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6 Gennaio Epifania del Signore

Angela Magnoni

Catechesi audio di don Fabio Rosini sul percorso dei Magi:

Il sentiero della bellezza

 
  1. La ricerca

  2. Il turbamento

  3. Le promesse

  4. I due re

Passi da Scaricare
   

Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo”. All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:

E tu, Betlemme, terra di Giuda,

non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda:

da te uscirà infatti un capo

che pascerà il mio popolo, Israele.

Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: “Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”.

Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

 

Vangelo di Matteo 2, 1-12

   

Epifania deriva dal greco “epifanio”, che significa “rivelazione - manifestazione”.

I Magi provenivano dalla Mesopotamia o dalla Persia, popoli con una grande cultura astrologica. Essi avevano riconosciuto, attraverso lo studio dei loro libri, l’evento che stava per manifestarsi.

Gli israeliti, nonostante possedessero le Sacre Scritture, non compresero l’importanza di quello che stava per accadere.

Gesù, attraverso i Magi ha seminato il suo primo seme, che è capace di crescere anche al di fuori della cristianità. Per questo nella solennità dell’Epifania si celebra la unificazione dei popoli. Egli è il Re di tutti i popoli; è il compimento del cammino e delle aspirazioni di ogni uomo: per mezzo di Lui e in vista di Lui sono state fatte tutte le cose (cfr. Colossesi 1,16).

Non è la Parola di Dio, ma la tradizione, che ci definisce il numero dei Magi e la loro regalità.

Essi portano con se tre doni: oro, simbolo della regalità di Gesù; incenso, simbolo del culto divino che si può offrire solo a Dio; mirra, che a quel tempo serviva per curare le ferite ed imbalsamare i defunti.

Posso essere anche io cercatore di Gesù, come i Magi?

Anche io posso offrirGli oro, incenso e mirra?

Offro ORO a Gesù, nel momento in cui lo faccio regnare nel mio cuore, nella mia vita, nella mia casa.

Offro INCENSO quando faccio del mio cuore una piccola chiesa, luogo di preghiera, di adorazione, di ascolto della Parola di Dio, di accoglienza a Gesù, come Signore e Salvatore.

Offro MIRRA quando mi accorgo delle sofferenze degli altri, dei loro problemi, delle loro difficoltà e comincio a stendere le mani per medicare e fasciare tutte quelle ferite che nascono dalla povertà, dalla solitudine, dalla disperazione, dall’ignoranza, da mancanza d’affetto e amore, dall’emarginazione sociale e dal razzismo; quelle ferite provocate da rancori, da risentimenti, da odio, da incomprensioni.

Sono chiamato ad essere “epifania” di Dio, cioè manifestazione dell’Amore che Gesù ha messo nel mio cuore. Sono chiamato ad essere dono per gli altri.

 

Angela Magnoni

Presentazioni in power point
 
Magi, Pitture del Medioevo

Prostràti i santi Magi

 

Prostràti i santi Magi
adorano il Bambino,
offron doni d’Oriente:
oro, incenso e mirra.

O simboli profetici
di segreta grandezza,
che svelano alle genti
una triplice gloria!

Oro e incenso proclamano
il Re e Dio immortale;
la mirra annunzia l’Uomo
deposto dalla Croce.

Betlemme, tu sei grande
fra le città di Giuda:
in te è apparso al mondo
il Cristo Salvatore.

Nelle sue mani il Padre
pose il giudizio e il regno:
lo attestano concordi
le voci dei profeti.

Non conosce confini
nello spazio e nel tempo
il suo regno d’amore,
di giustizia e di pace.

A Te sia lode, o Cristo,
nato da Maria Vergine,
al Padre e allo Spirito
nei secoli dei secoli. Amen.

 

Inno della Liturgia delle Ore, Ufficio delle Letture e Lodi Mattutine dell’Epifania del Signore

 

Perché temi, Erode

 

Perché temi, Erode,
il Signore che viene?
Non toglie i regni umani,
chi dà il regno dei Cieli.

I Magi vanno a Betlem
e la stella li guida:
nella sua luce amica
cercan la vera luce.

Il Figlio dell’Altissimo
s’immerge nel Giordano,
l’Agnello senza macchia
lava le nostre colpe.

Nuovo prodigio, a Cana:
versan vino le anfore,
si arrossano le acque,
mutando la natura.

A Te sia gloria, o Cristo,
che ti sveli alle genti,
al Padre e al Santo Spirito
nei secoli dei secoli. Amen.

 

Inno della Liturgia delle Ore, Vespri dell’Epifania del Signore

Astrologia e religione nella storia dei Magi

 

Nel mondo antico, i corpi celesti erano guardati come potenze divine che decidevano del destino degli uomini. I pianeti portano nomi di divinità. Secondo l’opinione di allora, essi dominavano in qualche modo il mondo, e l’uomo doveva cercare di venire a patti con queste potenze. La fede nell’unico Dio, ha qui operato ben presto una demitizzazione, quando il racconto della creazione, con magnifica sobrietà, chiama il sole e la luna “lampade” che Dio, insieme con tutta la schiera delle stelle, appende alla volta celeste (cfr. Gen 1, 16s). Entrando nel mondo pagano, la fede cristiana doveva nuovamente affrontare la questione delle divinità astrali. Per questo, nelle Lettere dalla prigionia agli Efesini e ai Colossesi, Paolo ha fortemente insistito sul fatto che il Cristo risorto ha vinto ogni Principato e Potenza dell’aria e domina tutto l’universo. In questa linea sta anche il racconto della stella dei Magi: non è la stella a determinare il destino del Bambino, ma il Bambino guida la stella. Si può parlare di una specie di svolta antropologica: l’uomo assunto da Dio è più grande di tutte le potenze del mondo materiale e vale più dell’universo intero.

 

Benedetto XVI, L’infanzia di Gesù

La feriale Epifania

 

Conosciamo tutti bene il significato di questa Festa dell’Epifania.

Epifania: manifestazione, apparizione, venuta, presenza divina. Conosciamo il senso del giungere dei Magi, i sapienti guidati, ma direi illuminati, dalla stella. Dei loro doni a Gesù: oro (omaggio alla Sua regalità), incenso (omaggio alla Sua divinità) e mirra (anticipazione della Sua futura sofferenza redentrice). E assieme ai doni, l’adorazione, l’adorazione per quel Bimbo Dio, l’ammirazione e lo stupore per la manifestazione di Dio …un dio che in fondo, a loro resta in parte, sconosciuto e misterioso.

Sono tante altre le “epifanie” che Dio concede. Perché, seppure come Epifania noi ricordiamo e festeggiamo principalmente questa, di epifania nella Scrittura si può parlare in tanti altri episodi: quello del Roveto ardente, quello del Mar Rosso (che pure e già simbolo della Pasqua), ma anche quello del Battesimo di Gesù al Giordano, come anche il Miracolo delle Nozze di Canaan.

L’insieme di queste Epifanie e il fatto che i Magi, venendo da lontano, incontrino un Bimbo e la Sua Famiglia, in circostanze che non disvelano loro completamente il Mistero del Dio Incarnato, mi fanno pensare alla nostre feriali epifanie… o per meglio dire, le epifanie che Dio concede alla nostra vita. Epifanie che ci vedono a volte “spettatori” o come i Magi, “adoratori”. Epifanie in cui Dio si rivela a noi come nel Roveto ardente, ci chiama, si mostra, ci interpella, o ci “trascina” oltre il Mar Rosso, con fatti seri e concreti. Epifanie in cui Cristo si mostra a noi, con il miracolo fisico o morale, con la Sua Misericordia, con la sua presenza… e potremmo pensare anche all’epifania dell’Eucaristia.

Poi, a Dio piacendo, ci sono le epifanie che ci vedono protagonisti, o meglio, strumenti e “servi inutili” evangelicamente parlando… quelle epifanie in cui Dio sceglie di mostrarsi agli altri, attraverso le nostre misere persone, che proprio perché misere e limitate, divengono Segno dell’Opera di Dio, perché chiunque comprende che “quell’opera” non può venire da noi.

Tutte le volte che Dio ci concede il Dono di testimoniarlo con atti concreti, non tanto a parole, nell’accettazione della malattia, della prova, della croce. Nella capacità del perdono, nell’accettazione della persecuzione, della calunnia, dell’ingiustizia, della precarietà. Tutte le volte che rendiamo bene al male, quando non ci facciamo giustizia da soli. Tutte le volte che il nostro agire testimonia che la Morte è stata sconfitta, che i nostri beni non sono qui su questa terra (dove ruggine e tignola li consumano), che VERAMENTE Dio è il nostro Dio e che per Lui siamo Figli.

In tutte queste occasioni è Epifania, epifania per questo mondo, per chi ci sta accanto, che forse non comprende del tutto la natura, il mistero, di questo Dio, di questo Dio fatto Uomo che ha scelto di mostrarsi nelle nostre piccole vite quotidiane. Eppure si rende visibile, perché si vede che non siamo noi, che ciò che avviene va oltre le nostre deboli forze, il nostro peccato, la nostra limitata intelligenza. E così i nostri feriali magi, i nostri cari, i nostri colleghi, i nostri vicini sconosciuti, seguono una luce, una stella, un richiamo del loro cuore, per arrivare alla grotta, ad un umile luogo, l’umile dimora delle nostre vite.

Personalmente ne ho visti feriali magi, portare doni… portare doni di gratitudine e di riconoscenza, portare ciò che avevano di più prezioso e tornare lodando Dio.

Perché lì, in quella Storia, in quella Persona, in quella Famiglia, si è fatta Epifania.

