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Natale

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Angela Magnoni

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Santa Claus - Babbo Natale
Buon Anno Nuovo
6 Gennaio Epifania del Signore
     

Il Natale cade il 25 dicembre (il 7 gennaio nelle Chiese orientali, per lo slittamento del calendario giuliano). Il termine italiano Natale deriva dal latino natalis che significa "natalizio", "relativo alla nascita".

La Parola di Dio non parla di nessuna data inerente alla Nascita di Gesù, per cui il 25 dicembre non è il giorno Natale del Signore.

La storia ci riporta che il 25 dicembre, i pagani devoti al dio Mitra, celebravano la festa del natale del dio Sole. L'imperatore Aurelio, consacrò un tempio favoloso a questo dio e stabilì la sua solennità al solstizio d'inverno, cioè il 25 dicembre.

L'imperatore Costantino, quando si convertì al cristianesimo (III sec. d.C,), decise di dedicare questa data, non più al giorno natale del dio Sole, ma a quello di Gesù.

Mi sento fortunato, caro Gesù, nel farti gli auguri di buon compleanno.

In ogni Natale Tu sei il festeggiato, ma quante volte noi ci appropriamo della festa…

E Ti lasciamo nell’angolo di un vago ricordo senza impegno, senza cuore e senza ospitalità sincera!

Da duemila anni, ad ogni Natale noi ci scambiamo gli auguri perché avvertiamo che la tua Nascita è anche la nostra nascita, la nascita della Speranza, la nascita dell’Amore, la nascita di Dio nella grotta della nostra povertà.

Però – quanto mi dispiace doverlo riconoscere! – il tuo Natale! Il tuo Natale è minacciato da un falso natale, che prepotentemente ci invade e ci insidia e ci narcotizza fino al punto di non vedere più e non sentire più il richiamo del vero Natale: il tuo Natale!

Quante luci riempiono le vie e le vetrine in questo periodo!

Ma la gente sa che la Luce sei Tu? E se interiormente gli uomini restano al buio, a che serve addobbare la notte con variopinte luminarie? Non è una beffa, o Gesù? Non è un tradimento del Natale? Queste domande, caro Gesù, si affollano nel mio cuore e diventano un invito forte alla conversione.

E noi cristiani mandiamo luce con la nostra vita? E le famiglie e le parrocchie assomigliano veramente a Betlemme? Si vede la stella cometa della testimonianza della vita abitata e trasformata dalla Tua Presenza?

Questi interrogativi non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo evitarli se vogliamo vivere un autentico Natale.

Dalle case e dai luoghi di divertimenti, in questi giorni, escono musiche che vorrebbero essere invito alla gioia. Ma di quale gioia si tratta? Gli uomini hanno scambiato il piacere con la gioia: quale mistificazione! Il piacere è il sollecito della carne e, pertanto, sparisce subito e va continuamente e insaziabilmente ripetuto; la gioia, invece, è il fremito dell’anima che giunge a Betlemme e vede Dio e resta affascinata e coinvolta nella festa dell’Amore puro.

Sarà questa la nostra gioia, sarà questo  il nostro Natale? Gesù, come vorrei che fosse così!

Ma c’è un altro pensiero che mi turba e mi fa sentire tanto distante il nostro natale dal tuo Natale. A Natale, o Gesù, Tu non hai fatto il cenone e non hai prenotato una stanza in un lussuoso albergo di una rinomata stazione sciistica. Tu sei nato povero. Tu hai scelto l’umiltà di una grotta e le braccia di Maria (la “poverella” amava chiamarla Francesco d’Assisi, un grande esperto del Natale vero!).

Come sarebbe bello se a Natale, invece di riempire le case di cose inutili, le svuotassimo per condividere con chi non ha, per fare l’esperienza meravigliosa del dono, per vivere il Natale insieme a Te, o Gesù! Questo sarebbe il regalo natalizio!

A questo punto io ti auguro ancora, con tutto il cuore, buon compleanno, Gesù!

Ma ho paura che la tua Festa non sia la nostra festa.

Cambiaci il cuore, o Gesù, affinché noi diventiamo Betlemme e gustiamo la gioia del tuo Natale con Maria, con Giuseppe, con i pastori, con Francesco d’Assisi, con Papa Giovanni, con Maria Teresa di Calcutta e con tante anime che, con il cuore, hanno preso domicilio a Betlemme.

Buon Natale a tutti… ma ora sapete di quale Natale intendo parlare.

 

Card. Angelo Comastri

Cari amici (parenti e non, credenti e non...),

con questa lettera volevo entrare con voi nel Santo Natale per ricordare e riconoscere insieme che Natale non è solo la festa dei bambini, lo scambio dei regali, l’albero, le luci, i panettoni, i torroni, le tombole, le partite a bestia, i cenoni, i cappelletti, e altre tradizioni piacevoli.

Natale non è qualcosa, bello o brutto che sia, ma è Qualcuno, ci piaccia o no, ci crediamo o no: è Colui che è nato, è Colui che nascendo ha dato vita, forma e nome a questo grande evento.

È stato imitato da tanti e in tante cose, ma è Unico ed inimitabile.

È vero o no che Babbo Natale gli ha copiato il cognome che porta?

È vero o no che le tradizioni natalizie sono “venute” dopo la Sua Venuta?

Meditiamo insieme...

 

Angela Magnoni

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La gloria di Dio non si manifesta…

 

La gloria di Dio non si manifesta nel trionfo e nel potere di un re, non risplende in una città famosa, in un sontuoso palazzo, ma prende dimora nel grembo di una vergine, si rivela nella povertà di un bambino. L’onnipotenza di Dio, anche nella nostra vita, agisce con la forza, spesso silenziosa, della verità e dell’amore. La fede ci dice, allora, che l’indifesa potenza di quel Bambino alla fine vince il rumore delle potenze del mondo.


Benedetto XVI, Udienza Generale, mercoledì, 19 dicembre 2012

Il Natale di oggi

 

Oggi il Natale è diventato

una festa dei negozi,

il cui luccichio abbagliante

nasconde il mistero

dell’umiltà di Dio,

la quale ci invita

all’umiltà e alla semplicità.

Preghiamo il Signore di aiutarci

ad attraversare con lo sguardo

le facciate luccicanti di questo tempo

fino a trovare dietro di esse

il Bambino nella stalla di Betlemme,

per scoprire così la vera gioia

e la vera luce.

 

Benedetto XVI,

 dall’Omelia della Mezza di Mezzanotte,

24 dicembre 2011
Viene proprio Lui

 

Egli si china - viene, proprio Lui,

come bimbo giù fin nella miseria della stalla,

simbolo di ogni necessità e stato di abbandono degli uomini.

Dio scende realmente.

Diventa un bambino

e si mette nella condizione di dipendenza totale

che è propria di un essere umano appena nato.

Il Creatore che tutto tiene nelle sue mani,

dal quale noi tutti dipendiamo,

si fa piccolo e bisognoso dell’amore umano.

 

Benedetto XVI - dall’Omelia della Santa Messa di Mezzanotte - 24 dicembre 2008

La tradizione del Presepe

 

Il presepe è una tradizione cara per la famiglia cristiana di tutto il mondo.

…Ricordo quando mia madre iniziava a farlo la prima domenica di Avvento: era una luce che illuminava la famiglia che si rispecchiava in quella di Betlemme. Nessuno può negare che la nostra storia nasce da Betlemme e dal cristianesimo e chi vive con noi non può impedirci di vivere questa storia.

 

Card. Angelo Comastri

Il significato Cristiano dell’albero di Natale

 

L’origine dell’albero di Natale è incerta.

L’immagine dell’albero come simbolo del rinnovarsi della vita è un popolare tema pagano, presente sia nel mondo antico che medioevale. La derivazione dell’uso moderno della tradizione dell’albero di Natale, tuttavia, non è stata provata con chiarezza. Sicuramente questa usanza risale alla Germania del XVI secolo. Ma esiste una leggenda che risale a molti secoli prima.

Una storia, infatti, lega l’albero di Natale a San Bonifacio, il Santo nato in Inghilterra intorno al 680 e che evangelizzò le popolazioni germaniche. Si narra che Bonifacio affrontò i pagani riuniti presso la “Sacra Quercia del Tuono di Geismar” per adorare il dio Thor. Il Santo, con un gruppo di discepoli, arrivò nella radura dov’era la “Sacra Quercia” e, mentre si stava per compiere un rito sacrificale umano, gridò: “Questa è la vostra Quercia del Tuono e questa è la Croce di Cristo che spezzerà il martello del falso dio Thor”. Presa una scure cominciò a colpire l’albero sacro. Un forte vento si levò all’improvviso, l’albero cadde e si spezzò in quattro parti.

Dietro l’imponente quercia stava un giovane abete verde.

San Bonifacio si rivolse nuovamente ai pagani: “Questo piccolo albero, un giovane figlio della foresta, sarà il vostro sacro albero questa notte. È il legno della pace, poiché le vostre case sono costruite di abete. È il segno di una vita senza fine, poiché le sue foglie sono sempre verdi. Osservate come punta diritto verso il cielo. Che questo sia chiamato l’albero di Cristo bambino; riunitevi intorno ad esso, non nella selva, ma nelle vostre case; là non si compiranno riti di sangue, ma doni d’amore e riti di bontà”.

Bonifacio riuscì a convertire i pagani e il capo del villaggio mise un abete nella sua casa, ponendo sopra ai rami delle candele.

Tra i primi riferimenti storici alla tradizione dell’albero di Natale, la scienza, attraverso l’etnologo Ingeborg Weber-Keller, ha identificato una cronaca di Brema del 1570 che racconta di un albero decorato con mele, noci, datteri e fiori di carta. Ma è la città di Riga, capitale della Lettonia, a proclamarsi sede del primo albero di Natale della storia: nella sua piazza principale si trova una targa scritta in otto lingue, secondo cui il “primo albero di capodanno” fu addobbato nella città nel 1510.

L’usanza di avere un albero decorato durante il periodo natalizio si diffuse nel XVII secolo e agli inizi del secolo successivo era già pratica comune in tutte le città della Renania.

Per molto tempo la tradizione dell’albero di Natale rimase tipica delle regioni protestanti della Germania e solo nei primi decenni del XIX secolo si diffuse nei paesi cattolici. A Vienna l’albero di Natale apparve ufficialmente nel 1816, per volere della principessa Henrietta von Nassau Weilburg, mentre in Francia fu importato dalla duchessa di Orléans nel 1940. Oggi la tradizione dell’albero di Natale è universalmente accettata anche nel mondo cattolico. Papa Giovanni Paolo II lo introdusse nel suo pontificato facendo allestire, accanto al Presepe, un grande albero di Natale proprio in piazza San Pietro.

 

http://www.amicidilazzaro.it/index.php/il-significato-cristiano-dellalbero-di-natale/

A nascita d’u Bambinuzzu

canzone natalizia calabrese

 

C’era appuntu nu vecchiarellu,

caminava pe’ la via

e tirava lu somarellu,

supra a lu bastu purtava a Maria.

 

Eranu stanchi, ma dopu truvaru

‘na gritticeddha: vardaru e trasiru,

‘nu letticeddhu di pagghia cunzaru,

s’arripusaru, prigaru e durmiru.

 

A menza notti ‘nu pasturellu

chiamava: “Genti, curriti pi’ cca!”.

Svegliava tuttu lu paisellu,

vuliva dari la novità.

 

Vitti ‘nd’o celu ‘na cosa chi brilla,

si spaventava e diciva: “Chi fu ”.

Supra la grutta calava ‘na stilla,

l’Angiulu dissi: “È natu Gesù”.

 

Cu’ l’aiutu di l’asinellu

e cu’ l’aiutu di Maria

respirava lu boicellu,

si scaldava lu Messia.

 
 
I due asinelli

 

Alla grotta di Betlemme arrivarono arrancando, anche due asinelli. Erano stanchi e macilenti. Le loro groppe erano spelacchiate piagate dai pesanti sacchi che il mugnaio loro padrone, caricava quotidianamente e dai colpi di bastone che non risparmiava. Avevano sentito i pastori parlare del Re dei Re venuto dal Cielo ed erano accorsi anche loro. Seguirono quella stella e davanti alla grotta, rimasero a contemplare il Bambino. Lo adorarono, pregarono come tutti e misero ai Suoi piedi,  come dono l’unica cosa che avevano: la loro vita. E i loro dolori, le loro pene... All’uscita li attendeva lo spietato mugnaio e i due asinelli ripartirono a testa bassa, con il pesante basto sulla groppa. “Non serve a niente”, disse uno, “ho pregato il Messia che mi togliesse il peso e non lo ha fatto”. “Io invece”, ribatté l’altro, che trotterellava con un certo vigore, “gli ho chiesto di darmi la forza di portarlo!”.

 

E se qualcuno ti dice: “La vita è dura”, chiedigli: “In confronto a che cosa?”.

 

don Bruno Ferrero

Un papà per Natale

 

“Mi raccomando, non stropicciateli subito!”, Gabriella, la catechista, cominciò a distribuire i fogli e le buste ad ogni bambino. Fogli e buste avevano dei simpatici fregi dorati sull’angolo destro e un grazioso Bambin Gesù nella mangiatoia in quello sinistro. Fabio prese il suo foglio con un attimo di esitazione. Non aveva voglia di scrivere la lettera a Gesù Bambino, questa volta. “Scrivete bene... e soprattutto, per una volta, siate sinceri! Quando avete finito piegate il foglio, infilatela nella busta e sigillate. Avete capito?”, diceva Gabriella, che sparava le parole come una mitragliatrice. “Poi mettete le buste in questo cestino che porteremo insieme nel presepio grande della scuola. Avete capito?”.

I bambini cominciarono a cinguettare. “Io chiedo i pattini con le rotelle in linea”, diceva Rosalba. “lo l’abbonamento all’antenna parabolica”, annunciava Michael, che aveva il padre ingegnere. “Io invece voglio la tuta della Juventus”, proclamava Marco, lo sportivo del gruppo. “E tu Fabio?”, chiese Gabriella, arruffandogli affettuosamente i capelli. “Adesso ci penso”, rispose sottovoce il bambino. Stringeva le labbra come se stesse per scoppiare a piangere. Si chinò sul foglio e con la sua grossa calligrafia infantile scrisse una frase. Una soltanto, breve, ma che gli veniva proprio dal cuore. Firmò: “Il tuo amico Fabio” e cominciò l’operazione di piegatura del foglio, con la solita diligenza, e la lingua che gli spuntava appena tra le labbra, a indicare tutto l’impegno che ci metteva. Gabriella gli stava alle spalle e aveva potuto leggere la richiesta di Fabio. Tossì, perché le venivano le lacrime agli occhi. Lei intuiva la sofferenza che Fabio cercava di dissimulare, quel velo di malinconia che lo prendeva all’ora di andare a casa. Il papà di Fabio non c’era più. Se n’era andato. E il bambino ne soffriva tanto, come di una ferita che non si rimargina. La sua lettera a Gesù Bambino diceva così: “Caro Gesù Bambino, per Natale mandami un papà buono. Grazie. Il tuo amico Fabio”.

“Credo sia la lettera più difficile che riceverai, caro Gesù”, pensò Gabriella. Le letterine furono raccolte, tra le proteste dei bambini che erano arrivati solo ad elencare una dozzina di richieste. Prima di collocarle nel Presepio, con un gesto rapido, Gabriella mise la lettera di Fabio davanti a tutte le altre. “Comincia da questa, per favore”, mormorò rivolta al Bambino di gesso, che se ne stava con le braccine spalancate sulla paglia finta della mangiatoia di plastica.

Venne il giorno di Natale. Fabio si svegliò presto, con l’eccitazione delle grandi giornate. Girandosi nel letto sentiva il fruscio della carta dei regali vicino ai piedi. Se ne stette un bel po’ ad occhi chiusi, per godersi l'attesa della sorpresa. Era pur sempre Natale! Aprì i pacchetti avvolti in carta colorata e dorata, lentamente. Riconobbe i regali dei nonni, quelli della mamma, la tuta da sci che di certo era un regalo dello zio Luigi. “Poi, ci sono anch’io!”. La voce, pacata e profonda, lo fece trasalire. C’era un uomo accanto al suo letto. Aveva i capelli scuri e ricciuti, una folta barba nera sul volto abbronzato, e un sorriso dolce come lo sguardo. Indossava una morbida felpa azzurra e pantaloni di fustagno. Fabio era soprattutto meravigliato dal fatto di non provare paura. Non era proprio un fifone, ma pauroso sì. E trovarsi uno sconosciuto improvvisamente accanto al letto, in condizioni normali, gli avrebbe provocato per lo meno una serie di urla terrificanti. Invece quell’uomo gli dava soltanto una serena sicurezza. Come se lo conoscesse da sempre. In quel momento entrò la mamma: “Tanti auguri, tesoro!”. Lo abbracciò. “Ti piacciono i regali?”. Fabio ricambiò l’abbraccio. “Sì, grazie”, mormorò. “È presto ancora. Ti preparerò una buona colazione. Ma ora stai qui al caldo a pigrottare un po’”. La mamma gli accarezzò i capelli e uscì. “Ma... ma... non l’ha visto!”, disse Fabio rivolto all’uomo misterioso. “No. Io sono il tuo regalo, non il suo”, sorrise l’uomo.

Cominciò così una giornata memorabile della vita di Fabio. Si alzò e si lavò a tempo di record. Nell’attesa, l’uomo aveva preso i quaderni di Fabio e li esaminava con interesse. “Bravo!”, disse alla fine. “Hai fatto dei bei progressi, ultimamente” . Fabio annuì con fierezza. “Ho ancora qualche problema con le doppie...”, aggiunse virtuosamente. “Ma ce la farai, ne sono certo”, aggiunse l’uomo e gli mise una mano sulla spalla. Una sensazione bellissima per Fabio. “Tu hai dei figli?”, chiese, esitando ancora. “Ho un figlio, sì”, rispose l’uomo. “Ma oggi, sei tu mio figlio”. La mamma spuntò improvvisamente sulla porta. “Cosa fai? Parli da solo?”. “No... Dicevo una poesia ad alta voce”. “Per favore, vai in cantina a prendere un barattolo di marmellata... Se vuoi la crostata a mezzogiorno!”, continuò la mamma. Scendere in cantina per Fabio era una tortura. Tutte quelle ombre polverose lo riempivano di angoscia. Di solito faceva mille storie o fingeva di dimenticarsi. Come se avesse capito tutto, l’uomo si alzò e disse: “Andiamo!”, e lo prese per mano. Era una manona energica, tiepida, protettiva, che infondeva una tranquilla sicurezza. Il cigolio della porta della cantina, che quando scendeva da solo gli ricordava lo stridio dei denti di un mostro nascosto nell’ombra, adesso gli sembrò comico. “Ci vorrebbe un po’ d’olio sui cardini”, disse.

La pacata presenza dell’uomo accanto a lui, trasformò la cantina, da antro polveroso disseminato di oscure insidie e misteriose presenze, in una stanza qualunque, zeppa di mobili vecchi, giochi rotti, qualche bottiglia e barattoli di pomodori pelati. Prese un barattolo di marmellata e si girò per uscire. Ma l’uomo lo fermò. “Perché non fai un giro con quella?”, disse indicando una bicicletta nuova appoggiata al muro. Fabio arrossì. “Non ci so andare... Nessuno ha tempo per insegnarmi”. “Magnifico, infilati una giacca a vento e andiamo. Il viale è deserto”. Incredulo, il bambino portò la bicicletta sulla strada. L’uomo lo aiutò a salire in sella e gli disse di incominciare a pedalare. Fabio incominciò traballando, ma l’uomo reggeva saldamente la bicicletta e gli camminava accanto. Provarono e riprovarono. A tratti, l’uomo lasciava la presa e il bambino pedalava da solo, finché riuscì a trovare il punto di equilibrio e partì in una lunga felice pedalata. Aveva imparato. “Grazie!”, ansimò all’uomo che lo accolse fingendo di applaudire. “Rientriamo, ora. Sei sudato e fa freddo”. “Solo più un giro”, supplicò il bambino. D’accordo. Ma uno solo!”.

Rientrò in casa gridando: “Ho imparato, mamma, ho imparato ad andare in bicicletta!”.
“Da solo?”, chiese la mamma. “Beh... veramente...”. L’uomo si portò l’indice sulle labbra e fece segno al bambino di tacere. “Stai tranquillo un attimo che devo preparare il pranzo”, continuò la mamma. “Fra un po’ arrivano i nonni”. L’uomo aiutò il bambino a riporre la bicicletta e l’accompagnò nella sua cameretta. “Come farai per il pranzo?”. “Ti aspetterò qui. Ne approfitterò per rimettere in sesto il tuo armadio”.
Infatti, quando tornò nella sua cameretta, Fabio vide che le ante dell’armadio chiudevano perfettamente e che i piani erano ben diritti. Sembrava un armadio nuovo. “Ci sai fare”, disse. “È il mio mestiere”, bisbigliò l’uomo, poi aggiunse: “Potresti insegnarmi questo gioco, intanto”. Giocarono una serie memorabile di partite a Scarabeo. Poi fecero una lunga passeggiata insieme (Fabio disse alla mamma che andava all’Oratorio). A cena gli occhi del bambino brillavano di stanchezza e di felicità. La mamma lo fissava con qualche perplessità: non riusciva a capire perché il bambino continuasse a rivolgere lo sguardo verso il lato vuoto della tavola. Una volta lo sorprese addirittura a sorridere. Fabio andò a letto prima del solito. Si infilò sotto le coperte e l’uomo gli sistemò la trapunta a scacchi bianchi e neri e si sedette sul letto accanto a lui. “Diciamo le preghiere insieme, prima che arrivi la mamma?”. “Certo”, disse l’uomo e sorrise. Dopo le preghiere, l’uomo strinse la mano del bambino. “Devi andartene, vero?”, sussurrò Fabio. “Eh sì!”.

“Una giornata passa in fretta”, ammise malinconicamente il bambino. “Sei un bravo ragazzo e tutti ti vogliono bene. Devi voler bene alla mamma e anche al tuo papà. Dovunque sia, rimane il tuo papà”. “Io quando sarò grande e avrò dei bambini li amerò sempre e starò sempre con loro”, promise Fabio. “Sì. È così che devi fare. E io, in qualche modo, ti sarò accanto e ti aiuterò”. “Non mi hai neanche detto come ti chiami”. “Giuseppe”. L’uomo lo accarezzò. Le sue grosse mani da operaio sprigionavano un’infinita tenerezza. “Sei stato il più bel regalo di Natale”, bisbigliò Fabio prima di addormentarsi.

Hanno rubato Gesù bambino

 

GLI ALTRI CI SONO TUTTI.
I pastori, le pecore.
L’acquaiola, il pescatore,
l’Angelo sopra la grotta.
Ma hanno rubato Gesù bambino.
C’è la stalla, tutta in ordine,
ci sono l’asino e il bue,
c’è Maria e naturalmente Giuseppe.
Ci sono le case, le palme,
la fontanella e il cielo stellato.
Ma hanno rubato Gesù bambino.
GUARDATE MEGLIO,
guardate dentro la grotta,
la mangiatoia è vuota,
dove sarà scivolato?
Se l’hanno rubato
forse gli avranno fatto male.
Maria sorride. Ma a chi,
se sulla paglia non c’è nessuno?
E Giuseppe è chinato.
Ma su cosa? lo sa soltanto lui.
Hanno rubato Gesù bambino.
A chi rivolgono l’asino e il bue
i loro fiati di gesso?
Non c’è nessuno lì dentro,
da riscaldare.
Magi, avete fatto un viaggio inutile,
tornatevene a casa,
perché Gesù Bambino lo hanno rubato.
La stella non ha nessuna strada da indicare,
la grotta nessun segreto da proteggere,
e l’Angelo
nessuna buona notizia da annunciare.
HANNO RUBATO GESÙ BAMBINO.
Forse lo ha preso un profugo
prima di lasciare casa sua,
prima di salire su una di quelle navi
cariche di tanti profughi come lui.
Forse è finito nella tasca del giubbotto
di un condannato a morte,
e ora dorme beato accanto a quel cuore
che tra poco non batterà più.
Dormi, bimbo rubato,
dormi nella sacca del povero monaco perseguitato.
È lui che ti ha portato via?
Oppure sei finito nella capanna di paglia
del povero missionario?
Cosa ci fai, così bianco e rosa
in un paese dove i bambini sono tutti neri?
Hanno rubato Gesù Bambino.
Forse l’ha preso il bimbo soldato
per farsi passare la paura,
quando imbraccia il fucile,
e t’ha confuso per giocattolo.
Gioca, Gesù bambino,
Tu e il fucile, due giocattoli come altri,
nelle mani del bimbo soldato.
HANNO RUBATO GESÙ BAMBINO,
nessuno sa dove è finito.
Forse sul comodino
di quel vecchio signore solo,
accanto alle medicine,
e alle foto dei figli,
che lo hanno abbandonato.
Forse lo stringe nel pugno un torturato,
per aggrapparsi a una cosa qualunque,
una cosa che lo leghi alla vita.
HANNO RUBATO GESÙ BAMBINO.
Cercatelo attentamente:
nei ripostigli, nei cuori,
tra le carte degli uomini d’affari
che andavano quella mattina
dentro le Twin Towers,
nelle tasche dei vigili del fuoco,
tra le pieghe dei caffettani, dei beduini,
nelle sacche degli extracomunitari,
e fra le pagine dei libri di scuola...

CERCATE,
cercate attentamente,
perché hanno rubato Gesù bambino
perché Gesù bambino
appartiene al mondo
perché il mondo è davvero
il suo Presepe più grande.

 

Laura De Luca

Bingo Davvero, ed. Paoline

Dialogo tra Cielo e Terra

 

E cielo e terra e mare invocano

la nuova Luce che sorge sul mondo,

Luce che irrompe nel cuore dell’uomo,

luce allo stesso splendore del giorno.

 

Tu come un sole percorri la via,

passi attraverso la notte dei tempi

e dentro il grido di tutto il Creato,

sopra la voce di tutti i Profeti.

 

A Te che sveli le Sacre Scritture

ed ogni storia dell’uomo di sempre,

a Te che sciogli l’enigma del mondo

il nostro canto di grazia e di lode.

 

padre David Maria Turoldo

‘U Santu Bambinu

canzone natalizia calabrese

 

Santu Bambinumiu,

pruviditi tutti i piccirilli,

manna loru: (uogliu e farina).

 

Chista eí la festa e duí principali:

bonu venutu lu Santu Natali!

Santu Bambinu miu,

chissu munnu eí chyiína e míbroglia

tutta a genti síeí stancata

e tíadurari unníha chíjuí voglia!

 

Lu patrunu della tavula

eílu: (baccala í grispiellu)

puri i vruocculi ammullicati

i turruni, i susumielli;

e spianni ëa nnuí spuntunu:

cíeí nuí piattu e capitunu!

Supra a tavula e duí mípiegatu

chilla sira cíeí tutibeni:

a tridicesima eí spitiata,

amaru chilli cuuí la teni!

 

Iu tíaduru, Bambiniellu,

ricchizzunu, troccaniellu,

allu munnu porta a paci

ccuí venissi ëncunu ribiellu!

Níchjnocchiatu avanti a grutta

e nuí presepiu e povariellu

San Giuseppe fatigava, a Madonna

líanninnava, cum dormia lu Bambiniellu!

 

Chista eí la festa e du principali

eí bonu venutu lu Santu Natali!

La leggenda delle palle dell’albero di Natale

 

Un artista di strada molto povero si trovava a Betlemme qualche giorno dopo alla nascita di Gesù. Voleva andare a trovarlo ma non aveva niente da portargli. Poi gli venne in mente un’idea: fare quello che gli riusciva meglio, il giocoliere! così si recò da Gesù e, con la sua arte, lo fece ridere.

Da quel giorno per ricordarci delle risate di Gesù Bambino si appendono delle palline colorate all’albero di Natale.

La corona d’Avvento

 

La Corona (o ghirlanda) d’Avvento ha origine da un simbolo pagano adottato poi dal cristianesimo, per ricordare lo scorrere del tempo e il Natale che si sta avvicinando, per invitarci a viverlo ed accoglierlo in preghiera, soprattutto nella famiglia. 

La corona è composta con ramoscelli di alberi sempreverdi, simbolo della continuità della vita, decorati con nastri e altro.

All’interno ci sono cinque candele: quattro (tre viola e una rosa) sono posizionate ai margini interni dei ramoscelli sempreverdi, la quarta (bianca) è posizionata al centro delle altre.

La forma circolare della ghirlanda ci riporta all’eternità di Dio, che non ha né inizio né fine, all’immortalità dell’anima e alla vita eterna in Cristo. La corona è anche simbolo di regalità e vittoria: annuncia che il Bambino che stiamo attendendo è il Re che viene a vincere le tenebre con la sua luce.

Si utilizza in chiesa a partire dalla Prima settimana d’Avvento: le candele vengono accese, una alla settimana, durante la celebrazione della Santa Messa domenicale o già il sabato sera quando c’è la Messa Vespertina.

Negli ultimi decenni la corona viene usata anche nelle famiglie, piccole chiese domestiche, dove le candele vengono accese quando la famiglia è riunita. La tradizione vuole che sia il più piccolo ad accenderle. Si possono accendere anche durante la settimana, quando si prega o si mangia insieme o quando arriva un ospite.

La prima è la Candela del Profeta. È viola, colore del Tempo Liturgico, della penitenza e dell’attesa, ed è la candela della speranza. Ci ricorda che molti secoli prima della nascita di Gesù, i profeti ne hanno predetto la venuta. Il profeta Michea ha detto perfino che sarebbe nato a Betlemme.

La seconda candela, viola, è definita Candela di Betlemme, la candela della chiamata universale alla salvezza, e ci ricorda il luogo dove è nato il nostro Salvatore.

La terza candela, chiamata Candela dei Pastori, è rosa, la candela della gioia, poiché i pastori sono stati i primi a visitare ed adorare il bambino Gesù e a raccontare della sua nascita.

La quarta candela, viola, è detta Candela degli Angeli, in onore degli Angeli che hanno annunciato agli uomini la nascita di Gesù.

L’ultima, posta al centro delle altre, è quella bianca e raffigura Gesù, Luce del mondo: viene accesa la notte di Natale.

 

Angela Magnoni (liberamente tratto da testi del web)

1 In principio era il Verbo,

       il Verbo era presso Dio

       e il Verbo era Dio.

       2 Egli era in principio presso Dio:

       3 tutto è stato fatto per mezzo di lui,

       e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che

       esiste.

       4 In lui era la vita

       e la vita era la luce degli uomini;

       5 la luce splende nelle tenebre,

       ma le tenebre non l’hanno accolta.

9 Veniva nel mondo

       la luce vera,

       quella che illumina ogni uomo.

       10 Egli era nel mondo,

       e il mondo fu fatto per mezzo di lui,

       eppure il mondo non lo riconobbe.

       11 Venne fra la sua gente,

       ma i suoi non l’hanno accolto.

       12 A quanti però l’hanno accolto,

       ha dato potere di diventare figli di Dio:

       a quelli che credono nel suo nome,

14 E il Verbo si fece carne

       e venne ad abitare in mezzo a noi;

       e noi vedemmo la sua gloria,

       gloria come di unigenito dal Padre,

       pieno di grazia e di verità.

 

 

(Giovanni 1, 1-5.9-14)

PERCHÉ DIO SI È FATTO UOMO

 

Volle essere bambino perché tu potessi diventare uomo perfetto.

Egli fu stretto in fasce perché tu fossi sciolto dai lacci della morte.

Egli nacque in una stalla per porre te sugli altari.

Egli fu in terra affinché tu raggiungessi le stelle.

 

S. AMBROGIO

L'ASINO NEL PRESEPE

 

Un asino riuscì un giorno ad entrare ‑ chissà perché e chissà come ‑ in una chiesa di campagna. Si era sotto Natale e proprio in quella chiesa si poteva ammirare un magnifico presepio, allestito con cura e amore.

L'asino osservò a lungo la misteriosa rappresentazione, così perfetta nei dettagli, dalla stella cometa alle figurine inginocchiate, adoranti, sulla soglia della stalla.

Quando infine riconobbe un suo simile, alto poco più che una spanna, ma indiscutibilmente somaresco, pensò che quello fosse dunque lo scopo della messinscena: il presepe era per onorare l'asino!

‑ Tutti onorano me ‑ esclamò con stolta sicurezza, ‑ sono io il centro e il cuore del presepe!

(Il libro degli esempi, a c. di P. DAUBRIGY)

IL FLAUTO DEL PASTORELLO

 

 

C'era una volta un vecchio pastore, che non si stancava mai di ripetere:

‑ Verrà il grande Re. Verrà il Re dell'amore.

‑ Quando verrà? ‑ chiedeva il nipotino.

‑ Presto!                          

‑ Porterà una corona d'oro?

‑ Sì, sì, ma sarà il Re dell'amore.

Il nipotino, nell'attesa, si esercitava con passione a suonare il flauto; voleva essere pronto per quando fosse venuto il re. Voleva suonargli la più bella canzone...

Una notte su Betlemme apparve una stella e gli Angeli dissero ai pastori: ‑ Non abbiate paura; è nato il Salvatore; è nato il re che viene a portarci l'amore.

Il ragazzo per primo corse avanti, verso la luce; ma la stella non si fermò sopra una reggia, ma su una capanna; egli vide non un re, ma un bambino povero... e ne fu deluso.

Era dunque questo il grande re che il nonno aveva pre­detto?  No! Doveva esserci un errore!

Il ragazzo si voltò deluso, pieno di dispetto. Si allontanò nella notte... Ma da lontano sentì piangere il bambino e quel lamento gli toccò il cuore.

E tornò alla grotta. Vide il piccolo Gesù tra Maria e Giuseppe, che gli tendeva le manine, piangendo. Tirò fuori il suo flauto e si mise a suonare le più belle armonie che aveva imparato. Il Bambino si quietò subito. Guardò il ragazzo e gli sorrise.

Allora egli si rallegrò e sentì che quel sorriso lo arricchiva più di tutto l'oro del mondo.

IL DONO DEI DONI

 

Si legge in un racconto che un giorno Gesù tornò visibilmente sulla terra: era Natale e c'erano molti bambini riuniti per una festa. Gesù si presentò in mezzo a loro che lo riconobbero e lo acclamarono. Poi, uno di loro, cominciò a chiedere che dono Gesù avesse portato e a poco a poco tutti i bambini gli chiesero dove fossero i doni. Gesù rispondeva e allargava le braccia.

Finalmente un bambino disse: «Vedete che non ci ha portato niente? Allora è vero ciò che dice mio papà: che la religione non serve a niente, non ci dà niente, non ha nessun regalo per noi!».

Ma un altro bambino replicò: «Gesù, allargando le braccia, vuol dire che ci porta se stesso, che è lui il dono, è lui che si dona a noi come fratello, come Figlio di Dio per farci tutti figli di Dio come lo è lui».

 

Card. C. M. MARTINI

A Natale

 

Signore Gesù, 

ti contempliamo 

nella povertà di Betlemme, 

rendici testimoni del tuo amore, 

di quell'amore 

che ti ha spinto a spogliarti 

della gloria divina, 

per venire a nascere 

fra gli uomini 

e a morire per noi. 

Infondi in noi il tuo Spirito, 

perché la grazia dell'Incarnazione 

susciti in ogni credente l'impegno 

di una più generosa corrispondenza 

alla vita nuova 

ricevuta nel Battesimo. 

Fa' che la luce di questa notte 

più splendente del giorno 

si proietti sul futuro 

e orienti i passi dell'umanità 

sulla via della pace. 

Tu, Principe della Pace, 

tu, Salvatore nato oggi per noi, 

cammina con la Chiesa 

sulla strada che le si apre dinanzi 

nel nuovo millennio.

Papa Giovanni Paolo II°

VIENI DI NOTTE

Vieni di notte,
ma nel nostro cuore è sempre notte:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni in silenzio,
noi non sappiamo più cosa dirci:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni in solitudine,
ma ognuno di noi è sempre più solo:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni, Figlio della pace,
noi ignoriamo cosa sia la pace:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni a liberarci,
noi siamo sempre più schiavi:
E dunque vieni sempre, Signore.
Vieni a consolarci,
noi siamo sempre più tristi:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni a cercarci,
noi siamo sempre più perduti,:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni, tu che ci ami:
nessuno è in comunione col fratello
se prima non è con te, o Signore.
Noi siamo tutti lontani, smarriti,
né sappiamo chi siamo, cosa vogliamo.
Vieni, Signore. Vieni sempre, Signore.

 

David Maria Turoldo

A Gesù Bambino

 

 

La notte è scesa

e brilla la cometa

che ha segnato il cammino.

Sono davanti a Te, Santo Bambino!

Tu, Re dell’universo,

ci hai insegnato

che tutte le creature sono uguali,

che le distingue solo la bontà,

tesoro immenso,

dato al povero e al ricco.

Gesù, fa’ ch’io sia buono,

che in cuore non abbia che dolcezza.

Fa’ che il tuo dono

s’accresca in me ogni giorno

e intorno lo diffonda,

nel Tuo nome.

 

Umberto Saba

AUGURI   SCOMODI

 

 

Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo.

Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.

Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati.

Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!

Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali

e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.

Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.

Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.

Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.

Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.

Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame.

I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi.

Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.

Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano.
Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative.

I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge ”, e scrutano l’aurora,

vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio.

E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi.

Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.

 

Tonino Bello

È Natale...
 

È Natale ogni volta che sorridi a un fratello
e gli tendi la mano;
ogni volta che rimani in silenzio per ascoltare un altro;
ogni volta che volgi la schiena ai principi
che cacciano gli oppressi ai margini del loro isolamento;
ogni volta che speri con i prigionieri
gli oppressi dal peso della povertà fisica, morale e spirituale;
ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza!
È Natale ogni volta che permetti al Signore
di amare gli altri attraverso di te...

 

Santa Teresa di Calcutta

La leggenda del Pettirosso.

 

Un piccolo uccellino marrone divideva la stalla a Betlemme con la Sacra famiglia. La notte, mentre la famiglia dormiva, notò che il fuoco si stava spegnendo. Così volò giù verso le braci e tenne il fuoco vivo con il movimento delle ali per tutta la notte, per tenere al caldo Gesù bambino.
Al mattino, era stato premiato con un bel petto rosso brillante come simbolo del suo amore per il neonato re.

BAMBINO GESÙ

 

Asciuga, Bambino Gesù, le lacrime dei fanciulli!
accarezza il malato e l'anziano!
Spingi gli uomini a deporre le armi
e a stringersi in un
universale abbraccio di pace!
Invita i popoli, misericordioso Gesù,
ad abbattere i muri creati
dalla miseria e dalla disoccupazione,
dall'ignoranza e dall'indifferenza,
dalla discriminazione e dall'intolleranza.
Sei Tu, Divino Bambino di Betlemme,
che ci salvi liberandoci dal peccato.
Sei Tu il vero e unico Salvatore,
che l'umanità spesso cerca a tentoni.
Dio della Pace, dono di pace all'intera umanità,
vieni a vivere nel cuore di ogni uomo
e di ogni famiglia.
Sii Tu la nostra pace e la nostra gioia!

Amen.

 

Giovanni Paolo II°

SANTA MESSA DI MEZZANOTTE

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE

Basilica Vaticana
Martedì, 25 dicembre 2007

 

Per Maria si compirono i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (cfr Lc 2,6s). Queste frasi, sempre di nuovo ci toccano il cuore. È arrivato il momento che l’Angelo aveva preannunziato a Nazaret: “Darai alla luce un figlio e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo” (cfr Lc 1,31)…

...Possiamo immaginare con quanta preparazione interiore, con quanto amore Maria sia andata incontro a quell’ora. Il breve accenno: “Lo avvolse in fasce” ci lascia intravedere qualcosa della santa gioia e dello zelo silenzioso di quella preparazione. Erano pronte le fasce, affinché il bimbo potesse essere accolto bene. Ma nell’albergo non c’è posto. In qualche modo l’umanità attende Dio, la sua vicinanza. Ma quando arriva il momento, non ha posto per Lui. È tanto occupata con se stessa, ha bisogno di tutto lo spazio e di tutto il tempo in modo così esigente per le proprie cose, che non rimane nulla per l’altro – per il prossimo, per il povero, per Dio. E quanto più gli uomini diventano ricchi, tanto più riempiono tutto con se stessi. Tanto meno può entrare l’altro…

…Abbiamo tempo per il prossimo che ha bisogno della nostra, della mia parola, del mio affetto? Per il sofferente che ha bisogno di aiuto? Per il profugo o il rifugiato che cerca asilo? Abbiamo tempo e spazio per Dio? Può Egli entrare nella nostra vita? Trova uno spazio in noi, o abbiamo occupato tutti gli spazi del nostro pensiero, del nostro agire, della nostra vita per noi stessi?

