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| L'Alba nuova della Pasqua | |
| Egli è degno | |
| A cura di Angela Magnoni | |
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La Croce: collocazione provvisoria
Nel Duomo vecchio di Molfetta c’è un grande crocifisso di terracotta. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l’ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: collocazione provvisoria. La scritta, che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell’opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata, al punto che ho pregato il parroco di non rimuovere per nessuna ragione il crocifisso di lì, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito. Collocazione provvisoria. Penso che non ci sia formula migliore per definire la Croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo. Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell’abbandono. Non ti disperare, madre dolcissima che hai partorito un figlio focomelico. Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti, fratello povero, che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza. Non avvilirti, amico sfortunato, che nella vita hai visto partire tanti bastimenti, e tu sei rimasto sempre a terra. Coraggio. La tua Croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre “collocazione provvisoria”. Il calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio. Anche il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della Croce. “Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra”. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio. Coraggio, fratello che soffri. C’è anche per te una deposizione dalla croce. Coraggio, tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali, e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga. Servo di Dio Tonino Bello |
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Simone di Cirene: sento la Sua mano sulla spalla
Ero in cammino, diretto ai campi, quando lo vidi; portava la croce e lo seguiva una gran folla. Anch’io allora presi a camminare al suo fianco. Più di una volta la croce che portava lo costrinse a fermarsi, perché il suo corpo era stremato. Allora mi si avvicinò un soldato romano, e disse: “Tu, che sei saldo e robusto, porta la croce di quest’uomo”. A quelle parole il cuore mi si gonfiò nel petto e provai gratitudine. E portai la croce. Era pesante, fatta di pioppo impregnato di piogge invernali. E Gesù mi guardò. E il sudore della fronte gli scorreva sulla barba. Ancora mi guardò, e disse: “Bevi anche tu questo calice? Vi accosterai le labbra insieme a me fino alla fine del tempo”. Così dicendo pose la mano sulla mia spalla libera. E procedemmo insieme verso la Collina del Cranio. Ma io non sentivo più il peso della croce. Sentivo sola la sua mano. Come ala di uccello sulla mia spalla. E arrivammo in cima alla collina, e là dovevano crocifiggerlo. Fu allora che avvertii il peso della croce. Non disse parola mentre gli conficcavano i chiodi nelle mani e nei piedi, e dalle sue labbra non uscì un lamento. E non tremarono le sue membra sotto il martello. Sembrava quasi che le sue mani e i suoi piedi fossero morti, per rivivere solo nel bagno di sangue. E lui sembrava desiderare queí chiodi, come un principe desidera lo scettro, e sembrava implorare che lo innalzassero alle vette. E il mio cuore non lo compiangeva: ero troppo preso da meraviglia. Ora, l’uomo al quale ho portato la croce è divenuto la mia croce. Se mi dicessero ancora: “Porta la croce di quest'uomo”, io la porterei fino a quando la mia strada si chiudesse nel sepolcro. Ma gli chiedereí di tenermi la mano sulla spalla. Accadde molti anni fa; e ancora oggi, seguendo i solchi del campo, e in quel sopore che precede il sonno, rivolgo spesso il pensiero a quell’uomo che amo. E sento la Sua mano alata, qui, sulla spalla sinistra.
Gibran Khalil Gibran |
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Venerdì Santo
Gesù, nel Getzemani, ha sofferto la solitudine, l’abbandono, soprattutto da quelli che più amava.
Il tradimento di uno solo lo ha portato alla condanna più infame e infamante. L’unica corona che l’uomo è stato capace di dare al Re è stata una corona di spine!
Il Re è rimasto solo. Il Re è messo a morte. Il Re è morto!!! Questo è il Venerdì Santo! Un Re spodestato dal Trono, deposto anche dal legno... Non può restare appeso il nostro Dio!
Ci lascia la Sua Croce, da accogliere, da amare, da adorare. Abbassiamo la nostra testa, pieghiamo le nostre ginocchia. Chiediamogli perdono…
La folla l’ha deriso, gli ha sputato addosso. Qualcuno gli ha dato una spinta. Qualcuno l’ha inchiodato al legno. Qualcuno gli ha trafitto il Cuore.
Eravamo anche noi con Gesù? Sì, eravamo li. Noi lo abbiamo abbandonato. Noi lo abbiamo offeso. Noi abbiamo tenuto le sue mani mentre il chiodo penetrava la carne.
Venerdì Santo! Perché tutto ci parla di solitudine, di abbandono? Perché il cuore sembra vuoto? Perché questa ansia nell’anima?
Arriverà un’alba nuova? Sì, arriverà la mattina della Pasqua e ritroveremo il nostro Re. Ritroveremo il nostro Dio. No! Non ci ha abbandonato...
sta nascondendo tra le pieghe del nostro peccato, per accoglierlo nella Sua Misericordia. Grazie, Gesù! Grazie! Con Te, il Venerdì Santo, è solo un passaggio...
Possiamo arrivare al mattino di Pasqua solo partendo dall’Ultima Cena, mangiando con Te, cibandoci di Te.
Poi è dura la strada. È duro il Venerdì Santo! È dura la Croce! Ma con Te la Pasqua è una meta sicura...
Angela Magnoni |
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Il Calvario tre giorni dopo
I Vangeli ci raccontano numerose apparizioni del Risorto avvenute nel giorno di Pasqua. Se è lecito esprimere delle preferenze, quella che mi commuove di più è l’apparizione a Maria di Magdala, piangente accanto al sepolcro vuoto. Le si avvicina Gesù e le dice: “Perché piangi?”. Donna, le tue lacrime non hanno più motivo di scorrerti dagli occhi. A meno che tu non pianga per gioia o per amore. Vedi: la collina del Calvario, che l’altro ieri sera era solo un teschio coperto di fango, oggi si è improvvisamente allagata di un mare d’erba. I sassi si sono coperti di velluto. Le chiazze di sangue sono tutte fiorite di anemoni e asfodeli. Il cielo, che venerdì era uno straccio pauroso, oggi è limpido come un sogno di libertà. Siamo appena al terzo giorno, ma sono bastate queste poche ore perché il mondo facesse un balzo di millenni. No, non misurare sui calendari dell’uomo la distanza che separa quest’alba luminosa dal tramonto livido dell’ultimo venerdì. Non è trascorso del tempo: è passata un’eternità. Donna, tu non lo sai: ma oggi è cominciata la nuova creazione. Cari amici, nel giorno solennissimo di Pasqua anch’io debbo rivolgere a ciascuno di voi la stessa domanda di Gesù: “Perché piangi?”. Le tue lacrime non hanno più motivo di scorrerti dagli occhi. A meno che non siano l’ultimo rigagnolo di un pianto antico. O l’ultimo fiotto di una vecchia riserva di dolore da cui ancora la tua anima non è riuscita a liberarsi. Lo so che hai buon gioco a dirmi che sto vaneggiando. Lo so che hai mille ragioni per tacciarmi di follia. Lo so che non ti mancano gli argomenti per puntellare la tua disperazione. Lo so. Forse rischio di restare in silenzio anch’io, se tu mi parli a lungo dei dolori dell’umanità: della fame, delle torture, della droga, della violenza. Forse non avrò nulla da replicarti se attaccherai il discorso sulla guerra nucleare, sulla corsa alle armi o, per non andare troppo lontano, sul mega poligono di tiro che piazzeranno sulle nostre terre, attentando alla nostra sicurezza, sovvertendo la nostra economia e infischiandosene di tutte le nostre marce della pace. Forse rimarrò suggestionato anch’io dal fascino sottile del pessimismo, se tu mi racconterai della prostituzione pubblica sulla statale, del dilagare dei furti nelle nostre case, della recrudescienza di barbarie tra i minori della nostra città. Forse mi arrenderò anch’io alle lusinghe dello scetticismo, se mi attarderò ad ascoltarti sulle manovre dei potenti, sul pianto dei poveri, sulla miseria degli sfrattati, sulle umiliazioni di tanta gente senza lavoro.
Forse vedrai vacillare anche la mia speranza se
continuerai a parlarmi di Teresa che, a trentacinque anni, sta
morendo di cancro. O di Corrado che, a dieci, è stato inutilmente
operato al cervello. O di Lucia che, dopo Pasqua, farà la Prima
Comunione in casa perché in chiesa, con gli altri compagni, non
potrà andarci più. O di Nicola e Annalisa che, dopo tre anni di
matrimonio e dopo aver messo al mondo una creatura, se ne sono
andati ognuno per la sua strada, perché non hanno più nulla da
dirsi. La Resurrezione di Gesù ne ha disseccate le sorgenti. E tutte le lacrime che si trovano in circolazione sono come gli ultimi scoli delle tubature dopo che hanno chiuso l'acquedotto. Riconciliamoci con la gioia. La Pasqua sconfigga il nostro peccato, frantumi le nostre paure e ci faccia vedere le tristezze, le malattie, i soprusi e perfino la morte, dal versante giusto: quello del “terzo giorno”. Da quel versante, il luogo del cranio ci apparirà come il Tabor. Le croci sembreranno antenne, piazzate per farci udire la musica del Cielo. Le sofferenze del mondo non saranno per noi i rantoli dell'agonia, ma i travagli del parto. E le stigmate lasciate dai chiodi nelle nostre mani crocifisse, saranno le feritoie attraverso le quali scorgeremo fin d’ora le luci di un mondo nuovo!
Servo di Dio Tonino Bello |
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Guardando il Crocifisso
O Gesù, mi fermo pensoso ai piedi della Croce anch’io l’ho costruita con i miei peccati! La Tua bontà, che non si difende e si lascia crocifiggere, è un mistero che mi supera e mi commuove profondamente. Signore, Tu sei venuto nel mondo per me, per cercarmi, per portarmi l’abbraccio del Padre. Tu sei il volto della bontà e della misericordia: per questo vuoi salvarmi! Dentro di me ci sono le tenebre: vieni con la Tua limpida luce. Dentro di me c’è tanto egoismo: vieni con la Tua sconfinata carità. Dentro di me c’è rancore e malignità: vieni con la Tua mitezza e la Tua umiltà. Signore, il peccatore da salvare sono io: il figliol prodigo che deve ritornare sono io! Signore concedimi il dono delle lacrime per ritrovare la libertà e la vita, la pace con Te e la gioia in Te. Amen!