 

…Colpisce come la manifestazione di Dio venga per lo più accolta, nelle Scritture, più da coloro che non ne sarebbero i primi o i “papabili” destinatari, secondo “logica” o ciò che parrebbe conveniente.

Così lo stesso Gesù si rivolse agli astanti in un altro episodio che potremmo citare tra le “epifanie”: “Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro”. Tanto fu lo scandalo che volevano buttarlo giù dal monte.

Così per il Natale, primi testimoni gli “impuri” pastori. Così nell’Epifania chi ha percorso chilometri e chilometri? Fondamentalmente degli “atei”, pagani, astronomi o più propriamente astrologi, in un tempo in cui scienza e magia erano certamente maggiormente legati.

E chi distava pochissimi chilometri (la distanza tra Gerusalemme e Betlemme), non fa un passo per mettersi in ricerca, per andare a visitare il Bimbo Gesù, a vedere un “prodigio”.

I saggi, i colti, i sapienti, i custodi della Legge, i destinatari della Promessa, non muovono un passo.

Neppure quella serpe di Erode, che aveva ben più di un valido (per lui) motivo per “mettersi alla ricerca”, muove un passo - o lo fa muovere ai suoi… Si affida ad un subdolo e a suo parere, sottile inganno, per scoprire dove trovare il Bimbo.

E così ancora una volta, la Manifestazione di Dio, la Sua Epifania, passa oltre e ad altri.

 

Mario Barbieri

http://costanzamiriano.com/2014/01/05/la-feriale-epifania/#comment-71229

Come i Re Magi

 

Signore, ti chiedo di rendermi simile, almeno un pochino, ai Re Magi.

Questi personaggi speciali, tra leggenda e realtà, che finiscono sempre un po’ bistrattati nei nostri Presepi domestici. Giungono a destinazione quasi alla fine della festa, quando Gesù Bambino è ormai nato e tutti sono già arrivati ad adorarlo prima di loro. Fanno appena in tempo a posare i famosi doni davanti alla capanna e vengono velocemente riposti, con le altre statuine, nella scatola e poi in dispensa, pronti per l’anno dopo... “Toccata e fuga”. Una presenza su cui non meditiamo mai abbastanza e che, invece, porta in se tutte le premesse e la fatica di un lungo viaggio.

Rendimi simile a loro, Signore. A questi uomini colti, ricchi, potenti, che avrebbero potuto stare tranquillamente e comodamente nelle loro bellissime case e, invece, si sono messi in cammino. Con i loro bagagli, le carovane, l’oro, l’incenso e la mirra, con una stella speciale ad illuminare le loro notti e l’eco delle profezie antiche a riscaldare i loro cuori. Uomini di scienza, di successo e di cultura che, però, non si sono accontentati.

Dona anche a me l’umiltà necessaria per mettermi in viaggio ed infiamma la mia anima del desiderio ardente di trovarti. Non permettere che io mi inganni pensando di poterti raggiungere senza “muovermi”, rimanendo ferma in me stessa. Spingimi a lasciare tutto e a mettermi per strada affrontando gli inconvenienti che ogni viaggio comporta, magari un viaggio difficile, in pieno deserto.

Ricordami sempre che bisogna cercare ciò che vale perché né la scienza, né l’intelligenza, né la cultura, né i piaceri, né la ricchezza, niente basta per dare senso alla vita, niente senza aver trovato Te, il Salvatore. Tu, Signore, colui che non possiamo incontrare se rimaniamo confinati in casa nostra. Colui che non possiamo scoprire se non facciamo la fatica di superare il nostro limite umano.

I nostri limiti. Quei limiti che, spesso, diventano un comodo alibi per giustificarci, per non trovarci costretti a porgere l’altra guancia, per non dover andare incontro al nostro fratello scomodo, proprio quello che, sfortunatamente!, ci è prossimo ma ci urta il sistema nervoso!

Che cosa si saranno detti questi tre Re multietnici, a rappresentare tutte le genti del mondo e del tempo, durante il viaggio? Cosa sarà passato nei loro cuori? Quali interrogativi? Quali speranze? Quanti, profondi scoraggiamenti ed incertezze? Chissà. Forse le loro speranze e le loro paure sono anche le nostre...
Donami, Signore, alla fine di questo cammino, di trovarti e di poterti adorare con i miei poveri doni.
E allora non sarà più come arrivare ad una festa giunta quasi alla fine ma sarà festa senza fine. Amen.

 

Federica Storace

Anche io, con i Magi

 

Anche io, con i Magi,

vengo ad adorarti, Signore Gesù.

Ora non sei nella casa di Betlemme,

ora sei qui, nella mia Comunità che tu ami,

ora sei in me, salvato dal Tuo Amore.

Con i Magi ti adoro;

con l’oro ti riconosco mio Re,

con l’incenso ti adoro mio Dio

e con la mirra ti proclamo mio Redentore.

Non permettere, ti prego,

di chiudermi nelle mie sicurezze,

incurante degli Erode del mondo;

dammi l’ansia della salvezza universale

e se, anche a uno solo,

avrò fatto scoprire il Tuo Amore che salva,

l’intero creato canterà la tua gloria

e ogni cuore la pace ritrovata.

Amen.

Epifania

 

Vorrei vedere anch’io, Signore, la tua stella.

Vorrei avere anch’io, la forza di partire,

di abbandonare tutto per mettermi in cammino,

con bagaglio leggero e cuore desto,

disposto a camminare e a domandare

pur di arrivare alla meta desiderata.


Vorrei trovare anch’io, Signore,

le persone a cui porre i miei interrogativi,

quelli che mi porto dentro da troppo tempo,

come un fuoco che cova sotto la cenere,

di tanti sogni infranti, di tanti progetti bruciati.


Vorrei ricevere anch’io, Signore,

la risposta che mi mette nella direzione giusta,

che mi strappa alla confusione, all’imbarazzo

e mi fa percorrere l’ultimo tratto di strada.

 

Vorrei giungere anch’io, Signore, alla capanna

e riconoscere nel segno che ci offri,

in quel Bambino che giace nella mangiatoia,

la tua Parola fatta carne,

il tuo Amore che ci spalanca le braccia,

la tua grazia che ci trasforma in figli

accompagnati con discrezione,

in figli liberati da ogni tristezza.

Camminare

Nel silenzio della notte,

addormentato sul suo nido di paglia,

il bambino sogna.

I primi sono già in cammino!

Al di là dei loro dubbi e delle difficoltà

hanno creduto alla luce che,

anche se piccola, fora la notte.

pionieri di speranza, infaticabili, camminano.

la stella li guida.

E poi, altri si alzano,

come se, infine,

le tenebre facessero posto alla fiducia!

Eccoli fuori, presi dall’amore,

pronti a danzare la vita attorno alla Terra tutta,

in gioiosa farandola acclamano alle stelle.

All’arrivo dei Magi, il bambino sorride:

l’umanità si è risvregliata!

venite, vorrebbe dire,

il mio sogno è proprio cominciato...

 

Arrivarono solo in tre

Forse non tutti sanno che un tempo, quando non esistevano i computer, tutto il sapere del mondo era concentrato nella mente di sette persone sparse nel mondo: i famosi Sette Savi, i sette sapienti che conoscevano i come, i quando, i perché, i dove di ogni cosa che accadeva. Erano talmente importanti che erano considerati dalla gente dei re, anche se non lo erano; per questo erano chiamati Re Magi.

Nell’anno O, studiando le loro pergamene segrete, tutti e sette i Magi giunsero ad una strabiliante conclusione: proprio in una notte di quell’anno sarebbe apparsa una straordinaria stella che li avrebbe guidati alla culla dei Re dei re. Da quel momento passarono ogni notte a scrutare il cielo e a fare preparativi, finché davvero una notte nel cielo apparve una stella luminosissima; i Sette Savi partirono dai sette angoli del mondo dove si vivevano e si misero a seguire la stella che indicava loro la strada. Tutto quello che dovevano fare era non perderla mai di vista.

Ognuno dei sette Magi, tenendo gli occhi fissi sulla stella, che poteva vedere giorno e notte, cavalcava per raggiungere il Monte delle Vittorie, dove era stabilito che i sette savi dovevano incontrarsi per formare una sola carovana.

Olaf, re Mago della Terra dei Fiordi, attraversò le catene dei monti di ghiaccio e arrivò presto in una valle verde, dove gli alberi erano carichi di frutti squisiti e il clima dolce e riposante; il mago vi si trovò così bene che decise di costruirsi un castello. Così, ben presto, si scordò della stella.

Igor, re Mago del Paese dei Fiumi, era un giovane forte e coraggioso, abile con la spada e molto generoso. Attraversando il regno del re Rosso, un sovrano crudele e malvagio, decise di riportare la pace e la giustizia per quel popolo maltrattato; così divenne il difensore dei poveri e degli oppressi, perse di vista la stella e non la cercò più.

Yen Hui era il re Mago del Celeste Impero, era uno scienziato e un filosofo, appassionato di scacchi. Un giorno arrivò in una splendida città dove uno studioso teneva una conferenza sulle origini dell’Universo; Yen Hui non riuscì a resistere, lo sfidò ad un dibattito pubblico, si confrontarono su tutti i campi del sapere e per ultimo iniziarono una memorabile partita a scacchi che durò una settimana. Quando si ricordò della stella era troppo tardi: non riuscì più a trovarla.

Lionel era un re Mago poeta e musicista, che veniva dalle terre dell’Ovest e viaggiava solo con strumenti musicali. Una sera fu ospitato per la notte da un ricco signore di un pacifico villaggio. Durante il banchetto in suo onore, la figlia del signore danzò e cantò per gli invitati e Lionel se ne innamorò perdutamente; così finì per pensare solo a lei e nel suo cielo la stella miracolosa scomparve piano piano.

