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| Beatificazione di Giovanni Paolo II | |||
| A cura di Angela Magnoni | |||
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Benedetto XVI proclama Beato Giovanni Paolo II Una festa della fede: oltre un milione i fedeli
Scoperto l’arazzo, posto sulla facciata della Basilica vaticana, che ritrae un’immagine fotografica di Papa Wojtyla. Sull’altare è stato collocato un reliquario a forma di rami d’ulivo, con un’ampolla contenente il sangue del nuovo Beato. Una “festa della fede”, “preziosa occasione per aprire le porte a Cristo” e “forte invito a vivere, con la generosità del nuovo Beato, il Vangelo dell’Amore”: con queste parole Benedetto XVI saluta dall’Osservatore Romano i pellegrini giunti in San Pietro e a Roma per la Beatificazione di Giovanni Paolo II. La cerimonia è iniziata alle 10.00. Circa 90 le delegazioni ufficiali di diversi Paesi, con 16 capi di Stato, tra cui Italia e Polonia, e rappresentanti di 5 case regnanti. Hanno concelebrato con il Papa i cardinali presenti a Roma e Mons. Mieczyslaw Mokrzycki, dal 1995 al 2005, segretario in seconda di Giovanni Paolo II. Benedetto XVI indossa la casula e la mitra appartenuti a Papa Wojtyla. Il calice utilizzato durante la celebrazione è quello usato da Giovanni Paolo II negli ultimi anni del suo Pontificato. Il sole illumina San Pietro, smentendo ogni previsione di maltempo. Centinaia di migliaia di fedeli, giunti da tutto il mondo, erano già affluiti dalle prime ore del mattino in Piazza San Pietro, Via della Conciliazione e nelle strade adiacenti, per partecipare alla Beatificazione. Migliaia i pellegrini che hanno rinunciato ad entrare in Piazza San Pietro a causa della troppa folla e che si sono radunati in Piazza Risorgimento dove è stato allestito un maxischermo. Altri maxi-schermi sono dislocati a Largo Giovanni XXIII, Piazza Adriana, Piazza dell’Esquilino (area pedonale), Piazzale di San Paolo, Piazza San Giovanni in Laterano, Circo Massimo. Le immagini della Beatificazione sono inoltre trasmesse sui monitor dell’Aeroporto di Fiumicino e della Stazione Termini. Tanti i pellegrini che hanno invaso anche i giardini di Castel Sant’Angelo. Numerosissimi i fedeli polacchi. In tanti venivano dalla Veglia al Circo Massimo e quindi sono rimasti svegli tutta la notte tra canti e preghiere. Molta stanchezza sui volti ma anche tanta gioia per la consapevolezza di partecipare ad un evento ecclesiale storico. Nelle strade bandiere da tutto il mondo, fotografie di Giovanni Paolo II e cartelli inneggianti al nuovo Beato. In ricordo di Papa Wojtyla una candela è stata accesa verso le 5,30 di stamani alla finestra da cui si affaccia il Papa per l’Angelus. Centinaia di giornalisti e fotografi, da tutto il mondo, già gremivano i punti stampa predisposti. La terrazza del braccio di Carlo Magno, sulla sinistra della Basilica di San Pietro che si affaccia sul colonnato, dove è stato allestito uno dei punti stampa, già dalle primissime ore della mattina registrava il tutto esaurito. All’evento si sono registrati 2.300 rappresentanti dei media provenienti da oltre 100 paesi del mondo. Nella prima parte della celebrazione ci sono stati alcuni momenti preparatori con canti, brani di omelie di Giovanni Paolo II e si è recitata la Coroncina alla Divina Misericordia.
Durante la celebrazione le preghiere dei fedeli
hanno ricordato alcune Encicliche di Papa Wojtyla. Il rito si è concluso con l’Inno al Beato Giovanni Paolo II. Al termine della cerimonia di beatificazione i fedeli possono compiere un atto di Venerazione delle spoglie del nuovo Beato nella Basilica di San Pietro, davanti all’Altare della Confessione. L’Evangelario di Lorsch, un volume di valore inestimabile, è stato posto sul feretro di Giovanni Paolo II. Si tratta di un Vangelo miniato redatto tra il 778 e l’820 ed è tra i capolavori della miniatura carolingia. È conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana. Tratto dal sito www.radiovaticana.org |
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Omelia del Papa per la Beatificazione di Giovanni Paolo II
Cari fratelli e sorelle! Sei anni or sono ci trovavamo in questa Piazza per celebrare i funerali del Papa Giovanni Paolo II. Profondo era il dolore per la perdita, ma più grande ancora era il senso di una immensa grazia che avvolgeva Roma e il mondo intero: la grazia che era come il frutto dell’intera vita del mio amato Predecessore, e specialmente della sua testimonianza nella sofferenza. Già in quel giorno noi sentivamo aleggiare il profumo della sua santità, e il Popolo di Dio ha manifestato in molti modi la sua venerazione per Lui. Per questo ho voluto che, nel doveroso rispetto della normativa della Chiesa, la sua causa di beatificazione potesse procedere con discreta celerità. Ed ecco che il giorno atteso è arrivato; è arrivato presto, perché così è piaciuto al Signore: Giovanni Paolo II è beato!
Desidero rivolgere il mio cordiale saluto a
tutti voi che, per questa felice circostanza, siete convenuti così
numerosi a Roma da ogni parte del mondo, Signori Cardinali,
Patriarchi delle Chiese Orientali Cattoliche, Confratelli
nell’Episcopato e nel Sacerdozio, Delegazioni Ufficiali,
Ambasciatori e Autorità, persone consacrate e fedeli laici, e lo
estendo a quanti sono uniti a noi mediante la radio e la
televisione. Eppure, uno solo è Dio, e uno è Cristo Signore, che come un ponte congiunge la Terra e il Cielo, e noi in questo momento ci sentiamo più che mai vicini, quasi partecipi della Liturgia celeste. “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (Gv 20, 29). Nel Vangelo di oggi Gesù pronuncia questa beatitudine: la beatitudine della fede. Essa ci colpisce in modo particolare, perché siamo riuniti proprio per celebrare una Beatificazione, e ancora di più perché oggi è stato proclamato Beato un Papa, un Successore di Pietro, chiamato a confermare i fratelli nella fede. Giovanni Paolo II è Beato per la sua fede, forte e generosa, apostolica. E subito ricordiamo quell’altra beatitudine: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli” (Mt 16, 17). Che cosa ha rivelato il Padre celeste a Simone? Che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Per questa fede Simone diventa “Pietro”, la roccia su cui Gesù può edificare la sua Chiesa. La beatitudine eterna di Giovanni Paolo II, che oggi la Chiesa ha la gioia di proclamare, sta tutta dentro queste parole di Cristo: “Beato sei tu, Simone” e “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. La beatitudine della fede, che anche Giovanni Paolo II ha ricevuto in dono da Dio Padre, per l’edificazione della Chiesa di Cristo. Ma il nostro pensiero va ad un’altra beatitudine, che nel Vangelo precede tutte le altre. È quella della Vergine Maria, la Madre del Redentore. A Lei, che ha appena concepito Gesù nel suo grembo, santa Elisabetta dice: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1, 45). La beatitudine della fede ha il suo modello in Maria, e tutti siamo lieti che la Beatificazione di Giovanni Paolo II avvenga nel primo giorno del mese mariano, sotto lo sguardo materno di Colei che, con la sua fede, sostenne la fede degli Apostoli, e continuamente sostiene la fede dei loro successori, specialmente di quelli che sono chiamati a sedere sulla cattedra di Pietro. Maria non compare nei racconti della Risurrezione di Cristo, ma la sua presenza è come nascosta ovunque: Lei è la Madre, a cui Gesù ha affidato ciascuno dei discepoli e l’intera comunità. In particolare, notiamo che la presenza effettiva e materna di Maria viene registrata da San Giovanni e da San Luca nei contesti che precedono quelli del Vangelo odierno e della prima Lettura: nel racconto della morte di Gesù, dove Maria compare ai piedi della croce (cfr Gv 19, 25); e all’inizio degli Atti degli Apostoli, che la presentano in mezzo ai discepoli riuniti in preghiera nel cenacolo (cfr At 1, 14). Anche la seconda Lettura odierna ci parla della fede, ed è proprio San Pietro che scrive, pieno di entusiasmo spirituale, indicando ai neo-battezzati le ragioni della loro speranza e della loro gioia. Mi piace osservare che in questo passo, all’inizio della sua Prima Lettera, Pietro non si esprime in modo esortativo, ma indicativo; scrive, infatti: “Siete ricolmi di gioia” - e aggiunge: “Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede: la salvezza delle anime” (1 Pt 1, 6.8-9). Tutto è all’indicativo, perché c’è una nuova realtà, generata dalla risurrezione di Cristo, una realtà accessibile alla fede. “Questo è stato fatto dal Signore - dice il Salmo (118, 23) - una meraviglia ai nostri occhi”, gli occhi della fede.
Cari fratelli e sorelle, oggi risplende ai
nostri occhi, nella piena luce spirituale del Cristo risorto, la
figura amata e venerata di Giovanni Paolo II. Oggi il suo nome si
aggiunge alla schiera di Santi e Beati che egli ha proclamato
durante i quasi 27 anni di pontificato, ricordando con forza la
vocazione universale alla misura alta della vita cristiana, alla
santità, come afferma la Costituzione conciliare Lumen gentium sulla
Chiesa. Tutti i membri del Popolo di Dio - Vescovi, sacerdoti,
diaconi, fedeli laici, religiosi, religiose - siamo in cammino verso
la patria celeste, dove ci ha preceduto la Vergine Maria, associata
in modo singolare e perfetto al mistero di Cristo e della Chiesa.