Card. Angelo Comastri |
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Aiutami a credere
Cosa capitò quella mattina? Fu facile alla Chiesa nascente, a Pietro, agli apostoli, ai discepoli convincersi che Cristo era risorto? E da che cosa veniva la convinzione? Dall’aver visto? E perché non credettero alle donne che avevano visto? (cf. Lc24,11). Dall’aver visto? Che cosa hanno visto, se perfino la Maddalena scambiò Gesù per l’ortolano? Dall’aver visto? Com'è possibile vedere quando si passa una mezza giornata assieme sulla strada di Emmaus senza riconoscerlo? No, non è con gli occhi che si vede la Resurrezione di Cristo: è nella fede. Gli occhi sono troppo ingannevoli, semmai vedono il segno. Sarà più facile della parola? Certamente. Soprattutto quando la parola è Parola di Dio: “E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”. Ma anche nel caso della Parola ci vuole la fede perché è nella fede che Dio rivela la Sua presenza. “E lo riconobbero allo spezzare del pane. Ma lui sparì dalla loro vista”. È nella fede l’incontro con Dio. E la fede è oscura. La speranza è dolorosa. La carità è crocifissa. Aiutami, Maria, a credere. Dammi la Tua fede. fratel Carlo Carretto |
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Il vero segreto
Che esista Dio non è un segreto: è talmente visibile! Che Dio sia buono non è un segreto: è esperimentato da tutti i cuori ben fatti. Che Dio sia bello non è un segreto: è scritto su tutti i fiori, sul mare e sui monti. Che Dio sia immenso non è un segreto: basta guardare il cosmo. Che Dio sia vicino non è un segreto: basta guardare due sposi in viaggio di nozze o due amici che si parlano o una mamma che attende. Ma dove sta allora il segreto? Sta qui: Dio è un Dio crocifisso. Dio è il Dio che si lascia sconfiggere, Dio è il Dio che si è rivelato nel povero. Dio è il Dio che mi ha lavato i piedi, Dio è Gesù di Nazareth. A questo Dio non eravamo abituati. Nella nostra infanzia, che è l’infanzia del popolo di Dio, cercavamo un Dio potente, un Dio che ci risolvesse i problemi, un Dio che eliminasse i cattivi, che vincesse i nemici in modo visibile a tutti. E invece? Apparve come un bambino. Si realizzò come un povero operaio, non si servì del divino per trovare il pane. Non si alleò coi potenti per dominare i popoli. Non si buttò giù dal tempio per fare i miracoli inopportuni che noi attendevamo per aumentare le nostre sicurezze. E quando venne la prova non scappò. E non si fece nemmeno aiutare dai suoi angeli. Come un uomo, uomo vero, uomo uomo, accettò il processo, accettò la condanna, prese la croce sulle spalle, marciò piangendo verso il luogo del cranio dove stava per essere crocefisso. Questo Dio era nuovo.
fratel Carlo Carretto |
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Dalla testa ai piedi
Carissimi, cenere in testa e acqua sui piedi. Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala. Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all'acqua, più che alle parole. Non c'è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un “linguaggio a lunga conservazione”. È difficile, per esempio, sottrarsi all'urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un’autentica martellata quel richiamo all'unica cosa che conta: “Convertiti e credi al Vangelo”. Peccato che non tutti conoscono la rubrica del Messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d'ulivo benedetti nell'ultima Domenica delle Palme. Se no, le allusioni all’impegno per la pace, all'accoglienza del Cristo, al riconoscimento della Sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del Cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione. Quello “shampoo alla cenere”, comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato.
Così pure rimane indelebile per sempre quel
tintinnare dell'acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno
di noi ricordi. Da bambini, l'abbiamo “udita con gli occhi”, pieni
di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in
prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente. Una predica,
quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma
senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un
prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di
passaggi scontati: l’offertorio di un piede, il levarsi di una
brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio. Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua. La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l'ardore, mettiamoci alla ricerca dell'acqua da versare... sui piedi degli altri.
Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui
deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa. Un grande augurio.
Servo di Dio Tonino Bello |
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Dio è morto
Ho visto
Io penso
Nomadi / Francesco Guccini, 1967 |
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Adamo e Cristo, Eva e Maria
Hai visto l’ammirabile vittoria? Hai visto la nobilissima impresa della Croce? Potrò mai dirti qualcosa di più meraviglioso? Considera il modo con cui ha vinto e resterai ancora più ammirato. Cristo infatti ha vinto il diavolo con gli stessi mezzi con cui aveva ottenuto vittoria il diavolo. Lo sbaragliò con le stesse armi usate da lui. Senti in che modo. Una vergine, un legno e la morte furono i simboli della nostra sconfitta. La vergine era Eva, non aveva infatti ancora coabitato col marito. Il legno era l’albero. La morte la pena di Adamo. Ma ecco ancora una vergine, un legno e la morte, già simboli della sconfitta, diventare ora simboli della Sua vittoria. Infatti al posto di Eva c’è Maria, al posto dell’albero della scienza del bene e del male c’è l’albero della Croce, al posto della morte di Adamo la morte di Cristo. Vedi come colui che aveva vinto viene ora sconfitto con gli stessi suoi mezzi? Presso l’albero il diavolo abbatté Adamo, presso l’albero Cristo sconfisse il diavolo. E quell’albero mandava all’inferno, questo invece richiama dall’inferno anche coloro che vi erano già scesi. Inoltre un altro albero nascose l’uomo vinto e nudo, questo invece innalza agli occhi di tutti il vincitore spoglio. E quella morte colpì tutti coloro che erano nati dopo di essa, questa morte invece risuscita anche coloro che erano nati prima di essa. “Chi può narrare i prodigi del Signore?”. Siamo stati resi immortali da una morte: queste sono le gloriose imprese della Croce. Hai compreso la vittoria? Hai capito il modo con cui ha vinto? Apprendi ora come questa vittoria fu riportata senza nostra fatica e sudore. Noi non abbiamo bagnato di sangue le armi, non siamo stati in battaglia, non siamo stati feriti, la battaglia non l’abbiamo nemmeno vista, eppure abbiamo riportato vittoria. Del Signore è stato il combattimento, nostra la corona. Poiché la vittoria è anche nostra, imitiamo i soldati e, con voci di gioia, cantiamo oggi le lodi e l’inno della vittoria. Diciamo, lodando il Signore: “La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?”. Tutto questo ci è stato procurato dalla Croce gloriosa: la Croce, trofeo eretto contro il demonio, arma contro il peccato, spada con cui Cristo ha trafitto il serpente; la Croce volontà del Padre, gloria dell’Unigenito, gaudio dello Spirito Santo, onore degli Angeli, presidio della Chiesa, vanto di Paolo, difesa dei Santi, luce di tutto il mondo.
dalle “Omelie” di San Giovanni Crisostomo, Il cimitero e la croce |
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Astinenza e digiuno
Nell’Antico Testamento la mortificazione della gola aveva un significato ascetico per dominare il proprio corpo e un significato religioso per onorare Dio. La parola ASTINENZA deriva dal greco ABS-TENEO, fare a meno, tenersi lontano. La Chiesa, oggi, stabilisce l’astinenza nelle privazioni delle carni, brodi di carne, condimenti a base di carne. L’astinenza si pratica tutti i venerdì dell’anno. Si può sostituire con forme personali di rinunce e di preghiera, nei venerdì normali ma non in Quaresima. La parola DIGIUNO deriva dal latino JEIUNIUM, astenersi dal cibo in genere. La Chiesa stabilisce il digiuno in un unico pasto leggero senza carne, durante il giorno. Fuori pasto né cibo né bevande. Il digiuno si pratica il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo. La Madonna a Medjugorje ha chiesto il digiuno pane e acqua il mercoledì e il venerdì di tutto l’anno.
Angela Magnoni |
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“Cristo si è fatto povero per voi” (2 Cor 8,9) Quanto sia forte la suggestione delle ricchezze materiali, e quanto netta debba essere la nostra decisione di non idolatrarle, lo afferma Gesù in maniera perentoria: “Non potete servire a Dio e al denaro” (Lc 16,13). L’elemosina ci aiuta a vincere questa costante tentazione, educandoci a venire incontro alle necessità del prossimo e a condividere con gli altri quanto per bontà divina possediamo… …Secondo l’insegnamento evangelico, noi non siamo proprietari bensì amministratori dei beni che possediamo: essi quindi non vanno considerati come esclusiva proprietà, ma come mezzi attraverso i quali il Signore chiama ciascuno di noi a farsi tramite della sua provvidenza verso il prossimo.
