Apostolo, colui che ci ha fatto un figliolo di Dio; che ci ha dato la dignità, la libertà, la grandezza dei figli di Dio. Ecco! Baratto! Trenta denari! Il piccolo guadagno. Vale poco una coscienza, o miei cari fratelli, trenta denari. E qualche volta anche ci vendiamo per meno di trenta denari. Ecco i nostri guadagni, per cui voi sentite catalogare Giuda come un pessimo affarista. C’è qualcheduno che crede di aver fatto un affare vendendo Cristo, rinnegando Cristo, mettendosi dalla parte dei nemici. Crede di aver guadagnato il posto, un po’ di lavoro, una certa stima, una certa considerazione, tra certi amici i quali godono di poter portare via il meglio che c’è nell’anima e nella coscienza di qualche loro compagno. Ecco vedete il guadagno? Trenta denari! Che cosa diventano questi trenta denari? Ad un certo momento voi vedete un uomo, Giuda, siamo nella giornata di domani, quando il Cristo sta per essere condannato a morte. Forse Lui non aveva immaginato che il suo tradimento arrivasse tanto lontano. Quando ha sentito il crucifigge, quando l’ha visto percosso a morte nell’atrio di Pilato, il traditore trova un gesto, un grande gesto. Va’ dov’erano ancora radunati i capi del popolo, quelli che l’avevano comperato, quella da cui si era lasciato comperare. Ha in mano la borsa, prende i trenta denari, glieli butta, prendete, è il prezzo del sangue del Giusto. Una rivelazione di fede, aveva misurato la gravità del suo misfatto. Non contavano più questi denari. Aveva fatto tanti calcoli, su questi denari. Il denaro. Trenta denari. Che cosa importa della coscienza, che cosa importa essere cristiani? Che cosa ci importa di Dio? Dio non lo si vede, Dio non ci da’ da mangiare, Dio non ci fa’ divertire, Dio non da’ la ragione della nostra vita. I trenta denari. E non abbiamo la forza di tenerli nelle mani. E se ne vanno. Perché dove la coscienza non è tranquilla anche il denaro diventa un tormento. C’è un gesto, un gesto che denota una grandezza umana. Glieli butta là. Credete voi che quella gente capisca qualche cosa? Li raccoglie e dice: “Poiché hanno del sangue, li mettiamo in disparte. Compereremo un po’ di terra e ne faremo un cimitero per i forestieri che muoiono durante la Pasqua e le altre feste grandi del nostro popolo”. Così la scena si cambia, domani sera qui, quando si scoprirà la croce, voi vedrete che ci sono due patiboli, c’è la croce di cristo; c’è un albero, dove il traditore si è impiccato. Povero Giuda. Povero fratello nostro. Il più grande dei peccati, non è quello di vendere il Cristo; è quello di disperare. Anche Pietro aveva negato il Maestro; e poi lo ha guardato e si è messo a piangere e il Signore lo ha ricollocato al suo posto: il suo vicario. Tutti gli Apostoli hanno abbandonato il Signore e son tornati, e il Cristo ha perdonato loro e li ha ripresi con la stessa fiducia. Credete voi che non ci sarebbe stato posto anche per Giuda se avesse voluto, se si fosse portato ai piedi del calvario, se lo avesse guardato almeno a un angolo o a una svolta della strada della Via Crucis: la salvezza sarebbe arrivata anche per lui. Povero Giuda. Una croce e un albero di un impiccato. Dei chiodi e una corda. Provate a confrontare queste due fini. Voi mi direte: “Muore l’uno e muore l’altro”. Io però vorrei domandarvi qual è la morte che voi eleggete, sulla croce come il Cristo, nella speranza del Cristo, o impiccati, disperati, senza niente davanti. Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni. Un corteo che certamente pare che non faccia onore al figliolo di Dio, come qualcheduno lo concepisce, ma che è una grandezza della sua misericordia. E adesso, che prima di riprendere la Messa, ripeterò il gesto di Cristo nell’ ultima cena, lavando i nostri bambini che rappresentano gli Apostoli del Signore in mezzo a noi, baciando quei piedini innocenti, lasciate che io pensi per un momento al Giuda che ho dentro di me, al Giuda che forse anche voi avete dentro. E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico. La Pasqua è questa parola detta ad un povero Giuda come me, detta a dei poveri Giuda come voi. Questa è la gioia: che Cristo ci ama, che Cristo ci perdona, che Cristo non vuole che noi ci disperiamo. Anche quando noi ci rivolteremo tutti i momenti contro di Lui, anche quando lo bestemmieremo, anche quando rifiuteremo il Sacerdote all’ultimo momento della nostra vita, ricordatevi che per Lui noi saremo sempre gli amici.

 

don Primo Mazzolari, Giovedì Santo 1958

Maria, donna del Sabato Santo

 

Nelle feste c’è Lui. Nelle vigilie, al centro, c’è Lei. Discreta come brezza d’aprile che ti porta sul limitare di casa profumi di verbene, fiorite al di là della siepe. Ci sono, a volte, degli attimi così densi di mistero, che si ha 1’impressione di averli già sperimentati in altre stagioni della vita. E ci sono degli attimi così gonfi di presentimenti, che vengono vissuti come anticipazioni di beatitudini future. Nel giorno del Sabato Santo, di questi attimi, ce n’è più di qualcuno. E come se cadessero all’improvviso gli argini che comprimono il presente. L’anima, allora, si dilata negli spazi retro stanti delle memorie. Oppure, allungandosi in avanti, giunge a lambire le sponde dell’eterno rubandone i segreti, in rapidi acconti di felicità. Come si spiega, infatti, se non con questo rimpatrio nel passato, il groppo di allusioni che, superata appena la “parasceve”, si dipana al primo augurio di buona Pasqua, e si stempera in mille rigagnoli di ricordi, fluenti tra anse di gesti rituali? La casa, vergine di lavacri, che profuma d’altri tempi. L’amico giunto dopo tanti anni, nei cui capelli già grigi ti attardi a scorgere reliquie d’infanzie comuni. Il dono opulento, là in cucina, tra le cui carte stagnole cerchi invano sapori di antiche sobrietà... quando era viva lei, e la madia nascondeva solo stupori di uova colorate. Il grembo vuoto della chiesa, il cui silenzio trabocca di richiami, e dove nel vespro ti decidi finalmente a entrare, come una volta, per riconciliarti con Dio e sentirti restituire a innocenze perdute. E come si spiega se non col crollo delle dighe erette dai calendari terreni, quel sentimento pervasivo di pace che, nel Sabato Santo, almeno di sfuggita, irrompe dal futuro e ti interpella con strani interrogativi a cui sentì già di poter dare risposte di gioia? C’è un tempo in cui la gente starà sempre a scambiarsi strette di mano e sorrisi, così come fa oggi? Verranno giorni sottratti all’usura delle lacrime? Esistono spazi di gratuità, dove non smetteremo più gli abiti di festa? Ci sono davvero delle stagioni in cui la vita sarà sempre così? Fascino struggente del Sabato Santo, che ti mette nell’anima brividi di solidarietà perfino con le cose e ti fa chiedere se non abbiano anch’esse un futuro di speranza! Che cosa faranno gli alberi stanotte, quando suoneranno a stormo le campane? Le piante del giardino spanderanno insieme, come turiboli d’argento, la gloria delle loro resine? E gli animali del bosco ululeranno i loro concerti mentre in chiesa si canta l’Exultet? Come reagirà il mare, che brontola sotto la scogliera, all’annuncio della Risurrezione? L’Angelo in bianche vesti farà fremere le porte anche dei postriboli? Oltre i cancelli del cimitero, sussulteranno sotto il plenilunio le tombe dei miei morti? E le montagne, non viste da nessuno, danzeranno di gioia attorno alle convalli? Una risposta capace di spiegare il tumulto di queste domande io ce l’avrei. Se nel Sabato Santo il presente sembra oscillare su passato e futuro, è perché protagonista assoluta, sia pur silenziosa, di questa giornata è Maria. Dopo la sepoltura di Gesù, a custodire la fede sulla terra non è rimasta che Lei. Il vento del Golgota ha spento tutte le lampade, ma ha lasciato accesa la sua lucerna. Solo la sua. Per tutta la durata del sabato, quindi, Maria resta l’unico punto di luce in cui si concentrano gli incendi del passato e i roghi del futuro. Quel giorno essa va errando per le strade della terra, con la lucerna tra le mani. Quando la solleva su un versante, fa emergere dalla notte dei tempi memorie di santità; quando la solleva sull’altro, anticipa dai domicili dell’eterno riverberi di imminenti trasfigurazioni.

Santa Maria, donna del Sabato Santo, estuario dolcissimo nel quale almeno per un giorno si è raccolta la fede di tutta la Chiesa, Tu sei l’ultimo punto di contatto col Cielo che ha preservato la terra dal tragico blackout della grazia. Guidaci per mano alle soglie della luce, di cui la Pasqua è la sorgente suprema. Stabilizza nel nostro spirito la dolcezza fugace delle memorie, perché nei frammenti del passato possiamo ritrovare la parte migliore di noi stessi. E ridestaci nel cuore, attraverso i segnali del futuro, una intensa nostalgia di rinnovamento, che si traduca in fiducioso impegno a camminare nella storia. Santa Maria, donna del Sabato Santo, aiutaci a capire che, in fondo, tutta la vita, sospesa com’è tra le brume del venerdì e le attese della domenica di Risurrezione, si rassomiglia tanto a quel giorno. È il giorno della speranza, in cui si fa il bucato dei lini intrisi di lacrime e di sangue, e li si asciuga al sole di primavera perché diventino tovaglie di altare. Ripetici, insomma, che non c’è Croce che non abbia le sue deposizioni. Non c’è amarezza umana che non si stemperi in sorriso. Non c’è peccato che non trovi redenzione. Non c’è sepolcro la cui pietra non sia provvisoria sulla sua imboccatura. Anche le gramaglie più nere trascolorano negli abiti della gioia. Le rapsodie più tragiche accennano ai primi passi di danza. E gli ultimi accordi delle cantilene funebri contengono già i motivi festosi dell’Alleluia pasquale. Santa Maria, donna del Sabato Santo, raccontaci come, sul crepuscolo di quel giorno, ti sei preparata all’incontro col tuo figlio Risorto. Quale tunica hai indossato sulle spalle? Quali sandali hai messo ai piedi per correre più veloce sull’erba? Come ti sei annodata sul capo i lunghi capelli di nazarena? Quali parole d’amore ti andavi ripassando segretamente, per dirgliele tutto d’un fiato non appena ti fosse apparso dinanzi? Madre dolcissima, prepara anche noi all’appuntamento con Lui. Destaci l’impazienza del suo domenicale ritorno. Adornaci di vesti nuziali. Per ingannare il tempo, mettiti accanto a noi e facciamo le prove dei canti. Perché qui le ore non passano mai.