Karol Wojtyla, prima come Vescovo Ausiliare e poi come Arcivescovo
di Cracovia, ha partecipato al Concilio Vaticano II e sapeva bene
che dedicare a Maria l’ultimo capitolo del Documento sulla Chiesa
significava porre la Madre del Redentore quale immagine e modello di
santità per ogni cristiano e per la Chiesa intera. Questa visione
teologica è quella che il beato Giovanni Paolo II ha scoperto da
giovane e ha poi conservato e approfondito per tutta la vita. Una
visione che si riassume nell’icona biblica di Cristo sulla croce con
accanto Maria, sua madre. Un’icona che si trova nel Vangelo di
Giovanni (19, 25-27) ed è riassunta nello stemma episcopale e poi
papale di Karol Wojtyla: una croce d’oro, una “emme” in basso a
destra, e il motto “Totus tuus”, che corrisponde alla celebre
espressione di San Luigi Maria Grignion de Montfort, nella quale
Karol Wojtyla ha trovato un principio fondamentale per la sua vita:
“Totus tutus ego sum et omnia mea tua sunt. Accipio Te in mea
omnia. Praebe mihi cor tuum, Maria - Sono tutto tuo e tutto ciò
che è mio è tuo. Ti prendo per ogni mio bene. Dammi il tuo cuore, o
Maria” (Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, n. 266). Con la sua testimonianza di fede, di amore e di coraggio apostolico, accompagnata da una grande carica umana, questo esemplare figlio della Nazione polacca ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo. In una parola: ci ha aiutato a non avere paura della verità, perché la verità è garanzia di libertà. Ancora più in sintesi: ci ha ridato la forza di credere in Cristo, perché Cristo è Redemptor hominis, Redentore dell’uomo: il tema della sua prima Enciclica e il filo conduttore di tutte le altre. Karol Wojtyla salì al soglio di Pietro portando con sé la sua profonda riflessione sul confronto tra il marxismo e il cristianesimo, incentrato sull’uomo. Il suo messaggio è stato questo: l’uomo è la via della Chiesa, e Cristo è la via dell’uomo. Con questo messaggio, che è la grande eredità del Concilio Vaticano II e del suo “timoniere” il Servo di Dio Papa Paolo VI, Giovanni Paolo II ha guidato il Popolo di Dio a varcare la soglia del Terzo Millennio, che proprio grazie a Cristo egli ha potuto chiamare “soglia della speranza”. Sì, attraverso il lungo cammino di preparazione al Grande Giubileo, Egli ha dato al Cristianesimo un rinnovato orientamento al futuro, il futuro di Dio, trascendente rispetto alla storia, ma che pure incide sulla storia. Quella carica di speranza che era stata ceduta in qualche modo al marxismo e all’ideologia del progresso, Egli l’ha legittimamente rivendicata al Cristianesimo, restituendole la fisionomia autentica della speranza, da vivere nella storia con uno spirito di “avvento”, in un’esistenza personale e comunitaria orientata a Cristo, pienezza dell’uomo e compimento delle sue attese di giustizia e di pace. Vorrei infine rendere grazie a Dio anche per la personale esperienza che mi ha concesso, di collaborare a lungo con il Beato Papa Giovanni Paolo II. Già prima avevo avuto modo di conoscerlo e di stimarlo, ma dal 1982, quando mi chiamò a Roma come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, per 23 anni ho potuto stargli vicino e venerare sempre più la sua persona. Il mio servizio è stato sostenuto dalla sua profondità spirituale, dalla ricchezza delle sue intuizioni. L’esempio della sua preghiera mi ha sempre colpito ed edificato: egli si immergeva nell’incontro con Dio, pur in mezzo alle molteplici incombenze del suo ministero. E poi la sua testimonianza nella sofferenza: il Signore lo ha spogliato pian piano di tutto, ma Egli è rimasto sempre una “roccia”, come Cristo lo ha voluto. La sua profonda umiltà, radicata nell’intima unione con Cristo, gli ha permesso di continuare a guidare la Chiesa e a dare al mondo un messaggio ancora più eloquente proprio nel tempo in cui le forze fisiche gli venivano meno. Così Egli ha realizzato in modo straordinario la vocazione di ogni sacerdote e vescovo: diventare un tutt’uno con quel Gesù, che quotidianamente riceve e offre nella Eucaristia. Beato Te, amato Papa Giovanni Paolo II, perché hai creduto! Continua - ti preghiamo - a sostenere dal Cielo la fede del Popolo di Dio. Tante volte ci hai benedetto da questa piazza. Santo Padre oggi ti preghiamo, ci benedica! Amen. Benedetto XVI, 1 maggio 2011 |
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Biografia di Giovanni Paolo II
Karol Józef Wojtyła nasce a Wadowice (Polonia), città a 50 km da Cracovia, il 18 maggio 1920. È il secondo dei due figli di Karol Wojtyła e di Emilia Kaczorowska, che muore nel 1929. Suo fratello maggiore Edmund, medico, muore nel 1932 e suo padre, sottufficiale dell’esercito, nel 1941. A nove anni riceve la Prima Comunione e a diciotto anni il sacramento della Cresima. Terminati gli studi nella scuola superiore Marcin Wadowita di Wadowice, nel 1938 si iscrive all’Università Jagellonica di Cracovia. Nel 1939 i nazisti chiudono l’Università e nel 1940 Karol inizia a lavorare in una cava. Poi nella fabbrica chimica Solvay. Questo fino al 1944, per guadagnare da vivere ed evitare la deportazione nei campi di concentramento. A partire dal 1942, si sente chiamato al sacerdozio e frequenta i corsi di formazione del Seminario Maggiore Clandestino di Cracovia, diretto dall’Arcivescovo di Cracovia, il Cardinale Adam Stefan Sapieha. Contemporaneamente diventa uno dei promotori del “Teatro Rapsodico”, anch’esso clandestino. Dopo la guerra, continua i suoi studi nel Seminario Maggiore di Cracovia, nuovamente aperto, e nella Facoltà di Teologia dell’Università Jagellonica, fino alla sua Ordinazione Sacerdotale a Cracovia il 1 novembre 1946. Successivamente, è inviato dal Cardinale Sapieha a Roma, dove, nel 1948, consegue il dottorato in teologia, con una tesi sulla fede nelle opere di San Giovanni della Croce. Passa le vacanze tra gli emigranti polacchi in Francia, Belgio e Olanda. Nel 1948 ritorna in Polonia come coadiutore nella parrocchia di Niegowic, vicino a Cracovia. Poi in quella di San Floriano, in città. Fino al 1951 è cappellano degli universitari. Riprende i suoi studi filosofici e teologici. Nel 1953 presenta all’Università cattolica di Lublino una tesi sulla possibilità di fondare un’etica cristiana a partire dal sistema etico di Max Scheler. Più tardi, diventa professore di Teologia Morale ed Etica nel Seminario Maggiore di Cracovia e nella Facoltà di Teologia di Lublino. Pio XII, il 4 luglio 1958, lo nomina Vescovo titolare di Ombi e Ausiliare di Cracovia. Il 28 settembre 1958 viene ordinato nella cattedrale del Wawel (Cracovia), dalle mani dell’Arcivescovo Eugeniusz Baziak. Paolo VI lo nomina Arcivescovo di Cracovia, il 13 gennaio 1964, e Cardinale il 26 giugno 1967. Dal 1962 al 1965 partecipa al Concilio Vaticano II (1962-65) con un contributo importante nell’elaborazione della costituzione Gaudium et spes. Prende parte anche alle 5 assemblee del Sinodo dei Vescovi. Viene eletto Papa il 16 ottobre 1978 ed inizia il Suo ministero il 22 ottobre. Compie 146 Visite Pastorali in Italia e, come Vescovo di Roma, visita 317 delle attuali 332 parrocchie romane. I suoi Viaggi Apostolici nel mondo sono stati 104. Tra i suoi documenti principali si annoverano 14 Encicliche, 15 Esortazioni Apostoliche, 11 Costituzioni Apostoliche e 45 Lettere Apostoliche. Ha scritto 5 libri: “Varcare la soglia della speranza” (ottobre 1994); “Dono e mistero: nel cinquantesimo anniversario del mio sacerdozio” (novembre 1996); “Trittico romano”, meditazioni in forma di poesia (marzo 2003); “Alzatevi, andiamo!” (maggio 2004) e “Memoria e Identità” (febbraio 2005). Ha celebrato 147 Cerimonie di Beatificazione, proclamando 1.338 Beati - e 51 canonizzazioni, per un totale di 482 santi. Ha tenuto 9 Concistori, in cui ha creato 231 Cardinali (più 1 in pectore). Ha presieduto 6 riunioni plenarie del Collegio Cardinalizio. Dal 1978 ha convocato 15 assemblee del Sinodo dei Vescovi: 6 generali ordinarie (1980, 1983, 1987, 1990; 1994 e 2001), 1 assemblea generale straordinaria (1985) e 8 assemblee speciali (1980, 1991, 1994, 1995, 1997, 1998 e 1999). Alle Udienze Generali del mercoledì (oltre 1.160) hanno partecipato più di 17.000.600 pellegrini, senza contare tutte le altre udienze speciali e le cerimonie religiose (più di 8.000.000 di pellegrini solo nel corso del Grande Giubileo dell’anno 2000), nonché i milioni di fedeli incontrati nel corso delle Visite Pastorali in Italia e nel mondo. Numerose le personalità governative ricevute in Udienza: 38 Visite Ufficiali, 738 Udienze o Incontri con Capi di Stato, e 246 Udienze e Incontri con Primi Ministri. Muore nel suo alloggio, alle ore 21.37 di sabato 2 aprile 2005, Vigilia della Festa della Divina Misericordia, da Lui istituita. Per una intera settimana, un fiume di fedeli, provenienti da tutto il mondo hanno invaso Roma per rendergli omaggio. Il suo funerale solenne, celebrato dall’allora Card. Ratzinger, avviene l’8 aprile in Piazza San Pietro alla presenza delle più alte cariche di Stato del mondo e di tantissimi fedeli. Poi viene sepolto nelle Grotte Vaticane. La sua esumazione avviene il 29 aprile 2011. Dopo la Messa per la Beatificazione la bara viene esposta per i pellegrini. Collocazione definitiva, sotto u altare in una cappella laterale, vicino alla Pietà di Michelangelo. La lapide in marmo posta sul primo luogo di sepoltura è inviata in Polonia. |
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![]() Giovanni Paolo II con Madre Teresa di Calcutta |
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Preghiera per implorare grazie per l’intercessione di Giovanni Paolo II
O Trinità Santa, ti ringraziamo di aver donato alla Chiesa il Papa Giovanni Paolo II e per aver fatto risplendere in lui la tenerezza della tua paternità, la gloria della Croce di Cristo e lo splendore dello Spirito d’amore. Egli, confidando totalmente nella Tua infinita Misericordia e nella materna intercessione di Maria, ci ha dato un’immagine viva di Gesù Buon Pastore e ci ha indicato la santità come misura alta della vita cristiana ordinaria quale strada per raggiungere la comunione eterna con Te. Concedici, per la sua intercessione, secondo la Tua Volontà, la grazia che imploriamo, nella speranza che egli sia presto annoverato nel numero dei tuoi santi. Amen
con approvazione ecclesiastica Card. Camillo Ruini |
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Inno al Beato Giovanni Paolo II
Non abbiate paura. Spalancate il vostro cuore all’amore di Dio.