Benedetto XVI, dal Messaggio per la Quaresima 2008 |
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Il Risorto
Non lasciare mai
Santa Teresa di Calcutta |
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La croce di Pietro
San Pietro non ce la fece più: era troppo pesante la sua croce! Andò a lamentarsi da Gesù, con la sua, quasi sfacciata, familiarità. Gli disse: “Maestro mio, non ti sembra d’aver dato proprio a me, tuo primo apostolo, una croce troppo pesante? È vero che io ti ho rinnegato, ma è anche vero che ti amo più degli altri. E perché allora agli altri, Signore, hai dato piccole croci e invece a me un crocione enorme?”. Rispose Gesù: “Pietro, devo dirti due cose. Prima: non sono io che fabbrico le croci degli uomini. Seconda: Ti pensavo più generoso. Se è vero che mi ami più degli altri, non brontolare!”. Pietro, quasi umiliato, cercò di scusarsi così: “Signore, forse mi sono spiegato male. Non ti ho chiesto di togliermi la croce, ma di darmene una un po’ più leggera, almeno come quella degli altri apostoli!”. Si dice che il Signore a queste parole si mostrò commosso e abbia detto a Pietro: “Mi hai convinto. Vieni con me a scegliere la croce che ti piace”. Lo portò in un grandissimo magazzino, dove erano raccolte le croci di tutti gli uomini. Pietro si scaricò subito la sua croce e incominciò la ricerca. Ne provò parecchie: tutte avevano qualche noioso difetto: o troppo piccole, o troppo spigolose, o troppo lunghe, o troppo taglienti. Pietro frugò ovunque in cerca di una croce più adatta alle sue spalle. Non riusciva a trovarla. Gesù sorrideva. Ma eccone, finalmente, una, buttata li proprio vicino alla porta. Pietro se la provò e riprovò subito e alla fine poté dire: “Signore, hai poco da sorridere. Hai visto che, alla fin fine, mi sono trovato la croce adatta a me. Prendo questa”. Gesù allora sorrise ancor più e fece notare: “Pietro, hai veramente fatto una buona scelta! Senza accorgerti ti sei di nuovo caricato sulle spalle la tua croce quella che hai buttato via, entrando!”. E concluse: “Mio caro Pietro, io non fabbrico le croci per gli uomini; ma se sapessi con che cura, con che amore, mi adopero perché siano adatte alle spalle e al cuore di ciascun uomo! Ho provato di persona e perciò so cosa significa portare la croce!”. |
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La Croce è troppo pesante per Te
Signore, la Croce è troppo
pesante per Te
Romano Guardini |
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La Parola ha sopportato La Parola ha sopportato
Sant’Agostino d’Ippona |
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Cari figli, con il tempo quaresimale voi vi avvicinate ad un tempo di grazia. Il vostro cuore è come terra arata ed è pronto a ricevere il frutto che crescerà nel bene. Figlioli, voi siete liberi di scegliere il bene oppure il male. Per questo vi invito: pregate e digiunate. Seminate la gioia e nei vostri cuori il frutto della gioia crescerà per il vostro bene e gli altri lo vedranno e lo riceveranno attraverso la vostra vita. Rinunciate al peccato e scegliete la vita eterna. Io sono con voi e intercedo per voi presso mio Figlio. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
Medjugorje, messaggio alla veggente Marija, 25 gennaio 2008 |
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Chi è il più povero?
Un uomo, camminando, parlava con se stesso come fanno di solito coloro che nella vita non hanno amici con cui confidarsi. “Ecco”, diceva, “nessuno è più povero di me; avevo un cappello e me l’ha portato via il vento; avevo un mantello e me l’hanno rubato; avevo un bastone e ho dovuto bruciarlo per farne fuoco; avevo una ciotola per il cibo e la bevanda e il fiume me l’ha portata via; non ho che le mani per raccogliere acqua da bere. C’è al mondo qualcuno più povero di me?”. “Io, fratello”. L’uomo si volta e vede davanti a sé il Signore in abito da pellegrino. “Io sono più povero di te. Tu, se hai sete, puoi raccogliere acqua con le mani: io no, perché me le hanno trafitte”.
padre Johannes Tauler (Taulero) |
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Questa umanità, non di rado ferita dall’odio e dalla violenza, ha più che mai bisogno di sperimentare l’efficacia del Sangue redentore di Cristo. Quel Sangue che, sparso non invano, porta in sé tutta la potenza dell’amore di Dio ed è pegno di speranza, di riscatto. Di riconciliazione. Ma per attingere da questa sorgente bisogna tornare alla Croce di Cristo, fissare lo sguardo sul Figlio di Dio, su quel Suo Cuore trafitto, su quel Sangue versato.
Servo di Dio Giovanni Paolo II |
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Amare costa Costa dire: “Hai ragione”. |
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Credere nella Resurrezione
Credere al Cristo Risorto significa ancora qualcosa. Significa per Madre Teresa di Calcutta sollevare il moribondo e per te fare altrettanto. Significa per Luilier King affrontare la morte e per te non aver paura di affrontare la morte per i tuoi fratelli. Significa per l’Abbé Schutz, il priore di Taizé, aprire il suo convento alla speranza e per te di aprire la tua casa alla speranza. Ogni lebbrosario che si apre è un credo nella Resurrezione. Ogni trattato di pace è un atto di fede nella Resurrezione. Ogni impegno accettato è un atto di fede nella Resurrezione. Quando perdoni al tuo nemico, quando sfami l'affamato, quando difendi il debole, credi nella Resurrezione. Quando hai il coraggio di sposarti, quando accetti il figlio che nasce, quando costruisci la tua casa, credi nella Resurrezione. Quando ti alzi sereno al mattino, quando canti al sole che nasce, quando vai al lavoro con gioia, credi nella Resurrezione. Credere nella Resurrezione significa permeare la vita di fiducia, significa dar credito al fratello, significa non aver paura di nessuno. Credere nella Resurrezione significa pensare che Dio è padre, Gesù tuo fratello e Maria tua sorella e se vuoi, tua Madre.
fratel Carlo Carretto |
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Nella misura in cui scopriamo il volto paterno di Dio la nostra umanità diventa veramente se stessa, perché diventa dimora dell’Amore di Dio e quindi riflesso della Sua libertà. Sant’Agostino all’inizio delle Confessioni scrive: “Tu ci hai fatti per Te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”. Questo è il mio e il vostro bisogno! Solo nella misura in cui il nostro cuore si aprirà all’amore di Dio attraverso il silenzio, la preghiera e la carità e lasceremo che il mistero del Suo Amore entri nella nostra vita, sperimenteremo la verità delle parole tratte dal libro del profeta Isaia: “Ecco, infatti io creo nuovi cieli e nuova terra”. (Is 65,17)
Mons. Gianni Danzi, dalla Lettera per la Santa Quaresima, Loreto 1 marzo 2006 |
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Uno per uno fa sempre uno. Verso la Pasqua, casa della Trinità
Carissimi fratelli, l’espressione me l’ha suggerita don Vincenzo, un prete mio amico che lavora tra gli zingari, e mi è parsa tutt’altro che banale. Venne a trovarmi una sera nel mio studio e mi chiese che cosa stessi scrivendo. Gli dissi che ero in difficoltà perché volevo spiegare alla gente (ma in modo semplice, così che tutti capissero) un particolare del mistero della Santissima Trinità: e cioè che le tre Persone divine sono, come dicono i teologi con una frase difficile, tre relazioni sussistenti. Don Vincenzo sorrise, come per compatire la mia pretesa e comunque, per dirmi che mi cacciavo in una foresta inestricabile di problemi teologici. Io, però, aggiunsi che mi sembrava molto importante far capire queste cose ai poveri, perché, se il Signore ci insegnato che, stringi stringi, il nucleo di ogni Persona divina consiste in una relazione, qualcosa ci deve essere sotto. E questo qualcosa è che anche ognuno di noi, in quanto persona, stringi stringi, deve essere essenzialmente una relazione. Un io che si rapporta con un tu. Un incontro con l’altro. Al punto che, se dovesse venir meno questa apertura verso l’altro, non ci sarebbe neppure la persona. Un volto, cioè, che non sia rivolto verso qualcuno non è disegnabile… Colsi l’occasione per leggere al mio amico la paginetta che avevo scritto. Quando terminai, mi disse che con tutte quelle parole, la gente forse non avrebbe capito nulla. Poi aggiunse: “Io ai miei zingari sai come spiego il mistero di un solo Dio in tre Persone? Non parlo di uno più uno più uno: perché così fanno tre. Parlo di uno per uno per uno: e così fa sempre uno. In Dio, cioè, non c’è una Persona che si aggiunge all’altra e poi all’altra ancora. In Dio ogni Persona vive per l’altra. E sai come concludo? Dicendo che questo è uno specie di marchio di famiglia. Una forma di “carattere ereditario” così dominante in “casa Trinità” che, anche quando è sceso sulla terra, il Figlio si è manifestato come l’uomo per gli altri”. Quando don Vincenzo ebbe finito di parlare, di fronte a così disarmante semplicità, ho lacerato i miei appunti. Peccato: perché, tra l’altro, avevo scritto delle cose interessanti. Per esempio: che l’uomo è icona della Trinità (“facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”) e che pertanto, per quel che riguarda l’amore, è chiamato a riprodurre la sorgività pura del Padre, l’accoglienza radicale del Figlio, la libertà diffusiva dello Spirito. Ero ricorso anche a ingegnose immagini, come quella del pozzo di campagna la cui acqua sorgiva viene accolta in una grande vasca di pietra e di qui, in mille rigagnoli, va a irrigare le zolle. Ma forse don Vincenzo aveva ragione: avrei dovuto spiegare molte cose. Sicché ho preferito trattenere questa sola idea: che, come le tre Persone divine, anche ogni persona umana è un essere per, un rapporto o, se è più chiaro, una realtà dialogica. Più che interessante, cioè, deve essere inter-essente.
Cari fratelli, lo so che la Trinità è molto più che una formula esemplare per noi, e che non è lecito comprimerne la ricchezza alla semplice funzione di analogia. Ma se oggi c’è un insegnamento che dobbiamo apprendere con urgenza da questo mistero, è proprio quello della revisione dei nostri rapporti interpersonali. Altro che “relazioni”. L’acidità ci inquina. Stiamo diventando corazze. Più che luoghi d’incontro, siamo spesso piccoli centri di scomunica reciproca. Tendiamo a chiuderci. La trincea ci affascina più del crocicchio. L’isola sperduta, più dell’arcipelago. Il ripiegamento nel guscio, più della esposizione al sole della comunione e al vento della solidarietà. Sperimentiamo la persona più come solitario auto-possesso, che come momento di apertura al prossimo. E l’altro, lo vediamo più come limite del nostro essere, che come soglia dove cominciamo a esistere veramente.
Coraggio. È il giorno dei macigni che rotolano via dall’imboccatura dei sepolcri. È l’intreccio di annunci di liberazione, portati da donne ansimanti dopo lunghe corse sull’erba. È l’incontro di compagni trafelati sulla strada polverosa. È il tripudio di una notizia che si temeva non potesse giungere più e che corre di bocca in bocca ricreando rapporti nuovi tra vecchi amici. È la gioia delle apparizioni del Risorto che scatena abbracci nel cenacolo. È la festa degli ex-delusi della vita, nel cui cuore all’improvviso dilaga la speranza. Che sia anche la festa in cui il traboccamento della comunione venga a lambire le sponde della nostra isola solitaria. vostro + don Tonino, Vescovo |
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Ti ho trovato in tanti posti
Ti ho trovato in tanti posti, Signore.
Santa Teresa di Calcutta |
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Ogni giorno è Pasqua
Aiutami, o Signore risorto,
A. Dini |
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È Pasqua
È Pasqua Gesù è
veramente risorto!