Solo Melchior, re dei Persiani, Balthasar, re degli Arabi e Gaspar, re degli Indi, abituati alla fatica e ai sacrifici, non diedero mai riposo ai loro occhi, per non rischiare di perdere di vista la stella che segnava il cammino, certi che essa li avrebbe guidati alla culla del Bambino, venuto sulla Terra a portare pace e amore. Così ognuno di loro arrivò puntuale all’appuntamento al Monte delle Vittorie, si unì ai compagni e insieme ripresero la loro marcia verso Betlemme, guidati dalla stella cometa, più luminosa che mai.

Soltanto i Magi che hanno davvero vigilato non hanno perso l’appuntamento più importante della loro vita. Ogni cristiano, come una sentinella, deve stare all’erta e non lasciarsi prendere dalla pigrizia o dal torpore, perché il Signore ci aspetta alla Sua culla.

 

Don Bruno Ferrero, Novena di Natale per i bambini, LDC

 

Il dono più grande

In una classe, dopo le vacanze natalizie, il professore vuole saggiare il grado di conoscenza religiosa dei suoi alunni. Come è solito fare, pensa opportuno dare loro un tema da svolgere nel corso della settimana dopo la festa dell’Epifania: “I tre Re Magi hanno portato a Gesù tre doni: oro, incenso e mirra. Secondo voi, quale dei tre è il dono più prezioso? E perché?”.

Dopo una settimana i temi sono consegnati e le risposte, come si poteva supporre, sono le più varie e disparate. Chi dice che la mirra è il dono più prezioso perché sottolinea come la sofferenza e la morte in croce di Gesù siano il segno più grande del suo amore per ogni uomo. Chi invece sostiene che il dono dell’incenso mette molto bene in risalto la funzione sacerdotale di Gesù, quale ponte tra Cielo e Terra che ha unito Dio agli uomini e gli uomini a Dio. Altri studenti invece - la maggior parte - decisamente scelgono il dono dell’oro come segno di colui che, Re del Cielo e della Terra, è proprietario di tutte le ricchezze che sono state, sono e saranno.

Il professore, dopo essersi congratulato con gli alunni e per il tema svolto, e per la saggezza delle argomentazioni che hanno motivato le diverse scelte e le varie preferenze dei doni, non può però non constatare: “Devo rammaricarmi con lo studente ritenuto il più bravo, che ha consegnato il quaderno, senza scrivere una riga sul tema proposto. Perché?”.

Roberto, stranamente sereno e sicuro di sé, si aspettava il rimprovero o almeno una richiesta di giustificazione, e risponde semplicemente che, a suo giudizio, nessuno dei tre doni è importante. “Secondo me, signor professore, il dono più grande che i tre Re Magi hanno fatto a Gesù è stato il loro prostrarsi per adorarlo. Mi pare - continuò il saggio studente - che Gesù abbia gradito dai Magi più l’offerta che hanno fatto di se stessi, che non quanto essi avevano in mano”.

Il cammino dei Magi

“Alcuni Magi giunsero da Oriente a Gerusalemme...”.

Oro, incenso. Mirra anche. Furono tra le prime cose che vide, venendo alla luce. Non che gli importasse granché delle ricchezze: in seguito l’ebbe a dimostrare. Doveva comunque essere uno spettacolo da perderci gli occhi. Il luccichio dei doni traboccanti dalle consunte bisacce da viaggio, contrapposto all’strema frugalità del ricovero ove era nato. Gli effluvi stordenti delle resine aromatiche, spandendosi, andavano a mescolarsi con l’odore secco e pronunciato dello stallatico. Non di meno l’omaggio più gradito e inatteso fu certo la devozione che quegli uomini ricchi e distinti dimostrarono per il Neonato. Chissà lo sgomento provato da Maria e Giuseppe. Abituati com’erano all’unica compagnia dei pastori, si trovarono quei signori sontuosamente vestiti, chini in adorazione del Bambino.

Si dice fossero sapienti venuti da oriente: stranieri dunque. Scrutando il cielo, o forse dentro se stessi, videro una stella che tracciò loro la via. A noi, che sperimentiamo tempi di soluzioni facili e di frastuoni diffusi, piace pensare fosse una stella grande. Enorme, con la coda pure. Dimentichi che il rapporto autentico con Dio può instaurarsi e maturare solo nel silenzio di un cuore disposto a sentirne il potente sussurro. Nel deserto, luogo privo di inutili echi, radunò il Signore il popolo eletto per manifestare la Sua volontà. Sempre in luoghi solitari si sarebbe ritirato Gesù, per pregare il Padre.

Con o senza l’aiuto degli astri, ma sicuramente con la promessa di Dio nel cuore, i Magi intrapresero il lungo e faticoso cammino. Solo chi lo desidera con passione, giunge a vedere il volto di Cristo.

 

Kociss Fava

Epifania, preludio di una Pasqua annunciata

Con i Magi investigatori del mistero nei labirinti dei poveri

Un proverbio, preso dalla collezione dei miei ricordi d’infanzia, suona così: “La Pasqua-Epifania tutte le feste si porta via”.

Ciò che allora mi sembrava incomprensibile era lo strano accoppiamento dell’Epifania con la Pasqua. Il Gesù Bambino adorato dai Magi (Mt 2, 1-12) che già richiama il Gesù crocifisso e risorto. Il Figlio di Maria e Giuseppe ancora in-fante, cioè senza parola, che, come in una rapida dissolvenza cinematografica, cede il posto al Cristo Signore, Alfa e Omega della storia, Parola unica ed ultima del l’amore universale del Padre.

Poi, col passare degli anni, ne ho capito il motivo e so che non potrebbe essere diversamente.

L’Epifania del Dio-Bambino ai Magi, cioè il suo manifestarsi ai lontani e ai pagani, è già un primo squarcio di luce che lacera il velo del tempio che separava e nascondeva il Santo dei Santi. La lacerazione di quel velo sarà totale e definitiva nell’evento pasquale, quando l’urto dell’onda luminosa del Risorto romperà le anguste barriere di separazione tra cielo e terra, tra vita e morte, tra uomo e uomo.

Così l’Epifania del Natale è il primo bagliore di una Pasqua ormai annunciata. E la Pasqua è l’annuncio della totale Epifania di Dio finalmente realizzata. Non per nulla, oggi si annunciano solennemente le date festive ruotanti attorno alla Pasqua del Signore.

Oggi è la festa degli infaticabili cercatori di Dio, degli inarrestabili pellegrini dell’assoluto, incamminati verso cieli nuovi e terra nuova. A qualunque popolo, razza, religione e cultura appartengano, tutti lo possono trovare per ché egli, che è la meta, si è fatto anche strada.

Visto il collegamento tra Epifania e Pasqua, non sarebbe male commentare quella preghiera che si pronuncia nella liturgia del Venerdì santo per coloro che, “pur non credendo in Dio, vivono con bontà e rettitudine di cuore”. È splendida, e compendia in chiave di preghiera il senso profondo della festa odierna: “Dio, tu hai messo nel cuore degli uomini una così profonda nostalgia di Te, che solo quando ti trovano hanno pace: fa’ che, al di là di ogni ostacolo, tutti riconoscano i segni della tua bontà e, stimolati dalla testimonianza della nostra vita, abbiano la gioia di credere in Te, unico vero Dio, e padre di tutti gli uomini”.

 

Cercare oltre i depistaggi e il dis-orientamento

I Magi sono il simbolo di tutti coloro che affrontano un lungo percorso ad ostacoli senza cedere ai tentativi di depistaggio o dis-orientamento, senza lasciarsi catturare dagli ambigui sorrisi del potere.

E il loro viaggio non termina, come ci aspetteremmo, con il raggiungimento del traguardo sognato. “Videro il Bambino con Maria sua Madre” e poi, si potrebbe concludere, vissero felici e contenti. No. Dopo aver offerto i loro doni, «per un’altra strada fecero ritorno al loro paese». Da allora sarà sempre così per chi lo ha trovato e poi vuole rimanere con Lui: bisogna saper cambiare strada, per non perderlo, anzi, per non perdersi....

Festa anche dei lontani, degli stranieri, degli esclusi dal sistema. L’apparire della luce di Dio tra le nostre tenebre capovolge i sistemi dei pesi e delle misure da noi stabiliti. Trasforma i meccanismi di esclusione e inclusione da noi codificati. Ci sono lontani che diventano vicini e primi che diventano ultimi. Ci sono pii osservanti delle leggi e maestri di morale che escono dal tempio senza essere perdonati, e peccatori, prostitute ed empi samaritani che diventano modelli di santità. Non è l’etichetta che conta. Le vecchie carte d’identità, per Lui, sono tutte scadute e vanno rinnovate con... altri criteri.

 

I varchi dell’esodo sulle piste del futuro

Se i Magi riescono a incontrare e adorare Gesù, è perché Dio, per rivelarsi, non fa preferenze di persone, non chiede prima la tessera di appartenenza politica o religiosa, non discrimina in base ai titoli di studio o ai diplomi di benemerenza. Non valuta insomma le condizioni di staticità e i piedistalli del passato. Egli va incontro e svela il suo volto a quanti si spingono sulle piste del futuro e aprono i varchi dell’esodo.

Si fa trovare nella casa di ogni uomo reso infante, senza capacità o diritto di parola e di difesa. Si fa identificare da chi ha già deciso di assomigliargli. E gli si può assomigliare solo lasciando la nostra strada, oltre che la sicurezza della nostra casa, per seguire i suoi sentieri e le sue tracce.