per chi attende la salvezza, pellegrino per amore sulle strade del mondo.
che inviasti per il mondo, sentinelle del mattino, segno vivo di speranza.
che annunciasti con la vita, saldo e forte nella prova confermasti i tuoi fratelli.
la bellezza della vita indicando la famiglia come segno dell’amore.
ed araldo di giustizia, ti sei fatto tra le genti nunzio di misericordia.
la potenza della Croce. Guida sempre i tuoi fratelli sulle strade dell’amore.
ci indicasti una guida, nella Sua intercessione la potenza della Grazia.
Figlio nostro Redentore, Santo Spirito d’Amore, a Te, Trinità, sia gloria. Amen. |
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Preghiera al Beato Giovanni Paolo II
Beato Giovanni Paolo II, dalla finestra del Cielo donaci la tua benedizione! Benedici la Chiesa, che tu hai amato e hai servito e hai guidato, spingendola coraggiosamente sulle vie del mondo per portare Gesù a tutti e tutti a Gesù. Benedici i giovani, che sono stati la tua grande passione. Riportali a sognare, riportali a guardare in alto per trovare la luce che illumina i sentieri della vita di quaggiù. Benedici le famiglie, benedici ogni famiglia! Tu hai avvertito l’assalto di satana contro questa preziosa e indispensabile scintilla di Cielo, che Dio ha acceso sulla terra. Giovanni Paolo, con la tua preghiera proteggi la famiglia! Prega per il mondo intero, ancora segnato da tensioni, da guerre e da ingiustizie. Tu hai combattuto la guerra invocando il dialogo e seminando l’amore: prega per noi, affinché siamo instancabili seminatori di pace. Beato Giovanni Paolo, dalla finestra del Cielo fa’ scendere su tutti noi la benedizione di Dio. Amen. Card. Angelo Comastri |
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| Presentazioni in power point (pps) | |||
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Lettere |
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PAPA La santità vive nella storia: così Benedetto sfida i critici di Giovanni Paolo II Fu Giovanni Paolo II, dieci anni fa, a spiegare il senso della beatificazione di un Papa. Lo fece in occasione della cerimonia in cui elevò alla gloria degli altari due papi diversissimi fra loro e spesso anzi contrapposti: Giovanni XXIII e Pio IX. Il primo, il Papa delle grandi aperture conciliari alla modernità; il secondo, il Papa del Sillabo che condannava le idee liberali. Giovanni Paolo II, proclamandoli beati il 3 settembre 2000 nella stessa cerimonia, spiegava: “La santità vive nella storia e ogni santo non è sottratto ai limiti e condizionamenti propri della nostra umanità. Beatificando un suo figlio, la Chiesa non celebra particolari opzioni storiche da lui compiute, ma piuttosto lo addita all’imitazione e alla venerazione per le sue virtù a lode della grazia divina che in esse risplende”. Allo stesso modo Benedetto XVI, apprestandosi a beatificare il suo predecessore, non intende celebrare ogni decisione del suo pontificato ma il modo “eroico” in cui il servo di Dio Karol Wojtyla visse e testimoniò le virtù cristiane. Testimonianza confermata da una fama di santità diffusa a livello popolare e suggellata dal segno di un miracolo. C’è una grande lezione di fede e una grande lezione di realismo nella capacità della Chiesa di discernere gli atti di un pontificato dalla santità dell’uomo che siede sulla cattedra di Pietro. A fare grande agli occhi della fede papa Wojtyla non è stata in primis la sua battaglia per la liberazione dell’Europa orientale dal comunismo. Ronald Reagan ha avuto un ruolo storico pari o maggiore, ma non per questo è proposto come esempio di vita al popolo cattolico. La percezione popolare della santità del papa polacco è infatti legata, più di ogni altra cosa, all’immagine del papa sofferente che abbraccia in preghiera la Croce di Cristo: l’ex “atleta di Dio”, il papa sportivo, si scopre debole, il volto e la voce sfigurati dalla malattia, ma vive questa prova in uno spirito di totale abbandono a Dio, in forza di questo abbandono diventa più tenero, ancora più in grado di abbracciare l’umanità intera. Ed entra per questo nei cuori di quanti finora l’avevano più ammirato come grande personaggio storico che amato per quello che era, il Vicario di Cristo. Lucio Brunelli, lunedì 17 gennaio 2011, dal sito: www.ilsussidiario.net |
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Ero malata e sono guarita
“Si, ero malata e sono guarita”. Suor Marie Simon-Pierre, religiosa dell’Istituto delle Maternite’s Catholiques d’Aix-en-Provence, che compirà cinquant’anni il 27 febbraio prossimo, ha raccontato la sua miracolosa guarigione dal morbo di Parkinson, guarigione che ha contribuito alla beatificazione di Giovanni Paolo II. “Questa malattia”, spiega, “è stata diagnosticata nel 2001” e “'giorno dopo giorno ho visto il mio stato di salute peggiorare” fino a quel 2 aprile 2005, il giorno in cui è morto Wojtyla. “Ho avuto il sentimento quel giorno”, riferisce suora Marie Simon-Pierre, “di perdere un amico. Mi sentivo molto vicino al Papa. Lo seguivo da molto vicino e mi ero particolarmente avvicinato a lui all’annuncio della mia malattia perché anche lui soffriva del morbo di Parkinson. Quando è morto ho avuto l’impressione di perdere qualcuno di caro. Dopo un momento di abbattimento mi sono ripresa con l’intenzione di continuare a battermi e con la convinzione che non mi aveva abbandonato. Dopo il 2 aprile 2005”, aggiunge, “il mio stato di salute si è deteriorato sempre di più. Il 2 giugno 2005”, racconta, “sono andata a vedere la Madre Superiora per dirle che non potevo continuare la mia attività presso la maternità dell’ospedale: lei mi ha risposto che Giovanni Paolo II non aveva detto la sua ultima parola. Quella sera”, rileva, “durante la quale non ho udito nessuna voce come è stato riportato dal alcuni media, verso le 21, ho avuto voglia di scrivere e sono stata allora molto sorpresa di vedere che potevo scrivere senza tremare. Poi mi sono svegliata alle 4.30 sorpresa di aver dormito e ho sentito che qualcosa era cambiato, che il mio corpo non era rigido come il solito e che riuscivo a muovermi normalmente. Ero completamente trasformata. Ho sentito una forza e una pace interiore, come una seconda nascita. Sono andato a pregare e alle sei quando ho raggiunto la comunità per la Messa mi sono resa conto che il mio braccio sinistro si muoveva e non era più rigido. Nel corso dell’Eucaristia ho sentito che ero guarita. Quello che ho vissuto”, spiega, “resta un grande mistero difficile da spiegare con delle parole. Benedetto XVI”, prosegue la religiosa, “ha appena autentificato questa guarigione come miracolosa. Per me è una grande grazia ma è anche un segno per la Chiesa, per la nostra congregazione, per la Francia e per il mondo intero. Quindi”, aggiunge, “mi auguro che questa guarigione sia un segno e che le telecamere non si dirigano più su di me ma sul Cristo che è venuto per noi e che è vicino a quelli che soffrono”.