Antonio Merico, Vangelo e vita. Preghiere dell’anno liturgico "C", Elledici, Leumann |
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Lungo il Calvario
C’ero anch’io
quella mattina
A. Rita Mazzocco, Cantico di Tommaso |
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Ai piedi della Tua Croce
Guardo le Tue
mani inchiodate al legno, Gesù, |
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Apparizioni di Gesù risuscitato
Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni. Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere. Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere. Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano. dal Vangelo di San Marco 16, 9-20 |
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Colui che serve l’uomo peccatore
Il Cristo che ci deve stare davanti agli occhi giorno per giorno è Colui che serve l’uomo peccatore. Proprio così. È lì che bisogna arrivare al termine del viaggio quaresimale, a inginocchiarsi con Gesù, nel Cenacolo, ai piedi degli apostoli. Anche di Pietro che lo rinnegherà tra poco. Anche di Giuda che sta per tradirlo. E lui lo sa e capovolge tutto: infatti, all’ultima cena, quando Gesù lava i piedi agli apostoli, non è il peccatore che si inginocchia davanti a Dio, no, è Dio che si mette in ginocchio davanti al peccatore, che lo serve, che lo vuole salvare. Ecco che cosa ci deve conquistare di Cristo per portarci poi, senza tanti fronzoli, a vivere il servizio, là dove siamo chiamati: in famiglia, a scuola, nel mondo del lavoro.
Card. José SARAIVA MARTINS |
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È Risorto, non è qui Dove sei Signore? Rivelati anche a me. Ti cerco
ma non ti trovo. dove tu non
vuoi sentire, la tua stima,
le tue sicurezze,
Carla Zichetti |
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Quanti cirenei…
Quanti cirenei incontriamo o abbiamo incontrato nella nostra vita! Ce l’hanno salvata…. Quanti anche oggi si fanno cirenei, in Cile, ad Haiti, nei luoghi di dolore dimenticati da tutti, nelle case anonime delle nostre città, con gli esclusi dalla società perché poveri, sporchi, stranieri, ignoranti, malati di mente... lebbrosi “gli ultimi saranno i primi...”. L’hanno trovata morta... tutti la conoscevano, ma nessuno andava a trovarla: si è ucciso, non ha trovato un cireneo che gli desse speranza...ne ho abbastanza dei miei guai, dei miei pensieri...ho troppo da fare, non ho tempo... Il cireneo - lo straniero - tornava dal lavoro, era stanco, ma ... si è caricato della croce dell’altro: “Vai e fai anche tu lo stesso”, dice Gesù.
Carla Zichetti |
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Dio onnipotente, che io possa risorgere con Gesù
Dio
onnipotente,
adattamento dalla Liturgia del Sabato dopo le Ceneri |
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Ciò che mi muove ad amarti...
Non mi muove,
Signore, ad amarti
anonimo spagnolo, sec. XVII |
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Ki koshto!
…La sua camera divenne un approdo per le più rivoltanti miserie. Non era mai vuota. Una mattina due portatori vi deposero un uomo barbuto con i capelli irsuti coperti di cenere. Era legato a una sedia e non aveva né gambe né mani. Era monco e lebbroso. E tuttavia, dal suo viso giovanile irradiava una gioia sorprendente in un simile sventurato. “Grande fratello Paul, mi chiamo Anouar”, dichiarò. “Bisogna che ti mi curi. Vedi, sono molto malato”. lo sguardo gli cadde allora sull’immagine della Sacra Sindone. “Chi è?”, chiese sorpreso. “È Gesù”. Il lebbroso parve incredulo. “Gesù? No, non è possibile. Non assomiglia a quell’altro. Perché il tuo Gesù ha gli occhi chiusi e l’aria così triste?”. Paul Lambert sapeva che l’iconografia indiana riproduceva abbondantemente l’immagine di un Cristo biondo con gli occhi azzurri, trionfante e colorato come gli dei del panteon indù. “Ha sofferto”, disse. Il sacerdote sentì che bisognava spiegare meglio. Una delle figlie di Margareta venne a tradurre le sue parole in bengalese. “Se ha gli occhi chiusi, è per vederci meglio” riprese. “È anche perché noi lo possiamo guardare meglio. Forse non oseremo, se avesse gli occhi aperti. Perché i nostri occhi non sono occhi puri, e neanche i nostri cuori, e noi siamo in gran parte responsabili delle sue sofferenze. Se soffre, è a causa mia, tua, a causa di noi tutti. A causa dei nostri peccati, del male che facciamo. Ma lui ci ama talmente che ci perdona. Vuole che lo guardiamo. Ecco perché chiude gli occhi. E i suoi occhi chiusi mi invitano a chiudere anche i miei, a pregare, a guarda Dio dentro di me e anche dentro di te. E ad amarlo. E a fare come lui, a perdonare tutti, e ad amare tutti. Ad amare soprattutto quelli che soffrono come lui. Ad amare te che soffri come lui”. Una bambina vestita che era rimasta nascosta dietro la sedia del monco lebbroso andò a deporre un bacio sull’immagine e la accarezzò con la manina. Dopo essersi portata tre dita alla fronte, mormorò: “Ki koshto! Come soffre!”. Il lebbroso sembrava commosso. Gli occhi neri gli si erano fatti lucidi. “Soffre”, disse ancora Lambert. “Eppure non vuole che piangiamo su di Lui. Ma su coloro che soffrono oggi. Perché Lui soffre in loro. Soffre nel loro corpo come nel cuore degli isolati, dei derelitti, dei disprezzati, come nella mente dei pazzi, dei nevrotici, degli squilibrati. È per questo, capisci, che amo questa immagine. Perché mi ricorda tutte queste cose”. Il lebbroso tentennò il capo con aria pensierosa, poi alzò il moncherino verso l’icona. “Grande fratello Paul, il tuo Gesù è molto più bello di quello delle immagini sacre”. “Sì, sei bello. Gesù della Città della gioia”, scriverà quella sera Lambert nel quaderno che gli serviva da diario. “Bello come il monco lebbroso che mi hai mandato oggi, con le sue mutilazioni, le sue piaghe e il suo sorriso. In lui ho visto Te, che incarni tutti i dolori. Tu che hai conosciuto il Getsemani, il sudore del sangue, la tentazione di Satana, l’abbandono del Padre, la prostrazione, lo scoraggiamento, la fame, la sete. E la solitudine. Gesù di Anand Nagar, ho cercato di curare quel lebbroso. Ogni giorno, cerco di condividere la sorte dei poveri. Chino la testa con chi è calpestato e oppresso. Come l’uva nel torchio, e il loro succo mi schizza sugli abiti e li macchia. Non sono un puro, né una santo, solo un pover’uomo, peccatore come gli altri, a volte calpestato o disprezzato come i miei fratelli della Città della gioia, ma in fondo al cuore ho la certezza che ti ci ami. E anche la certezza che la gioia che mi riempie, niente e nessuno potrà mai rubarmela. Perché Tu sei veramente presente qui, in fondo a questa bidonville miserabile”.
Dominique Lapierre, La città della gioia |
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Dal Vangelo secondo Marco
Passato il sabato, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: “Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro? . Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”. Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura. Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Magdala, dalla quale aveva cacciato sette demoni. Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere. Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere. Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano.
dal Vangelo di San Marco 16, 1-20 |
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Cristo, salvezza
Le orecchie
del mio cuore,
don Primo Mazzolari |
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Guardo le Tue mani
Guardo le Tue
mani inchiodate al legno, Gesù,
alle persone
stanche e disperate che hanno rialzato da terra |
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I simboli pasquali
Le UOVA: rappresentano il sepolcro che viene abbandonato da Gesù, Risorto e vincitore della morte. Le COLOMBE: simboleggiano l’inizio di una nuova vita, la Resurrezione. Le CAMPANE: con il loro suono annunciano a tutti, gioiosamente, che Gesù è risorto. RAMOSCELLI D’ULIVO BENEDETTO: simboleggiano le palme che gli abitanti di Gerusalemme avevano in mano per salutare e accogliere Gesù che entrava nella città. Simbolo della Pace, ci ricordano anche che Gesù ha riportato la pace tra Dio e gli uomini. La PRIMAVERA: i rami spogli e rinsecchiti dell’inverno fioriscono, come l’uomo fiorisce a vita nuova, senza peccato. |
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Il Cireneo Voglio essere franco. Non m’interessa un Dio “qualunque”, onnipotente e assoluto, fin che vuoi. Meno ancora un Gesù che sia soltanto un profeta (non importa se maggiore o minore) finito malamente. Il mio motto è: “Aut Christus aut nihil”. È quello il cuore, il Dio figlio di Dio, quello è il centro, il sole che m’illumina, la notte che tutto avvolge e rinfresca, la linfa, il sangue che scorre a dar vita, senso, sapore, allegria, sì, miseriaccia, allegria! A un cosmo che senza di Lui sarebbe un incomprensibile ammasso di meraviglie sospese nel nulla. Via Crucis: il Cireneo Signore, ieri mi hai messo in gran difficoltà. E io me la sono presa. Tu mi conosci: il mio temperamento è amaro. Mi avevi caricato sulle spalle un dolore grande, quasi impossibile da portare. Io ti avevo chiesto, non di liberarmene, ma di aiutarmi a portarlo. Di portarlo anche Tu con me. Di farmi sentire il vento della Tua presenza, l’eco della Tua voce. Ma non mi hai accontentato. Mi hai lasciato tutto solo, senza il minimo conforto. E con quel peso sulle spalle. Ma oggi mi è venuto in mano questo librettino di vecchie devozioni… L’ho aperto a caso... “La quinta Stazione. Gesù aiutato dal Cireneo a portare la Croce”… La scena mi ha dato un pugno in mezzo al cuore. Credo di aver capito… Adesso vedo questo rozzo Gesù, questo comico Cireneo della litografia popolare, e capisco che, da quando Cristo è sceso sulla terra, il suo stile è proprio cambiato. Tu continui ad essere l’Onnipotente, l’Altissimo, il Padrone di tutto e di tutti: ma preferisci che non ne teniamo troppo conto. Ribaltatore, paradossale e rivoluzionario come nessuno di noi potrà mai esserlo, Tu ora vuoi che si sia noi, gli impotenti, i nullatenenti, gli ignoranti, ad aiutare te… Sei un umorista, Signore? O il più grande degli psicologi? Vuoi farci sentire qualche cosa, noi che non siamo nulla?... Il fatto però è innegabile. Dopo Gesù e con Gesù, Dio si è fatto bambino, nano, fuorilegge, pietra di scandalo, rifiuto della società, condannato a morte, cadavere. E tutto questo davanti agli occhi di tutti. La Trasfigurazione, invece, la Risurrezione, l’Ascensione sono spettacolo riservato a pochi, a pochissimi, nella dimensione dell’umiltà e della fede. Potresti, con una parola, chiamare a tua difesa dodici legioni di Angeli. Ma non lo fai, e ti lasci ridurre come il più misero, il più torturato e sputacchiato degli uomini. Hai creato dal nulla l’universo. Ma poi non metti insieme tanta forza da sostenere sulle spalle una trave di legno. Bisogna costringere uno di noi, che è lì di passaggio, a fare quel lavoro per Te. Il Tuo potere, ormai, è l’impotenza, il Tuo trionfo la sconfitta, il Tuo dominio su di noi è chiedere la nostra collaborazione. Reciti, Signore? Che commedia è questa? Un po’ mi scandalizzo, un po’ resto ammirato. Ma l’ammirazione è quella che rimane. Perché so, so con certezza, che non sei un Dio debole, un Dio sconfitto. Ma vuoi sembrarlo per amor nostro. Non te ne importa di fare brutte figure, purché noi si entri nel Tuo gioco, ci si unisca a Te, si capisca che cos’è che Tu vuoi per il nostro bene. Non gloriarti, Cireneo… Non crederti più forte di quell’uomo esausto al quale hanno tolto la croce per passarla a te. In quell’apparente debolezza c’è più forza che in tutto l’Impero Romano, che in tutti gli imperi di tutti i tempi. È la forza di un amore che le pensa tutte, pur di arrivare fino alla nostra anima; la fierezza di un amore che vuole darti la salvezza senza umiliarti, anzi facendoti credere di avere realmente bisogno di te; il mistero di un amore che non ha mai avuto disgusto di questa creatura umana, che così spesso fa disgusto a se stessa… E il Cireneo, portando quello strumento di martirio, non sa di portare insieme la propria corona di luce. Italo Alighiero Chiusano |