 

don Tonino Bello

Abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono…

 

Lettera di San Paolo agli Ebrei 4, 14; 5, 7-9

Tu non scendesti dalla Croce

 

Tu non scendesti dalla Croce,

quando per schernirti e per provocarti ti gridavano:

“Scendi dalla croce, e crederemo che sei proprio Tu!”.

Non scendesti perché, anche questa volta,

non volesti rendere schiavo l’uomo con un miracolo,

perché avevi sete

di una fede nata dalla libertà e non dal miracolo.

Avevi sete di amore libero,

e non dei servili entusiasmi dello schiavo

davanti al padrone potente

che lo ha terrorizzato una volta per sempre.

 

Fedor Michajlovic Dostoevskij

La via della croce

 

“Poterti smembrare coi denti e le mani,

sapere i tuoi occhi bevuti dai cani,

di morire in croce puoi essere grato

a un brav’uomo di nome Pilato”.


Ben più della morte che oggi ti vuole,

t’uccide il veleno di queste parole:

le voci dei padri di quei neonati,

da Erode per te trucidati.


Nel lugubre scherno degli abiti nuovi

misurano a gocce il dolore che provi;

trent’anni hanno atteso col fegato in mano,

i rantoli d’un ciarlatano.


Si muovono curve le vedove in testa,

per loro non è un pomeriggio di festa;

si serran le vesti sugli occhi e sul cuore

ma filtra dai veli il dolore:


fedeli umiliate da un credo inumano

che le volle schiave già prima di Abramo,

con riconoscenza ora soffron la pena

di chi perdonò a Maddalena,


di chi con un gesto soltanto fraterno

una nuova indulgenza insegnò al Padreterno,

e guardano in alto, trafitti dal sole,

gli spasimi d’un redentore.


Confusi alla folla ti seguono muti,

sgomenti al pensiero che tu li saluti:

“A redimere il mondo” gli serve pensare,

il Tuo Sangue può certo bastare.


La semineranno per mare e per terra

tra boschi e città la tua Buona Novella,

ma questo domani, con fede migliore,

stasera è più forte il terrore.

 

Nessuno di loro ti grida un addio

per esser scoperto cugino di Dio:

gli apostoli han chiuso le gole alla voce,

fratello che sanguini in croce.


Han volti distesi, già inclini al perdono,

ormai che han veduto il tuo sangue di uomo

fregiarti le membra di rivoli viola,

incapace di nuocere ancora.


Il potere vestito d’umana sembianza,

ormai ti considera morto abbastanza

e già volge lo sguardo a spiar le intenzioni

degli umili, degli straccioni.


Ma gli occhi dei poveri piangono altrove,

non sono venuti a esibire un dolore

che alla via della croce ha proibito l’ingresso

a chi ti ama come se stesso.


Sono pallidi al volto, scavati al torace,

non hanno la faccia di chi si compiace

dei gesti che ormai ti propone il dolore,

eppure hanno un posto d’onore.


Non hanno negli occhi scintille di pena.

Non sono stupiti a vederti la schiena

piegata dal legno che a stento trascini,

eppure ti stanno vicini.


Perdonali se non ti lasciano solo,

se sanno morir sulla croce anche loro,

a piangerli sotto non han che le madri,

in fondo, son solo due ladri.

 

Fabrizio De Andrè, La buona novella, 1970

Avvicinaci a tuo figlio

 

Siamo uniti nella preghiera

con Te, Madre di Cristo:

con Te, che hai partecipato

alle sue sofferenze.

Tu ci conduci al Cuore

del Tuo Figlio

agonizzante sulla Croce:

quando nella sua spogliazione

si rivela fino in fondo come Amore.

O Tu, che hai partecipato

alle sue sofferenze,

permettici di perseverare sempre

nell’abbraccio di questo mistero.

Madre del Redentore!

Avvicinaci al Cuore del Tuo Figlio!

 

Giovanni Paolo II

L’asinello che portò Gesù

 

In un campo pascolavano un’asina con il suo puledro. Era stato svezzato da poco e talvolta, quando si metteva nei guai, cercava ancora il conforto della sua mamma. Il suo nome era Lollo e aveva grandi orecchie appuntite e occhioni scuri, intelligenti e furbi. Come tutti i cuccioli era birbaccione, chiassoso, prepotente. Appena poteva si allontanava verso i confini del campo cercando di sconfinare e, quando il padrone andava a riprenderlo, puntava le zampe sul terreno e non c’era modo di smuoverlo. Bisognava trascinarlo e quanto erano acuti i suoi ragli di protesta! Il padrone ancora non si decideva a metterlo al lavoro: era talmente giovane e testone! Una bella mattina di primavera giungono nel campo degli uomini, parlottano un po’ col padrone e poi cominciano a guardare verso Lollo. Erano venuti infatti a fare una richiesta curiosa che riguardava proprio lui. Questi uomini erano servi di un tale, un certo Nazareno e, mandati da questo, volevano in prestito proprio Lollo. Serviva al loro Maestro per entrare in Gerusalemme. Il padrone era perplesso: “Macché Lollo! Per il vostro Maestro ci vuole un cavallo. Io non ce l’ho, ma il mio vicino è un soldato e certamente sarà contento di prestarvi il suo bel cavallo bianco”. Ma quelli insistevano, si erano proprio fissati! Volevano un asino che fosse giovane che non avesse mai lavorato. “È il Maestro che lo chiede”, dicevano. “Ma non temere te lo restituiremo”. Il padrone alzava gli occhi al cielo: “Ma allora proprio non capite, quest’asino non è adatto! È prepotente, testone e farà fare a me e al vostro Maestro una brutta figura. È capace di fermarsi in mezzo alla strada e di non voler più camminare, se gli gira, incomincia a ragliare così forte e non la finisce più, e poi, morde!”.  E i servi a lui: “Così come è, lo vuole il Maestro, e Lui non sbaglia! Se ha chiesto quest’asino avrà i suoi buoni motivi!”. Il padrone allora, avvilito, prende un pezzo di corda, lo butta intorno al collo di Lollo e lo consegna ai servi. Lollo è troppo interessato alla faccenda per pensare a fare i capricci, e docile si lascia legare e condurre fuori del campo. Fatta poca strada arrivano a un bivio, poco fuori Gerusalemme. Ci sono uomini, donne e anche bambini che attorniano un giovane uomo. I servi dirigono proprio verso di Lui: “Ecco, Maestro, questo è l’asino che avevi chiesto”. Il Maestro si volta, si avvicina a Lollo, allunga una mano, lo accarezza sulla testa e lo guarda. Anche Lollo alza gli occhi verso questo bizzarro Maestro che ha voluto a tutti i costi averlo come cavalcatura, e i suoi occhi si immergono nello sguardo del Maestro: “Mai nessuno mi aveva guardato così”, dirà poi Lollo. “Neanche la mia mamma”. È come se con un solo sguardo il Maestro mi dicesse: “Non temere, va bene così. Sì sei un po’ un brigante, ma ce la puoi fare. Io mi fido di te e ti voglio bene! Coraggio! Cominciamo questo viaggio, sarai tu a portarmi a Gerusalemme”.
Lollo sente come un fuoco dentro il suo cuore, è contento e un po’ ha voglia di piangere, senza motivo... Mansueto si lascia mettere un mantello rosso sulla groppa, si lascia montare dal Maestro e, lentamente, incominciano il loro viaggio verso Gerusalemme. Via via che si avvicinano alla città la gente diventa più numerosa. Stendono per terra dei mantelli rossi, hanno in mano dei rami di palma e di ulivo, li agitano e gridano: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nell’alto dei cieli!”.
Lollo si sente davvero un asinello importante... Tutti fanno festa alla persona che lui sta portando in groppa, bardato con quel bel manto rosso! Anche i bambini fanno festa e alcune bambine portano dei fiori. Ad un tratto una voce si leva dalla folla e chiede: “Chi è quest’uomo?”. Qualcuno risponde: “È Gesù, da Nazareth di Galilea!”. “Che cosa ha fatto?”. “Io sono vedova, Gesù ha risuscitato il mio unico figlio. Eccolo!”. “Io ero muto per colpa di un demonio e Gesù mi ha liberato”. “Io avevo questa mano come morta e lui mi ha detto: “Stendila!”. E la mia mano è tornata come nuova! Ha fatto bene ogni cosa!”. Lollo ascolta tutto quello che la gente dice sull’uomo che sta accompagnando a Gerusalemm
e. “Ora capisco perché alcuni chiamano Gesù il Signore!”. La folla è al colmo della gioia e della festa. Gesù è pronto per entrare nel tempio. Prima di allontanarsi, con la mano sfiora lentamente il muso dell’asinello. Gesù e Lollo si guardano per un lungo istante. Gesù capisce ciò che l’asinello gli vuol dire: “Grazie, Signore di avermi cercato. Tu hai avuto bisogno di me e hai avuto fiducia in me! D’ora in poi, anche se non credo che riuscirò ad essere sempre bravo, voglio provare ad essere come Tu mi vedi.
Forse scalcerò ancora e certamente raglierò ogni tanto ma non potrò mai dimenticare che hai avuto fiducia in me. Grazie, Gesù, anche io Ti voglio bene”.

Dio ha risuscitato Gesù dai morti ed Egli è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con Lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono i suoi testimoni davanti al popolo. E noi vi annunziamo la buona novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù…

Atti degli Apostoli 13, 30-33

La vita talvolta rassomiglia…

 

La vita talvolta rassomiglia a un lungo e mesto Sabato Santo. Tutto sembra finito, sembra che trionfi il malvagio, sembra che il male sia più forte del bene. Ma la fede ci fa vedere lontano, ci fa scorgere le luci di un nuovo giorno al di là di questo giorno. La fede ci garantisce che l’ultima parola spetta a Dio: soltanto a Dio! La fede è veramente una piccola lampada, ma è l’unica lampada che rischiara la notte del mondo e la sua umile luce si fonde con le prime luci del giorno: il giorno di Cristo Risorto. La storia allora non finisce nel sepolcro, ma esplode nel sepolcro: così ha promesso Gesù, così è accaduto e accadrà!