Adnkronos, Parigi, 18 gennaio 2011
Il video con la testimonianza di suor Marie Simon-Pierre: www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2011/1/18/SUOR-MARIE-Video-parla-la-suora-miracolata-da-Giovanni-Paolo-II/3/142633/ |
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Questa fila non era nei conti
Che cosa cercate, in questa fila lunga,
grandiosa? Non era previsto. Cosa cercate? Perché arrivare fin qui
dopo un viaggio anche lungo, o aver lasciato le case, gli uffici, o
rinviato altre gite, altri appuntamenti? Cosa cercate sfilando, così
rapidamente, sostando un niente, dopo ore in piedi? Cosa vi spinge?
Una commozione reale? O il sentimento indotto, dolciastro,
massmediale? No, non può esser solo la tivù. Qui siete venuti. In
tanti. Tanti “io”, tanti “tu”. L’altra sera quando si è sparsa la
notizia temuta che ci avevano fatto antivedere, per le strade avete
rallentato il passo, cercato una chiesa che avreste voluto aperta.
Cosa cercate? Forse in quest’epoca per molti aspetti tetra e
spettacolare anche il lutto può divenire occasione di ritrovamento,
di riconoscimento? Come accade ai ragazzini che spesso lasciano
sciarpe, magliette, frasi nei punti dove uno di loro è scomparso,
dove un accidente lo ha tolto. In quei gesti strani, di omaggio al
mistero, c’è una strana affermazione: io ci sono. Siamo in un’epoca
di ragazzini? Siete tutti dell’orrenda razza dei sentimentali? Di
coloro che per primi piangono e per primi dimenticano? Di coloro che
si nutrono della propria commozione come di una dura
autogiustificazione? Siete della razza dei vili? Di coloro che usano
qualcosa, qualcuno, qualsiasi cosa per potersi sentire ancora vivi?
Cosa cercate? Esserci, come un imperativo, nel luogo di cui tutti
parlano, nel luogo dove accade qualcosa di importante. Vi commuovete
per lui o vi commuovete per voi stessi? Per gli anni passati, gli
ideali appannati, per i peccati, sì, anche se non li chiamate così,
e per le gioie passate? O forse siete qui per vedere il gran
personaggio prima che ci sia sottratto alla vista? Ma non era
difficile trovarlo, non era uno che si ritraeva, non faceva il
personaggio, appunto. Apriva la sua finestra, aveva aperto le porte.
S’è dato. Non era difficile incontrarlo. In molti l’avevate già
visto, e allora cosa cercate? Avete tutte le età, in questa fila si
è forse incamminata un’invisibile e pur presente eterna umanità.
Qualcosa che è in viaggio da sempre. Qualcosa che cerca da sempre.
Non vi aspettavano, i guardiani della basilica. Non vi aspettavano
così tanti. Non aspettavano lei, quella sempiterna, discutibile,
difettosa, umanità. Che cerca sempre. Che s’incammina sempre. Quella
umanità che non è bella perché non è un’idea, ma è fatta di singoli.
Davide Rondoni, Avvenire 6 aprile 2005 |
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Il simbolo di questo nostro tempo
Card. Gianfranco Ravasi, Avvenire 7 aprile 2005 |
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PER LA MORTE DI GIOVANNI PAOLO II Un Papa che ha saputo chiedere perdono
Papa Giovanni Paolo II è andato incontro al Signore concludendo nella sofferenza fisica il suo lungo cammino terreno. Per lui, come per ogni altro uomo, la morte deve essere stata dura. Essa, come diceva un grande vescovo recentemente scomparso (Mons. Aldo Del Monte), parlando della propria morte vicina “è uno dei più scabrosi orridi della storia. Chi non ha paura del non umano, se è un vero uomo?” E Karol Woytila era un “vero uomo”, un uomo dalle grandi capacità e dai grandi talenti, mistico, veggente, profeta, trascinatore di folle e insieme conscio della sua umanità, che metteva volentieri sotto la protezione della madre di Gesù. In tanti lo abbiamo accompagnato spiritualmente in questo viaggio estremo: molta gente semplice che ha pregato in Piazza San Pietro o nelle proprie case o monasteri, come anche molti non cristiani, musulmani, ebrei, buddisti. Anche qui a Gerusalemme si è mostrato un grande rispetto e affetto per la sua persona. Abbiamo pregato con lui e per lui perché non si sentisse solo in questo momento supremo, in cui l’uomo vive la propria fragilità e il proprio nulla davanti a misteri insondabili. Abbiamo fiducia che la Madonna, da lui così teneramente invocata in particolare col Rosario e quindi con l’invocazione ripetuta “prega per noi nell’ora della nostra morte”, gli sia stata anch’essa vicina in questo momento supremo. Non è possibile ora indicare, in un’attività di quasi ventisette anni, ricca di interventi magisteriali (basta pensare alle numerose encicliche) e di iniziative pastorali (in particolare i suoi viaggi in ogni parte del mondo), elementi di sintesi o individuare gesti che siano come la cifra simbolica del suo pontificato. Scrivendo queste righe da Gerusalemme non posso non menzionare il suo impegno, espresso in tanti modi, non solo di combattere ogni forma di antisemitismo, ma in positivo di amare il popolo ebraico, di entrare in dialogo con esso, con le sue tradizioni, con la sua cultura. È stato il primo Papa in duemila anni di storia a entrare ufficialmente, con rispetto e amore, in una sinagoga. Qui a Gerusalemme poi è ancora viva la memoria della sua presenza umile e fraterna nell’anno duemila, con gesti significativi come la visita a Yad Vashem e la preghiera presso il muro occidentale. Ma vorrei anche indicare un altro gesto, che a me è parso tra i più clamorosi e innovativi, coraggiosi e audaci: quello della prima domenica di Quaresima del 2000, in cui il Papa chiese perdono pubblicamente per le colpe storiche dei cristiani. “Alla fine di questo millennio - disse il Papa - si deve fare un esame di coscienza dove stiamo, dove Cristo ci ha portati, dove noi abbiamo deviato dal Vangelo”. E tra queste deviazioni denunciò quella gravida di conseguenze di aver confidato anche nella forza per imporre la verità. “Questo gesto penitenziale - disse allora - non danneggerà in alcun modo il prestigio morale della Chiesa, che anzi ne uscirà rafforzato per la testimonianza di lealtà e di coraggio nel riconoscere gli errori commessi da uomini suoi e, in un certo senso, in nome suo”. Giovanni Paolo II ha saputo non solo concedere il perdono al suo attentatore, il che è già un gesto eroico, ma anche fare quel passo ancora più difficile che è chiedere perdono facendo proprie le deviazioni e le colpe di altri, con l’impegno di evitare in futuro simili errori. Anche per questa sua lealtà e coraggio gli siamo profondamente grati. Egli ha voluto percorrere fino in fondo il sentiero arduo e aspro del suo servizio alla Chiesa di Roma e alla Chiesa universale, fino all’esaurimento delle forze fisiche, portando la croce e quasi cadendo sotto di essa. Pensiamo a lui con commozione, amore e riconoscenza, col desiderio che il cammino fatto con lui ci apra ancora nuove strade in cui entrare con lo stesso coraggio e audacia, confidando nella forza del Vangelo.