Festa, infine, di chi sa leggere i segni. Una stella, guidava i magi nel loro faticoso cammino. Quanti segni anche per noi, nella natura, negli eventi del tempo, nel cuore dell’uomo, possono diventare frecce direzionali, raggi luminosi che discretamente, nel cuore della notte, orientano i nostri timidi passi verso un paese, sempre incompiuto, dove c’è spazio per ogni uomo: quell’uomo che è lo spazio stesso di Dio.

Soprattutto il Bambino, scoperto e adorato nella povertà di un villaggio da questi curiosi investigatori del mistero, è il segno che dobbiamo indagare tra le case e le baracche della Terra, se vogliamo rintracciare i preziosi lembi del Cielo. È Lui il vero Cielo, e ne dobbiamo intuire la presenza oltre il velo di ogni persona, dietro le quinte di ogni scena storica.

Davanti a Gesù i Magi non dicono nulla. Di fronte a Lui solo silenzio, ginocchia che si piegano, vita che diventa dono: mirra, oro, incenso. È Gesù crocifisso, risorto, glorificato. Compendio dei misteri dolorosi, gaudiosi, luminosi e gloriosi della vita umana.

Epifania di Dio, pellegrino sulle strade dell’uomo. Epifania dell’uomo, quando si fa pellegrino sulle strade di Dio.

Un monito per le nostre comunità affinché, come popolo di “Magi pellegrini”, non indugino nei palazzi di Erode, nelle accademie dell’immobilismo, nei labirinti delle ricerche a tavolino. Ma affrontino la strada della concretezza quotidiana, e forzino la marcia verso quell’alto monte dove il Signore, eliminata per sempre la coltre della morte, e fatto cadere l’ultimo velo che impedisce la completezza della sua definitiva epifania, ha già preparato il festoso banchetto della vita e della pace per tutti i popoli.

 

Don Tonino Bello

   

Epifania come Pasqua: tornare a casa per un’altra strada

Abbozzati i ritornelli di gratuità, universalità e regalità,

che esploderanno nella sinfonia di Pasqua

Ormai è chiaro, e gli studiosi della Bibbia ce lo confermano con crescente convinzione: i racconti dell’infanzia di Gesù sono la trascrizione in chiave diversa dei misteri del Cristo raccontatici nel prosieguo dei Vangeli. Una specie di compendio, insomma. O di preludio che, come in tutte le opere musicali, contiene i motivi dominanti e allude ai temi fondamentali che saranno poi sviluppati nel resto della composizione.

Ad esempio, la narrazione di Gesù che dodicenne sale alla Città santa, e viene smarrito dai genitori, e viene ritrovato il terzo giorno nel tempio, a che cosa allude se non alla tensione costante del Cristo verso Gerusalemme e al mistero di quel fatidico terzo giorno in cui viene ritrovato dai discepoli che l’avevano smarrito nella morte?

Ebbene, anche la festa dell’Epifania va inquadrata in questa logica della narrazione anticipata. Contiene, infatti, i motivi dominanti della Pasqua.

È a Pasqua che Gesù fa cadere il velo di separazione del tempio, e si manifesta nella sua regalità, e viene riconosciuto Messia dal centurione pagano, e viene adorato come Signore e Dio dalle donne e dai discepoli, e viene intronizzato alla destra del Padre, in attesa di ricevere alla fine dei tempi, con l’inaugurazione della Pasqua eterna, l’omaggio di tutto l’universo.

Eccoli presenti, allora, nel racconto dell’Epifania, gli abbozzi dei ritornelli che esploderanno nella sinfonia della Pasqua.

Intanto, la gratuità della salvezza.

Guardando ai Magi, a questi sapienti orientali, vengono in mente le parole di Paolo: “Dio ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata solo ora con l’apparizione (epifania) del salvatore nostro Gesù Cristo” (2Tm 1, 9).

Ci è proprio difficile oggi smorzare le luci delle nostre pretese, far meno affidamento sui nostri meriti, e riconsiderare con più stupore l’iniziativa gratuita di Dio?

In secondo luogo, l’universalità della salvezza.

Gli stranieri, gli esclusi dal sistema, i lontani.., entrano nell’arco della cometa! A qualunque popolo, razza, religione o cultura si appartenga, si è destinatari della speranza cristiana. Il Signore Gesù ha versato il suo sangue per tutti gli uomini. Ci sembra di udire il grido perentorio di Paolo: “Egli è morto per tutti” (2Cor 5, 14).

Quali spazi sono offerti alla crescita di un autentico spirito di accoglienza nei confronti dei diversi!

Infine, la regalità del Cristo.

Il vertice narrativo della pagina di Matteo (2, 1-12) è costituito dalla frase: prostratisi, lo adorarono. Ma non è forse questo anche il punto di fuga della Pasqua di risurrezione e, nello stesso tempo, l’epilogo glorioso della storia umana, quando, nella parusia, tutti “volgeranno lo sguardo a Colui che è stato trafitto” (Gv 19, 37)?

È il giorno della genuflessione anche per noi. E anche dell’offertorio dei doni. Ma, soprattutto, della decisione di tornare a casa seguendo un’altra strada.

Sperimenteremo così il gaudio di quella Pasqua di cui oggi assaporiamo un timido assaggio. 

 

Don Tonino Bello

 
 

 

 

Gloria a Te

 

Gloria a Te,

altissimo Signore,

che ti sei fatto umile Bambino.

Gloria a Te,

invisibile Dio,

che ci hai mostrato il tuo Volto.

Gloria a Te,

infinito Padre,

che hai scelto una Donna

per rivelare la tua bellezza.

Gloria a Te,

immenso Creatore,

che accogli la fede

e l’adorazione dei Magi.

Gloria a Te,

onnipotente Bambino,

che ti manifesti alle genti

in semplicità e umiltà.

Gloria a Te,

misericordioso Dio,

che doni a tutti pietà e tenerezza.

Gloria a Te,

divino Sovrano

del Cielo e della Terra...

Apri a tutti gli uomini

le porte del tuo Regno.

 
 

Arrivano nella notte i Magi

 

Anche quando ci sentiamo tristemente circondati da Erode e da quelli di Gerusalemme, arrivano nella notte i Magi: risvegliandoti risentiti bambino e stupisciti dei doni che ti ricordano la tua grande dignità: con l’oro sei re, puoi costruire un mondo migliore... con l’incenso puoi riportare il tenero amore divino in tutto ciò che quotidianamente fai... con la mirra puoi trasformare il dolore perché comunichi vicinanza e amore ai più poveri...

I Magi sono uomini di coscienza pura che ci aiutano a rientrare e ripulire la nostra…

 

Padre Mariano Catarecha

 

Essi partirono

 

La luce di Cristo rischiarava già l’intelligenza e il cuore dei Magi. “Essi partirono”, racconta l’Evangelista, lanciandosi con coraggio per strade ignote e intraprendendo un lungo e non facile viaggio.
Non esitarono a lasciare tutto per seguire la stella che avevano visto sorgere in Oriente.

 

Giovanni Paolo II

   

Epifania

 

Eran partiti da terre lontane:
in carovane di quanti e da dove?
Sempre difficile il punto d’avvio,
contare il numero è sempre impossibile.

Lasciano case e beni e certezze,
gente mai sazia dei loro possessi,
gente più grande, delusa, inquieta:
dalla Scrittura chiamati sapienti!
Le notti che hanno vegliato da soli,
scrutando il corso del tempo insondabile,
seguendo astri, fissando gli abissi
fino a bruciarsi gli occhi del cuore!
Naufraghi sempre in questo infinito,
eppure sempre a tentare, a chiedere,
dietro la stella che appare e dispare,
lungo un cammino che è sempre imprevisto.
Magi, voi siete i santi più nostri,
i pellegrini del Cielo, gli eletti,
l’anima eterna dell’uomo che cerca,
cui solo Iddio è luce e mistero.

 

Padre David Maria Turoldo

Journey of the Magi

Viaggio dei Magi

(traduzione di Nicola D’Ugo, 2014)

 

“Fu una gelida venuta per noi,

proprio il tempo peggiore dell’anno

per un viaggio, e per un viaggio lungo come questo:

le strade affondate e la stagione rigida,

nel cuore fitto dell’inverno.”

E i cammelli irritati, gli zoccoli doloranti, restii,

che si stendevano sulla neve che si andava sciogliendo.

Ci furono momenti in cui rimpiangemmo

i palazzi estivi sui pendii, le terrazze,

e le fanciulle di seta che portano i sorbetti.

Poi i cammellieri che sbottavano in bestemmie e lamentele

e se ne scappavano, e rivolevano i loro liquori e le loro donne,

e i falò notturni che si spegnevano, e l’assenza di ripari,

e le città inospitali, e ostili le cittadine,

e sporchissimi i paesini che vendevano a prezzi esosi:

sono stati momenti durissimi per noi.

Alla fine preferimmo viaggiare intere nottate,

dormendo a tratti,

con le voci che ci cantavano nelle orecchie, che dicevano

che era tutta una pazzia.

 

Poi all’alba scendemmo in una valle temperata,

umida, sotto la coltre di neve, odorante di vegetazione,

con un ruscello che scorreva ed un mulino ad acqua che picchiava il buio

e tre alberi davanti al cielo basso.

E un vecchio cavallo bianco galoppò via per i prati.

Poi arrivammo ad una bettola con dei pampini sulla volta,

sei mani nel vano della porta si giocavano a dadi pezzi d’argento,

e i piedi scalciavano gli otri vuoti.

Ma di informazioni non ce n’erano, e così proseguimmo

e arrivammo di sera, senza un istante di anticipo

trovando il luogo; fu (direste voi) una soddisfazione.