 

Card. Angelo Comastri, Via Crucis al Colosseo, Venerdì Santo 2006

Gesù è inchiodato sulla Croce

 

Gesù è inchiodato sulla Croce. Una tortura tremenda. E mentre è appeso alla Croce sono in molti a deriderlo e anche a provocarlo: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso! …Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”. (Mt 27, 42-43). Così è derisa non solo la sua persona ma anche la sua missione di salvezza, quella missione che Gesù proprio sulla Croce stava portando a compimento. Ma, nel suo intimo, Gesù conosce una sofferenza incomparabilmente maggiore, che lo fa prorompere in un grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34). Si tratta certo delle parole di inizio di un Salmo, che si conclude con la riaffermazione della piena fiducia in Dio. E tuttavia sono parole da prendersi totalmente sul serio, che esprimono la prova più grande a cui è stato sottoposto Gesù. Quante volte, di fronte a una prova, pensiamo di essere stati dimenticati o abbandonati da Dio. O perfino siamo tentati di concludere che Dio non c’è. Il Figlio di Dio, che ha bevuto fino in fondo il suo amaro calice e poi è risorto dai morti, ci dice invece, con tutto sé stesso, con la sua vita e la sua morte, che dobbiamo fidarci di Dio. A Lui possiamo credere.

 

Card. Camillo Ruini, XI Stazione Via Crucis al Colosseo, Venerdì Santo 2010

In croce

 

Beati tutti quelli che soffrono

domani saranno con me.

Beati tutti quelli che piangono

domani rideranno con me…

E tu fratello verrai, ti porterò con me,

prima che sorga l’alba sarai alla mensa del Re…

Tu vedi le mie mani bagnate:

è il sangue mio per te,

e il sangue è diventato acqua,

è per salvare te…

E tu fratello verrai, ti porterò con me,

prima che sorga l’alba sarai alla mensa del Re…

Fa freddo qui sulla croce,

svanisce lontano il sole,

alza la Tua voce,

non sento più le parole…

E tu fratello verrai, ti porterò con me,

prima che sorga l’alba sarai alla mensa del Re…

 

parole e musica di Claudio Chieffo

Camminando verso Pasqua

 

Il mio viaggio verso Pasqua è incominciato.

Ho fatto tanti propositi:

rinuncerò a qualcosa,

frenerò la lingua,

sarò più paziente,

cercherò di vedere il positivo...

Ed ecco che già iniziano i problemi,

le difficoltà, le stanchezze,

la tentazione di lasciar perdere,

di rimandare al giorno dopo,

di dimenticare la mia promessa...

Mi sono appena messo in cammino, Signore,

e sono già stufo e sbuffo.

Mi sono appena messo in cammino, Signore,

ma non ci credo che ce la farò...

E provo vergogna... e anche un po’ di rabbia...

Ma forse... ho sbagliato tutto.

Sì...

Ho sbagliato a pensare

che il cammino verso Pasqua,

significhi solo una serie di impegni e di rinunce,

una moltiplicazione di sacrifici e di preghiere...

Forse, in questa Quaresima,

dovrei solo abbandonarmi a Te,

lasciarmi andare a Te così come sono:

fragile, incapace, limitato, peccatore.

Abbandonarmi a Te, perché

Tu, Signore, sei il cammino che percorro.

Tu, Signore, sei la mano che mi guida.

Tu, Signore, sei lo sguardo che mi fa percepire gli altri.

Tu, Signore, sei la bocca quando ti do testimonianza.

Tu, Signore, sei l’orecchio, che ascolta le parole non dette.

Tu, Signore, sei la strada di questa Quaresima

che mi porta incontro a Te,

che mi porta incontro agli altri.

Amen.

 

don Angelo Saporiti

Quel catino di acqua sporca

 

Accanto al fonte della vita nuova, la Pasqua ci consegna anche un catino d’acqua sporca. ne ha fatto uso il maestro e nessuno ancora lo ha tolto dalla a tavola curandosi di svuotarlo. I discepoli intimoriti, tornando al Cenacolo, si sono abbracciati attorno a questa icona del servizio lasciandola lì nel bel mezzo delle loro incerte discussioni. Anche noi potremmo immaginare quel recipiente sul nostro altare tra le tovaglie ben stirate, i fiori freschi e il cero pasquale: è la memoria dell’ultimo gesto stravagante del nostro giovane Rabbi. Quando mi domando come sia possibile far innamorare un giovane a Gesù Cristo mi viene in mente la reliquia del catino...

Quel catino è la freschezza di un uomo che quando è a tavola non ce lo si può trattenere seduto a lungo. L’ultima cena non si è risolta nell’ultima abbuffata: quell’Eucarestia ha nutrito i cuori ma non ha appesantito i corpi perché Gesù si è alzato per lavare i piedi come un servo.

Il catino con l’acqua sporca ci invita chiaramente a metterci scomodi prendendoci cura degli altri senza indugiare alla “tavola delle lunghe discussioni”, senza intrattenerci in quei festeggiamenti dello “stiamo bene tra noi” che odorano di tradimento. Solo chi è scattante e sa alzarsi da tavola impara a lasciare il posto ad altri, ai più giovani perché è convinto che di pane ce n’è per tutti.

Quel catino è la scioltezza e l’equilibrio di mani allenate ad accarezzare. Ad uno ad uno tutti i piedi dei discepoli hanno provato il ristoro di quel tratto di cui solo l’artista che li ha plasmati è capace. Un corpo agile e disinvolto quello del maestro abituato a nutrire di intelligenza le sue parole ma anche di armoniosa sapienza i suoi movimenti. Questo equilibrio ci vuole nel chinarsi e rialzarsi senza rovesciare a terra il contenuto di quella bacinella. Il catino con l’acqua sporca ci racconta di poche parole e di tanti piccoli gesti precisi e geniali... insomma un bene fatto bene senza le lentezze e gli appesantimenti delle abitudini. Solo chi è allenato alla scioltezza e alla fermezza dell’amore incondizionato impara ad accarezzare senza trattenere, a ristorare senza possedere... in una danza gioiosa fatta di genuflessioni e umili abbracci.

Quel catino è il coraggio di smascherare la propria bellezza. Sotto la crosta polverosa della sporcizia Gesù ha ridato vigore e candore ai piedi dei suoi messaggeri. Il Cristo ha confermato ad uno ad uno i suoi lavandone i piedi.

Il catino con l’acqua sporca ci risveglia alla straordinaria potenza del perdono che non fa conto dell’inadeguatezza ma riporta il cuore allo splendore originario. Solo chi guarda in faccia all’acqua sporca smette di giudicare e ritrova quel coraggio che non confonde. Solo chi vede il maestro piegato sui propri piedi non ha più dubbi. La paura di sbagliare non è l’ultima parola, perché ciò che da bellezza è il perdono e l’accoglienza. Spesso i ragazzi che crescono accanto a noi mettono a fuoco domande, slanci, dubbi, provocazioni... forse ci invitano ad essere una comunità di discepoli che va per il mondo col catino in mano.

 

don Giuseppe Salvioni

Sono anch’io un crocifisso

 

Questa sera il Tabernacolo è vuoto, la Croce è nuda, chiuso il sepolcro, gli altari desolati, ma la Messa continua sugli ignoti calvari di una terra ove ogni picco, ogni greco, ogni preda è un tabernacolo, un altare, una croce. Il mio prete ha tolto anche i grossi candelieri di ferro battuto: sull’altare non c’è che il grande Crocifisso e la sua ombra fatta anche più grande. Questa nudità m’agghiaccia. Ho l’impressione di trovarmi per la prima volta in faccia alla morte, all’ingiustizia, al dolore, alla guerra...  come siano arrivate queste nostre tristezze fin sull’altare, non so: come si siano legate a quel tronco, fatte una sola cosa col Crocifisso, non so... So che ci sono anch’io lassù, sul legno, inchiodato sul legno... inchiodato con la fame di tutti gli uomini, con l’esilio di tutti, con la desolazione di tutti, con l’odio che fa la guerra, con la menzogna che fa l’ingiustizia. Son venuto per vedere e mi trovo inchiodato. Sono anch’io un crocifisso!

Quanti siamo qui o anche gli altri..., tutti dei crocifissi.

Ogni tentativo di fuga mi è impossibile questa sera. Cristo mi fa uomo con Lui, come Lui, uomo di dolore, uomo di offerta. Le mie ragioni non tengono: i miei alibi son falsi; ci sono arrivato per tutte le strade, con tutti i disperati, i percossi, gli affamati, con tutti i felici, gli oppressori, i sazi...

Il Crocifisso è mio: io sono nel Crocifisso.

Chi mi ha condotto in chiesa questa sera? Chi m’ha gettato contro codesto Crocifisso enorme proprio in questo Venerdì Santo? Tutti e nessuno. Bisognava pure che quel “resto” senza nome, che nessuno vuole, che nessuno capisce, lo mostrassi a qualcuno: bisognava trovargli un nome (c’è troppa orfanezza nel mio cuore!), un rifugio. E adesso che ne so il nome, che ne vedo il volto, cos’ho guadagnato? Quando troverò uno che ha fame... non gli potrò più dire (era così spiccio e comodo!): “Non so chi tu sia”, perché ti ho visto.
Davanti allo sguardo mortificato del mio operaio, al quale nego l’aumento del salario, adesso che tutto cresce, non potrò più voltargli le spalle dignitoso e sdegnato, perché io non ti posso più licenziare, o Cristo. Se vedrò piangere, non potrò più scantonare, perché sei Tu che piangi. Quando leggerò dei morti che la guerra ammucchia, non potrò pensare che i miei dividendi crescono per la sola ragione che gli altri muoiono, perché Tu mi obbligheresti a guardarmi le mani. E chi può guardare delle mani, le proprie mani che grondano sangue? Questo ho guadagnato stasera. Il “resto” che da anni e anni, con sforzi disumani ero riuscito a serrare in un angolo morto della mia anima, ha rotto gli argini, m’inonda e mi sommerge. Per la prima volta, a faccia aperta, ho fissato in volto il mio male.

Crocifissi come Te.

Ma Tu, dall’alto della Tua Croce, invochi perdono: noi, dalla nostra Croce, odiamo; Tu doni il Paradiso a un ladrone, noi togliamo il pane anche all’orfano. Tu sulla croce, sei nudo, sei l’uomo. Noi siamo obbligati a portare la maschera dell’uomo forte, dell’uomo grande, dell’uomo implacabile... fin sulla Croce.
Signore, toglimi questa maschera, fammi vedere come sono, come siamo per avere almeno pietà gli uni degli altri.

Tu ci hai comandato di amarci gli uni gli altri come Tu ci ami. Ho paura che quel giorno sia ancora molto lontano, troppo lontano. Almeno potessimo arrivare ad aver pietà gli uni degli altri! A vivere e a morire da uomini, da poveri uomini come siamo, in pace con noi stessi!