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Digiunare
Fa’ digiunare
il nostro cuore:
Jean Galot, Ritorno alla sorgente |
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La morte di Gesù
Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo spirò. Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: “Veramente quest’uomo era giusto”. Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti. dal Vangelo di San Luca, 23, 44-49 |
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La tomba vuota
Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. dal Vangelo di San Giovanni 20, 1- 9 |
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La Pasqua che vorrei
Io vorrei
donare una cosa al Signore,
Io vorrei
donare una cosa al Signore,
Io vorrei
donare una cosa al Signore,
Io vorrei
donare una cosa al Signore,
padre David Maria Turoldo |
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L’amore perdona
All’Ultima Cena, Gesù accusò - con la stessa gravità e le medesime parole - due dei suoi apostoli. Entrambi avevano commesso i crimini predetti da Gesù. Giuda Iscariota nascose i suoi sentimenti e condannò se stesso. Pietro anche nascose i suoi sentimenti, dopo aver rinnegato tre volte tutto ciò in cui aveva creduto. Ma nel momento decisivo, Pietro capì il vero significato del messaggio di Gesù. Chiese perdono e andò avanti, umiliato. Avrebbe potuto scegliere il suicidio, invece affrontò gli altri apostoli e dovrebbe aver detto: “D’accordo, raccontate i miei errori fino a che esisterà il genere umano. Ma lasciatemi correggerli”. Pietro imparò che l’Amore perdona. Giuda non imparò nulla.
(Paulo Coelho, I racconti del maktub) |
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Verrà l’ora della “notte oscura”
Verrà l’ora della “notte oscura”, in cui tutto ti sembrerà arido e perfino assurdo nelle cose di Dio: non temere. È quella l’ora in cui a lottare con te è Dio stesso: rimuovi da te ogni peccato, con la confessione umile e sincera delle tue colpe e il perdono sacramentale; dona a Dio ancor più del tuo tempo; e lascia che la notte dei sensi e dello spirito diventi per te l’ora della partecipazione alla Passione del Signore. A quel punto, sarà Gesù stesso a portare la tua croce e a condurti con sé verso la gioia di Pasqua. Non ti stupirai, allora, di considerare perfino amabile quella notte, perché la vedrai trasformata per te in notte d’amore, inondata dalla gioia della presenza dell’Amato, ripiena del profumo di Cristo, luminosa della luce di Pasqua.
Mons. Bruno Forte, Messaggio per la Quaresima 2007 |
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La vita è bella, Signore
La vita è bella Signore,
Michel Quoist |
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L’apparizione a Maria di Magdala
Maria invece stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi? ”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto”. Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi? ”. Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria! ”. Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbunì! ”, che significa: Maestro! Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore” e anche ciò che le aveva detto.
dal Vangelo di San Giovanni 20, 11-18 |
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La Veronica racconta
C’era tanta gente fuori dal palazzo del Pretorio, tanta confusione… non capivo che cosa stesse succedendo, così mi sono fatta largo tra la folla e lì ho incontrato Gesù. Senza dire una parola mi sono avvicinata, gli ho sorriso e con delicatezza gli ho asciugato il viso, rigato dal sudore e dal sangue… Volevo dirgli: “Mio Signore, Ti ho tanto cercato e finalmente Ti ho incontrato; il Tuo volto impresso in questa tela, resterà per sempre impresso nel mio cuore”, ma non una parola è uscita dalle mie labbra. Mai dimenticherò quello sguardo, quel viso sofferente, il Suo dolore tra l’indifferenza della gente… |
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La tomba vuota
Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro. Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un Angelo del Signore, sceso dal Cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite. Ma l’Angelo disse alle donne: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l’ho detto”. Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli. Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: “Salute a voi”. Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: “Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno”.
dal Vangelo di San Matteo 28, 1-10 |
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La tua Croce
La sapienza eterna di Dio ha previsto fin dal principio la Croce che Egli ti invia dal profondo del Suo Cuore come un dono prezioso. Prima di inviartela egli l’ha contemplata con i Suoi occhi onniscienti, l’ha meditata col Suo divino intelletto, l’ha esaminata al lume della Sua sapiente giustizia. E le ha dato calore stringendola tra le Sue braccia amorose, l’ha soppesata con ambo le mani se mai non fosse di un millimetro troppo grande o di un milligrammo troppo greve. Poi l’ha benedetta nel Suo Nome Santissimo, l’ha cosparsa col balsamo della Sua Grazia e col profumo del Suo conforto. Poi ha guardato ancora a te, al tuo coraggio... Perciò la Croce viene a te dal Cielo, come un saluto del Signore, come un’elemosina del Suo misericordioso Amore.
San Francesco di Sales |
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Senza amore, è solo fame
Le ali del digiuno sono la misericordia e l’amore, dalle quali esso è preso e portato fino al Cielo, e senza le quali rimane in basso e si avvoltola in terra. Il digiuno senza misericordia è il ritratto della fame, e in nessun modo esso è immagine della santità. Senza l’amore il digiuno è occasione di avarizia, non proposito di sobrietà. Il digiuno senza misericordia non è verità, ma apparenza. Dove invece c’è la misericordia lì c’è anche la verità, come attesta il profeta quando dice: “Misericordia e verità si incontreranno”.
San Pietro Crisologo |
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Sei così vicino alla croce che...
Il Cardinale Angelo Comastri, quando era Arcivescovo di Loreto, ha raccontato che anni prima, a causa di un banale disguido medico, si era ritrovato quasi in fin di vita per problemi cardiaci; era andato in crisi, cosa che gli ha fatto capire quanta strada ancora doveva fare cristianamente. In quei momenti ha telefonato a Madre Teresa di Calcutta, con la quale era in amicizia, per chiederle un qualche conforto. “What wonderful thing!”, “Che cosa meravigliosa!”, era stata la sua risposta. “Madre Teresa, ha capito bene cosa le ho detto? Sto rischiando di morire!”. E lei, ancora: “Sei fortunato: sei così vicino alla Croce che Gesù può baciarti senza neanche fare fatica”. |
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Aiutaci, o Signore
Aiutaci, o Signore, a portare avanti nel mondo e dentro di noi la Tua Risurrezione. Donaci la forza di frantumare tutte le tombe in cui la prepotenza, l'ingiustizia, la ricchezza, l'egoismo, il peccato, la solitudine, la malattia, il tradimento, la miseria, l'indifferenza hanno murato gli uomini vivi. Metti una grande speranza nel cuore gli uomini, specialmente di chi piange. Concedi, a chi non crede in te, di comprendere che la Pasqua è l'unica forza della storia perennemente eversiva. E poi, finalmente, o Signore, restituisci anche noi, tuoi credenti, alla nostra condizione di uomini.
Servo di Dio Tonino Bello |
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Cenere in testa e acqua sui piedi
Cenere in testa e acqua sui piedi. Tra questi due riti, si snoda la strada della Quaresima. Una strada apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal Mercoledì delle Ceneri al Giovedì Santo. Occorre tutta una vita, di cui il Tempo Quaresimale vuole essere la risoluzione in scala. Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all’acqua, più che alle parole… La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare… sui piedi degli altri. Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il camino del nostro ritorno a casa. Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.
Servo di Dio Tonino Bello |
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Donna, non piangere
Donna, le tue lacrime non hanno più motivo di scorrere. Vedi: la collina del Calvario, che l’altro ieri era solo un teschio coperto di fango, oggi si è improvvisamente ricoperta di fiori. Siamo appena al terzo giorno: ma sono bastate queste poche ore perché il mondo facesse un balzo di millenni. No, non misurare sui calendari dell’uomo la distanza che separa quest’alba luminosa dal tramonto livido dell’ultimo venerdì. Non è trascorso del tempo: è passata un’eternità. Donna, tu non lo sai, ma oggi è cominciata la nuova creazione.
Servo di Dio Tonino Bello |
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In cammino verso la Pasqua
Coraggio, gente! La Pasqua ci dice che la nostra storia ha un senso, e non è un insieme di inutili sussulti. Che quelli che stiamo percorrendo non sono sentieri interrotti. Che la nostra esistenza personale non è sospesa nel vuoto né consiste in uno spettacolo senza rete. Precipitiamo in Dio. In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo. Coraggio, gente! La Pasqua prosciughi i ristagni di disperazione sedimentati nel nostro cuore. E, insieme al coraggio di esistere, ci ridia la voglia di camminare.