… “A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). Esistono quelli che lo accolgono e così, a cominciare dalla stalla, dall’esterno, cresce silenziosamente la nuova casa, la nuova città, il nuovo mondo. Il messaggio di Natale ci fa riconoscere il buio di un mondo chiuso, e con ciò illustra senz’altro una realtà che vediamo quotidianamente. Ma esso ci dice anche, che Dio non si lascia chiudere fuori. Egli trova uno spazio, entrando magari per la stalla; esistono degli uomini che vedono la sua luce e la trasmettono…

…Se siamo pastori o sapienti – la luce e il suo messaggio ci chiamano a metterci in cammino, ad uscire dalla chiusura dei nostri desideri ed interessi per andare incontro al Signore ed adorarlo. Lo adoriamo aprendo il mondo alla verità, al bene, a Cristo, al servizio di quanti sono emarginati e nei quali Egli ci attende.

…È l’incontro con Gesù Cristo che ci rende capaci di sentire il canto degli Angeli, creando così la vera musica che decade quando perdiamo questo con-cantare e con-sentire. Nella stalla di Betlemme cielo e terra si toccano. Il cielo è venuto sulla terra. Per questo, da lì emana una luce per tutti i tempi; per questo lì s’accende la gioia; per questo lì nasce il canto…

…Il cielo non appartiene alla geografia dello spazio, ma alla geografia del cuore. È il cuore di Dio, nella Notte santa, si è chinato giù fin nella stalla: l’umiltà di Dio è il cielo. E se andiamo incontro a questa umiltà, allora tocchiamo il cielo. Allora diventa nuova anche la terra. Con l’umiltà dei pastori mettiamoci in cammino, in questa Notte santa, verso il Bimbo nella stalla! Tocchiamo l’umiltà di Dio, il cuore di Dio! Allora la sua gioia toccherà noi e renderà più luminoso il mondo. Amen.

Il Presepe vivente di Greccio

 

Nel Natale 1223 San Francesco realizza in Greccio con l'aiuto della popolazione locale e di Giovanni Velìta, signore dei luoghi, un presepe vivente con l'intento di ricreare la mistica atmosfera del Natale di Betlemme, per vedere con i propri occhi dove nacque Gesù. Tutto fu approntato e, con l'autorizzazione di Papa Onorio III, in quella notte si realizzò il primo presepio vivente nel mondo. I personaggi che nella notte del 1223 animarono il "Presepio di San Francesco" sono quelli tramandati dalla tradizione e dalle fonti storiche, gli scritti di Tommaso da Celano e San Bonaventura: - San Francesco: che nel suo peregrinare giunge sul monte di Greccio nel 1208, dove incontra Messer Giovanni Velìta e la popolazione locale per farli partecipi della sua idea e chiedere la collaborazione necessaria alla realizzazione del progetto; - Giovanni Velìta: Signore di Greccio, discendente dai conti di Celano e della famiglia Berardi, che divenne grande amico del santo e con lui collabora al progetto. Nonostante la sua avanzata età, non esitò a raggiungere San Francesco sui monti di Greccio per convincerlo a trasferirsi nel borgo e la, nei pressi di Fonte Colombo, il santo di Assisi gli espresse il desiderio di rivivere a Greccio il mistero del Natale di Betlemme; - Alticama: figlia di Guido Castelli, Signore di Stroncone, sposa di Giovanni Velìta, che partecipa attivamente all'evento costruendo con le sue mani il simulacro del Bambino Gesù; - gli araldi: guardie e servi fedeli del nobile Velìta che lo assistono in ogni sua attività e si recano in tutta la valle a convocare le genti per il Natale di Greccio; - i nobili: cortigiani testimoni degli avvenimenti di quella mistica notte, vissuta al seguito del loro signore; - i frati: compagni di Francesco, che lo seguivano fedelmente dovunque come frà Leone, frà Rugino, frà Angelo, tre seguaci che in futuro, da Greccio, diedero testimonianza scritta della vita di San Francesco nella "Leggenda dei tre Compagni"; - il Popolo infine che accorre in massa al richiamo degli araldi portando ceri e fiaccole per rischiarare quella notte speciale, risalendo la selva con canti e preghiere animato da una fede profonda risvegliata in loro dal poverello di Assisi.

 
 

La pecora nera

C’era una volta una pecora diversa da tutte le altre. Le pecore, si sa, sono bianche; lei invece era nera, nera come la pece. Quando passava per i campi tutti la deridevano, perché in un gregge tutto bianco spiccava come una macchia di inchiostro su un lenzuolo bianco: “Guarda una pecora nera! Che animale originale; chi crede mai di essere?”. Anche le compagne pecore le gridavano dietro: “Pecora sbagliata, non sai che le pecore devono essere tutte uguali, tutte avvolte di bianca lana?”.
La pecora nera non ne poteva più, quelle parole erano come pietre e non riusciva a digerirle.
E così decise di uscire dal gregge e andarsene sui monti, da sola: almeno là avrebbe potuto brucare in pace e riposarsi all'ombra dei pini. Ma nemmeno in montagna trovò pace. “Che vivere è questo? Sempre da sola!”, si diceva dopo che il sole tramontava e la notte arrivava. Una sera, con la faccia tutta piena di lacrime, vide lontano una grotta illuminata da una debole luce. “Dormirò là dentro” e si mise a correre. Correva come se qualcuno la attirasse. “Chi sei?”, le domandò una voce appena fu entrata.
“Sono una pecora che nessuno vuole: una pecora nera! Mi hanno buttata fuori dei gregge”.
”La stessa cosa è capitata a noi! Anche per noi non c'era posto con gli altri nell'albergo. Abbiamo dovuto ripararci qui, io Giuseppe e mia moglie Maria. Proprio qui ci è nato un bel bambino. Eccolo!”.
La pecora nera era piena di gioia. Prima di tutte le altre poteva vedere il piccolo Gesù. “Avrà freddo; lasciate che mi metta vicino per riscaldarlo!”. Maria e Giuseppe risposero con un sorriso. La pecora si avvicinò stretta stretta al bambino e lo accarezzò con la sua lana. Gesù si svegliò e le bisbigliò nell'orecchio: “Proprio per questo sono venuto: per le pecore smarrite!”. La pecora si mise a belare di felicità. Dal cielo gli angeli intonarono il “Gloria”.

Natale.

Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l'asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v'è pace nel cuore dell'uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c'è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?



Salvatore Quasimodo

CHE NE DICI SIGNORE?

Tu che ne dici o Signore, se in questo Natale
faccio un bell'albero dentro il mio cuore e ci attacco,
invece dei regali, i nomi di tutti i miei amici?
Gli amici lontani e vicini. Gli antichi e i nuovi.
Quelli che vedo tutti i giorni e quelli che vedo di rado.
Quelli che ricordo sempre
e quelli che, alle volte, restano dimenticati.
Quelli costanti e intermittenti.
Quelli delle ore difficili e quelli delle ore allegre.
Quelli che, senza volerlo, mi hanno fatto soffrire.
Quelli che conosco profondamente
e quelli dei quali conosco solo le apparenze.
Quelli che mi devono poco e quelli ai quali devo molto.
I miei amici semplici ed i miei amici importanti.
I nomi di tutti quelli che sono già passati nella mia vita.
Un albero con radici molto profonde
perché i loro nomi non escano mai dal mio cuore.
Un albero dai rami molto grandi,
perché nuovi nomi venuti da tutto il mondo
si uniscano ai già esistenti.
Un albero con un'ombra molto gradevole,
la nostra amicizia sia un momento di riposo
durante le lotte della vita.

Anonimo

Giuseppe e il pastore

Quella notte d'inverno, fredda e rigida, Giuseppe cercava disperatamente qualcosa che potesse riscaldare sua moglie e il figlio appena nato. Era andato di casa in casa, aveva bussato a tutte le porte, ma nessuno gli aveva dato un po' di carbone o una fascina di legna. Camminò fino ad essere esausto. Quando oramai credeva inutile ogni ricerca scorse in un campo un bagliore di fuoco. Corse verso di esso. Un gregge di pecore si riscaldava intorno alla fiamma mentre un vecchio pastore lo sorvegliava. Quando il pastore, che era un vecchio scorbutico, vide avvicinarsi il forestiero afferrò il lungo bastone ferrato e glielo scagliò contro. Giuseppe non fece una mossa per scansarlo, ma prima che lo raggiungesse il bastone deviò la traiettoria e cadde a terra innocuo. Giuseppe si avvicinò al pastore e disse gentilmente: “Ho bisogno di aiuto: per favore posso prendere alcuni carboni ardenti? Mia moglie ha appena messo al mondo un bambino e devo accendere un fuoco per riscaldarli”.
Il pastore avrebbe preferito rifiutare, ma vedendo che Giuseppe non aveva niente per trasportare le braci volle prendersi gioco di lui: “Prendine quanti ne vuoi,” disse. Giuseppe, senza scomporsi, raccolse le braci a mani nude e le mise nel suo mantello come se fossero nocciole o mele.
Il pastore disse meravigliato: “Che notte è mai questa?”. Pieno di curiosità seguì Giuseppe e giunse così alla stalla dove c'erano Maria e il bambino adagiato sulla fredda paglia. Il suo cuore si intenerì. Per la prima volta provò il grande desiderio di offrire qualche cosa. Tirò fuori dallo zaino una morbida pelle di pecora e la offrì a Giuseppe perché vi avvolgesse il bambino. In quel momento i suoi occhi si aprirono e vide gli angeli e la gloria di Dio che circondava la mangiatoia dove il bambino sorrideva contento. Il pastore si inginocchiò tutto felice perché aveva capito che in quella notte il suo cuore si era aperto all'amore.

DIO IN FASCE

 

E così, Dio scomparso, che voglio averti.
Piccolo cembalo di farina per il neonato.
Brezza e materia unite nell'espressione esatta
per amor della carne che non sa il tuo nome.
E così, forma breve d'inafferrabile rumore,
Dio in fasce, Cristo minuscolo ed eterno,
mille volte ripetuto, morto, crocifisso,
dall'impura parola dell'uomo che suda.

“Non c’era posto per loro nell’albergo…” Che Gesù possa trovare nel nostro cuore un rifugio accogliente!

 

La Notte Santa accoglie il Bimbo Gesù, affinché ogni oscurità del nostro cuore possa accogliere la Luce di Cristo.

 

Dio ci ama. Lui è arrivato e vuole abitare con noi. (Benedetto XVI – Santa Messa Notte di Natale 2005)

 

Dio è così grande che può farsi piccolo. Dio è così forte che può farsi inerme. (Benedetto XVI – Santa Messa Notte di Natale 2005)

 

Il Natale è un mistero sempre nuovo e non invecchia mai.

 

Dio non ci lascia brancolare nel buio: ha assunto un volto umano. Solo questo Dio ci salva dalla paura del mondo e dall’ansia di fronte al vuoto della nostra esistenza. (Benedetto XVI°)

 

La notte ha accolto le stelle. La mangiatoia ha accolto il Salvatore. Possa il nostro cuore accogliere la gioia del Natale.

 

Nell’oscurità la Luce ha plasmato tutto quello che i nostri occhi vedono, perché noi potessimo gioire nel sapere che tutto quello che abbiamo è stato voluto da Dio, solo per noi.

 

Nella Notte è nata la Luce vera: un Bambino che sa illuminare  guidare ogni creatura.

 

Gesù è entrato nella storia di ognuno di noi. Il nostro compito è poterlo riconoscere come Signore della nostra vita.

 

Dio ci ha creato pensando ad un amore infinito. Guardandoci con tenerezza ci ha donato tutto quello che aveva creato. Per cantare ancora il Suo Amore, si è fatto Bambino per noi.

 

Nel silenzio e nella semplicità Dio si è fatto Bambino. Cerchiamo la Sua Voce rassicurante e il Suo Amore. Lo troveremo nel silenzio e nella semplicità.

 

Ciascuno di noi porta nel cuore una Notte: notte di dolori, di peccati, di ansie o di paure. Non dobbiamo temere: Gesù nasce nella notte!

“Vivere questo tempo forte con vigile preghiera e generoso impegno evangelico”. E’ l’invito rivolto dal Papa ai giovani per il tempo liturgico dell’Avvento, che comincia domenica prossima. Salutando i pellegrini di lingua italiana, al termine dell’udienza generale di oggi, Benedetto XVI si è rivolto in particolare, come di consueto, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Agli sposi novelli ha raccomandato di “essere testimoni dello spirito di amore che ama e sostiene il popolo di Dio”.

C’è un sentimento che spesso proviamo nei confronti delle infelicità che incontriamo nella vita: la compassione. Ci fa compassione un povero, un ammalato, una persona coinvolta in una disgrazia. E’ un sentimento che ci permette di condividere  il dolore e possibilmente anche la speranza del suo superamento.

Gesù spesso ha compassione, ha questo amore che sente l’altro come se stesso. Nel vangelo è descritto come ciò che prova una madre nei confronti del dolore del figlio, le si rivoltano le viscere, prova si di sé ciò che viene vissuto dal figlio. Prova questi sentimenti Gesù per la folla che lo sta seguendo da tre giorni senza mangiare, tanta è la sete della sua parola. Sono i tre giorni di attesa della risurrezione delle loro vite...

 …Avvento è attendere un Gesù che ha compassione ancora di queste folle assetate di giustizia e di una parola di speranza che tutti gli uomini possono esprimere a suo nome.

E la risposta di Gesù è concreta. Gesù domanda aiuto ai discepoli. Quanti pani avete? Che potete mettere in campo voi con le vostre vite con la passione per il Regno che vi state alimentando? Poca roba, anzi niente. Ma quel povero niente non è mai un ostacolo per Gesù, anzi è la forza della debolezza, di chi pone la sua fiducia in Dio. Fa sedere tutti alla sua mensa, un anticipo della mensa della vita della mensa dell’Eucaristia. In quella moltiplicazione dei pani è prefigurata la sua disponibilità fino alla morte per ogni uomo e per ogni povero del mondo.

Il Natale che ci prepariamo a vivere deve diventare questa mensa imbandita per tutti, non può essere l’ostentazione dello spreco, ma la gara della solidarietà, la gioia di condividere con tutti fede e giustizia, bene che è Dio e beni che sono i suoi doni. Dio è sempre dono, sempre più grande di ogni nostra attesa.

A questa mensa c’è una Parola che fa da riferimento. C’è Lui, c’è Gesù. Lui è la roccia su cui si può scommettere, su cui possiamo ancorare ogni nostro progetto, ogni nostra prospettiva, il futuro, le attese, la speranza. Molti hanno scommesso su di Lui e si sono trovati dalla parte della vita. Chi invece ha preso Gesù come soprammobile da comodino, ha fatto del Natale un giro per negozi e forse anche per presepi, ma non lo ha voluto incontrare, si troverà sempre a terra, senza speranza..

 

Mons. Domenico Sigalini

Un Dio per l'uomo

Concilio Vaticano II°, Gaudium et spes, n. 22

Nel mistero del Cristo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo. Cristo rivelando il mistero del Padre e del suo Amore, svela pienamente l'uomo all'uomo e la sua altissima vocazione. Egli è l'uomo perfetto. Egli restituisce all'uomo la somiglianza con Dio. In lui la natura umana è stata assunta e innalzata a dignità sublime. Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d, uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo. Agnello innocente, col suo sangue sparso, ci ha meritato la vita e, in lui, Dio ci ha riconciliati a sé e tra di noi. Ci ha strappati dalla schiavitù del peccato. Il cristiano, reso conforme all'immagine del Figlio che è il primogenito tra tanti fratelli, riceve le primizie dello Spirito, diviene capace di adempiere la legge nuova dell'amore. Tale e così grande è il mistero dell'uomo che Cristo ci ha rivelato! Per Cristo e in Cristo riceve luce quel mistero della morte e del dolore, che al di fuori del Vangelo ci opprime. Con la sua morte Egli ha distrutto la morte, con la sua risurrezione, a noi, ha fatto dono della vita, perché anche noi, diventando figli col Figlio, possiamo regnare esclamando nello Spirito: Abbà, Padre.

Abbandonare se stessi

Amare, vuol sempre solo dire abbandonare se stessi.
Per darsi agli altri .....

Signore, aiutami a dimenticarmi per gli uomini miei fratelli,
Perché dando me stesso impari ad amare.

Se la nota dicesse: non è una nota che fa la musica …
non ci sarebbero le sinfonie
Se la parola dicesse: non è una parola che può fare una pagina … non ci sarebbero i libri
Se la pietra dicesse: non è una pietra che può alzare un muro … non ci sarebbero le case
Se il chicco di grano dicesse: non è un chicco di grano che può seminare il campo … non ci sarebbe il pane
Se l'uomo dicesse: non è un gesto d'amore che può salvare l'umanità … non ci sarebbero mai né giustizia né pace, né dignità né felicità nella terra degli uomini

Come la sinfonia ha bisogno di ogni nota
Come il libro ha bisogno di ogni parola
Come la casa ha bisogno di ogni pietra
Come la messe ha bisogno di ogni chicco
così l'umanità intera ha bisogno di te,

qui dove sei, unico, e perciò insostituibile.

 

(Michel Quoist )

La Notte Santa

- Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell'osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

Il campanile scocca
lentamente le sei.

- Avete un po' di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po' di posto per me e per Giuseppe?
- Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe

Il campanile scocca
lentamente le sette.

- Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
- Tutto l'albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell'osteria più sotto.

Il campanile scocca
lentamente le otto.

- O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
- S'attende la cometa. Tutto l'albergo ho pieno
d'astronomi e di dotti, qui giunti d'ogni dove.

Il campanile scocca
lentamente le nove.

- Ostessa dei Tre Merli, pietà d'una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
- Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci...

Il campanile scocca
lentamente le dieci.

- Oste di Cesarea... - Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L'albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell'alta e bassa gente.

Il campanile scocca
le undici lentamente.

La neve! - ecco una stalla! - Avrà posto per due?
- Che freddo! - Siamo a sosta - Ma quanta neve, quanta!
Un po' ci scalderanno quell'asino e quel bue...
Maria già trascolora, divinamente affranta...

Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d'un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!

Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill'anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill'anni s'attese
quest'ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!
Risplende d'un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

(Guido Gozzano)

 

Leggenda di Natale

 
In un piccolo paese di nome Kressburg, in Germania, viveva una vecchia signora di oltre cent’anni: si chiamava Kate. Una sera, la sera del ventiquattro dicembre, nella piccola casa entrà improvvisamente la Morte: era passata dalla porta chiusa, silenziosamente.

Kate, che stava sferruzzando, alzò gli occhi su di lei: “È ora?”, chiese ansiosa.

“È ora”, rispose la Morte.

“Aspetta ancora un po’, te ne prego!”, supplicò la vecchina. “Devo finire questa maglia di lana”.

“Quanto tempo ti occorre?”.

Kate diede un  rapido sguardo al lavoro, fece mentalmente un breve conto e rispose: “Due ore. Due ore mi bastano”.

“È troppo”.

“Ma io devo assolutamente finire la maglia. Tutti gli anni ne faccio una per il Bambino che nasce. E se non riesco a finirla, il Bambino avrà freddo. Non senti che gelo?”

“Due ore di ritardo nell’ubbidire alle leggi di Dio", rispose la Morte, “significano duecento anni di pene da scontarsi in Purgatorio prima di raggiungere la Pace Divina”.

La vecchina ebbe uno sgomento. Ma poi scosse il capo: “Non importa rispose”.

”Il Bambino, senza maglia, soffrirebbe. Duecento anni? Pazienza”.

E continuò a sferruzzare veloce, mentre la Morte, in un angolo, attendeva.

Mancavano pochi minuti alla mezzanotte, Kate alzò il capo: ”Sono pronta”, disse alla Morte.

Uscirono insieme e s’incamminarono vicine sotto il cielo coperto di stelle. Sulla grande strada alberata dovettero fermarsi. Circondato da un alone di bianchissima luce, avanzava il Bambino che si recava a Betlemme. La vecchina s’inginocchiò e, quando Egli le fu vicino, gli porse la maglia.

Il Bambino si fermò, guardò la Morte che attendeva poco discosta e chiese: ”Dove andate?”.

“A scontare duecento anni di pene per raggiungere la felicità eterna” ...rispose la vecchina.

Il Bambino la fece alzare e rivoltosi alla Morte disse: “Vattene! L’accompagno Io”.

Prese per mano la vecchia Kate e ritornò indietro sulla via percorsa, fino in Paradiso.

Poi riprese il cammino per andare a Betlemme: ma quando vi giunse era mezzanotte e cinque minuti.

Kressburg, in Germania, è l’unico paese del mondo cristiano in cui le campane suonino la gloria della nascita del Redentore cinque minuti dopo la mezzanotte.


(Cristoforo De Vivo)

 

Luce, Pace, Amore

 

La pace guardò in basso
e vide la guerra,
"Là voglio andare" disse la pace.

L'amore guardò in basso
e vide l'odio,
"Là voglio andare" disse l'amore.

La luce guardò in basso
e vide il buio,
"Là voglio andare" disse la luce.

Così apparve la luce
e risplendette.

Così apparve la pace
e offrì riposo.

Così apparve l'amore
e portò vita.

(L. Housman)

Sulla Nascita

  

Giunto è il tempo fortunato

in cui nascer Egli deve,

il Signor, come uno sposo,

dal suo talamo se n'esce,

stretto forte alla sua sposa

che a braccio Egli conduce.

La dolcissima sua Madre

giù lo adagia sul presepio

in mezzo ad alcuni animali

che ivi si trovano.

L'uomo lieto innalza i canti,

l'Angel sacra melodia,

festeggiando gli sponsali

avvenuti tra quei due.

Dio però nel suo presepe

geme e grosse lacrime versa,

sono gioielli che la sposa

per lo sposalizio porta.

Stupefatta è la sua Madre

dello scambio che essa vede:

pianto umano scorge in Dio,

e nell'uomo gioia piena,

di cui l'uno e l'altro alieno

per natura essere soleva.

 

S. Giovanni della Croce

Dice Dio...

“Va’, Figlio mio,

va’, mia Immagine,

va’ a dire loro chi sono,

e per che cosa li ho fatti.

Di’ loro, di’ loro, a tutti,

che li conosco

ciascuno per nome

e che contano infinitamente

ai miei occhi.

Così tu sarai in mezzo a loro

il mio viso umano:

tu ti farai bambino tra i bambini

e il loro gioco

diventerà la gioia di Dio.

Tu piangerai le loro lacrime:

e la loro sofferenza

diventerà la sofferenza di Dio.

Tu griderai con le loro grida

e le loro grida

diventeranno le grida di Dio.

Testimone di me,

fino alla fine, se è necessario,

perché sappiano tutti

che sono chiamati alla felicità…”

 

(dagli scritti di don Andrea Santoro)

La piccola fiammiferaia

C'era una volta...

Era l'ultimo giorno dell'anno: faceva molto freddo e cominciava a nevicare. Una povera bambina camminava per la strada con la testa e i piedi nudi. Quando era uscita di casa, aveva ai piedi le pantofole che, però, non aveva potuto tenere per molto tempo, essendo troppo grandi per lei e già troppo usate dalla madre negli anni precedenti. Le pantofole erano così sformate che la bambina le aveva perse attraversando di corsa una strada: una era caduta in un canaletto di scolo dell'acqua, l'altra era stata portata via da un monello. La bambina camminava con i piedi lividi dal freddo. Teneva nel suo vecchio grembiule un gran numero di fiammiferi che non era riuscita a vendere a nessuno perché le strade erano deserte. Per la piccola venditrice era stata una brutta giornata e le sue tasche erano vuote. La bambina aveva molta fame e molto freddo. Sui suoi lunghi capelli biondi cadevano i fiocchi di neve mentre tutte le finestre erano illuminate e i profumi degli arrosti si diffondevano nella strada; era l'ultimo giorno dell'anno e lei non pensava ad altro! Si sedette in un angolo, fra due case. Il freddo l'assaliva sempre più. Non osava ritornarsene a casa senza un soldo, perché il padre l'avrebbe picchiata. Per riscaldarsi le dita congelate, prese un fiammifero dalla scatola e crac! Lo strofinò contro il muro. Si accese una fiamma calda e brillante. Si accese una luce bizzarra, alla bambina sembrò di vedere una stufa di rame luccicante nella quale bruciavano alcuni ceppi. Avvicinò i suoi piedini al fuoco... ma la fiamma si spense e la stufa scomparve. La bambina accese un secondo fiammifero: questa volta la luce fu così intensa che poté immaginare nella casa vicina una tavola ricoperta da una bianca tovaglia sulla quale erano sistemati piatti deliziosi, decorati graziosamente. Un'oca arrosto le strizzò l'occhio e subito si diresse verso di lei. La bambina le tese le mani... ma la visione scomparve quando si spense il fiammifero. Giunse così la notte. "Ancora uno!" disse la bambina. Crac! Appena acceso, s'immaginò di essere vicina ad un albero di Natale. Era ancora più bello di quello che aveva visto l'anno prima nella vetrina di un negozio. Mille candeline brillavano sui suoi rami, illuminando giocattoli meravigliosi. Volle afferrarli... il fiammifero si spense... le fiammelle sembrarono salire in cielo... ma in realtà erano le stelle. Una di loro cadde, tracciando una lunga scia nella notte. La bambina pensò allora alla nonna, che amava tanto, ma che era morta. La vecchia nonna le aveva detto spesso: Quando cade una stella, c' è un'anima che sale in cielo". La bambina prese un'altro fiammifero e lo strofinò sul muro: nella luce le sembrò di vedere la nonna con un lungo grembiule sulla gonna e uno scialle frangiato sulle spalle. Le sorrise con dolcezza. - Nonna! - gridò la bambina tendendole le braccia, - portami con te! So che quando il fiammifero si spegnerà anche tu sparirai come la stufa di rame, l'oca arrostita e il bell'albero di Natale. La bambina allora accese rapidamente i fiammiferi di un'altra scatoletta, uno dopo l'altro, perché voleva continuare a vedere la nonna. I fiammiferi diffusero una luce più intensa di quella del giorno: "Vieni!" disse la nonna, prendendo la bambina fra le braccia e volarono via insieme nel gran bagliore. Erano così leggere che arrivarono velocemente in Paradiso; là dove non fa freddo e non si soffre la fame! Al mattino del primo giorno dell'anno nuovo, i primi passanti scoprirono il corpicino senza vita della bambina. Pensarono che la piccola avesse voluto riscaldarsi con la debole fiamma dei fiammiferi le cui scatole erano per terra. Non potevano sapere che la nonna era venuta a cercarla per portarla in cielo con lei. Nessuno di loro era degno di conoscere un simile segreto!

H. C. Andersen

IL DONO DEL RAGNO

Non tutti erano felici, quando nacque Gesù. Un uomo era furioso e sconvolto. Il re Erode, che governava la Palestina per conto dei Romani, era morso da una díssennata gelosia. Aveva sentito dai Magi che a Betlemme era nato un re. Immaginò un piano feroce: uccidere tutti i bambini della città.

I soldati di Erode portarono terrore e dolore in molte case felici. Giuseppe e Maria presero il Bambino Gesù e si incammi­narono in fretta verso l'Egítto.

La sera del primo giorno di fuga, stanchi e affamati, cercarono rifugio in una grotta. Faceva freddo, tanto freddo che la terra era bianca di brina.

La famigliola si sistemò come poté in un angolo. Stavano stretti stretti, per scaldarsi un po'. Di accendere un fuoco non si parlava nemmeno. Si sentivano in lontananza galoppare i cavalli dei soldati.

Giuseppe e Maria credevano che nessuno li avesse visti. In realtà un testimone c'era. Un piccolo ragno che si dondolava attaccato ad un filo proprio all'entrata della grotta. Quando il ragno vide il bambino Gesù, desiderò molto fare qualcosa per lui. Sapeva che tanti animali fortunati avevano potuto fargli a loro dono.

Decise di fare la sola cosa che poteva fare un ragno: tessere la sua tela di fronte all'entrata della caverna, per fare una bella e delicata tendina.

Improvvisamente, lungo il sentiero, venne un drappello di soldati di Erode. Cercavano il bambino per ucciderlo. Quando giunsero alla grotta, stavano per entrare e perquisirla, ma il comandante notò la ragnatela. La brina bianca l'aveva ricoperta e sembrava una serie di trine stese a chiudere l'entrata della grotta.

«Lasciate stare» disse il comandante. «Non vedete che c'è una grossa ragnatela intatta? Se qualcuno fosse entrato nella grotta l'avrebbe certamente rotta!».

1 soldati passarono oltre. Così un piccolo ragno salvò la vita a Gesù facendo l'unica cosa che sapeva veramente fare: tessere la sua ragnatela.

Per questo, ancora oggi, mettiamo «baffi» e frange scintillanti sugli alberi di Natale e nelle case. 1 nastri scintillanti rappresen­tano i fili della ragnatela, bianca per la brina, indorati dai raggi della luna, che stavano all'entrata della grotta sulla via dell'E­gitto.

E ricordiamo il dono del piccolo ragno che salvò la vita a Gesù. 

 (B. FERRERO, Tutte storie, LDC)

Natale

 

Mio Dio, mio Dio,

per celebrare il Natale

noi alziamo i nostri abeti

più alti dei nostri monumenti....

Appendiamo sempre più in alto

le nostre luci

e le nostre stelle al neon.

È la scalata allo straordinario,

all'eccezionale nelle idee dei regali,

alle follie.

Prepariamo le tavole

e le liste dei pranzi.

Ci alziamo sulla punta dei piedi

davanti alle vetrine illuminate,

nelle file di attesa...

Ci serve un Natale

su misura per le nostre ambizioni....

La povertà è divenuta

la festa dei ricchi.

Il silenzio della notte

la festa del rumore.

Mio Dio, mio Dio,

noi abbiamo fatto di Natale

una scalata,

una promozione,

un'ascesa sociale,

mentre il tuo Natale

si raccoglie per terra,

come terreno freddo

e paglia di una stalla.

Abbiamo fatto di Natale

la festa

delle stelle e delle luci,

mentre il tuo Natale

non si trova

che a condizione di abbassarsi

tanto da mettersi in ginocchio.

 

dagli scritti di don Andrea Santoro

Durante il tempo che precedeva il Natale, passavo lunghi momenti davanti al presepio a guardare la Madonna e, ai suoi piedi il Neonato. Un’immagine così semplice segna la vita. Permette un giorno di cogliere che, attraverso il Cristo, Dio stesso è venuto in mezzo a noi.

La notte di Natale andavo in chiesa. Quando avevo cinque o sei anni abitavamo un paesino in montagna e bisognava camminare nella neve. Poiché ero il più giovane, mio papà mi teneva per mano. Mia mamma, mio fratello maggiore e le mie sette sorelle mi seguivano. Mio padre mi indicava nel cielo aperto la stella dei pastori che gli stessi Magi avevano visto.

Quelle immagini mi ritornano in mente quando si legge il testo dell’apostolo Pietro dove scrive: “Guardate a Cristo come luce che brilla nella notte, finché non splenda il giorno e non si levi nei vostri cuori la stella del mattino”.

 

(Frère Roger, fondatore della Comunità di Taizé)

LA FESTA DEL 'DARE' DEL 'PRENDERE' ?

 

Avviso per i «pastori» un po' distratti. Stanno allestendo le stelle nelle strade. Sono belle, attraenti, rendono più bella e affascinante la città, creano il clima di festa, fanno aleggiare poeticamente la magica atmosfera del Natale. Però, attenzione! Queste stelle non conducono alla grotta di Betlemme, ma ai negozi.

Alla grotta si va per dare, ai negozi per prendere.

 

(da «Bliz»; in «L'Azíone», Fabriano AN, 24 novembre 1990, p. 1)

IL GELSOMINO

 

1 fiori sono così belli, coi loro petali delicati e col loro profumo incantevole, che gli uomini hanno sempre pensato

a una loro origine prodigiosa. Una leggenda racconta come sia nato il gelsomino.

La notte in cui il Bambino Gesù nacque a Betlemme, nevicava e faceva un freddo terribile. Sapete che nella stalla dove il Bambino giaceva sulla paglia, l'asinello e il bue lo riscaldavano con il loro fiato dolcemente...

Ed egli si era addormentato in un soave sonno. Vicino vegliavano la Madonna e San Giuseppe.

Ad un tratto, una raffica di vento impetuoso investì la capanna, e la porta mal connessa si spalancò all'improvviso. Una folata d'aria gelida e di neve candida entrò nella stalla. Presto San Giuseppe corse a chiudere la porta, ma un fiocco di neve si era posato sulla fronte del Bambino Gesù. Te­mendo che egli si destasse, la Madonna si chinò su di lui, e con un bacio rimosse dalla fronte il bianco fiocco.

Miracolo! Esso si disciolse al calore delle labbra ma si trasformò in un piccolo fiore dal profumo intenso e dai petali candidi come neve.

Il gelsomino era sbocciato dal bacio della Madonna sulla fronte del Bambino Gesù.

 

(M. TIBALDI CHIESA)

IL PRINCIPE DELLA PACE

 

Tre saggi del nostro tempo, in cerca di pace, giunsero alla ,moderna Betlemme', supponi, la sede delle Nazioni Unite. Vi incontrarono Giuseppe, l'ingegnere capo. Egli spiegò loro che per avere la pace bisognava possederne il segreto. Ciascuno disse di possedere la chiave della pace, e aprirono le loro valigie.

Il primo presentò l'oro, ossia la potenza finanziaria che può distribuire viveri e armi alle nazioni e fare molti alleati. E se­condo saggio presentò l'incenso, ossia la moderna scienza chi­mica. Grazie ad essa, spiegò, un atomo d'idrogeno spaccato da un neutrone provoca a sua volta la disintegrazione di altri atomí fino a sprigionare una potenza capace di annientare la vita in vastissime zone della terra. Il terzo saggio era un professore di università, e tirò fuori un volume intitolato: «La filosofia della mirra», ossia un trattato sulla disperazione per insegnare il modo di vivere allo sbaraglio senza gli impacci della superstizione reli­giosa e del mito di Dio.

Quando Giuseppe ebbe ricevuto i tre doni, scosse la testa e disse che non bastavano per entrare nella Betlemme della vera pace.

Quelli allora protestarono: «Che cosa c'è di meglio al mondo che l'oro, la forza atomica e la libertà dagli orpelli del sopranna­turale? Che cosa abbiamo dimenticato che possa dare al mondo la pace all'infuori della libertà dal bisogno, dalla debolezza e dalla paura?».

Giuseppe sussurrò qualche cosa all'orecchio del primo saggio che impallidì. Sussurrò qualcosa all'orecchio del secondo e del terzo saggio, e divennero tristi e pensierosi. Poi trasalirono ricordando... Sì, avevano dimenticato una cosa, avevano dimen­ticato la Madre e il Bambino; avevano preteso di avere la pace senza il Principe della pace, di possedere la ricchezza senza l'amore, la scienza senza la Coscienza, la libertà senza la Verità.

 

(Contran‑Zanella, Avvento: cammino al Natale, LDC)

La leggenda del vischio

C'era una volta, in un paese tra i monti, un vecchio mercante. L'uomo viveva solo, non si era mai sposato e non aveva più nessun amico. Per tutta la vita era stato avido e avaro, aveva sempre anteposto il guadagno all'amicizia e ai rapporti umani. L'andamento dei suoi affari era l'unica cosa che gli importava. Di notte dormiva pochissimo, spesso si alzava e andava a contare il denaro che teneva in casa, nascosto in una cassapanca. Per avere sempre più soldi, a volte si comportava in modo disonesto e approfittava della ingenuità di alcune persone. Ma tanto a lui non importava, perché non andava mai oltre le apparenze. Non voleva conoscere quelli con i quali faceva affari. Non gli interessavano le loro storie e i loro problemi. E per questo motivo nessuno gli voleva bene. Una notte di dicembre, ormai vicino a Natale, il vecchio mercante non riusciva a dormire e dopo aver fatto i conti dei guadagni, decise di uscire a fare una passeggiata. Cominciò a sentire delle voci e delle risate, urla gioiose di bambini e canti. Pensò che di notte era strano sentire tanto chiasso in paese. Si incuriosì perché non aveva ancora incontrato nessuno, nonostante voci e rumori sembrassero molto vicini. A un certo punto cominciò a sentire qualcuno che pronunciava il suo nome, chiedeva aiuto e lo chiamava fratello. L'uomo non aveva fratelli o sorelle e si stupì. Per tutta la notte, ascoltò le voci che raccontavano storie tristi e allegre, vicende familiari e d'amore. Venne a sapere che alcuni vicini erano molto poveri e che sfamavano a fatica i figli; che altre persone soffrivano la solitudine oppure che non avevano mai dimenticato un amore di gioventù. Pentito per non aver mai capito che cosa si nascondeva dietro alle persone che vedeva tutti i giorni, l'uomo cominciò a piangere. Pianse così tanto che le sue lacrime si sparsero sul cespuglio al quale si era appoggiato. E le lacrime non sparirono al mattino, ma continuarono a splendere come perle. Era nato il vischio.

L'ALBERO Di NATALE

 

L'Albero di Natale, di origine nordica, con il suo verde, con le sue luci e con i suoi regali è diventato anche da noi simbolo bello e ricco della nascita di Gesù Redentore e della sua presenza nel mondo.

E’ sempreverde: il suo colore richiama la speranza che Gesù è venuto a seminare nella storia umana e la continua novità della bella notizia: «Pastori, non temete; ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di David il Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangia­toia».

L'Albero di Natale viene dall'alto delle montagne, per ricor­darci che il Figlio di Dio 'per noi e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo'.

E’ un albero e il suo legno come non può richiamarti la croce, che segna tutta la vita del Signore, dalla mangiatoia alla sua morte 'sospeso al legno per attirare tutti a sé, come non può richiamarti l'Albero della Vita del Paradiso terrestre?

E’ carico di regali e di doni avvolti in fili dorati: richiama la grazia abbondante che la benignità del nostro Dio è venuto a portarci, con il perdono dei peccati e la vita nuova di figli di Dio. Natale è festa dei doni, frutto d'amore, ma soprattutto è la celebrazione del Dono di Dio Padre all'umanità: Cristo, suo Figlio, nostro Signore.

L'Albero di Natale è luminoso di luci splendenti e variopinte: Gesù è la luce del mondo; chi lo segue non cammina nel buio, ma conosce la verità di Dio: «Chi vede me, vede il Padre mio», e dell'uomo: «Nel mistero del Verbo incarnato si svela il mistero dell'uomo e chi lo penetra diventa più uomo».

E’ diritto a punta, come una freccia verso il cielo, per ricordarci che abbiamo una dimensione celeste e divina e un destino eterno e immortale. Gesù è venuto per ricondurci al Padre.

Spesso è coperto di neve candida, perché Cristo è nato da Maria Vergine e ama i puri di cuore e gli operatori di pace.

«Pace in terra agli uomini, perché Dio h ama».

Se non significa Gesù, l'albero di Natale perde la sua gioia e il suo splendore: segna una festa senza il festeggiato. Per noi non esista albero di Natale se non fa da tetto al presepio.

Con l'albero di Natale e soprattutto con la bontà che la Grazia di Dio diffonde nei cuori, la casa dei cristiani diventa, per così dire, trasparente e anche le stelle e gli Angeli partecipano alla Festa.