 

don Primo Mazzolari, Tempo di passione, Edizioni Paoline 2005

Ci precede là

 

Ci precede là,

dove la terra bacia il suo sole

e una nuova alba sorride

e benedice il giorno che verrà.

Ci precede là,

in uno sguardo offerto per grazia,

in un abbraccio dal sapore di pane spezzato.

Ci precede là,

nei sogni in cui non abbiamo creduto

nelle attese che abbiamo lasciato cadere.

Ci precede là,

nel vivere di ogni giorno senza più paure,

senza notti di angoscia e turbamento…

col respiro dell’eternità.

Ci precede là,

dove l’amore rinnova la sua fedeltà

e la gioia è donata nella forza e nel calore di un annuncio.

Che tu, donna uomo,

possa ritrovare resurrezione in te stesso

come fiore che si apre alla luce, con profumo di infinito.

 

don Omar Valsecchi

Cristo cade ancora

 

La nostra arroganza, la nostra violenza, le nostre ingiustizie pesano sul corpo di Cristo. Pesano... e Cristo cade ancora per svelarci il peso insopportabile del nostro peccato. Ma cos’è che oggi, in modo particolare, colpisce il corpo santo di Cristo? Certamente è dolorosa passione di Dio l’aggressione nei confronti della famiglia. Sembra che oggi sia in atto una specie di anti-Genesi, un anti-disegno, un orgoglio diabolico che pensa di spazzar via la famiglia. L’uomo vorrebbe reinventare l’umanità modificando la grammatica stessa della vita così come Dio l’ha pensata e voluta. Però, sostituirsi a Dio senza essere Dio è la più folle arroganza, è la più pericolosa avventura. La caduta di Cristo ci apra gli occhi e ci faccia rivedere il volto bello il volto vero, il volto santo della famiglia. Il volto della famiglia di cui tutti abbiamo bisogno.

 

Card. Angelo Comastri, Via Crucis al Colosseo, Venerdì Santo 2006

Dio ha risuscitato Gesù al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con Lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che Egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio. Tutti i profeti gli rendono questa testimonianza: chiunque crede in Lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del Suo nome.

Atti degli Apostoli 10, 40-43

Venerdì Santo

 

Silenzio. La Chiesa tace, riunita attorno alla collina del Golgota. Silenzio assoluto, tutto tace, le nostre chiese sono vuote, spoglie, disadorne. Tolti i fiori, tolte le candele, tolta anche la custodia eucaristica. Nessun suono d’organo anima la nostra preghiera, solo l’asciuttezza del silenzio attonito e adorante. Oggi nella Chiesa nessuno celebra l’Eucarestia, per guardare all’unica Eucarestia che Dio celebra dalla croce. Croce di mistero, croce di strazio, croce di infamia. Ma anche croce gloriosa, croce piena di speranza, croce che rivela, infine, chi è veramente Dio. Silenzio. Entriamo nelle nostre chiese spoglie cercando con lo sguardo l’immagine dell’appeso, che solitamente viene portata in processione e adorata. Ecco Dio, eccolo veramente. Così distante il vero Dio dall’immagine piccina che di Lui ci siamo fatti e continuiamo a farci. Dio ha dato tutto, è osteso, donato, mostrato. Un Dio che ama fio a morirne, un Dio che si lascia consegnare e appendere per mostrare a tutti che il Suo Amore è autentico, senza condizioni, senza rimpianti. Davanti alla Croce, misura dell’amore e della serietà di Dio, anche noi proclamiamo: “Dio grande, Dio forte, Dio immortale, abbi pietà di noi!”.

 

da Parola e Preghiera, Periodici San Paolo

Sabato Santo

 

La Chiesa attende in questo lungo sabato che precede la notte pasquale. Attende, dopo aver accompagnato al sepolcro il proprio Maestro e Signore. I discepoli sono fuggiti, solo un coraggioso notabile ha osato chiedere a Pilato il corpo del condannato e ha fatto dono al Cristo della propria tomba.Nuda pietra come ultimo dono, manifesta dichiarazione di affetto di un discepolo che non è riuscito a salvare il proprio Maestro con la propria influenza e il proprio denaro. Gesù riposa, il volto sfigurato dai colpi e dalle ferite, il corpo irrigidito nello strazio di una morte per soffocamento il sangue rappreso sulle membra. Nessuno ha avuto il tempo di lavare questo corpo, di ridargli una parvenza umana. Primo di una lunga serie di corpi offesi, straziati, smembrati, vittime della più oscura e tribale violenza degli uomini, allora come oggi. I discepoli, pavidi, sono nascosti in città, nessuno osa uscire, nessuno sa cosa ne è degli altri. Tutto è accaduto in fretta, troppo. Tutto è finito. La paura lascia spazio allo sconforto più buio, alla disperazione più cieca, alla rabbia verso gli assassini del Maestro e verso sé stessi. “Ci eravamo illusi…”. “Che sciocchi…”. “E invece..”.

 

da Parola e Preghiera, Periodici San Paolo

L’alba della Resurrezione

 

Corrono le donne, nel buio di Gerusalemme. Corrono a perdifiato, attirando l’attenzione dei mercanti che stanno preparando le loro spezie e le oro stoffe per la giornata. Corrono negli stretti vicoli di Gerusalemme, suscitando qualche ilare commento dei mariti che scuotono la testa sulle giovani donne dei nostri tempi che non hanno il pudore di camminare a volto basso. Corrono, il cuore in gola, i polmoni che bruciano per lo sforzo, finché arrivano alla collina di Sion, ed entrano in una casa. Faticano a riprendere il fiato, Pietro e Giovanni le guardano, gli occhi gonfi dalla notte insonne, i sensi tesi dalla paura di essere scoperti. Raccontano, confuse, di pietre ribaltate, di visioni di Angeli. Lui non c’è più dicono. Pietro e Giovanni si guardano, è un attimo, storie di donnette emotivamente fragili, e ci mancherebbe. ma trovano il coraggio ed escono. Prima lentamente, poi sempre più in fretta. Poi corrono. Ma che succede dopo? Commentano i commercianti vedendo due uomini correre nei vicoli. Escono dalla porta a Ovest, arrivano al giardino, si affacciano alla porta della tomba scavata nella roccia. Pietro entra, Giovanni si affaccia solo a guardare. No, non c’è, non c’è davvero. Vede il telo afflosciato, la mentoniera, e crede.

 

da Parola e Preghiera, Periodici San Paolo

Le tre tentazioni

 

Mi hanno sempre intrigato le tre tentazioni con le quali si aprono. l’attività pubblica di Cristo e la Quaresima. Perché intuisci che c’è molto di più di quello che sembra.

Così una svogliata mattina di un febbraio che ha virato dal gelo profondo, aggressivo, assediante, ad una primavera precoce, timida e pur intrigante, maliziosa, che getta avanti un vento morbido e tiepido, per conquistare l’inverno e convincerlo a cedere strada con qualche anticipo, capita che per una serie di circostante vai a Messa in una chiesa foresta, in orario da suore e albeggia tori, un pugno di fedeli che sfida il mattino, e scopri un tesoro.

Perché il celebrante non scivola oltre l’ovvio per ricordare che insomma le tre tentazioni hanno avuto celebre etichettatura da San Giovanni che le ha descritte come concupiscenze: quella della carne (includendo tutto ciò che è sensuale: anche il pane) quella degli occhi (il possesso: i regni della terra) e la superbia (sfida Dio e Ti servirà). No, va oltre e ti apre scenari più limpidi di quelli che fuori il sole inizia a dipingere.

Che le tre tentazioni diventano frasi quotidiane, quella banalità del male che si insinua tra un caffè e un sorriso, e le scopri spalmate in tutta la tua giornata per mostrare la tua fragilità, apparentemente nascosta sotto piccoli sbuffi di irrilevanza. O di ironia. Che anche questa è una grande tentazione: la battuta che graffia, ma irride, che stupisce, e offende.

La prima sta nell’inutilità del gesto: sarebbe lecito al taumaturgo sfamarsi con delle pietre dopo quaranta giorni di digiuno. Che male c’è? Non faccio del male a nessuno! Già: ma che bene c’è? In che cosa questo gesto aumenta il bene del mondo e non alimenta solo ciò che tu consideri personalmente un bene per te?

La seconda sta nella ricerca delle giustificazioni: lo dice anche Dio! Beh, magari non esattamente, magari estrapolando, stiracchiando, interpretando. Cerchiamo di costruirci una verità che ci faccia comodo partendo dalla Verità.

La terza nel tutto e subito: in fin dei conti la missione di Gesù è proprio quella, divenire padrone di tutta la Terra, e invece che faticare di persona per tre anni culminati sulla croce e di duemila anni a seguire, ecco qui il trucco che schiude tutto. Un gesto e tutto e subito. Ecco, quello che spesso vogliamo e accettiamo: per fare il bene, e adesso, siamo pronti a cedere ad un apparente piccolo compromesso, senza accorgerci che è una falla nel disegno,  “la mosca che rovina il lavoro dei profumieri” per dirla con la Scrittura.

 

Paolo Pugni, http://dellegioieedellepene.blogspot.com/2012/02/le-tre-tentazioni.html

- Pregare con il Vangelo -

Le sette parole di Gesù in Croce

 

PRIMA PAROLA

“Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”.

Grazie, Gesù. Le tue prime parole in Croce mostrano chi sei, com’è fatto il Tuo Cuore. Tu sei l’Amore! Non potrò mai dubitare del tuo cuore; quando manco di fiducia in te sono uno sconoscente, sono un infelice, perché è segno che ho ancora tutto da comprendere di Te. Grazie, Maestro. Le tue prime parole in Croce danno forza a tutto il mondo. Gli uomini hanno tentato di uccidere l’Amore, ma l’Amore non può morire.

“E si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. E, postisi a sedere, gli facevano ivi la guardia”. “Postisi a sedere”! Sono cose che indignano in tanta sofferenza, mentre ai piedi della stessa Croce c’è una Madre che piange straziata; eppure è una tragedia comune. L’indifferenza dei buoni quanto è simile a quella indifferenza

da sentinelle!

 

SECONDA PAROLA

“...disse alla madre: Donna ecco tuo figlio. Poi disse al discepolo: Ecco la madre tua”.