Servo di Dio Tonino Bello |
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Irrompe la Pasqua
Coraggio! Irrompe la Pasqua! È il giorno dei macigni che rotolano via dall’entrata dei sepolcri. È il tripudio di una notizia che si temeva non potesse giungere più e che corre di bocca in bocca ricreando rapporti nuovi tra vecchi amici. È la gioia delle apparizioni del Risorto che scatena abbracci nel Cenacolo. È la festa degli ex delusi dalla vita, nel cui cuore dilaga ora la speranza. Che sia anche la festa in cui il traboccamento della comunione venga a lambire le sponde della nostra isola solitaria. Aiutaci, Signore, a portare nel mondo e dentro di noi la Tua Risurrezione. Metti una grande speranza nel cuore degli uomini, specialmente di chi piange. Concedi a chi non crede in Te di comprendere che la Tua Pasqua è l’unica forza della storia perennemente eversiva. E poi, finalmente, o Signore, restituisci anche noi, tuoi credenti, alla nostra condizione di uomini. Amen.
Servo di Dio Tonino Bello |
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O Signore risorto
O Signore risorto,
Servo di Dio Tonino Bello |
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Si sale sulla Croce
Servo di Dio Tonino Bello |
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Un mondo nuovo
Riconciliamoci con la gioia. La Pasqua sconfigga il nostro peccato, frantumi le nostre paure e ci faccia vedere le tristezze, le malattie, i soprusi e perfino la morte, dal versante giusto: quello del “terzo giorno”. Da quel versante, le croci sembreranno antenne, piazzate per farci udire la musica del Cielo. Le sofferenze del mondo non saranno per noi i rantoli dell’agonia, ma i travagli del parto. E le stigmate, lasciate dai chiodi nelle nostre mani crocifisse, saranno le feritoie attraverso le quali scorgeremo fin d’ora le luci di un mondo nuovo.
Servo di Dio Tonino Bello |
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Un pieno di gioia 22 febbraio 1993
Carissimi, incomincia il periodo dell’anno più ricco di grazia, che dal Mercoledì delle Ceneri ci porta alla Pasqua della Resurrezione. Dovrebbe essere l’identikit del nostro itinerario cristiano. Si parte con l’anima piena di rimorsi, di peccati e di stanchezza e si giunge nell’estuario della luce e della speranza. Perché tutti sappiamo che il dolore, la morte, la malattia non sono stagioni permanenti della vita, ma sono passaggi che ci introducono nella gioia che non ha tramonti. La mia esortazione quindi, di amico e di vescovo, è che affrontiate sin dall’inizio, con animo deciso al cambiamento, questo tempo di salvezza. Perché non progettate un po’ di digiuno, un po’ di preghiera in più, semplice e autentica che vi metta in rapporto vero con Dio? Gli altri atteggiamenti penitenziali propri della Quaresima potrebbero esprimersi rinnovando i rapporti con le persone, riscoprendone il volto, facendo la pace. Tutto il resto è chiacchiera. Un capitale grossissimo da investire sul versante della nostra crescita comunitaria è quello che ci viene offerto dai nostri sofferenti. Sabato prossimo celebreremo la giornata diocesana dell’ammalato. E io mi rivolgo a voi, protagonisti del mistero della sofferenza, perché facciate un grande offertorio della vostra povertà. Siamo in tanti. Stavolta ci sono in mezzo anch’io e guiderò il popolo della sofferenza davanti al Signore perché Egli dia prosperità e pace alla nostra città. E ora desidero rivolgermi ai giovani. Ogni anno in Quaresima abbiamo vissuto nelle nostre cattedrali incontri carichi di forza e di entusiasmo. Anche quest’anno, nonostante la mia non presenza fisica, v’incontrerete ugualmente guidati da persone che hanno fatto esperienza di Cristo. Sono certo che il bisogno di vedere il volto di Dio e ascoltarne il messaggio, prevalga su tutte le altre gratificazioni di amicizia, d’incontro, di tenerezza, di festa che permeano questi nostri raduni settimanali. Comunque, cari giovani, un affettuosissimo saluto ed un augurio per tutte le cose belle, i progetti, gli affetti che coltivate nel cuore. Per tutti voi, carissimi fedeli, il Signore faccia il pieno già in anticipo della gioia che si sprigionerà dagli otri della Pasqua.
Vostro + don TONINO, Vescovo
Messaggio dettato da don Tonino Bello in occasione dell’inizio della Quaresima. |
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Una Croce...
Servo di Dio Tonino Bello |
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Una reliquia della Tua Passione
Se dovessi
scegliere una reliquia della Tua Passione, |
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Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. Egli è alla destra di Dio, dopo essere salito al Cielo e aver ottenuto la sovranità sugli Angeli, i Principati e le Potenze. 1 Pietro 3, 18. 22 |
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Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla Croce. Dio lo ha innalzato con la Sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a Lui. Atti degli Apostoli 5, 30-32 |
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Signore Gesù Cristo, per noi hai accettato la sorte del chicco di grano che cade in terra e muore per produrre molto frutto (Gv 12, 24). Ci inviti a seguirti su questa via quando dici: “Chi ama la sua vita la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna” (Gv 12, 25). Noi, però, siamo attaccati alla nostra vita. Non vogliamo abbandonarla, ma tenerla tutta per noi stessi. Vogliamo possederla, non offrirla. Ma tu ci precedi e ci mostri che possiamo salvare la nostra vita soltanto donandola. Tramite il nostro accompagnarti sulla Via crucis vuoi condurci sulla via del chicco di grano, la via di una fecondità che giunge fino all’eternità. La croce – l’offerta di noi stessi – ci pesa molto. Ma sulla tua Via crucis tu hai portato anche la mia croce, e non l’hai portata in un qualche momento del passato, perché il tuo amore è contemporaneo alla mia vita. La porti oggi con me e per me, e, in modo mirabile, vuoi che adesso anch’io, come allora Simone di Cirene, porti con te la tua croce e, accompagnandoti, mi ponga con te a servizio della redenzione del mondo. Aiutami perché la mia Via crucis non sia appena il devoto sentimento di un attimo. Aiutaci ad accompagnarti non solo con nobili pensieri, ma a percorrere la tua via con il cuore, anzi, con i passi concreti della nostra vita quotidiana. Aiutaci perché ci incamminiamo con tutto noi stessi sulla via della croce, e rimaniamo per sempre sulla tua via. Liberaci dalla paura della croce, dalla paura di fronte all’altrui derisione, dalla paura che la nostra vita possa sfuggirci se non afferriamo tutto ciò che essa offre. Aiutaci a smascherare le tentazioni che promettono vita, ma le cui profferte, alla fine, ci lasciano soltanto vuoti e delusi. Aiutaci a non impadronirci della vita, ma a donarla. Aiutaci, accompagnandoti sulla via del chicco di grano, a trovare, nel “perdere la vita”, la via dell’amore, la via che veramente ci dona vita, vita in abbondanza (Gv 10, 10).
Benedetto XVI, dalla Via Crucis al Colosseo 2005 |
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Quanto è facile condannare!
Signore, quanto è facile condannare! Quanto è facile lanciare sassi: i sassi del giudizio e della calunnia, i sassi dell’indifferenza e dell’abbandono! Signore, Tu hai scelto di stare dalla parte dei vinti, dalla parte degli umiliati e dei condannati. Aiutaci a non diventare mai carnefici dei fratelli indifesi, aiutaci a prendere coraggiosamente posizione per difendere i deboli, aiutaci a rifiutare l’acqua di Pilato perché non pulisce le mani ma le sporca di sangue innocente.
Card. Angelo Comastri, Via Crucis al Colosseo, Venerdì Santo 2006 |
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Auguri di Pasqua
…Vengo agli auguri di Pasqua. Sono tanti ma essenzialmente uno: che cresca in voi la certezza che dove si cammina nel dolore e nella morte lì il Signore ci conduce attraverso un sentiero di luce, ci innesta nell’albero di vita di Gesù, ci fa vivere una fecondità misteriosa, ci prepara un’eternità di gloria, ci fa abbracciare e salvare il mondo intero, come Gesù quando allargò le braccia sulla croce. Non abbiate paura della croce: è come il bastone di Mosé che percuote la roccia (il nostro cuore a volte è una pietra dura) e ne fa uscire acqua abbondante. Con affetto, don Andrea
don Andrea Santoro, lettera del 2001, appena un anno dopo la sua partenza da Roma |
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Cristo…
Cristo non ci ha redenti perché è morto in Croce, ma Cristo ci ha redenti perché ci ha amati e perché ci ha amati è morto in Croce. Quindi la croce è la manifestazione di un amore che raggiunge il tutto e la definitività, ed è quell’amore lì che ha un potere di redenzione. Non si redime se non attraverso un amore necessariamente passa attraverso la Croce. Cristo non è venuto a toglierci il dolore dal mondo: Cristo è venuto a togliere l’insignificanza della Croce, della tribolazione. È venuto a dare il senso alla Croce. Non solo è venuto a dare il senso alla Croce, ma prima l’ha vissuto Lui e poi ci ha coinvolti perché siamo intimamente uniti a Lui; in Cristo siamo una cosa sola. Ed ecco allora che Gesù ci fa l’invito esplicito, che è l’invito più sconvolgente e più vero e che più redime: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”. Altro che cincischiare sul peccato: per essere non violenti, cari fratelli miei, bisogna essere violenti con sé stessi. Le rivoluzioni, il cristiano, le fa perché le paga sulla propria pelle, su sé stesso e con sé stesso, realmente, senza passare attraverso la violenza.