Lo stupito

 

In Provenza, tra le molte statuine del presepio, se ne vede una curiosa. Rappresenta un uomo con le mani vuote, ma con il viso carico di meraviglia.

Lo chiamano: «Stupìto».

La leggenda racconta che un giorno tutte le statuine del pre­sepio se la presero con lui, perché non portava nessun dono a Gesù:

‑ Non hai vergogna? Vieni da Gesù e non gli porti proprio niente?!

Al che «Stupìto» non badava: era tutto assorto nel guardare il Bambino Gesù.

Poiché i rimproveri continuavano, Maria prese le sue difese e disse:

‑ Sembra che «Stupìto» venga a mani vuote da Gesù e invece gli porta la cosa più bella: la sua meraviglia! Questo vuol dire che l'immenso amore di Dio lo incanta!

E concluse:

‑ Il mondo sarà meraviglioso, fin quando ci saranno persone, come «Stupìto», capaci di meravigliarsi!

 

(R. VOILLAUME)

Il celeste Bambino sia sempre in mezzo al tuo cuore, lo regga, lo illumini, lo vivifichi, lo trasformi nella sua eterna carità!

(San Pio da Pietralcina)

L'augurio che vorrei darvi è questo: che noi acuiamo la nostra sensibilità per percepire un passo conosciuto, il passo di colui che arriva, perché il Signore bussa e noi gli apriamo.
Questo è il guaio: il Signore suona e noi non gli apriamo, stacchiamo per non essere disturbati.
Tonino Bello

TRE SCARPETTE

 

Quando venne sulla terra, il piccolo Gesù era povero. Non avreste voluto dividere con lui i vostri dolciumi, i vostri giocattoli? Il piccolo Gesù rivive un po' in ogni piccolo povero e aspetta che voi gli portiate il vostro soccorso, Al­lora, ecco ciò che vi propongo: la vigilia di Natale chiedete a papà, a mamma, il permesso di mettere tre scarpette nel camino. Due per voi, come al solito, e la terza per un piccolo infelice che, grazie a voi dimenticherà per un istante la sua solitudine e la sua sofferenza e sorriderà, al mattino della grande festa di tutti i ragazzi.

(RAUL FOLLEREAU, da «Tre scarpe sul focolare»; in «Amici dei lebbrosi»,
Bologna, novembre 1989, pp. 13‑14

L'occhio del falegname

 

C'era una volta, tanto tempo fa, in un piccolo villaggio, la bottega di un falegname. Un giorno, durante l'assenza del padrone, tutti i suoi arnesi da lavoro tennero un gran consiglio.
La seduta fu lunga e animata, talvolta anche veemente. Si trattava di escludere dalla onorata comunità degli utensili un certo numero di membri.

Uno prese la parola: “Dobbiamo espellere nostra sorella Sega, perché morde e fa scricchiolare i denti. Ha il carattere più mordace della terra”.

Un altro intervenne: “Non possiamo tenere fra noi sorella Pialla: ha un carattere tagliente e pignolo, da spelacchiare tutto quello che tocca”.

“Fratel Martello - protestò un altro – ha un caratteraccio pesante e violento. Lo definirei un picchiatore. E' urtante il suo modo di ribattere continuamente e dà sui nervi a tutti. Escludiamolo!”.

“E i Chiodi? Si può vivere con gente così pungente? Che se ne vadano. E anche Lima e Raspa. A vivere con loro è un attrito continuo. E cacciamo anche Cartavetro, la cui unica ragion d'essere sembra quella di graffiare il prossimo!”.

Così discutevano, sempre più animosamente, gli attrezzi del falegname. Parlavano tutti insieme. Il martello voleva espellere la lima e la pialla, questi volevano a loro volta l'espulsione di chiodi e martello, e così via. Alla fine della seduta tutti avevano espulso tutti.

La riunione fu bruscamente interrotta dall'arrivo del falegname. Tutti gli utensili tacquero quando lo videro avvicinarsi al bancone di lavoro. L'uomo prese un asse e lo segò con la Sega mordace. Lo piallò con la Pialla che spela tutto quello che tocca. Sorella Ascia che ferisce crudelmente, sorella Raspa che dalla lingua scabra, sorella Cartavetro che raschia e graffia, entrarono in azione subito dopo.
Il falegname prese poi i fratelli Chiodi dal carattere pungente e il Martello che picchia e batte.
Si servì di tutti i suoi attrezzi di brutto carattere per fabbricare una culla. Una bellissima culla per accogliere un bambino che stava per nascere. Per accogliere la Vita.

 

(Bruno Ferrero, Cerchi nell’acqua)

Per la notte di Natale


O Gesù,
che ti sei fatto Bambino
per venire a cercare
e chiamare per nome
ciascuno di noi,
Tu che vieni ogni giorno
e che vieni a noi in questa notte,
donaci di aprirti il nostro cuore.

Noi vogliamo consegnarti la nostra vita,
il racconto della nostra storia personale,
perché Tu lo illumini,
perché Tu ci scopra
il senso ultimo di ogni sofferenza,
dolore, pianto, oscurità.

Fa' che la luce della Tua Notte
illumini e riscaldi i nostri cuori,
donaci di contemplarti con Maria e Giuseppe,
dona pace alle nostre case,
alle nostre famiglie,
alla nostra società!
Fa' che essa ti accolga
e gioisca di Te e del Tuo amore.

 

(Card. Carlo Maria Martini, Messa della notte di Natale 1995)

È già arrivato il Natale

 

È già arrivato il Natale, e io?
Se ci penso, non mi sono preparato molto.
Ho pregato poco.
Non sono riuscito a fare rinunce.
Non ho fatto molta carità...
La fede è un po' spenta e la vita un po' lontana da Dio.
È davvero Natale per me?

Ma il Natale non lo faccio io, lo fai Tu, Gesù!
Sei Tu che vieni da me.
Sei Tu che scendi la dove faccio fatica,
dove sbaglio e dove sono pigro.
Sei Tu che nasci nella mia povertà...

Allora si che mi viene voglia di fare di più!
Mi viene voglia di pregare davvero e di amare concretamente
chi mi sta vicino e anche chi mi sta lontano.
Ma non perché sono bravo io, ma perché sei buono Tu!
È questo il Tuo Natale!
Grazie, Gesù!

E Giuseppe raccontò

 

Ricordo bene quella notte, quando l'Angelo entrò nel mio sogno.

Era l'ora più buia, quando il giorno trascorso è già dimenticato e l'alba nuova è ancora lontana. Io dormivo profondamente e nei miei sogni c'erano tante storie: immagini strane si mischiavano e si inseguivano tra di loro, come spesso accade. Poi, ad un tratto, anche nei miei sogni ci fu silenzio e buio, e apparve un puntino luminoso che diventava sempre più grande, come la lampada di una barca quando si avvicina di notte alla riva.

Capii subito che quello non era un sogno come gli altri: quella luce era un Angelo!

E l'Angelo parlò. E mi raccontò di Maria, del Bambino, delle difficoltà che avremmo incontrato: “Non temere”, mi disse, “starò sempre con voi!”.

Mi svegliai di colpo: non ero spaventato, ma quella apparizione mi aveva turbato. Sentivo caldo nel chiuso della mia stanza; dovevo uscire a prendere aria, a pensare un poco a quelle parole. Infilai i sandali e andai a sedermi su di un sasso, poco lontano dalla casa, in una posizione elevata.

Sotto di me c'era tutto il paese addormentato. Sopra di me il cielo stellato e la luna, che tramontava all'orizzonte.
Pensavo di essere solo, poi mi accorsi che non lontano da me c'era un gregge di pecore, custodito da due pastori: i due uomini vegliavano accanto alle braci di un fuoco quasi spento. Poi, tra le case del paese, si aprirono alcune porte e vidi uomini uscire in silenzio: erano i pescatori, che partivano a notte fonda per andare al lago di Tiberiade.

Vidi anche un altro uomo uscire dal villaggio, conduceva due asini che avevano anfore legate ai fianchi: andava a prendere l'acqua. Infine, mentre il cielo a oriente si faceva più chiaro, vidi uscire i primi contadini. “Ecco”, pensai tra me, “per tutta questa gente, per tutti noi verrà il bambino!”. E sentii una grande pace nel cuore.

 

(Franco Signoracci, La notte più bella)

Non c’era posto per loro

 

Non c’era posto per loro,

segnati da un lungo viaggio, stanchi, preoccupati.

Cercano un posto.

Bussano a tante porte.

Non c’era una porta aperta per loro.

Devono cercare.

Camminare ancora nonostante la stanchezza.

Devono bussare.

Devono chiedere e devono fare i conti con l’incredulità

quando la porta si chiude davanti ai loro occhi, davanti ai loro pensieri.

Sperano. Camminano.

Cercano. Bussano.

 

Bussano ad una locanda chiedendo se ci fosse posto.

Quella locanda si chiamava EGOISMO.

Lì non c’era posto e non c’era nessuno disposto

a lasciare il proprio posto per qualcun altro.

Tutti erano preoccupati di loro stessi

e non volevano vedere chi fosse che bussava.

Preoccupati di sé stessi,

delle loro comodità, dei loro agi,

pronti a difendere tutto questo…

Difesa inutile.

Non sono gli agi e l’egoismo

che riescono a restituire felicità all’uomo.

 

Senza perdere le forze e il sorriso continuano a percorrere la via,

quella via si chiama via della VERITÀ e della PACE,

e lungo quella via si fermano davanti ad un grande palazzo,

pensavano che almeno lì ci fosse qualcuno disposto a dare alloggio,

qualcuno disposto a donare un posto.

Il palazzo si chiamava FALSA UMILTÀ.

 

 

Giunti davanti ad una piccola baracca, alzano ancora una volta la loro mano,

con un tocco leggero sfiorano la porta e, alzando gli occhi,

vedono il nome su quella piccola porta malandata: CASA DELLA SOFFERENZA.

Forse lì c’era un posto, ma poteva servire a qualcuno che stava soffrendo.

Loro potevano ancora cercare, ancora bussare.

 

Giunti alla fine di quella strada non c’erano più case, né palazzi, né locande.

C’era solo una stalla, abbandonata, priva di porte.

Ecco il loro posto! Il cuore dell’uomo, senza porte, senza confini, senza colori.

Non siamo più soli

 

Già non siamo più soli nella nostra immensa solitudine.

Con noi c’è Dio.

Non siamo più solitari

ma solidali.

Gli argomenti della ragione tacciono,

parla la voce del cuore.

Si dice di un Dio bambino,

che non chiede nulla, ma si dona;

che non risponde, ma è la risposta.

Per questo la nostra notte si illumina!

Il bambino nato a Betlemme rivela

che tutto ha un senso segreto e profondo.

La strettezza del nostro mondo,

dove Dio è entrato,

ha adesso prospettive infinite

e indubbiamente un finale felice.

(Leonard Boff)

Per un futuro di speranza

 

Vieni, Signore!

I bambini tornino a giocare nelle piazze,

i vecchi tornino a sognare nelle notti solitarie,

i giovani scendano e si ritrovino sulle strade,

gli stranieri liberino i loro canti di nostalgia,

i poeti sino sentinelle in attesa dell’alba,

i filosofi ti cerchino al limite del sapere,

gli artisti ti rincorrano nei volti,

i poveri condividano l’ultimo pane,

i ricchi ti accolgano nelle loro case,

i folli continuino a crederti oltre le normali certezze.

Nella nostra città dagli alberghi e case occupate,

nella nostra città nuovi pastori e nuovi Magi

ti cerchino, ti attendano.

Manda i Tuoi Angeli a svegliare la città addormentata,

riempila della Tua tenerezza.

I bambini e i vecchi danzino nelle piazze

intorno al Messia che viene.

Amen

LA CHIAVE DELLA VITA

 

Il giovane Gerardo Maiella, che la Chiesa venera come santo, era al servizio del Vescovo di Lacedonia, padrone burbero e severo.

Gli capitò un giorno di perdere la chiave di casa: s'era affacciato al parapetto del pozzo e inavvertitamente se l'era lasciata cadere dentro.

Che fare?

Pieno di fede, corse in chiesa, prese dal presepio la sta­tuetta di Gesù bambino, la legò ad una cordicella e la calò nel pozzo, supplicando:

‑ Caro Gesù, tu solo puoi aiutarmi. Ti prego, portami su la chiave!

E cominciò a ritirare la corda.

Alla fine diede un grido di gioia e di meraviglia: sull'orlo del pozzo ecco Gesù bambino: aveva la chiave in una ma­nina!

Non so se questo fatto sia leggenda o storia; so di certo però che Gesù è capace di donarci la chiave della salvezza e della vita.

San Gerardo Maiella

Eccoci, Signore

 

Dimmi Giuseppe, quand’è che hai conosciuto Maria? Forse un mattino di primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio con l’anfora sul capo e con la mano sul fianco, snello come lo stelo di un fiordaliso?

O forse un giorno di sabato, mentre con le fanciulle di Nazareth conversava in disparte sotto l’arco della sinagoga?

O forse un meriggio d’estate, in un campo di grano, mentre, abbassando gli occhi splendidi per non rivelare il pudore della povertà, si adattava all’umiliante mestiere della spigolatrice?

Quando ti ha ricambiato il sorriso e ti ha sfiorato il capo con la prima carezza, che forse era la sua prima benedizione e tu non lo sapevi; e poi tu la notte hai intriso il cuscino con lacrime di felicità?
Ti scriveva lettere d’amore? Forse si; e il sorriso, con cui accompagni il cenno degli occhi verso l’armadio delle tinte e delle vernici, mi fa capire che in uno di quei barattoli vuoti, che ormai non si aprono più, ne conservi ancora qualcuna.

Poi, una notte, hai preso il coraggio a due mani, sei andato sotto la sua finestra, profumata di basilico e di menta, e le hai cantato sommessamente le strofe del Cantico dei Cantici: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! Perché, ecco, l'inverno è passato, è cessata la pioggia, se n'è andata. I fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza. Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro”.
E la tua amica, la tua bella, la tua colomba si è alzata davvero. È venuta sulla strada, facendoti trasalire. Ti ha preso la mano nella sua e, mentre il cuore ti scoppiava nel petto, ti ha confidato lì, sotto le stelle, un grande segreto.

Solo tu, il sognatore, potevi capirla. Ti ha parlato di Jahvè. Di un angelo del Signore. Di un mistero nascosto nei secoli e ora nascosto nel suo grembo. Di un progetto più grande dell’universo e più alto del firmamento che vi sovrastava.

Poi ti ha chiesto di uscire dalla sua vita, di dirle addio, e di dimenticarla per sempre.
Fu allora che la stringesti per la prima volta al cuore, e le dicesti tremando: “Per me, rinuncio volentieri ai miei piani. Voglio condividere i tuoi, Maria. Purché mi faccia stare con te”. Lei ti rispose di si, e tu le sfiorasti il grembo con una carezza: era la tua prima benedizione sulla Chiesa nascente.

 

(SdD Tonino Bello)

Mangiatoia e croce
(i due assi che comprimono
tutta l’esistenza umana del Figlio di Dio)
mi sembrano legni così porosi
che riescono a prosciugare,
come spugne gigantesche,
tutte le tristezze del mondo.

(SdD Tonino Bello)

Non avere paura

 

Buon Natale, amico mio: non avere paura.

La speranza è stata seminata in te.

Un giorno fiorirà. anzi, uno stelo è già fiorito.

E se ti guardi intorno puoi vedere

che anche nel cuore del tuo fratello gelido come il tuo,

è spuntato un ramoscello turgido di attese.

E in tutto il mondo, sopra la coltre di ghiaccio,

si sono rizzati arboscelli carichi di gemme.

È una foresta di speranza

che sfida i venti densi di tempeste,

e, pur incurvandosi ancora,

resiste sotto le bufere portatrici di morte.

Non avere paura, amico mio.

Il Natale ti porta un lieto annunzio:

Dio è sceso su questo mondo disperato.

E sai che nome ha preso?

Emmanuele, che vuol dire: Dio con noi.

Coraggio, verrà un giorno in cui

le tue nevi si scioglieranno,

le tue bufere si placheranno,

e una primavera senza tramonto

regnerà nel tuo giardino,

dove Dio, nel pomeriggio,

verrà a passeggiare con te.

(SdD Tonino Bello)

SONO SEMPRE ALLA... PAGLIA!

 

Il confessore ad una sua penitente:

‑ Le raccomando la meditazione quotidiana.

Quella chiese:

‑ Padre, come si fa a meditare bene?

Il sacerdote spiegò:

‑ Basta fare come faceva la Madonna, che meditava pro­fondamente i fatti della vita di Gesù.

Per esempio, ecco vicino il Natale. Si metta davanti al presepio e guardi a lungo la paglia, la mangiatoia, gli animali, i pastori, ecc.

Dopo quindici giorni, rivedendo la sua penitente, il con­fessore chiese:

‑ E allora ha provato a meditare sul presepio?

La donna rispose con semplicità:

‑ Sì, padre; ma non so continuare: sono sempre alla paglia!

E così commovente pensare che un po' di paglia ha fatto da letto a Gesù, vi trovo in questo verità e sentimenti così belli, che non so andare avanti: tanta è la commozione che mi prende!

TEMA:   IL MIO NATALE

 

Il mio Natale è così. La mia famiglia non è mai stata una famiglia unita, è sempre stata disunita, non è mai corretta, non è mai ridicola (síc), sono sempre tutti tristi, tutti vo­lanti, non ci sono mai a casa, non festeggiano nemmeno una festa. Il Natale è sempre lo stesso. Non mangiano panet­tone, paste, né gelati e né niente. Sìamo tutti tristi specíal­mente io, non è una famiglia corretta, a me non mi fanno mai contenta, non gioco mai. Vorrei essere una bambina buona, ma non lo sono; ho molta tristezzza per colpa della mia famiglia sennò ero più buona, più educata, non sarei violenta con le mie compagne, ma sarei migliore come gli altri bambini.

Non so se la mia famiglia mi ha insegnato il bene o il male. Non lo saprò mai, mi pare però che il male, me ne accorgo. Solo la mia mamma mi ha dato un po' di amore. il mio papà invece, non mi ha mai insegnato a vivere nel bene, ma nel male. Voglio festeggiare la nascita di Gesù Bambino perché viene a portare la pace per i bambini po­veri, sì, poveri come me.

Vorrei solamente che Gesù Bambino con una lacrima sua potesse cancellare la tristezza della mia faccia, o con una preghiera potesse fare venire un po' di amore, un po' di tranquillità nella mia vita.

Vorrei sapere se gli altri bambini sono tristi come sono io.

No, non lo credo, saranno tutti più calmi, avranno amore e affetto dal papà.

lo mi merito, dice lui, solo parolacce, e penso che solo lui le conosce queste brutte parolacce che solo a sentirle mi sento male.

Mia madre solamente mi dà un pochíno di affetto e di amore. Da lei non ho mai ricevuto uno schiaffo e quando il mio papà mi dà le botte pure lei si sente male e si dispiace.

lo vorrei andare via da casa mia perché non voglio sentire più parolacce e la maestra mi ha promesso che deve parlare con l'assistente sociale perché io me ne voglio andare in collegio.

(Da «Lo Stradone », Corato‑Bari, 19‑1‑1985, p. 6)

Vieni, Signore Gesù, non tardare!

Vieni a sfamarci, a farci incontrare!

Vieni, come viene il soffio del vento,

vieni a portare giustizia e buon tempo!

Vieni, come viene un messaggio aspettato,

benedetto messaggero del Regno annunciato!

Vieni, come viene la pioggia alla terra,

porta abbondanza, allontana la guerra!

Vieni, come viene la luce negata,

dalla Parola di vita sia la vita salvata!

Vieni, come viene il figlio sperato,

cammina con noi, Gesù, nostro amato!

Vieni, come viene il liberatore,

dai nostri nemici salvaci, Signore!

(Zé Vincente, cantautore brasiliano)

Il Natale visto da Gandhi

 

 

Non si dovrebbe celebrare la nascita di Cristo una volta all'anno, ma ogni giorno, perché Egli rivive in ognuno di noi. Gesù è nato e vissuto invano se non abbiamo imparato da Lui a regolare la nostra vita sulla legge eterna dell’amore pieno. Là dove regna senza idea di vendetta e di violenza, il Cristo è vivo. Allora potremmo dire che il Cristo non nasce soltanto un giorno all’anno… Quando la legge suprema dell’amore sarà capita e la sua pratica sarà universale, allora Dio regnerà sulla Terra come regna in Cielo. Il senso della vita consiste nello stabilire il Regno di Dio sulla Terra, cioè nel proporre la sostituzione di una vita egoista, astiosa, violenta e irragionevole con una vita di amore, di fraternità, di libertà, di ragione. Quando sento cantare: “Gloria a Dio e pace in Terra agli uomini di buona volontà”, mi chiedo oggi come sia reso gloria a Dio e dove ci sia pace sulla Terra. Finché la pace sarà una fame insaziata, finché noi non saremo riusciti a rinascere come uomini illuminati dallo Spirito, a instaurare con le persone rapporti autentici di comunione da cui siano estranei i sorrisi forzati, l’invidia, la gelosia, la falsa cortesia, la diplomazia, finché non avremo come senso della vita la ricerca della verità su noi stessi, del giusto, del bello, finché non saremo capaci di spogliarci dell’inautentico, di ciò che abbiamo di troppo a spese di coloro che non hanno niente, finché continueremo a calpestare i nostri sogni più belli e più profondi, il Cristo non sarà mai nato. Quando la pace autentica si sarà affermata, quando avremo sradicato la violenza dalla nostra civiltà, solo allora noi diremo che “Cristo è nato in mezzo a noi”. Allora non penseremo tanto ad un giorno che è un anniversario, ma ad un evento che può realizzarsi in tutta la nostra vita. Se dunque si augura un “Buon Natale” senza dare un senso profondo a questa frase, tale augurio resta una semplice formula vuota.

 

(Mahatma Gandhi)

Non è una reggia quella dove nasce chi salverà il mondo, ma una stalla e venendo tra noi accende il fuoco dell'amore. Questo fuoco non si spegnerà più. Possa ardere nei nostri cuori come fiamma che diventi accoglienza e sostegno per tanti nel bisogno e nella sofferenza.

(Servo di Dio Giovanni Paolo II)

Natale: la dolcezza di Dio che si fa sentire, la bontà del Signore che si fa assai più grande e duratura che il rumore di tutte le battaglie.

(San Luigi Orione)

Cantico di Zaccaria

 

Benedetto il Signore Dio d’Israele,

perché ha visitato e redento il suo popolo,

e ha suscitato per noi una salvezza potente

nella casa di Davide, suo servo,

come aveva promesso per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo:

salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano.

Così Egli ha concesso misericordia ai nostri padri

e si è ricordato della sua santa alleanza,

del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre,

di concederci, liberati dalle mani dei nemici,

di servirlo senza timore, in santità e giustizia

al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.

E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo

perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,

per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza

nella remissione dei suoi peccati,

grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio,

per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge

per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte

e dirigere i nostri passi sulla via della pace.

 

dal Vangelo di Luca 1, 68-79

Tu, l’Increato, ti sei fatto creatura

 

Mio Dio, rendimi degna di avere una viva conoscenza del mistero della tua santissima Incarnazione, inizio della nostra salvezza. o incomprensibile carità! Non c’è carità più grande di questa: il mio Dio si è fatto uomo per farmi Dio. O Amore infinito, per rinnovarmi ti sei fatto piccolo. In Gesù, Tu, l’Incomprensibile, ti sei fatto comprensibile! Tu, l’Increato, ti sei fatto creatura. Tu, l’Impalpabile, puoi essere toccato. O Signore, rendimi degna di vedere la profondità di questa altissima carità che comunicasti a noi nella santissima Incarnazione.

 

Beata Angela da Foligno

Davanti al nostro Dio che si fa’ Bambino

 

Davanti al nostro Dio che si fa’ Bambino non basta il silenzio, non bastano le parole, non bastano la meraviglia e lo stupore: il mistero di questo Bambino ci toglie ogni parola, supera ogni nostra fantasia, ogni nostra attesa. Perché, al di la del Natale poetico, sappiamo già che quel Bambino crescerà, vivrà come ognuno di noi, e darà la Sua vita per ognuno di noi. Non può essere solo poesia il mistero di Dio che nasce e muore per noi, perché ci ama di un amore senza condizioni, un amore eterno ed immenso. È il mistero di Dio che si abbassa, che scende verso di noi, per far sì ché noi possiamo sollevare il cuore, la vita, lo sguardo verso il Cielo, verso di Lui, il nostro Dio. Quando in una casa nasce un bambino si prova gioia, tenerezza, bisogno di rendersi cura di lui. Prendiamoci cura del Bambino di Betlemme: Lui è la vera gioia, la tenerezza immensa che il Padre ha per ognuno di noi.

 

Angela Magnoni

Natale

 

Dio Padre offre a ciascuno di noi la vita di Gesù suo Figlio! Non esiste al mondo un dono così grande che riempie il cuore di coloro che lo cercano con cuore sincero. Solo se incontriamo Lui sapremo scoprire, accogliere, apprezzare, amare il dono della nostra vita.

BUON NATALE per ogni giorno di vita!

 

suor Elvira Petrozzi, fondatrice della Comunità Cenacolo

Sta’ molto vicino alla culla…

 

Sta’ molto vicino alla culla di questo grazioso Bambino, specialmente in questi santi giorni del suo Natalizio. Se ami le ricchezze, qui troverai l’oro che i Re Magi vi lasciarono; se ami il fumo degli onori, vi troverai quello dell’incenso; e se ami le delicatezze dei sensi, sentirai la mirra odorosa, la quale profuma tutta la grotta.

 

San Pio da Pietralcina

Pierino davanti al Presepe

 

Pierino sogna... sta andando insieme ai pastori e ai Re Magi verso la stalla quando si trova improvvisamente davanti a Gesù Bambino che giace nella mangiatoia. Pierino si accorge di essere a mani vuote. Tutti hanno portato qualcosa: solo lui è senza doni. Avvilito dice subito: “Prometto di darti la cosa più bella che ho. Ti regalo la mia nuova bicicletta, anzi il mio trenino elettrico”. Il Bambino nel Presepe scuote la testa e sorridendo dice: “Io non voglio il tuo trenino elettrico. Dammi il tuo tema in classe!”. “Il mio ultimo tema?”, balbetta il ragazzino. “Ma ho preso un insufficiente!”. “Appunto, proprio per questo lo vorrei”, dice Gesù. “Devi darmi sempre tutto quello che è insufficiente, imperfetto. Per questo sono venuto nel mondo. Ma vorrei un’altra cosa ancora da te: la tua tazza del latte”. A questo punto Pierino si rattrista: “La mia tazza? Ma è rotta!”. ”Proprio per questo la vorrei avere”, dice Gesù Bambino. “Tu mi puoi portare tutto quello che si rompe nella tua vita. Io sono capace di risanarlo”. Il ragazzino sentì di nuovo la voce del Bambino Gesù: “Vorrei una terza cosa da te: vorrei la risposta che hai dato a tua mamma quando ti ha chiesto come mai si è rotta la tazza del latte”. Allora Pierino inizia a piangere e confessa tra le lacrime: “Ma le ho detto una bugia, quella volta. Ho detto alla mamma che la tazza era caduta per caso, ma in realtà l’ho gettata a terra io, per rabbia”. “Per questo vorrei avere quella tua risposta”, risponde sicuro Gesù Bambino. “Portami sempre tutto quello che nella tua vita è cattivo, bugiardo, dispettoso e malvagio. Sono venuto nel mondo per perdonarti, per prenderti la mano e insegnarti la via”. Gesù sorride di nuovo a Pierino, mentre lui guarda, comprende e... si meraviglia....

Perché sono nato, dice Dio

 Sono nato nudo, dice Dio,

perché tu sappia spogliarti di te stesso.

 

Sono nato povero, dice Dio,

perché tu possa considerarmi l’unica ricchezza.

 

Sono nato in una stalla, dice Dio,

perché tu impari a santificare ogni ambiente.

 

Sono nato in una mangiatoia, dice Dio,

perché tu capisca che sono alla portata di tutti.

 

Sono nato debole, dice Dio,

perché tu non abbia mai paura di me.

 

Sono nato per amore, dice Dio,

perché tu non dubiti mai del mio amore.

 

Sono nato di notte, dice Dio,

perché tu creda che posso illuminare qualsiasi realtà.

 

Sono nato persona, dice Dio,

perché tu non abbia mai a vergognarti di essere te stesso.

 

Sono nato uomo, dice Dio, 

perché tu possa essere “dio”.

 

Sono nato perseguitato, dice Dio, 

perché tu sappia accettare le difficoltà per amor mio.

 

Sono nato nella semplicità, dice Dio, 

perché tu smetta di essere complicato.

 

Sono nato come un bimbo, dice Dio,

perché tu impari ad essere semplice come i fanciulli.

 

Sono nato per la tua vita, dice Dio,

per portare tutti i viandanti alla casa del Padre….

 

Lambert Noben, da “Cristo in mosaico”

Natale: la storia di un Bambino

 

La scena è ambientata in Ungheria, al tempo delle terribili persecuzioni comuniste contro la fede. Alla scuola comunale, l’istitutrice è una atea militante che non perde nessuna occasione per seminare dubbi nei cuori dei bambini che, quasi tutti, vengono da famiglie praticanti. Una dei bambini, Angela, di 10 anni, si distingue per la grande fede e diventa il bersaglio della istitutrice. Un giorno, questa donna inventa un nuovo metodo per estrarre ogni barlume di fede dal cuore di questi bambini innocenti. Domanda ad Angela: “Quando i tuoi genitori ti chiamano, che fai?”. “Vado da loro”, risponde la bambina. “E quando chiamano lo spazzacamino, che succede?”. “Arriva lo spazzacamino”. “Bene, figlia mia, viene perché esiste! Tu vieni perché esisti. Ma supponiamo che i tuoi genitori chiamino tua nonna che è morta, pensi che verrà?”. “No, non credo che verrà”. “Brava! E se chiamano Cappuccetto Rosso o Barbablù, che succederà?”. “Non verrà nessuno perché si tratta di favole”. “Perfetto! Vedete dunque, bambini, che i viventi, quelli che esistono, rispondono a coloro che li chiamano, e coloro che non rispondono, non vivono più oppure hanno smesso di esistere. È chiaro, vero?”. “Sì”, risponde tutta la classe con voce timida. “Tu Angela, credi che il Bambino Gesù ti senta quando lo chiami?”. La piccola risponde con un fervore improvviso, indovinando il tranello: “Sì, credo che mi senta!”. “Bene, facciamo allora un piccolo esperimento. Se il Bambino Gesù esiste, udrà la vostra chiamata. Gridate allora tutti insieme, a voce alta: “Vieni Gesù Bambino!”. Dopo un lungo silenzio durante il quale l’istitutrice assapora lo smarrimento dei bambini, Angela si lancia in mezzo alla classe e grida : “Ebbene sì, noi lo chiameremo. Tutti insieme, “Vieni Gesù Bambino!”. Tutti gli scolari si alzano e gridano, pieni di speranza: “Vieni Gesù Bambino!”. Tralascio i dettagli per arrivare ai fatti. Tutti i bambini guardavano Angela, quando di colpo la porta si aprì senza rumore. Tutta la luce del giorno si raccolse improvvisamente verso la porta. Questa luce cresceva e aumentava e divenne un globo di fuoco. All’inizio i bambini ebbero paura, ma il globo si aprì e dentro apparve un bellissimo bambino come non ne avevano mai visto uno. Il bambino sorrideva loro senza dire una parola. La sua presenza era dolcissima. Vestito di bianco, sembrava un piccolo sole. Era lui che produceva la luce. Non disse niente, sorrideva soltanto; poi disparve nel globo di luce che si dissolveva poco a poco, secondo le testimonianze dei bambini. La porta si richiuse da sola dolcemente. Inondati di gioia, i bambini non potevano parlare. Ma un grido stridulo ruppe il silenzio. Hagarde, l’istitutrice urlava: “È venuto! è venuto!”. Poi scappò sbattendo la porta. Angela disse semplicemente: “Vedete, Lui esiste!”. Il cappellano dell’epoca dopo interrogò ciascun bambino e dichiarò sotto giuramento che i bambini non si contraddicevano. D’altra parte i bambini trovavano questo quasi normale e uno di loro affermò: “Poiché eravamo in difficoltà, bisognava bene che Gesù bambino venisse a cavarci dagli impicci!”. L’istitutrice abbandonò il suo lavoro per motivi di salute mentale. Ripeteva continuamente: “È venuto! È venuto!”

 

padre Marie Dominique Moliniè, Chi comprenderà il cuore di Dio

Dio si è fatto bambino

 

Quando un bambino si perde va a finire dove non è di casa. Sì, a Natale Dio si è perduto - non solo come un bambino, ma da bambino - là dove non era “di casa”. Non è rimasto nella chiusa beatitudine del suo Cielo o dentro lo spazio della nostra devozione, ma si è perduto per i piccoli e i poveri, per coloro che sono malati e in lutto, per i peccatori, per coloro che noi riteniamo lontani da Dio, di cui pensiamo che non abbiano niente a che fare con Lui. Dio si è perduto là dove si è perduto il figliol prodigo, lontano dalla casa paterna, per poi tornare dal Padre, in lui e con lui. Dio si è perduto come un bambino, solo non si è trattato di un errore, ma dell'azione più divina che Dio potesse fare. Dio è il Dio di tutti o non è Dio. Dio è il Dio dei piccoli e dei lontani o non è Dio. Troviamo Dio là dove si è “perduto” o non lo troviamo affatto.

“Fatti trovare dove tu, Dio, ti sei perduto come un bambino. Sì, lascia che diveniamo noi stessi bambino, nel quale Tu ti perdi per gli altri, per tutti!”.

 

Mons. Klaus Hemmerle

La mamma di Gesù

L’Arcangelo Gabriele non stava più nelle piume. Il Signore del Cielo e della Terra gli aveva affidato un compito di fiducia e responsabilità enormi. L’incarico più importante mai esistito dalla Creazione in poi: trovare una madre per il Messia, il Figlio di Dio, Dio stesso fatto uomo sulla terra. Una missione davvero delicata, ma Gabriele non era preoccupato. Tutte le donne della terra (ed erano tante) sarebbero state onorate di diventare la mamma del Messia. Quindi tutto si sarebbe risolto in un rapido voletto di qualche ora. Gabriele planò lemme lemme sulla terra. Fece un largo giro di ispezione e si fermò su una villa magnifica circondata da un grande parco. Accanto ad una fresca fontana, una signora bella ed elegante scherzava con un gruppo di amici simpatici, abbronzati e sorridenti.  Gabriele pensò: “La mamma giusta e il posto giusto per il Figlio di Dio!”. Si presentò alla signora e le parlò a colpo sicuro: “Vuoi essere la madre del Messia?”. La signora lo guardò con aria frivola: “Scherzi? Siamo tutti in partenza per una crociera che farà il giro del mondo, figurati se mi metto a pensare a un bambino...”. Gabriele riprese il volo pensando: “Sì, forse è meglio una mamma meno ricca, più pratica....”. Sorvolò un grande centro di uffici e in uno di questi scorse una donna efficiente e sicura alle prese con un voluminoso fascicolo. “Questa sarà una madre fantastica...”, pensò il buon Gabriele che si fermò in bilico sulla scrivania e le fece senza tanti preamboli la sua proposta. La risposta però gli arruffò tutte le penne delle ali: “Un bambino? Adesso? Ma tu sei matto! Hai idea di quante società ho messo insieme per dare la scalata alla Borsa? Sto arrivando al top, capisci? Non posso certo fermarmi ora. Per un bambino, poi...!”. Gabriele replicò timidamente: “Ma è il Messia...”. “E allora?”, rispose la donna in modo distaccato. Gabriele riprese il volo ma il suo ottimismo era svanito. “Forse devo cercare una donna che abbia già dei bambini.... Sarà più facile”, pensava un po’ preoccupato.  Volò e volò, in lungo e in largo, finché trovò una donna indaffarata e sempre di corsa, ma felice, con tre bambini vivaci e giocherelloni. “Mamma, Alberto ha ingoiato la mia biglia!”. “Mamma, Lucia ha strappato il mio libro di storie!”. “Mamma, ho fame, ho sete, sono stanco e non so cosa fare!”.  L'angelo Gabriele fu costretto a urlare per farsi sentire dalla signora e fece la sua proposta. La donna lo guardò con aria stralunata e poi sbottò: “Un altro bambino? Ma come farei? Questi tre mi divorano viva! Non vedo l’ora che siano cresciuti!”. Gabriele riprese il suo volo. Volò e volò, in lungo e in largo, a nord e a sud. Per mesi, per anni. Un giorno, in un paesino minuscolo, aggrappato ad una collina di Galilea, trovò una ragazza giovane giovane, forse quindicenne, che mentre lavorava cantava e pregava, povera, libera e felice. Gabriele si disse: “È lei!”. E si buttò in picchiata con l’angelico cuore che batteva all’impazzata. La fanciulla si chiamava Maria…

Maria e il sogno

 

Giuseppe, ho fatto un sogno che non riesco proprio a comprendere, ma credo che riguardava la nascita di nostro figlio. La gente stava facendo i preparativi con sei settimane d’anticipo: decoravano le case, compravano vestiti nuovi, uscivano spesso a fare spese e compravano regali molto elaborati. Era tutto molto strano, perché i regali non erano per nostro figlio: li avvolgevano in fogli vistosi, li legavano con dei nastri preziosi e poi li mettevano sotto un albero. Sì, Giuseppe, un albero dentro le case; quella gente aveva decorato un albero e i rami erano pieni di ciondoli brillanti e in cima all’albero c’era una figura - mi sembrò che fosse un angelo - veramente molto bella. Dopo ho visto una tavola splendidamente imbandita con piatti deliziosi e tanti vini: tutto sembrava squisito e tutti erano contenti, ma noi non eravamo stati invitati. Si vedeva che la gente era felice, sorridente e perfino emozionata quando si scambiavano i regali, ma... Sai, Giuseppe? Non rimaneva alcun regalo per nostro figlio e mi dava l’impressione che nessuno lo conoscesse perché nessuno fece mai il suo nome. Non ti sembra strano che la gente si dia tanto da fare e spenda tanto nei preparativi per celebrare il compleanno di qualcuno che non nominano mai e che forse neppure conoscono? Ebbi la strana sensazione che se nostro figlio fosse entrato in quelle case si sarebbe sentito un intruso. Tutto era così bello e la gente così contenta, ma io avevo una gran voglia di piangere perché nostro figlio era completamente ignorato. Che tristezza per Gesù non essere desiderato nella sua festa di compleanno! Sono contenta perché si è trattato solamente di un sogno, ma che terribile sarebbe se ciò divenisse realtà!

L’asino ha sempre ragione

 

Una volta gli animali fecero una riunione. La volpe chiese allo scoiattolo: “Che cos’è per te il Natale?”. Lo scoiattolo rispose: “Per me è un bell’albero con tante luci e tanti dolci da sgranocchiare appesi ai rami”. La volpe continuò: “Per me naturalmente è un fragrante arrosto d’oca. Se non c’è un bell’arrosto d’oca non c’è Natale”. L’orso l’interruppe: “Panettone! Per me Natale è un enorme profumato panettone”. La gazza intervenne.: “Io direi gioielli sfavillanti e gingilli luccicanti. Il Natale è una cosa brillante”. Anche il bue volle dire la sua: “È lo spumante che fa il Natale! Me ne scolerei anche un paio di bottiglie”. L’asino prese la parola con foga: “Bue, sei impazzito? È il Bambino Gesù la cosa più importante del Natale. Te lo sei dimenticato?”. Vergognandosi, il bue abbassò la grossa testa e disse: “Ma questo gli uomini lo sanno?”.