Gesù, ora ti trovi nel massimo della sofferenza, ma non pensi a Te, pensi a tua Madre. L’affidi al più giovane, al più caro, al più sicuro degli Apostoli; è come se l’affidassi alla Chiesa (infatti Maria sarà presente in tutte le manifestazioni più importanti di essa) e affidi l’Apostolo a Lei. Grazie, è come se li affidassi tutti, anche i loro successori. Giovanni consultava continuamente Maria, quando Ella era in vita, non poteva farne a meno. Tua Madre era, per così dire, la guida della Chiesa; il fervore angelico della Chiesa primitiva aveva certo una grande risorsa in Lei. Grazie, Gesù, di questo cambio. È il più bello che potevi fare: l’hai fatto tra dolori indicibili. Grazie, Signore, rendimi generoso!

“E coloro che passavano, lo insultavano”. Maestro, vuoi morire tra gli insulti. La Croce riassume tutte tre le tue torture: quella dello spirito (l’abbandono del Padre), quella dell’onore e quella della carne. Cristo, Tu vuoi richiamarmi all’amore. Devo, devo arrivare!

 

TERZA PAROLA

“In verità ti dico: oggi sarai con me in paradiso”.

Gesù, tutte le tue parole sono bontà e carità. Anche questo perdono come ci rende contenti! Tu hai certamente perdonato anche al cattivo ladrone, infatti hai pregato persino per chi ti ha crocifisso. Fa’ che io abbia comprensione e pazienza con chi insulta, con chi non capisce, con chi non sa amare.

 

QUARTA PAROLA

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

Gesù, avevi solo più da dare la sofferenza di sentirti abbandonato dal Padre, sofferenza che non avevi provato

neppure nell’agonia del Getsemani. Ora il Padre ti chiede anche questo: è l’ultimo appoggio della tua vita, e il Padre vuole che te ne privi. Povero Gesù, quanto mi hai amato! Quanto mi chiedi amore!

 

QUINTA PAROLA

“Ho sete”.

Gesù, chiedi una carità. E in quel istante i soldati te la fanno. Giovanni vede un avverarsi della Scrittura, quasi che Tu vi fossi talmente attento da voler adempiere alla lettera quella predicazione, ma forse hai solo chiesto una carità, forse è una carità che hai chiesto a chi aveva compassione di te, forse l’hai chiesta a tua Madre stessa, per farle una carità.

 

SESTA PAROLA

“È compiuto!”.

Maestro, hai dato tutto.

Ora è finito: la Redenzione è compiuta. Comincia, da questo momento la vita nuova in terra e in Cielo. La Redenzione è attuata, si tratta solo di portarla a tutto il mondo, ma ora Tu hai vinto. Gli uomini scuotono il capo pensando alla tua sconfitta. La tua sconfitta, invece, è vittoria senza fine, che congiunge ormai il Cielo alla terra, che restituisce la terra al Cielo e dà il Cielo alla terra. Grazie, Signore.

 

SETTIMA PAROLA

“Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito”.

Maestro, termini la tua vita con un grido di fiducia, forte, per esprimere qualcosa che le parole non possono più esprimere, parole piene di fede e piene di amore. È stata tutta la tua vita la fede, l’amore è stato tutto il tuo messaggio al mondo. Gesù, sei morto ripetendo il tuo messaggio. Ogni parola di Gesù sulla Croce è parola di amore, è un esempio di amore, è un richiamo all’amore.

 

Gesù è l’uomo che ha amato di più - nella storia di tutti i tempi - perché è l’uomo che ha saputo soffrire di più.

 

padre Andrea Gasparino, da Pregare con il Vangelo, Elledici, 2000

L’attore Pietro Sarubbi: “Il ruolo di Barabba mi portò a Gesù”

 

Molti di noi lo ricordano nei panni di un Barabba allucinato e un po’ ebete, in The Passion of Christ di Mel Gibson. La sua storia personale, però, assomiglia più a quella di un buon ladrone o di un figliol prodigo. Una cosa è certa: per Pietro Sarubbi recitare anche solo una manciata di minuti in un film su Gesù di Nazareth, ha cambiato radicalmente la vita. Come normalmente accade nel mondo dello spettacolo, Sarubbi è vissuto per molti anni lontano dalla fede, in un tipico ambiente in cui il nome di Dio è tabù ma, in compenso, i divi vengono divinizzati…

All’età di 42 anni, tuttavia, l’attore milanese ha incontrato il Signore. Non attraverso una sconvolgente esperienza mistica, magari cadendo da cavallo e perdendo la vista come San Paolo, ma semplicemente svolgendo il proprio mestiere. “Recitando il personaggio di Barabba… ho avuto la fortuna di incrociare lo sguardo di Gesù”, ha raccontato Sarubbi in una recente intervista televisiva.

Tutto accadeva nel 2003, anno delle riprese di The Passion. La scena è ben nota ai fan del film di Gibson: Barabba, udite le grida del popolo che chiede la sua liberazione, si lancia in una scomposta ed animalesca esultanza. Come Gesù, Ecce homo, reduce dalla flagellazione, la pelle lacerata e grondante sangue, anche Barabba ha un occhio completamente orbo: l’occhio sano del malfattore incrocia per una frazione di secondo l’occhio sano del Nazareno. La grazia per il peccatore ha significato la condanna del Giusto. In The Passion Cristo è interpretato da Jim Caviziel, anche lui profondamente segnato da quella straordinaria esperienza recitativa, e incamminato verso un radicale cambiamento spirituale. “Quello sguardo mi ha sorpreso, incuriosito, spaventato, portandomi ad una totale conversione”, ha raccontato Sarubbi. Per l’attore inizia così una nuova vita che lo porterà, nel giro di un paio d’anni, ad abbracciare in modo convinto la fede cattolica e i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Dopo aver ricevuto la cresima, Sarubbi ha sposato in chiesa la donna con cui da anni conviveva. Ha fatto, infine, battezzare i suoi tre figli (altri due sono nati dopo la conversione del padre).

Sarubbi ha la fisionomia del ‘gigante buono’: alto, robusto, viso tondo e simpatico, due pittoreschi baffoni neri. Dietro quella maschera giocosa c’è però uno spirito irrequieto. Racconta di essere stato un “ragazzo terribile, un po’ irrisolto” che ha fatto “disperare i genitori fin da piccolo, forse fin da neonato…”. Ama il rugby, la natura,  il mare, i romanzi d’avventura. A soli tredici anni fugge di casa per diventare un artista circense. In gioventù gira il mondo ed è attratto dalle filosofie orientali che lo trascinano fino in India e in Tibet. Poi la passione per il teatro e per il cinema ha il definitivo sopravvento.

Negli ultimi vent’anni Sarubbi è diventato noto al pubblico televisivo, recitando in fiction di grande successo come Casa Vianello, Il Maresciallo Rocca, Un medico in famiglia, Vivere. Ha inoltre un’esperienza di cabaret allo Zelig di Milano e ha recitato in teatro con Franco Zeffirelli e Gabriele Lavia. Al cinema la sua interpretazione di maggior rilievo è Il mandolino del capitan Corelli di John Madden. È proprio a seguito della visione di questo film che, nove anni fa, Mel Gibson lo vuole nel cast di The Passion. Sarubbi, ambizioso e un po’ guascone, si propone subito per il ruolo di San Pietro. Quasi a smorzarne gli entusiasmi il regista australiano gli assegna una parte ‘minore’. “No, tu sei Barabba – gli replica Gibson -. Vedi, tu sei un uomo abbrutito dal carcere, dalle torture dei romani, un cane feroce, un pitbull, ma dentro hai il cuore d’oro. Solo Cristo, però, se n’è accorto”. Con disappunto, l’attore fa notare al regista che quella di Barabba è una parte pressoché “muta”. Ma Gibson insiste: “Eh no, tu parli solo con gli occhi, devi esprimere questa tua umanità con gli occhi, solo con gli occhi”. E alla fine lo convince. Il resto della storia è nota…

È felice Pietro Sarubbi, ma non indulge ad alcun trionfalismo né ostenta alcun devozionalismo forzato. È consapevole che, anche da convertiti, non guasta conservare un pizzico di sana inquietudine. Nel suo cammino di riavvicinamento a Dio hanno giocato un ruolo decisivo gli scritti di don Luigi Giussani che ai suoi figli spirituali diceva: “vi auguro di non essere mai tranquilli”. “La tranquillità - ha commentato Sarubbi, in un’intervista a Sat 2000 - vuol dire non aver capito la grandezza di quello che si sta vivendo. Invece c’è gioia, c’è felicità anche nei problemi di tutti i giorni. Non è che, adesso che mi sono convertito, faccia una vita da ‘mulino bianco’…”. E aggiunge semiserio: “Sono grato al Signore di questo cambiamento anche se mi è costato fatica: passare da attore ‘alla Bukowski’ ad attore ‘alla don Bosco’ non è semplicissimo!”. Da qualche anno Sarubbi insegna recitazione e, ai giovani che vogliono intraprendere la sua strada, ricorda che nulla viene dato loro gratis e che, anche nei mestieri ‘brillanti’ il sacrificio e il lavoro duro sono imprescindibili: come in ogni professione “è importante studiare, frequentare una scuola di cinema o di teatro”.

A coronamento del suo cammino spirituale Pietro Sarubbi ha pubblicato due libri autobiografici: Da Barabba a Gesù. Convertito da uno sguardo (Itaca, 2006) e il recentissimo La Passione di Barabba (Paoline, 2011). Nell’intervallo tra una ripresa e l’altra Sarubbi gira per le parrocchie, gli oratori e i centri giovanili di tutta Italia, per rendere la propria testimonianza di fede. Ricordando che fare l’attore ed essere cristiano è possibile, è entusiasmante e aiuta a riscoprire se stessi. Anche recitando…

 

Luca Marcolivio

http://www.lottimista.com/2011/04/14/l-attore-pietro-sarubbi-%E2%80%9Cil-ruolo-di-barabba-mi-porto-a-gesu%E2%80%9D/

Ho portato Dio

 

Ho udito da lontano: “Il Signore ne ha bisogno”. Ed ecco, attorno a me, tutti in agitazione. La gente si è messa a cantare: “Osanna! Osanna!”. E io ho portato Dio. Avevo ben sentito dire che Dio aveva bisogno degli uomini, ma aveva davvero bisogno di un asino? Eppure ho udito: “Il Signore ne ha bisogno”. Pensieri di ogni sorta mi sono nati dentro, gli stessi che vengono alla mente degli uomini quando si sentono segnati dal Signore. Pensavo: “Non è a me che si rivolge. Ci son bene altri asini più grandi, più forti. Ci sono perfino dei cavalli: andrebbero certo meglio per portare Dio”. Mi dicevo: “Sarà pesante, troppo pesante questo Dio per un asinello. Ne ho già d’avanzo dei fardelli di ogni giorno. Perché non mi lascia in pace?”. Mi ribellavo: “D’accordo, sono legato! Ma almeno sono all’ombra, al riparo dai colpi e dagli scherni. Non ho chiesto nulla. Chi è mai questo Signore per importunare quelli che tentano di vivere nascosti?”. Ma avevo sentito: “Il Signore ne ha bisogno”. E avevo capito: “Ho bisogno di te”. Che fare? Che dire? Mi sono lasciato slegare. Mi sono lasciato condurre via. E Lui, il Signore dei Signori, si è fatto leggero, dolce, tenero, tanto che a un certo momento ho potuto credere che  non ero più io che portavo Dio, ma Lui che portava me.