 

Tutto questo è successo molto tempo fa, lo ricordo,

e lo farei ancora, ma appuntatevi questo, appuntatevi questo:

siamo stati condotti per tutta quella strada per

una Nascita o per una Morte? Vi fu una Nascita, certamente,

ne abbiamo avuto la prova e mai un dubbio.

Avevo visto le nascite e le morti,

Ma avevo creduto che fossero diverse; questa Nascita fu

una dura e amara agonia per noi, come la Morte, la nostra morte.

Tornammo nei nostri possedimenti, in questi Regni,

ma non più a nostro agio qui, coi vecchi ordinamenti,

tra un popolo straniero aggrappato ai propri dèi.

Sarei lieto di un’altra morte.

 

Thomas Stearns Eliot, 1927

scritta poco dopo la sua conversione al cristianesimo

Danno tutto…

 

I Magi fiutano qualcosa di bello nonostante all’impresa siano invitati da Erode (conferma che il Signore può servirsi di tutti, anche di chi non stimiamo). Seguono fiduciosi la stella ed aprono i loro scrigni a Gesù.

Danno tutto: l’oro che è il possesso, la ricchezza. L’incenso che è il nostro ruolo, quella faccia di noi a cui è difficile rinunciare, quanto di noi consideriamo vendibile, la bella figura. La mirra che sono i nostri progetti, i nostri programmi.

E noi? Riusciamo ad aprire i nostri scrigni al Signore e dargli tutto?

Se si, si vede da come stiamo con i fratelli, dalle nostre ansietà guarite.

Se no, è perché ancora non sappiamo quanto è grande il Signore e cosa può farne lui col nostro scrigno!

 

Don Fabio Rosini, dall’Omelia del 6 gennaio 2015

Il viaggio dei Magi, il nostro desiderio

 

L’altra sera mi arriva un sms da una persona amica: “Dalla terrazza di casa mia si vede la luna e le stelle e il campanile illuminato…”. “Vengo subito”, rispondo. Salito sulla terrazza, mi pare d’essere come Ciàula nella novella di Pirandello, colpito dalla sorpresa e pieno di meraviglia: nel buio del cielo terso, la luna a tre quarti sembra illuminare i puntini delle stelle, sopra la gran mole del Duomo e i tetti delle case.

Che cosa ci fa così tanto desiderare le stelle? Che cosa ci spinge a cercarle, pur disturbati dal chiarore così esagerato delle nostre città? Chissà com’era il cielo nelle notti d’Oriente scrutate dagli antichi Magi, scienziati e filosofi e cercatori! Guardano, capiscono, decidono, partono. Prima di essere un viaggio tra le dune del deserto, quello dei Magi è un viaggio interiore. Gli occhi, l’intelligenza, il cuore si muovono per primi. Il bisogno, l’attrattiva, la volontà alzano la vela, fino alla decisione. Gente che si muove in direzione della ‘stella del re’, alla scoperta del senso della vita, e non gli bastano le piccole pozioni elaborate dalle alchimie casalinghe.

Gli uomini hanno sempre viaggiato tantissimo, aprendo strade impossibili e superando ostacoli impervi. Oggi è normale un viaggio all’estero per il festino dell’ultimo dell’anno o per il saluto a un amico o per una qualsiasi scorribanda. I giovani vanno a studiare e a lavorare in tutti i paesi dell’Europa e dell’America. A volte è solo il cortile di casa che si è allargato. Si fa più presto ad arrivare a Londra che non a percorrere la tangenziale di Milano.

Il vero viaggio, quali strade percorre? Quale meta pretende? Dov’è il tesoro? Dove abita il re? Scopriamo tanti paesaggi, passeggiamo in tante piazze, festeggiamo in tanti locali. Anche le compagnie sono come onde che si radunano sulla spiaggia e subito si disfano, lasciandoci soli.

Abbiamo in cuore un desiderio più grande, cerchiamo una stella più convincente, che ci conduca al punto in cui Uno ci attende e ci guarda; ci accoglie e ci perdona; ci abbraccia e ci rialza. Non ci bastano le mète provvisorie, gli amori saltuari, i successi intermittenti. I Magi non si muovono ciascuno da solo, ma si mettono insieme e si sostengono nel viaggio. Percorrono il cammino vero, trovano la risposta utile, raggiungono la gioia piena. La mèta è un Bambino in braccio a sua madre. Ma si chiama Gesù, ed è il Figlio di Dio.

 

Angelo Busetto,

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-il-viaggiodei-magiil-nostrodesiderio-11411.htm

I re Magi

 

(…Questa meditazione è stata concepita, non senza una punta di vanità, come una sorta di monologo teatrale. Tentando di dar vita ad uno dei Magi. I lettori vi troveranno parecchie citazioni implicite, soprattutto da T. S. Eliot)

 

Quando si è accesa una stella nella nostra notte, illuminando la via che credevamo perduta, quando abbiamo intuito che dopotutto era giunto un re, non abbiamo potuto fare a meno di metterci in cammino per cercarlo, perché un re ci è necessario, è colui che unifica e raccoglie in se stesso tutte le molte strade che un uomo può fare. Un re è la garanzia che questa vita abbia un senso dopotutto, perché è ben per questo che è re: per indicare una via. Senza una guida siamo un popolo che cammina nelle tenebre, anzi, a ben guardare non siamo neppure un popolo, perché per esserlo bisogna avere una direzione comune, qualcosa che ci tenga insieme al di là del profitto. Senza un re siamo soltanto una massa.

Per questo la notizia che è nato un re è certamente una buona notizia, un vangelo. Per questo bisognava abbandonare i luoghi comodi (la reggia di Persia è così bella in questa stagione), e mettersi in strada, ed è così pericolosa la strada a volte.

Non si poteva evitare, perché quella stella ha brillato e uno non poteva far finta di non averla vista, non poteva ingannarsi dicendo a se stesso: “No, è stata solo la fantasia di un attimo, è stata tutta un illusione”.

La stella ci ha chiamato, ci ha sfidato, e allora via, in mezzo a cammelli che puzzano di stallaggio e cammellieri con sguardi da assassini, tra mercanti astuti e prostitute lascive, tra mezzi briganti e giovanotti sbandati, insomma via dalla protezione sicura della casa e giù in mezzo a quel popolo variopinto che frequenta le strade, quel popolo antico come il mondo e sempre uguale, ieri come oggi, ché le strade sono sempre uguali, ieri come oggi. Quante volte avrei voluto ritornare indietro, quante volte ho desiderato la mia casa e la mia sposa! Ma il ricordo di quella stella mi perseguitava e mi spingeva sempre avanti. Sono arrivato a odiarla mi credi? Era come una spina nella carne che non mi lasciava mai tranquillo.

Ed a tutti chiedere: “Avete sentito parlare del re che è nato?” E ricevere in cambio risposte stralunate, sguardi enigmatici… “Un re? Ma noi siamo schiavi, oppressi da Cesare, sottomessi al potere dell’impero… nessun re verrà a salvarci”…

Ed a tutti ripetere: “Ma come non avete visto la stella?” e scoprire che no, in effetti nessuno l’ha vista, e se l’hanno vista invece di guardarla han subito abbassato gli occhi a terra, timorosi perfino di sperare, tanto sconfitti da non saper più desiderare una vita migliore. Ed alla fine ti viene pure il dubbio che ti sei sbagliato, che l’unico matto, l’unico visionario sei tu, che basta non vale la pena di cercare più…

E tanti hanno rinunciato sai? Il Vangelo non lo dice, ma eravamo partiti in cinquecento dalla Persia e da tanti altri posti. Mica eravamo gli unici noi, tanti avevano visto sorgere la stella, tanti all’inizio avevano sperato, eppure… eppure siamo arrivati solo in tre, perché ci voleva coraggio, coraggio o una buona dose di incoscienza ad andare avanti, a continuare fino in fondo in mezzo a tutti quei dubbi, a tutto quello scetticismo.

Ma c’era un desiderio a spingerci, un desiderio più forte del dubbio e della paura: quella stella era così bella! La sua promessa era così viva! Un re, ma ci pensi? Uno che ci liberi, che ci unisca in un popolo solo, che ci indichi la direzione, che dia un senso al nostro vivere, che ci indichi un ideale per cui faticare… Solo il pensiero che possa esistere un uomo così trasforma la vita e non puoi più essere lo stesso, solo cercandolo sento già che un po’ gli somiglio.

Così siamo arrivati da Erode. Che sciocchi siamo stati! Dovevamo prevederlo che quel pazzo di un tiranno non sapeva nulla del re legittimo, l’unico legittimo, che cercavamo; dovevamo prevederlo che avrebbe cercato di usarci. E così usciti dalla sua casa eravamo disorientati, avevamo perso la strada, la nostra pista sembrava smarrita senza speranza e all’improvviso di nuovo ecco la luce della stella e stavolta molto più vivida e sicura che ci portava infallibile fino…

Fino alla porta di una capanna? No aspetta deve esserci uno sbaglio, questa è poco più che una stalla.

Gli ultimi di noi che avevano resistito fin là sono crollati, abbiamo fatto e rifatto mille volte i nostri calcoli e si non c’era dubbio, il posto era quello, ma il re? Dov’era il nostro grande re? La guida sicura che doveva dar senso alle nostre vite? Illuminare il nostro popolo? Indicarci la via?

Aspetta, lì c’è un bambino, una madre… Lei sorride stanca e radiosa, come solo le madri possono essere, il bimbo si vede appena, eppure… Eppure in quel momento ho capito.

   

La leggenda della Befana

 

La leggenda narra di una vecchietta che, all’annuncio degli Angeli, non poté uscire nella notte fredda con i pastori per andare a far visita al Bambino Gesù.