La leggenda dell’albero di Natale

 

In un remoto villaggio di campagna, la Vigilia di Natale, un bambino si recò nel bosco alla ricerca di un ceppo di quercia da bruciare nel camino, come voleva la tradizione, nella notte Santa. Si attardò più del previsto e, sopraggiunta l’oscurità, non seppe ritrovare la strada per tornare a casa. Per giunta incominciò a cadere una fitta nevicata. Il bimbo si sentì assalire dall'angoscia e pensò a come, nei mesi precedenti, aveva atteso quel Natale, che forse non avrebbe potuto festeggiare. Nel bosco, ormai spoglio di foglie, vide un albero ancora verdeggiante e si riparò dalla neve sotto di esso: era un abete. Sopraggiunta una grande stanchezza, il piccolo si addormentò raggomitolandosi ai piedi del tronco e l’albero, intenerito, abbassò i suoi rami fino a far loro toccare il suolo in modo da formare come una capanna che proteggesse dalla neve e dal freddo il bambino. La mattina si svegliò, sentì in lontananza le voci degli abitanti del villaggio che si erano messi alla sua ricerca e, uscito dal suo ricovero, poté con grande gioia riabbracciare i suoi compaesani. Solo allora tutti si accorsero del meraviglioso spettacolo che si presentava davanti ai loro occhi: la neve caduta nella notte, posandosi sui rami frondosi, che la piana aveva piegato fino a terra. Aveva formato dei festoni, delle decorazioni e dei cristalli che, alla luce del sole che stava sorgendo, sembravano luci sfavillanti, di uno splendore incomparabile. In ricordo di quel fatto, l’abete venne adottato a simbolo del Natale e da allora in tutte le case viene addobbato ed illuminato, quasi per riprodurre lo spettacolo che gli abitanti del piccolo villaggio videro in quel lontano giorno. Da quello stesso giorno gli abeti nelle foreste hanno mantenuto, inoltre, la caratteristica di avere i rami pendenti verso terra.

La leggenda della stella di Natale

 

Era la vigilia di Natale, in fondo alla cappella, Lola, una piccola messicana, in lacrime pregava: “Per favore Dio mio, aiutami! Come potrò dimostrare al bambino Gesù che lo amo? Non ho niente, neanche un fiore da mettere a piedi del suo Presepe”. D’un colpo apparve una bellissima luce e Lola vide apparire accanto a lei il suo Angelo Custode. “Gesù sa che lo ami, Lola, lui sa quello che fai per gli altri. Raccogli solo qualche fiore sul bordo della strada e portalo qui”, disse l’Angelo. “Ma sono delle cattive erbe, quelle che si trovano sul bordo della strada”, rispose la bambina. “Non sono erbe cattive, sono solo piante che l’uomo non ha ancora scoperto quello che Dio desidera farne”, disse l’Angelo con un sorriso. Lola uscì e qualche minuto più tardi entrò nella cappella con in braccio un mazzo di verdure che depositò con rispetto davanti al Presepe in mezzo ai fiori che gli altri abitanti del villaggio avevano portato. Poco dopo nella cappella si senti un breve sussurro, le erbe cattive portate da Lola si erano trasformate in bellissimi fiori rossi, rosso fuoco. Da quel giorno le stelle di Natale in Messico sono chiamate “Flores de la Noce Buena”, “fiori della Santa Notte”.

Quanto pesa un batuffolo di neve?

 

“Dimmi quanto pesa un batuffolo di neve”,  disse un uccello a una colomba. “Niente, non pesa nulla”, rispose. “Se lo credi così, ti racconterò una storiella: “Mi sono seduto sul ramo di un avete e iniziò a nevicare, cominciai a contare i fiocchi di neve mentre cadevano pian piano su i ramoscelli del mio ramo. Il numero fu, con esattezza, di 3.741.952. Quando cadde il 3.741.953, che non pesava nulla, come hai detto, il ramo si spezzò”. Finita la storiella l’uccello volò e la colomba riflettendo si disse: “Forse basta la voce d’una persona perché arrivi nel mondo la PACE”.

Kurt Kanter

A Gesù che nasce

... che vive e regna nei secoli dei secoli, ma muore ed è disprezzato, minuto per minuto, nella vita degli ultimi.

Caro Gesù, voglio scrivere a Te. Per tanti motivi. Prima di tutto, perché so che Tu mi leggerai di sicuro e la mia lettera non rischierà di finire come le Tue. Ce ne hai scritte tante, e sono tutte lettere d’amore, ma noi non le abbiamo neppure aperte. Nel migliore dei casi, le abbiamo scorse frettolosamente e con aria annoiata. Poi, perché so che Tu non ti fermi a fare l’analisi estetica di ciò che ti dico. Tu vai sempre al nocciolo, o alla radice, e sei imbattibile a leggere sotto le righe. E anche stavolta, ne sono certo, sotto le righe sai scorgere il mio cuore gonfio di paure e di speranze, di preoccupazioni e di tenerezze. Poi, perché Tu rispondi sempre, e non passi mai nulla sotto silenzio. Non c’è volta che Tu ti rifiuti di ricambiare il saluto o di accusare ricevuta. Con gli altri, lo sai, non sempre è così. Più che la ricevuta, sembra che accusino il colpo. Ma, soprattutto, scrivo direttamente a Te, perché so che a Natale ti incontrerai con tantissime persone che verranno a salutarti. Tu le conosci a una a una. Beato Te, che le puoi chiamare tutte per nome. Io non ci riesco. Dal momento, però, che passeranno a trovarti, se non nell’Eucaristia e nei sacramenti almeno nel Presepe, perché non suggerisci loro, discretamente, che non te ne andrai più dalla terra e che, pur trovandoti altrove per i tuoi affari, hai un recapito fisso nella Tua Chiesa, dove ti potranno incontrare ogni volta che lo vorranno? E, a proposito di recapito, non pensi che la tua Chiesa, il cui grembo hai deciso di abitare per sempre dopo aver abitato per nove mesi quello di Tua Madre, abbia bisogno di qualche restauro? Si tratterà, caro Signore, di restauri costosi, perché da ricca deve diventare povera, da superba deve divenire umile, da troppo sicura deve imparare a condividere le ansie e le incertezze degli uomini, da riserva per aristocratici deve divenire fontana del villaggio.
Chi è profano in certe faccende pensa che sia un restauro quasi senza spese, sotto costo, perché si tratta di ridurre invece che di accrescere. Invece io so che occorre uno di quegli stanziamenti fortissimi della Tua grazia, perché, se no, non se ne farà nulla. Visto che mi sono messo sulla strada delle raccomandazioni, posso approfittare dell’amicizia per fartene qualche altra? Aiuta me e tutti i miei fratelli sacerdoti a lasciarci condurre dallo Spirito, che è Spirito di libertà e non di soggezione, Spirito di giustizia e non di dominio, Spirito di comunione e non di rivalità, Spirito di servizio e non di potere, Spirito di fratellanza e non di parte. Dona ai laici della nostra Chiesa la gioia di Te, che fai nuove tutte le cose. Ispira in essi i brividi dei cominciamenti, le freschezze del mattino, l’intuito del futuro. Esorcizza nelle nostre comunità la paura del vuoto, l’impressione che si campi solo sulle parole, il sospetto che, di ardito, amiamo solo le metafore. Metti nel cuore di chi sta lontano una profonda nostalgia di Te. Asciuga le lacrime segrete di tanta gente, che non ha il coraggio di piangere davanti agli altri. Entra nelle case di chi è solo, di chi non attende nessuno, di chi a Natale non riceverà neppure una cartolina e, a mezzogiorno, non avrà commensali. Gonfia di speranze il cuore degli uomini, piatto come un otre disseccato dal sole. Ricordati dei ragazzi dell’Istituto … che non andranno a casa perché nessuno li vuole. Ricordati della famiglia … che abita in via … , a Molfetta, e sono otto in una stanza senza luce. Ricordati dei quattro vecchietti che dormono nelle celle di un ex convento a Ruvo, col cartone al posto dei vetri alla finestra. Ricordati di Giovanni che si droga e ogni tanto mi telefona di notte per dirmi che sta male. Ricordati di Antonella lasciata dal marito. Ricordati di tutti i poveri e gli infelici, i cui nomi hanno trovato accoglienza sterile solo sulla mia agenda, ma non ancora nel mio impegno di vescovo, chiamato a presiedere alla carità. Ricordati, Signore, di chi ha tutto, e non sa che farsene: perché gli manchi Tu. Buon Natale, fratello mio Gesù, che oltre a vivere e regnare per tutti i secoli dei secoli, muori e sei disprezzato, minuto per minuto, su tutta la faccia della terra, nella vita sfigurata degli ultimi.

Servo di Dio Tonino Bello, Alla finestra la speranza, ed. Paoline, 1988

Amaro sorriso di Angeli

 

La tristezza di questi Natali, Signore, ti muova a pietà.

Luminarie a fiumane, ghirlande di false costellazioni

oscurano il cielo di tutte le città.

Nessuno più appare all’orizzonte:

nulla che indichi l’incontro con la carovana del Pellegrino;

non uno che dica in tutto l’Occidente:

“Nel mio albergo, sì, c’è un posto!”.

Non un segno di cercare oltre,

un segno che almeno qualcuno creda,

uno che attenda ancora Colui che deve venire…

Non è vero che l’attendiamo:

non attendiamo più nessuno!

Tutto è immoto, pure se dentro un’inarrestabile vortice:

pur esso segno di fatale fissità.

E così, è destino, più non ci sono ritorni,

né ricorsi: è inutile che venga!

Tale è questa civiltà gravida del nulla!

Ora tu, anche se illuso di credere,

o figlio dell’ateo Occidente,

segui pure la tua stella

- così è gridato per tutta la città dai vessilli -

segui, dico, la stella e troverai non altro

che spiritati manichini di mode folli in volo dalle vetrine…

Poiché falso è questo tuo donare (è Natale),

falso perfino stringerci la mano avanti la Comunione,

e trovarci assiepati nella Notte a cantare: “Gloria nei cieli…”

Un amaro riso di Angeli obnubila lo sfavillio dei nostri Presepi,

Francesco cantore di perfette, tragiche letizie:

pure se un Dio continuerà a nascere,

a irrompere da insospettati recessi:

là dove umanità alligna ancora silenziosa e desolata:

dal sorriso forse di un fanciullo dalla casba a Dacca, o a Calcutta…

Nessuno conosce solitudine

come il Dio del Cristo:

un Dio che meno di tutti può vivere solo

pure se sia la dorata solitudine di Paradiso.

Certo verrà, continuerà a venire,

a nascere… ma altrove, altrove…

 

padre David Maria Turoldo

Non temete!

 

Mio Dio, da tanto tempo io cercavo il Tuo volto e mi chiedevo a chi potessi rassomigliare. E ora sono contento di scoprire questo bambino neonato coricato sulla paglia di una mangiatoia. Eccolo, dunque, il Tuo volto! Sei Tu questo neonato? Ma allora assomigli a tutti i bambini del mondo perché non ci sono differenze tra Te e loro. Quanto è strana la vita! Prima ero io che avevo paura di Te, che mi sentivo sempre in colpa; ed ora sei Tu quello che non bisogna spaventare. Prima mi aspettavo che Tu ti chinassi su di me per tirarmi fuori dai miei sentieri cattivi ed ora sono io che mi curvo su di Te, come ci si curva su un bambino appena nato. Mio Dio, pensavo che Tu fossi uno spauracchio e invece sei un bambino piccolo piccolo. Là sulla paglia, in questa notte d’inverno, ho perso la paura ed ho ritrovato l’amore.

Un Presepe da niente

 

Io ho in mente un Presepe da niente.

Un Bambino Gesù,

un Bambino soltanto,

posato nella culla

da tante manine dei bambini del mondo.

 

Io ho in mente un Presepe da niente.

È Gesù che viene

tra tanti bambini che si vogliono bene.

M. A. Scavuzzo

Un Dio bambino che si fa coprire di baci

 

La Vergine guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo volto è uno stupore ansioso che è comparso una volta soltanto sul viso umano. Perché il Cristo è suo figlio, carne della sua carne e sangue delle sue viscere. L’ha portato in grembo per nove mesi, gli offrirà il seno, e il suo latte diventerà il sangue di Dio. Qualche volta la tentazione è così grande da fargli dimenticare Dio. Lo stringe fra le braccia e dice: “Bambino mio”. Ma in altri momenti rimane interdetta e pensa: lì c’è Dio, e viene presa da un religioso orrore per quel Dio muto, per quel bambino che incute timore... Questo Dio è mio figlio. È fatto di me, ha i miei occhi, la forma della sua bocca è la mia, mi assomiglia. È Dio e mi assomiglia. Nessuna donna ha mai potuto avere in questo modo il suo Dio per sé sola, un Dio bambino che si può prendere fra le braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e ride. È in uno di questi momenti che dipingerei Maria se fossi pittore.

 Jean Paul Sartre

In cammino

 

Siamo come viandanti
che per un momento si fermano e cantano;
ancora intorpiditi dalle pene del viaggio.
Ben lo sappiamo che, sulla montagna dell’oggi
non possiamo piantare le tende della pace.
Ben lo sappiamo che dobbiamo ripartire
scendere nelle pianure ostili, risalire le valli,
guadare i fiumi, traversare i deserti,
e camminare ancora e sempre ancora.
Ma sappiamo anche che un giorno a noi sconosciuto,
giungeremo alle porte della Città
il cui re è un Bambino
e la cui sola luce è l’Agnello immolato.
Per questo noi ti rendiamo grazie,
Padre santo, per averci donato un poco di questa gioia
che domani lieviterà il mondo quando il Figlio tuo, vincitore,
si porrà alla testa dell’immenso corteo umano
e riconsegnerà il regno ormai maturo
per la festa definitiva e sicura.
Noi allora regneremo con Lui per i secoli dei secoli.

Amen.

Lettera dal carcere

 

Nel recente periodo natalizio, durante la trasmissione “A SUA IMMAGINE” è stato intervistato il Cardinale Angelo Comastri al quale il conduttore ha chiesto se ricordava un Natale particolare.

 

Il Cardinale, sorridendo, ha risposto così:

“Ogni Natale è bello, perché a Natale: c’è una specie di alta marea della bontà e anche coloro che non credono o non capiscono il senso del Natale, avvertono che c’è qualcosa nell’aria, e quindi c'è un’emozione che entra nel cuore di tutti. Per me, ogni Natale ha un suo ricordo, ha un suo sì!
Ci tengo a dire che fu un Natale particolare quello del 1970. Allora ero a Roma, giovane Sacerdote, padre spirituale al seminario minore e andavo ogni settimana al carcere di Regina Cieli per ascoltare i detenuti e a confessare, se necessario. Ricordo che quell’anno, pochi giorni prima di Natale, un detenuto molto giovane mi disse: “Ho scritto una preghiera, gliela posso consegnare?”. Gli risposi: “Si volentieri!”. Era un foglio di quaderno a quadretti e, quando lo lessi, rimasi colpito, emozionato e anche un po’ turbato. La preghiera scritta diceva così:

 

Signore, torna il Natale, è la festa della famiglia, ma non è la mia festa, perché io non ho famiglia; sono figlio di una prostituta, non conosco mio padre. Signore, a volte dubito anche di Te, dubito del Cielo, dì tutto. Mi dà fastidio sperare, perché mi sembra un atto vile e indegno dell’ingiustizia che io sto soffrendo: mi è stata tolta la famiglia. Talvolta urlo e invoco ciò che la vita mi ha tolto. Ho bisogno di una mamma, ho bisogno di una carezza, di una dolce voce che mi chiami figlio. Signore, ascolta il mio pianto; Tu hai avuto la fortuna di avere anche una mamma, una mamma fatta su misura per Te! A me ne bastava una qualsiasi, una modesta, povera, semplice, ma per me no! Neanche così. Mamma di Gesù, se dici di si! Se vuoi accostarti a me, baciarmi questa sera quando mi addormenterò e portarmi in Cielo con Te, fallo tranquillamente, non danneggerai nessuno, perché io sono solo, non lascio nessuno, e nessuno piangerà, perché io non esisto.

 

REPLICA IL GIORNALISTA: “Questa lettera sembra in contrasto con questa festività, lei invece ricorda un Natale speciale, legandolo ad una preghiera che sembra antinatalizia”.

COMASTRI: “Questo dramma commenta il messaggio del Natale. Cosa c’è al centro del Natale? Una famiglia, una madre immacolata. un padre giusto e un bambino e Dio sceglie di venire in mezzo a noi e sceglie di abitare in mezzo ad una famiglia. Giovanni Papini diceva: “State bene attenti, il Natale è una stalla, se togliete il bambino, resta soltanto la stalla, se c’è il bambino e la famiglia che gli sta accanto, allora è Natale”. Credo che tanti, soprattutto oggi, stiano riscoprendo il Natale, perché c’è una specie di disgusto di un benessere pacchiano e pesante che poi non riempie il cuore. Madre Teresa di Calcutta diceva:  La felicità non la può dare il benessere, la felicità non si compra, la felicità la si riceve gratuitamente, ma da Dio.

Sei nato in una stalla sì, però sei nato

 

Sei nato in una stalla sì,

però sei nato;

nessuno ti voleva,

ma ti hanno accolto almeno,

una mamma ed un papà!


Quanti bambini invece,

non vedranno oggi la luce,

quanti papà non sanno

e non sapranno mai,

di aver avuto un figlio!


E quante donne oggi,

guardando il Tuo Presepe,

in segreto piangeranno,

un bimbo non voluto!


Ma Tu dalla tua culla,

piccolo Dio bambino,

consola quelle mamme,

a cui manca tanto

un figlio.


Maria, Tu che sei donna,

raccogli il loro pianto,

benedici anche chi,

un giorno non ha saputo,

ripetere il tuo “sì”.

Caro Gesù Bambino, ti voglio avvisare...

 

Caro Gesù Bambino,
ora che di nuovo nasci bambino sulla Terra,
ti voglio avvisare:

non nascere nella cristiana Europa:
ti metterebbero solo solo davanti alla Tv,
riempiendoti di pop corn e merendine
e ti educherebbero a essere competitivo,
uomo di potere e di successo,
e a essere un “lupo” per altri bambini
sem
mai africani, latinoamericani o asiatici.
Tu che sei l’Agnello mite del servizio.

Non nascere nel cristiano Nord America:
ti insegnerebbero che sei superiore agli altri bambini,
che il tempo è denaro,
che tutto può essere ridotto a business, anche la natura,
che ogni uomo “ha un prezzo”
e tutti possono essere comprati e corrotti;
e ti eserciterebbero a sparare missili e a fare embarghi
che tolgono cibo e medicine ad altri bambini.
Tu che sei il Principe della pace.

Evita l’Africa:
ti capiterebbe di nascere con l’aids
e di morire di diarrea, ancora neonato
oppure di finire profugo in un Paese non tuo
per scappare a delle nuove stragi degli innocenti.
Tu che sei il Signore della Vita.

Evita l’America Latina:
finiresti bambino di strada oppure ti sfrutterebbero
per tagliar canna da zucchero o raccogliere caffè e cacao
per i bambini del Nord del mondo
senza mai poter mangiare una sola tavoletta di cioccolato.
Tu che sei il Signore del Creato.

Evita anche l’Asia:
ti metterebbero “a padrone” lavorando quattordici ore al giorno
per tappeti oppure scarpe, palloni e giocattoli
da regalare... a Natale... ai bambini del Nord del mondo,
e Tu andresti scalzo e giocheresti a calcio con palloni di carta o pezza.
Tu che sei il Padrone del mondo.

Ma soprattutto non nascere... di nuovo in Palestina:
alcuni ti metterebbero un fucile, altri una pietra in mano
e ti insegnerebbero a odiare i tuoi fratelli... di stesso Padre:
gli ebrei, i musulmani e i cristiani.
Tu che ogni anno sei inviato dal Padre per darci il Suo Amore misericordioso.

Caro Bambino, a pensarci bene,
devi proprio rinascere in tutti questi posti
ma non nei cuori dei bambini,
e dei Paesi “piccoli e deboli”:
là ci stai già,
ma nei cuori dei grandi e dei Paesi “grandi e potenti”
perché come hai fatto Tu stesso:
Dio potente che diventa bambino impotente, rinascano anch’essi:
piccoli, innocenti e finalmente... deboli.

 

Giuliana Martirani, Il drago e l’agnello

Il lupo molto feroce

 

C’era una volta, in un bosco, un lupo molto feroce. Si nutriva di polli e di conigli e attaccava le greggi e gli armenti del villaggio. Anche i bambini non uscivano più a giocare. Il lupo era diventato il terrore di tutti. Si presero provvedimenti: gli animali dovevano vivere dentro recinti e trappole di ogni tipo vennero appostate nei dintorni. Il lupo cominciò a sentirsi braccato e vagava per il bosco, sempre più affamato. Una sera, inaspettatamente, una stupenda luce illuminò il cielo e durò per tutta la notte. Ad un certo momento diversi gruppi di pastori cominciarono ad arrivare da ogni dove. Andavano tutti verso la medesima direzione. Che cosa stava succedendo? Il lupo decise di seguirli, tenendosi a debita distanza. Li vide entrare in una grotta. Non si capiva che cosa vi trovassero. Quando uscirono, sembravano trasfigurati e anche una giovane donna comparve in mezzo a loro. Era un’occasione propizia. Il lupo furtivamente si intrufolò nella grotta. Su una minuscola stuoia, un bambino molto piccolo stava disteso e giocava con un filo d'erba tra le dita. Il lupo si illuminò. Ecco il cibo sognato da tanto tempo. La mamma era ancora fuori con gli ospiti e non si sarebbe accorta. Avvicinò il muso al bambino. Sarebbe stata questione di un attimo. Ma successe qualcosa d’inaspettato. Il bambino non si spaventò, non pianse. Lo guardò, anzi, negli occhi, gli sorrise e allungando la manina accarezzò quel muso sporco di polvere. E gli disse: “Ti voglio bene”. Nessuno glielo aveva mai detto. La sua pelliccia di lupo si sfilacciò come una vecchia camicia. Dentro comparve un giovane uomo. Chinato verso il bambino, trasformato, continuava a gridargli: “Grazie! Grazie! Grazie!”. Poi corse via. Che cos’altro poteva fare questo ex-lupo se non correre in ogni angolo della terra e raccontare a tutti ciò che quel bambino aveva fatto di lui?

 

Il vecchio e il bambino

 

Tra poco sarà di nuovo Natale. Il vecchio stava seduto sulla solita vecchia sedia, davanti alla solita vecchia piazza di un vecchio paese. Il bambino si avvicina chiedendo: “Vecchio, quanti Natali hai visto?” “Ho visto tanti Natali”. Il vecchio rispose senza neanche guardare il bambino. “E quante cose hai fatto?” “Ne ho fatte tante”. Anche questa volta il vecchio non volse lo sguardo al bambino. “Dimmene qualcuna”. “Quando ero giovane come te ho giocato, ho pescato, ho baciato la mia prima donna, poi mi sono sposato, ho iniziato a lavorare, ho fatto tre figli che hanno fatto altri figli, ho smesso di lavorare e ho cominciato a guardare la piazza”. Al vecchio brillavano gli occhi, ora guardava il bambino. “E tu?”, disse, “quante cose hai fatto?” Il bambino, inorgoglito da tale domanda rispose: “Nessuna, ma ho intenzione di giocare, pescare, studiare, baciare la mia prima donna, sposarmi, iniziare a lavorare, fare tre figli che faranno altri figli, smettere di lavorare e sedermi lì dove sei seduto adesso a continuare a guardare la piazza, così potrò rispondere al bambino di domani”.

Il Verbo si è fatto carne

 

Ci vuole tempo prima che l’uomo possa capire il suo stato, alzare la testa, sorridere dinanzi al diluvio di mali che l’ha investito. Mi diceva una cieca di aver impiegato dodici anni per capire qualcosa della sua cecità. Poi capì e sorrise. C’è un mistero nelle cose. C’è un mistero nella vita. C’è un mistero nel dolore. È come la notte, ma per vederci occorre attendere l’alba. E attendere significa sperare, e la speranza è la pazienza dell’uomo. Ma è proprio in questa pazienza che l’uomo impara a posse­dersi, a conoscersi. Difatti la Scrittura dice: “Nella pazienza possederete le anime vostre” (Lc 2l, 19). Quando l’uomo ha imparato la pazienza e si è abituato ad attendere il silenzio di Dio, diviene Parola. La Parola, tutta la Parola, è Gesù, la persona di Gesù, il Verbo di Dio. “E il Verbo si è fatto carne ed ha messo la sua tenda tra di noi” (Gv 1, 14). E tra noi ha vissuto da povero. Il povero di JHWH. Volle assumere su di sé la povertà dell’uomo per aiutarlo a compiere il terribile esodo espresso dalla povertà, dalla sofferen­za, dalla morte. Tutta la vita di Gesù va vista in questa luce, tesa in questa prospettiva, indirizzata a questo fine.

 

fratel Carlo Carretto

A Maria e Giuseppe in cerca di alloggio

 

Una mangiatoia: che clinica di lusso per il figlio di Dio!

Poiché mi dicono un po’ tutti che, con la storia della gente senza casa, ho rotto l’anima all’intera città, ho deciso di interpellarvi come esperti, sicuro che almeno voi non direte che mi pongo un falso problema. Vi spiego la frase tra virgolette, che non si usava ai vostri tempi. È una espressione tutta moderna che sta avendo fortuna. Anzi, pare che vogliano dare il premio Nobel a chi l’ha inventata. Quando, infatti, un problema o non lo si vuole affrontare, o si è incapaci di risolverlo, basta dichiararlo falso, e il gioco è fatto. Oggi molti problemi qui da noi li stiamo risolvendo così. Ora, dicevo, voi che ve ne intendete, non potreste farmi sapere, a stretto giro di posta, il vostro parere personale sul problema degli sfrattati? Perché, se anche per voi è falso, sono disposto ad archiviare la questione e a non parlarne più. Dal momento che in questi giorni sono spesso in giro a inaugurare capanne di Betlem, la risposta, se non vi dispiace, fatemela recapitare presso la famiglia … che abita sulla provinciale Molfetta-Terlizzi in un tugurio di pochi metri quadrati tanto simile a quello dove nacque Gesù. Sono in otto persone. Qualcuno lo troverete sempre in casa (scusatemi: volevo dire in grotta. A proposito di presepio, toglietemi una curiosità: ma quella del Natale ve la ricordate come la notte più bella o come la notte più amara della vostra vita? Vero è che, con tutti quegli Angeli che inondarono di luce e di canti la capanna di Betlem, la cosa andò a finir bene; ma ho l’impressione che ancora oggi, quando pensate a quell’avvenimento, un’ombra di mestizia attenui la vostra beatitudine del Paradiso. Sì, perché, accanto alla Notte Santa c’è stata una lunghissima notte empia che voi avete vissuto nella paura e nel pianto, tenendovi per mano. Quanti rifiuti, quante porte in faccia, quanto strozzinaggio. Hanno chiesto pure a voi migliaia di sicli a fondo perduto? Vi hanno riso in faccia dichiarando che degli affitti a equo canone non sapevano che farsene? Hanno preso in giro pure voi dicendovi che le abitazioni a piano terra si concedevano solo per uffici, o per negozi, o magari (visto che tu, Giuseppe, eri del mestiere) per una esposizione di falegnameria? Come si ripete la storia! Ora capisco perché l’evangelista Luca che ha descritto con tanti particolari la Notte Santa e abbia usato una sola frase per dipingere la notte empia: lo deposero in una mangiatoia perché per loro non c’era posto. Una mangiatoia: che clinica di lusso per il figlio di Dio! Chiudo perché mi hanno chiamato a inaugurare un Presepe. Ci saranno molte autorità e il vescovo non può mancare. Ma ho paura che stasera lì, in quel presepe, voi, Maria e Giuseppe, non ci sarete. E neppure il bambino Gesù. Chi sa, sarete forse sulla provinciale Molfetta-Terlizzi, nello sconnesso tugurio dove, dopo venti secoli di civiltà cristiana, siete stati ridotti ancora una volta a trovare un rifugio di fortuna. Ma, prima di lasciarvi, voglio implorare da voi per me, per le mie città, per gli uomini tutti, una enorme benedizione. Fateci riscoprire la gioia di donare. Metteteci nell’anima una grande speranza. Cambiateci questo vecchio, arido cuore. Se ci date una mano, saremo ancora capaci di accoglienze generose. E allora, nell’immensa sala travaglio del mondo, echeggerà il vagito di un bambino che sopravvanzerà l’urlo convulso della terra partoriente. E sul volto contratto di questa nostra antica giovanissima madre, puerpera dolce e disperata, splendida e violenta, un sorriso di indicibile tenerezza saluterà la nascita dell’uomo nuovo. Fatto davvero a immagine del vostro Gesù.

Servo di Dio Tonino Bello, Alla finestra la speranza, ed. Paoline, 1988

Caro Gesù ti scrivo

 

Caro Gesù, ti scrivo per chi non ti scrive mai,

per chi ha il cuore sordo bruciato dalla vanità,

per chi ti tradisce, per quei sogni che non portano a niente,

per chi non capisce questa gioia di sentirti sempre amico e vicino.

 

Caro Gesù, ti scrivo per chi una casa non ce l’ha,

per chi ha lasciato l’Africa lontana e cerca un po’ di solidarietà,

per chi non sa riempire questa vita con l’amore e i fiori del perdono,

per chi crede che sia finita, per chi ha paura del mondo che c’è

e più non crede nell’uomo.

 

Gesù, ti prego ancora:

vieni a illuminare i nostri cuori soli,

a dare un senso a questi giorni duri,

a camminare insieme a noi.

Vieni a colorare il cielo di ogni giorno,

a fare il vento più felice intorno,

ad aiutare chi non ce la fa...

 

Caro Gesù, ti scrivo perché non ne posso più

di quelli che sanno tutto e in questo tutto non ci sei Tu,

perché voglio che ci sia più amore per quei fratelli che non hanno niente,

e che la pace, come il grano al sole, cresca e poi diventi pane d’oro

di tutta la gente.

 

Gesù, ti prego ancora:

vieni a illuminare i nostri cuori soli,

a dare un senso ai giorni vuoti e amari,

a camminare insieme a noi.

Vieni a colorare il cielo di ogni giorno,

a fare il vento più felice intorno,

ad aiutare chi non ce la fa...

 

Signore vieni! Signore vieni!

 

Zecchino d’oro 1997 - musica e testo: M. Piccoli

Non celebriamo il Natale come un ricordo patetico

 

Non celebriamo il Natale come un ricordo patetico di una nascita che è stata: oggi per noi è Natale nella misura che ci apriamo a Cristo Signore che chiede adesso di incarnarsi dentro di noi, o meglio, di accorgerci che Lui è incarnato e di lasciarlo vivere incarnato dentro di noi. L’incarnazione è la conformità a cristo Signore, è lasciare vivere Lui dentro di noi. Bisogna dunque vivere in Cristo mettendolo al centro del proprio cuore, perché Lui possa diventare il cuore del mondo.

 

don Oreste Benzi, da Pane quotidiano

L’Amore mette le Sue radici nella povertà

 

L’Amore mette le Sue radici nella povertà (…di qualsiasi genere). Noi non sappiamo più amarci perché o siamo stanchi di fare il povero o abbiamo paura di diventare poveri, mentre solo il povero è nelle condizioni d’amore affermate da Cristo nel Natale.

 

don Primo Mazzolari (Natale 1937)

La leggenda dei sempreverdi

 

Nei tempi passati, al termine dell’estate, un uccellino si ferì ad un’ala, restando cosi da solo nel bel mezzo del bosco. Non potendo più volare, restò praticamente in balia dell’inverno, che già faceva sentire i suoi primi geli. Cosi, domandò ad un enorme faggio di potersi rifugiare tra i suoi grandi rami, sperando di poter passare l’inverno al riparo dal cattivo tempo. Ma il faggio, altezzosamente, rifiutò all'uccellino un piccolo riparo tra le sue fronde. Intristito, l’esserino continuò a girovagare nel bosco, trovando di li a poco un grosso castagno e, speranzoso, ripeté la stessa domanda. Ma anche quest’albero rifiutò all’uccellino la sua protezione. Cosi, nuovamente s’incammino nell’oscurità della foresta, alla ricerca di un riparo. Di li a poco si sentì chiamare: “Uccellino, vieni tra i miei rami, affinché tu possa ripararti dal freddo. Stupito, l’uccellino si voltò e vedendo che a parlare era stato un piccolo pino, saltò lestamente su uno dei suoi rami. Subito dopo anche una pianta di ginepro offrì le sue bacche come sostentamento per il lungo inverno. L’uccellino ringraziò più volte per tale generosità, che gli permise cosi di superare la cattiva stagione. Dio, avendo osservato tutto, volle ricompensare la generosità del pino e del ginepro, ordinando al vento di non far cadere loro le foglie, e quindi da quel giorno furono “sempreverdi”.

A Gesù, che nasce stanotte

 

Non vi è cielo che possa contenerti, Gesù,

Tu sei nel più umile fiore dei campi,

Tu sei nel cavo di una roccia,

negli spazi stellari,

Tu sei l’inimmaginabile anima del mondo;

e però il santuario che più ami

è il cuore di un bimbo,

il cuore di ogni uomo:

Gesù a Natale fa che tutta l’umanità

sia la tua più splendida cattedrale!

 

padre David Maria Turoldo

Il Presepe


Natale. Guardo il presepe scolpito

dove sono i pastori appena giunti

alla povera stalla di Betlemme.

Anche i Re Magi nelle lunghe vesti

salutano il potente Re del mondo.

Pace nella finzione e nel silenzio

delle figure in legno ed ecco i vecchi

del villaggio e la stalla che risplende

e l’asinello di colore azzurro.

 

Salvatore Quasimodo

Andare a Betlem

 

Non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche quello della nostra anima sarà libero di smog e illuminato di stelle.

Vorrei essere per voi uno di quei pastori veglianti sul gregge, che nella notte del primo Natale, dopo l’apparizione degli Angeli, alzò la voce e disse ai compagni: “Andiamo fino a Betlem, e vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. Andiamo fino a Betlem. Il viaggio è lungo, lo so. Molto più lungo di quanto non sia stato per i pastori. Ai quali bastò abbassarsi sulle orecchie avvampate dalla brace il copricapo di lana, allacciarsi alle gambe i velli di pecora, impugnare il vincastro e scendere giù per le gole di Giudea, lungo i sentieri odorosi di sterco e profumati di menta. Per noi ci vuole molto più che una mezz’ora di strada. Dobbiamo attraversare venti secoli di storia. Dobbiamo valicare il pendio di una civiltà che, pur qualificandosi cristiana, stenta a trovare l’antico tratturo che la congiunge alla sua ricchissima sorgente: la capanna povera di Gesù. Andiamo fino a Betlem. Il viaggio è faticoso, lo so. Molto più faticoso di quanto non sia stato per i pastori. I quali, in fondo, non dovettero lasciare altro che le ceneri del bivacco, le pecore ruminanti tra i dirupi dei monti, e la sonnolenza delle nenie accordate sui rozzi flauti d’Oriente. Noi, invece, dobbiamo abbandonare i recinti di cento sicurezze, i calcoli smaliziati della nostra sufficienza, le lusinghe di raffinatissimi patrimoni culturali, la superbia delle nostre conquiste... per andare a trovare che? Un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia. Andiamo fino a Betlem. Il viaggio difficile, lo so. Molto più difficile di quanto non sia stato per i pastori. Ai quali, perché si mettessero in cammino, bastarono il canto delle schiere celesti e la luce da cui furono avvolti. Per noi, disperatamente in cerca di pace, ma disorientati da sussurri e grida che annunziano salvatori da tutte le parti, e costretti ad avanzare a tentoni nelle circospezioni di infiniti egoismi, ogni passo verso Betlem sembra un salto nel buio. Andiamo fino a Betlem. un viaggio lungo, faticoso, difficile, lo so. Ma questo, che dobbiamo compiere all’indietro, è l’unico viaggio che può farci andare avanti sulla strada della felicità. Quella felicità che stiamo inseguendo da una vita, e che cerchiamo di tradurre col linguaggio dei presepi, in cui la limpidezza dei ruscelli, o il verde intenso del muschio, o i fiocchi di neve sugli abeti sono divenuti frammenti simbolici che imprigionano non si sa bene se le nostre nostalgie di trasparenze perdute, o i sogni di un futuro riscattato dall’ipoteca della morte. Andiamo fino a Betlem, come i pastori. L’importante è muoversi. Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto: ve lo assicuro. E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga il dubbio di avere sbagliato percorso. Perché, da quella notte, le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi dell'onnipotenza di Dio. Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l'amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove egli continua a vivere in clandestinità. A noi il compito di cercarlo. E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della sua visita. Mettiamoci in cammino, senza paura. Il Natale di quest’anno ci farà trovare Gesù e, con lui, il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto dell’essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell'impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera. Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche quello della nostra anima sarò libero di smog, privo di segni di morte, e illuminato di stelle. E dal nostro cuore, non più pietrificato dalle delusioni, strariperà la speranza.

Servo di Dio Tonino Bello, Alla finestra la speranza, ed. Paoline, 1988

La leggenda del pino

 

Finalmente apparvero le case di Betlemme.

Era l’ora in cui gli uomini, lasciato il lavoro, s’affrettano amorevoli verso le case e il giovane, riconducendo i bovi alla stalla, ha in bocca uno stornello, come un rametto fiorito. Era l’ora in cui i camini fumano e la massaia stende la tovaglia della cena sulla grande tavola della cucina. Il cielo illividito si era chinato verso la terra in un raccoglimento di nevicata. Eppure gli uccelli continuavano a volare sugli alberi nudi e i galli continuavano a cantare nei pollai già chiusi, come se il giorno, invece di finire, stesse per cominciare. La Madonna si reggeva a fatica, per la stanchezza del lungo cammino, e Giuseppe aveva nel cuore una gran pena per la santissima creatura che affrontava tanti disagi in una stagione tanto avversa. Dove l’avrebbe fatta riposare? Dove avrebbe bussato a chiedere un giaciglio? La Madonna quasi sveniva, e dal cielo cominciavano a cadere dei bianchi petali, come da grandi mandorli in fiore quando c’è vento. Giuseppe corse verso le case di Betlemme a cercare un luogo dove passare la notte. La Madonna restò a pregare al riparo di un albero. E l’albero si rizzò sul tronco e le fece largo tirando i rami verso la cima e distendendoli a ombrello. La neve sfarfallava intorno e imbiancava ogni cosa. Ma sotto l’albero spiccava, isoletta scura, un cerchio di terra. E in quel cerchio asciutto, la Madonna aspettò il ritorno di Giuseppe. “Benedetto”, disse, “tu che mi hai riparata”. E il pino rimase, da allora, un sempreverde ombrello d’una aerea bellezza che rallegra la vista e conforta lo spirito. Nella polpa dei suoi semi è racchiusa l’immagine delle sante mani che si levarono a benedirlo. E sotto i suoi rami, poi che la Madonna vi respirò la sera di Natale, l’aria è balsamo a chi vi si sofferma. E dal tronco, se lo ferisci, geme una resina che bruciata profuma come incenso davanti all’altare.