Cristo apparve per primo a Maria

 

I Vangeli riportano diverse apparizioni del Risorto, ma non l’incontro di Gesù con sua Madre. Questo silenzio non deve portare a concludere che dopo la Resurrezione Cristo non sia apparso a Maria; ci invita invece a ricercare i motivi di una tale scelta da parte degli evangelisti. Ipotizzando una “omissione”, essa potrebbe essere attribuita al fatto che quanto è necessario per la nostra conoscenza salvifica è affidato alla parola di “testimoni prescelti da Dio”, cioè agli Apostoli, i quali “con grande forza” hanno reso testimonianza della risurrezione del Signore Gesù. Prima che a loro, il Risorto è apparso ad alcune donne fedeli a motivo della loro funzione ecclesiale: “Andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno”. Se gli autori del Nuovo Testamento non parlano dell’incontro della Madre con il Figlio risorto, ciò è, forse, attribuibile al fatto che una simile testimonianza avrebbe potuto essere considerata, da parte di coloro che negavano la resurrezione del Signore, troppo interessata, e quindi non degna di fede. I Vangeli, inoltre, riferiscono un piccolo numero di apparizioni di Gesù risorto, e non certo il resoconto completo di quanto accadde nei quaranta giorni dopo la Pasqua. San Paolo ricorda un’apparizione “a più di cinquecento fratelli in una sola volta”. Come giustificare che un fatto noto a molti non sia riferito dagli evangelisti, nonostante la sua eccezionalità? È segno evidente che altre apparizioni del Risorto, pur essendo nel novero dei fatti avvenuti e notori, non sono state riportate. La Vergine, presente nella prima comunità dei discepoli, come potrebbe essere stata esclusa dal numero di coloro che hanno incontrato il suo Figlio divino risuscitato dai morti? È anzi legittimo pensare che verosimilmente la Madre sia stata la prima persona a cui Gesù risorto è apparso. L’assenza di Maria dal gruppo delle donne che all’alba si reca al sepolcro, non potrebbe forse costituire un indizio del fatto che Ella aveva già incontrato Gesù? Questa deduzione troverebbe conferma anche nel dato che le prime testimoni della resurrezione, per volere di Gesù, sono state le donne, le quali erano rimaste fedeli ai piedi della Croce, e quindi più salde nella fede. Infine, il carattere unico e speciale della presenza della Vergine sul Calvario e la sua perfetta unione con il Figlio nella sofferenza della Croce, sembrano postulare una sua particolarissima partecipazione al mistero della risurrezione.


Giovanni Paolo II, Udienza Generale, mercoledì 21 maggio 1997

Il delitto è compiuto

 

Il delitto è compiuto: noi abbiamo ucciso Gesù! E le piaghe di Cristo bruciano nel cuore di Maria, mentre un solo dolore abbraccia la Madre col Figlio. La Pietà! Sì, la Pietà grida, commuove e ferisce anche chi è solito fare ferite. La Pietà! A noi sembra di aver compassione di Dio e invece - ancora una volta - è Dio che ha compassione di noi. La Pietà! Il dolore non è più disperato e mai più lo sarà, perché Dio è venuto a soffrire con noi. E con Dio si può disperare?

 

Card. Angelo Comastri, Via Crucis al Colosseo, Venerdì Santo 2006

Maria, donna del terzo giorno

 

Vorrei che fosse Maria in persona a entrare in casa vostra, a spalancarvi la finestra, e a darvi l’augurio di buona Pasqua. Un augurio immenso quanto le braccia del condannato, stese sulla croce o librate verso i cieli della libertà. Molti si chiedono sorpresi perché mai il Vangelo, mentre ci parla di Gesù apparso nel giorno di Pasqua a tantissime persone, come la Maddalena, le pie donne e i discepoli, non ci riporti, invece, alcuna apparizione alla Madre da parte del Figlio risorto. lo una risposta ce l’avrei: perché non c’era bisogno! Non c’era bisogno, cioè, che Gesù apparisse a Maria, perché Lei, l’unica, fu presente alla Risurrezione. I teologi, per la verità, ci dicono che questo evento fu sottratto agli occhi di tutti, si svolse nelle insondabili profondità del mistero, e, nel suo attuarsi storico, non ebbe alcun testimone. lo penso, però, che un’eccezione ci fu: Maria, l’unica, dovette essere presente a questa peripezia suprema della storia. Come fu presente, l’unica, al momento dell’incarnazione del Verbo. Come fu presente, l’unica, all’uscita di Lui dal suo grembo verginale di carne. E divenne la donna del primo sguardo su Dio fatto uomo. Così dovette essere presente, l’unica, all’uscita di Lui dal grembo verginale di pietra: il sepolcro “nel quale nessuno era stato ancora deposto”. E divenne la donna del primo sguardo dell’uomo fatto Dio. Gli altri furono testimoni del Risorto. Lei, della Risurrezione. Del resto, se il legame di Maria con Gesù fu così stretto che ne ha condiviso tutta l’esperienza redentrice, è impensabile che la Risurrezione, momento vertice della salvezza, l’abbia vista dissociata dal Figlio. Sarebbe l’unica assenza: e resterebbe, per di più, un’assenza stranamente ingiustificata. A darci conferma, comunque, di quanto la vicenda della Madre sia incastrata con la Pasqua del Figlio ci sono nel Vangelo almeno due pagine, in cui la frase “terzo giorno”, sigla cronologica che designa la Risurrezione, è riferita alla presenza, se non proprio al protagonismo, di Maria. La prima pagina è di San Luca. Racconta la scomparsa di Gesù dodicenne nel tempio e il suo ritrovamento al “terzo giorno”. Gli studiosi sono ormai concordi nell’interpretare quest’episodio come una profezia velata di quanto sarebbe accaduto in seguito ai discepoli, nel tempo in cui Gesù compì il suo passaggio da questo mondo al Padre, sempre a Gerusalemme, in una Pasqua di tanti anni dopo. Si tratterebbe, cioè, di una parabola allusiva alla scomparsa di Gesù dietro la pietra del sepolcro, e al suo glorioso riapparire dopo tre giorni. La seconda pagina è di San Giovanni. Riguarda le nozze di Cana, durante le quali l’intervento di Maria, anticipando l’ora di Gesù, introduce sul banchetto degli uomini il vino della nuova alleanza pasquale, e fa esplodere anzitempo la “gloria” della Risurrezione. Ebbene, anche questo episodio è introdotto da un marchio di origine controllata: “il terzo giorno”. Maria, dunque, è Colei che ha a che fare col “terzo giorno”, a tal punto che non solo è la figlia primogenita della Pasqua, ma in un certo senso ne è anche la madre.

Santa Maria, donna del terzo giorno, destaci dal sonno della roccia. E l’annuncio che è Pasqua pure per noi, vieni a portarcelo Tu, nel cuore della notte. Non aspettare i chiarori dell’alba. Non attendere che le donne vengano con gli unguenti. Vieni prima Tu, coi riflessi del Risorto negli occhi e con i profumi della tua testimonianza diretta. Quando le altre Marie arriveranno nel giardino, con i piedi umidi di rugiada, ci trovino già desti e sappiano di essere state precedute da Te, l’unica spettatrice del duello tra la vita e la morte. La nostra non è mancanza di fiducia nelle loro parole. Ma ci sentiamo così addosso i tentacoli della morte, che la loro testimonianza non ci basta. Esse hanno visto, sì, il trionfo del vincitore. Ma non hanno sperimentato la sconfitta dell’avversario. Solo Tu ci puoi assicurare che la morte è stata uccisa davvero, perché l’hai vista esanime a terra. Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari. Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli. Che la fame, il razzismo, la droga sono il riporto di vecchie contabilità fallimentari. Che la noia, la solitudine, la malattia sono gli arretrati dovuti ad antiche gestioni. E che, finalmente, le lacrime di tutte le vittime delle violenze e del dolore saranno presto prosciugate come la brina dal sole della primavera. Santa Maria, donna del terzo giorno, strappaci dal volto il sudario della disperazione e arrotola per sempre, in un angolo, le bende del nostro peccato. A dispetto della mancanza di lavoro, di case, di pane, confortaci col vino nuovo della gioia e con gli azimi pasquali della solidarietà. Donaci un po’ di pace. Impediscici di intingere il boccone traditore nel piatto delle erbe amare. Liberaci dal bacio della vigliaccheria. Preservaci dall’egoismo. E regalaci la speranza che, quando verrà il momento della sfida decisiva, anche per noi come per Gesù, Tu possa essere l’arbitra che, il terzo giorno, omologherà finalmente la nostra vittoria.

 

don Tonino Bello

Il profumo del Lunedì Santo

 

Il tuo profumo 
o Donna misteriosa 
è un profumo che non ha prezzo 
per noi che siamo abituati a calcolare. 

Il tuo profumo è 

profumo di ascolto, 
per noi che abbiamo il cuore e le orecchie indurite. 

Il tuo profumo è 
profumo di pace 
per noi che siamo abituati a litigare. 

Il tuo profumo è 
profumo di accoglienza per noi 
che non sempre sappiamo aprire le porte. 

Il tuo profumo è 
profumo di riconoscenza per noi 
che abbiamo solo debiti. 

Il tuo profumo è 
profumo di fede per noi 
che pensiamo di credere molto ma crediamo poco. 

Il tuo profumo è 
profumo di speranza per noi 
che non sappiamo guardare lontano. 

Il tuo profumo o Donna misteriosa è 
profumo di Amore autentico 
per noi che siamo impastati di amore falso. 

Insegnaci a sprecare ogni tanto un po’ del tuo Profumo 
gratuitamente 
e inondaci di esso 
in ogni Lunedì Santo della nostra vita.

 

Suor Maria Roberta

Una settimana fuori dal tempo: Settimana Santa

 

Lunedì Santo: Orto degli Ulivi

Gesù non sei solo nell’Orto degli Ulivi della storia; quanti calici ricolmi, stanno sudando sangue con Te i martiri moderni, i senza voce, i migranti, gli schiavi del potere, i poveri forzati, i bimbi affamati e le donne umiliate.