don Oreste Benzi, da Pane quotidiano |
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Nostro fratello Giuda
Miei cari fratelli, è proprio una scena d’agonia e di cenacolo. Fuori c’è tanto buio e piove. Nella nostra Chiesa, che è diventata il Cenacolo, non piove, non c’è buio, ma c’è una solitudine di cuori di cui forse il Signore porta il peso. C’è un nome, che torna tanto nella preghiera della Messa che sto celebrando in commemorazione del Cenacolo del Signore, un nome che fa’ spavento, il nome di Giuda, il Traditore. Un gruppo di vostri bambini rappresenta gli Apostoli; sono dodici. Quelli sono tutti innocenti, tutti buoni, non hanno ancora imparato a tradire e Dio voglia che non soltanto loro, ma che tutti i nostri figlioli non imparino a tradire il Signore. Chi tradisce il Signore, tradisce la propria anima, tradisce i fratelli, la propria coscienza, il proprio dovere e diventa un infelice. Io mi dimentico per un momento del Signore o meglio il Signore è presente nel riflesso del dolore di questo tradimento, che deve aver dato al cuore del Signore una sofferenza sconfinata. Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. E’ uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getzemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!”. Amico! Questa parola che vi dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, vi fa’ anche capire perché io l’ho chiamato in questo momento fratello. Aveva detto nel Cenacolo non vi chiamerò servi ma amici. Gli Apostoli son diventati gli amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre gli amici. Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro. Vi ho domandato: come mai un apostolo del Signore è finito come traditore? Conoscete voi, o miei cari fratelli, il mistero del male? Sapete dirmi come noi siamo diventati cattivi? Ricordatevi che nessuno di noi in un certo momento non ha scoperto dentro di sé il male. L’abbiamo visto crescere il male, non sappiamo neanche perché ci siamo abbandonati al male, perché siamo diventati dei bestemmiatori, dei negatori. Non sappiamo neanche perché abbiamo voltato le spalle a Cristo e alla Chiesa. Ad un certo momento ecco, è venuto fuori il male, di dove è venuto fuori? Chi ce l’ha insegnato? Chi ci ha corrotto? Chi ci ha tolto l’innocenza? Chi ci ha tolto la fede? Chi ci ha tolto la capacità di credere nel bene, di amare il bene, di accettare il dovere, di affrontare la vita come una missione. Vedete, Giuda, fratello nostro! Fratello in questa comune miseria e in questa sorpresa! Qualcheduno però, deve avere aiutato Giuda a diventare il Traditore. C’è una parola nel Vangelo, che non spiega il mistero del male di Giuda, ma che ce lo mette davanti in un modo impressionante: "Satana lo ha occupato". Ha preso possesso di lui, qualcheduno deve avervelo introdotto. Quanta gente ha il mestiere di Satana: distruggere l’opera di Dio, desolare le coscienze, spargere il dubbio, insinuare l’incredulità, togliere la fiducia in Dio, cancellare il Dio dai cuori di tante creature. Questa è l’opera del male, è l’opera di Satana. Ha agito in Giuda e può agire anche dentro di noi se non stiamo attenti. Per questo il Signore aveva detto ai suoi Apostoli là nell’ orto degli ulivi, quando se li era chiamati vicini: “State svegli e pregate per non entrare in tentazione”. E la tentazione è incominciata col denaro. Le mani che contano il denaro. Che cosa mi date? Che io ve lo metto nelle mani? E gli contarono trenta denari. Ma glieli hanno contati dopo che il Cristo era già stato arrestato e portato davanti al tribunale. Vedete il baratto! L’amico, il maestro, colui che l’aveva scelto, che ne aveva fatto un Apostolo, colui che ci ha fatto un figliolo di Dio; che ci ha dato la dignità, la libertà, la grandezza dei figli di Dio. Ecco! Baratto! Trenta denari! Il piccolo guadagno. Vale poco una coscienza, o miei cari fratelli, trenta denari. E qualche volta anche ci vendiamo per meno di trenta denari. Ecco i nostri guadagni, per cui voi sentite catalogare Giuda come un pessimo affarista. C’è qualcheduno che crede di aver fatto un affare vendendo Cristo, rinnegando Cristo, mettendosi dalla parte dei nemici. Crede di aver guadagnato il posto, un po’ di lavoro, una certa stima, una certa considerazione, tra certi amici i quali godono di poter portare via il meglio che c’è nell’anima e nella coscienza di qualche loro compagno. Ecco vedete il guadagno? Trenta denari! Che cosa diventano questi trenta denari? Ad un certo momento voi vedete un uomo, Giuda, siamo nella giornata di domani, quando il Cristo sta per essere condannato a morte. Forse Lui non aveva immaginato che il suo tradimento arrivasse tanto lontano. Quando ha sentito il crucifigge, quando l’ha visto percosso a morte nell’atrio di Pilato, il traditore trova un gesto, un grande gesto. Va’ dov’erano ancora radunati i capi del popolo, quelli che l’avevano comperato, quella da cui si era lasciato comperare. Ha in mano la borsa, prende i trenta denari, glieli butta, prendete, è il prezzo del sangue del Giusto. Una rivelazione di fede, aveva misurato la gravità del suo misfatto. Non contavano più questi denari. Aveva fatto tanti calcoli, su questi denari. Il denaro. Trenta denari. Che cosa importa della coscienza, che cosa importa essere cristiani? Che cosa ci importa di Dio? Dio non lo si vede, Dio non ci da’ da mangiare, Dio non ci fa’ divertire, Dio non da’ la ragione della nostra vita. I trenta denari. E non abbiamo la forza di tenerli nelle mani. E se ne vanno. Perché dove la coscienza non è tranquilla anche il denaro diventa un tormento. C’è un gesto, un gesto che denota una grandezza umana. Glieli butta là. Credete voi che quella gente capisca qualche cosa? Li raccoglie e dice: “Poiché hanno del sangue, li mettiamo in disparte. Compereremo un po’ di terra e ne faremo un cimitero per i forestieri che muoiono durante la Pasqua e le altre feste grandi del nostro popolo”. Così la scena si cambia, domani sera qui, quando si scoprirà la croce, voi vedrete che ci sono due patiboli, c’è la croce di cristo; c’è un albero, dove il traditore si è impiccato. Povero Giuda. Povero fratello nostro. Il più grande dei peccati, non è quello di vendere il Cristo; è quello di disperare. Anche Pietro aveva negato il Maestro; e poi lo ha guardato e si è messo a piangere e il Signore lo ha ricollocato al suo posto: il suo vicario. Tutti gli Apostoli hanno abbandonato il Signore e son tornati, e il Cristo ha perdonato loro e li ha ripresi con la stessa fiducia. Credete voi che non ci sarebbe stato posto anche per Giuda se avesse voluto, se si fosse portato ai piedi del calvario, se lo avesse guardato almeno a un angolo o a una svolta della strada della Via Crucis: la salvezza sarebbe arrivata anche per lui. Povero Giuda. Una croce e un albero di un impiccato. Dei chiodi e una corda. Provate a confrontare queste due fini. Voi mi direte: “Muore l’uno e muore l’altro”. Io però vorrei domandarvi qual è la morte che voi eleggete, sulla croce come il Cristo, nella speranza del Cristo, o impiccati, disperati, senza niente davanti. Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni. Un corteo che certamente pare che non faccia onore al figliolo di Dio, come qualcheduno lo concepisce, ma che è una grandezza della sua misericordia. E adesso, che prima di riprendere la Messa, ripeterò il gesto di Cristo nell’ ultima cena, lavando i nostri bambini che rappresentano gli Apostoli del Signore in mezzo a noi, baciando quei piedini innocenti, lasciate che io pensi per un momento al Giuda che ho dentro di me, al Giuda che forse anche voi avete dentro. E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico. La Pasqua è questa parola detta ad un povero Giuda come me, detta a dei poveri Giuda come voi. Questa è la gioia: che Cristo ci ama, che Cristo ci perdona, che Cristo non vuole che noi ci disperiamo. Anche quando noi ci rivolteremo tutti i momenti contro di Lui, anche quando lo bestemmieremo, anche quando rifiuteremo il Sacerdote all’ultimo momento della nostra vita, ricordatevi che per Lui noi saremo sempre gli amici.