Eliogabalo e Matusalemme

 

Il piccolo e zoppo Matusalemme ed Eliogabalo (detto Gabalo) erano due ragazzi poveri della città. Avevano sempre vissuto, dalla nascita, nel collegio dei ragazzi poveri. “Sai che domani è Natale?”, chiese Gabalo, un giorno che tutti e due stavano spalando la neve dall’ingresso dell’istituto. “Ah, davvero?”, rispose Matusalemme. “Spero proprio che la signora Pynchurn non se ne accorga. Diventa particolarmente antipatica nei giorni di festa!”. L’antipatica signora Pynchum era la direttrice dell’istituto dei poveri, ed era temuta da tutti. Matusalemme proseguì: “Gabalo, tu credi che Babbo Natale ci sia davvero?”. “Certo che c’è”. “E allora perché non viene mai qui alla casa dei poveri?”. “Beh”, rispose Gabalo, “noi stiamo in una strada tutte curve, lo sai no? Forse Babbo Natale non riesce a trovarla”. Gabalo cercava sempre di mostrare a Matusalemme il lato bello delle cose, anche quando non c’era! Proprio in quel momento un’automobile investì un povero cane che cadde riverso sulla neve. Gabalo corse subito in suo aiuto e vide che aveva una zampa rotta. Fece una stecca e fasciò strettamente la zampa del cane. Gabalo lesse sul collare che il cane apparteneva al dottor Carruthers, un medico famoso nella città. Lo prese in braccio e si avviò verso la casa dei dottore. Il dottore aveva una gran barba bianca lo accolse con un sorriso e gli chiese chi aveva immobilizzato e steccato così bene la zampa dei cane. “Perbacco, io, signore!”, rispose Gabalo e gli raccontò di tutti gli altri animali ammalati che aveva guarito. “Sei un ragazzo davvero in gamba!”, gli disse alla fine il dottor Carruthers guardandolo negli occhi. “Ti piacerebbe venire a vivere da me e studiare per diventare dottore?”. Gabalo rimase senza parole. Andare lontano dalla signora Pynchum e non essere più uno “della Casa dei Poveri”, diventare un dottore! “Oh, oh s-s-sì, signore! Oh...”. Improvvisamente la gioia svanì dai suoi occhi. Se Gabalo se ne andava,
chi si sarebbe preso cura del piccolo e zoppo Matusalemme? “Io... io vi ringrazio, signore”, disse. “ma non posso venire, signore! E prima che il dottore scorgesse le sue lacrime corse fuori dalla casa. Quella sera, il dottor Carruthers si presentò all’istituto con le braccia cariche di pacchetti. Quando Matusalemme lo vide cominciò a gridare: “È arrivato Babbo Natale!”. Il dottore scoppiò a ridere e, mentre consegnava al ragazzo un pacchetto dai vivaci colori, notò che zoppicava e gli fece alcune domande. Dopo un attimo, il dottor Carruthers disse: “Conosco un ospedale in città dove potrebbero guarirti. Hai parenti o amici?”. “Oh, sì”, rispose subito Matusalemme, “ho Gabalo!”. Il dottore lanciò uno sguardo penetrante a Gabalo. “È per lui che non hai voluto venire a stare da me, figliuolo”. “Beh, io... io sono tutto quello che lui possiede”, rispose Gabalo. Il dottore, profondamente commosso, disse: “E se prendessi anche Matusalemme con noi?”. Questa volta a Gabalo non importò che tutti vedessero le sue lacrime, e Matusalemme si mise a battere le mani dalla gioia. Naturalmente non sapeva che sarebbe guarito e che un giorno Gabalo sarebbe diventato un chirurgo famoso. Tutto quello che sapeva era che Babbo Natale aveva trovato la strada per la casa dei poveri e che lo portava via con Gabalo.

 

don Bruno Ferrero, Novena di Natale

Preghiera a Maria

 

Madre mia, parlami di Gesù,

raccontami tutto di Lui:

da quella notte di Natale

alla notte del Calvario,

dalla luce del concepimento

alla luce della Risurrezione.

 

don Andrea Santoro

Imparare la tristezza del Natale

 

Tre righe in tutto. Per raccontarci l’avvenimento più straordinario della storia del mondo, Luca impiega tre righe. Un Dio che viene a “piantare la propria tenda in mezzo a noi”. E l’evangelista ce lo riferisce in tre righe. Probabilmente la sua penna deve aver lottato parecchio per resistere alla tentazione di dire di più. Tre righe in cima alla pagina. Quindi tutto un foglio bianco. E noi ci precipitiamo a imbrattarlo con le nostre parole. Può sembrare un’idea bizzarra quella di aprire la serie dei “Vangeli scomodi” con il racconto della natività, con una pagina che pare autorizzare esclusivamente la tenerezza, la dolcezza e i pensieri più consolanti. Eppure proprio queste tre righe di Luca, se riusciamo a spazzare via le nebbie di un equivoco sentimentalismo, risultano terribilmente scomode. Infatti costituiscono una spietata condanna per il nostro Natale gonfio di retorica, per il nostro Natale zeppo di cattiva poesia, per il nostro Natale ricco di cianfrusaglie multicolori e commozione a buon mercato. Tre righe. E noi, invece, abbiamo imbastito un copione mastodontico e interminabile, imbottito di pacchianerie. Gli abbiamo rovesciato sopra tonnellate di sentimentalismi. Il silenzio è l’elemento naturale per la discesa della Parola sulla terra. E noi abbiamo pensato di rompere quel silenzio che ci impacciava con gli scoppi di milioni di tappi champagne.

 

don Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi

Un natale diverso...

 

Sono tre giorni che rufolo nel mio cuore,

sto cercando...

Cerco il mio Natale di sempre,

il Natale felice ed emozionante,

il Natale della soddisfazione,

il Natale che cerco e non trovo...

Dove l’avrò messo?

L’ho infilato in una busta

che quest’anno non si apre

perché mancano le forbici,

manca il mio spirito pronto

e ho voglia di urlare:

“Aspettate! Non è il momento,

non sono preparata!

Datemi ancora un po’ di tempo

perché non voglio vedere

la festa che scappa veloce

sotto i miei occhi.

Datemi tempo,

basta una notte,

questa notte...”.

 

Alice Sturiale, 24 dicembre 1995, seconda media

Alla vigilia di Natale

 

Oggi siamo seduti,

alla vigilia di Natale,

noi, gente misera,

in una gelida stanzetta,

il vento corre fuori,

il vento entra.

Vieni, buon Signore Gesù, da noi,

volgi lo sguardo:

perché Tu ci sei davvero necessario.


Bertolt Brecht

Altro Natale

 

Altro Natale:

culle insanguinate

senza lacrime di madri,

pianti sconsolati di fame

senza latte, senza pace,

senza ninne nanne.

Altro Natale

non con il piccolo Presepe

tra gente semplice, fedele,

ma su strade d’asfalto,

tra l’urlo dei motori

nel brivido della morte violenta.

Altro Natale

senza compassione

dove Tu, Dio,

vuoi nascere ancora

per amare con cuore d’uomo.

Vieni, non mancare,

perché c’è sempre Lei ad aspettarti

in mezzo a noi:

la Povera,

la Vergine,

la Madre.

 

Anna Maria Canopi

“Beata Te che hai creduto!”

 

“Beata Te che hai creduto!”. Sì, Maria, beata Te che hai creduto. Beata Te che mi aiuti a credere, beata Te che hai avuto la forza di accettare tutto il mistero della natività e di avere avuto il coraggio di prestare il Tuo corpo a un simile avvenimento che non ha limiti nella sua grandiosità e nella sua inverosimile piccolezza. Nell’incarnazione gli estremi si sono toccati e l’infinitamente lontano si è fatto l’infinitamente vicino, e l’infinitamente potente si è fatto l’infinitamente povero. Maria, capisci cosa hai fatto? Sei riuscita a star ferma sotto il peso di un mistero senza confini. Sei riuscita a non tremare davanti alla luce dell’Eterno che cercava il Tuo ventre come casa per riscaldarsi. Sei riuscita a non morire di paura davanti al ghigno di Satana che ti diceva che era cosa impossibile che la trascendenza di Dio potesse incarnarsi nella sporcizia dell’umanità. Che coraggio, Maria! Solo la Tua umiltà poteva aiutarti a sopportare simile urto di luce e di tenebra.

 

fratel Carlo Carretto

La vera storia di Babbo Natale

 

Il giorno in cui San Nicola (Santa Claus), con la sua veste rossa di vescovo, sale al Cielo si fa’ per lui una grande festa, come sempre quando arriva qualcuno. San Nicola è felice ma ogni tanto ripensa con nostalgia agli occhi delle persone che aveva conosciuto e aiutato quando era sulla Terra. Il 24 dicembre Gesù lo chiama e sorridendogli gli chiede se quella stessa notte può sostituirlo nella distribuzione dei regali ai bambini della Terra. San Nicola accetta subito, tutto contento, e gli domanda come può, fare tutto da solo… Gesù gli risponde che può organizzarsi come vuole e anche farsi aiutare da qualcuno. Il buon santo comincia a pensare al da farsi, guardando la Terra dalle nuvole, per poter trovare una soluzione. È un po’ preoccupato perché in molte parti della Terra alla Vigilia di Natale c’è la neve e muoversi diventa difficoltoso: come fare per raggiungere tutti i bambini in una sola notte? All’improvviso ha un’idea: “Ci vorrebbe una slitta, con almeno otto renne! La slitta è adatta alla neve e al ghiaccio e le renne sono robuste e resistono al freddo. Magari potrebbero anche volare! Ma come mi proteggerò dal freddo?”. Da santo pratico com’è, subito cuce ai bordi della veste e del copricapo alcune strisce di una calda e morbida pelliccia bianca. Poi, tutto contento, torna da Gesù per chiedergli un “permesso speciale” per far volare le renne… ma solo la notte di Natale! San Nicola, dopo avere avuto gli indirizzi dei bambini della Terra, chiama gli Angeli per farsi caricare la slitta con tantissimi regali. Poi parte sfrecciano nel cielo. Gesù lo vede tornare all’alba del 25 dicembre e gli domanda: “Com’è andata?”. “Benissimo”, risponde San Nicola. “Qualche piccolo problema ma le consegne sono state fatte tutte!”. Gesù, molto contento gli risponde: “Ottimo lavoro! D’ora in poi sarai tu a portare i regali ai bambini della Terra, la sera della Vigilia di Natale!”

 

Angela Magnoni, liberamente tratto da un testo dal web
 

San Nicola di Bari, noto anche come san Nicola di Myra, San Nicola Magno e San Niccolò o San Nicolò (Patara di Licia, 270 circa - Myra, 6 dicembre 343), è stato vescovo di Myra in Licia (oggi Demre, nella parte anatomica della Turchia). È venerato dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa Ortodossa e da diverse altre confessioni cristiane. È famoso anche al di fuori del mondo cristiano perché la sua figura ha dato origine al mito di Santa Claus (o Klaus), conosciuto in Italia come Babbo Natale.

www.wikipedia.org

Hanno sloggiato Gesù

 

S’avvicina il Natale e le vie della città s’ammantano di luci. Una fila interminabile di negozi, una ricchezza fine, ma esorbitante. A sinistra della nostra macchina ecco una serie di vetrine che si fanno notare. Al di là del vetro nevica graziosamente: illusione ottica. Poi bambini e bambine su slitte trainate da renne e animaletti waltdisneyani. E ancora slitte e Babbo Natale e cerbiatti, porcellini, lepri, rane, burattini e nani rossi. Ah! Ecco gli Angioletti… Macché! Sono fatine, inventate di recente quali addobbi al paesaggio bianco. Un bambino con i genitori si leva sulle punte e piedini e osserva, ammaliato. Ma nel mio cuore l’incredulità e poi quasi la ribellione: questo mondo ricco si è “accalappiato” il Natale e tutto il suo contorno, e ha “sloggiato” Gesù! Ama del Natale la poesia, l’ambiente, l’amicizia che suscita, i regali che suggerisce, le luci, le stelle, i canti. Punta sul Natale per i guadagni migliori dell’anno. Ma a Gesù non pensa.

“Venne tra i suoi e non lo ricevettero…”, “Non c’era posto per Lui nell’albergo…”, nemmeno a Natale. Stanotte non ho dormito. Questo pensiero mi ha tenuto sveglia. Se rinascessi farei tante cose. Fonderei un’Opera al servizio dei Natali degli uomini sulla terra. Stamperei le più belle cartoline del mondo. Sfornerei statue e statuette con l’arte più pregiata. Inciderei poesie, canzoni passate e presenti, illustrerei libri per piccoli e adulti su questo “mistero d’amore”, stenderei sceneggiature per rappresentazioni o film. Non so che farei… Oggi ringrazio la Chiesa che ha salvato le immagini. Quando sono stata anni fa, in un paese in cui dominava l’ateismo, un sacerdote scolpiva statue d’Angeli per ricordare alla gente il Cielo. Oggi lo capisco di più, lo esige l’ateismo pratico che ora invade il mondo dappertutto. Certo che questo tenersi il Natale e bandire invece il Neonato è qualcosa che addolora. Che almeno in tutte le nostre case si gridi Chi è nato, facendogli una festa come non mai.

 

Chiara Lubich, da E TORNA NATALE, Ed, Città Nuova

Come vorrei che Tu venissi


Come vorrei che Tu venissi tardi,

per avere ancora tempo di annunciare

e di portare la tua carità agli altri.

Come vorrei che Tu venissi presto,

per conoscere subito, alla fonte, il calore della carità.

Come vorrei che Tu venissi tardi,

per poter costruire nell’attesa,

un regno di solidarietà, di attenzione ai poveri.

Come vorrei che Tu venissi presto,

per essere subito in comunione piena e definitiva con Te.

Come vorrei che Tu venissi tardi,

per poter purificare nell’ascesi,

nella penitenza,

nella vita cristiana la mia povera esistenza.

Come vorrei che Tu venissi presto,

per essere accolto, peccatore,

nella tua infinita misericordia.

Come vorrei che Tu venissi tardi,

perché è bello vivere sapendo che Tu ci affidi

un compito di responsabilità.

Come vorrei che Tu venissi presto,

per essere nella gioia piena.

Signore, non so quello che voglio,

ma di una cosa sono certo:

il meglio è la tua volontà.

Aiutami ad essere pronto a compiere

in qualsiasi tempo e situazione

la tua volontà d’amore per noi

adesso e al tempo della mia morte.

Amen.

Il sogno di Maria

 

Nel Grembo umido, scuro del tempio,

l’ombra era fredda, gonfia d’incenso;

l’Angelo scese, come ogni sera,

ad insegnarmi una nuova preghiera:

poi, d’improvviso, mi sciolse le mani

e le mie braccia divennero ali,

quando mi chiese: “Conosci l’estate?”.

Io, per un giorno, per un momento,

corsi a vedere il colore del vento.


Volammo davvero sopra le case,

oltre i cancelli, gli orti, le strade,

poi scivolammo tra valli fiorite

dove all’ulivo si abbraccia la vite.


Scendemmo là, dove il giorno si perde

a cercarsi da solo nascosto tra il verde,

e lui parlò come quando si prega,

ed alla fine d’ogni preghiera

contava una vertebra della mia schiena.


E l’Angelo disse: “Non temere, Maria,

infatti hai trovato grazia

presso il Signore e per opera Sua

concepirai un figlio”.


Le ombre lunghe dei sacerdoti

costrinsero il sogno in un cerchio di voci.

Con le ali di prima pensai di scappare

ma il braccio era nudo e non seppe volare:

poi vidi l’Angelo mutarsi in cometa

e i volti severi divennero pietra,

le loro braccia profili di rami,

nei gesti immobili d’un altra vita,

foglie le mani, spine le dita.


Voci di strada, rumori di gente,

mi rubarono al sogno per ridarmi al presente.

Sbiadì l’immagine, stinse il colore,

ma l’eco lontana di brevi parole

ripeteva d’un Angelo la strana preghiera

dove forse era sogno ma sonno non era:

“Lo chiameranno figlio di Dio”.

Parole confuse nella mia mente,

svanite in un sogno, ma impresse nel ventre.


E la parola ormai sfinita

si sciolse in pianto,

ma la paura dalle labbra

si raccolse negli occhi

semichiusi nel gesto

d’una quiete apparente

che si consuma nell’attesa

d’uno sguardo indulgente.


E tu, piano, posati le dita

All’orlo della sua fronte:

i vecchi quando accarezzano

hanno il timore di far troppo forte.

 

Fabrizio De Andrè, La buona novella, 1970

La storia delle palline colorate

 

A Betlemme c’era un artista di strada molto povero che non aveva nemmeno un dono da portare a Gesù Bambino. Sapeva però fare il giocoliere e così si recò da Gesù e, con la sua arte, lo fece ridere. Perciò le palle colorate ricordano il giocoliere ed essendo fatte tradizionalmente di vetro ricordano, con il loro tintinnare, le risate di Gesù Bambino.

Natale al fronte

 

Era il 1917, uno dei terribili anni della prima guerra mondiale. Sulle trincee spirava un vento gelido e c’era tanta neve. I soldati si muovevano cauti, la notte era senza luna, ma serena e tutti avevano paura di incontrare delle pattuglie nemiche, perché il nemico era lì davanti a loro. Ad un tratto un caporale disse sotto voce: “È nato!”. “Eh?”, fece un altro senza afferrare l’allusione. “Deve essere la mezzanotte passata perbacco. La notte di Natale! Al mio paese mia moglie e mia madre saranno già in chiesa”. Un altro compagno osservò: “Guardate là, c’è una grotta. Andiamo dentro un momento, saremo riparati dal vento”. Entrarono nella grotta e il più giovane del gruppo si tolse l’elmetto, si sfilò il passamontagna e si inginocchiò in un cantuccio. Il caporale rimase all’entrata e voltò le spalle all’interno con fare superiore: ma era perché aveva gli occhi pieni di lacrime. Il più vecchio del gruppo si tolse i guantoni, raccolse un po’ di terra umida e manipolandola qualche minuto le diede la forma approssimativa di un bambinello da Presepio. Poi stese il fazzoletto nell’elmetto del compagno e vi depose il Gesù bambino. Si scorgeva appena nella fioca luce delle stelle riflessa dalla neve. Il caporale trascurando ogni prudenza tolse di tasca un mozzicone di candela, l’accese e la pose vicino all’insolita culla. Poi sottovoce uno cominciò a recitare: “Padre nostro che sei nei Cieli...”. Tutti continuarono e avevano il cuore grosso da far male. Il raccoglimento durò ancora dopo la preghiera. Nessuno voleva spezzare l’atmosfera che si era creata. Improvvisamente alle loro spalle una voce disse: “Fröhliche Weihnachten” (Buon Natale).  Una pattuglia austriaca li aveva colti alla sprovvista. Con le armi puntate stavano all’imboccatura della grotta. Mentre i soldati scattavano in piedi la voce ripeté con dolcezza: “Buon Natale”. I nemici abbassarono le armi e guardarono la povera culla. Erano tre giovani e avevano bisogno anche loro di un po’ di Presepio, anche se povero. Si guardarono confusi, poi si segnarono e cominciarono a cantare “Stille Nacht”, la bella melodia natalizia che tutti conoscevano. Tutti si unirono al coro anche se si cantava in lingue diverse. Poi quando si spense l’ultima nota del canto il caporale si avvicinò a uno dei giovani nemici e gli tese la mano che l’altro strinse con calore. Tutti fecero altrettanto, augurandosi il Buon Natale. Poi uno degli austriaci trasse da dentro il pastrano una piccola scarpina da neonato. Doveva essere quella del suo bambino e se la teneva sul cuore, e dopo averla baciata la depose accanto al Bambino Gesù rimanendo per alcuni attimi in preghiera. Poi si voltò di scatto e seguito dai compagni si allontanò voltando le spalle, senza timore, e scomparve nella notte di quel gelido Natale di guerra.

Astro del Ciel

 

Astro del Ciel, Pargol divin, mite Agnello Redentor!
Tu che i Vati da lungi sognar, Tu che angeliche voci nunziar,
luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!
luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!

Astro del ciel, Pargol divin, mite Agnello Redentor!
Tu di stirpe regale decor, Tu virgineo, mistico fior,
luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!
Luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!

Astro del ciel, Pargol divin, mite Agnello Redentor!
Tu disceso a scontare l’error, Tu sol nato a parlare d’amor,
luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!
Luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!

Buon Natale, amico mio: non avere paura

 

“Buon Natale, amico mio: non avere paura. La speranza è stata seminata in te. Un giorno fiorirà. Anzi, uno stelo è già fiorito. E se ti guardi attorno, puoi vedere che anche nel cuore del tuo fratello, gelido come il tuo, è spuntato un ramoscello turgido di attese. E in tutto il mondo, sopra la coltre di ghiaccio, si sono rizzati arboscelli carichi di gemme. E una foresta di speranze che sfida i venti densi di tempeste, e, pur incurvandosi ancora, resiste sotto le bufere portatrici di morte. Non avere paura, amico mio. Il Natale ti porta un lieto annunzio: Dio è sceso su questo mondo disperato. E sai che nome ha preso? Emmanuele, che vuol dire: Dio con noi. Coraggio, verrà un giorno in cui le tue nevi si scioglieranno, le tue bufere si placheranno, e una primavera senza tramonto regnerà nel tuo giardino, dove Dio, nel pomeriggio, verrà a passeggiare con te”.

Mi chiedo se questi auguri, formulati così, siano capaci di sorreggere lo scetticismo degli scaltri, il sorriso dei furbi, la praticità di chi è pronto a squalificarti come sognatore, il pragmatismo di chi rifiuta la poesia come mezzo di comunione. Mi domando se gli auguri di Natale, formulati così, faranno rabbia o tenerezza, susciteranno disprezzo o solidarietà, provocheranno discredito o impegno. Mi interrogo su come saranno accolti questi auguri dalla folla dei “nuovi poveri” che il nostro sistema di vita ignora e, perfino, coltiva. Dagli anziani reclusi in certi ospizi o abbandonati nella solitudine delle loro case vuote. Dai tossicodipendenti che non riescono ad abbandonare il tunnel della droga. Dagli sfrattati che imprecano contro se stessi e contro il destino. Dai dimessi dagli ospedali psichiatrici che si aggirano come larve. Dagli operai in cassa integrazione e dai disoccupati senza denaro e senza prospettive. Da tutta la gente, insomma, priva dell'essenziale: la salute, la casa, il lavoro, il salario familiare, l’accesso alla cultura, la partecipazione. Mi domando che effetto faranno gli auguri di Natale, formulati così, sui giovani appiattiti dal consumismo, resi saturi dallo spreco, devastati dalle passioni, incerti del domani, travagliati da drammi interiori, incompresi nei loro problemi affettivi. Mi chiedo per quanti minuti rideranno dinanzi agli auguri di Natale, formulati così, coloro che si sono costruiti i loro idoli di sicurezza: il denaro, il potere, lo sperpero, il tornaconto, la violenza premeditata, l’intolleranza come sistema, il godimento come scopo assoluto della vita. E allora? Meglio abbassare il tiro? Meglio correggere la traiettoria e fare degli auguri più terra terra, a livello di tana e non di vetta, a misura di cortile e non di cielo? Se vi dico che uno stelo di speranza è già fiorito, è perché voglio esortarvi a recuperare un genere diverso di vita e un nuovo gusto di vivere. È perché voglio invitarvi a stare nella crisi attuale senza rassegnazioni supine, ma con lucidità e coraggio. È perché voglio stimolarvi ad andare controcorrente e a porre sui valori morali le premesse di un'autentica cultura di vita, che possa battere ogni logica di distruzione, di avvilimento e di morte. Gesù che nasce, è il segno di una speranza che, nonostante tutto, si è già impiantata sul cuore della terra.

 

Servo di Dio Tonino Bello

Il Verbo di Dio si è incarnato

 

Il Verbo di Dio si è incarnato, è diventato uomo, in tutto e per tutto uguale a noi. Egli ha preso un corpo nel seno di Maria Vergine e ha voluto condividere la nostra vita mortale. Si è impoverito volontariamente. Pur rimanendo Dio ha voluto vivere la nostra esperienza umana. Pur essendo Dio, pienamente felice, ha voluto piangere con noi che piangiamo. Pur essendo nella pienezza del bene, ha voluto provare in sé la pesantezza del peccato. Infatti, pur non avendo peccato è stato trattato come se avesse peccato. Pur essendo fuori del tempo e dello spazio, ha voluto vivere come noi nel tempo e nello spazio. Pur essendo figlio di Dio, ha voluto provare in sé stesso le tentazioni umane. Pur essendo immortale, ha voluto morire. Gesù, Figlio di Dio, uguale al Padre, onnipotente come Lui, ha voluto avere bisogno di tuto, diventando bambino, fanciullo, adolescente. Dio si è fatto uomo e rimarrà per sempre Dio e uomo. Gesù percorre il nostro stesso cammino, è uno di noi, pur rimanendo Dio. Cristo, che è il Verbo di Dio incarnato, che è vero Dio e vero uomo, è vero uomo oggi e mi unisce a Lui che ha un corpo, che ha un’anima umana e che è Dio.

 

don Oreste Benzi, da Pane quotidiano

Tu scendi dalle stelle

Tu scendi dalle stelle o Re del cielo,
e vieni in una grotta al freddo e al gelo,
e vieni in una grotta al freddo e al gelo.
O Bambino mio divino, io ti vedo qui a tremar.
O Dio beato!
Ah! Quanto ti costò l’avermi amato.
Ah! Quanto ti costò l’avermi amato.

A Te che sei del mondo il Creatore,
mancano i panni e il fuoco, o mio Signore.
Mancano i panni e il fuoco, o mio Signore.
Caro eletto pargoletto, quanta questa povertà
più mi innamora, giacché ti fece amor povero ancora.
Giacché ti fece amor povero ancora.

Tu lasci del tuo Padre il divin seno,
per venire a tremar su questo fieno;
per venire a tremar su questo fieno.
Caro eletto del mio petto, dove amor ti trasportò!
O Gesù mio, perché tanto patir, per amor mio...

La storia delle campanelle di Natale

 

Betlemme era affollata di pastori lì convenuti per vedere Gesù, il re appena nato. Anche un bambino cieco sentì l’annuncio degli Angeli e pregò i passanti di condurlo alla stalla dove si diceva fosse il Bambinello, ma nessuno gli badò, nessuno ebbe tempo per lui. Il piccolo cieco rimase solo nella strada e quando la folla fu passata sentì da lontano il rumore di una campana da bestiame. Pensò allora si trattasse della campana di una mucca che si trovava proprio nella stalla dove era nato Gesù Bambino. Seguì così il suono ed arrivò, con la forza della fede, alla mangiatoia del piccolo re.

Maria, donna dell’attesa

La vera tristezza non è quando, a sera, non sei atteso da nessuno al tuo rientro in casa, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita. E la solitudine più nera la soffri non quando trovi il focolare spento, ma quando non lo vuoi accendere più: neppure per un eventuale ospite di passaggio. Quando pensi, insomma, che per te la musica è finita. E ormai i giochi siano fatti. E nessun’anima viva verrà a bussare alla tua porta. E non ci saranno più né soprassalti di gioia per una buona notizia, né trasalimenti di stupore per una improvvisata. E neppure fremiti di dolore per una tragedia umana: tanto non ti resta più nessuno per il quale tu debba temere. La vita allora scorre piatta verso un epilogo che non arriva mai, come un nastro magnetico che ha finito troppo presto una canzone, e si srotola interminabile, senza dire più nulla, verso il suo ultimo stacco. Attendere: ovvero sperimentare il gusto di vivere. Hanno detto addirittura che la santità di una persona si commisura dallo spessore delle sue attese. Forse è vero. Se è così, bisogna concludere che Maria è la più santa delle creature proprio perché tutta la sua vita appare cadenzata dai ritmi gaudiosi di chi aspetta qualcuno. Già il contrassegno iniziale con cui il pennello di Luca la identifica è carico di attese: “Promessa sposa di un uomo della casa di Davide”. Fidanzata, cioè. A nessuno sfugge a quale messe di speranze e di batticuori faccia allusione quella parola che ogni donna sperimenta come preludio di misteriose tenerezze. Prima ancora che nel Vangelo venga pronunciato il Suo nome, di Maria si dice che era fidanzata. Vergine in attesa. In attesa di Giuseppe. In ascolto del frusciare dei suoi sandali, sul far della sera, quando, profumato di legni e di vernici, egli sarebbe venuto a parlarle dei suoi sogni. Ma anche nell’ultimo fotogramma con cui Maria si congeda dalle Scritture essa viene colta dall' obiettivo nell' atteggiamento dell’attesa. Lì, nel cenacolo, al piano superiore, in compagnia dei discepoli, in attesa dello Spirito. In ascolto del frusciare della sua ala, sul fare del giorno, quando, profumato di unzioni e di santità, egli sarebbe disceso sulla Chiesa per additarle la sua missione di salvezza. Vergine in attesa, all’inizio. Madre in attesa, alla fine. E nell’arcata sorretta da queste due trepidazioni, una così umana e l’altra così divina, cento altre attese struggenti. L’attesa di Lui, per nove lunghissimi mesi. L’attesa di adempimenti legali festeggiati con frustoli di povertà e gaudi di parentele. L’attesa del giorno, l’unico che Lei avrebbe voluto di volta in volta rimandare, in cui Suo Figlio sarebbe uscito di casa senza farvi ritorno mai più. L’attesa dell’ora: l’unica per la quale non avrebbe saputo frenare l’impazienza e di cui, prima del tempo, avrebbe fatto traboccare il carico di grazia sulla mensa degli uomini. L’attesa dell’ultimo rantolo dell’unigenito inchiodato sul legno. L’attesa del terzo giorno, vissuta in veglia solitaria, davanti alla roccia. Attendere: infinito del verbo amare. Anzi, nel vocabolario di Maria, amare all’infinito.

Santa Maria, Vergine dell’attesa, donaci del Tuo olio perché le nostre lampade si spengono. Vedi: le riserve si sono consumate. Non ci mandare ad altri venditori. Riaccendi nelle nostre anime gli antichi fervori che ci bruciavano dentro quando bastava un nonnulla per farci trasalire di gioia: l’arrivo di un amico lontano, il rosso di sera dopo un temporale, il crepitare del ceppo che d’inverno sorvegliava i rientri in casa, le campane a stormo nei giorni di festa, il sopraggiungere delle rondini in primavera, l'acre odore che si sprigionava dalla stretta dei frantoi, le cantilene autunnali che giungevano dai palmenti, l’incurvarsi tenero e misterioso del grembo materno, il profumo di spigo che irrompeva quando si preparava una culla. Se oggi non sappiamo attendere più, è perché siamo a corto di speranza. Se ne sono disseccate le sorgenti. Soffriamo una profonda crisi di desiderio. E, ormai paghi dei mille surrogati che ci assediano, rischiamo di non aspettarci più nulla neppure da quelle promesse ultraterrene che sono state firmate col sangue dal Dio dell’alleanza. Santa Maria, donna dell’attesa, conforta il dolore delle madri per i loro figli che, usciti un giorno di casa, non ci son tornati mai più, perché uccisi da un incidente stradale o perché sedotti dai richiami della giungla. Perché dispersi dalla furia della guerra o perché risucchiati dal turbine delle passioni. Perché travolti dalla tempesta del mare o perché travolti dalle tempeste della vita. Riempi i silenzi di Antonella che non sa che farsene dei suoi giovani anni, dopo che lui se n’è andato con un' altra. Colma di pace il vuoto interiore di Massimo che nella vita le ha sbagliate tutte, e l’unica attesa che ora lo lusinga è quella della morte. Asciuga le lacrime di Patrizia che ha coltivato tanti sogni a occhi aperti, e per la cattiveria della gente se li è visti così svanire a uno a uno, che ormai teme anche di sognare a occhi chiusi. Santa Maria, Vergine dell’attesa, donaci un’anima vigiliare. Giunti alle soglie del terzo millennio, ci sentiamo purtroppo più figli del crepuscolo che profeti dell’Avvento. Sentinella del mattino, ridestaci nel cuore la passione di giovani annunci da portare al mondo, che si sente già vecchio. Portaci, finalmente, arpa e cetra, perché con te mattiniera possiamo svegliare l’aurora. Di fronte ai cambi che scuotono la storia, donaci di sentire sulla pelle i brividi dei cominciamenti. Facci capire che non basta accogliere: bisogna attendere. Accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza. Rendici, perciò, ministri dell’attesa. E il Signore che viene, Vergine dell’Avvento, ci sorprenda, anche per la Tua materna complicità, con la lampada in mano.

Servo di Dio  Tonino Bello

Esplosione di luminosità… È Natale!

 

Nella stalla di Betlemme è esplosa una grande luce,

ma nel cuore della Birmania c’è freddo e oscurità.

Nella notte quel Bambino emana tanta pace,

ma guerre e odio dilanian gran parte dell’umanità.


Gloria e alleluia cantan gli Angeli di gioia,

ma fuori rimbomba il cannone e sibillano i fucili,

l’urlo delle sirene lacera la notte macchiata di sangue

e il lamento orante di chi soffre solca il cielo di stelle.


Giuseppe e Maria vegliano il Bambino e fanno famiglia,

ma in tante case i piccoli piangono genitori che si lasciano,

le famiglie si distruggono… e l’umanità perisce

e il piccolo bambino singhiozza di dolore per le ferite.


C’è gioia in quella stalla per un Bimbo che è nato,

ma quanti piccoli mai nati vorrebbero cantare alla vita,

ma egoismo e paure han soffocato quell’alito di speranza

e l’uomo ferito implora pace e perdono per quel dono perso.


Anche i pastori son felici e portano al Bambino tanti doni,

ma sotto tanti alberi di Natale c’è di tutto, ma poco amore:

svogliati e nauseati di tutto i bimbi “bene” scartano i regali,

ma in Africa con la pancia gonfia di aria non han né acqua né pane da mangiare.


C’è anche un giovane in ginocchio davanti al Bambino nel Presepe;

chi ama spargere fango e intorbidare le acque, dicono che i giovani son assenti,

che son fuori dalla Chiesa e non amano il Papa venuto dal freddo:

ma a Loreto erano tanti e tanti a dire a Benedetto che Cristo è l’unica salvezza.


”Sì, amico, sono io Gesù che ti cammino accanto e veglio su di te come una madre,

sono io che ti proteggo, ti libero dal male e caricandoti sulle spalle ti porto in salvo.

Sono io che ti guido, ti insegno il cammino e riempio il tuo cuore della pace,

sono che io che ti ho perdonato e con dolcezza accarezzandoti t’illumino di sole.


Se quest’anno sarà il tuo cuore il mio Presepe e i tuoi occhi luce che risplende,

allora il buio della morte, dell’odio e della guerra diventerà radiante luminosità.

Ritornerà il sorriso tra babbo e mamma e sarà di nuovo famiglia come d’incanto.

Ricchi e poveri cammineranno insieme nello stupore di condividere ciò che è dono.


È un’utopia gridano in tanti, ma cieli e terre nuove saranno realtà, solo se tu lo vuoi,

lasciati prendere per mano, chiudi gli occhi e incomincia a sognare l’impossibile…

Vedrai, l’odio si cambierà in amore, la guerra in armonia e ci sarà la pace.

In fondo, l’avrai capito, questo e solo questo è Natale, tutto il resto poco vale!”

 

padre Gianni Fanzolato 

Respiro del Cielo


Ho viaggiato molte notti senza luna,

fredda e stanca con un bambino dentro,

e mi chiedo che cosa ho fatto.

Santo Padre, sei venuto,

e mi hai scelta per portare Tuo Figlio.

 

Sto attendendo in una preghiera silenziosa.

Sono spaventata dal carico da sopportare.

In un mondo freddo come la pietra,

devo fare da sola questo cammino?

Sii con me ora. 

Sii con me ora.


Respiro del Cielo,

tienimi insieme a Te.

Sii in eterno vicino a me,

Respiro del Cielo.

Respiro del Cielo,

alleggerisci le mie tenebre.

Versa su di me la tua santità,

Tu sei Santo

Respiro del Cielo.

 

Ti chiedi mentre guardi il mio volto,

se una più saggia avrebbe dovuto avere il mio posto,

ma ti offro tutto quello che sono,

per la misericordia del Tuo progetto.

Aiutami ad essere forte.

Aiutami ad essere.

Aiutami.

 

Respiro del Cielo,

tienimi insieme a Te.

Sii in eterno vicino a me,

Respiro del Cielo.

Respiro del Cielo,

alleggerisci le mie tenebre.

Versa su di me la tua santità,

perché Tu sei Santo.

 

Amy Grant, dal film Nativity

Breath of Heaven

 

I have traveled many moonless nights,

cold and weary with a babe inside,

and I wonder what I’ve done.

Holy Father you have come,

and chosen me now to carry Your Son.


I am waiting in a silent prayer.

I am frightened by the load I bear.

In a world as cold as stone,

must I walk this path alone?

Be with me now.

Be with me now.


Breath of Heaven,

hold me together.

Be forever near me,

Breath of Heaven.

Breath of Heaven,

lighten my darkness.

Pour over me your holiness,

for You are Holy,

Breath of Heaven.


Do you wonder as you watch my face,

if a wiser one should have had my place,

but I offer all I am

for the mercy of Your plan.

Help me be strong.

Help me be.

Help me.


Breath of Heaven,

hold me together.

Be forever near me,

breath of Heaven.

Breath of Heaven,

lighten my darkness.

Pour over me your holiness,

for You are Holy. 


Amy Grant, dal film Nativity

Guarda con attenzione

 

Guarda con attenzione la povertà di colui che è posto in una mangiatoia e avvolto in pannicelli. O mirabile umiltà, o povertà che dà stupore! Il Re degli Angeli, il Signore del Cielo e della Terra è reclinato in una mangiatoia.

 

dalla IV lettera di Santa Chiara a Sant’Agnese di Boemia, FF 2904
 

Sveglia le stelle

 

Dormi, Signore.

Per una volta spegneremo la TV,

parleremo sottovoce,

fin che il silenzio si farà preghiera,

per non svegliarti

e spaventarti con le nostre tristi storie.

Sei un Dio…bambino.


Ai bambini noi prepariamo

un mondo tutto artificiale

fatto di luci morbide, di ninnoli e carezze.

Com’è dolce la vita quando nasci…

Quanti colori nei sogni dei bambini:

il rosa, il giallo ed il turchese.


La tela della vita per loro è come un prato

che profuma di sogni… appena nati.


A noi grandi c’è rimasto poco;

ci mancano i colori:

abbiamo solo il rosso, il grigio e il nero

per colorare il dubbio e la paura.

Sono le tinte forti del dolore,

a volte sovrapposte, a volte mescolate,

ma senza fantasia…


Noi non sappiamo più sognare.

Signore, almeno per Natale

porta dal Cielo i colori trasparenti dei bambini;

portaci il rosa, il giallo e il verde;

il rosso… no, che ce l’abbiamo.


Signore, porta l’azzurro,

per tingere di Cielo questa Terra.

Porta i colori delle cose belle,

che cambiano la tela della vita

e ci ridanno la voglia di sognare.

Noi non vogliamo più finzioni ed artifici…

Vogliamo luci vere per Natale.

Vogliamo un mondo nuovo

come nel giorno della Creazione

quando luce colori e suoni danzavano nell’aria,

quando il sole giocava a nascondino con la luna

e Dio passeggiava tranquillo sulla Terra

seminando nell’aria

note di Amore, di Pace e Libertà.


Sveglia le stelle:

falle cadere adagio,

come fiocchi di neve, sulla terra,

per riaccendere nel cuore,

dolcemente,
il gusto antico delle cose belle.


Signore, svegliale,

chiamale per nome le tue stelle!

Dacci una mano,

ci vuole ancora la Tua  mano.

Sulla tela sbiadita, imbrattata di insuccessi,

cancella i nostri sgorbi,

l’odio, la violenza.

Copri le ombre dell’indifferenza.

Insegnaci a dar luce alla speranza.

Fissa le tinte forti della pace.

Combina i nostri sentimenti con i tuoi

e fa’ che nasca amore.

 

Mariarosaria Amato

 

La notte del Mite


Questa è notte di riconciliazione, non vi sia chi è adirato o rabbuiato.

In questa notte, che tutto acquieta, non vi sia chi minaccia o strepita.


Questa è la notte del Mite, nessuno sia amaro o duro.

In questa notte dell’Umile non vi sia altezzoso o borioso.


In questo giorno di perdono non vendichiamo le offese.

In questo giorno di gioie non distribuiamo dolori.


In questo giorno mite non siamo violenti.

In questo giorno quieto non siamo irritabili.


In questo giorno della venuta di Dio presso i peccatori,

non si esalti, nella propria mente, il giusto sul peccatore.


In questo giorno della venuta del Signore dell’universo presso i servi,

anche i signori si chinino amorevolmente verso i propri servi.


In questo giorno, nel quale si è fatto povero per noi il Ricco,

anche il ricco renda partecipe il povero della sua tavola.


Oggi si è impressa la divinità nell’umanità,

affinché anche l’umanità fosse intagliata nel sigillo della divinità.