Card. Carlo Maria Martini, Gerusalemme, 3 aprile 2005 |
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Il Rosario con Giovanni Paolo II tratto dalla “Lettera sul Rosario” di Giovanni Paolo II (16 ottobre 2002) |
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Omelia del Cardinal Ratzinger ai Funerali di Giovanni Paolo II 8 aprile 2005
“'Seguimi” - questa parola lapidaria di Cristo può essere considerata la chiave per comprendere il messaggio che viene dalla vita del nostro compianto ed amato Papa Giovanni Paolo II, le cui spoglie deponiamo oggi nella terra come seme di immortalità - il cuore pieno di tristezza, ma anche di gioiosa speranza e di profonda gratitudine. 'Questi sono i sentimenti del nostro animo, fratelli e sorelle in Cristo, presenti in Piazza San Pietro, nelle strade adiacenti e in diversi altri luoghi della città di Roma, popolata in questi giorni da un’immensa folla silenziosa ed orante. Tutti saluto cordialmente. A nome anche del Collegio dei Cardinali desidero rivolgere il mio deferente pensiero ai Capi di Stato, di Governo e alle delegazioni dei vari Paesi. Saluto le Autorità e i rappresentanti delle Chiese e Comunità cristiane, come pure delle diverse religioni. Saluto poi gli Arcivescovi, i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi, le religiose e i fedeli tutti giunti da ogni Continente; in modo speciale i giovani, che Giovanni Paolo II amava definire futuro e speranza della Chiesa. Il mio saluto raggiunge, inoltre, quanti in ogni parte del mondo sono a noi uniti attraverso la radio e la televisione in questa corale partecipazione al solenne rito di commiato dall’amato Pontefice. “'Seguimi” - da giovane studente Karol Wojtyla a era entusiasta della letteratura, del teatro, della poesia. Lavorando in una fabbrica chimica, circondato e minacciato dal terrore nazista, ha sentito la voce del Signore: “Seguimi!” - In questo contesto molto particolare cominciò a leggere libri di filosofia e di teologia, entrò poi nel seminario clandestino creato dal Cardinale Sapieha e dopo la guerra poté completare i suoi studi nella facoltà teologica dell’Università Jaghellonica di Cracovia. Tante volte nelle sue lettere ai sacerdoti e nei suoi libri autobiografici ci ha parlato del suo sacerdozio, al quale fu ordinato il primo novembre 1946. In questi testi interpreta il suo sacerdozio in particolare a partire da tre parole del Signore. Innanzitutto questa: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”' (Gv 15, 16). La seconda parola è: “Il buon pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10, 11). E finalmente: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (Gv 15, 9). In queste tre parole vediamo tutta l’anima del nostro Santo Padre. È realmente andato ovunque ed instancabilmente per portare frutto, un frutto che rimane. “Alzatevi, andiamo!”, è il titolo del suo penultimo libro. “Alzatevi, andiamo!” - con queste parole ci ha risvegliato da una fede stanca, dal sonno dei discepoli di ieri e di oggi. “Alzatevi, andiamo!”, dice anche oggi a noi. Il Santo Padre è stato poi sacerdote fino in fondo, perché ha offerto la sua vita a Dio per le sue pecore e per l’intera famiglia umana, in una donazione quotidiana al servizio della Chiesa e soprattutto nelle difficili prove degli ultimi mesi. Così è diventato una sola cosa con Cristo, il buon pastore che ama le sue pecore. E infine “rimanete nel mio amore”: Il Papa che ha cercato l’incontro con tutti, che ha avuto una capacità di perdono e di apertura del cuore per tutti, ci dice, anche oggi, con queste parole del Signore: “Dimorando nell’amore di Cristo impariamo, alla scuola di Cristo, l’arte del vero amore”. “Seguimi!” - Nel luglio 1958 comincia per il giovane sacerdote Karol Wojtyla una nuova tappa nel cammino con il Signore e dietro il Signore. Karol si era recato come di solito con un gruppo di giovani appassionati di canoa ai laghi Masuri per una vacanza da vivere insieme. Ma portava con sé una lettera che lo invitava a presentarsi al Primate di Polonia, Cardinale Wyszynski e poteva indovinare lo scopo dell’incontro: la sua nomina a Vescovo ausiliare di Cracovia. Lasciare l’insegnamento accademico, lasciare questa stimolante comunione con i giovani, lasciare il grande agone intellettuale per conoscere ed interpretare il mistero della creatura uomo, per rendere presente nel mondo di oggi l’interpretazione cristiana del nostro essere - tutto ciò doveva apparirgli come un perdere se stesso, perdere proprio quanto era divenuto l’identità umana di questo giovane sacerdote. “Seguimi” - Karol Wojtyla accettò, sentendo nella chiamata della Chiesa la voce di Cristo. E si è poi reso conto di come è vera la parola del Signore: “Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece l’avrà perduta la salverà”. 'Il nostro Papa - lo sappiamo tutti - non ha mai voluto salvare la propria vita, tenerla per sé; ha voluto dare sé stesso senza riserve, fino all’ultimo momento, per Cristo e così anche per noi. Proprio in tal modo ha potuto sperimentare come tutto quanto aveva consegnato nelle mani del Signore è ritornato in modo nuovo: l’amore alla Parola, alla poesia, alle lettere fu una parte essenziale della sua missione pastorale e ha dato nuova freschezza, nuova attualità, nuova attrazione all’annuncio del Vangelo, proprio anche quando esso è segno di contraddizione. “Seguimi!” - Nell’ottobre 1978 il Cardinale Wojtyla ode di nuovo la voce del Signore. Si rinnova il dialogo con Pietro riportato nel Vangelo di questa celebrazione: “Simone di Giovanni, mi ami? Pasci le mie pecorelle!”. Alla domanda del Signore: Karol mi ami?, l’Arcivescovo di Cracovia rispose dal profondo del suo cuore: “'Signore, Tu sai tutto: Tu sai che ti amo”. L’amore di Cristo fu la forza dominante nel nostro amato Santo Padre; chi lo ha visto pregare, chi lo ha sentito predicare, lo sa. E così, grazie a questo profondo radicamento in Cristo ha potuto portare un peso, che va oltre le forze puramente umane: essere pastore del gregge di Cristo, della sua Chiesa universale. Non è qui il momento di parlare dei singoli contenuti di questo Pontificato così ricco. Vorrei solo leggere due passi della liturgia di oggi, nei quali appaiono elementi centrali del suo annuncio. Nella prima lettura dice San Pietro - e dice il Papa con San Pietro - a noi: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a Lui accetto. Questa è la parola che Egli ha inviato ai figli d’Israele, recando la buona novella della pace, per mezzo di Gesù Cristo, che è Signore di tutti”. E, nella seconda lettura, San Paolo - e con San Paolo il nostro Papa defunto - ci esorta ad alta voce: “Fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi”. “Seguimi!” - Insieme al mandato di pascere il suo gregge, Cristo annunciò a Pietro il suo martirio. Con questa parola conclusiva e riassuntiva del dialogo sull’amore e sul mandato di pastore universale, il Signore richiama un altro dialogo, tenuto nel contesto dell’ultima cena. Qui Gesù aveva detto: “Dove vado io voi non potete venire”. Disse Pietro: “Signore, dove vai?”. Gli rispose Gesù: “Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi”. Gesù dalla Cena va alla Croce, va alla Risurrezione - entra nel mistero pasquale; Pietro ancora non lo può seguire. Adesso - dopo la Risurrezione - è venuto questo momento, questo “più tardi. Pascendo il gregge di Cristo, Pietro entra nel mistero pasquale, va verso la Croce e la Risurrezione. Il Signore lo dice con queste parole, “...quando eri più giovane... andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. Nel primo periodo del suo pontificato il Santo Padre, ancora giovane e pieno di forze, sotto la guida di Cristo andava fino ai confini del mondo. Ma poi sempre più è entrato nella comunione delle sofferenze di Cristo, sempre più ha compreso la verità delle parole: “Un altro ti cingerà...”. E proprio in questa comunione col Signore sofferente ha instancabilmente e con rinnovata intensità annunciato il Vangelo, il mistero dell’amore che va fino alla fine. Egli ha interpretato per noi il mistero pasquale come mistero della Divina Misericordia. Scrive nel suo ultimo libro: “Il limite imposto al male è in definitiva la Divina Misericordia” (Memoria e identità, pag. 70). E riflettendo sull’attentato dice: “Cristo, soffrendo per tutti noi, ha conferito un nuovo senso alla sofferenza; l’ha introdotta in una nuova dimensione, in un nuovo ordine: quello dell’amore... È la sofferenza che brucia e consuma il male con la fiamma dell’amore e trae anche dal peccato una multiforme fioritura di bene” (pag. 199). Animato da questa visione, il Papa ha sofferto ed amato in comunione con Cristo e perciò il messaggio della sua sofferenza e del suo silenzio è stato così eloquente e fecondo. Divina Misericordia: il Santo Padre ha trovato il riflesso più puro della Misericordia di Dio nella Madre di Dio. Lui, che aveva perso in tenera età la mamma, tanto più ha amato la Madre divina. Ha sentito le parole del Signore crocifisso come dette proprio a lui personalmente: “Ecco tua madre!”. Ed ha fatto come il discepolo prediletto: l’ha accolta nell’intimo del suo essere - Totus tuus. E dalla Madre ha imparato a conformarsi a Cristo. Per tutti noi rimane indimenticabile come in questa ultima domenica di Pasqua della sua vita, il Santo Padre, segnato dalla sofferenza, si è affacciato ancora una volta alla finestra del Palazzo Apostolico ed un’ultima volta ha dato la benedizione “Urbi et orbi”. Possiamo essere sicuri che il nostro amato Papa sta adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice. Sì, ci benedica, Santo Padre. Noi affidiamo la tua cara anima alla Madre di Dio, tua Madre, che ti ha guidato ogni giorno e ti guiderà adesso alla gloria eterna del Suo Figlio, Gesù Cristo nostro Signore. Amen. |
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Testamento del Santo Padre GIOVANNI PAOLO II Totus Tuus ego sum Nel Nome della Santissima Trinità. Amen. “Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà” (cfr Mt 24,42) - queste parole mi ricordano l’ultima chiamata, che avverrà nel momento in cui il Signore vorrà. Desidero seguirLo e desidero che tutto ciò che fa parte della mia vita terrena mi prepari a questo momento. Non so quando esso verrà, ma come tutto, anche questo momento depongo nelle mani della Madre del mio Maestro: Totus Tuus. Nelle stesse mani materne lascio tutto e Tutti coloro con i quali mi ha collegato la mia vita e la mia vocazione. In queste Mani lascio soprattutto la Chiesa, e anche la mia Nazione e tutta l’umanità. Ringrazio tutti. A tutti chiedo perdono. Chiedo anche la preghiera, affinché la Misericordia di Dio si mostri più grande della mia debolezza e indegnità. Durante gli esercizi spirituali ho riletto il testamento del Santo Padre Paolo VI. Questa lettura mi ha spinto a scrivere il presente testamento.
Non lascio dietro di me alcuna proprietà di cui sia necessario disporre. Quanto alle cose di uso quotidiano che mi servivano, chiedo di distribuirle come apparirà opportuno. Gli appunti personali siano bruciati. Chiedo che su questo vigili don Stanislao, che ringrazio per la collaborazione e l’aiuto così prolungato negli anni e così comprensivo. Tutti gli altri ringraziamenti, invece, li lascio nel cuore davanti a Dio stesso, perché è difficile esprimerli.