Al mattino, preparò un cesto di doni per il Bambinello e andò a far visita nella stalla, ma la trovò vuota.

Da quel giorno la Befana viaggia per il mondo, guardando ogni bimbo in faccia per trovare Gesù  Bambino.

A Natale lascia doni per ciascun bimbo buono, sempre sperando che uno di loro sia Gesù.

L’Epifania come soluzione

 

Natale è un mistero perché avviene di notte, al buio, escluse poche stelle e alcune lampadine intermittenti dei pastori. Natale è un mistero perché la sera c’è la culla vuota, e la mattina ci dorme già Gesù bambino. Non hai sentito nessuna puerpera gridare, nemmeno una statuina è in diversa posizione. Come è arrivato? Stessa domanda per i regali. Ho l’impressione che le cose migliori succedano nel momento preciso in cui riesco ad accettare che la mia presenza non è indispensabile a farle accadere. La conferma la trovo nell’ostinazione di Babbo Natale ad apparire solo quando dormiamo.

Natale è un mistero perché le soluzioni importanti si attivano quando ci giriamo, per ricordarci che non ne siamo la scintilla, né la misura. Per dirne una, sono un enigma entusiasmante i novi mesi di sviluppo dei bambini nelle mamme, che ci attrezziamo per violare con ecografie tridimensionali, senza dare il giusto prezzo al non sapere. La magie si compiono nel chiuso di cilindri neri, fosse anche solo perché guadagnino in stupore.

Come ogni vero mistero, anche il Natale ha una soluzione: si chiama Epifania e si festeggia in questi giorni: il 6 gennaio. È il giorno in cui finalmente Dio si fa ammirare. Quella mattina, l’alba non ce la fa più a trattenere la troppa luce nella linea del panorama, come un sorriso che prima non si voleva esplicitare, esplode mettendo tutti di buon umore.

È il momento di uscire, di togliere gli ormeggi dal nucleo familiare ed annunciare, considerata ormai questione chiusa la digestione. È il giorno in cui sentiamo il dovere di spiegare che una novità ci è venuta a trovare senza farci capire come, ma certamente con un proposito di bene. Ecco la ragione per cui questa ricorrenza chiude le feste di Natale: riprendere il lavoro, salutare i tiepidi divani, affrontare la brina, è necessario. Ci vogliono incontri per dirsi insieme quanto ricevuto in una notte importante e scura, impossibile, da soli, da penetrare.

 

Emanuele Fant

fonte: Credere

   

Dov’è finita la stella cometa?

 

Quando i Re Magi lasciarono Betlemme, salutarono cortesemente Giuseppe e Maria, baciarono il piccolo Gesù, fecero una carezza al bue e all’asino. Poi, con un sospiro, salirono sulle loro magnifiche cavalcature e ripartirono.

“La nostra missione è compiuta!”, disse Melchiorre, facendo tintinnare i finimenti del suo cammello. “Torniamo a casa!”, esclamò Gaspare, tirando le briglie del suo cavallo bianco. “Guardate! La stella continua a guidarci”, annunciò Baldassarre.

La stella cometa dal cielo sembrò ammiccare e si avviò verso Oriente. La corte dei Magi si avviò serpeggiando attraverso il deserto di Giudea. La stella li guidava e i Magi procedevano tranquilli e sicuri. Era una stella così grande e luminosa che anche di giorno era perfettamente visibile. Così, in pochi giorni, i Magi giunsero in vista del Monte delle Vittorie, dove si erano trovati e dove le loro strade si dividevano.

Ma proprio quella notte cercarono invano la stella in cielo. Era scomparsa. “La nostra stella non c’è più”, si lamentò Melchiorre. “Non l’abbiamo nemmeno salutata”. C’era una sfumatura di pianto nella sua voce. “Pazienza!”, ribatte Gaspare, che aveva uno spirito pratico. “Adesso possiamo cavarcela da soli. Chiederemo indicazioni ai pastori e ai carovanieri di passaggio”.

Baldassarre scrutava il cielo ansiosamente; sperava di rivedere la sua stella. Il profondo e immenso cielo di velluto blu era un trionfo di stelle grandi e piccole, ma la cometa dalla inconfondibile luce dorata non c’era proprio più. “Dove sarà andata?”, domandò, deluso. Nessuno rispose. In silenzio, ripresero al marcia verso Oriente.

La silenziosa carovana si trovò presto ad un incrocio di piste. Qual era quella giusta? Videro un gregge sparso sul fianco della collina e cercarono il pastore. Era un giovane con gli occhi gentili nel volto coperto dalla barba nera. Il giovane pastore si avvicinò e senza esitare indicò ai Magi la pista da seguire, poi con semplicità offrì a tutti latte e formaggio. In quel momento, sulla sua fronte apparve una piccola inconfondibile luce dorata.

I Magi ripartirono pensierosi. Dopo un po’, incontrarono un villaggio. Sulla soglia di una piccola casa una donna cullava teneramente il suo bambino. Baldassarre vide sulla sua fronte, sotto il velo, una luce dorata e sorrise. Cominciava a capire.

Più avanti, ai margini della strada, si imbatterono in un carovaniere che si affannava intorno ad uno dei suoi dromedari che era caduto e aveva disperso il carico all’intorno. Un passante si era fermato e lo aiutava a rimettere in piedi la povera bestia. Baldassarre vide chiaramente una piccola luce dorata brillare sulla fronte del compassionevole passante.

“Adesso so dov’è finita la nostra stella!”, esclamò Baldassarre in tono acceso. “È esplosa e i frammenti si sono posati ovunque c’è un cuore buono e generoso!”. Melchiorre approvò: “La nostra stella continua a segnare la strada di Betlemme e a portare il messaggio del Santo Bambino: ciò che conta è l’amore”. “I gesti concreti dell’amore e della bontà insieme formano la nuova stella cometa”, concluse Gaspare. E sorrise perché sulla fronte dei suoi compagni d’avventura era comparsa una piccola ma inconfondibile luce dorata.

 

Ci sono uomini e donne che conservano in sé un frammento di stella cometa. Si chiamano cristiani.

 

Don Bruno Ferrero, L’iceberg e la duna, Elledici, 2015

   

La vera storia della Befana

 

In un villaggio, non molto distante da Betlemme, viveva una giovane donna che si chiamava Befana. Non era brutta, anzi, era molto bella e aveva parecchi pretendenti.. Però aveva un pessimo caratteraccio. Era sempre pronta a criticare e a parlare male del prossimo. Cosicché non si era mai sposata, o perché non le andava bene l’uomo che di volta in volta le chiedeva di diventare sua moglie, o perché l’innamorato - dopo averla conosciuta meglio - si ritirava immediatamente.

Era, infatti, molto egoista e fin da piccola non aveva mai aiutato nessuno. Era, inoltre, come ossessionata dalla pulizia. Aveva sempre in mano la scopa, e la usava così rapidamente che sembrava ci volasse sopra. La sua solitudine, man mano che passavano gli anni, la rendeva sempre più acida e cattiva, tanto che in paese avevano cominciato a soprannominarla “la strega”. Lei si arrabbiava moltissimo e diceva un sacco di parolacce. Nessuno in paese ricordava di averla mai vista sorridere. Quando non puliva la casa con la sua scopa di paglia, si sedeva e faceva la calza. Ne faceva a centinaia. Non per qualcuno, naturalmente! Le faceva per se stessa, per calmare i nervi e passare un po’ di tempo visto che nessuno del villaggio veniva mai a trovarla, né lei sarebbe mai andata a trovare nessuno. Era troppo orgogliosa per ammettere di avere bisogno di un po’ di amore ed era troppo egoista per donare un po’ del suo amore a qualcuno. E poi non si fidava di nessuno. Così passarono gli anni e la nostra Befana, a forza di essere cattiva, divenne anche brutta e sempre più odiata da tutti. Più lei si sentiva odiata da tutti, più diventava cattiva e brutta.

Aveva da poco compiuto settant’anni, quando una carovana giunse nel paese dove abitava. C’erano tanti cammelli e tante persone, più persone di quante ce ne fossero nell’intero villaggio. Curiosa com’era vide subito che c’erano tre uomini vestiti sontuosamente e, origliando, seppe che erano dei re. Re Magi, li chiamavano. Venivano dal lontano oriente, e si erano accampati nel villaggio per far riposare i cammelli e passare la notte prima di riprendere il viaggio verso Betlemme. Era la sera prima del 6 gennaio. Borbottando e brontolando come al solito sulla stupidità della gente che viaggia in mezzo al deserto e disturba invece di starsene a casa sua, si era messa a fare la calza quando sentì bussare alla porta. Lo stomaco si strinse e un brivido le corse lungo la schiena. Chi poteva essere? Nessuno aveva mai bussato alla sua porta. Più per curiosità che per altro andò ad aprire. Si trovò davanti uno di quei re. Era molto bello e le fece un gran sorriso, mentre diceva: “Buonasera signora, posso entrare?”. Befana rimase come paralizzata, sorpresa da questa imprevedibile situazione e, non sapendo cosa fare, le scapparono alcune parole dalla bocca prima ancora che potesse ragionare: “Prego, si accomodi”. Il re le chiese gentilmente di poter dormire in casa sua per quella notte e Befana non ebbe né la forza né il coraggio di dirgli di no. Quell’uomo era così educato e gentile con lei che si dimenticò per un attimo del suo caratteraccio, e perfino si offrì di fargli qualcosa da mangiare. Il re le parlò del motivo per cui si erano messi in viaggio. Andavano a trovare il bambino che avrebbe salvato il mondo dall’egoismo e dalla morte. Gli portavano in dono oro, incenso e mirra. “Vuol venire anche lei con noi?”. “Io?!” rispose Befana.. “No, no, non posso”. In realtà poteva ma non voleva. Non si era mai allontanata da casa.