Sant’Efrem il Siro

 

Sarà Natale, quale Natale?

 

Signore nostro,
in un mondo in cui tutto è in vendita
ricordaci che la verità non si compra.

Signore nostro,
in un momento in cui si compra di tutto
ricordaci che l’amore è gratuito.

Signore nostro,
in giorni in cui si è buoni per obbligo
ricordaci che la carità è pratica quotidiana.

Signore nostro,
in un momento in cui si fanno doni intelligenti
ricordaci che una riconciliazione è il dono più intelligente.

Signore nostro,
in mezzo a un’orgia di panettoni farciti
ricordaci che non si sfama il povero con la pubblicità.

Signore nostro,
quando riuniamo le nostre famiglie a fare festa
ricordaci che potremmo farlo molto più spesso.

Signore nostro,
mentre orniamo i nostri alberi luccicanti
ricordaci lo splendore discreto della Tua Croce.

Signore nostro,
mentre andiamo festanti alla Messa di mezzanotte
ricordaci che stiamo per incontrare Te che sei la Verità fatta carne.

Signore nostro,
mentre ci affanniamo ad agghindarci per le feste
ricordaci che davanti a quel Bambino cade ogni maschera.

Signore nostro,
mentre ci confessiamo a Te per una volta all’anno
ricordaci che Tu sei la nostra gioia e il nostro regalo,
ogni giorno dell’anno, di ogni anno, per l’eternità.

Perché Tu ci sei sempre, Signore.

 

Vado per le strade

 

Vado per le strade, come l’altra gente, con l’altra gente,

un po’ distratto, un po’ stanco...

Fa freddo, è Natale: vieni, Signore!


Vado per le strade, tra l’altra gente,

mille volti tristi, tante storie di sofferenza...

Fa freddo, è Natale: vieni, Signore!


Vado per le strade delle città, in mezzo a tanta gente,

occhi annoiati di guardare le stesse cose,

occhi non più disposti a sapersi stupire...

Fa freddo, è Natale: vieni, Signore!


Vado per le strade, la gente tutta va per le strade,

passo svelto e assai spedito, molta fretta,

piedi non più disposti a fermarsi e riposare in disparte...

Fa freddo, è Natale: vieni, Signore!


Vieni, Signore, nel freddo delle nostre vite,

scaldale con il tuo Amore.


Vieni, Gesù, e insegnaci lo stupore di chi nasce per dare la vita.

Vieni sempre, Cristo Gesù, vieni e aiutaci ad amare come Te.


Vieni e resta con noi, potente e affascinante Figlio di Dio,

ingresso di Dio nella storia dell’uomo! Maranathà!

 

Un asino nella notte

 

L’asino camminava nella notte. Camminava e pensava a quella madre che portava sul dorso, tutta ravvolta nel mantello oscurato dall’ombra. Un passo dietro l’altro, attento a che il suo andare fosse quieto e sempre uguale, per non destare il bimbo che dormiva. Un passo dietro l’altro, misurati dal battito del cuore: finché i battiti divennero più frequenti dei passi e il cuore, in petto, parve scoppiare. Allora smise di fissare il cielo e la notte che si stendeva davanti a perdita d’occhio e, piegato il capo, cominciò a guardare a terra, sul sentiero appena segnato, ora per evitare un sasso troppo acuto, ora per posare lo zoccolo sui ciuffi d’erba bianchi di brina. Cominciava a sentire il peso del carico; le gambe si stendevano nel passo ogni volta più faticosamente, finché l’andatura divenne secca, legnosa, e ad ogni piegare di ginocchi gli sembrava di udire come un ramo secco spezzarsi.

Si ricordò della catasta di legna ammucchiata nella sua stalla tiepida, dell’alone di luce fumosa intorno alla lucerna pendente sopra la greppia, e l’immagine divenne tanto seducente che gli parve di sentire su per le narici l’odore penetrante di una manciata di fieno fresco. Si volse, allora, con occhi imploranti verso l’uomo che gli camminava a fianco. Era giovane, ma la strada lo aveva curvato sopra il bastone, e il vento freddo della notte invernale gli incollava il mantello contro un fianco. Il ciuco non riuscì a vedergli bene il volto, ma vide che l’oscurità, interrotta solo dalla luce delle stelle, incavava le occhiaie dell’uomo e riduceva ad una oscura macchia ansante il collo vigoroso, e il petto, che ad ogni passo si alzava e si abbassava. “Sta peggio di me”, pensò l’asino: e riprese a camminare.

Camminò per un’ora con la testa bassa, con l’odore di fieno che sempre gli solleticava le narici con l’aumentare della stanchezza: finché il desiderio di cibo scomparve e rimase solo un’acuta brama di paglia tiepida su cui stendersi, della paglia che aveva lasciato a Betlemme quando l’avevano destato nella notte appena cominciata. Fu proprio il tepore associato al ricordo di Betlemme, di Betlemme con la sua piccola tiepida stalla, che lo aiutò a proseguire ancora sul terreno accidentato. Via, via e via. Dopo qualche ora, ricominciò a sentire che non ne poteva più.

Nessun ricordo veniva ad addolcire la sua andatura e ad ogni passo migliaia di fitte gli trapassavano il corpo. Decise di fermarsi, di sdraiarsi sul terreno ad aspettare il sonno, la morte. Si guardò attorno, voltò il capo per trovare un riparo dal vento; e fu come se una mano gelida gli si fosse posata sul cuore: la donna sulla sua groppa era tutta un tremito per il freddo e il suo alito gelava nell’aria appena uscito dalle labbra dischiuse. “Sta peggio di me”, pensò ancora il somaro. Continuò a camminare e un’altra ora passò, un’ora di stanchezza infinita, di contrasti col vento, di paura per quella dama, per quel Bambino, per quella figura scolpita dall’ombra che gli camminava al fianco e sulla cui andatura cercava faticosamente di regolare il passo. Non ne poteva veramente più. Il terreno sassoso aveva a poco a poco ceduto ad un molle strato di sabbia; prima poche manciate insinuatesi tra le zolle indurite dal freddo e i sassi denudati dal vento, poi un tappeto soffice su cui era stato agevole camminare, e infine uno strato alto, dove gli zoccoli sprofondavano e si appesantivano e non venivano più fuori.

Ansimava; il sudore scendeva copioso giù per la fronte, nonostante il freddo, e si raccoglieva in due rivoletti lungo naso. Non sapeva che cosa fare, se lasciarsi cadere sfinito lì, sotto la volta del cielo, o se continuare impazzito di dolore e di freddo, senza avere più nozione, né di tempo, né di strada, finché la morte lo cogliesse e gli irrigidisse il passo nell'ultimo sforzo. Fra le due prospettive, la prima gli sembrava infinitamente più desiderabile: doveva essere pur dolce lasciarsi cadere sulla sabbia ad aspettare la morte come liberazione dal male, riempire l’attesa con il ricordo di pigre giornate di sole, di terra smossa e odorosa, di mosche fastidiose che era divertente scacchiare con subito fremere delle membra. Anche il ricordo della pesante macina gli avrebbe fatto piacere, purché potesse distendersi ad aspettare la morte. Aveva deciso. Ma, prima di lasciarsi cadere raccolse le forze per un ultimo raglio, l’addio alla vita. Al deserto, alla volta celeste: pensò che tra poco le stelle sarebbero impallidite nei suoi occhi spenti. Usò quanta forza gli rimaneva, e il raglio si alzò acuto, più sonoro nel silenzio del deserto.

E fu allora, mentre le ginocchia già si piegavano, mentre già assaporava la dolcezza di quella sabbia, pur fredda, che udì il pianto cheto del Bambino, del Bambino che non aveva pianto per il disagio dell’andare, non per il vento che si insinuava fin sotto le fasce, ma piangeva per il raglio dell’asino che non voleva più soffrire. Fu così, per quel pianto infantile, che il ciuco scelse di continuare. E andò, appesantito dalla sabbia, sferzato dal vento, sotto la volta concava e scura del cielo, finché le stelle impallidirono: e credette di sognare quando, nella luce ancora incerta, si profilò la sagoma di un villaggio straniero. Gli diedero un giaciglio di paglia fresca, colmarono la greppia di fieno odoroso e l’acqua che versarono nell’abbeveratoio della stalla rispecchiava, insieme alle travi rozze del soffitto, una lampada lucente.

Ma non riuscì né a bere né a mangiare, per lungo tempo; rimase disteso sulla paglia senza neppure goderne il contatto, né vide l’immagine increspata della lampada nell’acqua dell’abbeveratoio. Ma quando, risvegliatosi dal torpore di morte avvertì il profumo penetrante del fascio di fieno nella mangiatoia e cercò di alzarsi, facendo forza sulle zampe anteriori, vide - e lo vide lui solo - l’Angelo che aveva invitato alla fuga Giuseppe. Aspettava il suo risveglio, e lo aspettava lieto, come a ringraziarlo per quanto aveva fatto. Il ciuco si alzò del tutto, gli si avvicinò tanto da essere nella sua stessa luce, coronato dalla sua stessa aureola: allora soltanto, quando vide che l’Angelo non si ritraeva, che non rifiutava di fasciarlo del suo stesso fulgore, raccolse tutto il coraggio, tutta la forza che ancora gli restava nelle membra e, chinata la testa, chinatala fino a terra, ebbe l’ardire di chiedere una ricompensa. Chiese, piano: “Fa’ che sia io a riportarli indietro”.

 

suor Chiara Augusta Lainati

 

Verbum Panis

 

Prima del tempo,

prima ancora che la terra

cominciasse a vivere,

il Verbo era presso Dio.

Venne nel mondo

e per non abbandonarci

in questo viaggio ci lasciò

tutto se stesso come pane.


Verbum caro factum est

Verbum panis factum est.


Qui spezzi ancora il pane in mezzo a noi

e chiunque mangerà non avrà più fame.

Qui vive la tua Chiesa intorno a Te

dove ognuno troverà la sua vera casa.


Verbum caro factum est

Verbum panis factum est.


Prima del tempo,

quando l’universo fu creato

dall’oscurità,
il Verbo era presso Dio.

Venne nel mondo

nella Sua misericordia

Dio ha mandato il Figlio suo,

tutto se stesso come pane.


Verbum caro factum est

Verbum panis factum est.

 

Qui spezzi ancora il pane in mezzo a noi

e chiunque mangerà non avrà più fame.

Qui vive la tua Chiesa intorno a Te

dove ognuno troverà la sua vera casa.

 

Verbum caro factum est

Verbum panis factum est.

 

Verbum Panis, Balduzzi/Casucci/Savelli, interprete: Alessandra d’Onofrio

 

La prima tra i piccoli e i poveri

 

La prima tra i piccoli e i poveri è Maria . a Lei il Signore ha fatto dono in piena gratuità della Sua carità, della Sua sapienza, riempiendola di Spirito Santo. Lei si è aperta, si è fidata con un “Eccomi” pieno. Così Dio è venuto tra noi, ha preso dimora. Continua ancora a farsi dono per essere Dio con noi.

 

Mons. Donato Bianchi, “Il Dono dei doni, lo Spirito Santo”, 1998

Mentre il silenzio fasciava la terra


Mentre il silenzio fasciava la terra

e la notte era a metà del suo corso,

Tu sei disceso, o Verbo di Dio,

in solitudine e più alto silenzio.

La creazione ti grida in silenzio,

la profezia da sempre ti annuncia,

ma il mistero ha ora una voce,

al tuo vagito il silenzio è più fondo.

E pure noi facciamo silenzio,

più che parole il silenzio lo canti,

il cuore ascolti quest’unico Verbo

che ora parla con voce di uomo.

A Te, Gesù, meraviglia del mondo,

Dio che vivi nel cuore dell’uomo,

Dio nascosto in carne mortale,

a Te l’amore che canta in silenzio.

 

padre David Maria Turoldo

Non mi chiedere di nascere di nuovo

 

Non mi chiedere di nascere di nuovo

stai nascendo ogni giorno tra tante notti

dici che non mi senti

stai ascoltando tante voci

non aspettare un altro dio, un’altra “notte”

questa è la tua Notte, dove

nasci come figlio dell’uomo

solleva la parola del giusto

indica lo sguardo all’oppresso

segui i passi del viandante

indignati insieme a loro.

Per ultima venne la Morte

 

La Morte non voleva credere alle proprie orecchie quando le fu comunicato che il suo dominio universale stava per finire. Pur riconoscendosi la più inamabile di tutte le creature, un po’ di riguardo l’avrebbe gradito da parte dell’Arcangelo messaggero. Non era mica l’ultima delle ancelle di Dio, anzi. Il suo ruolo nei piani del Creatore era fondamentale. “E continuerà ad esserlo”, le aveva garantito il messo celeste, “per tutte le creature viventi, tranne che per l’uomo”. “Perché?”, gli aveva domandato la Morte, “diventerà immortale?”. “Non fare troppe domande... tu non capiresti”. Era stato a questo punto che la Morte si era gravemente offesa. Che oltre a fare un lavoraccio infame, la si giudicasse imbecille, non lo poteva tollerare! Di essere perdente non le importava affatto, tanto il suo lavoro le era ingrato, ma come sarebbe avvenuta la metamorfosi? Le bastò uno sguardo circolare sulla superficie terrestre per individuare il punto. Forse nessuno, davanti alla grotta di Betlemme, provò maggior sbalordimento della Morte. Eppure, ora che lo aveva davanti, il progetto le appariva chiaro e di un’incredibile semplicità: quel batuffolo di carne, per il solo fatto di essere vita, era già sua preda. La Morte desiderò a quel punto che il Creatore avesse scelto un’altra strada, per non essere chiamata in causa. Ma fu allora che, dal sonno profondo in cui era immerso, il Bimbo le sorrise. E la Morte si sentì vinta e capì come sarebbe stata vinta: da un amore talmente intenso che proprio attraverso di lei sarebbe passato, per dimostrare all’universo la propria potenza e la propria vastità.

 

Piero Gribaudi, Fiabe della Notte Santa

Buon Natale

 

Buon Natale

a chi aspetta Natale solo per far festa a Gesù che nasce…

A chi sa incontrare Gesù povero, solo,

emigrante e prigioniero, malato e disperato…

A chi sa che Natale significa imparare a perdonare,

amare senza chiedersi perché, uscire dall’egoismo,

fare qualcosa di bello per gli altri,

seminare gioia, trasmettere pace…

A chi a Natale regala sorrisi, stringe la mano,

contagia l’altro col suo calore,

trasforma il cenone natalizio

nell’agape fraterna dell’Eucarestia e poi per i poveri.

A chi a Natale organizza crociere

per visitare bambini orfani, anziani malati,

vanno in Africa, Haiti, Indonesia

per condividere povertà e sofferenze,

danno sollievo e speranza

a chi si sente solo e abbandonato

e lo fanno capendo che Gesù Bambino nasce proprio là.

A chi sa preparare il Presepio nel suo cuore,

accende luci nei suoi occhi che brillano,

è l’albero natalizio pieno di doni,

e il cuore come le zampogne…

A chi canta alleluia,

vive la speranza,

ama la pace, si dona,

condivide ciò che ha,

rende felici e sogna

un mondo più umano…

Auguri di cuore.

 

padre Gianni Fanzolato

Il Presepe

 

Il Presepe è espressione della nostra attesa, che Dio si avvicina a noi, che Gesù si avvicina a noi, ma è anche espressione del rendimento di grazie a Colui che ha deciso di condividere la nostra condizione umana, nella povertà e nella semplicità. Mi rallegro perché rimane viva e, anzi, si riscopre la tradizione di preparare il Presepe nelle case, nei posti di lavoro, nei luoghi di ritrovo. Questa genuina testimonianza di fede cristiana possa offrire anche oggi per tutti gli uomini di buona volontà una suggestiva icona dell’amore infinito del Padre verso noi tutti. I cuori dei bambini e degli adulti possano ancora sorprendersi di fronte ad essa.

 

Benedetto XVI, dal Messaggio Urbi et Orbi, Natale 2010

’O Presepe

 
Mò che vviene Natale i Presepe se scetano:

dint’ a carta e ggiurnale nun ce vonno sta cchiù.

Mò che vviene Natale i uagliune s’ addormono:

suonnano i regale e ’o cchiù bell’é Gesù!

’A Madonna suspira, San Giusepp’a conforta:

“Si s’arape ’sta porta, ’nce putimma fermà”.

Ride, ride ’u Uagliune e i pasture caminano,

chi tteneva ’u bbastune, meraviglia se fà .

San Giuseppe suspira, ’a Madonna s’u guarda:

nascce ’n miezz’'a la paglia Chi ’a speranza ce dà!

Mò che vviene Natale i Presepe se scetano:

dint’a carta e ggiurnale nun ce vonno sta cchiù.

Mò che vviene Natale i uagliune s’addormono:

suonnano i regale e ’o cchiù bell’é Gesù!

 

parole e musica di Claudio Chieffo

Christus natus est nobis, venite, adoremus!

 

Christus natus est nobis, venite, adoremus!

 

Cristo è nato per noi, venite, adoriamo!

Veniamo a Te, in questo giorno solenne,

dolce Bambino di Betlemme,

che nascendo hai nascosto la tua divinità

per condividere la nostra fragile natura umana.

Illuminati dalla fede ti riconosciamo

come vero Dio incarnato per nostro amore.

Tu sei l’unico Redentore dell’uomo!

 

Davanti al Presepe in cui giaci inerme

cessino le tante forme di dilagante violenza,

causa di inenarrabili sofferenze,

si spengano i numerosi focolai di tensione,

che rischiano di degenerare in conflitti aperti;

si rafforzi la volontà di cercare soluzioni pacifiche,

rispettose delle legittime aspirazioni di uomini e popoli.

 

Bambino di Betlemme, profeta di pace,

incoraggia i tentativi di dialogo e di riconciliazione,

sostieni gli sforzi di pace che timidi,

ma carichi di speranza, sono attualmente in atto

per un presente e un futuro più sereno

di tanti nostri fratelli e sorelle nel mondo.

Penso all’Africa, alla tragedia del Darfur in Sudan,

alla Costa d’Avorio e alla regione dei Grandi Laghi.

Con viva apprensione seguo le vicende dell’Iraq.

E come non volgere uno sguardo di partecipe ansia,

ma anche di inestinguibile fiducia,

alla Terra di cui Tu sei Figlio?

 

Dappertutto c’è bisogno di pace!

Tu, che sei il Principe della pace vera,

aiutaci a capire che l’unica via per costruirla

è fuggire il male con orrore

e perseguire sempre e con coraggio il bene.

Uomini di buona volontà di ogni popolo della terra,

venite con fiducia al presepe del Salvatore!

“Non toglie i regni umani

chi dà il Regno dei Cieli” (Inno Vespri dell’Epifania).

Accorrete ad incontrare Colui

che viene per insegnarci

la via della verità, della pace e dell’amore.

 

Giovanni Paolo II, Messaggio per il Natale 2004

È Natale o è già Pasqua?

 

Gesù nasce a Betlemme.

Colui che si donerà a noi ogni giorno sotto

forma di pane, nasce proprio nella “Casa del Pane”.


Gesù viene rifiutato dalla città e nasce fuori dalle mura.

Come sarà rifiutato dalla città e morirà fuori dalle mura di Gerusalemme.


Gesù nasce in una grotta.

Come sarà posto, dopo la croce, in un grotta.


Gesù viene posto in una mangiatoia,

luogo in cui si pone il cibo.

Come si farà per noi cibo per la nostra vita eterna.


Gesù viene avvolto in fasce.

Come verrà avvolto in fasce una volta deposto dalla Croce.

Ma è Natale o è già Pasqua!

 

don Luigi Serenthà

Cristo, sei tutto per me!


Cristo sei tutto per me!

Aiutami a dirti: “Mio Signore”.

Non vi sia nulla nella mia vita

che non trovi in Te

ispirazione per i comportamenti,

criterio per i giudizi e per le scelte.

Il tuo pensiero sia il mio pensiero,

il tuo volere sia il mio volere.

 

Cristo sei tutto per me!

aiutami a dirti: “Unico Salvatore del mondo”.

Che io trovi in Te la pienezza della vita

e il segreto della vera gioia.

Che io sappia dire a tutti e sempre

che Tu solo sei la salvezza dell’uomo.

Che io possa condividere l’ansia della Chiesa

per l’annuncio del Vangelo

 

Cristo sei tutto per me!

Davanti a Te, nel giorno del Tuo Natale,

rinnovo questa mia fede

perché Tu sei la Via, la Verità, la Vita,

la Parola che illumina e che salva,

l’Amore senza fine

che dona la speranza e la pace.

 

Card. Dionigi Tettamanzi, Santo Natale 2000

Gesù Bambino, dai piedini rosa

 

Gesù Bambino, dai piedini rosa
come la nostra carne,
come la nostra speranza,
come la nostra vita;
hai fatto bene a dimenticare la Tua gloria
accanto alle trombe degli Angeli
e a spegnere
quel concerto del Cielo.
Hai fatto bene
a camminare come noi,
a faticare come noi,
ad aver fame e sete,
stanchezza e sonno,
gioia e dolore;
e a piangere con i nostri occhi.
Hai fatto bene
a mostrarci così
gli occhi di Dio,
la fame di Dio,
l’amore di Dio,
l’impotenza di Dio;
a dare un volto
a Colui che non ha volto,
a dare voce
al silenzio del Verbo.
Dio dai piedini rosa,
Dio che ha freddo e che piange;
piccolo cucciolo eterno,
caduto nello scorrere del tempo;
e che s’acquieta
in braccio a Sua madre,
come un cucciolo d’uomo...

 

Adriana Zarri, La scala di Giacobbe

Abbiamo versato troppo inchiostro innocente…

 

Abbiamo versato troppo inchiostro innocente… E ci siamo affannati a scrivere e far riscrivere tutte quelle lettere a Gesù Bambino (quanto “inchiostro innocente” versato..). Senza pensare che c’era lì, in attesa di risposta, un semplice biglietto che ci è stato recapitato da messaggeri spediti dal Cielo qualche centinaio di anni fa. Forse non l’abbiamo neppure aperto, non l’abbiamo degnato di attenzione. Eppure c’era una comunicazione piuttosto importante e anche impegnativa: “Pace in terra agli uomini che Dio ama”. Quando Dio ci ha fornito l’informazione sui suo amore, più forte e ostinato di tutte le nostre sciocchezze, ci ha detto la cosa più importante.  Allorché ci ha dato il tesoro più prezioso che teneva, il proprio Figlio, ci ha dato tutto quello che aveva da darci. Se Dio dona il suo amore, tutte le altre nostre richieste appaiono riduttive rispetto a questo dono. Il guaio è che noi preferiamo ignorare quel biglietto, non prendere atto di quel dono. Perché sappiamo che l’amore esige una risposta. E allora preferiamo scrivere “letterine” disimpegnate. Mentre Lui attende ancora la risposta a un biglietto che ci è per­venuto duemila anni fa. Il Natale può essere l’occasione perché qualcuno, finalmente, si decida a scrivere o dire una parola semplicissima: “Ricevuto”. L’amore di Dio per tutti gli uomini. Ecco, il messaggio, la luce del Natale sta tutta qui. La miseria diventa un titolo di grandezza. La mia fame può essere saziata. Le mie aspirazioni più audaci trovano un sicuro compimento. Un Altro mi permette di essere veramente me stesso. Dio mette a disposizione il suo Amore perché io diventi uomo. Dio si fa uomo perché il mondo diventi più umano. Perché ogni uomo diventi più umano. D’ora in poi l’uomo ha la possibilità di vivere una vita pienamente divina e pienamente umana. Se accettiamo che a Natale, che in questo Natale, nasca Dio, allora nasce anche l’uomo. Certo è più facile festeggiare il Natale che vivere il Natale. E più facile commemorare un anniversario che correre il rischio di una nascita.

 

don  Alessandro Pronzato, Il Vangelo in casa

Natale de guerra

 

Ammalapena che s’è fatto giorno

la prima luce è entrata ne la stalla

e er Bambinello s’è guardando intorno.

“Che freddo, mamma mia! Chi m’arripara?

Che freddo, mamma mia! Chi m’arriscalla?”.

“Fijo, la legna è diventata rara

e costa troppo cara pe’ compralla”...

“E l’asinello mio dov’è finito?”.

“Trasporta la mitraja

sur campo de battaja: è requisito”.

“Er bove?”. “Puro quello fu mannato ar macello”.

“Ma li Re Maggi arriveno?”.

“È impossibbile perché nun c’è la stella che li guida;

la stella nun vô uscì : poco se fida

pe’ paura de quarche dirigibile”...

Er Bambinello ha chiesto:

“Indove stanno tutti li campagnoli che l’antr’anno

portaveno la robba ne la grotta?

Nun c’è neppuro un sacco de la polenta,

nemmanco una frocella de ricotta”...

“Fijo, li campagnoli stanno in guerra,

tutti ar campo e combatteno.

La mano che seminava er grano

e che serviva pe’ vangà la terra

addesso viè addoprata unicamente

per ammazzà la gente....

Guarda, laggiù, li lampi de li bombardamenti!

Li senti, Dio ce scampi, li quattrocentoventi

che spaccano li campi?”.

Ner di’ così la Madre der Signore

s’è stretta er fijo ar core

e s’è asciugata l’occhi co’ le fasce.

Una lagrima amara per chi nasce,

una lagrima dòrce per chi more...

 

Trilussa, dicembre 1916

Duemila anni

 

È da duemila anni che sto nascendo. In realtà venni alla terra e mai l’ho lasciata. Mi sono fatto uomo e continuo ad esserlo, eternamente. Ogni anno mi celebrano e ricordano la mia venuta. “Ringrazio”. Però non mi piacciono queste festività natalizie. Mi ripugna che prendano il mio nome, si commercializzi la mia nascita, e che questa venga tramutata in propaganda per vendere e che gli sciuponi feriscano la mia povertà. Le luci multicolori non godono della mia simpatia, come pure le persone che adornano gli alberi col cotone, né i presepi di gesso o do legno. “Li comprendo”. Ma voi avete capito bene la mia visita? Sapete dove vivo, dove abito e qual è la mia presenza su questa terra? Ma perché guardate il passato e non aprite gli occhi sul presente? Perché vi date pena per la mia miseria e dolore nella stalla di Betlemme, mentre rimanete indifferenti di fronte alla miseria, l’emarginazione, la solitudine, il licenziamento, la fame e l’alcolismo di tanti uomini della città e della campagna? Come potete parlare di Gesù se non siete capaci di riconoscermi oggi, quando cammino come un viandante per la strada, quando chiedo pane, vendo dolci, lucido scarpe, rubo la frutta o canto in fondo agli autobus? Credete voi che possono rallegrarmi i canti natalizi o la liturgia se poi non mi ricevete o se mi disprezzate in volti molto concreti e vicini? Sono nato duemila anni fa, venni sulla terra venti secoli fa. Continuo a nascere. Non me ne sono mai andato via…

 

M. Ortega Riquelne

Notte silenziosa (Silent night)

 

Notte silenziosa, notte santa!
tutto è calmo, tutto è luminoso
intorno alla Vergine, alla madre e al Bambino.
Bambino santo, così tenero e mite,
dormi nella pace divina,
dormi nella pace divina.

Notte silenziosa, notte santa!
I pastori tremano alla vista!
La gloria scende dal lontano Paradiso,
gli ospiti del Paradiso cantano: “Alleluia,
è nato Cristo il Salvatore!
È nato Cristo il Salvatore!”.

Notte silenziosa, notte santa!
Stella straordinaria, dacci la luce!
Con gli Angeli lasciaci cantare:
“Alleluia al nostro Re!
Cristo il Salvatore è qui,
Gesù il Salvatore è qui!”.

Notte silenziosa, notte santa!
Figlio di Dio, luce pura dell’amore,
raggi brillanti dal Viso Santo,
con la grazia di salvezza dell’alba.
È nato Gesù nostro Signore.
È nato Gesù nostro Signore.

Storia vera di Natale

 

Vera perché sono lettere autentiche di bambini veri

In un paesino di questo strano mondo, che festeggia il Natale,  ma non sa di chi, che si inebria di luci, di regali, ma chi lo sa perché, che mangia e beve e fa  festa per qualcuno che è venuto, ma al suo posto c’ha piazzato abeti, spumante e stelle di velluto, in questo strano paesino, ancora, in ogni casa, tutti si dan da fare, perché il Presepe sia al centro del Natale. E mentre, dove non c’è quella grotta piena di mistero, i bimbi aprono i regali tra noia, sbadigli e tutto passa via, i bimbi di quello strano paesino, davanti al piccolo Gesù hanno scritto una lettera d’amore che vale un Perù.

“Caro Gesù Bambino”, ha scritto Caterina con amore, “sei bravissimo, riesci sempre a mettere le stelle al posto giusto”.

“ Se hai capito questo, allora è vero, perché sei tu la più bella stella”.

“Qualche volta penso a Te, caro Gesù Bambino”, scrive Riccardo,  “anche se non sto pregando”.

“Ma quando pensi a me, è certamente questa la preghiera vera!”.

E cosa ha scritto Chiara birichina, davanti a  Gesù Bambino? “I peccati li segni in rosso, come la maestra?”
“Quando ti penti, ci passo una pennellata di bianco sopra, e tutto ritorna limpido e chiaro come prima”.

“Gesù Bambino, a Carnevale mi travestirò da diavolo, c’hai niente in contrario?”, scrive Michela con arguzia.
“Ci son tanti che son già diavoli di suo, senza travestirsi e seminano veleno e morte in ogni dove, ma tu se vuoi puoi anche farlo, basta che dentro resti sempre un angelo”.

Quello che ha scritto Nora a Gesù Bambino è commovente, serve per chi cerca gioia in altre strade e non trova compagnia. “Non mi sono mai sentita sola da quando ho scoperto Te”. Parole sante.
Daria, le tue parole ci illuminano d’immenso: “Gesù bambino, abbiamo studiato che Edison ha inventato la luce, ma al catechismo dicono che sei stato Tu… Per me lui ti ha rubato l’idea”.

“È vero, perché, tutte le luci che brillano nel mondo, son collegate a quella Centrale che si chiama DIO”.

Grazie Viola per quanto hai scritto sull’amore; ha contagiato anche me. “Gesù bambino, scommetto che per Te è difficilissimo voler bene a tutti in tutto il mondo. Nella mia famiglia siamo solo quattro e io non ci riesco mai”.

“Guardami nella stalla, mi son fatto piccolo, tutto a tutti, sono qui perché vi voglio bene.
Se anche tu imparerai a farti  piccolo e amare gli altri con il  cuore, e accettarli come sono,
avrai il mondo nelle tue mani e sarà sempre NATALE!”.

 

padre Gianni Fanzolato

I pastori

 

Noi invidiamo i pastori che nella notte di Natale andarono alla capanna di Betlemme, e videro Gesù appena nato. “Fortunati pastori”, diciamo. Eppure nulla abbiamo da invidiare, perché la stessa loro fortuna è pure la nostra. Lo stesso Gesù che fu visitato dai pastori si trova qui nel Tabernacolo, e non vi è cosa più gradita che possiamo fargli che andare a visitarlo.

 

San Giovanni Bosco

La fede: un bambino da portare in braccio


Una porta si schiude da qualche parte sulla terra, quella di un povero alloggio dove brilla il fieno di una mangiatoia. Nello stesso istante una porta si schiude nel Cielo, quella di una stella che trafigge la notte. Porta doppia e unica, solstiziale. Il sole è appena entrato nella fase ascendente del suo ciclo. Un Bambino che è appena nato crescerà e illuminerà il mondo. La fede è un bambino che non concede riposo, che non si adatta a nessuna abitudine, soprattutto all’indolenza, alla tiepidezza, e che prova ripugnanza per ogni compromesso. È un bambino ribelle, tanto vulnerabile quanto temerario, tanto meditabondo quanto avventuroso. Un bambino nato in piena notte e destinato per sempre alla prova della notte, eppure incessantemente mosso dal desiderio della luce. Un bambino più leggero di una pagliuzza - basta un nonnulla a farlo volar via, svanire -, ma anche pesante quanto il mondo. Un bambino da portare in braccio, giorno dopo giorno, fino allo stremo delle forze, fino all’ultimo respiro. Questa è la Natività: un invito a farsi carico del Bambino dalla genealogia misteriosa e stupefacente, ad assicurare di salvarlo dalla furia delle tempeste, siano esse dentro o fuori. È assumersi la responsabilità affidata a Giuseppe, il primo a cui spettò. Infatti, nella notte della Natività, è chiesto a ognuno di dare il cambio a Giuseppe. La fede vive in un’infanzia perpetua, non può mai dichiararsi fatta e finita, sicura della sua forza e della sua resistenza; richiede sempre vigilanza e lavoro.


Sylvie Germani

Povero di Betlemme


O Signore,
mentre il tempo logora tutte le speranze
Tu rimani l’unica speranza!
Mentre si consumano i secoli e anche i millenni,
Tu resti perennemente giovane
e conservi la freschezza di un fiore,
di un’aurora, di una sorgente zampillante.
Mentre le ricchezze svelano sempre di più
il volto fragile e deludente,
Tu stupisci ancora e attiri
con la sola, con la pura, con la totale
povertà di Betlemme.

Tu, povero di Betlemme,
sei la risposta che noi non sentiamo;
Tu, povero di Betlemme,
sei la ricchezza che noi non capiamo,
Tu, povero di Betlemme,
sei la pace che drammaticamente ci manca.

Signore, nato a Betlemme,
la città della nostra povertà
e della nostra piccolezza,
noi ci accostiamo a Maria
per guardarti con il suo sguardo
e amarti con il suo amore
ed essere finalmente felici con Te,
povero di Betlemme,
unico capace di farci sorridere ancora!

Amen!

 

tratto dal sito www.santuarioloreto.it

Quando è Natale?  Quali regali vorresti ricevere e… fare?

 

Cari amici, si, lo chiedo a me stesso e a voi: QUANDO È NATALE? Domanda sciocca, infantile, scontata? Certo. Ma anche un po’ provocatoria. Perché il 25 Dicembre potrebbe non essere… Natale. Perché Natale non è una data, ma un Avvenimento. E se in questi giorni non succede in noi qualcosa di importante, non sarà Natale. Ci faremo gli auguri. Ci ripeteremo infinite volte: “Buone feste”! “Buone feste”!… Senza neanche chiederci: ma cosa ci stiamo augurando? Chi è il Festeggiato? E dov’è in questi giorni di corse da un negozio all’altro per trovare il regalo “giusto”? E perché nello stesso tempo in questi giorni avvertiamo nel cuore pensieri di insolita dolcezza e bontà? Ecco, lo sapevo. Con tutte queste domande vi ho già rovinato la Festa. Cerco di riparare con qualche “pensiero natalizio doc” che ho trovato in una grotta di Betlemme e in una modesta casa di Nazaret, la casa di Gesù, Giuseppe e Maria. Più doc di così…!?! Auguri di cuore a ciascuno di voi e alle vostre famiglie. dv

 

Gesù, il “regalo” di Dio per noi.

Quando è Natale?

 

Quando prendiamo coscienza che Gesù è nato per noi… L’angelo disse ai pastori: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». Lc 2, 8ss 

 

Quando in quel Bimbo vediamo l’amore di Dio condensato. Ed è pace. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

 

Quando, come Giuseppe, accettiamo che il Signore “guasti” (o sublimi?) i nostri piani e continuiamo a fare la nostra piccola parte. In silenzio… Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù… Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa . Mt 1, 18ss 

 

Quando ci ri-offriamo al Signore col nostro “Eccomi” di ogni giorno:  Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore… Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. 

 

Quando, come Maria, custodiamo nel cuore le esperienze vissute. E come Gesù cresciamo in tutti i sensi… Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini

 

Natale: i regali che cambiano la vita

Consigli per acquisti natalizi: regali utili, sempre attuali e…riciclabili.

Visita l’Esposizione completa allestita da S. Paolo in Efesini cc.4-5. È aperta tutto l’anno!…

 

 

Dite la verità: 

Perciò, basta con le menzogne! Ciascuno dica la verità al suo prossimo, perché noi tutti formiamo un unico corpo. 

Regala rapporti sinceri e cordiali con chi ti sta vicino!

 

Non tramonti il sole: 

Se vi arrabbiate, attenti a non peccare: la vostra ira sia spenta prima del tramonto del sole,  per non dare una buona occasione al diavolo. 

Regala un gesto di riconciliazione prima di sera!

 

Nessuna parola cattiva…:

Nessuna parola cattiva deve mai uscire dalla vostra bocca; piuttosto dite parole buone, che facciano bene a chi le ascolta.

Regala parole buone che danno coraggio e fanno vivere!  

        

Perdonatevi a vicenda:

Siate buoni gli uni con gli altri,  pronti sempre ad aiutarvi; perdonatevi a vicenda, come Dio ha perdonato a voi, per mezzo di Cristo. 

Fai una preghiera per la persona che  ti fa soffrire!

 

In sacrificio di soave odore:

Fatevi imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore.

Regaliamo il “profumo” della nostra vita: doniamo noi stessi. 

 

Comportatevi da figli della luce:

Un tempo vivevate nelle tenebre: ora, invece, uniti al Signore, voi vivete nella luce. Comportatevi dunque da figli della luce: Svegliati, tu che dormi, sorgi dai morti: e Cristo ti illuminerà.

Guardiamo le persone con gli occhi limpidi di un bambino!

 

Sempre e per ogni cosa ringraziate Dio:

Usate bene il tempo che avete, perché viviamo giorni cattivi. Per ogni cosa ringraziate Dio nostro Padre, nel nome di Gesù Cristo nostro Signore. 

Reagiamo alla tristezza con la preghiera: troviamo motivi per ringraziare  il Signore… 

Guardiamo a Lui e saremo raggianti!

 

Tratto da: http://www.sanbiagiofano.it/2011/09/panino-di-san-biagio/

Trasformarci in dono


A Natale si usa fare dei doni. Montagne di regali, quintali di carta elegante, chilometri di filo dorato, biglietti di auguri grossi come lenzuoli. Crediamo di sdebitarci così verso le persone cui dobbiamo riconoscenza. Ma è troppo facile, troppo comodo. Come cristiani abbiamo il dovere, non di fare dei doni, ma di trasformarci in dono. Far sì che la nostra vita sia un dono senza riserve. Per tutti. Perché ciascuno di noi è debitore verso tutti gli altri. Sopratutto dobbiamo avere il coraggio di specchiarci in quelle tre righe di Luca: di trovare quella semplicità. Smontare il nostro Natale mastodontico e macchinoso. Per riscoprire quello autentico. Arricchirci di quella povertà.

don Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi

“E lo depose in una mangiatoia”

 

“E lo depose in una mangiatoia”

perché non c’era posto per Te, Gesù,

nell’alloggio!
Che strano il tuo Natale!

Non ti hanno accolto

e continuano a non accoglierti...

Tu li hai accolti

e continui ad accogliere tutti e sempre!


E in quella mangiatoia troviamo tutto il senso

della tua nascita e della tua missione:

il compiersi della speranza,

la salvezza fattasi avvenimento,

l’Amore fattosi uomo.

E quella mangiatoia è il sogno di Dio

che per amore si fa uomo in Te per

restituirci alla nostra vera identità.


Se per Te, Gesù, non c’era posto,

accogli come mangiatoia le nostre

vite stanche, i nostri cuori induriti,

i nostri rapporti indifferenti

per ridarci coraggio, fiducia, luce,

pace, gioia, bontà...


e Tu continui a nascere ogni giorno

in noi e nelle nostre comunità

per sostenerci con il tuo Amore e la tua presenza.

Il pastore

 

Se lo chiede il soldato, figlio, nega

d’averlo visto; negalo al levita,

al fariseo, al romano, al pubblicano,

e non dirlo nel tempio.

Ma a tua madre domani, quando vai

a farti dare il pane fresco, appena

le altre donne si incantano di chiacchiere,

piano piano bisbiglia: abbiamo visto

l’Angelo del Signore; ci ha guidato

a una grotta, un bambino.

 

Chi egli sia non l’ho capito bene,

noi siamo gente di poca istruzione.

Pascolare le pecore è un lavoro da poco.