Per quanto riguarda il funerale, ripeto le stesse disposizioni, che ha dato il Santo Padre Paolo VI. (qui nota al margine: il sepolcro nella terra, non in un sarcofago, 13.3.92). Del luogo decidano il Collegio Cardinalizio e i Connazionali.
“apud Dominum misericordia et copiosa apud Eum redemptio”» Giovanni Paolo PP. II
Roma, 6.III.1979 Dopo la morte chiedo Sante Messe e preghiere 5.III.1990
* * * Esprimo la più profonda fiducia che, malgrado tutta la mia debolezza, il Signore mi concederà ogni grazia necessaria per affrontare secondo la Sua volontà qualsiasi compito, prova e sofferenza che vorrà richiedere dal Suo servo, nel corso della vita. Ho anche fiducia che non permetterà mai che, mediante qualche mio atteggiamento: parole, opere o omissioni, possa tradire i miei obblighi in questa santa Sede Petrina.
* * *
24.II - 1.III.1980
Anche durante questi esercizi spirituali ho riflettuto sulla verità del Sacerdozio di Cristo nella prospettiva di quel Transito che per ognuno di noi è il momento della propria morte. Del congedo da questo mondo - per nascere all’altro, al mondo futuro, segno eloquente (aggiunto sopra: decisivo) è per noi la Risurrezione di Cristo. Ho letto dunque la redazione del mio testamento dello scorso anno, fatta anch’essa durante gli esercizi spirituali - l’ho paragonata con il testamento del mio grande Predecessore e Padre Paolo VI, con quella sublime testimonianza sulla morte di un cristiano e di un Papa - e ho rinnovato in me la coscienza delle questioni, alle quali si riferisce la redazione del 6.III.1979 preparata da me (in modo piuttosto provvisorio).
Oggi desidero aggiungere ad essa solo questo, che ognuno deve tener presente la prospettiva della morte. E deve esser pronto a presentarsi davanti al Signore e al Giudice - e contemporaneamente Redentore e Padre. Allora anche io prendo in considerazione questo continuamente, affidando quel momento decisivo alla Madre di Cristo e della Chiesa - alla Madre della mia speranza.
I tempi, nei quali viviamo, sono indicibilmente difficili e inquieti. Difficile e tesa è diventata anche la via della Chiesa, prova caratteristica di questi tempi - tanto per i Fedeli, quanto per i Pastori. In alcuni Paesi (come p.e. in quello di cui ho letto durante gli esercizi spirituali), la Chiesa si trova in un periodo di persecuzione tale, da non essere inferiore a quelle dei primi secoli, anzi li supera per il grado della spietatezza e dell'odio. Sanguis martyrum - semen christianorum. E oltre a questo - tante persone scompaiono innocentemente, anche in questo Paese in cui viviamo...
Desidero ancora una volta totalmente affidarmi alla grazia del Signore. Egli stesso deciderà quando e come devo finire la mia vita terrena e il ministero pastorale. Nella vita e nella morte Totus Tuus mediante l'Immacolata. Accettando già ora questa morte, spero che il Cristo mi dia la grazia per l'ultimo passaggio, cioè la [mia] Pasqua. Spero anche che la renda utile per questa più importante causa alla quale cerco di servire: la salvezza degli uomini, la salvaguardia della famiglia umana, e in essa di tutte le nazioni e dei popoli (tra essi il cuore si rivolge in modo particolare alla mia Patria terrena), utile per le persone che in modo particolare mi ha affidato, per la questione della Chiesa, per la gloria dello stesso Dio.
Non desidero aggiungere niente a quello che ho scritto un anno fa - solo esprimere questa prontezza e contemporaneamente questa fiducia, alla quale i presenti esercizi spirituali di nuovo mi hanno disposto.
Giovanni Paolo II
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5.III.1982
Nel corso degli esercizi spirituali di quest’anno ho letto (più volte) il testo del testamento del 6.III.1979. Malgrado che tuttora lo consideri come provvisorio (non definitivo), lo lascio nella forma nella quale esiste. Non cambio (per ora) niente, e neppure aggiungo, per quanto riguarda le disposizioni in esso contenute.
L’attentato alla mia vita, il 13.V.1981, in qualche modo ha confermato l'esattezza delle parole scritte nel periodo degli esercizi spirituali del 1980 (24.II - 1.III)
Tanto più profondamente sento che mi trovo totalmente nelle Mani di Dio - e resto continuamente a disposizione del mio Signore, affidandomi a Lui nella Sua Immacolata Madre (Totus Tuus)
Giovanni Paolo PP. II
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5.III.82
P.s. In connessione con l’ultima frase del mio testamento del 6.III.1979 (“Sul luogo / il luogo cioè del funerale / decidano il Collegio Cardinalizio e i Connazionali») - chiarisco che ho in mente: il metropolita di Cracovia o il Consiglio Generale dell'Episcopato della Polonia - al Collegio Cardinalizio chiedo intanto di soddisfare in quanto possibile le eventuali domande dei su elencati.
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1.III.1985 (nel corso degli esercizi spirituali).
Ancora - per quanto riguarda l’espressione “Collegio Cardinalizio e i Connazionali”: il “Collegio Cardinalizio” non ha nessun obbligo di interpellare su questo argomento “i Connazionali”; può tuttavia farlo, se per qualche motivo lo riterrà giusto.
JPII
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Esercizi spirituali dell’anno giubilare 2000
(12-18.III)
[per il testamento]
1. Quando nel giorno 16 ottobre 1978 il conclave dei cardinali scelse Giovanni Paolo II, il Primate della Polonia Card. Stefan Wyszyński mi disse: “Il compito del nuovo Papa sarà di introdurre la Chiesa nel Terzo Millennio”. Non so se ripeto esattamente la frase, ma almeno tale era il senso di ciò che allora sentii. Lo disse l’Uomo che è passato alla storia come Primate del Millennio. Un grande Primate. Sono stato testimone della sua missione, del Suo totale affidamento. Delle Sue lotte: della Sua vittoria. “La vittoria, quando avverrà, sarà una vittoria mediante Maria” - queste parole del suo Predecessore, il Card. August Hlond, soleva ripetere il Primate del Millennio.
In questo modo sono stato in qualche maniera preparato al compito che il giorno 16 ottobre 1978 si è presentato davanti a me. Nel momento in cui scrivo queste parole, l’Anno giubilare del 2000 è già una realtà in atto. La notte del 24 dicembre 1999 è stata aperta la simbolica Porta del Grande Giubileo nella Basilica di San Pietro, in seguito quella di San Giovanni in Laterano, poi di Santa Maria Maggiore - a capodanno, e il giorno 19 gennaio la Porta della Basilica di San Paolo “fuori le mura”. Quest’ultimo avvenimento, a motivo del suo carattere ecumenico, è restato impresso nella memoria in modo particolare.
2. Man mano che l’Anno Giubilare 2000 va avanti, di giorno in giorno si chiude dietro di noi il secolo ventesimo e si apre il secolo ventunesimo. Secondo i disegni della Provvidenza mi è stato dato di vivere nel difficile secolo che se ne sta andando nel passato, e ora nell’anno in cui l’età della mia vita giunge agli anni ottanta (“octogesima adveniens”), bisogna domandarsi se non sia il tempo di ripetere con il biblico Simeone “Nunc dimittis”.
Nel giorno del 13 maggio 1981, il giorno dell’attentato al Papa durante l’udienza generale in Piazza San Pietro, la Divina Provvidenza mi ha salvato in modo miracoloso dalla morte. Colui che è unico Signore della vita e della morte Lui stesso mi ha prolungato questa vita, in un certo modo me l’ha donata di nuovo. Da questo momento essa ancora di più appartiene a Lui. Spero che Egli mi aiuterà a riconoscere fino a quando devo continuare questo servizio, al quale mi ha chiamato nel giorno 16 ottobre 1978. Gli chiedo di volermi richiamare quando Egli stesso vorrà. “Nella vita e nella morte apparteniamo al Signore... siamo del Signore” (cfr Rm 14, 8). Spero anche che fino a quando mi sarà donato di compiere il servizio Petrino nella Chiesa, la Misericordia di Dio voglia prestarmi le forze necessarie per questo servizio.
3. Come ogni anno durante gli esercizi spirituali ho letto il mio testamento del 6.III.1979. Continuo a mantenere le disposizioni contenute in esso. Quello che allora, e anche durante i successivi esercizi spirituali è stato aggiunto costituisce un riflesso della difficile e tesa situazione generale, che ha marcato gli anni ottanta. Dall’autunno dell'anno 1989 questa situazione è cambiata. L'ultimo decennio del secolo passato è stato libero dalle precedenti tensioni; ciò non significa che non abbia portato con sé nuovi problemi e difficoltà. In modo particolare sia lode alla Provvidenza Divina per questo, che il periodo della così detta “guerra fredda” è finito senza il violento conflitto nucleare, di cui pesava sul mondo il pericolo nel periodo precedente.
4. Stando sulla soglia del terzo millennio “in medio Ecclesiae”, desidero ancora una volta esprimere gratitudine allo Spirito Santo per il grande dono del Concilio Vaticano II, al quale insieme con l'intera Chiesa - e soprattutto con l’intero episcopato - mi sento debitore. Sono convinto che ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni di attingere alle ricchezze che questo Concilio del XX secolo ci ha elargito. Come vescovo che ha partecipato all’evento conciliare dal primo all'ultimo giorno, desidero affidare questo grande patrimonio a tutti coloro che sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo. Per parte mia ringrazio l’eterno Pastore che mi ha permesso di servire questa grandissima causa nel corso di tutti gli anni del mio pontificato.