Tuttavia era contenta che il re glielo avesse chiesto. “Vuole che portiamo al Salvatore un dono anche da parte sua?”. Questa poi… Lei regalare qualcosa a qualcuno, per di più sconosciuto. Però le sembrò di fare troppo brutta figura a dire ancora di no. E durante la notte mise una delle sue calze, una sola, dove dormiva il re magio, con un biglietto: “Per Gesù”. La mattina, all’alba, finse di essere ancora addormentata e aspettò che il re magio uscisse per riprendere il suo viaggio. Era già troppo in imbarazzo per sostenere un’altra, seppur breve, conversazione.

Passarono trent’anni. Befana ne aveva appena compiuti cento. Era sempre sola, ma non più cattiva. Quella visita inaspettata, la sera prima del sei gennaio, l’aveva profondamente cambiata. Anche la gente del villaggio nel frattempo aveva cominciato a bussare alla sua porta. Dapprima per sapere cosa le avesse detto il re, poi pian piano per aiutarla a fare da mangiare e a pulire casa, visto che lei aveva un tale mal di schiena che quasi non si muoveva più. E a ciascuno che veniva, Befana cominciò a regalare una calza. Erano belle le sue calze, erano fatte bene, erano calde. Befana aveva cominciato anche a sorridere quando ne regalava una, e perciò non era più così brutta, era diventata perfino simpatica.

Nel frattempo dalla Galilea giungevano notizie di un certo Gesù di Nazareth, nato a Betlemme trent’anni prima, che compiva ogni genere di miracoli. Dicevano che era lui il Messia, il Salvatore. Befana capì che si trattava di quel bambino che lei non ebbe il coraggio di andare a trovare.

Ogni notte, al ricordo di quella notte, il suo cuore piangeva di vergogna per il misero dono che aveva fatto portare a Gesù dal re magio: una calza vuota… una calza sola, neanche un paio! Piangeva di rimorso e di pentimento, ma questo pianto la rendeva sempre più amabile e buona.

Poi giunse la notizia che Gesù era stato ucciso e che era risorto dopo tre giorni. Befana aveva allora 103 anni. Pregava e piangeva tutte le notti, chiedendo perdono a Gesù. Desiderava più di ogni altra cosa rimediare in qualche modo al suo egoismo e alla sua cattiveria di un tempo. Desiderava tanto un’altra possibilità ma si rendeva conto che ormai era troppo tardi.

Una notte Gesù risorto le apparve in sogno e le disse: “Coraggio Befana! Io ti perdono. Ti darò vita e salute ancora per molti anni. Il regalo che tu non sei venuta a portarmi quando ero bambino ora lo porterai a tutti i bambini da parte mia. Volerai da ogni capo all’altro della terra sulla tua scopa di paglia e porterai una calza piena di caramelle e di regali ad ogni bambino che a Natale avrà fatto il presepio e che, il sei gennaio, avrà messo i re magi nel presepio. Ma mi raccomando! Che il bambino sia stato anche buono, non egoista… altrimenti gli metterai del carbone dentro la calza sperando che l’anno dopo si comporti da bambino generoso”.

E la Befana fece così e così ancora sta facendo per obbedire a Gesù.

Durante tutto l’anno, piena di indicibile gioia, fa le calze per i bambini… ed il sei gennaio gliele porta piene di caramelle e di doni.

È talmente felice che, anche il carbone, quando lo mette, è diventato dolce e buono da mangiare.

 

Don Giampaolo Perugini

http://www.gliscritti.it/bambini/perugini081207.htm

Il quarto Re Magio

 

I Magi, mentre scrutavano la volta celeste, scoprirono una nuova stella che brillò per una notte e poi sparì. Dopo qualche tempo, il cielo fu solcato da una scintilla blu che roteando emetteva splendore di porpora, finché divenne una sfera scarlatta con raggi lucenti e un vivissimo punto centrale bianco. Era il segnale della nascita del Re atteso da secoli. Lo videro i magi di Borsippa. Lo vide anche Artibano, che abitava a Ecbatana, distante dieci giorni di cammino.

Gaspare, Baldassare e Melchiorre decisero di partire per Gerusalemme. Anche Artibano, si preparò per il viaggio. Vendette tutti i suoi beni e acquistò uno zaffiro, un rubino e una perla da portare al Re e, montato in sella al velocissimo Vosda, galoppò verso Borsippa. Attraversò boschi, guadò fiumi, s'inerpicò per colline e montagne, quando a una svolta pericolosa trovò un moribondo abbandonato sulla strada.

Artibano saltò dal suo corsiero e, caricatosi l'infelice sulle spalle, lo adagiò sotto una palma, gli bagnò le labbra riarse, lo ristorò e il moribondo dopo qualche tempo aprì gli occhi. “Voglia il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe ricompensarti - disse - faccia prosperare il tuo viaggio fino a Betlemme, perché è lì che deve nascere il Messia, che tu vai cercando”.

Artibano si rimise in cammino verso la mezzanotte... e alle prime luci dell'undicesimo giorno entrò in Borsippa, ma non trova i compagni. Essi avevano atteso 10 giorni, poi erano partiti lasciandogli un messaggio: “T’abbiamo aspettato sino alla mezzanotte..., seguici attraverso il deserto”.

Artibano, allora, vende lo zaffiro, appalta una carovana e riprende il viaggio affrontando i pericoli e i disagi del deserto.

Giunse a Betlemme dopo tre giorni che i suoi compagni avevano deposto ai piedi del Re l’oro, l’incenso e la mirra... ed erano ripartiti per un’altra via.

Il villaggio pareva deserto: gli uomini erano nei campi e i ragazzi al pascolo delle greggi. Dalla parte di una casupola sulla strada udì una flebile nenia. Entrato vide una giovane madre. La donna ospitò il forestiero, ristorandolo e parlandogli di tre stranieri, vestiti come lui, giunti dall’Oriente poco prima, guidati da una stella al luogo dove abitava Giuseppe, la sua sposa e il Bambino. Essi l’avevano adorato lasciandogli in omaggio ricchi doni; ma poi erano spariti misteriosamente, come pure, in segreto, la notte successiva scomparve la Famiglia di Nazareth, dirigendosi forse in Egitto.

Artibano si diresse allora verso Ebron alla volta dell'Egitto. Egli sperava di raggiungere la Sacra Famiglia nelle oasi del deserto, sotto le palme o i sicomori, ma invano. Si spinse fino a Elaiopoli e a Menfi; percorse le rive fiorite dei Nilo, si aggirò tra le Piramidi dei Faraoni, all’ombra della sfinge; ma le sue ricerche non approdarono a nulla.

Scoraggiato e deluso tornò in Palestina nella speranza di poterli trovare. Dopo alcuni anni di peregrinazioni si rivolse ad un rabbino perché gli indicasse in quali paraggi avrebbe potuto incontrare il Messia. Il rabbino, preso un papiro, lesse: “Il Messia conviene cercarlo tra i poveri, tra gli umili, tra i sofferenti e gli oppressi”.

A tali parole, Artibano vendette il rubino e si diede a nutrire gli affamati, a rivestire gli ignudi, a curare gli infermi, a visitare i carcerati. Passarono così trentatré anni da quando era partito in cerca della “Vera Luce”. I suoi capelli, allora di un bel nero lucido, si erano fatti bianchi. Lacero ed esausto, ma tuttora in cerca del Re, era tornato per l’ultima volta a Gerusalemme nel periodo della Pasqua.

La città santa brulicava di gente, venuta dalle terre più lontane alla festa del Tempio. Era il venerdì della Parasceve... e nella folla si notava un’agitazione particolare. Egli, imbattutosi in un gruppo, domandò la causa del tumulto e dove andavano tutti. “Noi andiamo - risposero - al luogo dei Teschio fuori le mura, dove c’è la crocifissione di due malfattori e di un altro chiamato Gesù di Nazareth, il quale ha fatto molte opere prodigiose in mezzo al popolo ed ora è messo a morte perché si dice Figlio di Dio e Re dei Giudei”.

Artibano pensò fra sé: “Non potrebbe essere quel Gesù, nato a Betlemme trentatré anni fa? Che abbia trovato finalmente il mio Re nelle mani dei suoi nemici? Arriverò in tempo almeno per offrire la mia perla per il suo riscatto, prima che Egli muoia?”.

Così il buon vecchio seguì la moltitudine, quando, lungo la salita, una fanciulla di Ecbatana, riconosciutolo dal costume per suo connazionale, gli si avvicinò scongiurandolo in ginocchio: “Per amore del Dio della Purezza, abbi pietà di me; sono una misera schiava della tua stessa fede; salvami, ridandomi la libertà”.

Il vecchio, non possedendo che un’unica perla, la consegnò alla sventurata concittadina per il suo riscatto.

Improvvisamente si udì un boato; la terra sussulta; il cielo si oscura; le mura delle case si spalancano e crollano; nuvole di polvere riempiono l’aria; soldati e popolo fuggono terrorizzati.

Artibano e la fanciulla si rifugiano sotto i loggiati del Pretorio. Una nuova scossa di terremoto, più violenta, fa cadere una pietra contro le tempie di Artibano, che traballa pallido, esanime.