E non ci basta il sabato

a intendere la Bibbia.

Dicono che i profeti lo sapevano

che sarebbe arrivato.

Che sarebbe venuto un Salvatore

a guidare Israele alla riscossa.

Altre battaglie, case vuote, morti?

Questo è un bambino, come fummo tutti.

Non fa paura: chiama tenerezza.

Se davvero è il Signore, figlio, rallegrati.

Dillo a tua madre: comincia

il suo regno fra noi, povera gente.

Ci darà la giustizia, scrollerà i potenti dai troni?

In una stalla nella sua luce la speranza ha riso mitemente, bambina.

E una stella vagava, nuova, in cielo.

Sembrava una promessa.

Attendere Qualcuno


La vita di ognuno è un’attesa.

Il presente non basta a nessuno.

In un primo momento, pare che ci manchi qualcosa.

Più tardi ci si accorge che ci manca Qualcuno.

E lo attendiamo.

 

don Primo Mazzolari

Maria, donna del pane

 

Maria Immacolata,

mi piace contemplarti e

chiamarti “donna del pane”.

Ti lodo

perché sei la fornaia del Pane Divino.

Il tuo grembo è stato il forno

dove, nel calore dell’Amore,

è lievitato colui che ha detto:

“Io sono il Pane Vivo”.

Tu, quale forno ardente,

fai lievitare in me la gioia

di gustare l’intimità col tuo figlio.

Ti benedico

perché tutto poni nella mangiatoia,

come canestro per un’eterna mensa.

Sii Benedetta fra le donne,

perché il profumo e la fragranza

del tuo pane macinato ed impastato

giunga a tutti noi.

Rendimi umile, capace di contenere il tutto,

di far baciare la santità ed il peccato

che sono in me.

Maria, donna del pane spezzato,

esperta nel far cambiare l’acqua in vino,

testimone del dividersi che si moltiplica,

dello sbriciolarsi che nutre,

del piccolo boccone che sazia la grande fame,

anche Tu, a Nazaret,

hai spezzato il pane della fatica quotidiana

anche Tu hai pregato,

sapendo che “non di solo pane vive l’uomo”.

Vivo l’estasi della contemplazione

e mi beo nel sentirmi sazio.

Sì, l’uomo vive di solo pane

quando si nutre del frutto del tuo seno,

e divento sazio di Te,

donna del pane.

 

don Paolo Nagari

È Natale, Signore, o già subito Pasqua?

 

È Natale, Signore, o già subito Pasqua?

Il legno del Presepe è duro,

come il legno della Croce.

Il freddo ti punge, quasi corona di spine.

L’odio dei potenti ti spia e ti teme.

...quanti segni di morte, Signore,

in questa Tua Nascita,

comincia così il Tuo cammino tra noi,

la tua ostinata decisione di essere Dio,

non di sembrarlo.

Grazie, Signore, per questa ostinazione,

per questo sparire, per questo ritirarti

che schiude un libero spazio

per la mia libera decisione di amarti.

Dio che ti nascondi,

Dio che non sembri Dio,

Dio degli stracci e delle piaghe,

Dio dei pesi e delle infamie,

io ti amo.

Non so come dirtelo, ho paura di dirtelo

perché talvolta mi spavento e ritiro la parola;

eppure sento che devo dirtelo: io ti amo!

In questa possibilità di amarti

che la tua povertà mi schiude

divento veramente uomo,

scopro di essere uomo, non di sembrarlo.

Il Tuo Natale è il mio Natale.

Nella gioia di questo nascere,

nello stupore di poterti amare,

io accetto, io voglio, io chiedo

che anche per me, Signore,

sia subito Pasqua.

 

don Luigi Serenthà

In un pezzo di pane

 

In un pezzo di pane

si nasconde Colui

che lo ha preparato.


Nel Dio Bambino

si manifesta Colui

che ci ha amato.

 

Il Pane donato

si trasforma in Amore e Vita.


Che ognuno di noi

possa essere Pane per tutti!

 

dal sito: www.fdcsanvincenzo.it

La grotta di Betlemme


Cos’è la grotta è la profondità della terra, è la profondità della coscienza dell’uomo, dove il Verbo di Dio discende. Non importa se nella nostra “grotta” ci stanno passioni innominabili e sfrenate, passioni di violenza, di cupidigia, di avidità, di sensualità. Nella nostra grotta non ci sono solo tendenze spaventose…in noi c’è il Figlio di Dio, con la sua tenue luce che vuole illuminarci, la cui bontà colpirà tutte le nostre passioni e le trasformerà in elementi di vita. Dobbiamo sentire la “grotta” non soltanto come spazio geografico, ma come spazio psicologico. “Inutilmente Cristo nasce in Betlemme se non nasce in te!” (Angelo Silesius “Il pellegrino cherubino”). Siamo noi che dobbiamo diventare coscienti che nella nostra grotta c’è il bambino divino che vuole crescere, illuminarci, trasformarci, e deve nascere in noi. E in noi nasce quando riusciamo a fare silenzio, ad avvolgerci di tenebra.

 

Giovanni Vannucci, Il passo di Dio - Meditazioni per l’Avvento,  Edizioni Paoline

Il Verbo fatto bambino

 

Il Verbo fatto bambino ci aiuta a comprendere il modo di agire di Dio, affinché siamo capaci di lasciarci sempre più trasformare dalla sua bontà e dalla sua infinita misericordia. Nella notte del mondo, lasciamoci ancora sorprendere e illuminare da questo atto di Dio, che è totalmente inaspettato: Dio si fa Bambino. Lasciamoci sorprendere, illuminare dalla Stella che ha inondato di gioia l’universo. Gesù Bambino, giungendo a noi, non ci trovi impreparati, impegnati soltanto a rendere più bella la realtà esteriore. La cura che poniamo per rendere più splendenti le nostre strade e le nostre case ci spinga ancora di più a predisporre il nostro animo ad incontrare Colui che verrà a visitarci, che è la vera bellezza e la vera luce. Purifichiamo quindi la nostra coscienza e la nostra vita da ciò che è contrario a questa venuta: pensieri, parole, atteggiamenti e azioni, spronandoci a compiere il bene e a contribuire a realizzare in questo nostro mondo la pace e la giustizia per ogni uomo e a camminare così incontro al Signore.

 

Benedetto XVI, dal Messaggio Urbi et Orbi, Natale 2010

Fare esperienza di Gesù

 

Il particolare è di una bellezza incredibile. Nella vita di Francesco scritta da Tommaso da Celano si legge che il santo, nella notte in cui a Greccio costruì il primo Presepe, mentre cantava il Vangelo della Messa di Natale essendo egli diacono, ogni volta che pronunciava il nome di Gesù “passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quella parola”. Questa scena di Francesco che si lecca le labbra mi sembra una splendida simbologia che deve farci capire una cosa. Di Gesù non basta la conoscenza puramente intellettuale, accademica, esprimibile con i concetti sia pure raffinati della teologia. Di Gesù, insomma, non si dà solo teoria. Ma l’aver fatto esperienza vitale di Gesù costituisce il passaggio obbligato per poter efficacemente parlare di Lui. In altre parole: se prima non hai gustato la dolcezza del suo nome, è inutile che ti metti a predicarlo. Se il buon profumo di Cristo non promana dalle tue mani che hanno stretto le Sue, le parole che annunci sono prive di garanzie. Se non hai da esibire veli di Veronica attraverso i quali hai toccato il Suo volto, le tue lezioni su di Lui saranno sempre inaffidabili. Se Gesù non ha segnato le Sue impronte digitali in qualche parte del tuo essere, è fatica sprecata tentare un identikit di lui inseguendo astrazioni di riporto. Se Egli non ti ha lasciato scritto di suo pugno un promemoria sulla pagina dell’anima, o non ti ha messo almeno un autografo in calce alle tue righe, è vano spiegarlo agli altri seguendo gli appunti segnati sulle pagine di carta. Per dipingere Cristo, diceva il Beato Angelico, bisogna vivere di Lui. Ebbene, per dipingerlo sulla tela di una esistenza umana, bisogna intridere il pennello della parola nel vermiglio delle Sue piaghe, nel verde dei Suoi occhi, nel cavo del Suo cuore, nell’acquaforte dei suoi gesti, nella tempera dei suoi sentimenti, nelle profondità dei suoi pensieri, nelle trasparenze dei suoi sogni.

Prima di raccontarlo, Gesù, bisogna averlo toccato.

 

don Tonino Bello

A Natale, un giorno

 

Perché dappertutto ci sono così grandi recinti?

Il fondo tutto il mondo è un grande recinto.

Perché la gente parla lingue diverse?

In fondo tutti diciamo le stesse cose.

Perché il colore della pelle non è indifferente?

In fondo siamo tutti diversi.

Perché gli adulti fanno la guerra?

Dio certamente non la vuole.

Perché avvelenano la terra?

Abbiamo solo quella.

A Natale, un giorno,

gli uomini andranno d’accordo

in tutto il mondo.

Allora ci sarà un enorme albero di Natale

con milioni di candele.

Ognuno ne terrà una in mano

e nessuno riuscirà a vedere

l’enorme albero fino alla punta.

Allora tutti si diranno: “Buon Natale!” a Natale, un giorno.

 

Hirokasu Ogura

Natale…. Un’alba!

 

Non so davvero quale differenza ci sia tra
l’alba della Creazione e l’alba dell’Incarnazione.
Se provo ad immaginarle vedo solo Dio,
la Sua onnipotenza, il Suo Amore.

Il primo mattino: l’emergere del Creato
dalla amorosa progettazione e manualità dei tre divini.
È tutto novità, è tutto che stupisce, nuovo, incontaminato.
“È buono, è bello”, esclama Dio.
Allora la Creazione intona il Gloria:

terra e cielo a braccetto, sorella e fratello,

in pace, fanno sentire ai tre divini il Grazie per l’essere creati
e per la prospettiva d’essere e vivere eternamente.

Il mistero di salvezza poi si srotola nella storia.
Le vicende umane sono lunghi attimi pieni di promesse di Dio.
Ed ecco l’alba: è a Betlehem.
Qui il fatto più umano e quotidiano della terra 

“il nascere” rivela una nuova Creazione.
Nasce un bimbo da un grembo inviolato: è Dio.
Emerge un fatto insolito, divino:

nella grotta c'è la tenda di convegno dei tre divini
e, per un nuovo, amoroso disegno,

la Creazione, non più incontaminata,

riveste il Figlio di sé e viene innalzata oltre la sua primitiva dignità.
Ora “Creatura” è il Creatore:

e l’uomo adora, compreso ma incapace di comprendere.
Allora, anche in quell’alba di speranza,

Cielo e Terra come fratello e sorella,
mano nella mano, fanno sentire il Grazie,
il “Gloria a Dio nell’alto dei Cieli

e pace in terra agli uomini amati da sempre”.

È Natale: sia per me e per te... un’alba!

 

don Giosy Cento

Il mio Presepio

 

Mi  ricordo che nel mio Presepio, in mezzo a tante statuine, ce n’era una molto bella. Mi avevano raccontato che era una statuina particolare. Era un personaggio con una mano accostata alla fronte per guardare meglio, per guardare più lontano. La chiamavano la statuina dello stupore. Simbolo di chi desidera fermarsi a guardare, di chi sa vedere oltre gli occhi della semplice ragione, si chi si apre alla meraviglia e lascia la parola al cuore. Per questo lo stupore è diventato il simbolo del credente. Solo per chi sa vedere la forza sotto la debolezza, la gloria sotto la sofferenza, la santità sotto il peccato, la vita sotto la morte, solo per queste persone sarà Natale perché sapranno vedere un Dio che si fa bambino.

 

 don Luigi Serenthà

Ci impegniamo anche noi a discendere

 

Ci impegniamo anche noi a discendere...

Non per riordinare il mondo,

non per rifarlo su misura, ma per amarlo;

per amare anche quello che non possiamo accettare,

anche quello che non è amabile,

poiché dietro ogni volto e sotto ogni cuore

c’è, insieme a una grande sete di amore,

il volto e il cuore dell’amore.

Ci impegniamo, perché noi crediamo all’amore,

la sola certezza che non teme confronti,

la sola che basta per impegnarci perpetuamente.

 

don Primo Mazzolari

L’agrifoglio

 

Il pastorello si sveglia all’improvviso. In cielo v'è una luce nuova: una luce mai vista a quell’ora. Il giovane pastore si spaventa, lascia l’ovile, attraversa il bosco: è nel campo aperto, sotto una bellissima volta celeste. Dall’alto giunge il canto soave degli Angeli. “Tanta pace non può venire che di lassù”, pensa il pastorello, e sorride tranquillizzato. Le pecorine, a sua insaputa, l’hanno seguito e lo guardano stupite. Ecco sopraggiungere molta gente e tutti, a passi affrettati, si dirigono verso una grotta. “Dove andate?”, chiede il pastorello. “Non lo sai?”, risponde, per tutti, una giovane donna. “È nato il figlio di Dio: è sceso quaggiù per aprirci le porte del Paradiso”. Il pastorello si unisce alla comitiva: anch’egli vuole vedere il Figlio di Dio. A un tratto, si sente turbato: tutti recano un dono, soltanto lui non ha nulla da portare a Gesù. Triste e sconvolto, ritorna alle sue pecore. Non ha nulla; nemmeno un fiore; che cosa si può donare quando si  così poveri? Il ragazzo non sa che il dono più gradito a Gesù è il suo piccolo cuore buono. Ahi! Tanti spini gli pungono i piedi nudi. Allora il pastorello si ferma, guarda in terra ed esclama meravigliato: “Oh, un arbusto ancor verde!”. È una pianta di agrifoglio, dalle foglie lucide e spinose.
Il coro di Angeli sembra avvicinarsi alla terra; c’è tanta festa attorno. Come si può resistere al desiderio di correre dal Santo Bambino anche se non si ha nulla da offrire? Ebbene, il pastorello andrà alla divina capanna; un ramo d’agrifoglio sarà il suo omaggio. Eccolo alla grotta. Si avvicina felice e confuso al bambino sorridente che sembra aspettarlo. Ma che cosa avviene? Le gocce di sangue delle sue mani, ferite dalle spine, si trasformano in rosse palline, che si posano sui verdi rami dell’arbusto che egli ha colto per Gesù. Al ritorno, un’altra sorpresa attende il pastorello: nel bosco, tra le lucenti foglie dell’agrifoglio, è tutto un rosseggiare di bacche vermiglie. Da quella notte di mistero, l’agrifoglio viene offerto, in segno di augurio, alle persone care.

 

Gina Marzetti Noventa

Buon compleanno

 

Buon compleanno, Gesù!

Grazie di essere venuto

per mostraci chi è veramente Dio!

Grazie per essere venuto

a vivere in mezzo a noi!

 

Come i profeti,

vogliamo crescere nella speranza;

come Maria, tua Madre,

vogliamo accoglierti tutti i giorni;

come Giuseppe, tuo padre,

vogliamo vivere nella giustizia

e sognare un mondo nuovo;

come Elisabetta,

vogliamo danzare di gioia;

come Simeone,

vedere nella tua presenza

una speranza per il domani;

come i Magi,

cercarti in tutte le cose vere e belle;

come i pastori,

non rassegnarci a una vita povera e misera.

 

Buon compleanno, Gesù!

 

Sussidio liturgico-pastorale “Sarà chiamato Dio con noi”(Avvento e Natale 2011)

Periodici San Paolo

Dio è qui

 

Dio è qui.

Tra noi.

Piange, vagisce, sorride con una voce flebile.

Come un cucciolo appena nato.

Gli occhi socchiusi, le mani piccolissime, serrate in un pugno.

Il faccino grinzoso che si appoggia al seno di Maria.

Dio è qui.

Tra noi.

Ecco com’è veramente.

È un bambino inerme, fragile, debole.

Ti viene voglia di prenderlo in braccio, di accarezzarlo, di baciarlo…

Lui è qui.

Per i perdenti, gli uomini senza dignità, senza futuro, senza speranza,

per i senza scampo, i senza tregua, i senza luce.

Dio è qui per i bestemmiatori, i falliti,

per tutti quelli che non contano niente, per tutti gli “zeri” del mondo...

Dio è qui per i sazi di denaro, per quelli che si credono pieni di cultura,

per quelli che pensano di avere tutto, per i curiosi che si interrogano e cercano.

Dio è qui.

Per i sacerdoti ministri del culto, per quelli che praticano per abitudine,

per quelli che credono di credere, per quelli che pianificano tutto, anche la loro fede in Dio.

Dio è qui.

È qui per Erode e per i pastori, per gli angeli e per i re magi.

Dio è qui.

Per te.

Adesso.
E non vuole essere un ricordo.

Lui è l’imprevedibile.

Ti chiede solo di nascere.

È un Dio che ti somiglia.

Che puoi prendere tra le braccia.

Che sorride e che respira.

È un Dio che non si è mai stancato di cercarti.

Dio è qui.

Lasciati trovare da Lui.

E anche per te sarà Natale!

 

don Angelo Saporiti, Commento al Natale

Egli viene

 

Egli viene dove volete, dove vi piace,

avendo preso dimora con voi:

in casa vostra, in fabbrica, in piazza.


Ovunque andiate, Egli vi segue:

anzi, ci ha preceduto.


Egli occupa ogni cosa nostra,

e ogni nostra abitazione,

da quando si è fatto uomo per stare con noi.

 

don Primo Mazzolari

Amo il Presepe

 

Amo il Presepe,
questa gaudiosa rivincita del cuore sulla specularità del pensiero. Perché, se sui crinali scoscesi della rivelazione
la teologia si inerpica temerariamente,
il Presepe, quello popolare dell’800, non è da meno. Anzi, la scavalca in arditezza:
col bilico dei Suoi ponti,
col paradosso delle Sue montagne,
con l’anacronismo delle sue città,
con la trasognata semplicità dei suoi personaggi. Per questo amo il Presepe. Ma lo amo, soprattutto, perché mi suggerisce
un’arditezza ancora più grande:
che Lui, il Signore,
è disposto a ricollocare la Sua culla,
ancora oggi,
tra le pietraie della mia anima inquieta.

 

don Tonino Bello

Ave Maria

 

Una sera tentai il discorso con Maria.

Mi era così facile!

Le volevo così bene!

 

Maria, dimmi come è andata? Raccontalo a me come l’hai raccontato a Luca l’evangelista.

Tu lo sai, mi disse, perché conosci il Vangelo.

È stato tutto molto bello!

lo vivevo a Nazaret in Galilea e la mia vita era la vita di tutte le ragazze del popolo: lavoro, preghiera, povertà, molta povertà, gioia di vivere e soprattutto speranza nelle sorti di Israele. Abitavo con Anna, mia madre, in una casetta molto semplice che aveva un cortile davanti ed un gran muro di cinta fatto apposta perché noi donne ci sentissimo in libertà ed intimità. Lì sostavo sovente per lavorare e pregare. In me l’una e l’altra cosa si mescolavano ed ero piena di pace e di gioia. Quel giorno ero sola nel piccolo cortile e una gran luce mi avvolgeva. Pregavo, seduta su uno sgabello. Tenevo gli occhi socchiusi e sentivo una gioia invadermi tutta. La luce aumentava ed io incominciai a socchiudere le palpebre che avevo chiuso per non restare abbacinata. Ero contenta di lasciarmi riempire di quella luce. Mi pareva il segno della presenza di Dio che mi avvolgeva come un manto. Ad un tratto quella luce prese l’aspetto di un Angelo. Ho sempre pensato agli Angeli così come lo vidi in quel momento. Tu sai com’è la questione della fede. Non sai mai se la visione è dentro o fuori. È certamente dentro perché se fosse solo fuori potresti dubitare come fosse un’illusione. Ma dentro l’illusione non c’è, è così, sai che è così: ne è testimone Dio. Io stavo molto ferma per paura che tutto scomparisse. E invece l’Angelo parlò. Anche qui: non sai mai se la voce la senti nell’orecchio o più in profondo. Certamente in profondo perché se fosse solo nell’orecchio potresti illuderti. La voce la senti là dove lo stesso Dio è il testimone.

E che ti disse?

Mi disse: Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te.

E tu che provasti?

È evidente che ne fui turbata. Era come se fossi visitata da cose troppo grandi per me e per la mia dimensione così piccola. Tu puoi pensare alle cose di Dio con immenso desiderio ma quando ti toccano non puoi non spaventarti. Difatti mi disse subito: “Non temere, Maria”. Mi feci coraggio perché la stessa frase l’avevo sentita alla Sinagoga quando si leggeva la storia di Abramo. “Non temere, Abramo. lo sono il tuo scudo”. Poi l’Angelo mi diede l’annuncio della maternità con poche parole ma così chiare che avevo l’impressione mi stessero nascendo dentro. Non mi era mai capitato di sentire parole come fossero avvenimenti.
Dimmi, Maria, sei stata colta di sorpresa? Non avevi mai pensato prima che Tu... proprio Tu...

Oh sì! Ci avevo pensato. Noi ragazze ebree non pensavamo ad altro. Sentivamo che i tempi erano quelli e quando pregavamo nella Sinagoga l’aria era satura di attesa del Messia.

Che hai capito quando l’Angelo ti disse che eri Tu la scelta e che il Messia sarebbe nato da Te?

Capii esattamente cosa voleva dirmi, e rimasi soltanto stupita della straordinarietà della cosa. Com’era possibile se io ero vergine? L’Angelo mi spiegò le cose e mi fu facile accettarle perché mi sentivo immersa in Dio come in quella luce vivissima del mezzogiorno. Confusamente capii anche che pasticci ce ne sarebbero stati, che non sarei riuscita a spiegarmi con mia madre, specialmente col mio fidanzato Giuseppe, ma non avrei potuto fermarmi tanta era forte la presa di Dio su di me e tanta era la certezza che mi veniva dalle parole dell’Angelo. “Nulla è impossibile a Dio”. Adagio, adagio la luce diminuì e non vidi più l’Angelo. Vidi mia madre Anna attraversare il cortile e mi venne voglia di parlarle, ma non ne fui capace perché non trovai le parole adatte. Capii subito che non c’erano parole con cui potevo spiegare le cose. Così nei giorni che seguirono, anzi, più andavo avanti e più diventavo silenziosa. Fu più difficile il discorso con Giuseppe, mio fidanzato. Tu sai come avvenivano le cose nelle nostre tribù. La sposa veniva promessa molto presto. Era come un patto tra famiglie. Ma essendo così giovane la futura sposa continuava a vivere in famiglia in attesa della maturità. Allora con grande festa, di notte, si compiva lo sposalizio e lo sposo accompagnato dai suoi amici veniva con tante luci e canti e gioia a prendere la sua sposa ed a condurla a casa. Da quel momento si era veramente sposati. Quando l’Angelo mi apparve per annunciarmi la maternità, io ero ancora in casa. Ero stata promessa a Giuseppe ma non ero ancora andata ad abitare con lui. Bastarono pochi mesi perché tutto divenisse complicato agli occhi degli uomini. lo non potevo nascondere la mia maternità e il mio ventre mi denunciava. Capii allora cos’era la fede oscura, dolorosa. Come potevo spiegarmi con mia madre? Come potevo discutere col mio fidanzato Giuseppe? Vissi tempi veramente dolorosi e l’unico conforto mi veniva nel ripetere: “Tutto è possibile a Dio, tutto è possibile a Dio”. Toccava a Lui spiegarsi ed io avevo tanta confidenza. Ma ciò non toglieva la mia sofferenza che in certi momenti mi straziava l’anima. Come potevo trovare le parole per dire che quel bimbo che portavo in seno era il figlio dell’Altissimo? Intanto non osavo più uscire di casa ed una volta vidi una vicina guardarmi da sopra il muro del cortile con evidente attenzione puritana. Ci furono dei momenti terribili ed io tremai al pensiero di essere denunziata come adultera. Ci voleva così poco. Bastava che Giuseppe andasse alla Sinagoga a spiegare la cosa e non gli sarebbero mancati gli zelanti che l’avrebbero seguito con le pietre per lapidarmi. Non era la prima volta che a Nazaret veniva uccisa un’adultera. Ma è vero: “Dio può tutto”. E si spiegò Lui. Si spiegò con Giuseppe per primo che mi disse di avere avuto un sogno veramente straordinario e che non aveva perduto la confidenza in me e che mi avrebbe sposata lo stesso. Che gioia quando me lo disse! Ma che paura avevo provato! Che oscurità! Sì, il fatto mi aveva spiegato che la fede è di quella natura e che dobbiamo abituarci a vivere nell’oscurità. Ci fu anche un fatto straordinario che alleviò le mie pene in quei mesi. Tu sai che l’Angelo mi aveva dato un segno per aiutare la mia debolezza. Mi aveva detto che mia cugina Elisabetta era al sesto mese di una maternità straordinaria perché tutti noi della famiglia sapevamo che era sterile. Dovevo andare a trovarla in Giudea ad Ain-Karim dove abitava. Non mi feci pregare a partire. L’idea venne a mia madre perché era preoccupata che la gente del paese mi vedesse con quel ventre grosso e non voleva dicerie. Partii di notte, ma così contenta di allontanarmi da Nazaret dove c’erano troppi occhi indiscreti e non potevo raccontare a tutti le mie faccende. Trovai mia cugina già vicina al parto e così felice, poverina! Aveva aspettato tanto un figlio! Il Signore si era spiegato anche perché quando giunsi fu come se sapesse tutto! Tutto! Tutto! Si mise a cantare per la gioia ed io cantavo con lei. Sembravamo due pazze, ma pazze di amore. E c’era un terzo che sembrava impazzito di gioia. Era il piccolino, il futuro Giovanni che danzava nel ventre di Elisabetta come per fare festa a Gesù che era nel mio. Furono giorni indimenticabili. Ma Elisabetta, che se ne intendeva di fede e di fede oscura e che aveva tanto sofferto nella vita, mi disse una cosa che mi fece piacere e che fu come il premio a tutta la mia solitudine di quei mesi. “Beata te che hai creduto”. E me lo ripeteva tutte le volte che mi incontrava e mi toccava il ventre, come per toccare Gesù, il nuovo Mosè che stava per venire al mondo.

Il fuoco con cui avevo cotto il pane si stava spegnendo. La notte era già alta e mi sentii solo. La presenza di Maria ora era nel Rosario che avevo in mano e che mi invitava a pregare. Sentivo freddo e mi avvolsi nel “bournous” (Mantello arabo di lana di pecora) che avevo con me. L’oscurità divenne totale ma non avevo nessuna voglia di addormentarmi. Volevo gustare la meditazione che Maria mi aveva regalata.
Soprattutto volevo entrare con dolcezza e forza nel mistero della fede, la vera, quella dolorosa, oscura, arida. Oh no! Non è facile credere, è più facile ragionare. Non è facile accettare il mistero che ti supera sempre e che ti allarga sempre i limiti della tua povertà. Povera Maria! Dover credere che quel bimbo che portava in seno era figlio dell’Altissimo. Sì, è stato semplice concepirlo nella carne, estremamente più impegnativo concepirlo nella fede! Quale cammino! Eppure non ne esiste un altro. Non c’è altra scelta. Vuoi Tu, Maria, spaventata dal credere, tornare indietro, pensare che non è vero, che è inutile tentare, che è una illusione quella di un Dio che si fa uomo, che non c’è Messia di salvezza, che tutto è un caos, che sul mondo domina l’irrazionale, che sarà la morte a vincere sul traguardo e non la vita? No! Se credere è difficile, non credere è morte certa. Se sperare contro ogni speranza è eroico, il non sperare è angoscia mortale. Se amare ti costa il sangue, non amare è inferno. Credo, Signore! Credo perché voglio vivere. Credo perché voglio salvare qualcuno che affoga: il mio popolo. Credo perché quella del credere è l’unica risposta degna di te che sei il Trascendente, l’Infinito, il Creatore, la Salvezza, la Vita, la Luce, l’Amore, il Tutto. Che cosa strana per non dire meravigliosa: appena ho detto con tutte le viscere la parola “credo” ho visto la notte farsi chiara. Ora chiudo gli occhi perché è proprio lei la notte che mi abbaglia con la sua luce al di là di ogni luce. Sì, nulla è più chiaro di questa notte oscura, nulla è più visibile dell'invisibile Dio, nulla è più vicino di questo infinitamente lontano, nulla è più piccolo di questo infinito Iddio.
Difatti è riuscito a stare nel tuo piccolo seno di donna, Maria, e Tu l’hai potuto scaldare col tuo corpicino bello. Maria! Sorella mia! Beata Te che hai creduto, ti dico stasera con entusiasmo, come te lo disse tua cugina Elisabetta, in quel vespero caldo ad AinKarim.

 

fratel Carlo Carretto, Beata Te che hai creduto

La leggenda della rosa di Natale


La figlia piccola di un pastore era intenta ad accudire il gregge del padre in un pascolo vicino Betlemme, quando vide degli altri pastori che camminavano speditamente verso la città. Si avvicinò e chiese loro dove andavano cosi di fretta. Gli risposero che quella notte era nato il Bambino Gesù e che loro stavano andando a rendergli omaggio portandogli della frutta, miele e una colomba bianca. La ragazzina avrebbe tanto voluto andare con i pastori per vedere il Bambino Gesù, ma non aveva niente da portare come regalo. I pastori andarono via e lei rimase da sola e triste, così triste che cadde in ginocchio piangendo. Le sue lacrime cadevano nella neve mentre guardava il cielo in quella notte così stranamente luminosa. La ragazzina non sapeva che un angelo aveva assistito alla sua disperazione. Quando abbassò gli occhi si accorse che le sue lacrime erano diventate delle bellissime rose di un colore rosa pallido. Felice, si alzò e le raccolse. Adesso aveva qualcosa da portare in dono. Partì subito verso la città e portò il mazzo di rose a Maria come dono per il figlio appena nato.

Natale per te


Che cos’è quella strana sensazione,

quella frenesia che agita il cuore e la mente?

E tutte quelle luci sfolgoranti nelle vie e nelle piazze?

La vita sembra fermarsi per un attimo,

viene invasa da uno strano pizzicore;

tutto pare ovattato dalla neve, da abeti colorati

e dal desiderio nascosto di essere un po’ più buoni.

Veniamo quasi cullati da uno strano sentimento

che ci spinge a diventar di nuovo come bambini,

e tra l’albero di natale e il focolare acceso

si ricrea quel tepore magico che unisce e riscalda.

Qualcosa di strano, di meraviglioso accade:

qualcosa di impercettibile brilla nell’aria,

trasuda dai muri, dalle case e dagli occhi,

risuona misterioso nelle fibre più nascoste del cuore.

Si vorrebbe trovare una risposta: perché tutto questo?

Ma chi stiamo festeggiando? Attorno a chi gira la nostra gioia?

Per chi mettiamo tutte quelle luci nelle nostre città?

Perché nel nostro cuore sentiamo fame di pace, di famiglia, di amore vero?

Perché tutto appare più soave, più dolce e vorremmo essere più felici?

Per placare, assopire le nostre inquietudini e i nostri aneliti più profondi,

il mondo ci copre di regali, di viaggi, di cenoni e di illusioni;

soddisfa per un attimo le nostre aspirazioni più autentiche;

ma terminata l’euforia, spente le luci, come i fuochi d’artificio,

precipitiamo inesorabili nel baratro della nostra nudità, nella solitudine,

nella fame che ci divora dentro.

Il Papa venuto da lontano, aveva gridato ai giovani a Monaco di Baviera,

ai suoi ragazzi affamati di valori e di speranza:

“Presto! Correte, perché stanno devastando l’uomo. Non lo permettete!”.

Ed io vi dico: “Presto, correte, ci stanno rubando il Natale.

Non lo permettete!”.

C’è gioia nel cuore, luci nella vita, abeti colorati

e canti natalizi di speranza,

siamo invitati al più bel Cenone, dove Cristo è il piatto preferito, nostro cibo,

perché Dio ci ha fatto il regalo più bello! È diventato l’Emmanuele, Dio con noi,

l’amico e il fratello che cammina al nostro fianco,

il pellegrino e compagno del nostro camminare

verso la Patria.

Per questo allora di cuore ti auguro, fratello e sorella mia,

BUON NATALE.      

 

padre Gianni Fanzolato

Il primo Natale

 

Lei era lì.

La giovane donna con il sorriso raggiante.

Lei era appoggiata a una delle bancarelle,

e gli occhi in faccia felice sono stati chiusi.

L’uomo era al suo fianco.

E dietro di loro, nella mangiatoia

dove le mucche è venuto per il loro cibo,

era il Bambino.

Era una cosa piccola,

avvolti in una fascia di lino lungo

e dormendo come profondamente come ogni neonato.

Dormire come se il mondo

non era atteso da migliaia di anni per questo momento.

Per quanto profondamente come se la tua vita e la mia vita

e la vita di ogni uomo sulla terra

non sono stati avvolti nella Sua nascita.

Come se da questo momento

tutti i peccati e il dolore del mondo

non erano il suo problema.

In caso di parlare a sua madre di riposo così tranquillamente lì?

In caso di chiederle se si potrebbe toccare il Baby,

non svegliarlo, ma solo a toccare la sua mano?

Che momento che sarebbe stato!

Di aver raggiunto la tua mano

e toccare il Figlio di Dio!

 

Ruth Bell Graham

Sono nel tuo Natale

 

Signore eccomi davanti a Te!

Sono nel tuo Natale...

Davanti alla tua capanna di luce lontana

che illumina i miei passi insicuri.

Davanti ai tuoi pastori che mi ricordano

la bellezza semplice della vita.

Davanti ai raggi della tua stella

che filtrano negli occhi della mia anima

e rincuorano il cammino.

Davanti ai tuoi Angeli che,

fratelli e sorelle, mi parlano di Te.

Davanti a Maria, tua madre,

che, come me, vive il sogno silenzioso del Dio vicino.

Davanti a Giuseppe, tuo padre nella fedeltà, che,

come me, cerca risposte nel Vangelo che non abbandona.

Davanti alle tue creature che, come me,

vivono la fragilità dell’umanità.

Davanti alla tua storia che, fuori dal tempo,

vive la storia del mio tempo.

Davanti alla tua luna splendente che, come me,

vive la nostalgia della tua tenerezza.

Si, Signore, sono davanti a Te!

Infreddolito, incredulo,

ma meravigliato che mi cerchi ancora...

I regali nello sgabuzzino

 

Il postino suonò due volte. Mancavano cinque giorni a Natale. Aveva fra le braccia un grosso pacco avvolto in carta preziosamente disegnata e legato con nastri dorati. “Avanti”, disse una voce dall'interno. Il postino entrò. Era una casa malandata: si trovò in una stanza piena d'ombre e di polvere. Seduto in una poltrona c'era un vecchio. “Guardi che stupendo pacco di Natale!”, disse allegramente il postino. “Grazie. Lo metta pure per terra”, disse il vecchio con la voce più triste che mai. “Non c'è amore dentro”. Il postino rimase imbambolato con il grosso pacco in mano. Sentiva benissimo che il pacco era pieno di cose buone e quel vecchio non aveva certo l'aria di spassarsela male. Allora, perché era così triste? “Ma, signore, non dovrebbe fare un po' di festa a questo magnifico regalo?”. “Non posso... Non posso proprio”, disse il vecchio con le lacrime agli occhi. E raccontò al postino la storia della figlia che si era sposata nella città vicina ed era diventata ricca. Tutti gli anni gli mandava un pacco, per Natale, con un bigliettino: “Da tua figlia Luisa e marito”.  Mai un augurio personale, una visita, un invito: “Vieni a passare il Natale con noi”. “Venga a vedere”, aggiunse il vecchio e si alzò stancamente. Il postino lo seguì fino ad uno sgabuzzino. Il vecchio aprì la porta. “Ma... “, fece il postino. Lo sgabuzzino traboccava di regali natalizi. Erano tutti quelli dei Natali precedenti. Intatti, con la loro preziosa carta e i nastri luccicanti. “Ma non li ha neanche aperti!”, esclamò il postino allibito. “No”, disse mestamente il vecchio. “Non c'è amore dentro”.

 

don Bruno Ferrero, Tutte storie

Dio si nasconde in un bambino


Dio si è fatto uomo.

È diventato un bambino.
In questo modo egli adempie la grande

e misteriosa promessa secondo la quale sarà

“Emanuele, un Dio con noi”.

Dio si è fatto così vicino a noi,

si è presentato in maniera così dimessa,

che ognuno può sentirsi a suo agio con lui.

Diventando un bambino,

Dio ci propone di dargli del tu.

Ha abbandonato ogni lontananza

e inaccessibilità. Non è più irraggiungibile per nessuno.

A meno che qualcuno si sia posto tanto al di sopra degli altri

che nessuno possa più dargli deltu, che un bambino,

un bambino sconosciuto, nato in una stalla,

non possa più entrare nella sua vita.

Dio è Emmanuele. Diventando un bambino,

ci propone di dargli del tu.

 

Benedetto XVI

Grandezza e santità di un falegname di Nazareth di nome Giuseppe

 

Dimmi, Giuseppe, quand’è che hai conosciuto Maria? Forse un mattino di primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio con l’anfora sul capo e con la mano sul fianco, snello come lo stelo di un fiordaliso? O forse un giorno di sabato, mentre con le fanciulle di Nazareth conversava in disparte sotto l’arco della sinagoga? O forse un meriggio d’estate, in un campo di grano, mentre, abbassando gli occhi splendidi per non rivelare il pudore della povertà, si adattava all’umiliante mestiere di spigolatrice? Quando ti ha ricambiato il sorriso e ti ha sfiorato il capo con la prima carezza, che forse era la sua prima benedizione e tu non lo sapevi; e poi tu la notte hai intriso il cuscino con lacrime di felicità? Ti scriveva lettere d’amore? Forse sì; e il sorriso, con cui accompagni il cenno degli occhi verso l’armadio delle tinte e delle vernici, mi fa capire che in uno di quei barattoli vuoti, che orinai non si aprono più, ne conservi ancora qualcuna. Poi una notte, hai preso il coraggio a due mani, sei andato sotto la sua finestra, profumata di basilico e di menta, e le hai cantato sommessamente le strofe del Cantico dei cantici: “Alzati, amica mia, mia bella e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, e se n’è andata. I fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza. Alzati, amica mia, mia bella e vieni! O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave e il tuo viso è leggiadro”. E la tua amica, la tua bella, la tua colomba si è alzata davvero. È venuta sulla strada, facendoti trasalire. Ti ha preso la mano nella sua e, mentre il cuore ti scoppiava nel petto, ti ha confidato lì, sotto le stelle, un grande segreto. Solo tu, il sognatore, potevi capirla. Ti ha parlato di Jahvé. Di un Angelo del Signore. Di un mistero nascosto nei secoli e ora nascosto nel suo grembo. Di un progetto più grande dell’universo e più alto del firmamento che vi sovrastava. Poi ti ha chiesto di uscire dalla sua vita, di dirle addio, e di dimenticarla per sempre. Fu allora che la stringesti per la prima volta al cuore, e le dicesti tremando: “Per te, rinuncio volentieri ai miei piani. Voglio condividere i tuoi, Maria. Purché mi faccia stare con te”. Lei ti rispose di sì, e tu le sfiorasti il grembo con una carezza: era la tua prima benedizione sulla Chiesa nascente… E io penso che hai avuto più coraggio tu a condividere il progetto di Maria, di quanto ne abbia avuto lei a condividere il progetto del Signore. Lei ha puntato tutto sull’onnipotenza del Creatore. Tu hai scommesso tutto sulla fragilità di una creatura. Lei ha avuto più fede, ma tu hai avuto più speranza. La carità ha fatto il resto, in te e in Lei.

 

don Tonino Bello

Quanti bei discorsi sulla pace…

 

Quanti bei discorsi sulla pace, in questo inizio di anno… Ma in pratica quanta fatica a realizzarla nella quotidianità. Eppure ne abbiamo estremo bisogno. E non solo il primo di Gennaio. Saremo in grado di risolvere i grandi conflitti internazionali se non ci salutiamo nel condominio e non sappiamo guardare con occhio buono il fratello “straniero”? Se andiamo a Messa ma poi non troviamo la forza di perdonarci in famiglia? Se regaliamo ai nostri figli giochi tecnologici di ultimo grido, ma poi scarichiamo su di loro il nostro nervosismo? Da dove cominciare? Forse proprio in famiglia e dai giovani.