“In medio Ecclesiae”... dai primi anni del servizio episcopale - appunto grazie al Concilio - mi è stato dato di sperimentare la fraterna comunione dell’Episcopato. Come sacerdote dell’Arcidiocesi di Cracovia avevo sperimentato che cosa fosse la fraterna comunione del presbiterio - il Concilio ha aperto una nuova dimensione di questa esperienza.
5. Quante persone dovrei qui elencare! Probabilmente il Signore Dio ha chiamato a Sé la maggioranza di esse - quanto a coloro che ancora si trovano da questa parte, le parole di questo testamento li ricordino, tutti e dappertutto, dovunque si trovino.
Nel corso degli oltre vent’anni da cui svolgo il servizio Petrino “in medio Ecclesiae” ho sperimentato la benevola e quanto mai feconda collaborazione di tanti Cardinali, Arcivescovi e Vescovi, tanti sacerdoti, tante persone consacrate - Fratelli e Sorelle - infine di tantissime persone laiche, nell’ambiente curiale, nel Vicariato della Diocesi di Roma, nonché fuori di questi ambienti. Come non abbracciare con grata memoria tutti gli Episcopati nel mondo, con i quali mi sono incontrato nel succedersi delle visite “ad limina Apostolorum”! Come non ricordare anche tanti Fratelli cristiani - non cattolici! E il rabbino di Roma e così numerosi rappresentanti delle religioni non cristiane! E quanti rappresentanti del mondo della cultura, della scienza, della politica, dei mezzi di comunicazione sociale!
6. A misura che si avvicina il limite della mia vita terrena ritorno con la memoria all'inizio, ai miei Genitori, al Fratello e alla Sorella (che non ho conosciuto, perché morì prima della mia nascita), alla parrocchia di Wadowice, dove sono stato battezzato, a quella città della mia giovinezza, ai coetanei, compagne e compagni della scuola elementare, del ginnasio, dell'università, fino ai tempi dell'occupazione, quando lavorai come operaio, e in seguito alla parrocchia di Niegowić, a quella cracoviana di S. Floriano, alla pastorale universitaria, all'ambiente... a tutti gli ambienti... a Cracovia e a Roma... alle persone che in modo speciale mi sono state affidate dal Signore.
A tutti voglio dire una sola cosa: «Dio vi ricompensi»!
“In manus Tuas, Domine, commendo spiritum meum”
A.D. 17.III.2000
(Traduzione dall'originale in lingua polacca) |
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Dalla finestra del Cielo, il canto del Risorto
di quel abbraccio del colonnato del Bernini, emana una potenza prorompente, che mette in ginocchio i potenti della terra in un unico abbraccio.
le religioni si stringono attorno e guardano al Risorto, i giovani cantano speranza in una nuova Pentecoste, e il Papa dalla finestra del Cielo sorride benedicendo.
il vento dello Spirito sfoglia quelle pagine con forza: pare ora un mare in tempesta, ora il passar del tempo, ora un andar, ora un venir convulso della Storia.
è un capitolo che il Papa venuto da lontano ha scritto nella croce, nel sangue e nel Vangelo. Poi il libro si chiude e resta in bilico tra la bara e noi, per sussurrarci piano che ora è l’uomo il vangelo vivo.
il volto dolce, icona della misericordia del Padre, pare fissare con uno sguardo intenso d’amore quella bara, e quell’uomo e quel Vangelo che si apre ora indicando il cero acceso, ora la folla.
che scuote e unisce l’abbraccio di una Pentecoste, sfiora il lontano e il vicino, travalica muri e confini, stringendo il mondo in un unico girotondo d’amore.
Oggi, attorno a quella bara, il miracolo s’è compiuto.
padre Gianni Fanzolato |
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Decalogo di Assisi
1. NOI CI IMPEGNAMO a proclamare la nostra
ferma convinzione che violenza e terrorismo s'oppongono al vero
spirito religioso, condannando ogni ricorso alla guerra e alla
violenza in nome di Dio o della religione; noi ci impegniamo a fare
tutto il possibile per sradicare le cause del terrorismo.
4. NOI CI IMPEGNAMO a difendere il diritto di
ogni persona umana ad una esistenza degna, conforme alla sua
identità culturale e a costituire liberamente una famiglia che le
sia propria.
Giovanni Paolo II |
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Voi valete quanto vale il vostro cuore
Voi valete tanto quanto vale il vostro cuore. Tutta la storia dell’umanità è la storia del bisogno di amare e di essere amati. Questo fine secolo ‑ soprattutto nelle regioni di evoluzione sociale accelerata ‑ rende più difficile lo sboccio di una sana affettività... …Far posto al cuore nella costruzione armoniosa della vostra personalità non ha niente a che vedere con la sensibilità morbosa ne con il sentimentalismo. Il cuore è l’apertura di tutto l'essere all'esistenza degli altri, la capacità di intuirli, di comprenderli. Una tale sensibilità vera e profonda rende vulnerabili. Per questo taluni sono tentati di disfarsene chiudendosi in se stessi. Amare è dunque essenzialmente donarsi agli altri. Lungi dall'essere una inclinazione istintiva, l’amore è una decisione cosciente della volontà di andare verso gli altri. Per poter amare in verità, bisogna staccarsi da molte cose e soprattutto da sé, dare gratuitamente, amare fino alla fine... …L’essere umano è un essere corporale. Questa affermazione semplicissima è gravida di conseguenze. Per quanto materiale sia, il corpo non e un oggetto tra altri oggetti. Anzitutto esso è qualcuno, nel senso che è manifestazione della persona, un mezzo di presenza agli altri, di comunicazione, d’espressione estremamente variate. Il corpo è una parola, una lingua. Quale meraviglia e quale rischio nello stesso tempo? Giovani e ragazze, abbiate un grandissimo rispetto del vostro corpo e di quello altrui! Che il vostro corpo sia al servizio del vostro io profondo! Che i vostri gesti, i vostri sguardi siano sempre il riflesso della vostra anima!... …Vi auguro veramente di raccogliere la sfida di questo tempo e di essere tutti e tutte campioni della padronanza cristiana del corpo... …Questa padronanza è determinante per l’integrazione della sessualità nella vostra vita di giovani e di adulti. È difficile parlare della sessualità nell’epoca attuale segnata dalla disinibizione, che non è senza spiegazione, ma che è purtroppo favorita da un vero sfruttamento dell'istinto sessuale. L’unione dei corpi è sempre stata il linguaggio più forte che due esseri possono dirsi l’un l'altro. Per questo un tale linguaggio, che tocca il mistero sacro dell’uomo e della donna, esige che non si compiano mai i gesti dell’amore senza che siano assicurate le condizioni di una presa a carico totale e definitiva dell'altro e che l’impegno in questo senso venga preso pubblicamente nel matrimonio.
Giovanni Paolo II, Discorso ai Giovani, Parigi, 1 giugno 1980 |
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Il dolore e la malattia
Il dolore e la malattia fanno parte del mistero dell’uomo sulla terra. Certo, è giusto lottare contro la malattia, perché la salute è un dono di Dio. Ma è importante anche saper leggere il disegno di Dio quando la sofferenza bussa alla nostra porta. La “chiave” di tale lettura è costituita dalla Croce di Cristo. Il Verbo incarnato si è fatto incontro alla nostra debolezza assumendola su di sé nel mistero della Croce. Da allora ogni sofferenza ha acquistato una possibilità di senso, che la rende singolarmente preziosa. Da duemila anni, dal giorno della Passione, la Croce brilla come somma manifestazione dell’amore che Iddio ha per noi. Chi sa accoglierla nella sua vita sperimenta come il dolore, illuminato dalla fede, diventi fonte di speranza e di salvezza.