La ragazza lo sostiene con le sue braccia, mentre il sangue scorre a rivoli dalla ferita. Non è morto, lo si sente pronunziare queste estreme parole: “Non così o mio Signore... quando mai ti vidi affamato e ti nutrii? Assetato e ti porsi da bere? Quando mai ti vidi forestiero e ti ospitai? In carcere e ti visitai? Nudo e ti rivestii? Per ben trentatré anni ti ho cercato ansiosamente, ma non ho mai avuto la soddisfazione di poter contemplare il tuo volto, né di renderti il minimo servizio, o mio dolce Re!”.

Artibano cessò di parlare. Ma un’altra voce si fece udire a suo conforto: “In verità in verità ti dico, che ogni volta che tu hai fatto ciò ai tuoi simili, ai miei fratelli, tu l’hai fatto a me”. Un grande respiro di sollievo gli uscì dalle labbra. Egli aveva finito il suo lungo viaggio. I suoi doni erano stati veramente graditi. Artibano, il quarto dei Magi aveva finalmente trovato il Re.

 

Henry Van Dyke, The Story of the Other Wise Man

Preghiera ai Re Magi

 

O perfettissimi adoratori del neonato Messia,

Santi Magi, veri modelli del cristiano coraggio,

che nulla vi sgomentò del gravoso viaggio

e che prontamente al segno della stella

seguiste le divine aspirazioni,

ottenete a noi tutti la grazia che a vostra imitazione

si abbia sempre di andare a Gesù Cristo

e di adorarlo con viva fede quando entriamo nella sua casa,

e gli offriamo continuamente l’oro della carità,

l’incenso dell’orazione, la mirra della penitenza,

e non decliniamo giammai dalla strada della santità,

che Gesù ci ha insegnato così bene col proprio esempio,

prima ancora che con le proprie lezioni;

e fate, o Santi Magi, che ci si possa meritare dal Divin Redentore

le sue elette benedizioni qui sulla terra

ed il possedimento poi della gloria eterna.

Così sia.

Dall’Inno Akathistos alla Madre di Dio

 

 

8. Osservando la stella

che guidava all’Eterno,

ne seguirono i Magi il fulgore.

Fu loro sicura lucerna

andando a cercare il Possente,

il Signore.

Al Dio irraggiungibile giunti,

l’acclaman beati:

Alleluia!

 

9. Contemplarono i Magi

sulle braccia materne

l’Artefice sommo dell’uomo.

Sapendo ch’Egli era il Signore

pur sotto l’aspetto di servo,

premurosi gli porsero i doni,

dicendo alla Madre beata:

Ave, o Madre dell’Astro perenne,

Ave, o aurora di mistico giorno.

Ave, fucine d’errori Tu spegni,

Ave, splendendo conduci al Dio vero.

Ave, l’odioso tiranno sbalzasti dal trono,

Ave, Tu il Cristo ci doni clemente Signore.

Ave, sei Tu che riscatti dai riti crudeli,

Ave, sei Tu che ci salvi dall’opre di fuoco.

Ave, Tu il culto distruggi del fuoco,

Ave, Tu estingui la fiamma dei vizi.

Ave, Tu guida di scienza ai credenti,

Ave, Tu gioia di tutte le genti.

Ave, Vergine e Sposa!

 

10. Banditori di Dio

diventarono i Magi

sulla via del ritorno.

Compirono il tuo vaticinio

e Te predicavano, o Cristo,

a tutti, noncuranti d’Erode,

lo stolto, incapace a cantare:

Alleluia!

 

I Re Magi dimenticati

 

I ragazzi dell’Oratorio di Santa Maria avevano preparato una recita sul mistero del Natale. Avevano scritto le battute degli Angeli, dei pastori, di Maria e di Giuseppe. C’era persino una particina per il bue e l’asino. Ma quando suor Renata vide le prove dello spettacolo sbottò: “Avete dimenticato i Re Magi!”. Enzo il regista si mise le mani nei capelli, mancava un solo giorno alla rappresentazione. Dove trovare i tre Re Magi così sui due piedi? Fu Don Pasquale a trovare la soluzione. “Cerchiamo tre persone della parrocchia!”, disse. “Spieghiamo loro che devono fare i Re Magi moderni, vengono con i loro abiti di tutti i giorni e portano un dono a Gesù Bambino. Un dono a loro scelta. Tutto quello che devono fare è spiegare con franchezza il motivo che li ha spinti a scegliere proprio quel particolare dono”. La squadra dei ragazzi si mise in moto e nel giro di due ore erano stati trovati i Re Magi sostituti. La sera di Natale, il teatrino parrocchiale era affollato. I ragazzi ce la misero tutta e lo spettacolo filò via liscio e applaudito. Senza che nessuno lo potesse prevedere il momento più commovente divenne l’entrata dei Re Magi.

Il primo era un uomo di cinquant’anni, padre di cinque figli: portava una stampella. La posò accanto alla culla e disse: “Tre anni fa ho avuto un brutto incidente d’auto. Uno scontro frontale. Fui ricoverato all’ospedale con parecchie fratture. Nessuno azzardava un pronostico. I medici erano pessimisti sul mio recupero. Da quel momento cominciai ad essere felice per ogni più piccolo progresso: poter muovere la testa o un dito, alzarmi seduto da solo e così via. Quei mesi in ospedale mi cambiarono. Sono diventato umile scopritore di quanto possiedo. Sono riconoscente per le cose piccole e quotidiane. Porto a Gesù Bambino questa stampella in segno di riconoscenza”. Il secondo Re era in verità una regina, madre di due figli. Portava un Catechismo. Lo posò accanto alla culla e disse: “Finché i miei bambini erano piccoli e avevano bisogno di me, mi sentivo realizzata. Poi sono cresciuti e ho cominciato a sentirmi inutile. Ma ho capito che era inutile commiserarmi. Ho chiesto al parroco di fare catechismo ai bambini. Così ritrovai un senso alla mia vita. Mi sento come un apostolo, un profeta: aprire ai nostri bambini le frontiere dello spirito è un'attività che mi appassiona. Sento di nuovo di essere importante”. Il terzo Re era un giovane. Portava un foglio bianco. Lo pose accanto alla culla del Bambino e disse: “Mi chiedevo se era il caso di accettare questa parte. Non sapevo proprio cosa dire, né cosa portare. Le mie mani sono vuote. Il mio cuore è colmo di desideri, di felicità e di significato per la vita. Dentro di me si ammucchiano domande, inquietudini, attese, errori, dubbi. Non ho niente da presentare. Il mio futuro mi sembra così vago. Ti offro questo foglio bianco, Bambin Gesù. Io so che sei venuto per portare speranze nuove. Vedi, io sono interiormente vuoto, ma il mio cuore è aperto e pronto ad accogliere le parole che vuoi scrivere sul foglio bianco della mia vita. Ora che ci sei Tu tutto cambierà...”.

 

Don Bruno Ferrero, Storie di Natale, d’Avvento e d’Epifania

Dio parla la lingua della gioia

 

Magi voi siete i santi più nostri, naufraghi sempre in questo infinito, eppure sempre a tentare, a chiedere, a fissare gli abissi del cielo fino a bruciarsi gli occhi del cuore. (Padre David Maria Turoldo)

 

Messaggi di speranza oggi: c’è un Dio dei lontani, dei cammini, dei cieli aperti, delle dune infinite, e tutti hanno la loro strada. C’è un Dio che ti fa respirare, che sta in una casa e non nel Tempio, in Betlemme la piccola, non in Gerusalemme la grande.

E gli Erodi possono opporsi alla verità, rallentarne la diffusione, ma mai bloccarla, essa vincerà comunque. Anche se è debole come un bambino.

Proviamo a percorrere il cammino dei Magi come se fosse una cronaca dell’anima.

Il primo passo è in Isaia: “Alza il capo e guarda”. Saper uscire dagli schemi, saper correre dietro a un sogno, a una intuizione del cuore, guardando oltre.

Il secondo passo: camminare. Per incontrare il Signore occorre viaggiare, con l’intelligenza e con il cuore. Occorre cercare, di libro in libro, ma soprattutto di persona in persona. Allora siamo vivi.

Il terzo passo: cercare insieme. I Magi (non tre ma alcuni secondo il Vangelo) sono un piccolo gruppo che guarda nella stessa direzione, fissano il cielo e gli occhi delle creature, attenti alle stelle e attenti l’uno all’altro.

Il quarto passo: non temere gli errori. Il cammino dei Magi è pieno di sbagli: arrivano nella città sbagliata; parlano del bambino con l’uccisore di bambini; perdono la stella, cercano un re e trovano un bimbo, non in trono ma fra le braccia della madre.

Eppure non si arrendono ai loro sbagli, hanno l’infinita pazienza di ricominciare, finché al vedere la stella provarono una grandissima gioia. Dio seduce sempre perché parla la lingua della gioia.

Entrati in casa videro il Bambino e sua Madre...

Non solo Dio è come noi, non solo è con noi, ma è piccolo fra noi. Informatevi con cura del Bambino e fatemelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo. Quel re, quell’Erode, uccisore di sogni ancora in fasce, è dentro di noi: è il cinismo, il disprezzo che distrugge i sogni del cuore.

Ma io vorrei riscattare le sue parole e ripeterle all’amico, al teologo, al poeta, allo scienziato, al lavoratore, a ciascuno: “Hai trovato il Bambino?”.

Cerca ancora, accuratamente, nei libri, nell’arte, nella storia, nel cuore delle cose; cerca nel Vangelo, nella stella e nella parola, cerca nelle persone, e in fondo alla speranza; cerca con cura, fissando gli abissi del cielo e del cuore, e poi fammelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo.

Aiutami a trovarlo e verrò, con i miei piccoli doni e con tutta la fierezza dell’amore, a far proteggere i miei sogni da tutti gli Erodi della storia e del cuore.

 

Padre Ermes Maria Ronchi