 

don Vincenzo Alesiani, www.sanbiagiofano.it

La storia del tronchetto di Natale

 

Ogni sera, quando il padre di Nellina rientrava dal bosco, scuoteva la neve dagli stivali e brontolava: “Oh, là là! Che caldo fa, qui! Sembra un forno! Guarda, Nellina, i vetri delle finestre sono tutti appannati! E poi, sempre questo odore di dolci e creme bruciacchiate! Toh, guarda tua madre, coperta di farina dalla testa ai piedi! Che idea che ho avuto di sposare una fornaia!”. Naturalmente la mamma di Nellina non era contenta. I suoi occhi brillavano di collera. Gridava: “Che cosa? Dolci bruciacchiati? lo? I miei panettoni farciti sono i migliori dei mondo! E poi io faccio delle cose con le mie mani. Tu, grand'uomo, non fai che demolire dei poveri alberi che non t'hanno fatto niente. Guardalo, Nellina, tutto coperto di segatura dalla testa ai piedi!”. Nellina ne aveva abbastanza di questi litigi. Si arrotolava le trecce bionde forte forte intorno alle orecchie e non sentiva più niente. Ma il papà continuava a gridare: “Questa sedia è tutta appiccicosa. È ancora la tua crema!”. E la mamma urlava: “Crema? Ma quale crema: è la resina dei tuoi maledetti alberi. La spiaccichi dappertutto!”. Quella sera, Nellina piangeva nel suo lettino. Amava tanto il papà e la mamma. Ma ora esageravano. Due giorni dopo era Natale e loro non facevano nessuno sforzo per andare d'accordo e passare una bella festa insieme. Il papà si era rifiutato di ridipingere l'insegna della pasticceria. La mamma non aveva voluto rammendare il gilet dei marito. I grossi lacrimoni di Nellina bagnavano la sua bambola preferita. Il giorno dopo Nellina raccontò tutto al cugino Gianni.

“Non serve a niente piangere”, le disse Gianni. “Devi fare qualcosa. I tuoi genitori ti vogliono bene. Prepara tu la festa. Fabbrica un regalino, addobba la casa e Natale sarà una festa fantastica!”. Nellina tornò a casa di corsa. Aprì le finestre, spazzò fuori farina e segatura. Pulì e lucidò. Decorò la casa con rametti di agrifoglio e carta crespa, aggiustò il gilet del papà e stirò il nastro che la mamma si annodava nei capelli. Poi si disse: “E adesso preparo una bella sorpresa! Almeno a Natale non litigheranno”. E mentre mamma e papà erano al lavoro, Nellina preparò la sua sorpresa, ridendo da sola. Quando il padre rientrò, non riuscì a trattenere un fischio di sorpresa: “Oh, là, là! Che bella casa! E il mio gilet riparato per Natale”. La madre a sua volta: “La casa addobbata e il mio nastro lavato e stirato. Che meraviglia!”. Il giorno di Natale, andarono a Messa tutti insieme e poi tornarono per il pranzo. Al momento dei dolce, Nellina portò la sua sorpresa. Mamma e papà aggrottarono le sopracciglia. La mamma domandò: “Che cos'è? Sembra un tronco d'albero, con la corteccia scura e un po' di neve. È disgustoso!”. Il papà annusò e disse: “Sa di biscotti, cioccolato e zucchero in polvere. È disgustoso!”. Poi, tutto d'un colpo, la mamma scoppiò a ridere e disse: “È un dolce, è per me. Grazie Nellina!”. Il papà scoppiò a ridere anche lui: “È un tronchetto d'albero, è per me. Grazie Nellina!”. Nellina, felice, gridò: “È per tutti e tre. E lasciatene un po' anche per me!”.

 

don Bruno Ferrero, Tutte storie

 

Ora si accomoda la greppia

 

Ora si accomoda la greppia,

vi si pone il fieno e si introducono

il bue e l’asinello.

In quella scena commovente risplende

la semplicità evangelica,

si loda la povertà,

si raccomanda l’umiltà.

Greccio è divenuto come

una nuova Betlemme.

Questa notte è chiara come pieno giorno

e dolce agli uomini

e agli animali!

 

Fonti Francescane - vita 1 di Tommaso da Celano

Ai piedi della culla di Gesù

 

Ai piedi della culla di Gesù,

e ai piedi della Croce di Gesù,

troviamo Maria, Madre di Dio;

il suo cuore è tutt’uno con la vita

e col cuore di Dio.

Come non sentire palpiti per Maria?

O lacerare le pagine del Vangelo,

o cadere in ginocchio a venerarla.

 

San Luigi Orione

Natale al fronte

 

Nel dicembre 1914 inglesi e tedeschi si fronteggiavano dalle trincee separate da una striscia di terra brutta e piatta, divisa al centro da filo spinato. Di tanto in tanto alcune sagome si avventuravano nella terra di nessuno, ma la maggior parte dei soldati rimanevano nel fango e nell'acqua che stagnavano nelle trincee, intenti solo ad evitare il fuoco dei nemico. La Vigilia di Natale, l'aria era fredda e piena di nebbia. Improvvisamente alcuni soldati inglesi stupefatti videro delle luci avanzare lungo le trincee nemiche. Poi venne l'incredibile suono di un canto. I soldati tedeschi cantavano Stille Nacht. Quando il canto cessò i soldati inglesi risposero con First Christmas. Il canto da entrambe le parti durò per un'ora. Poi una voce invitò tutti a superare le linee. Un tedesco con grande coraggio uscì dalla trincea, attraversò la terra di nessuno e scese nella trincea inglese. Altri commilitoni lo seguirono con le mani in tasca per dimostrare che erano disarmati. “Io sono un sassone e voi degli anglosassoni. Perché mai ci combattiamo?”, chiese. Nell'alba limpida e fredda del giorno di Natale non ci fu nessuna sparatoria. Gli uomini avevano autonomamente stabilito un giorno di pace. “Uno spirito più forte della guerra era all'opera”, commentò un osservatore. I comandanti di entrambe le parti non approvarono. Sapevano che l'amicizia fra nemici dichiarati avrebbe impedito la guerra. Ma la tregua continuò. Perfino gli uccelli selvatici, che tanto tempo prima occupavano il rumoroso campo di battaglia, ritornarono e furono nutriti dai soldati. Sarebbero stati salvati 9 milioni di uomini, se quei soldati avessero potuto obbedire al loro desiderio di amicizia e di pace e la tregua non fosse finita subito dopo Natale. Un soldato inglese, che aveva preso parte a quella memorabile pace natalizia, morì all'età di 85 anni. Fino alla fine dei suoi giorni non poteva sentire Stille Nacht senza che le lacrime gli rigassero le guance. Si ricordava degli amici tedeschi che aveva avuto in quel giorno di Natale e che, per quanto ne sapeva, aveva poi ucciso nei giorni che seguirono.

 

don Bruno Ferrero, Tutte storie

Con tutta te stessa

 

Con tutta te stessa

ama Colui che per amor tuo

tutto si è donato.

Voglio dire quel Figlio dell’Altissimo,

che la Vergine

ha partorito, senza cessare

di essere vergine.

Stringiti alla sua dolcissima Madre,

la quale generò un Figlio tale

che i cieli non potevano contenere,

eppure Ella

lo raccolse nel piccolo chiostro

del suo Santo Seno e lo portò

nel suo Grembo verginale.

 

Santa Chiara d’Assisi alla Beata Agnese di Praga

Colui che era Dio si è fatto uomo

 

Colui che era Dio, si è fatto uomo,

assumendo ciò che non era,

senza perdere ciò che era;

e in questo modo Dio si fece uomo.

In questo mistero trovi

il soccorso alla tua debolezza

e trovi in Lui quanto ti occorre

per raggiungere la tua perfezione.

Cristo ti sollevi

in virtù della sua umanità;

ti guidi in virtù

della sua umana divinità,

e ti conduca alla sua divinità.

 

Sant’Agostino d’Ippona

Venite alla capanna

 

Venite pastorelli alla capanna,

venite a visitar Gesù Bambino.

Quando nascesti tu, Gesù Bambino,

la terra circondata fu di fiori.

O Verginella, figlia di sant’Anna,

in ventre lo portasti, il Bambinello

e gli angeli dicevano a li santi:

“Correte tutti quanti alla capanna”.

È nato senza ori e senza panni

scortato da un bove e un asinello.

La notte di Natale è notte santa

è festa grande con li suoni e i canti.

Questa canzone che è stata cantata

allo Bambin Gesù sia presentata.

Venite pastorelli alla capanna

venite a visitar Gesù Bambino.

 

Giovanni Lindo Ferretti - Ambrogio Sparagna, album Litania

“Signora, si chiude”

 

Era la Vigilia di Natale e la commessa non vedeva l'ora di andarsene. Pensava in continuazione alla festa che l'attendeva appena finito il lavoro. Sentiva già i mormorii di ammirazione che l'avrebbero accompagnata mentre entrava vestita con l'abito da sera di velluto, con il cavaliere che la scortava...  Quando arrivò l'ultima cliente. Mancavano solo cinque minuti alla chiusura. “Non è possibile che venga proprio al mio banco”, pensò. Finse di non sentire quando quella si schiarì la voce e disse piano: “Signorina, signorina quanto costano quelle calze?”. “Credo che sul cartellino ci sia scritto 6.000 lire”, rispose brusca. “Non ne avete di meno care?”. “Tremila e cinque”, scattò guardando l'orologio. “Mi faccia vedere quelle meno care”. “Spiacente signora, stasera chiudiamo alle 18,30 perché, se non lo sa, oggi è la Vigilia di Natale”. Siccome non apriva bocca si decise a guardarla. Era pallida, aveva l'aria affaticata, le occhiaie profonde… non doveva avere neanche 30 anni. “Ma i miei figli non hanno neanche un regalo”, disse alla fine tutta d'un fiato. “Fino a stasera non avevo soldi”. “Mi dispiace per lei signora”, disse la commessa e se ne andò. Non giunse fino al fondo del banco. La donna non aveva detto una parola ma non le riuscì di fare un passo in più. Quando si voltò notò nei suoi occhi l'espressione più triste che avesse mai visto. Si ritrovò dietro al banco: “D'accordo, signora, ma faccia presto”. Un sorriso le illuminò il volto, e si mise a correre dai calzini ai nastri poi ai giradischi portatili. Alla commessa quei pochi minuti sembravano lunghi come l'eternità. Finalmente si decise per alcune paia di calze, per qualche nastro colorato, un giradischi portatile e due dischi di fiabe natalizie. La commessa gettò gli acquisti in un sacchetto e le diede il resto delle 50.000 lire. Ormai non c'era più nessuno. Andò di corsa negli spogliatoi e si infilò in fretta il vestito e corse fuori dal negozio incontro al suo “cavaliere” che l'attendeva in macchina, con il motore acceso. Fu al terzo semaforo rosso che vide la donna del negozio: camminava in fretta tenendo stretto contro il suo esile corpo il pacco dei doni per i suoi figli. Il suo volto, che aveva perduto la patina di stanchezza, era ancora illuminato dal sorriso. In quel breve istante qualcosa avvenne dentro di lei. Non vide solo una donna: vide i suoi quattro bambini che, il mattino dopo, si sarebbero infilati felici le calze nuove, messi i nastri nei capelli e avrebbero ascoltato le favole natalizie sul giradischi nuovo.

 

don Bruno Ferrero, Tutte storie

Il piccolo grande Presepe dei dimenticati

 

È un presepe strano. Il Presepe dei poveri della cronaca.

Vorrei fare un Presepe con i nomi che ci hanno commosso, che hanno suscitato forti sentimenti con le loro storie dure lanciate dai Media e poi se ne sono andati nell’oblio di tutti, tranne di quelli che li hanno amati veramente. Un Presepe degli esibiti e poi dimenticati.

Presepe di Arianna, ad esempio, che fu uccisa insieme alla madre dal padre marocchino a Treviso. E presepe del marito di Monica, che era uscito per andare a prender le pizze per la moglie e i due piccoli e al ritorno ha trovato lei con il coltello in mano e il cadavere di Alessandro, tre anni.

Presepe di quei duecentotredici o duecentocinquantasette o quanti erano che affondarono davanti alle coste libiche. Senza nome, proprio come le statuine del Presepe, identificabili per qualcosa che fanno, o che gli succede (il filatore, il panettiere, quello che ha un colpo di sonno davanti a Dio…).

Presepe del sorriso di Rachida, marocchina, liberata a Limbiate, Milano, dopo dieci anni di schiavitù del clan di zingari che l’aveva rapita in Marocco. O della fisarmonica di Petru, che suonava alla fermata Montesanto a Napoli, e il 26 maggio cadde colpito a caso durante la sparatoria di otto sicari di camorra, davanti alle telecamere.

Davanti alla grotta con il Bambino, sotto la stella, mettiamo questa sfilza di poveri nomi sparati a caratteri cubitali o nei titoli che corrono sugli schermi di tutti, per uscire dal lato che sembra portare al niente.

Invece, no: memoria e Presepe di questi e degli infiniti altri che riemergono negli archivi della mente o del web, chiamata anche di questi sperduti di fronte al segno universale di speranza, di loro non più solo come nomi da dare in pasto al circo dei Media ma da posare, delicatamente, tra il muschio e i sassolini, come per un’offerta, un risarcimento, un omaggio.

Perché il Presepe, si sa, è la festa umile e altissima delle comparse. Di coloro che hanno valore per il fatto solo d’esserci. Il Dio che s’è incarnato per risarcire e salvare le comparse nel teatro del mondo che sembra dominato dai potenti e dai famosi accetterà anche questo strano Presepe, fatto di ritagli di giornale, di vite illuminate per un attimo dai faretti televisivi, e di senza più fama.

Perché è Natale anche nelle redazioni dei giornali e dei network di Media. E ognuno deve mettere nel Presepe qualcosa di caro.

Quei nomi sono la cosa più cara, più onorevole, più importante nel lavoro non facile di dare e commentare le notizie.

 

Davide Rondoni, Il Sole 24Ore, 24 dicembre 2009

Accontentarsi

 

Lo zio Carlo mi ha detto: “Nella lettera a Babbo Natale hai scritto che desideri la pace nel mondo, ma perché non ti accontenti di una mountain bike?”. (Ludovico, 7 anni)
Un falco era stato catturato da un contadino e vi­veva legato per una zampa nell’aia di un cascinale. Non si era rassegnato a vivere come un qualunque pollo. Aveva cominciato a dare strattoni su strattoni alla corda che lo teneva avvinto ad un robusto trave del pollaio. Fissava il cielo azzurro e partiva con tutte le sue forze. Inesorabile, la corda lo tirava a terra. Provò e riprovò per settimane, finché la pelle della zampa fu tutta lacerata e le belle ali rovinate. Alla fine si era abituato. Dopo qualche mese tro­vava di suo gradimento anche il mangime dei polli. Si accontentò di razzolare. Così non si accorse che le piogge autunnali e la neve dell'inverno avevano fatto marcire la corda che lo legava a terra. Sarebbe bastato un ultimo modesto strattone e il falco sarebbe tornato in libertà, padrone del cielo. Ma non lo diede più. Il nostro corpo fatica anche solo a salire una rampa di scale. Ma la nostra anima ha le ali. E il cielo è nostro.

 

don Bruno Ferrero, C’è qualcuno lassù

Il più bel canto di Natale

 

Nel piccolo paese di Obendorf, in Austria, un giovane sacerdote, padre Mohr, stava dando le ultime istruzioni ai bimbi e ai piccoli pastori per provare il canto da eseguire nella notte di Natale. Tra le navate silenziose si spandeva l’eco di un vocio allegro e di piccole risatine. “Buoni, silenzio! Incominciamo!”.Ma come padre Mohr appoggiò il dito sulla tastiera dall'interno dell'organo uscì uno strano rumore, poi un altro e un altro ancora. “Strano”, pensò il giovane prete. Aprì la porticina dietro l’organo e dieci, venti topi schizzarono fuori inseguiti da un gatto. Povero padre Mohr. Si voltò a guardare il mantice: completamente rosicchiato e fuori uso. “Pazienza”, pensò, “faremo a meno dell’organo”. Ma anche i piccoli cantori all’apparire dei topi e del gatto si erano scatenati in una furibonda caccia. Ed ora non c’era più nessuno. Con l’organo in quelle condizioni e il coro dileguato dietro ai topi, addio canto di Natale. Fu un momento di grande sconforto per padre Mohr. Mentre, davanti all’altare maggiore si chinava nella genuflessione gli venne in mente l’amico Franz Gruber il maestro elementare che, oltre ad essere un discreto organista, se la cava bene nel pizzicare le corde della chitarra. Quando padre Mohr giunse a casa sua, Gruber stava correggendo i compiti degli scolari al debole chiarore di una lucerna. “Bisogna inventare qualche cosa di nuovo per la Messa di mezzanotte, un canto semplice che accompagnerai con la chitarra. Qui ho scritto le parole: sta a te vestirle di musica... Ma in fretta mi raccomando!”. Uscito padre Mohr, Gruber prese subito in mano la chitarra e dopo aver scorso il testo lasciatogli dal prete cominciò a cercare tra le corde le note più semplici. A mezzanotte in punto, del 24 dicembre 1818, la chiesa parrocchiale traboccava di fedeli. L'altare maggiore era tutto sfolgorante di lumi e di candele accese. Padre Mohr celebrava la Santa Messa. Dopo aver proclamato il Vangelo di Luca che narra la nascita del Salvatore si avvicinò, con il maestro Gruber al Presepio e con la voce tremante intonarono: “Stille Nacht, Heilige Nacht (Notte silenziosa, Notte santa) ... ” . Dalle navate si persero nel silenzio le ultime parole del canto. Un attimo dopo l’intero villaggio le ripeteva davanti a Gesù, come la schiera degli Angeli del Vangelo di Luca. E da allora non si è più smesso di cantarlo, non solo ad Obendorf ma in tutto il mondo. È diventata una delle musiche più care del Natale. E di padre Mohr e di Franz Gruber che ne è stato? Nessuno dei due ha avuto il tempo di rendersi conto di quanto hanno donato al mondo senza aver avuto in cambio nulla.

 

don Bruno Ferrero, Tutte storie

Quale angoscia…

 

Quale angoscia deve avere avuto Maria, perché a quel tempo la donna che veniva colta incinta e non era opera del marito, veniva uccisa, lapidata, non c’era misericordia… Che fede la Madonna ha avuto, per il rischio che correva diventando madre. Per gli uomini era una ragazza madre; Lei l’ha tenuto dentro di sé.

 

don Oreste Benzi, da Pane quotidiano

Ringraziamento fine anno

 

Eccoci, Signore, davanti a Te. Col fiato grosso, dopo aver tanto camminato. Ma se ci sentiamo sfiniti, non è perché abbiamo percorso un lungo tragitto, o abbiamo coperto chi sa quali interminabili rettilinei. È perché, purtroppo, molti passi, li abbiamo consumati sulle viottole nostre, e non sulle tue: seguendo i tracciati involuti della nostra caparbietà faccendiera, e non le indicazioni della tua Parola; confidando sulla riuscita delle nostre estenuanti manovre, e non sui moduli semplici dell’abbandono fiducioso in Te. Forse mai, come in questo crepuscolo dell’anno, sentiamo nostre le parole di Pietro: “Abbiamo faticato tutta la notte, e non abbiamo preso nulla”. Ad ogni modo, vogliamo ringraziarti ugualmente. Perché, facendoci contemplare la povertà del raccolto, ci aiuti a capire che senza di Te, non possiamo far nulla. Ci agitiamo soltanto. Ma ci sono altri motivi, Signore, che, al termine dell’anno, esigono il nostro rendimento di grazie. Ti ringraziamo, Signore, perché ci conservi nel tuo amore. Perché continui ad avere fiducia in noi. Grazie, perché non solo ci sopporti, ma ci dai ad intendere che non sai fare a meno di noi. Grazie, Signore, perché non finisci di scommettere su di noi. Perché non ci avvilisci per le nostre inettitudini. Anzi, ci metti nell’anima un cosi vivo desiderio di ricupero, che già vediamo il nuovo anno come spazio della speranza e tempo propizio per sanare i nostri dissesti. Spogliaci, Signore, di ogni ombra di arroganza. Rivestici dei panni della misericordia e della dolcezza. Donaci un futuro gravido di grazia e di luce e di incontenibile amore per la vita. Aiutaci a spendere per Te tutto quello che abbiamo e che siamo. E la Vergine tua Madre ci intenerisca il cuore. Fino alle lacrime.

 

don Tonino Bello

I Re Magi dimenticati

 

I ragazzi dell'Oratorio di Santa Maria avevano preparato una recita sul mistero del Natale. Avevano scritto le battute degli Angeli, dei pastori, di Maria e di Giuseppe. C’era persino una particina per il bue e l’asino. Ma quando suor Renata vide le prove dello spettacolo sbottò: “Avete dimenticato i Re Magi!”. Enzo il regista si mise le mani nei capelli, mancava un solo giorno alla rappresentazione. Dove trovare i tre Re Magi così sui due piedi? Fu Don Pasquale a trovare la soluzione. “Cerchiamo tre persone della parrocchia!”, disse. “Spieghiamo loro che devono fare i Re Magi moderni, vengono con i loro abiti di tutti i giorni e portano un dono a Gesù Bambino. Un dono a loro scelta. Tutto quello che devono fare è spiegare con franchezza il motivo che li ha spinti a scegliere proprio quel particolare dono”. La squadra dei ragazzi si mise in moto e nel giro di due ore erano stati trovati i Re Magi sostituti. La sera di Natale, il teatrino parrocchiale era affollato. I ragazzi ce la misero tutta e lo spettacolo filò via liscio e applaudito. Senza che nessuno lo potesse prevedere il momento più commovente divenne l’entrata dei Re Magi.
Il primo era un uomo di cinquant’anni, padre di cinque figli: portava una stampella. La posò accanto alla culla e disse: “Tre anni fa ho avuto un brutto incidente d’auto. Uno scontro frontale. Fui ricoverato all’ospedale con parecchie fratture. Nessuno azzardava un pronostico. I medici erano pessimisti sul mio recupero. Da quel momento cominciai ad essere felice per ogni più piccolo progresso: poter muovere la testa o un dito, alzarmi seduto da solo e così via. Quei mesi in ospedale mi cambiarono. Sono diventato umile scopritore di quanto possiedo. Sono riconoscente per le cose piccole e quotidiane. Porto a Gesù Bambino questa stampella in segno di riconoscenza”. Il secondo Re era in verità una regina, madre di due figli. Portava un Catechismo. Lo posò accanto alla culla e disse: “Finché i miei bambini erano piccoli e avevano bisogno di me, mi sentivo realizzata. Poi sono cresciuti e ho cominciato a sentirmi inutile. Ma ho capito che era inutile commiserarmi. Ho chiesto al parroco di fare catechismo ai bambini. Così ritrovai un senso alla mia vita. Mi sento come un apostolo, un profeta: aprire ai nostri bambini le frontiere dello spirito è un'attività che mi appassiona. Sento di nuovo di essere importante”. Il terzo Re era un giovane. Portava un foglio bianco. Lo pose accanto alla culla del Bambino e disse: “Mi chiedevo se era il caso di accettare questa parte. Non sapevo proprio cosa dire, né cosa portare. Le mie mani sono vuote. Il mio cuore è colmo di desideri, di felicità e di significato per la vita. Dentro di me si ammucchiano domande, inquietudini, attese, errori, dubbi. Non ho niente da presentare. Il mio futuro mi sembra così vago. Ti offro questo foglio bianco, Bambin Gesù. Io so che sei venuto per portare speranze nuove. Vedi, io sono interiormente vuoto, ma il mio cuore è aperto e pronto ad accogliere le parole che vuoi scrivere sul foglio bianco della mia vita. Ora che ci sei Tu tutto cambierà...”.

 

don Bruno Ferrero, Storie di Natale, d’Avvento e d’Epifania

Una stalla

 

Non è una reggia quella dove

nasce chi salverà il mondo,

ma una stalla

e venendo tra noi accende

il fuoco dell’amore.

Questo fuoco non si spegnerà più.

Possa ardere nei nostri cuori

come fiamma che diventi accoglienza

e sostegno per tanti nel bisogno

e nella sofferenza

 

Giovanni Paolo II

Il passero di Natale

 

La notte in cui Dio inviò l’Arcangelo Gabriele a Maria, un passero si trovava per caso lì, sul davanzale di una finestra. Impaurito dall’apparizione, stava per fuggire. Ma non appena udì l’Arcangelo annunciare a Maria che essa avrebbe dato presto alla luce il figlio di Dio, il suo piccolo cuore cominciò a battere forte per l’emozione. E rimase fermo come un sasso fin quando l’Arcangelo non fu volato via. “Ho davvero capito bene? Da Maria nascerà proprio il figlio di Dio?”, si chiese l’uccellino. Provava una grande felicità. “Sono stato fortunato a sentire tutto”, pensò. “Devo andare subito a riferire il meraviglioso annuncio agli uomini affinché si preparino ad accogliere e a festeggiare il bambino”.

Così partì in volo sul villaggio di Nazaret e si diresse al mercato. Lì vi erano donne che vendevano grano, farina e pane. “Ho uno straordinario segreto da rivelarvi!”, cinguettò il passero saltellando sulle zampette, impaziente di raccontare. Ma una di loro gli gridò arrabbiata: “Voi passeri fate sempre i furbi per rubarmi il grano! Vattene via di qui, impertinente!”. E lo minacciò con una scopa, senza ascoltare ciò che le voleva dire.

Il passero volò allora fino alla piazza. Riuniti sotto un albero, i saggi del villaggio stavano discutendo animatamente. “Loro sì, mi ascolteranno di certo”, pensò, per farsi coraggio. “Si sta preparando qualcosa di grandioso per le creature della Terra!”, cinguettò, posandosi su un ramo proprio sopra di loro. I saggi alzarono per un attimo lo sguardo verso di lui, poi ripresero i loro discorsi. Neanche si accorsero che l’uccellino, per nulla intimorito da un gatto, continuava a saltare di ramo in ramo tentando disperatamente di attirare la loro attenzione.

Scuotendo la testolina per la delusione, il passero proseguì fino alla capitale e puntò diritto verso il palazzo del Re. “Come osi oltrepassare le mura della reggia?”, gridò una guardia. “Vengo per darvi una notizia importante”, cinguettò il passero. “Sta per nascere il Figlio di Dio, il Signore dei Cieli e della Terra!”. “Se non taci immediatamente ti chiuderò in una gabbia!”, tuonò il capitano. “È il nostro Re il signore di tutto e di tutti!”. Ma il passero riuscì a sfuggire alle guardie. Entrò per una finestra nel palazzo, e si diresse verso la sala del trono. “Cacciate via quell’uccello maleducato!” urlò il Re furente, senza ascoltare un bel niente di quel che il passero cercava di dirgli. Guardie e servitori inseguirono il passero. Per fortuna, proprio nell’ultima stanza, il passero trovò una feritoia aperta, e in un baleno riguadagnò la libertà.
“Salvo! Finalmente sono salvo!”, esclamò l’uccellino librandosi alto nel cielo. Da lassù scorse, vicino a un villaggio, dei bambini che giocavano allegri in mezzo alla neve. “I bambini sì, loro mi daranno retta!”, pensò, avvicinandosi velocemente. Infatti, si era appena posato sulla neve, che tutti i bambini si erano già raccolti in cerchio attorno a lui. “Com’è carino questo passerotto!”, dissero. “Che cosa sarà venuto a fare? Forse vuole giocare con noi”. “Oh no! Sono qui per svelarvi un bellissimo segreto!”, cinguettò l’uccellino, piegando un po’ di lato la testolina. “Nascerà tra poco sulla Terra, proprio qui tra noi, un altro bambino, il figlio di Dio!”. “Ascoltate quanti cip cip... cip cip...”, notò un bambino. “Sembra proprio che voglia dirci qualcosa...”. “Io dico che ha fame!”, esclamò una bambina, e gli diede delle briciole di torta.
Ma il passero non pensava davvero al cibo. Era lì per qualcosa di ben più importante. Per richiamare meglio la loro attenzione, batté eccitato le ali e ripeté da capo tutto, cinguettando nel modo più chiaro possibile. “Come vorremmo capirti!”, disse un bambino all’uccellino, accarezzandolo. Il passero fu certo che i bambini, purtroppo, non potevano comprenderlo.

Al passero dispiaceva molto di non poter comunicare a nessuno il grande segreto. “Quale sfortuna che gli uomini non sappiano ciò che sta per accadere!”, pensava. “Gli adulti fanno i sordi e mi cacciano via, e i bambini, tanto gentili, non riescono a capirmi...”. “Se non posso raccontare nulla agli uomini, non vi sarà nessuno ad accogliere Giuseppe e Maria al oro arrivo a Betlemme”, si preoccupava l’uccellino. “E nessuno, proprio nessuno sarà davanti alla stalla nella notte santa per far compagnia al figlio di Dio! Debbo fare a ogni costo qualcosa!”, decise. Allora chiamò gli altri passeri e raccontò loro ciò che aveva udito nella casetta di Maria. I passeri si rallegrarono subito quanto lui. “Se gli uomini non vogliono capire quale bambino sta per nascere, noi lo faremo sapere almeno agli altri uccelli”, decisero. In men che non si dica, volarono in ogni direzione e diffusero ovunque la notizia. Allodole e fringuelli, cinciallegre e pettirossi, usignoli e merli, proprio tutti seppero del grande evento. Nel mondo degli uccelli cominciò a regnare l’impazienza. Ovunque fervevano preparativi. Tutti provavano i loro più bei canti attendendo la nascita del figlio di Dio. Quando Gesù nacque e fu deposto nella greppia, i primi a vederlo furono l’asinello che aveva portato Giuseppe e Maria a Betlemme, il bue che abitava il bue che abitava nella stalla, e stormi di allodole, fringuelli, cinciallegre, pettirossi, usignoli e merli venuti da ogni parte. Dal tetto della stalla i passeri vegliavano su Gesù bambino, mentre gli altri uccelli cantavano gioiosamente tutt’attorno. Poi arrivarono i primi pastori, che avevano finalmente udito l’annuncio dagli Angeli discesi dal Cielo. Davanti a Gesù, si meravigliarono di trovare tutti quegli uccelli in festa. Si guardarono l’un l’altro. “Cantiamo anche noi”, dissero, e fecero un coro solo con allodole e fringuelli, cinciallegre e pettirossi, usignoli e merli, suonando pure dolcemente i loro flauti e le zampogne. Quando gli altri uomini li udirono di lontano e capirono che era nato il figlio di Dio, pure loro si rallegrarono e cominciarono a cantare. Così in ogni luogo della Terra fu festa per il sacro evento. Potete immaginare la felicità del nostro passero! Per merito suo, Gesù, nascendo, aveva trovato tante e tante creature e tanti canti di felicità attorno a sé. E ancor oggi, nella notte santa, davanti al Presepio o all’albero di Natale, bambini e grandi riempiono di canti le loro case.

 

don Bruno Ferrero, Storie di Natale

Anno Nuovo

 

Dissi all’uomo
che stava
all’inizio dell’anno:
“Dammi una lampada
affinché possa inoltrarmi
sicuro nell’ignoto”.
Egli mi rispose:
“Esci nella notte
e metti la tua mano
nella mano di Dio.
Ti sarà
più utile della luce
e più sicuro
di una strada conosciuta”…

 

Minnie Louise Haskins

È Dio e mi assomiglia

 

La Vergine è pallida e guarda il bambino.

Bisognerebbe dipingere sul suo viso,

quella meraviglia ansiosa che non è apparsa

che una sola volta su un volto umano.

Perché il Cristo è il suo figlio,

la carne della sua carne e frutto del suo ventre.

Lo ha portato nove mesi in se stessa e gli darà il seno

e il suo latte diverrà il sangue di Dio.

In alcuni momenti la tentazione è così forte

che dimentica che è il figlio di Dio.

Lo stringe nelle sue braccia e gli sussurra “Piccolo mio”.

Ma in altri momenti rimane interdetta e pensa:

Dio è là, e viene presa da uno sgomento religioso

per questo Dio muto,

per questo bambino che in un certo senso mette paura.

Tutte le madri sono un po’ frastornate, per un attimo,

davanti a questo frammento ribelle della loro carne

che è il loro bambino, e si sentono esiliate davanti a questa nuova vita fatta della loro vita,

abitata da pensieri estranei.

Ma nessun bambino è stato strappato più crudelmente e rapidamente da sua madre,

perché è Dio e supera in tutto, ciò che lei potrebbe immaginare.

Ma penso che ci siano anche altri momenti, rapidi e sfuggenti,

in cui lei sente che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che è Dio.

Lo guarda e pensa Questo Dio è il mio bambino.

Questa carne è la mia carne, è fatto di me,

ha i miei occhi e la forma della sua bocca, è simile alla mia,

mi assomiglia, è Dio e mi assomiglia”.

Nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per se sola,

un Dio piccolissimo da stringere tra le braccia

e coprire di baci, un Dio tutto caldo che sorride e che respira,

un Dio che si può toccare e che ride.

Ed è in quei momenti che dipingerei Maria se fossi un pittore.

 

Jean Paul Sartre

Il nostro Salvatore oggi è nato

 

Il nostro Salvatore, carissimi, oggi è nato: rallegriamoci! Non c’è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne. Nessuno è escluso da questa felicità: la causa della gioia è comune a tutti perché il nostro Signore, vincitore del peccato e della morte, non avendo trovato nessuno libero dalla colpa, è venuto per la liberazione di tutti. Esulti il santo, perché si avvicina al premio; gioisca il peccatore, perché gli è offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano, perché è chiamato alla vita.

Il Figlio di Dio infatti, giunta la pienezza dei tempi che l’impenetrabile disegno divino aveva disposto, volendo riconciliare con il suo Creatore la natura umana, l’assunse lui stesso in modo che il diavolo, apportatore della morte, fosse vinto da quella stessa natura che prima lui aveva reso schiava. Così alla nascita del Signore gli angeli cantano esultanti: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2, 14). Essi vedono che la celeste Gerusalemme è formata da tutti i popoli del mondo. Di questa opera ineffabile dell’amore divino, di cui tanto gioiscono gli angeli nella loro altezza, quanto non deve rallegrarsi l’umanità nella sua miseria! O carissimi, rendiamo grazie a Dio Padre per mezzo del suo Figlio nello Spirito Santo, perché nella infinita misericordia, con cui ci ha amati, ha avuto pietà di noi, “e, mentre eravamo morti per i nostri peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo” (cfr. Ef 2, 5) perché fossimo in lui creatura nuova, nuova opera delle sue mani.

Deponiamo dunque “l’uomo vecchio con la condotta di prima” (Ef 4, 22) e, poiché siamo partecipi della generazione di Cristo, rinunziamo alle opere della carne. Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricordati chi è il tuo Capo e di quale Corpo sei membro. Ricordati che, strappato al potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce del Regno di Dio. Con il sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo! Non mettere in fuga un ospite così illustre con un comportamento riprovevole e non sottometterti di nuovo alla schiavitù del demonio. Ricorda che il prezzo pagato per il tuo riscatto è il sangue di Cristo.

 

San Leone Magno

Osserva, uomo, che cosa è diventato per te Dio!

 

Quali lodi potremo dunque cantare all’amore di Dio, quali grazie potremo rendere? Ci ha amato tanto che per noi è nato nel tempo Lui, per mezzo del quale è stato creato il tempo; nel mondo fu più piccolo di età di molti suoi servi, Lui che è eternamente anteriore al mondo stesso; è diventato uomo, Lui che ha fatto l’uomo; è stato formato da una madre che Lui ha creato; è stato sorretto da mani che Lui ha formato; ha succhiato da un seno che Lui ha riempito; il Verbo senza il quale è muta l’umana eloquenza ha vagito nella mangiatoia, come bambino che non sa ancora parlare.

Osserva, uomo, che cosa è diventato per te Dio: sappi accogliere l’insegnamento di tanta umiltà, anche in un maestro che ancora non parla. Tu una volta, nel paradiso terrestre, fosti così loquace da imporre il nome ad ogni essere vivente (Cf. Gn 2, 19-20); il tuo Creatore invece per te giaceva bambino in una mangiatoia e non chiamava per nome neanche sua madre. Tu in un vastissimo giardino ricco di alberi da frutta ti sei perduto perché non hai voluto obbedire; Lui per obbedienza è venuto come creatura mortale in un angustissimo riparo, perché morendo ritrovasse te che eri morto. Tu che eri uomo hai voluto diventare Dio e così sei morto (Cf. Gn 3); Lui che era Dio volle diventare uomo per ritrovare colui che era morto. La superbia umana ti ha tanto schiacciato che poteva sollevarti soltanto l’umiltà divina.

 

Sant’Agostino d’Ippona

Tre agnellini

 

Lassù sulle montagne del Tirolo, c’era un piccolo villaggio dove tutti sapevano scolpire Santi e Madonne con grande abilità. Ma giunse il tempo in cui non ci furono più ordinazioni per le loro belle statuine religiose. Un pomeriggio Dritte, uno dei maestri intagliatori, entrando nella sua bottega trovò un fanciullo biondo, che giocava con le statuine del presepio. Dritte gli disse con fare burbero che le statuine del Presepio non erano giocattoli. Il bambino rispose: “A Gesù non importa, Lui sa che non ho giocattoli per giocare”. Maestro Dritte commosso gli promise un agnellino di legno con la testa che si muoveva. “Vienilo a prendere domani pomeriggio, però, strano che non ti abbia mai visto, dove abiti?”. “Là”, rispose il fanciullo indicando vagamente l’alto. Il giorno dopo, prima di mezzogiorno, l’agnellino era pronto, bello da sembrare vivo. Ad un tratto si affacciò alla porta della bottega di Dritte una giovane zingara con un bambino in braccio. Il bambino appena vide l’agnellino protese le braccine e l’afferrò. Quando glielo vollero togliere di mano si mise a piangere disperato. Dritte che non aveva nulla da dare alla povera donna disse sospirando: “Tienilo pure. Intaglierò un altro agnellino”. Nel pomeriggio tardi Dritte aveva appena terminato il secondo agnellino quando Pino, un povero orfanello, venne a salutarlo. “Oh! che meraviglioso agnello”, disse. “Posso averlo per piacere?”. “Sì, tienilo pure, Pino, io ne intaglierò un altro”. E così fece. Ma il bambino dai capelli d’oro non ritornò, e l’agnellino rimase abbandonato sullo scaffale della bottega. La situazione del villaggio continuava a peggiorare e Dritte cominciò ad intagliare giocattoli per i bambini del villaggio per far loro dimenticare la fame. Un giorno un mercante di passaggio si offrì di comperare tutti i giocattoli che Dritte riusciva ad intagliare. Dritte rifiutò di intagliare giocattoli per denaro: “Sono alla locanda”, disse il commerciante, “in caso cambiate idea”. La piccola Marta era molto malata e Dritte, per farla sorridere, le regalò l’agnellino che aveva conservato sullo scaffale della sua bottega. Mentre tornava dalla casa di Marta, incontrò il bambino dai capelli d’oro. “Ho tenuto l’agnellino fino ad oggi, ma tu non sei venuto. Ne farò subito un altro”. “Non ho bisogno di un altro agnellino”, disse il fanciullo scuotendo il capo, “quelli che hai donato al piccolo zingaro, a Pino e a Marta li hai donati anche a me. Fare un giocattolo può servire alla gloria di Dio quanto intagliare un santo”. Un attimo dopo il fanciullo era scomparso. Quella notte Dritte si recò alla locanda. “Costruirò giocattoli per voi”, disse. “Allora avete cambiato idea”, sussurrò il mercante. “No”, rispose Dritte con gli occhi scintillanti, “ma ho ricevuto un segno da Dio!”.

 

don Bruno Ferrero, Tutte storie