Giovanni Paolo II, Omelia per il Giubileo dei Malati, 11 febbraio 2000 |
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È ora di tornare a Dio
Il mondo ha bisogno di Dio, spesso così poco creduto e adorato, così poco amato e obbedito. Egli non tace, ma chiede l’umile silenzio dell’ascolto. Il suo infinito rispetto per la nostra libertà non è debolezza: Egli ci tratta da figli. Lasciamo che la sua parola tocchi il nostro cuore. Egli è la speranza dell'uomo ed il fondamento della sua autentica dignità. Alla prova dei fatti, si è dimostrata cieca ogni ideologia che ha voluto porre l’uomo in alternativa a Dio, la creatura al Creatore. È giusto e doveroso affermare e difendere i “diritti dell’uomo”; ma prima ancora occorre riconoscere e rispettare i “diritti di Dio”. Trascurando questi, si rischia di vanificare anche quelli. Consentitemi di gridarlo forte: “È ora di tornare a Dio!”. A chi non ha ancora la gioia della fede, è chiesto il coraggio di cercarla con fiducia, perseveranza e disponibilità. A chi ha già la grazia di possederla, è domandato di apprezzarla come il tesoro più prezioso della sua esistenza, vivendola fino in fondo e testimoniandola con passione. Giovanni Paolo II |
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Karol Wojtyla vedeva la Madonna
Nel giorno decisivo per la causa di beatificazione del Papa che in tanti volevano “santo subito”, emergono nuove importanti rivelazioni sui doni mistici e le visioni che hanno accompagnato la sua vita. Doni mistici e visioni delle quali si era parlato nei mesi scorsi, ma senza riferimenti così diretti ed espliciti a fonti autorevoli. La rivelazione, che Il Giornale anticipa, sarà contenuta nel numero del mese di gennaio de “La Voce di Padre Pio”, popolare mensile dei cappuccini di San Giovanni Rotondo che informa i devoti del frate santo. Si tratta di un’intervista concessa al direttore di “Teleradio Padre Pio”, Stefano Campanella, dal cardinale polacco Andrej Maria Deskur, amico personale di Karol Wojtyla fin dai tempi del seminario clandestino di Cracovia, che avevano frequentato insieme durante la guerra. Intervistato il 30 gennaio 2004, Deskur aveva detto: “Il Santo Padre, il nostro Santo Padre è un mistico. Solo a Coimbra lo seppi. Appresi che vedeva la Madonna. Avevo fatto una visita alla sopravvissuta dei veggenti, suor Lucia. Poiché dicevano che il Papa non aveva osservato tutte le raccomandazioni della Madonna di Fatima, chiesi: “Devo riferire qualcosa al Santo Padre?”. Rispose: “Non è necessario, perché la Madonna gli parla direttamente”. Dunque, secondo le precise parole riferite al cardinale dalla veggente di Fatima, la Madonna stessa “parlava” direttamente a Giovanni Paolo II, un Papa, lo ricordiamo, che aveva un legame speciale con le apparizioni di Fatima, e che ha creduto di riconoscersi nel vescovo “vestito di bianco” caduto martire sotto i colpi di fucile, come si legge nella visione del famoso Terzo Segreto. Le parole del cardinale Deskur, registrate dal giornalista, non vennero poi pubblicate, perché il porporato, essendo ancora vivente Wojtyla, le cassò dal testo autorizzato. Ora che si conclude il processo di beatificazione, la rivista si è però ritenuta autorizzata a divulgarle. A questi particolari doni mistici aveva accennato Antonio Socci nel libro “I segreti di Karol Wojtyla”, scrivendo: “Un prelato, in un colloquio, ebbe a dire: “Sappiamo bene che la Madonna parla al Papa anche se lui non va a dirlo in giro”. E in un’altra occasione, lo stesso disse: “Lui obbedisce solo alla Madonna, fa solo quello che gli dice lei”. Ora sappiamo chi è l’autorevole fonte di queste rivelazioni: il cardinale della Curia romana che fu più vicino al Papa polacco.
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Dall’Omelia della Celebrazione per l’inizio del ministero papale di Giovanni Paolo II
Il nuovo Successore di Pietro nella Sede di Roma eleva oggi una fervente, umile, fiduciosa preghiera: “O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà! Servitore della tua dolce potestà! Servitore della tua potestà che non conosce il tramonto! Fa’ che io possa essere un servo! Anzi, servo dei tuoi servi”.
Fratelli e
Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la
sua potestà! Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo
e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera! |
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“Come mi accoglieranno i romani?”
“Come mi accoglieranno i romani, cosa diranno di un Papa venuto da un Paese lontano?”. Un attimo prima che i cerimonieri aprissero le ante della loggia della benedizione, la sera del 16 ottobre 1978, Karol Wojtyla, appena divenuto Giovanni Paolo II, pensava a come Roma avrebbe guardato a “un Pontefice straniero dopo i bellissimi e importanti Pontificati del Novecento”. Questa rivelazione è del cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia, per trentanove anni segretario particolare di Wojtyla. “Mi confidò - racconta oggi il cardinale - la sua preoccupazione per Roma quando potei avvicinarlo, vincendo l’emozione di vederlo per la prima volta vestito di bianco. Mi disse anche che appena affacciato si era rassicurato perché nell’accoglienza della gente in piazza San Pietro aveva percepito un sentimento di speranza. Ecco, disse proprio così: ho sentito la speranza. Aggiunse che guardare la piazza dalla loggia gli aveva rafforzato la consapevolezza di essere Papa in quanto vescovo di Roma. Insomma, tra il Papa polacco e Roma era stato amore a prima vista. Ne era felicissimo e quando, negli anni, tornava col pensiero a quella sua preoccupazione iniziale lo faceva proprio per confidare di sentirsi più che mai “romano de Roma”… Giovanni Paolo II lo vide appena rientrato dalla prima benedizione. Ricorda: “Gli dissi subito che la folla aveva accolto la sua elezione con gioia e io stesso avevo personalmente toccato con mano quella speranza che lui aveva avvertito. L’avevo vista nei volti, l’avevo ascoltata nelle parole delle persone accanto a me in piazza San Pietro. …Don Stanislao racconta un altro episodio di quelle prime ore del Pontificato: “Con un sorriso complice e un po’ del suo humour volle pure mettermi al corrente del primo strappo al protocollo. Prima di affacciarsi il maestro delle cerimonie, monsignor Virgilio Noè, si era raccomandato che il nuovo Papa impartisse la Benedizione in latino senza fare discorsi. Giovanni Paolo II però non riuscì a trattenersi e incominciò a parlare in italiano. Un saluto rimasto storico: “Mi hanno chiamato da un Paese lontano... se mi sbaglio mi corrigerete”. Nel raccontarmelo si mostrava certo di aver fatto bene a fare quel breve discorso, ma al tempo stesso sembrava quasi scusarsi con i suoi collaboratori per la prima di mille improvvisazioni”… Come Giovanni Paolo II visse i momenti dopo la prima benedizione? “Non si fece prendere da frenesie. Volle cenare con i cardinali, poi si ritirò nella stanza che gli era stata assegnata per il conclave, nel mezzanino dell’appartamento del segretario di Stato. La condivideva con il cardinale Corrado Ursi. Si mise a scrivere di suo pugno, in latino, il discorso programmatico per la Messa dell’indomani. E cominciò a pensare all’omelia della celebrazione per l’inizio del ministero petrino”. È il discorso rimasto famoso per il motto, linea-guida del Pontificato: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo”. Spiega don Stanislao che “queste parole le aveva maturate negli anni. Erano espressione della sua fede. Le ha vissute, pregate”.
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La maturazione della mia vocazione sacerdotale
La definitiva maturazione della mia vocazione sacerdotale, come ho detto, avvenne nel periodo della seconda guerra mondiale, durante l’occupazione nazista. Una semplice coincidenza temporale? O c’era un nesso più profondo tra ciò che maturava dentro di me e il contesto storico? E difficile rispondere a siffatta domanda. Certo, nei piani di Dio nulla è casuale. Ciò che posso dire è che la tragedia della guerra diede al processo di maturazione della mia scelta di vita una colorazione particolare. Mi aiutò a cogliere da un’angolatura nuova il valore e l’importanza della vocazione. Di fronte al dilagare del male ed alle atrocità della guerra mi diventava sempre più chiaro il senso del sacerdozio e della sua missione nel mondo. Lo scoppio della guerra mi allontanò dagli studi e dall’ambiente universitario. In quel periodo persi mio padre, l’ultima persona che mi restava dei miei più stretti familiari. Anche questo comportava, oggettivamente, un processo di distacco dai miei progetti precedenti; in qualche modo era come venir sradicato dal suolo sul quale fino a quel momento era cresciuta la mia umanità. Non si trattava però di un processo soltanto negativo. Alla mia coscienza, infatti, nel contempo si manifestava sempre più una luce: il Signore vuole che io diventi sacerdote. Un giorno lo percepii con molta chiarezza: era come un’illuminazione interiore, che portava in sé la gioia e la sicurezza di un’altra vocazione. E questa consapevolezza mi riempì di una grande pace interiore. Questo accadeva sullo sfondo degli avvenimenti terribili che andavano svolgendosi intorno a me a Cracovia, in Polonia, nell’Europa e nel mondo. Fui coinvolto direttamente soltanto in una piccola parte di quanto sperimentarono, a partire dal 1939, i miei connazionali. Penso in special modo ai miei coetanei della maturità a Wadowice, amici a me molto cari, tra i quali alcuni ebrei. Ci fu chi scelse il servizio militare già nel 1938. Sembra che il primo a morire in guerra sia stato il più giovane della classe. In seguito venni a conoscere soltanto a grandi linee la sorte di altri caduti sui vari fronti, o morti nei campi di concentramento, o finiti a combattere presso Tobruk e Montecassino, o deportati nei territori dell’Unione Sovietica: in Russia e in Kazakistan. Appresi queste notizie prima gradualmente, poi più compiutamente a Wadowice nel 1948, durante il raduno dei colleghi in occasione del decimo anno dalla maturità. Del grande e orrendo theatrum della seconda guerra mondiale mi fu risparmiato molto. Ogni giorno avrei potuto essere prelevato dalla casa, dalla cava di pietra, dalla fabbrica per essere portato in un campo di concentramento. A volte mi domandavo: tanti miei coetanei perdono la vita, perché non io? Oggi so che non fu un caso. Nel contesto del grande male della guerra, nella mia vita personale tutto volgeva in direzione del bene costituito dalla vocazione. Non posso dimenticare il bene ricevuto in quel periodo difficile dalle persone che il Signore poneva sulla mia strada: sia persone della mia famiglia che conoscenti e colleghi.
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| LORETO RICORDA GIOVANNI PAOLO II - FESTA PER LA SUA BEATIFICAZIONE, 1 MAGGIO 2011 | |||
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