Martedì Santo: il processo dei processi

Il mondo è un grande scenario dove si consumano i processi più assurdi. Molti puntano il dito per condannare, distruggere, consumare, come il diavolo che divide. Cristo non ha mai condannato, ha sempre recuperato chi era perduto, perché ci crede.


Mercoledì Santo: lavarsi le mani

Troppi si lavano le mani per paura, per non sporcarsi, per non compromettersi, perché è comodo. Le mani sembrano pulite, ma ti rimane il rimpianto di non aver messo il tuo granello, il tuo mattone, il cuore rimane ingolfato, sporcato nei meandri del tuo egoismo e ti rode il rimorso dentro.


Giovedì Santo: lavare i piedi

Il tuo sacrificio, la tua Messa, la tua offerta al Padre hai voluto arricchirla con un gesto inedito di servizio al fratello e di carità profonda. Nessuno l’aveva fatto prima. È il tuo testamento: solo lavando i piedi ai fratelli saremo autentici testimoni del tuo amore.


Venerdì Santo: Dio muore nasce l’uomo

Dalla tua morte, è rinato l’uomo nuovo della speranza e dello spirito, l’uomo della Resurrezione.


Sabato Santo: il grande silenzio

Abbiamo bisogno di fare silenzio, è urgente trovare un po’ di deserto nel nostro giorno, silenzio degli occhi, silenzio di parole, sottrarsi dal frastuono per contemplare il mistero. Scopriremo il miracolo di un Dio che agisce nel raccoglimento e fa risorgere dalle macerie.


Domenica di Pasqua: il trionfo della vita

Tutto tende a Te, tutti guardano a Te con speranza, giorno senza tramonto, giorno della vita. Dalla prima Pasqua parte un’onda positiva che travolge e contagia di eternità l’esistenza. Sei il perno della storia, dell’avventura di un Dio che si è giocato tutto credendo nell’uomo.


Padre Gianni Fanzolato, Loreto, Pasqua 2011

Monologo di Giuda


Non fu per i trenta denari, ma per la speranza

che Lui, quel giorno, aveva suscitato in me.

Io ero un uomo tranquillo, vivevo bene del mio,

rendevo anche gli onori alla casa di Dio...

Poi un giorno venne quest’uomo, parlò di pace e d’amore,

diceva ch’era il Messia, il mio salvatore.

Non fu per i trenta denari, ma per la speranza

che Lui, quel giorno, aveva suscitato in me.

Per terre arate dal sole, per strade d’ogni paese

ci soffocava la folla con le mani tese,

ma poi passavano i giorni e il regno suo non veniva,

gli avevo dato ormai tutto e... Lui mi tradiva!

Non fu per i trenta denari, ma per la speranza

che Lui, quel giorno, aveva suscitato in me.

Divenne il cuore di pietra e gli occhi scaltri a fuggire,

mi aveva dato l’angoscia e doveva morire...

Appeso all’albero un corpo che non è certo più il mio,

ora lo vedo negli occhi: è il Figlio di Dio.

Non fu per i trenta denari, ma per la speranza

che Lui, quel giorno, aveva suscitato in me.

 

parole e musica di Claudio Chieffo

Nel silenzio di questa sera

 

Signore Gesù, nel silenzio di questa sera

si sente la Tua voce:

“Ho sete! Ho sete del tuo amore!”.

Nel silenzio di questa notte

si sente la Tua preghiera:

“Padre, perdonali! Padre perdonali”.

Nel silenzio della storia

si sente il Tuo grido:

“Tutto è compiuto”.

Che cosa è compiuto?

“Vi ho dato tutto, vi ho detto tutto,

vi ho portato la più bella notizia:

Dio è amore! Dio vi ama!”.

Nel silenzio del cuore

si sente la carezza del Tuo ultimo dono:

Ecco la tua mamma:la mia mamma!”.

Grazie Gesù, perché hai affidato a Maria

la missione di ricordarci ogni giorno

che il senso di tutto è l’Amore:

l’Amore di Dio piantato nel mondo

come una Croce!

Grazie, Gesù!

 

Card. Angelo Comastri

Un Dio che sconcerta

 

Ogni volta che l’orario mi permette una piccola sosta nella stazione di Firenze, non manco di entrare nella vicina basilica di S. Maria Novella. E corro subito, sulla sinistra, a inginocchiarmi davanti a un singolare affresco intitolato “Trinità”, ma che in effetti riproduce la Crocifissione: con lo Spirito che aleggia facendo splendere il capo del Padre, il quale, sovrastando sul Figlio in Croce, sembra gli protegga le spalle. L’opera, splendida, è del Masaccio. Ma io corro a contemplarla, non tanto per motivi estetici, quanto perché nella diuturna penombra della Chiesa, al timido guizzare delle fiammelle, mi sento subito immerso nel mistero struggente del Calvario e, soprattutto, perché nell’affresco è riportato un messaggio teologico di grande densità. Dietro la Croce, infatti, che sembra sollevarsi da terra, Dio Padre, con le braccia distese, sostiene con i suoi polsi non solo il legno, il “dulce lignum”, ma anche il carico delle sue ferraglie patibolari, i “dulces clavos”, e, soprattutto, il peso del condannato, il “dulce pondus». Vi assicuro: è una contemplazione che vale la lettura di tutti i quaresimali del Savonarola. È un “testo” che fa schizzare dal cuore “tuo” fiotti di speranza con la stessa forza con cui, dal costato “suo” schizzano fiotti di sangue, del quale vorresti ubriacarti. È un invito alla fiducia che parte dal cuore di Dio. Egli alleggerisce sempre le Croci dei suoi figli. Anzi, se ne fa carico totale. E, poi, per farli giungere questi messaggi d’amore, non disdegna di usare, come carta per scrivere, perfino i calcinacci! Certo il nostro Dio è un Dio che sconcerta. Non allineato con nessuna logica umana. Imprevedibile. E noi lo avvertiamo, soprattutto quando la vita, prima o poi, ci conduce a dover intrecciare rapporti col dolore, fisico o morale, e con Colui che ne permette il devastante dispiegarsi sulle nostre carni o sulla nostra anima. Ma perché mai il Signore, prima ti dà una Croce, poi te la toglie, o te 1’alleggerisce? Perché si diverte con noi, con questo stile che non è assolutamente praticato nei nostri giochi di amore terreni? Perché questo “cuci-scuci” sul panno già sfibrato della nostra povera vita? È difficile rispondere. L’unica cosa che si può dire (essenziale, però, e appagante) è che il Signore non ci lascia soli nella prova. No! Il suo non è il divertimento di chi prova gusto a vederci dondolare sull'altalena dei dolori. Egli è triste quando noi siamo tristi. Piange quando piangiamo. Non solo accanto al letto delle malattie fisiche che distruggono inesorabilmente il nostro corpo, ma anche al capezzale dei nostri dolori morali: la fuga di una figlia, che è partita in campeggio con compagni sconosciuti, e non è tornata più. L’abbandono della casa nuziale di lui che si è innamorato della sua collega d’ufficio. Il pianto di quei genitori che se ne vanno insieme al loro crepuscolo mentre osservano nei figli il rifiuto di tutti i valori portanti che innervano l’esistenza. L’ombra di un fallimento economico. Il capestro strozzino degli usurai... che stanno alle porte. Quante croci, di fronte alle quali il volto del Padre si oscura, come se fossero ostacoli ineluttabili anche per Lui! Ma ecco che Egli si muove a compassione di chi lo invoca, e corre a deporlo dalla croce, o a sostenerlo con tutto il suo carico. Grazie, Trinità Santissima, per questo messaggio di luce, di speranza e di coraggio che ci trasmetti dalle croste di quelle pareti. Io non so se tornerò più a Firenze, a contemplarti in questo mistero del Tuo “con-soffrire” con gli uomini. Una cosa è certa: che continuerò a lottare, perché so che alle spalle ci sei Tu e che, quando per me incomberanno le ombre della notte, forse grazie anche all’affresco del Masaccio, mi addormenterò tranquillo tra le Tue braccia.

don Tonino Bello

Una storia di mani

 

La tua morte, o Gesù, è una storia di mani. Una storia di povere mani, che denudano, inchiodano, giocano a dadi, spaccano il cuore. Tu lo sai, Tu lo vedi, o Signore. Prima di giudicare, però, pensiamoci.
Ci sono dentro anche le nostre mani. Mani che contano volentieri il denaro, mani che legano le mani agli umili, mani che applaudono le prepotenze dei violenti, mani che spogliano i poveri, mani che inchiodano perché nessuno contenda il nostro privilegio, mani che invano cercano di lavare le proprie viltà, mani che scrivono contro la verità, mani che trapassano i cuori. La tua morte è opera di queste mani, che continuano nei secoli l’agonia e la passione. Se potessimo dimenticare queste mani, se ci fosse un’acqua per lavare queste mani. Per dimenticare le mie mani, ho bisogno di guardare altre mani, di sostituire le mie mani spietate con le mani misericordiose della Madonna, della Maddalena, di Giovanni, del Centurione che si batte il petto...

 

don Primo Mazzolari, Preghiere, La Locusta

Voi ch’amate lo Criatore

 

Voi ch’amate lo Criatore,

ponete mente a lo meo dolore.

 

Ch'io son Maria c’ò lo cor tristo,

la quale avea per figliuol Cristo:

la speme mia et dolce acquisto

fue crocifisso pe’ li peccatori.

 

Capo bello et delicato,

come ti veggio stare enkinato;

li tuoi capelli di sangue intrecciati,

fin a la barba ne va i’ rigore.

 

Bocca bella et delicata,

come ti veggio stare asserrata;

di fiele e aceto fosti abbeverata,

trista et dolente dentr’al mio core.

 

Voi ch’amate lo Criatore,

ponete mente a lo meo dolore.

 

Dal “Laudario di Cortona”, 

manoscritto italiano della seconda metà del XIII secolo,

contenente una collezione di laude.

La Risurrezione di Cristo

 

La Risurrezione di Cristo

fa germogliare uomini nuovi,

radicati nella fede,

nella speranza per la vita eterna

e nella carità verso Dio

e i fratelli.

Non c’è più spazio per il timore

e la delusione del Sabato Santo.

Cristo risorto si fa compagno

di viaggio per coloro che

hanno perso ogni speranza

e con la sua Parola

li conduce a riconoscerlo

nel gesto Eucaristico

dello spezzare il pane.

 

Sant’Agostino d’Ippona

Non guardare il tuo Crocifisso dal lato sbagliato

 

Non guardare il tuo Crocifisso

dal lato sbagliato:

di dietro!