don Primo Mazzolari, Giovedì Santo 1958 |
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Maria, donna del Sabato Santo
Nelle feste c’è Lui. Nelle vigilie, al centro, c’è Lei. Discreta come brezza d’aprile che ti porta sul limitare di casa profumi di verbene, fiorite al di là della siepe. Ci sono, a volte, degli attimi così densi di mistero, che si ha 1’impressione di averli già sperimentati in altre stagioni della vita. E ci sono degli attimi così gonfi di presentimenti, che vengono vissuti come anticipazioni di beatitudini future. Nel giorno del Sabato Santo, di questi attimi, ce n’è più di qualcuno. E come se cadessero all’improvviso gli argini che comprimono il presente. L’anima, allora, si dilata negli spazi retro stanti delle memorie. Oppure, allungandosi in avanti, giunge a lambire le sponde dell’eterno rubandone i segreti, in rapidi acconti di felicità. Come si spiega, infatti, se non con questo rimpatrio nel passato, il groppo di allusioni che, superata appena la “parasceve”, si dipana al primo augurio di buona Pasqua, e si stempera in mille rigagnoli di ricordi, fluenti tra anse di gesti rituali? La casa, vergine di lavacri, che profuma d’altri tempi. L’amico giunto dopo tanti anni, nei cui capelli già grigi ti attardi a scorgere reliquie d’infanzie comuni. Il dono opulento, là in cucina, tra le cui carte stagnole cerchi invano sapori di antiche sobrietà... quando era viva lei, e la madia nascondeva solo stupori di uova colorate. Il grembo vuoto della chiesa, il cui silenzio trabocca di richiami, e dove nel vespro ti decidi finalmente a entrare, come una volta, per riconciliarti con Dio e sentirti restituire a innocenze perdute. E come si spiega se non col crollo delle dighe erette dai calendari terreni, quel sentimento pervasivo di pace che, nel Sabato Santo, almeno di sfuggita, irrompe dal futuro e ti interpella con strani interrogativi a cui sentì già di poter dare risposte di gioia? C’è un tempo in cui la gente starà sempre a scambiarsi strette di mano e sorrisi, così come fa oggi? Verranno giorni sottratti all’usura delle lacrime? Esistono spazi di gratuità, dove non smetteremo più gli abiti di festa? Ci sono davvero delle stagioni in cui la vita sarà sempre così? Fascino struggente del Sabato Santo, che ti mette nell’anima brividi di solidarietà perfino con le cose e ti fa chiedere se non abbiano anch’esse un futuro di speranza! Che cosa faranno gli alberi stanotte, quando suoneranno a stormo le campane? Le piante del giardino spanderanno insieme, come turiboli d’argento, la gloria delle loro resine? E gli animali del bosco ululeranno i loro concerti mentre in chiesa si canta l’Exultet? Come reagirà il mare, che brontola sotto la scogliera, all’annuncio della Risurrezione? L’Angelo in bianche vesti farà fremere le porte anche dei postriboli? Oltre i cancelli del cimitero, sussulteranno sotto il plenilunio le tombe dei miei morti? E le montagne, non viste da nessuno, danzeranno di gioia attorno alle convalli? Una risposta capace di spiegare il tumulto di queste domande io ce l’avrei. Se nel Sabato Santo il presente sembra oscillare su passato e futuro, è perché protagonista assoluta, sia pur silenziosa, di questa giornata è Maria. Dopo la sepoltura di Gesù, a custodire la fede sulla terra non è rimasta che Lei. Il vento del Golgota ha spento tutte le lampade, ma ha lasciato accesa la sua lucerna. Solo la sua. Per tutta la durata del sabato, quindi, Maria resta l’unico punto di luce in cui si concentrano gli incendi del passato e i roghi del futuro. Quel giorno essa va errando per le strade della terra, con la lucerna tra le mani. Quando la solleva su un versante, fa emergere dalla notte dei tempi memorie di santità; quando la solleva sull’altro, anticipa dai domicili dell’eterno riverberi di imminenti trasfigurazioni. Santa Maria, donna del Sabato Santo, estuario dolcissimo nel quale almeno per un giorno si è raccolta la fede di tutta la Chiesa, Tu sei l’ultimo punto di contatto col Cielo che ha preservato la terra dal tragico blackout della grazia. Guidaci per mano alle soglie della luce, di cui la Pasqua è la sorgente suprema. Stabilizza nel nostro spirito la dolcezza fugace delle memorie, perché nei frammenti del passato possiamo ritrovare la parte migliore di noi stessi. E ridestaci nel cuore, attraverso i segnali del futuro, una intensa nostalgia di rinnovamento, che si traduca in fiducioso impegno a camminare nella storia. Santa Maria, donna del Sabato Santo, aiutaci a capire che, in fondo, tutta la vita, sospesa com’è tra le brume del venerdì e le attese della domenica di Risurrezione, si rassomiglia tanto a quel giorno. È il giorno della speranza, in cui si fa il bucato dei lini intrisi di lacrime e di sangue, e li si asciuga al sole di primavera perché diventino tovaglie di altare. Ripetici, insomma, che non c’è Croce che non abbia le sue deposizioni. Non c’è amarezza umana che non si stemperi in sorriso. Non c’è peccato che non trovi redenzione. Non c’è sepolcro la cui pietra non sia provvisoria sulla sua imboccatura. Anche le gramaglie più nere trascolorano negli abiti della gioia. Le rapsodie più tragiche accennano ai primi passi di danza. E gli ultimi accordi delle cantilene funebri contengono già i motivi festosi dell’Alleluia pasquale. Santa Maria, donna del Sabato Santo, raccontaci come, sul crepuscolo di quel giorno, ti sei preparata all’incontro col tuo figlio Risorto. Quale tunica hai indossato sulle spalle? Quali sandali hai messo ai piedi per correre più veloce sull’erba? Come ti sei annodata sul capo i lunghi capelli di nazarena? Quali parole d’amore ti andavi ripassando segretamente, per dirgliele tutto d’un fiato non appena ti fosse apparso dinanzi? Madre dolcissima, prepara anche noi all’appuntamento con Lui. Destaci l’impazienza del suo domenicale ritorno. Adornaci di vesti nuziali. Per ingannare il tempo, mettiti accanto a noi e facciamo le prove dei canti. Perché qui le ore non passano mai.
don Tonino Bello |
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Abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono…
Lettera di San Paolo agli Ebrei 4, 14; 5, 7-9 |
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Tu non scendesti dalla Croce
Tu non scendesti dalla Croce, quando per schernirti e per provocarti ti gridavano: “Scendi dalla croce, e crederemo che sei proprio Tu!”. Non scendesti perché, anche questa volta, non volesti rendere schiavo l’uomo con un miracolo, perché avevi sete di una fede nata dalla libertà e non dal miracolo. Avevi sete di amore libero, e non dei servili entusiasmi dello schiavo davanti al padrone potente che lo ha terrorizzato una volta per sempre.
Fedor Michajlovic Dostoevskij |
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La via della croce
“Poterti smembrare coi denti e le mani, sapere i tuoi occhi bevuti dai cani, di morire in croce puoi essere grato a un brav’uomo di nome Pilato”.
t’uccide il veleno di queste parole: le voci dei padri di quei neonati, da Erode per te trucidati.
misurano a gocce il dolore che provi; trent’anni hanno atteso col fegato in mano, i rantoli d’un ciarlatano.
per loro non è un pomeriggio di festa; si serran le vesti sugli occhi e sul cuore ma filtra dai veli il dolore:
che le volle schiave già prima di Abramo, con riconoscenza ora soffron la pena di chi perdonò a Maddalena,
una nuova indulgenza insegnò al Padreterno, e guardano in alto, trafitti dal sole, gli spasimi d’un redentore.
sgomenti al pensiero che tu li saluti: “A redimere il mondo” gli serve pensare, il Tuo Sangue può certo bastare.
tra boschi e città la tua Buona Novella, ma questo domani, con fede migliore, stasera è più forte il terrore.
Nessuno di loro ti grida un addio per esser scoperto cugino di Dio: gli apostoli han chiuso le gole alla voce, fratello che sanguini in croce.
ormai che han veduto il tuo sangue di uomo fregiarti le membra di rivoli viola, incapace di nuocere ancora.
ormai ti considera morto abbastanza e già volge lo sguardo a spiar le intenzioni degli umili, degli straccioni.
non sono venuti a esibire un dolore che alla via della croce ha proibito l’ingresso a chi ti ama come se stesso.
non hanno la faccia di chi si compiace dei gesti che ormai ti propone il dolore, eppure hanno un posto d’onore.
Non sono stupiti a vederti la schiena piegata dal legno che a stento trascini, eppure ti stanno vicini.
se sanno morir sulla croce anche loro, a piangerli sotto non han che le madri, in fondo, son solo due ladri.
Fabrizio De Andrè, La buona novella, 1970 |
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Avvicinaci a tuo figlio
Siamo uniti nella preghiera con Te, Madre di Cristo: con Te, che hai partecipato alle sue sofferenze. Tu ci conduci al Cuore del Tuo Figlio agonizzante sulla Croce: quando nella sua spogliazione si rivela fino in fondo come Amore. O Tu, che hai partecipato alle sue sofferenze, permettici di perseverare sempre nell’abbraccio di questo mistero. Madre del Redentore! Avvicinaci al Cuore del Tuo Figlio!
Giovanni Paolo II |
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L’asinello che portò Gesù
In un campo
pascolavano un’asina con il suo puledro. Era stato svezzato da poco
e talvolta, quando si metteva nei guai, cercava ancora il conforto
della sua mamma. Il suo nome era Lollo e aveva grandi orecchie
appuntite e occhioni scuri, intelligenti e furbi. Come tutti i
cuccioli era birbaccione, chiassoso, prepotente. Appena poteva si
allontanava verso i confini del campo cercando di sconfinare e,
quando il padrone andava a riprenderlo, puntava le zampe sul terreno
e non c’era modo di smuoverlo. Bisognava trascinarlo e quanto erano
acuti i suoi ragli di protesta! Il padrone ancora non si decideva a
metterlo al lavoro: era talmente giovane e testone! Una bella
mattina di primavera giungono nel campo degli uomini, parlottano un
po’ col padrone e poi cominciano a guardare verso Lollo. Erano
venuti infatti a fare una richiesta curiosa che riguardava proprio
lui. Questi uomini erano servi di un tale, un certo Nazareno e,
mandati da questo, volevano in prestito proprio Lollo. Serviva al
loro Maestro per entrare in Gerusalemme. Il padrone era perplesso:
“Macché Lollo! Per il vostro Maestro ci vuole un cavallo. Io non ce
l’ho, ma il mio vicino è un soldato e certamente sarà contento di
prestarvi il suo bel cavallo bianco”. Ma quelli insistevano, si
erano proprio fissati! Volevano un asino che fosse giovane che non
avesse mai lavorato. “È il Maestro che lo chiede”, dicevano. “Ma non
temere te lo restituiremo”. Il padrone alzava gli occhi al cielo:
“Ma allora proprio non capite, quest’asino non è adatto! È
prepotente, testone e farà fare a me e al vostro Maestro una brutta
figura. È capace di fermarsi in mezzo alla strada e di non voler più
camminare, se gli gira, incomincia a ragliare così forte e non la
finisce più, e poi, morde!”. E i servi a lui: “Così come è, lo
vuole il Maestro, e Lui non sbaglia! Se ha chiesto quest’asino avrà
i suoi buoni motivi!”. Il padrone allora, avvilito, prende un pezzo
di corda, lo butta intorno al collo di Lollo e lo consegna ai servi.
Lollo è troppo interessato alla faccenda per pensare a fare i
capricci, e docile si lascia legare e condurre fuori del campo.
Fatta poca strada arrivano a un bivio, poco fuori Gerusalemme. Ci
sono uomini, donne e anche bambini che attorniano un giovane uomo. I
servi dirigono proprio verso di Lui: “Ecco, Maestro, questo è
l’asino che avevi chiesto”. Il Maestro si volta, si avvicina a Lollo,
allunga una mano, lo accarezza sulla testa e lo guarda. Anche Lollo
alza gli occhi verso questo bizzarro Maestro che ha voluto a tutti i
costi averlo come cavalcatura, e i suoi occhi si immergono nello
sguardo del Maestro: “Mai nessuno mi aveva guardato così”, dirà poi
Lollo. “Neanche la mia mamma”. È come se con un solo sguardo il
Maestro mi dicesse: “Non temere, va bene così. Sì sei un po’ un
brigante, ma ce la puoi fare. Io mi fido di te e ti voglio bene!
Coraggio! Cominciamo
questo viaggio, sarai tu a portarmi a Gerusalemme”. |
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