Non bisogna vedere

solo la croce,

ma anche Gesù

che ci sta sopra.

 

Pierre Teilhard de Chardin

Passione e Risurrezione

 

Ricordate che la Passione di Cristo termina sempre nella gioia della Risurrezione, così, quando sentite nel vostro cuore la sofferenza di Cristo, ricordate che deve venire la Resurrezione, deve sorgere la gioia della Pasqua. Non lasciatevi mai invadere in tal maniera dal dolore da dimenticare la gioia di Cristo risorto.

 

Madre Teresa di Calcutta, Le mie Preghiere

La suprema debolezza

 

La suprema debolezza,

quella che il mondo

comprende di meno

e disprezza di più

è la debolezza del forte,

il riscatto della sua forza.

Ah, questa debolezza

preziosa della forza

che gli uomini

non perdonano…

Che sia crocifisso!

Tutte le debolezze,

anche le più impure,

anche le più vane

trovano quaggiù

delle consolazioni

e degli appoggi,

tranne la debolezza della forza.

Discendi dalla tua croce!

Gesù ha pregato gli uomini

e non ne è stato esaudito…

 

Gustave Thibon,

La scala di Giacobbe

La circonvallazione del Calvario

Abbiamo inquadrato la croce nella cornice della sapienza umana,

ma non ce la siamo piantata nel cuore.

 

Vi dispiace se, per più di una volta, fermerò la vostra attenzione sul “legno dolcissimo” della croce che noi, come dice Claudel, non siamo chiamati a piallare, ma sul quale siamo chiamati a salire?

Ascoltatemi, allora. E perdonatemi se parlo con immagini: è perché si fissi più profondamente nell’anima lo spessore dei nostri tradimenti.

Se è vero che la croce è l’unità di misura di ogni impegno cristiano, dobbiamo fare attenzione a un grosso pericolo che stiamo correndo: quello che san Paolo, scrivendo ai Corinzi, chiama “l’evacuazione della croce”. Che non significa disprezzo della croce, o rifiuto della croce, o irrisione della croce. No.

Non c’è nessuno di noi che non parli con eloquenza del «legno santo», o che in Quaresima non canti con tutta l’anima il “Vexilla regis”, o che nel venerdì santo non intoni l’inno alla “Crux fidelis”.

La croce rimane sempre al centro delle nostre prospettive. Ma noi vi giriamo al largo. Troppo al largo. Prendiamo una extramurale lontanissima dal colle dove essa s’innalza. È come quando, in viaggio, si sfiora una città passando dalla tangenziale. Mentre l’automobile corre sulla strada, si dà ogni tanto un’occhiata ai campanili che si ergono e alle torri che svettano. Ma poi tutto finisce lì.

Purtroppo la nostra vita cristiana non incrocia il Calvario. Non s’inerpica sui tornanti del Golgota. Passa di striscio dalle pendici del luogo del cranio.

Come i Corinzi anche noi, la croce, l’abbiamo «inquadrata» nella cornice della sapienza umana, e nel telaio della sublimità di parola.

L’abbiamo attaccata con riverenza alle pareti di casa nostra, ma non ce la siamo piantata nel cuore. Pende dal nostro collo, ma non pende sulle nostre scelte. Le rivolgiamo inchini e incensazioni in chiesa, ma ci manteniamo agli antipodi della sua logica.

L’abbiamo isolata, sia pure con tutti i riguardi che merita. È un albero nobile che cresce su zolle recintate. Nel centro storico delle nostre memorie religiose. All’interno della zona archeologica dei nostri sentimenti. Ma troppo lontano dalle strade a scorrimento veloce che battiamo ogni giorno.

Dobbiamo ammetterlo con amarezza. Abbiamo scelto la circonvallazione e non la mulattiera del Calvario.

Abbiamo bisogno di riconciliarci con la croce e di ritrovare, sulla carta stradale della nostra esistenza paganeggiante, lo svincolo giusto che porta ai piedi del condannato!

 

Don Tonino Bello, Alla finestra la speranza

Giuda

 

“Si sarebbe potuto vendere questo profumo

e darne il ricavato ai poveri”.

Sempre la maschera della virtù

sulla smorfia dell’invidia.

È in nome dell’ordine,

della morale e del buon senso

che Giuda ha venduto il suo Maestro.

 

Gustave Thibon,

L’uomo maschera di Dio

I piedi del Risorto

 

Carissimi,
Io non so se nell’ultima cena, dopo che Gesù ebbe ripreso le vesti, qualcuno dei dodici si sia alzato da tavola e con la brocca, il catino e l’asciugatoio si sia diretto a lavare i piedi del maestro. Probabilmente no. C’è da supporre comunque che dopo la sua morte ripensando a quella sera, i discepoli non abbiano fatto altro che rimproverarsi l’incapacità di ricambiare la tenerezza del Signore.

Possibile mai, si saranno detti, che non ci è venuto in mente di strappargli dalle mani quei simboli del servizio, e di ripetere sui suoi piedi ciò che egli ha fatto con ciascuno di noi? Dovette essere così forte il disappunto della Chiesa nascente per quella occasione perduta, che, quando Gesù apparve alle donne il mattino della risurrezione, esse non seppero fare di meglio che lanciarsi su quei piedi e abbracciarli.

“Avvicinatesi, gli cinsero i piedi e lo adorarono”. Ce lo riferisce Matteo, nell’ultimo capitolo del suo Vangelo. Gli cinsero i piedi. Non gli baciarono le mani o gli strinsero il collo. No.

Gli cinsero i piedi! Erano già bagnati di rugiada. Glieli asciugarono, allora con l’erba del prato e glieli scaldarono col tepore dei loro mantelli. Quasi per risarcire il maestro, sia pure a scoppio ritardato, di una attenzione che la notte del tradimento gli era stata negata. Gli cinsero i piedi. Fortunatamente avevano portato con sé profumi per ungere il corpo di Gesù. Forse ne ruppero le ampolle di alabastro e in un rapimento di felicità riversarono sulle caviglie del Signore gli olii aromatici che furono subito assorbiti da quei fori: profondi e misteriosi, come due pozzi di luce.

Gli cinsero i piedi. Finalmente! Verrebbe voglia di dire. Ma chi sa in quel ritardo ci doveva essere anche tanto pudore. Forse la Chiesa nascente rappresentata dalle due Marie prima di cadergli davanti nel gesto dell’adorazione aveva voluto aspettare di proposito che Gesù riprendesse davvero le vesti. Non quelle che aveva momentaneamente deposto prima della lavanda. Ma quelle veramente inconsutili del suo corpo glorioso.

Carissimi fratelli, oggi voglio dirvi che la Pasqua è tutta qui. Nell’abbracciamento di quei piedi. Essi devono divenire non solo il punto di incontro per le nostre estasi d’amore verso il Signore, ma anche la cifra interpretativa di ogni servizio reso alla gente, e la fonte del coraggio per tutti i nostri impegni di solidarietà con la storia del mondo.

Non c’è da illudersi. Senza questa dimensione adorante, espressa dal gruppo marmoreo di donne protese dinanzi al risorto, saremo capaci di organizzare solo girandole appariscenti di sussulti pastorali. Se non afferriamo i piedi di Gesù, lavare i piedi ai marocchini, o agli sfrattati, o ai tossici, non basta.

Non basta neppure lavarsi i piedi a vicenda, tra compagni di fede. Se la preghiera non ci farà contemplare speranze ultramondane attraverso quei fori lasciati dai chiodi, battersi per la giustizia, lottare per la pace e schierarsi con gli oppressi, può rimanere solo un'estenuante retorica. Se, caduti in ginocchio, non interpelleremo quei piedi sugli orientamenti ultimi per il nostro cammino, giocarsi il tempo libero nel volontariato rischia di diventare ricerca sterile di sé e motivo di vanagloria. Se l'adorazione dinnanzi all’ostensorio luminoso di quelle stigmate non ci farà scavalcare le frontiere delle semplici liberazioni terrene, impegnarsi per le promozione dei poveri potrà sfiorare perfino il pericolo dell’esercizio di potere.

Non basta avere le mani bucate. Ci vogliono anche i piedi forati. È per questo che quando Gesù apparve ai discepoli la sera di Pasqua “mostrò loro le mani e i piedi”.

E poi, quasi per sottolineare con la simbologia di quei due moduli complementari che senza l’uno o l’altro, ogni annuncio di risurrezione rimarrà sempre mortificato, aggiunse: “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io”.

Mani e piedi, con tanto di marchio! Ecco le coordinate essenziali per ricostruire la carta d’identità del risorto. Mani bucate. Richiamo a quella inesauribile carità verso i fratelli, che si fa donazione a fondo perduto. Piedi forati.

Appello esigente a quell’amore verso il Signore, che ci fa scorgere il senso ultimo delle cose attraverso le ferite della sua carne trasfigurata.

 

Don Tonino Bello, Dalla testa ai piedi

Il Cristo che ci deve stare davanti agli occhi giorno per giorno

 

Il Cristo che ci deve stare davanti agli occhi giorno per giorno è Colui che serve l’uomo peccatore. Proprio così. È lì che bisogna arrivare al termine del viaggio quaresimale, a inginocchiarsi con Gesù, nel Cenacolo, ai piedi degli apostoli. Anche di Pietro che lo rinnegherà tra poco. Anche di Giuda che sta per tradirlo. E lui lo sa e capovolge tutto: infatti, all’ultima cena, quando Gesù lava i piedi agli apostoli, non è il peccatore che si inginocchia davanti a Dio, no, è Dio che si mette in ginocchio davanti al peccatore, che lo serve, che lo vuole salvare. Ecco che cosa ci deve conquistare di Cristo per portarci poi, senza tanti fronzoli, a vivere il servizio, là dove siamo chiamati: in famiglia, a scuola, nel mondo del lavoro.

 

Card. José Saraiva Martins

Tu eD io

Ti ho tradito e tu sei rimasto fedele
Ti ho offeso e tu mi hai onorato
Ti ho dimenticato e tu mi hai cercato
Ti ho mentito e tu mi hai detto il vero
Ti ho abbandonato e tu mi hai sostenuto
Ti ho accusato e tu mi hai difeso
Ti ho derubato e tu ti sei donato
Ti ho deriso e tu mi hai esaltato
Ti ho rinnegato e tu mi hai perdonato
Ti ho crocefisso e tu mi hai amato

Ti ho ucciso e tu... Tu mi hai donato la Vita
Tu Mio Signore e Mio Dio

Bariom

(su gentile concessione dell’autore)